E sistono rovine romane che hanno poco in comune con i Fori imperiali, il
Colosseo e il Circo Massimo. Sono spazi progettati e costruiti da una modernità
fallimentare, fabbriche dismesse o uffici abbandonati che, dopo aver perso la
funzione originaria, hanno consentito la nascita e lo sviluppo di forme
imprevedibili dell’abitare e del vivere, in grado di fornire una risposta
concreta ai bisogni insoddisfatti dalla società. Spesso ciò è avvenuto grazie
all’invisibilità istituzionale di cui questi luoghi hanno goduto per decenni
che, in alcuni casi – come ad esempio per il Lago Bullicante all’ex SNIA Viscosa
– ha permesso la loro rinaturalizzazione. Ma soprattutto grazie all’attivazione
di comunità che hanno saputo occupare e reimmaginare gli spazi, a scopi
abitativi e non, e ancora oggi li difendono quando si trovano a rischio di
sopravvivenza, come è accaduto negli ultimi mesi per gli ex Mercati Generali e
per Spin Time.
La mostra Abitare le rovine del presente, visitabile al MACRO (Museo d’Arte
Contemporanea di Roma) fino al 10 maggio 2026, è dedicata a questo tipo di
esperienze di rigenerazione dal basso. L’esposizione prende avvio dal progetto
Agency for better living, presentato al Padiglione Austria della Biennale di
architettura di Venezia 2025, a cura di Sabine Pollak, Michael Obrist e Lorenzo
Romito, ed è stata riadattata e ampliata appositamente per gli spazi del museo
d’arte contemporanea di Roma. I curatori Giulia Fiocca e Lorenzo Romito sono
parte del collettivo di artisti, architetti e attivisti Stalker, che dal 1995
attraversa i luoghi abbandonati di Roma, cercando di ripensarli e trasformarli
insieme a chi li vive.
Abitare le rovine del presente non è solo una mostra, ma un dispositivo di
agentività (agency per il mondo anglosassone), un archivio e uno spazio di
negoziazione, nonché una forma di autonarrazione e, nell’intenzione dei
curatori, un possibile laboratorio permanente. La prima sala è dedicata alla
storia e raccoglie tre piani di lettura: un arazzo composto da striscioni e
slogan per il diritto alla casa occupa un’intera parete; sul lato opposto una
timeline testuale e fotografica ripercorre le tappe principali della questione
abitativa a Roma dal 1870 a oggi; al centro, tre frammenti di una colonna
coclide realizzati dall’artista Jessi Birtwistle con materiali di scarto,
denominati il “DNA di una lotta”, raccontano per immagini i momenti chiave della
lotta per l’abitare nella capitale.
Nella seconda sala una grande mappa realizzata da Stalker, insieme a IUR Map e
Scomodo, mostra tutti gli spazi chiusi, abbandonati o occupati della città. Al
centro c’è l’imponente Corviale, uno schedario in legno in cui sono inseriti
supporti estraibili e consultabili come faldoni. Ogni scheda racconta la storia
di uno spazio mappato e nove di queste — dedicate a Ararat, Casale De Merode,
Lago Bullicante ex Snia, ex Mercati Generali, Metropoliz, Porto Fluviale, Spin
Time, Quarticciolo, 4 Stelle Hotel — sono state ingrandite per offrire, insieme
ad altro materiale fotografico e di archivio, un quadro più approfondito di
alcune esperienze del presente. L’esposizione accoglie decine di contributi di
artiste e artisti ed è stata realizzata in dialogo con le realtà sociali
rappresentate, nonché all’interno di una di esse. Il materiale espositivo è
stato infatti assemblato nel MAd’O (Museo dell’Atto di Ospitalità), all’interno
dell’occupazione di Spin Time, in via di Santa Croce in Gerusalemme. È lì che
incontro entrambi i curatori.
Alla Biennale si è svolta una serie di incontri tra le istituzioni viennesi e le
realtà sociali romane. Come è nata l’idea di accostare Vienna, considerata un
modello virtuoso per essere riuscita a evitare la crisi abitativa, agli esempi
romani di rigenerazione dal basso?
