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Il dolcevita della resa: Giorgia Meloni adotta il “grigio Ferragni”, i ‘meme’ con il confronto sono virali sui social
C’è un prima e un dopo nella storia recente della comunicazione italiana, e ha il colore neutro della cenere. Da quando Chiara Ferragni è apparsa sui social per chiedere scusa all’indomani del Pandoro Gate, il grigio non è più solo una sfumatura cromatica nel guardaroba, ma è diventato il codice visivo della contrizione pubblica. Un vero e proprio “format” dell’ammenda a cui, consapevolmente o meno, sembra essersi adeguata anche Giorgia Meloni per metabolizzare la sua prima, vera battuta d’arresto. A poche ore dalla sonora bocciatura della sua riforma della giustizia con la vittoria del “no” al referendum del 22 e 23 marzo, la Presidente del Consiglio si è presentata in video spogliata della sua consueta e vibrante carica dialettica. Niente scenografie istituzionali, inquadratura frontale in stile selfie, tono di voce basso, espressione stanca e, soprattutto, un dolcevita di un grigino spento e dimesso. E, come da copione, il popolo della rete non si è lasciato sfuggire l’assist visivo. Nel giro di poche ore, i “meme” con il confronto fotografico tra il dolcevita della premier e la celebre tuta dell’imprenditrice hanno invaso le piattaforme social, diventando immediatamente virali e trasformando la coincidenza cromatica in un inarrestabile tormentone ironico. L’immagine rimanda in modo chirurgico a quel video, ormai impresso nell’immaginario collettivo, in cui un’affranta Ferragni — struccata e avvolta in una tuta grigia — affrontò i follower all’esplodere dello scandalo Balocco. Una complessa vicenda giudiziaria da cui l’influencer è stata definitivamente assolta un paio di mesi fa, ma che ha lasciato in eredità un paradigma comunicativo inossidabile: un giorno sei in cima al mondo, il giorno dopo devi gestire un crollo. Per attutire l’urto e cercare empatia, si indossa l’umiltà del grigio. A certificare e cavalcare l’analogia è stata Selvaggia Lucarelli, la prima a notare pubblicamente il parallelismo. La firma del Fatto Quotidiano, che già nei giorni scorsi aveva punzecchiato la premier tracciando affinità comunicative con l’imprenditrice cremonese, ha rilanciato il video di Meloni affondando il colpo con una battuta fulminea e caustica: “Tuta grigia e ora divorzio da Fedez. Pure lei”. Una stilettata che non si limita all’analisi dell’outfit, ma che colpisce direttamente le ultime, discusse scelte mediatiche della leader di Fratelli d’Italia. Il riferimento di Lucarelli porta dritto alla vigilia del voto, quando Meloni è stata ospite di Fedez nel suo “Pulp Podcast”. Un’intervista in cui il rapper è apparso agli analisti fin troppo accomodante e privo di mordente nei confronti della premier, scatenando l’ironia dei social su un presunto “feeling intellettuale” tra i due. Lucarelli, che di recente aveva inquadrato la “virata a destra” di Fedez come un salvagente utile per galleggiare dopo il periodo delle frequentazioni opache con gli ultras e Fabrizio Corona, ha così chiuso il cerchio con una metafora perfetta. Il dolcevita grigio segna la fine dell’invulnerabilità di Meloni e preannuncia, ironicamente, un “divorzio” politico dal rapper: l’asse mediatico non ha portato i frutti sperati e la sponda compiacente del podcast non è bastata a salvare il referendum. Nel tribunale implacabile dei social, insomma, l’abito fa il monaco. E il grigio, oggi, significa solo una cosa: sconfitta. L'articolo Il dolcevita della resa: Giorgia Meloni adotta il “grigio Ferragni”, i ‘meme’ con il confronto sono virali sui social proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giorgia Meloni
Moda e Stile
Selvaggia Lucarelli
Dal 2006 al 2026, passando per il 2016. E’ “la legge del 6”: così gli italiani hanno detto No a tre referendum costituzionali
