P edalo attraverso il quartiere Prati, l’unico della città in cui le strade si
intersecano con rigore geometrico, formando non ammassi informi disposti a
casaccio, ma coerenti isolati poligonali. Arrivo di fronte al ponte Matteotti e
mi inserisco nell’apertura che porta alla ripida discesa diagonale attraverso
l’argine che spalleggia il Tevere. L’ingresso è sempre un po’ incerto,
transennato come se ci fossero dei perenni lavori in corso, in un modo che non
invita a entrare chi non conosce già chiaramente quell’accesso. Tengo saldi i
freni durante la catabasi attraverso la fitta vegetazione finché non vengo
risputato fuori: ora la mia bicicletta fila lungo la ciclabile accanto all’acqua
del fiume e la città rimbomba sopra di me. Gli alti argini riecheggiano il
frastuono romano, restituendolo smorzato e ovattato. Filo tagliando la città in
due, come fa il Tevere, incidendo il suo ventre mollo e argilloso. Il cambio di
livello è netto. Sopra di me gli strati si affastellano e si schiacciano
comprimendosi uno sull’altro come lattine: cemento, strade, semafori, strisce
pedonali e poi macchine, ambulanze, portoni, scale e poi ancora appartamenti,
palazzi, ospedali, villette e case popolari. Sotto: il primo taglio, quello del
fiume che ha inciso il paesaggio dividendolo in due e trasportando a valle le
prime rocce e detriti.
Immagino l’azione cinetica dell’acqua come mito e metafora ideale della
stratificazione, che ha avviato processi di addensamento della materia secondo
velocità e modalità differenti, dando luogo all’isola Tiberina e alle dighe
fatte di ramoscelli fabbricate dalle nutrie – e di cui le risme accumulate negli
uffici della burocrazia capitolina sono solo l’ultima progenie. Mi rendo conto
che questo improvviso cambio di livello, dall’incubo della stratificazione più
incistata allo spalancarsi della destratificazione più improbabile, è una delle
peculiari caratteristiche di Roma. Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle,
si tratta della capacità di rendere sensibile la città stessa come processo di
addensamento, produzione e crivellatura dello spazio, in bilico costante tra
claustrofobia ristagnante e capitolazione contro le forze che tenta di
governare. Solo ora che la taglio e la attraverso con la bicicletta, e per il
breve tempo di questo tragitto, la città sembra avere senso. Sembra che
conoscere e mappare questo spazio eteromorfo implichi l’impossibilità di
chiamarsi fuori dal gesto tramite cui lo si attraversa, contemporaneamente
scoprendolo, inventandolo e raccontandolo.
Nel recente libro di Francesco Careri, Camminare e fermarsi (2025), che
raccoglie gli articoli pubblicati dall’autore negli ultimi trent’anni a
proposito di pratiche che sperimentano con un’architettura immateriale e
relazionale, si trova un’efficace immagine della città come arcipelago. Il
concetto di arcipelago serve a Careri per spostare l’attenzione dai “pieni”
della città, come i tessuti e le strutture urbane, all’immenso “vuoto” che li
contiene. In questa prospettiva, i pieni del costruito diventano come isole di
un arcipelago il cui mare è il grande vuoto informe. Se pensiamo a questo mare
come a un continuum, in cui ai parchi e ai grandi vuoti urbani si aggiungono
tutte le terre di nessuno e tutti i margini infestati dai rovi, allora potremo
osservare come, mentre la città si sviluppa, “il vuoto continui a ramificarsi
alle varie scale, costituendo lo sfondo su cui galleggiano le strutture urbane,
che con un termine fisico possiamo chiamare clusters: ammassi informi in cui la
materia si concentra e si organizza in strutture”.
> Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle, si tratta della capacità di
> rendere sensibile la città stessa come processo di addensamento, produzione e
> crivellatura dello spazio, in bilico costante tra claustrofobia ristagnante e
> capitolazione contro le forze che tenta di governare.
