C’è un prima e un dopo nella storia recente della comunicazione italiana, e ha
il colore neutro della cenere. Da quando Chiara Ferragni è apparsa sui social
per chiedere scusa all’indomani del Pandoro Gate, il grigio non è più solo una
sfumatura cromatica nel guardaroba, ma è diventato il codice visivo della
contrizione pubblica. Un vero e proprio “format” dell’ammenda a cui,
consapevolmente o meno, sembra essersi adeguata anche Giorgia Meloni per
metabolizzare la sua prima, vera battuta d’arresto.
A poche ore dalla sonora bocciatura della sua riforma della giustizia con la
vittoria del “no” al referendum del 22 e 23 marzo, la Presidente del Consiglio
si è presentata in video spogliata della sua consueta e vibrante carica
dialettica. Niente scenografie istituzionali, inquadratura frontale in stile
selfie, tono di voce basso, espressione stanca e, soprattutto, un dolcevita di
un grigino spento e dimesso. E, come da copione, il popolo della rete non si è
lasciato sfuggire l’assist visivo. Nel giro di poche ore, i “meme” con il
confronto fotografico tra il dolcevita della premier e la celebre tuta
dell’imprenditrice hanno invaso le piattaforme social, diventando immediatamente
virali e trasformando la coincidenza cromatica in un inarrestabile tormentone
ironico.
L’immagine rimanda in modo chirurgico a quel video, ormai impresso
nell’immaginario collettivo, in cui un’affranta Ferragni — struccata e avvolta
in una tuta grigia — affrontò i follower all’esplodere dello scandalo Balocco.
Una complessa vicenda giudiziaria da cui l’influencer è stata definitivamente
assolta un paio di mesi fa, ma che ha lasciato in eredità un paradigma
comunicativo inossidabile: un giorno sei in cima al mondo, il giorno dopo devi
gestire un crollo. Per attutire l’urto e cercare empatia, si indossa l’umiltà
del grigio.
A certificare e cavalcare l’analogia è stata Selvaggia Lucarelli, la prima a
notare pubblicamente il parallelismo. La firma del Fatto Quotidiano, che già nei
giorni scorsi aveva punzecchiato la premier tracciando affinità comunicative con
l’imprenditrice cremonese, ha rilanciato il video di Meloni affondando il colpo
con una battuta fulminea e caustica: “Tuta grigia e ora divorzio da Fedez. Pure
lei”. Una stilettata che non si limita all’analisi dell’outfit, ma che colpisce
direttamente le ultime, discusse scelte mediatiche della leader di Fratelli
d’Italia. Il riferimento di Lucarelli porta dritto alla vigilia del voto, quando
Meloni è stata ospite di Fedez nel suo “Pulp Podcast”. Un’intervista in cui il
rapper è apparso agli analisti fin troppo accomodante e privo di mordente nei
confronti della premier, scatenando l’ironia dei social su un presunto “feeling
intellettuale” tra i due.
Lucarelli, che di recente aveva inquadrato la “virata a destra” di Fedez come un
salvagente utile per galleggiare dopo il periodo delle frequentazioni opache con
gli ultras e Fabrizio Corona, ha così chiuso il cerchio con una metafora
perfetta. Il dolcevita grigio segna la fine dell’invulnerabilità di Meloni e
preannuncia, ironicamente, un “divorzio” politico dal rapper: l’asse mediatico
non ha portato i frutti sperati e la sponda compiacente del podcast non è
bastata a salvare il referendum. Nel tribunale implacabile dei social, insomma,
l’abito fa il monaco. E il grigio, oggi, significa solo una cosa: sconfitta.
L'articolo Il dolcevita della resa: Giorgia Meloni adotta il “grigio Ferragni”,
i ‘meme’ con il confronto sono virali sui social proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Giorgia Meloni
Non c’è due senza tre. Tre referendum costituzionali confermativi, precisamente
uno ogni dieci anni, nel 2006, 2016 e ora 2026: tutti sonoramente bocciati. Il
No vince sul Sì in occasione del referendum sulla giustizia spinto dal Governo
Meloni nel 2026 e consegna alla storia la terza sconfitta per un referendum
costituzionale.