Non c’è due senza tre. Tre referendum costituzionali confermativi, precisamente uno ogni dieci anni, nel 2006, 2016 e ora 2026: tutti sonoramente bocciati. Il No vince sul Sì in occasione del referendum sulla giustizia spinto dal Governo Meloni nel 2026 e consegna alla storia la terza sconfitta per un referendum costituzionale. Il primo, in ordine di tempo, risale al 2006: il 25 e 26 giugno i cittadini italiani vennero chiamati a votare per “modifiche alla Parte II della Costituzione“. Le proposte, del governo uscente di centrodestra targato Berlusconi, portavano la firma dei “saggi di Lorenzago“: le maggiori modifiche riguardavano innanzitutto una riduzione del numero di deputati (da 630 a 518) e senatori (da 315 a 252) e una revisione dei compiti e delle differenze di ruolo tra Stato e regioni. La riforma prevedeva anche una riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica a favore del Presidente del Consiglio, così da raggiungere il progetto, sulla lista anche di Giorgia Meloni, del Premierato: ministri nominati o revocati dal Premier, potere di sciogliere le camere e altri fattori che attribuivano maggiore autonomia al Presidente del Consiglio. La riforma proponeva anche la fine del bicameralismo perfetto con una suddivisione dei compiti delle due camere. Il popolo fu chiaro e respinse le proposte con un voto al referendum negativo per il 61,29% e positivo per il 38,71% con un’affluenza al 52,46%. Le uniche regioni in cui prevalse il Sì furono Veneto e Lombardia, proprio come quest’anno. I partiti che si schierarono dalla parte del Sì, uscendo sconfitti, furono Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e Unione dei Democratici Cristiani e di Centro. Ma l’esito di quel referendum non sorprese nessuno, perché due mesi prima, nell’aprile 2006, si era aperta una nuova stagione politica con la vittoria del centrosinistra alle elezioni Politiche e l’elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Il governo che aveva approvato la riforma nel 2005 era guidato da Silvio Berlusconi, ma dal 17 maggio 2006, dopo elezioni, il Presidente del Consiglio era diventato Romano Prodi. Esattamente dieci anni dopo un altro referendum costituzionale bocciato dal popolo italiano: era il 4 dicembre 2016 e la riforma costituzionale Renzi-Boschi fu sonoramente bocciata. Matteo Renzi, premier del governo che aveva proposto la riforma referendaria, dopo il voto contrario del popolo mantenne la promessa di rassegnare le proprie dimissioni subito dopo la sconfitta (ma non mantenne la promessa di ritirarsi dalla politica). Il referendum mirava anche qui a superare il bicameralismo paritario a favore di un nuovo bicameralismo differenziato, l’abolizione dell’organo del Cnel e la modifica di linee guida per la gestione di conflitti di attribuzione fra Stato e regioni sull’esercizio della potestà legislativa, ridimensionando l’autonomia regionale. Una riforma con evidenti incongruenze e clamorose falle anche grammaticali nella scrittura dei testi. L’affluenza fu altissima, registrando un dato del 65,47% con il 40,88% dei voti favorevoli e il 59,12% contrari. Renzi dette le dimissioni dopo un referendum che si dimostrò essere un vero spartiacque nella storia politica recente dell’Italia. E dopo altri dieci anni giungiamo al 2026: gli italiani hanno votato domenica 22 e lunedì 23 marzo per confermare la legge costituzionale di iniziativa governativa, nota come “Riforma Nordio”. L’esito, è cronaca di queste ore. L'articolo Dal 2006 al 2026, passando per il 2016. E’ “la legge del 6”: così gli italiani hanno detto No a tre referendum costituzionali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giorgia Meloni
Referendum Giustizia
Referendum Costituzionale 2016
Referendum, Schlein e Conte: “Chiaro messaggio politico. Il Paese chiede un’alternativa”. E aprono alle primarie
Referendum Giustizia —% SÌ NO —% È il giorno dei sorrisi che vanno oltre la netta vittoria del No. Supportato dall’affluenza che ha gonfiato i numeri, fissando a quasi 14,5 milioni i voti dei contrari alla riforma, quasi 2 milioni di scarto, il centrosinistra festeggia guardando al futuro. Tutto da costruire, sia chiaro. Ma è un punto di partenza, il successo limpido del referendum. I leader di Pd e M5s – così come Avs – lo hanno ben chiaro in mente e ragionano su cosa accadrà da domani, su come capitalizzare il successo e le sue dimensioni inattese. Elly Schlein e Giuseppe Conte parlano a distanza, ma esprimono gli stessi concetti. Punto primo: il voto