Non c’è due senza tre. Tre referendum costituzionali confermativi, precisamente
uno ogni dieci anni, nel 2006, 2016 e ora 2026: tutti sonoramente bocciati. Il
No vince sul Sì in occasione del referendum sulla giustizia spinto dal Governo
Meloni nel 2026 e consegna alla storia la terza sconfitta per un referendum
costituzionale.
Il primo, in ordine di tempo, risale al 2006: il 25 e 26 giugno i cittadini
italiani vennero chiamati a votare per “modifiche alla Parte II della
Costituzione“. Le proposte, del governo uscente di centrodestra targato
Berlusconi, portavano la firma dei “saggi di Lorenzago“: le maggiori modifiche
riguardavano innanzitutto una riduzione del numero di deputati (da 630 a 518) e
senatori (da 315 a 252) e una revisione dei compiti e delle differenze di ruolo
tra Stato e regioni. La riforma prevedeva anche una riduzione dei poteri del
Presidente della Repubblica a favore del Presidente del Consiglio, così da
raggiungere il progetto, sulla lista anche di Giorgia Meloni, del Premierato:
ministri nominati o revocati dal Premier, potere di sciogliere le camere e altri
fattori che attribuivano maggiore autonomia al Presidente del Consiglio. La
riforma proponeva anche la fine del bicameralismo perfetto con una suddivisione
dei compiti delle due camere. Il popolo fu chiaro e respinse le proposte con un
voto al referendum negativo per il 61,29% e positivo per il 38,71% con
un’affluenza al 52,46%. Le uniche regioni in cui prevalse il Sì furono Veneto e
Lombardia, proprio come quest’anno. I partiti che si schierarono dalla parte del
Sì, uscendo sconfitti, furono Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e
Unione dei Democratici Cristiani e di Centro. Ma l’esito di quel referendum non
sorprese nessuno, perché due mesi prima, nell’aprile 2006, si era aperta una
nuova stagione politica con la vittoria del centrosinistra alle elezioni
Politiche e l’elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Il governo che aveva
approvato la riforma nel 2005 era guidato da Silvio Berlusconi, ma dal 17 maggio
2006, dopo elezioni, il Presidente del Consiglio era diventato Romano Prodi.
Esattamente dieci anni dopo un altro referendum costituzionale bocciato dal
popolo italiano: era il 4 dicembre 2016 e la riforma costituzionale Renzi-Boschi
fu sonoramente bocciata. Matteo Renzi, premier del governo che aveva proposto la
riforma referendaria, dopo il voto contrario del popolo mantenne la promessa di
rassegnare le proprie dimissioni subito dopo la sconfitta (ma non mantenne la
promessa di ritirarsi dalla politica). Il referendum mirava anche qui a superare
il bicameralismo paritario a favore di un nuovo bicameralismo differenziato,
l’abolizione dell’organo del Cnel e la modifica di linee guida per la gestione
di conflitti di attribuzione fra Stato e regioni sull’esercizio della potestà
legislativa, ridimensionando l’autonomia regionale. Una riforma con evidenti
incongruenze e clamorose falle anche grammaticali nella scrittura dei testi.
L’affluenza fu altissima, registrando un dato del 65,47% con il 40,88% dei voti
favorevoli e il 59,12% contrari. Renzi dette le dimissioni dopo un referendum
che si dimostrò essere un vero spartiacque nella storia politica recente
dell’Italia.
E dopo altri dieci anni giungiamo al 2026: gli italiani hanno votato domenica 22
e lunedì 23 marzo per confermare la legge costituzionale di iniziativa
governativa, nota come “Riforma Nordio”. L’esito, è cronaca di queste ore.
L'articolo Dal 2006 al 2026, passando per il 2016. E’ “la legge del 6”: così gli
italiani hanno detto No a tre referendum costituzionali proviene da Il Fatto
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