Lorenzo Romito: La città di Vienna ha una storia istituzionale impeccabile: la
sua amministrazione ha saputo contenere l’interesse speculativo nel corso del
tempo e attuare politiche abitative efficaci. Questo ha contribuito a renderla
la prima città al mondo per la qualità della vita, primato che ha mantenuto per
diversi anni. Il fascino che esercita Roma sugli amici austriaci è quello di una
società imprevedibile che rattoppa, cambia, trasforma e trova soluzioni. Queste
due esperienze, che poi erano le competenze messe in campo rispettivamente da
Sabine Pollak e Michael Obrist, e da me con Stalker, ci sono sembrate
complementari e in grado di fornire una prospettiva per l’architettura.
Giulia Fiocca: Nel padiglione austriaco della Biennale le due esperienze erano
messe a confronto non perché l’una sia migliore dell’altra, ma affinché si
instaurasse un dialogo tra i due diversi modelli. Questo effettivamente è
accaduto tramite gli incontri, durante i quali abbiamo riflettuto sull’abitare,
non inteso solamente come possibilità di avere una casa, ma come diritto alla
città, che include tutti gli aspetti di cosa vuol dire abitare oggi, dal punto
di vista sociale e culturale.
Lorenzo Romito: La città del futuro, secondo noi, ha bisogno di questo: da una
parte una pianificazione consapevole che si sappia difendere dall’oppressione
del capitale internazionale, come quella viennese, dall’altra le energie di un
popolo in grado di lottare per un’idea di abitare che soddisfi i bisogni sociali
e culturali, come mostrano le esperienze dal basso a Roma. In Biennale gli
incontri sono stati il punto di tensione tra queste due prospettive: quella
dall’alto e quella dal basso.
Qual è il rapporto di Roma con le rovine, al di là della visione romantica?
LR: Le rovine sono delle forme architettoniche che hanno perso la funzione e
che, per varie circostanze, ne assumono un’altra. Nella biologia evolutiva
esiste qualcosa di simile: è un fenomeno che si chiama exaptation e che consente
alle forme evolutive di trovare un’altra funzione. Questo permette al processo
evolutivo di dare un grande ruolo alla non linearità, al caso, alla lotta per la
vita, al tentativo di coevolvere con un ambiente che non sempre si confà
all’abitare. Ciò permette anche di decostruire la logica positivista che
l’evoluzione sia un processo che avviene per selezione naturale, una sorta di
meritocrazia evolutiva. In realtà c’è il clinamen, come direbbe Lucrezio, cioè
qualcosa di incidentale che arricchisce questo processo. L’altro elemento è che
la rovina è anche il prodotto istituzionale di una serie di fallimenti, è una
produzione sistemica della pianificazione pubblica di questa città. Questo
sottintende il fatto che la Roma moderna non abbia consapevolezza della sua
stessa storia, della sua mitologia e dei suoi algoritmi, cioè delle sue capacità
di rigenerarsi.
Il mito ha un ruolo fondamentale nel vostro racconto. In che modo la mitologia
di Roma dialoga con la rigenerazione dei luoghi dal basso?
LR: Quando Enea sale sul Palatino per incontrare Evandro, re degli Arcadi, e
stringere con lui un’alleanza, l’anziano sovrano gli mostra le rovine su cui è
stato predetto che sorgerà Roma e sulle quali per ora si estende il suo regno.
Prima ancora che Roma nascesse, quindi, le rovine erano già presenti: la stessa
fondazione della città avviene attraverso la riappropriazione e il riuso delle
rovine. È in questa chiave che abbiamo voluto leggere il complesso mondo
dell’auto-organizzazione sociale di oggi. In particolare, abbiamo evocato tre
“algoritmi ecomitologici” a cui affidare ancora oggi la possibilità di
rigenerare Roma. Il primo è l’Asylum, il dar casa e cittadinanza agli stranieri,
come fece Romolo quando accolse gli esuli sul colle Capitolino per fondare la
città. Le occupazioni abitative di oggi sono la più grande risorsa nel
trattenere il disagio prodotto dalla mancanza di una vera e propria accoglienza
dei migranti in Italia. Di fatto, offrendo una casa e condividendo le scelte,
tramite l’assemblea, queste esperienze danno la cittadinanza agli stranieri,
proprio come faceva Romolo.