Se ne guadagna una visione della forma urbana come un processo dinamico e
complesso, simile a quello della formazione delle nuvole e delle galassie, in
cui agiscono diverse forze locali spesso in contrasto tra loro che si mischiano
con l’azione pianificatrice di un’intelligenza centralizzata. Seguendo ancora
Careri, “uno dei risultati più interessanti di questo processo è la formazione
di un bordo irregolare attorno alla materia, che permette al vuoto di
inoltrarvisi. È un fenomeno che si può osservare chiaramente nelle aree
marginali, nelle zone periferiche, ancora non definitivamente strutturate, ma in
continua trasformazione”. Se il discorso può valere in generale, a Roma tutto
questo diventa ancora più evidente, data la maniera episodica e disarticolata
con cui è cresciuta la città (il più grande comune d’Europa, ma con una bassa
densità abitativa), segnata soprattutto dal boom economico degli anni Cinquanta.
Un’immagine, apparentemente distante ma molto efficace per descrivere questa
condizione, proviene da uno dei capitoli di un altro testo uscito recentemente
che tenta di affrontare la città proprio a partire di suoi interstizi: si tratta
del volume collettivo Roma. Guida alla selva (2025), e parte di una serie di
guide omonime rivolte anche ad altre città italiane. L’immagine è quella del
giardino dipinto di Villa Livia, descritta da Annalisa Metta. Per raggiungerla
occorre calarsi in un’altra discesa, questa volta all’interno della villa di
Livia Drusilla, rinvenuta a Prima Porta a metà Ottocento circa, fino ad arrivare
sotto la casa stessa. Lì, dove la temperatura è più bassa e l’umidità maggiore,
si trova una sala vuota e senza finestre, le cui pareti sono accuratamente
affrescate. Ma in quel posto così interno e claustrofobico, ciò che si trova
raffigurato è una fitta vegetazione in cui si confondono stagioni diverse e
specie sia domestiche che selvatiche, in cui le cime degli alberi sono piegate
dal vento e gli uccelli svolazzano. Si tratta di un giardino? Oppure il giardino
è la stanza e vediamo rappresentato esattamente ciò che inizia quando il
giardino finisce? Unica indicazione per orientarsi: una strana doppia recinzione
rappresentata nella parte bassa delle pareti. Al di qua della recinzione sorge
qualche albero, è questo il lato domestico? Ma basta alzare lo sguardo e tutte
le chiome si confondono, ci ritroviamo nella situazione di non saper più dire
“cosa in fondo distingua il giardino dalla selva”, eppure siamo dentro una casa,
luogo domestico per eccellenza.
Come indica Annalisa Metta, lo spettacolo non è né il giardino né la selva, ma
il loro contrasto; è “l’ambiguità, impossibile da risolversi, tra il trovarsi
dentro (nel giardino) o fuori (nella selva)”, dentro la casa ma fuori nelle
immagini. È proprio questa ambiguità a essere incarnata dalla città di Roma. Se
ogni città definisce il suo interno proiettando fuori un esterno per differenza,
qui i limiti sono vaghi, i bordi irregolari. La stratificazione dello spazio
urbano lascia continuamente intravedere le sue crepe e dai Fori Imperiali ai
peggiori centri commerciali in periferia è difficile non vedere lo stesso unico
tentativo di arredare una selva. In un bell’articolo apparso su Err, dedicato
proprio alle universalmente note buche nell’asfalto di Roma, Felice Cimatti ci
ricorda “che la possibilità del buco nel reale appare nel momento stesso in cui
si progetta di mettere in ordine il mondo”. Allora, nelle buche sull’asfalto che
perseguitano Roma, vediamo ogni volta “la fine della città, una fine che c’è
sempre stata – perché l’oggetto è da sempre ‘perduto’ –, una fine che non
finisce mai. E quindi ricomincia sempre. Una fine che non finisce, appunto, una
città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città, cioè un luogo umano
e civile”.
Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una
buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le
infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque dilagante.