Il primo, in ordine di tempo, risale al 2006: il 25 e 26 giugno i cittadini
italiani vennero chiamati a votare per “modifiche alla Parte II della
Costituzione“. Le proposte, del governo uscente di centrodestra targato
Berlusconi, portavano la firma dei “saggi di Lorenzago“: le maggiori modifiche
riguardavano innanzitutto una riduzione del numero di deputati (da 630 a 518) e
senatori (da 315 a 252) e una revisione dei compiti e delle differenze di ruolo
tra Stato e regioni. La riforma prevedeva anche una riduzione dei poteri del
Presidente della Repubblica a favore del Presidente del Consiglio, così da
raggiungere il progetto, sulla lista anche di Giorgia Meloni, del Premierato:
ministri nominati o revocati dal Premier, potere di sciogliere le camere e altri
fattori che attribuivano maggiore autonomia al Presidente del Consiglio. La
riforma proponeva anche la fine del bicameralismo perfetto con una suddivisione
dei compiti delle due camere. Il popolo fu chiaro e respinse le proposte con un
voto al referendum negativo per il 61,29% e positivo per il 38,71% con
un’affluenza al 52,46%. Le uniche regioni in cui prevalse il Sì furono Veneto e
Lombardia, proprio come quest’anno. I partiti che si schierarono dalla parte del
Sì, uscendo sconfitti, furono Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e
Unione dei Democratici Cristiani e di Centro. Ma l’esito di quel referendum non
sorprese nessuno, perché due mesi prima, nell’aprile 2006, si era aperta una
nuova stagione politica con la vittoria del centrosinistra alle elezioni
Politiche e l’elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Il governo che aveva
approvato la riforma nel 2005 era guidato da Silvio Berlusconi, ma dal 17 maggio
2006, dopo elezioni, il Presidente del Consiglio era diventato Romano Prodi.
Esattamente dieci anni dopo un altro referendum costituzionale bocciato dal
popolo italiano: era il 4 dicembre 2016 e la riforma costituzionale Renzi-Boschi
fu sonoramente bocciata. Matteo Renzi, premier del governo che aveva proposto la
riforma referendaria, dopo il voto contrario del popolo mantenne la promessa di
rassegnare le proprie dimissioni subito dopo la sconfitta (ma non mantenne la
promessa di ritirarsi dalla politica). Il referendum mirava anche qui a superare
il bicameralismo paritario a favore di un nuovo bicameralismo differenziato,
l’abolizione dell’organo del Cnel e la modifica di linee guida per la gestione
di conflitti di attribuzione fra Stato e regioni sull’esercizio della potestà
legislativa, ridimensionando l’autonomia regionale. Una riforma con evidenti
incongruenze e clamorose falle anche grammaticali nella scrittura dei testi.
L’affluenza fu altissima, registrando un dato del 65,47% con il 40,88% dei voti
favorevoli e il 59,12% contrari. Renzi dette le dimissioni dopo un referendum
che si dimostrò essere un vero spartiacque nella storia politica recente
dell’Italia.
E dopo altri dieci anni giungiamo al 2026: gli italiani hanno votato domenica 22
e lunedì 23 marzo per confermare la legge costituzionale di iniziativa
governativa, nota come “Riforma Nordio”. L’esito, è cronaca di queste ore.
L'articolo Dal 2006 al 2026, passando per il 2016. E’ “la legge del 6”: così gli
italiani hanno detto No a tre referendum costituzionali proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Referendum Giustizia
—% SÌ
NO —%
È il giorno dei sorrisi che vanno oltre la netta vittoria del No. Supportato
dall’affluenza che ha gonfiato i numeri, fissando a quasi 14,5 milioni i voti
dei contrari alla riforma, quasi 2 milioni di scarto, il centrosinistra
festeggia guardando al futuro. Tutto da costruire, sia chiaro. Ma è un punto di
partenza, il successo limpido del referendum. I leader di Pd e M5s – così come
Avs – lo hanno ben chiaro in mente e ragionano su cosa accadrà da domani, su
come capitalizzare il successo e le sue dimensioni inattese. Elly Schlein e
Giuseppe Conte parlano a distanza, ma esprimono gli stessi concetti. Punto
primo: il voto è un messaggio politico al governo. Punto due: il campo largo
deve iniziare a guardare alle prossime elezioni, parlando di programmi. E c’è
un’apertura totale alle primarie per scegliere il leader della coalizione.