Il secondo elemento è il Latium, ovvero il rapporto mitico con la natura
selvatica, ad esempio quello con i “boschi sacri” che per gli antichi
costituivano un rischio, ma anche un’opportunità, e quindi venivano sacralizzati
perché fossero altro rispetto alla città. Roma, che nasce tra sette colli e
nell’alveo del Tevere, non è mai stata in contrapposizione alla natura. Anzi,
questa è stata un elemento fondamentale per lo sviluppo della città e lo è
ancora oggi.
Infine c’è il Mundus, un buco scavato nel centro cittadino, che aveva il ruolo
simbolico-sacrale di connettere il cielo alla terra e di diventare una porta
verso le energie del sottosuolo, includendo l’alterità delle forze infere. Era
anche il luogo in cui tutti i convenuti a fondare il popolo romano gettavano una
manciata di terra del proprio paese di provenienza e la mettevano in comune,
stabilendo un nuovo legame che non era autoctono o etnico, ma un legame di
volontà. Declinato sul presente, questo offre l’idea di una comunità di scelta,
che si apre all’immaginario e alla possibilità di essere una città eterna: senza
origine, e per questo senza fine.
A proposito della relazione della città con la natura, la questione si è
riproposta di recente con le proteste per alcune zone abbandonate degli ex
Mercati Generali, un’area pubblica molto vasta che si era rinaturalizzata
durante anni di abbandono e che ora è al centro di una speculazione privata.
GF: Gli ex Mercati Generali erano un ambiente naturale unico, ma una convenzione
firmata dal comune con una multinazionale ora prevede la realizzazione di dieci
nuovi edifici in otto ettari e la costruzione di uno studentato. La notizia ha
portato alla formazione di una comunità che si sta opponendo a questo progetto
speculativo su un’area pubblica. Questa non è una novità: i parchi pubblici
romani che conosciamo oggi, in realtà, non sono nati da una pianificazione
dall’alto ma dagli abitanti che li hanno in qualche modo liberati, difesi, ne
hanno riconosciuto il valore. L’ultimo caso è quello del Lago Bullicante,
all’interno dell’area dell’ex fabbrica SNIA Viscosa abbandonata, dove nel 1992,
a seguito della costruzione illegale di un albergo, si è formato un lago e la
natura si è ripresa il suo territorio. Grazie a una lotta trentennale degli
abitanti, quel posto oggi è pubblico. Mancano gli ultimi quattro ettari dei
quattordici iniziali, ma la storia va avanti.
LR: La modernità ha rotto il rapporto tra territorio e persone e mi sembra che
questa nuova lotta per la vita, umana e non umana, lo ridisegni in qualche modo.
Non è un caso che ciò accada proprio dove si verificano imprevedibili
rinaturalizzazioni, nuovi mirabilia urbis in cui le rovine di un centro
commerciale all’interno di un lago, circondate da un bosco e dai resti di una
fabbrica, disegnano una prospettiva immaginaria piena di potenziali letture:
quello del Lago Bullicante è uno spazio desiderabile, da colmare col desiderio.
Le varie comunità frammentate della modernità: migranti, anziani, studenti,
tribù digitali diverse, qui si rincontrano nella difesa e nella gestione attorno
a un luogo nuovo.
C’è stata anche una massiccia mobilitazione intorno a Spin Time, di fronte al
rischio sgombero.
LR: In questo c’è anche la volontà di sottrarsi all’estremismo capitalista
occidentale che vuole mettere tutto necessariamente a lavoro e sfruttarlo, ma
che si è rivelato devastante e inquinante. A Roma il processo di
industrializzazione ha fallito storicamente, per varie motivazioni, e questo ha
fatto sì che il centro della vita di questa città non sia mai stato il lavoro.
