C’è una leggenda che aleggia sulle politiche di Giorgia Meloni sulla giustizia:
la presunta linea di continuità tra il suo operato e quello della destra
legalitaria “legge e ordine” del Movimento Sociale Italiano, nella cui
tradizione affondano le radici del partito della premier. Limitando lo sguardo
al terreno specifico del referendum costituzionale sulla magistratura, questa
narrazione si rivela a dir poco fuorviante. Per comprenderlo, è sufficiente
consultare la proposta di legge costituzionale, presentata alla camera il 23
luglio 1971 (prima firma Giorgio Almirante), attraverso cui i deputati del MSI
intendevano riformare l’ordinamento giudiziario. Già allora si denunciava un
Consiglio superiore della Magistratura “politicizzato” dalle correnti, ma le
soluzioni che quella destra prevedeva – pur nella loro criticità – erano
ontologicamente diverse da quelle proposte da Meloni e dal suo Guardasigilli
Carlo Nordio.
Il testo del 1971 è assai eloquente, perché rappresenta l’esempio di una destra
che, della magistratura, intendeva primariamente tutelare l’ossatura portante:
l’unitarietà. Giudici e pm restavano infatti all’interno di un unico corpo,
formati dalla stessa cultura della giurisdizione, appartenenti alla stessa
carriera, reclutati con lo stesso concorso. Le modifiche proposte concernevano
invece la composizione del CSM: anche in quel caso, Almirante ipotizzò il
meccanismo del sorteggio per togliere peso alle correnti, ma esso avrebbe
investito solo specifiche figure di vertice: un presidente di corte d’appello,
un procuratore generale, un presidente di tribunale e un procuratore della
Repubblica. Al loro fianco, sarebbero invece rimasti nove magistrati eletti, a
garanzia della rappresentanza della categoria (un meccanismo che invece verrebbe
spazzato via dal sorteggio “puro” previsto dalla riforma Nordio per la
componente togata). Al contrario, la componente “laica” – e dunque diretta
emanazione della politica – sarebbe stata drasticamente ridimensionata: da otto
a soli due componenti. A ciò si aggiunge la scelta di eleggere un vicepresidente
«tra i magistrati eletti». Infine, la funzione disciplinare veniva sì sottratta
al CSM, ma affidata alla Corte di Cassazione a Sezioni Unite. Un organo super
partes, non certo l’Alta Corte Disciplinare concepita dagli attuali governanti,
con tutte le contraddizioni interne: un collegio che rischia di configurarsi
come un nuovo giudice speciale (vietato dall’art. 102 della Costituzione), la
possibile compressione delle garanzie di indipendenza e imparzialità dei suoi
componenti e l’impugnazione prevista solo davanti alla stessa Alta Corte (in
potenziale contrasto con l’art.111 della Costituzione, che ammette sempre il
ricorso in Cassazione per violazione di legge).
Molte sono le sue “forzature”, ma il documento che porta la firma e lo spirito
della destra di Almirante – tradizione politica a cui la Meloni ha sempre
dichiarato di ispirarsi – dimostra chiaramente come la magistratura venisse
considerata come un presidio istituzionale, non come un nemico da colpire,
delegittimare o ridimensionare. Il giudice palermitano Paolo Borsellino, che
continua a essere inserito nel pantheon di Fratelli D’Italia proprio per la sua
assodata vicinanza agli ambienti della destra legalitaria e sociale ai tempi
della prima repubblica, sulla separazione delle carriere e le offensive della
politica contro la magistratura aveva idee molto chiare: “Le ricorrenti
tentazioni del potere politico”, disse nel discorso tenuto a Marsala il 12
novembre 1987, “quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i
magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche
attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere non
incoraggiano certo i ‘giudici’, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare
verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”.
La destra di Giorgia Meloni, come hanno dimostrato i focosi attacchi sferrati da
molti dei suoi componenti alla magistratura nel corso di tutta la legislatura,
con forti picchi durante la campagna referendaria, sembra invece aver smarrito
la strada tracciata dai suoi padri politici. Il percorso degli ultimi anni è
apparso organico: abolizione del reato di abuso d’ufficio, ridimensionamento del
reato di traffico di influenze illecite, cancellazione dei reati corruttivi
dalla lista dei reati ostativi ai benefici penitenziari, forti limiti alle
intercettazioni, ridimensionamento dei poteri della magistratura contabile, solo
per citare le tappe più indicative. Ora, con l’ultimo tassello della riforma del
CSM, la direzione è ancora più chiara: puntare all’indebolimento e alla
frammentazione del potere giudiziario. In vista di una “resa dei conti” che, mai
come oggi, appare alle porte.
di Stefano Baudino
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separazione delle carriere proviene da Il Fatto Quotidiano.