La base la butta il presidente del Movimento Cinque Stelle: “Ci apriamo alla
prospettiva delle primarie, che siano veramente aperte come occasione per i
cittadini di contribuire a una discussione ampia per individuare il candidato o
la candidata più competitivo e il migliore interprete del programma”, dice
appena si delinea la vittoria. Schlein raccoglie: “Ho sempre detto che in caso
di primarie sarei stata disponibile”. Un’apertura, netta. Con un percorso da
costruire: “Troveremo insieme le modalità per la costruzione del programma,
andando verso di loro. Discuteremo di tutto. Modalità, tempi. Continuiamo a
essere testardamente unitari. Batteremo Giorgia Meloni alle prossime elezioni
Politiche”, dice la segretaria dem tutto d’un fiato.
È la stessa strada indicata da Conte: “Oggi c’è un fatto nuovo. Questa primavera
democratica all’insegna della partecipazione”, aveva iniziato indicando nelle
primarie “il metodo migliore” per scegliere il leader della coalizione. “Non le
segreterie di partito. Questa affluenza sta a significare che i cittadini
vogliono scegliere e partecipare. Prima il programma, poi il percorso e poi
individueremo l’interprete”, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio definendo
“prematura” la sua presenza. “È una decisione che va presa con la mia comunità
ma è giusto ci sia un rappresentante della comunità Cinque Stelle sennò che
primarie sarebbero?”. E ha fatto i complimenti a Schlein: “Ha fatto un grande
lavoro: dopo la stagione di Letta il Pd era un po’ fissato sull’agenda Draghi e
questo ha fatto un po’ deragliare il partito”, mentre lei “lo ha compattato e le
va dato atto”, definendo poi “giusto” che si candidi alle primarie.
Si vedrà. Intanto è tempo di chiarire che il voto è andato oltre il semplice
“no” alla riforma della giustizia. “È stato un No alla riforma, ma penso in
parte anche all’arroganza di un governo che voleva cambiare la Costituzione da
solo, non accettando che fosse cambiata nemmeno una virgola nel dibattito
Parlamento”, ha chiarito Schlein chiedendo ora di “restate mobilitati” per
“costruire insieme nei prossimi mesi l’alternativa”. Dalle dimensioni della
partecipazione, “inattesa” secondo la leader dem, “arriva un messaggio politico
chiaro a Meloni e al governo: ascoltino il Paese e le vere priorità”, attacca ed
elenca caro vita e caro energia, le politiche industriali e la salute. “Ma è
anche un messaggio per noi – aggiunge – Gli italiani difendono la Costituzione e
vogliono una politica che la attui. Il Paese chiede un’alternativa e noi abbiamo
la responsabilità di organizzarla”.
Anche perché la “chiara, sonora, vittoria del No” – avvisa Conte – è un “avviso
di sfratto al governo”. Entrambi sottolineano come il successo sia arrivato in
rimonta e perfino che la giustizia si possa riformare, ma non così. Schlein
sottolinea come i giovani abbiano “fatto la differenza”, nonostante il diritto
di voto negato ai fuorisede. “Si apre una nuova stagione, una nuova primavera
politica dove i cittadini sono protagonisti, vogliono voltare pagina e chiedono
nuova politica più attenta alle persone e meno a tutelare i politici dalle
inchieste”, rimarca Conte che ha marciato compatto con il suo partito. Qualche
distinguo, invece, c’era stato nel Partito Democratico con l’ala riformista che
aveva annunciato il proprio voto per il Sì, a iniziare da Pina Picierno. La
segretaria glissa: “Voglio ringraziare il Pd che si è mobilitato compatto. I
nostri sono stati i più compatti sul No, rispetto ai partiti del centrodestra
sul Sì”.