Ogni strada, cantiere, autobus, metropolitana, vigile urbano è una macchina
neghentropica che si sforza di piegare i flussi per stilizzarli secondo una
precisa regola. Ma i flussi che attraversano Roma sono un ammasso instabile in
moto browniano, in cui si mischiano in un unico monstrum meteo avverso,
Vaticano, manifestazioni, derby, politica, sviluppo urbano incoerente e turismo
aggressivo, solo per nominarne alcuni. Lo sforzo e l’energia richiesti per
questo lavoro di resistenza contro il perenne rischio della fine della civiltà è
quotidianamente palpabile nell’aria, ma ciò che lo rende ancora più evidente è
uno sfondo di forme intorpidite e calcificate su cui si staglia. Non si tratta
solo dei monumenti storici e delle rovine ovunque presenti, ma di un “torvo
zuppone socioedilizio”, per riprendere le parole dell’ultimo romanzo di
Pecoraro. Uno sfondo di “statica placida silenziosa stupida stabile agiatezza”,
fatto di patrimoni piccoli e medi che si conservano senza diminuire e “che non
si vede perché non ama l’esibizione e spende con atavica prudenza”. Un unico
fenomeno meteorologico, per il quale non esistono modelli adeguati di
previsione, in cui caos e indolente inerzia si affrontano tra loro.
> Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una
> buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le
> infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque
> dilagante.
Sforzandoci di trovare degli aspetti positivi di questa meteorologia potremmo
dire che, mentre crea infiniti problemi di viabilità, resiste anche a un eccesso
di civilizzazione e in alcuni punti e momenti imprevedibili è capace di
confondere i piani che preferiremmo comprendere tramite differenze gerarchiche.
Accadeva già con Caravaggio, che notoriamente utilizzava modelli presi dalla
strada per realizzare i suoi quadri. Nella Madonna dei pellegrini, ricorda per
esempio Francesco Careri, non solo la modella utilizzata per la Madonna scalza
era una prostituta amante del pittore, ma anche i due pellegrini inginocchiati
in basso con i piedi fangosi sono un Rom e una Romì che frequentavano la casa di
Caravaggio. Lo ha reso magnificamente lo storico dell’arte Roberto Longhi quando
ha scritto che il pittore prendeva come riferimento né i migliori né i peggiori,
ma semplicemente i suoi simili “traendoli da quello stato di feriale umanità
dove si custodisce una quasi immanente autorità dei gesti e di sentimenti anche
nei passi più estremi”.
Così, in una scena come quella della Deposizione, Longhi fa emergere dallo
sfondo un gruppo composto da “gente che par quasi di conoscere: forse il
portatore che sta per Nicodemo chissà quanti l’avranno allora ravvisato per
qualche famoso incollatore di pesi, sempre all’angolo di piazza Navona”. Questa
divagazione può forse dare una sensazione più vivida di come a Roma la
civilizzazione, o addirittura il sacro, non cessa di mischiarsi con uno “stato
di feriale umanità”: non credo sia esagerato ritrovare qualcosa di simile nella
luce di mezzogiorno, calda anche a metà dicembre, che unisce ai tavolini del
Caffè Tevere studentesse e studenti dello IED, muratori e agenti immobiliari. E
la terza categoria sta lì a ricordare quel rischio sempre dietro l’angolo che
Nicodemo e l’incollatore smettano di riconoscersi a vicenda.
La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma per
fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è
camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che
attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare da
ciò che incontra. Camminando non siamo più presi nei sistemi di flusso che
gestiscono e traducono le forze in delle forme e possiamo finalmente notarli
mentre si sforzano di compattare i diagrammi instabili che da ogni parte
attraversano il tessuto urbano. Muovendosi dentro all’insondabile
iperogetto-Roma, le camminate del collettivo Stalker, raccontate nel testo di
Careri, hanno cercato di ricomprendere la città tracciando delle relazioni dal
basso e cercando di connettere ciò che era rimasto fuori dalle interfacce
maggiori, immaginando nuovi modi per descrivere e raccontare il territorio.
> La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma
> per fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è
> camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che
> attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare
> da ciò che incontra.