è un messaggio politico al governo. Punto due: il campo largo deve iniziare a guardare alle prossime elezioni, parlando di programmi. E c’è un’apertura totale alle primarie per scegliere il leader della coalizione. La base la butta il presidente del Movimento Cinque Stelle: “Ci apriamo alla prospettiva delle primarie, che siano veramente aperte come occasione per i cittadini di contribuire a una discussione ampia per individuare il candidato o la candidata più competitivo e il migliore interprete del programma”, dice appena si delinea la vittoria. Schlein raccoglie: “Ho sempre detto che in caso di primarie sarei stata disponibile”. Un’apertura, netta. Con un percorso da costruire: “Troveremo insieme le modalità per la costruzione del programma, andando verso di loro. Discuteremo di tutto. Modalità, tempi. Continuiamo a essere testardamente unitari. Batteremo Giorgia Meloni alle prossime elezioni Politiche”, dice la segretaria dem tutto d’un fiato. È la stessa strada indicata da Conte: “Oggi c’è un fatto nuovo. Questa primavera democratica all’insegna della partecipazione”, aveva iniziato indicando nelle primarie “il metodo migliore” per scegliere il leader della coalizione. “Non le segreterie di partito. Questa affluenza sta a significare che i cittadini vogliono scegliere e partecipare. Prima il programma, poi il percorso e poi individueremo l’interprete”, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio definendo “prematura” la sua presenza. “È una decisione che va presa con la mia comunità ma è giusto ci sia un rappresentante della comunità Cinque Stelle sennò che primarie sarebbero?”. E ha fatto i complimenti a Schlein: “Ha fatto un grande lavoro: dopo la stagione di Letta il Pd era un po’ fissato sull’agenda Draghi e questo ha fatto un po’ deragliare il partito”, mentre lei “lo ha compattato e le va dato atto”, definendo poi “giusto” che si candidi alle primarie. Si vedrà. Intanto è tempo di chiarire che il voto è andato oltre il semplice “no” alla riforma della giustizia. “È stato un No alla riforma, ma penso in parte anche all’arroganza di un governo che voleva cambiare la Costituzione da solo, non accettando che fosse cambiata nemmeno una virgola nel dibattito Parlamento”, ha chiarito Schlein chiedendo ora di “restate mobilitati” per “costruire insieme nei prossimi mesi l’alternativa”. Dalle dimensioni della partecipazione, “inattesa” secondo la leader dem, “arriva un messaggio politico chiaro a Meloni e al governo: ascoltino il Paese e le vere priorità”, attacca ed elenca caro vita e caro energia, le politiche industriali e la salute. “Ma è anche un messaggio per noi – aggiunge – Gli italiani difendono la Costituzione e vogliono una politica che la attui. Il Paese chiede un’alternativa e noi abbiamo la responsabilità di organizzarla”. Anche perché la “chiara, sonora, vittoria del No” – avvisa Conte – è un “avviso di sfratto al governo”. Entrambi sottolineano come il successo sia arrivato in rimonta e perfino che la giustizia si possa riformare, ma non così. Schlein sottolinea come i giovani abbiano “fatto la differenza”, nonostante il diritto di voto negato ai fuorisede. “Si apre una nuova stagione, una nuova primavera politica dove i cittadini sono protagonisti, vogliono voltare pagina e chiedono nuova politica più attenta alle persone e meno a tutelare i politici dalle inchieste”, rimarca Conte che ha marciato compatto con il suo partito. Qualche distinguo, invece, c’era stato nel Partito Democratico con l’ala riformista che aveva annunciato il proprio voto per il Sì, a iniziare da Pina Picierno. La segretaria glissa: “Voglio ringraziare il Pd che si è mobilitato compatto. I nostri sono stati i più compatti sul No, rispetto ai partiti del centrodestra sul Sì”. Conte, invece, non chiude a Italia Viva quando si parla di perimetro dell’alleanza: “Verrà definito rispetto ai programmi, alla politica estera, alla giustizia, alle politiche sul lavoro, alla sanità. Ci confrontiamo costantemente con i leader. Questa è una vittoria delle forze progressiste che hanno spinto per il No. Ci confronteremo e vedremo chi genuinamente è disponibile davvero e ha tutte le carte per poter partecipare”. Da