Conte, invece, non chiude a Italia Viva quando si parla di perimetro
dell’alleanza: “Verrà definito rispetto ai programmi, alla politica estera, alla
giustizia, alle politiche sul lavoro, alla sanità. Ci confrontiamo costantemente
con i leader. Questa è una vittoria delle forze progressiste che hanno spinto
per il No. Ci confronteremo e vedremo chi genuinamente è disponibile davvero e
ha tutte le carte per poter partecipare”. Da domani, dice Nicola Fratoianni,
co-portavoce di Alleanza Verdi Sinistra, “cambia la musica” e sposa la necessità
di iniziare a guardare alle Politiche: “Mettiamo in campo un’alternativa,
prendiamoci un impegno, invece di cambiare la Costituzione impegniamoci per
attuarla. Se a partire da domani le opposizioni costruiscono una proposta
coraggiosa e la fanno vivere non solo nel Palazzo ma anche nel Paese, penso che
questo voto possa rappresentare un passo decisivo”.
L'articolo Referendum, Schlein e Conte: “Chiaro messaggio politico. Il Paese
chiede un’alternativa”. E aprono alle primarie proviene da Il Fatto Quotidiano.
La netta vittoria del ‘No‘ al Referendum costituzionale sulla riforma della
Giustizia trova ampio spazio sulla stampa straniera e in particolare sui media
europei. La chiave di lettura comune è che la presidente del Consiglio, Giorgia
Meloni, esca “indebolita” dall’esito delle urne. Questa è la lettura di Politico
Europe, che apre il suo portale online con il commento al voto italiano. “La
premier italiana Giorgia Meloni perde il referendum”, è il titolo dell’articolo,
che sottolinea come la sconfitta “indebolisce” la posizione politica di Meloni,
“soprattutto in vista delle elezioni previste entro la fine del prossimo anno”.
Sulla stessa linea anche il britannico The Guardian, che a sua volta dedica
molta rilevanza alla vittoria del No, subito sotto l’apertura sulla guerra in
Medioriente. “La sconfitta al referendum rende Meloni più vulnerabile
politicamente”, si legge. Mentre sempre da Londra il Financial Times parla di
“sonora battuta d’arresto” per la premier e il governo. Anche in Francia è alta
l’attenzione per quello che è successo alle urne in Italia. Per il progressista
Le Monde il referendum italiano è la seconda notizia di giornata. La lettura è
chiara: “Questo fallimento rappresenta comunque un duro colpo per il governo” di
Meloni. Analisi condivisa da Libération. Mentre anche il conservatore Le Figaro
ammette la “battuta d’arresto” di Meloni.
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THE GUARDIAN
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FINANCIAL TIMES
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POLITICO
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LE MONDE
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LIBERATION
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LE FIGARO
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DER SPIEGEL
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DIE WELT
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DIE ZEIT
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EL PAIS
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EL MUNDO
In Germania Der Spiegel parla di “pesante sconfitta” e di una premier “delusa”
in quanto la sua “controversa” riforma della giustizia è stata bocciata in un
referendum con un’affluenza alle urne “degna di nota”. Die Zeit sottolinea: “I
piani di riforma giudiziaria della premier italiana Giorgia Meloni sono
falliti“. In Spagna El Pais mette in luce come la vittoria del ‘No’ al
referendum sia “la prima sconfitta elettorale in tre anni” di Meloni. Un segnale
“di stanchezza senza precedenti in vista delle elezioni generali del 2027″,
conclude il giornale spagnolo. Infine, anche El Mundo (area centrodestra) dà
rilevanza all’esito del referendum. L’analisi sottolinea come la premier rimarrà
al suo posto. Ma la conclusione è sempre la stessa: “Gli italiani hanno scelto
di mantenere intatta la Costituzione“.
L'articolo Referendum, ampio spazio alla vittoria del No sulla stampa estera:
“Meloni più vulnerabile, pesante sconfitta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Su Giorgia Meloni si abbattono le rovine di questo referendum. Più che la sua
leadership nel centrodestra sarà in discussione la propria capacità di resistere
a palazzo Chigi anche nella prossima legislatura. Fino a ieri (forse fino alle
15 di oggi) la sua personalità è parsa così forte che persino l’opposizione non
ha mosso parola quando lei ha spiegato che non si sarebbe dimessa in caso di
sconfitta al referendum. Troppo forte lei, troppo diviso e ancora fragile il
campo largo.