Esemplificativo della complessità del territorio romano e della necessità di
farne un’esperienza non stereotipata è senza dubbio il GRA, il Grande Raccordo
Anulare, l’immane anello d’asfalto lungo sessantanove chilometri a quattro
corsie per senso di marcia. Un artefatto quasi alieno se si pensa che la sua
costruzione è stata avviata nel 1946, quando il traffico nella città era quasi
inesistente. La costruzione del GRA segna un prima e un dopo nell’evoluzione
della città, un salto di scala che galleggia inizialmente nel nulla della
campagna romana. Giustamente, si chiede Valerio Mattioli in Remoria (2019), “a
cosa mai poteva servire una roba del genere? l’unica risposta sensata era ‘a
nulla’, e infatti il gra si presenta da subito non come un’infrastruttura ma
come una specie di piatto totem, di faraonico monumento orizzontale”.
Stalker sceglie di percorrerlo a piedi nel 2009, distribuendo l’impresa in
tredici tratte compiute in quattro mesi per un totale di 220 chilometri.
Un’impresa che potrebbe apparire sconsiderata, ma sicuramente non meno del GRA
stesso, che fin dall’inizio rivela il suo aspetto per l’appunto “non funzionale
e meramente performativo”. Il giro del GRA a piedi diventa quindi “un’opera
seconda, che usa il GRA come supporto”. Camminare attraverso il faraonico
monumento orizzontale diventa il modo per fare un’esperienza sensibile e
tangibile di mutamenti del territorio a cui sarebbe altrimenti difficile dare
una reale consistenza semplicemente sfogliando un libro o dentro un’aula
universitaria. Parole come “svendita del patrimonio pubblico”, “consumo del
suolo”, “discriminazione e spazi di eccezione” “gated communities” appaiono
finalmente in tre dimensioni perché ci si deve camminare attraverso.
Ma ancora prima di tutto ciò, l’esperienza più significativa che Careri racconta
di aver fatto durante il giro del GRA a piedi, è l’aver visto e percepito
esattamente il punto in cui, tra Castel Giubileo e Bufalotta, la terra della
campagna romana, fatta di sterpi e rovi, veniva sommersa da “una terra di colore
uniforme a granulometria fine, un materiale omogeneo, senza macchie,
artificiale”. Un “atto primario di fondazione”, che avviene mutando la natura
della stessa terra, di cui percepisce le dimensioni. Una terra sulla terra per
chilometri e chilometri. Il punto qui chiaramente non è rimpiangere la campagna,
quanto piuttosto potersi fare un’idea sensibile di cosa significano certi
mutamenti del territorio e qual è la velocità a cui viaggiano.
> Camminare attraverso il faraonico monumento orizzontale del GRA diventa il
> modo per fare un’esperienza sensibile e tangibile di mutamenti del territorio
> a cui sarebbe altrimenti difficile dare una reale consistenza semplicemente
> sfogliando un libro o dentro un’aula universitaria.
Il GRA inverte i rapporti tra il centro e la periferia partorendo quella che
Mattioli definisce borgatasfera: non soltanto il compost di calce e asfalto che
costituisce l’arcipelago delle borgate che formano la periferia postbellica di
Roma, quanto “un’intensificazione di segni, umori e storie”, che produce con i
suoi gesti una narrazione e una visione antitetica rispetto a quella dominante,
imponendo la propria centralità su un organismo il cui centro storico, dopo
l’edificazione del GRA, diventa una minuscola parte del territorio complessivo.
Un decentramento talmente strutturale che ogni volta in cui un romano dice che
abita a Roma a qualcuno non della città si sente rivolgere l’indefettibile
domanda: “Ma Roma Roma?”, come se servisse ripetere due volte il nome della
città per garantirsi un posto in essa e tutelarsi da quella zona indistinta che
è Roma, detto solo una volta.