domani, dice Nicola Fratoianni, co-portavoce di Alleanza Verdi Sinistra, “cambia la musica” e sposa la necessità di iniziare a guardare alle Politiche: “Mettiamo in campo un’alternativa, prendiamoci un impegno, invece di cambiare la Costituzione impegniamoci per attuarla. Se a partire da domani le opposizioni costruiscono una proposta coraggiosa e la fanno vivere non solo nel Palazzo ma anche nel Paese, penso che questo voto possa rappresentare un passo decisivo”. L'articolo Referendum, Schlein e Conte: “Chiaro messaggio politico. Il Paese chiede un’alternativa”. E aprono alle primarie proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Elly Schlein
Giorgia Meloni
Giuseppe Conte
Referendum Giustizia
Referendum, ampio spazio alla vittoria del No sulla stampa estera: “Meloni più vulnerabile, pesante sconfitta”
La netta vittoria del ‘No‘ al Referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia trova ampio spazio sulla stampa straniera e in particolare sui media europei. La chiave di lettura comune è che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, esca “indebolita” dall’esito delle urne. Questa è la lettura di Politico Europe, che apre il suo portale online con il commento al voto italiano. “La premier italiana Giorgia Meloni perde il referendum”, è il titolo dell’articolo, che sottolinea come la sconfitta “indebolisce” la posizione politica di Meloni, “soprattutto in vista delle elezioni previste entro la fine del prossimo anno”. Sulla stessa linea anche il britannico The Guardian, che a sua volta dedica molta rilevanza alla vittoria del No, subito sotto l’apertura sulla guerra in Medioriente. “La sconfitta al referendum rende Meloni più vulnerabile politicamente”, si legge. Mentre sempre da Londra il Financial Times parla di “sonora battuta d’arresto” per la premier e il governo. Anche in Francia è alta l’attenzione per quello che è successo alle urne in Italia. Per il progressista Le Monde il referendum italiano è la seconda notizia di giornata. La lettura è chiara: “Questo fallimento rappresenta comunque un duro colpo per il governo” di Meloni. Analisi condivisa da Libération. Mentre anche il conservatore Le Figaro ammette la “battuta d’arresto” di Meloni. ‹ › 1 / 11 THE GUARDIAN ‹ › 2 / 11 FINANCIAL TIMES ‹ › 3 / 11 POLITICO ‹ › 4 / 11 LE MONDE ‹ › 5 / 11 LIBERATION ‹ › 6 / 11 LE FIGARO ‹ › 7 / 11 DER SPIEGEL ‹ › 8 / 11 DIE WELT ‹ › 9 / 11 DIE ZEIT ‹ › 10 / 11 EL PAIS ‹ › 11 / 11 EL MUNDO In Germania Der Spiegel parla di “pesante sconfitta” e di una premier “delusa” in quanto la sua “controversa” riforma della giustizia è stata bocciata in un referendum con un’affluenza alle urne “degna di nota”. Die Zeit sottolinea: “I piani di riforma giudiziaria della premier italiana Giorgia Meloni sono falliti“. In Spagna El Pais mette in luce come la vittoria del ‘No’ al referendum sia “la prima sconfitta elettorale in tre anni” di Meloni. Un segnale “di stanchezza senza precedenti in vista delle elezioni generali del 2027″, conclude il giornale spagnolo. Infine, anche El Mundo (area centrodestra) dà rilevanza all’esito del referendum. L’analisi sottolinea come la premier rimarrà al suo posto. Ma la conclusione è sempre la stessa: “Gli italiani hanno scelto di mantenere intatta la Costituzione“. L'articolo Referendum, ampio spazio alla vittoria del No sulla stampa estera: “Meloni più vulnerabile, pesante sconfitta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giorgia Meloni
Referendum Giustizia
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Il volto di Giorgia Meloni sulle rovine di questo Referendum: la sua forza è ridimensionata