Davanti ai cambiamenti climatici, all’esigenza di passare da un’epoca a un’altra
e di scoprire un nuovo paradigma, forse la lettura della storia di Roma, dei
suoi margini, della sua realtà attuale e dei processi che vi hanno luogo,
l’antagonismo di Roma-Città-Mondo rispetto a Roma-Capitale, è una dialettica che
può portare a definire un modello di città diverso, che nasca attraverso
un’intelligenza collettiva, sociale e naturale.
Prima hai parlato di “produzione sistemica” di rovine da parte della
pianificazione della città di Roma. Cosa intendevi?
LR: Le rovine sono frutto di un’idea di spesa pubblica e di un sistema economico
che neanche mirano a essere produttivi. Dopo che Roma diventa capitale, inizia
un processo di demolizione del centro città che punta a far spazio ai monumenti
e al ceto borghese, che sarebbe diventato la nuova burocrazia nazionale. Il
centro si trasforma in un cantiere permanente: pensiamo a piazza Venezia, che è
il primo grande cantiere, con la costruzione dell’Altare della patria, e
continua a esserlo ancora oggi.
Nei tantissimi elementi di ricostruzione di questa storia moderna, quello che
cerchiamo di mettere in evidenza nella mostra è che a Roma si tocca il più alto
incremento di valore fondiario mai raggiunto in Europa fra il 1870 e il 1880,
prima della crisi della Banca di Roma. Un terreno che valeva tre lire quando
Roma diventa capitale viene venduto a sei lire dai grandi latifondisti al nuovo
capitale internazionale e del Nord, e quel terreno in capo a dieci anni ne varrà
cento. Questo tipo di accumulazione di valore, prodotta proprio dalla
speculazione, insieme all’espulsione delle classi popolari dal centro, comporta
che chi materialmente costruisce le case poi non vi ha accesso, né diritto di
abitarle. Così intorno a Roma si formano le capanne, poi le baracche, dove nei
decenni si stabiliscono i migranti interni e poi gli stranieri, fino alla presa
di possesso di rovine non abitative cui assistiamo oggi.
GF: Teniamo presente che la legge in vigore dal 1939 al 1961, ben dopo la fine
del fascismo, impediva di stabilire la residenza a chi non aveva un lavoro
ufficiale, e di trovare lavoro a chi non aveva la residenza. Il popolo che per
decenni costruisce e affolla le baracche, in altre parole, non ha diritti. Le
borgate si estendono molto a causa di questa legge: vivere al loro interno era
un modo di sopravvivere restando invisibili. In un certo senso, potremmo dire
che la marginalizzazione proviene da questa legge, e poi è proseguita con i
migranti stranieri, con la legge sulla cittadinanza, i problemi con la
residenza, il diritto al lavoro.
LR: Al tempo stesso, nella storia di Roma la produzione e la riappropriazione di
rovine è anche il modo in cui la città cambia. Pensiamo per esempio a piazza
Navona, che era un circo decaduto e abbandonato. Aveva perso la sua funzione,
trasformandosi in un’infrastruttura dove venivano appoggiate le assi delle
baracche, come si faceva all’Acquedotto Felice. Da queste baracche, con
l’evoluzione della città, sono nate abitazioni e palazzi. Nel Seicento, a dare
unitarietà e unicità e una piazza, che è un progetto quasi perfetto, è il
conflitto fra i due grandi architetti Bernini e Borromini. La loro
contrapposizione è il coronamento a un processo millenario di trasformazione.
Questa è la vera rigenerazione urbana a Roma: in questo senso dare valore alle
appropriazioni, alle forme di trasformazione, all’evoluzione prodotta dalla
lotta per la vita di chi cerca di abitare una città escludente, ha un suo senso
proprio. È il modo in cui Roma cambia. Invece gli architetti demiurghi, che
arrivano con grandi progetti dall’esterno, privi della consapevolezza del genius
loci, della storia locale e del contesto, sono destinati a produrre rovine.
Il dialogo con la storia nella mostra è costante. Penso al “DNA di una lotta”,
che richiama esplicitamente la Colonna Traiana. Come è nata quell’idea?