Invece questo risultato non offre solo un giudizio pesante sulla riforma della
magistratura ma ha illustrato che gli italiani, quando ritengono che la posta in
gioco sia alta, scendono in campo, corrono al voto e decidono. E la quantità di
elettori, di molto superiore alle attese, aggiunge sale alle ferite di Giorgia.
Le crepe della sua leadership oggi sono evidenti, la sua popolarità è in caduta
libera (siamo al 32 per cento di chi apprezza), la sua forza è nettamente
ridimensionata.
Adesso – ancor prima di fare i conti con il centrosinistra – la presidente del
Consiglio deve mettere ordine nel proprio partito dove gli scandali si
susseguono e l’ultimo, quello che vede al centro il sottosegretario Delmastro, è
di una gravità senza pari. Poi dovrà regolare i patti con gli alleati i cui
segni di nervosismo sono già visibili e le dissociazioni saranno prevedibilmente
numerose nel prossimo futuro. Infine, ma non per ultimo, Meloni dovrà decidere
come posizionarsi con Donald Trump. Il trumpismo si è infatti trasformato nella
malattia autoimmune della destra europea, un’infezione cioè. Il costo
dell’alleanza con il tycoon americano sta divenendo insopportabile.
L'articolo Il volto di Giorgia Meloni sulle rovine di questo Referendum: la sua
forza è ridimensionata proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti,
come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso
il popolo italiano e verso l’Italia”. Lo ha detto in un videomessaggio la
presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dopo la vittoria del No al referendum
sulla giustizia.
“Resta chiaramente il rammarico – ha aggiunto parlando all’aperto, con una siepe
alle spalle – per un’occasione persa di modernizzare l’Italia ma questo non
cambia il nostro impegno. Il governo ha fatto quello che aveva promesso, portare
avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma
elettorale”.
L'articolo Referendum, Meloni dopo la sconfitta: “Gli italiani hanno deciso e
noi rispettiamo la loro scelta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’affluenza è una buona notizia, in generale la democrazia è una buona
notizia”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lasciando il seggio
della Scuola Primaria Rosalba Carriera, in zona Spinaceto, dove ha votato in
tarda mattinata, ha risposto ai cronisti che le chiedevano un commento ai dati
sull’affluenza.
Il riferimento della leader di FdI è al dato dell’affluenza, più alto rispetto
alle attese.
L'articolo Referendum, Meloni al seggio per il voto: “L’affluenza è una buona
notizia” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una leggenda che aleggia sulle politiche di Giorgia Meloni sulla giustizia:
la presunta linea di continuità tra il suo operato e quello della destra
legalitaria “legge e ordine” del Movimento Sociale Italiano, nella cui
tradizione affondano le radici del partito della premier. Limitando lo sguardo
al terreno specifico del referendum costituzionale sulla magistratura, questa
narrazione si rivela a dir poco fuorviante. Per comprenderlo, è sufficiente
consultare la proposta di legge costituzionale, presentata alla camera il 23
luglio 1971 (prima firma Giorgio Almirante), attraverso cui i deputati del MSI
intendevano riformare l’ordinamento giudiziario. Già allora si denunciava un
Consiglio superiore della Magistratura “politicizzato” dalle correnti, ma le
soluzioni che quella destra prevedeva – pur nella loro criticità – erano
ontologicamente diverse da quelle proposte da Meloni e dal suo Guardasigilli
Carlo Nordio.