Su Giorgia Meloni si abbattono le rovine di questo referendum. Più che la sua leadership nel centrodestra sarà in discussione la propria capacità di resistere a palazzo Chigi anche nella prossima legislatura. Fino a ieri (forse fino alle 15 di oggi) la sua personalità è parsa così forte che persino l’opposizione non ha mosso parola quando lei ha spiegato che non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta al referendum. Troppo forte lei, troppo diviso e ancora fragile il campo largo. Invece questo risultato non offre solo un giudizio pesante sulla riforma della magistratura ma ha illustrato che gli italiani, quando ritengono che la posta in gioco sia alta, scendono in campo, corrono al voto e decidono. E la quantità di elettori, di molto superiore alle attese, aggiunge sale alle ferite di Giorgia. Le crepe della sua leadership oggi sono evidenti, la sua popolarità è in caduta libera (siamo al 32 per cento di chi apprezza), la sua forza è nettamente ridimensionata. Adesso – ancor prima di fare i conti con il centrosinistra – la presidente del Consiglio deve mettere ordine nel proprio partito dove gli scandali si susseguono e l’ultimo, quello che vede al centro il sottosegretario Delmastro, è di una gravità senza pari. Poi dovrà regolare i patti con gli alleati i cui segni di nervosismo sono già visibili e le dissociazioni saranno prevedibilmente numerose nel prossimo futuro. Infine, ma non per ultimo, Meloni dovrà decidere come posizionarsi con Donald Trump. Il trumpismo si è infatti trasformato nella malattia autoimmune della destra europea, un’infezione cioè. Il costo dell’alleanza con il tycoon americano sta divenendo insopportabile. L'articolo Il volto di Giorgia Meloni sulle rovine di questo Referendum: la sua forza è ridimensionata proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Meloni dopo la sconfitta: “Gli italiani hanno deciso e noi rispettiamo la loro scelta”
“Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia”. Lo ha detto in un videomessaggio la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia. “Resta chiaramente il rammarico – ha aggiunto parlando all’aperto, con una siepe alle spalle – per un’occasione persa di modernizzare l’Italia ma questo non cambia il nostro impegno. Il governo ha fatto quello che aveva promesso, portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale”. L'articolo Referendum, Meloni dopo la sconfitta: “Gli italiani hanno deciso e noi rispettiamo la loro scelta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Meloni al seggio per il voto: “L’affluenza è una buona notizia” – Video
“L’affluenza è una buona notizia, in generale la democrazia è una buona notizia”. Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lasciando il seggio della Scuola Primaria Rosalba Carriera, in zona Spinaceto, dove ha votato in tarda mattinata, ha risposto ai cronisti che le chiedevano un commento ai dati sull’affluenza. Il riferimento della leader di FdI è al dato dell’affluenza, più alto rispetto alle attese. L'articolo Referendum, Meloni al seggio per il voto: “L’affluenza è una buona notizia” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, neanche la riforma di Almirante del 1971 prevedeva la separazione delle carriere
C’è una leggenda che aleggia sulle politiche di Giorgia Meloni sulla giustizia: la presunta linea di continuità tra il suo operato e quello della destra legalitaria “legge e ordine” del Movimento Sociale Italiano, nella cui tradizione affondano le radici del partito della premier. Limitando lo sguardo al terreno specifico del referendum costituzionale sulla magistratura, questa narrazione si rivela a dir poco fuorviante. Per comprenderlo, è sufficiente consultare la proposta di legge costituzionale, presentata alla camera il 23 luglio 1971 (prima firma Giorgio Almirante), attraverso cui i deputati del MSI intendevano riformare l’ordinamento giudiziario. Già allora si denunciava un Consiglio superiore della Magistratura “politicizzato” dalle correnti, ma le soluzioni che quella destra prevedeva – pur nella loro criticità – erano ontologicamente diverse da quelle proposte da Meloni e dal suo Guardasigilli Carlo Nordio. Il testo del 1971 è assai eloquente, perché rappresenta l’esempio di una destra che, della magistratura, intendeva primariamente tutelare l’ossatura portante: l’unitarietà. Giudici e pm restavano infatti all’interno di un unico corpo, formati dalla stessa cultura della giurisdizione, appartenenti alla stessa carriera, reclutati con lo stesso concorso. Le modifiche proposte concernevano invece la composizione del CSM: anche in quel caso, Almirante ipotizzò il meccanismo del sorteggio per togliere peso alle correnti, ma esso avrebbe investito solo specifiche figure di vertice: un