GF: La scelta di riprendere la Colonna Traiana è stata di Jessi Birtwistle, che
insieme a noi è attiva qui a Spin Time, e nasce dalla sua esplorazione della
città. Di fronte a quest’opera, testimonianza di potere di un imperatore alla
conquista della Dacia (la Romania di oggi), lei ha scelto di ribaltare la
simbologia. Ha utilizzato carta riciclata, un materiale fragile, tutt’altro che
eterno. E ha scelto di raccontare la lotta per la casa attraverso delle scene
che risultino comprensibili anche per chi viene dall’altra parte del mondo, o
per chi magari è analfabeta. Inizialmente la colonna avrebbe dovuto essere alta
sei metri, ma poi abbiamo scelto di lasciarla in tre frammenti, proprio per
riprendere l’idea delle rovine.
Come avete individuato le scene da raccontare?
GF: È stata un’elaborazione che abbiamo fatto insieme, studiando la storia della
lotta per la casa a Roma. Una storia invisibile, composta dalle vite di tante
persone, che scorre accanto alle vicende della città e dell’Italia nel
Novecento. Nella colonna si parte da Vittorio, migrante che arriva dalla
Calabria con la valigia di cartone, e poi si attraversano diverse epoche: una
prima fase, fino agli anni Ottanta, che è la migrazione interna, sono una
ventina di scene; il secondo frammento invece affronta la migrazione da ogni
parte del mondo. Inizia nel 1989, quando l’edificio dell’ex Pantanella a Porta
Maggiore viene occupato da circa tremila persone provenienti perlopiù dal
subcontinente indiano, espulse dal centro perché dovevano esserci i mondiali di
calcio del Novanta. Per alcuni mesi loro abitano quello che viene ribattezzato
Shish Mahal, Palazzo di cristallo ed è un momento di svolta nella relazione di
Roma con la migrazione: molte associazioni sono nate in quel contesto e sono
ancora oggi attive. Poi ci sono le migrazioni della comunità iraniana, di quella
afghana al binario 15 della stazione ostiense, della comunità curda di Ararat,
che è presente ancora oggi dall’occupazione del 1999, e le vicende più recenti,
come lo sgombero di via Cardinal Capranica.
La colonna di Jessi Birtwistle è complementare alla timeline che avete costruito
e aiuta nella scoperta della storia della lotta per la casa a Roma. In questo
caso come vi siete orientati?
LR: Abbiamo scelto di partire dal 1870, quando Roma diventa capitale d’Italia,
per raccontare la storia moderna della città in una prospettiva decoloniale. La
dominazione piemontese avrebbe voluto omologare Roma alle altre capitali,
borghesi, ottocentesche, liberali e capitaliste, ma questo processo non ha
funzionato, anche perché era subentrato il timore nei confronti del popolo, e
non si voleva un’industrializzazione che avrebbe portato a emancipare le classi
popolari attraverso il lavoro.
GF: Nella timeline abbiamo raccolto i passaggi fondamentali, affiancando a una
cronologia anche materiale di archivio e fotografico, per comprendere come gli
artisti nel tempo hanno rappresentato questa storia. Alcuni hanno scelto di
stare al fianco di chi ha lottato e ancora si batte per il diritto alla casa a
Roma. Non è una storia esaustiva, ma ci sono degli elementi che ricorrono, come
alcune pratiche che ritroviamo ancora oggi. Ad esempio, dall’inizio del
Novecento c’erano artisti e intellettuali che andavano a fare doposcuola ai
figli dei migranti nella campagna romana, i guitti, che venivano stagionalmente
nella campagna per lavorare. Tra loro c’erano Sibilla Aleramo, Duilio
Cambellotti e altri che hanno usato la propria arte anche per raccontare questa
esperienza.
Negli anni Settanta troviamo altre figure di studenti e intellettuali che
andavano a fare il doposcuola ai figli dei migranti provenienti per lo più
dall’Abruzzo e dal Sud Italia, che vivevano nelle borgate, e tuttora ci sono
persone che fanno doposcuola a bambine e bambini che vivono nelle occupazioni
abitative. Anche il ruolo delle donne ritorna: c’è la storia della partigiana
Carla Capponi, che nel dopoguerra si è impegnata nella lotta per la casa, ma ci
sono anche le vicende di tante donne che partecipavano ai picchetti e alle
manifestazioni davanti ai luoghi istituzionali, magari insieme ai loro figli,
per chiedere una casa, perché i mariti magari erano al lavoro, e loro si
trovavano a fronteggiare anche le forze dell’ordine.