Il testo del 1971 è assai eloquente, perché rappresenta l’esempio di una destra
che, della magistratura, intendeva primariamente tutelare l’ossatura portante:
l’unitarietà. Giudici e pm restavano infatti all’interno di un unico corpo,
formati dalla stessa cultura della giurisdizione, appartenenti alla stessa
carriera, reclutati con lo stesso concorso. Le modifiche proposte concernevano
invece la composizione del CSM: anche in quel caso, Almirante ipotizzò il
meccanismo del sorteggio per togliere peso alle correnti, ma esso avrebbe
investito solo specifiche figure di vertice: un presidente di corte d’appello,
un procuratore generale, un presidente di tribunale e un procuratore della
Repubblica. Al loro fianco, sarebbero invece rimasti nove magistrati eletti, a
garanzia della rappresentanza della categoria (un meccanismo che invece verrebbe
spazzato via dal sorteggio “puro” previsto dalla riforma Nordio per la
componente togata). Al contrario, la componente “laica” – e dunque diretta
emanazione della politica – sarebbe stata drasticamente ridimensionata: da otto
a soli due componenti. A ciò si aggiunge la scelta di eleggere un vicepresidente
«tra i magistrati eletti». Infine, la funzione disciplinare veniva sì sottratta
al CSM, ma affidata alla Corte di Cassazione a Sezioni Unite. Un organo super
partes, non certo l’Alta Corte Disciplinare concepita dagli attuali governanti,
con tutte le contraddizioni interne: un collegio che rischia di configurarsi
come un nuovo giudice speciale (vietato dall’art. 102 della Costituzione), la
possibile compressione delle garanzie di indipendenza e imparzialità dei suoi
componenti e l’impugnazione prevista solo davanti alla stessa Alta Corte (in
potenziale contrasto con l’art.111 della Costituzione, che ammette sempre il
ricorso in Cassazione per violazione di legge).
Molte sono le sue “forzature”, ma il documento che porta la firma e lo spirito
della destra di Almirante – tradizione politica a cui la Meloni ha sempre
dichiarato di ispirarsi – dimostra chiaramente come la magistratura venisse
considerata come un presidio istituzionale, non come un nemico da colpire,
delegittimare o ridimensionare. Il giudice palermitano Paolo Borsellino, che
continua a essere inserito nel pantheon di Fratelli D’Italia proprio per la sua
assodata vicinanza agli ambienti della destra legalitaria e sociale ai tempi
della prima repubblica, sulla separazione delle carriere e le offensive della
politica contro la magistratura aveva idee molto chiare: “Le ricorrenti
tentazioni del potere politico”, disse nel discorso tenuto a Marsala il 12
novembre 1987, “quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i
magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche
attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere non
incoraggiano certo i ‘giudici’, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare
verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”.
La destra di Giorgia Meloni, come hanno dimostrato i focosi attacchi sferrati da
molti dei suoi componenti alla magistratura nel corso di tutta la legislatura,
con forti picchi durante la campagna referendaria, sembra invece aver smarrito
la strada tracciata dai suoi padri politici. Il percorso degli ultimi anni è
apparso organico: abolizione del reato di abuso d’ufficio, ridimensionamento del
reato di traffico di influenze illecite, cancellazione dei reati corruttivi
dalla lista dei reati ostativi ai benefici penitenziari, forti limiti alle
intercettazioni, ridimensionamento dei poteri della magistratura contabile, solo
per citare le tappe più indicative. Ora, con l’ultimo tassello della riforma del
CSM, la direzione è ancora più chiara: puntare all’indebolimento e alla
frammentazione del potere giudiziario. In vista di una “resa dei conti” che, mai
come oggi, appare alle porte.
di Stefano Baudino
L'articolo Referendum, neanche la riforma di Almirante del 1971 prevedeva la
separazione delle carriere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Avvicina la premier Giorgia Meloni, le chiede un selfie e mentre lei sorride le
diche con un sorriso un po’ beffardo: “Io però voto no al referendum, mi
dispiace. Il mio primo voto è un no”. La presidente del Consiglio prima chiede:
“Come voti no?”, poi per due volte ripete: “È la democrazia“.
Protagonista del video un 18enne il cui video ha cominciato a essere sabato
pomeriggio sui social. Il filmato di Filippo Moini ripubblicato su TikTok è
diventato subito virale con i commenti più disparati. In breve è comparso su
Facebook, Twitter e altre piattaforma. In fondo è la democrazia.
L'articolo “Io però voto no al referendum”, 18enne avvicina Giorgia Meloni per
un selfie. La premier: “Come voti no? È la democrazia” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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