presidente di corte d’appello, un procuratore generale, un presidente di tribunale e un procuratore della Repubblica. Al loro fianco, sarebbero invece rimasti nove magistrati eletti, a garanzia della rappresentanza della categoria (un meccanismo che invece verrebbe spazzato via dal sorteggio “puro” previsto dalla riforma Nordio per la componente togata). Al contrario, la componente “laica” – e dunque diretta emanazione della politica – sarebbe stata drasticamente ridimensionata: da otto a soli due componenti. A ciò si aggiunge la scelta di eleggere un vicepresidente «tra i magistrati eletti». Infine, la funzione disciplinare veniva sì sottratta al CSM, ma affidata alla Corte di Cassazione a Sezioni Unite. Un organo super partes, non certo l’Alta Corte Disciplinare concepita dagli attuali governanti, con tutte le contraddizioni interne: un collegio che rischia di configurarsi come un nuovo giudice speciale (vietato dall’art. 102 della Costituzione), la possibile compressione delle garanzie di indipendenza e imparzialità dei suoi componenti e l’impugnazione prevista solo davanti alla stessa Alta Corte (in potenziale contrasto con l’art.111 della Costituzione, che ammette sempre il ricorso in Cassazione per violazione di legge). Molte sono le sue “forzature”, ma il documento che porta la firma e lo spirito della destra di Almirante – tradizione politica a cui la Meloni ha sempre dichiarato di ispirarsi – dimostra chiaramente come la magistratura venisse considerata come un presidio istituzionale, non come un nemico da colpire, delegittimare o ridimensionare. Il giudice palermitano Paolo Borsellino, che continua a essere inserito nel pantheon di Fratelli D’Italia proprio per la sua assodata vicinanza agli ambienti della destra legalitaria e sociale ai tempi della prima repubblica, sulla separazione delle carriere e le offensive della politica contro la magistratura aveva idee molto chiare: “Le ricorrenti tentazioni del potere politico”, disse nel discorso tenuto a Marsala il 12 novembre 1987, “quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere non incoraggiano certo i ‘giudici’, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”. La destra di Giorgia Meloni, come hanno dimostrato i focosi attacchi sferrati da molti dei suoi componenti alla magistratura nel corso di tutta la legislatura, con forti picchi durante la campagna referendaria, sembra invece aver smarrito la strada tracciata dai suoi padri politici. Il percorso degli ultimi anni è apparso organico: abolizione del reato di abuso d’ufficio, ridimensionamento del reato di traffico di influenze illecite, cancellazione dei reati corruttivi dalla lista dei reati ostativi ai benefici penitenziari, forti limiti alle intercettazioni, ridimensionamento dei poteri della magistratura contabile, solo per citare le tappe più indicative. Ora, con l’ultimo tassello della riforma del CSM, la direzione è ancora più chiara: puntare all’indebolimento e alla frammentazione del potere giudiziario. In vista di una “resa dei conti” che, mai come oggi, appare alle porte. di Stefano Baudino L'articolo Referendum, neanche la riforma di Almirante del 1971 prevedeva la separazione delle carriere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Io però voto no al referendum”, 18enne avvicina Giorgia Meloni per un selfie. La premier: “Come voti no? È la democrazia”
Avvicina la premier Giorgia Meloni, le chiede un selfie e mentre lei sorride le diche con un sorriso un po’ beffardo: “Io però voto no al referendum, mi dispiace. Il mio primo voto è un no”. La presidente del Consiglio prima chiede: “Come voti no?”, poi per due volte ripete: “È la democrazia“. Protagonista del video un 18enne il cui video ha cominciato a essere sabato pomeriggio sui social. Il filmato di Filippo Moini ripubblicato su TikTok è diventato subito virale con i commenti più disparati. In breve è comparso su Facebook, Twitter e altre piattaforma. In fondo è la democrazia. L'articolo “Io però voto no al referendum”, 18enne avvicina Giorgia Meloni per un selfie. La premier: “Come voti no? È la democrazia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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