Nella grande cartina di Roma della seconda sala avete mappato cento luoghi che
secondo voi rappresentano il potenziale della città: venti realtà sociali e
auto-organizzazioni, venti occupazioni abitative, venti luoghi di
rinaturalizzazione spontanea e quaranta luoghi abbandonati. Di questi, avete
scelto di raccontarne in particolare nove. Quali criteri vi hanno guidati?
GF: Le nove realtà rappresentate sono cinque occupazioni abitative, cui si
aggiungono il Quarticciolo, il centro socioculturale curdo Ararat, il Lago
Bullicante e gli ex Mercati Generali. Queste realtà hanno scelto di esserci e
hanno contribuito con il proprio racconto: in questo senso abbiamo cercato di
fare davvero un’autonarrazione. Come mostra la mappa, esistono moltissime altre
realtà che noi abbiamo conosciuto negli anni, anche grazie alle camminate delle
comunità temporanee con la scuola di urbanesimo nomade. Ma non tutte queste
realtà secondo noi andavano raccontate. Molti luoghi si sono preservati nel
tempo perché nessuno ha veramente “messo la firma” su di loro fino a un dato
momento. È successo con gli ex Mercati Generali, ad esempio. Adesso che sono
visibili è il momento di aumentare la loro visibilità, per salvaguardarli. Ma la
noncuranza, l’abbandono, le rovine continue di cui parlava Lorenzo, sono stati
la strategia per preservare alcuni di questi luoghi. Anche il Lago Bullicante è
stato invisibile, dal 1955 al 1992, prima che ci fosse il progetto del centro
commerciale. Dal momento in cui è diventato visibile, una comunità si è attivata
e allora lo abbiamo portato in mostra. Ci teniamo a mantenere l’idea che la
visibilità debba arrivare solo nel momento in cui è necessaria.
Tra le realtà che avete scelto di raccontare c’è l’esperienza del Quarticciolo.
GF: Sì, il Quarticciolo nasce come borgata virtuosa, a quattro chilometri dal
centro, con tutti i servizi, ma negli ultimi anni è stata abbandonata dalle
istituzioni ed è diventata una piazza di spaccio importante, con tutte le
questioni sociali e politiche connesse. Abbiamo voluto raccontare che lì c’è una
comunità che si auto-organizza e da alcuni anni ha una vera idea di cosa possa
essere una città: c’è un’occupazione all’ex Questura, il doposcuola, la palestra
popolare, il consultorio, l’ambulatorio sociale, la bottega per la serigrafia,
il mercato dei contadini una volta al mese. È una comunità che resiste.
Avete incluso anche il progetto del Porto Fluviale tra le realtà di
auto-organizzazione e rigenerazione dal basso.
GF: Quella è un’esperienza in cui l’istituzione ha capito il valore sociale
dell’occupazione e ha trasformato questo edificio in case popolari, grazie al
PNRR. Ora che il cantiere è finito, chi occupava potrà decidere se tornare o
meno. Inoltre la novità è che al piano terra sono stati organizzati degli spazi
di condivisione, come il ristorante, la zona per i bambini e il laboratorio
artigianale, che provengono dall’uso che si faceva di quei luoghi durante
l’occupazione. Però ora si apre il tema della gestione, come è emerso anche
dagli incontri che abbiamo fatto a Venezia. In un condominio privato ci si
organizza con l’assemblea di condominio, nelle occupazioni c’è un’assemblea di
gestione tra chi abita e chi frequenta i luoghi. Nelle case popolari in realtà
questo strumento non è previsto: bisogna capire se e come si può proporre lo
strumento dell’assemblea in questo nuovo ibrido di casa popolare che viene da
una storia di occupazione, condivisione e autogestione.
LR: Sì, questo è il paradosso di una società storicamente comunitaria come la
nostra, che invece ha un governo completamente centralizzato che non lascia
nessuno spazio di sussidiarietà, al contrario di quanto avviene per esempio a
Vienna o a Zurigo con le cooperative.
GF: Le cooperative a Roma hanno fallito purtroppo e in questo la storia di nuovo
ci può servire, a cominciare dall’esperienza dei borghetti, che a metà degli
anni Settanta sono stati demoliti e chiusi. Le persone si sono trasferite nelle
case popolari, dove comunque avevano una casa e non stavano nelle baracche, però
si è perso quel senso di comunità che c’era prima. Oggi qual è il passaggio?
Anche le persone che abitano in occupazioni abitative come questa di Spin Time
vogliono una casa popolare, ma ci domandiamo perché questa realtà non possa
trasformarsi in un progetto di un abitare innovativo, che sia anche una nuova
forma di condivisione sociale e culturale.
LR: Dobbiamo considerare che esperienze come queste, in qualche modo, sfidano
l’istituzione. Sfidano anche la possibilità stessa di essere istituite.
Prendiamo il Lago Bullicante, e ipotizziamo che diventi semplicemente un parco.
Chi starà ad ascoltare tutti quelli che vogliono realizzare lì progetti, chi
porterà i bambini per condividere il senso dell’esperienza, dove sarà
l’assemblea? Più che una mostra, la nostra proposta è quella di un dispositivo
che vuole avere un’agency, un’operatività nel processo, tant’è che ha costruito
al suo interno un’assemblea di incontro, uno spazio di relazione. La storia e i
suoi tre piani di lettura (la timeline, la colonna e l’arazzo) nella mostra
circondano lo spazio di negoziazione ‒ i cubi di cemento dove è possibile
sedersi a dialogare ‒ in modo tale da renderla operativa.
Infine, la mostra vuole costituirsi come archivio affinché questa storia non si
disperda, come accade a tutte le storie dei “vinti”. Agency, assemblea e
archivio sono gli strumenti operativi di elaborazione che suggeriamo in questo
processo di istituzionalizzazione dei processi sociali. È chiaro che il rischio
è enorme, perché tutto quello che viene istituzionalizzato rischia di diventare
banale, mentre finché questi luoghi non sono istituiti sono pieni di
possibilità. Però questa sfida va affrontata oggi, e serve un’istituzione in
grado di accoglierla. È la storia stessa a dirci che è tempo di un risarcimento,
di quello che viene chiamato urban repair.
Di cosa si tratta?
LR: È un concetto legato ai processi di decolonizzazione. Avendo provato a
tratteggiare la prospettiva di una lettura dello sviluppo della Roma moderna
come città coloniale, con processi di espulsione, di marginalizzazione, di messa
a valore del territorio, c’è da iniziare a pensare come si costruisce insieme la
città oggi, risarcendo la popolazione. Non si tratta di un nostalgico tornare
indietro, ma della pretesa di partecipare ai processi di trasformazione urbana,
perché questo modello segnato dalla speculazione ha prodotto una città dove ci
sono due milioni di macchine su tre milioni di abitanti e in cui le aspettative
di vita sono più basse rispetto ad altri luoghi, per l’inquinamento e per
l’assenza di spazi.
A che punto siamo con questo “risarcimento” secondo te?
LR: Le proteste per gli ex Mercati generali segnano la presa di coscienza
collettiva di una cittadinanza che non è più solo quella politicizzata o legata
storicamente ai movimenti di lotta per la casa, ma sta capendo il passaggio
evolutivo che questa nuova “finanziarizzazione” dell’urbanistica produce: il
privato caccia i cittadini da uno spazio pubblico che neanche compra, sul quale
investe soltanto, con un’amministrazione pubblica che lascia fare in nome di un
presunto interesse pubblico. Io credo che in questa nuova prospettiva
l’amministrazione debba porsi invece nella posizione di arbitro e di garante
degli interessi collettivi: i capitali privati servono, ma devono disegnare una
prospettiva di convivenza tra culture e con la natura, di risposta ai
cambiamenti climatici e alle trasformazioni sociali di cui ormai la cittadinanza
ha piena consapevolezza e in cui deve avere un ruolo determinante. Questa è la
rivoluzione che serve. La società è pronta, l’amministrazione mi sembra che
ancora non lo sia. Ci sono stati dei segnali di questa possibilità, la
trasformazione del Porto Fluviale ne è un esempio, ma l’urgenza è forte. Roma
deve diventare una capitale culturale in grado di riconoscere e limitare
l’ossessione del presente del capitalismo e restituire dignità alla storia, alle
narrazioni e alle possibilità di chi abita i luoghi.
Dove andrà la mostra adesso?
GF: Al momento abbiamo avuto richieste da Lecce e da Malmö, in Svezia. Ma per
noi resta sia un archivio sia un dispositivo per parlare della città e, se
rimanesse a Roma, potrebbe diventare un laboratorio permanente. Nell’archivio
che chiamiamo Corviale potrebbero entrare molti altri luoghi, e anche altre
schede potrebbero essere ingrandite e nuove storie approfondite.
LR: Sì, come diceva Giulia, la mostra potrebbe stare a Roma e diventare un
museo-laboratorio della trasformazione sociale. È un processo che sta andando
avanti ormai da tempo. Trent’anni fa Stalker è partita proprio intorno a
quest’idea semplice ma rivoluzionaria, poi socialmente condivisa piuttosto
attraverso Gilles Clément in Francia che non in Italia. Cioè che nelle pieghe
della città ci sia una serie di spazi “vuoti” che sono spazi di potenzialità e
in cui, soprattutto a Roma, si disegnano i luoghi del possibile. Nella latitanza
del controllo, la natura, quello che è escluso dalla città e quello che la città
ha lasciato ‒ che siano detriti, rovine, infrastrutture ‒ si combinano secondo
relazioni spontanee che esplorano il possibile e fanno emergere nuove forme di
correlazione non progettata.
Stalker è nato come pratica di esplorazione di questa dimensione altra della
città, di viaggiatori che si assumono la responsabilità di attraversare il muro
che rende invisibili questi spazi. A volte questa barriera è proprio
un’interdizione fisica, perché sono spazi dove è vietato andare; altre volte è
solo un fatto culturale: non ci vai perché non c’è niente, perché è “vuoto”, e
il loro attraversamento disegna geografie nuove del possibile. Da lì siamo
partiti, e in questi luoghi siamo poi tornati come i nomadi. Ci ha spinto il
desiderio di monitorare e aver cura, senza determinare, accompagnando i processi
di emersione spontanei, che generano ecosistemi e sistemi di relazioni nuove.
Poi da quando, con Giulia, abbiamo iniziato a costruire Primavera romana, al
percorso artistico si è affiancato anche l’aspetto sociale.
GF: Primavera romana è nata nel 2007 dall’idea di attraversare il territorio per
prendere coscienza di quello che c’è, e farlo con chi lo abita, andando oltre la
dimensione artistica e di ricerca, in un’accezione più sociale e politica.
Volevamo essere presenti con il corpo, con persone e comunità temporanee che
potessero attraversare il territorio alla scoperta, ma anche condividerlo ed
essere attive. Un approccio che si ritrova anche nella mostra.
Prima Lorenzo ha parlato dei luoghi abbandonati come “spazi da colmare col
desiderio”. È questa la chiave, il senso di queste esperienze di rigenerazione?
GF: Penso che desiderio e necessità siano le due parole chiave per comprendere
cosa ci spinge a creare e sostenere queste comunità di auto-organizzazione, che
nascono dal punto di incontro tra la necessità di avere una casa e dei servizi e
il desiderio di condividere e pensare una nuova idea di vivere la città. Tra
necessità e desiderio c’è veramente una visione della città.
LR: La necessità e il desiderio sono ciò che spinge all’immaginazione. La nostra
società crea falsi bisogni e si rivela così incapace di rispondere alle urgenze,
ma anche incapace di immaginare. Per il futuro delle nostre città dobbiamo
creare una società che inizi a dare ruolo alla pratica dell’abitare come forma
di cura, attenzione, come tempo e modalità altra. Saperla immaginare è
fondamentale.
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