Per orientarsi nella borgatasfera il GRA diventa il mediatore principale attorno
al quale Mattioli fa ruotare una vera e propria mitologia di una Roma invertita
e per questo “remoriana”. La fantascienza dell’infrastruttura stradale si
mischia con la fantascienza del racconto che per orientarsi nel “blob” secreto
dall’anello d’asfalto ha bisogno di inventare un vero e proprio culto. Del testo
di Mattioli si può trovare qui sul Tascabile sia un estratto che una recensione,
per cui mi limito a notare come, non diversamente dalla pratica del camminare
portata avanti da Stalker, per narrare Roma in modo non stereotipato occorre
inventare nuovi percorsi, nuove pieghe, nuovi buchi che facciano emergere ciò
che finora è rimasto escluso. Che si tratti di narrare o di camminare, in ogni
caso la materia da modellare è uno spazio non indicizzato e non indicizzabile,
che si può conoscere solo mano a mano che lo si attraversa e nel mentre che lo
si attraversa e che, come la Zona, richiede per essere attraversato una
strategia o per lo meno un rituale.
È qui che si aprono nuove possibilità di intendere ed abitare lo spazio che
incarnano un’idea di spazio bucato irriducibile a quella di buco e crepa nella
struttura descritto da Cimatti. Penso al concetto di spazio bucato descritto
brevemente da Deleuze e Guattari in Mille piani (1980), ma rimasto forse un po’
all’ombra delle più note figure dello spazio liscio nomade e dello spazio
striato sedentario. Per comprendere la posizione intermedia tra i due dello
spazio bucato, bisogna intendere il bucare come quell’operazione primaria che
estrae e plasma la materia seguendo i giacimenti e che per questo è associata
dagli autori alla metallurgia. Il gesto della metallurgia è infatti quello che
dà forma all’informe, che scopre le caratteristiche intrinseche della materia e
le prolunga attraverso specifiche operazioni. La peculiarità della metallurgia
sta quindi nell’esemplificare la possibilità di accedere al plasmare come verbo
che informa ogni plasmato; ecco perché Deleuze e Guattari paragonano la
metallurgia –in modo solo apparentemente improvviso – alla musica: “se la
metallurgia è in un rapporto essenziale con la musica, non è soltanto per via
dei rumori della fucina, ma in virtù della tendenza, che attraversa le due arti,
a far valere al di là delle forme separate uno sviluppo continuo della forma, al
di là delle materie variabili una variazione continua della materia: un
cromatismo allargato trascina contemporaneamente la musica e la metallurgia; il
fabbro musicale è il primo ‘trasformatore’”. Un buco allora sfrutta le
rientranze d’ombra e le irregolarità del territorio per inventare un primo
intorno capace di orientare intorno a sé lo spazio. Chi sa scovare o scavare un
buco accede alle possibilità virtuali del mondo di sotto per disegnare nuovi
contorni possibili solo parzialmente in contatto con il mondo di sopra. Diventa
quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei lembi particolarmente
predisposti a essere bucati. Concludiamo allora con due esempi di due pratiche
del bucare.
> Chi sa scovare o scavare un buco accede alle possibilità virtuali del mondo di
> sotto per disegnare nuovi contorni possibili solo parzialmente in contatto con
> il mondo di sopra. Diventa quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei
> lembi particolarmente predisposti a essere bucati.
Siamo ad agosto quando il giorno condanna a lunghe ore di caldo insopportabile.
Capita, durante la notte, che un generatore venga collocato in un punto
specifico del Parco degli Acquedotti, un po’ in disparte rispetto al gruppetto
di persone lì radunate. Ecco un esempio di trasformatore: lo si scopre a vibrare
su sé stesso solo quando ci si allontana un po’ dal fulcro della musica della
festa a cui sta dando vita. Vibrando trasforma la benzina in suono e dà vita a
una catena di altri trasformatori: dj, casse, persone che ballano, sostanze
psicoattive. Mediatori incastonati uno nell’altro attraverso cui passa uno
“sviluppo continuo della forma” che riarticola intorno a sé lo spazio e il
tempo. Il buco nel tessuto ordinario dello spazio-tempo diventa evidente quando
con l’alba arrivano al parco i primi ciclisti e corridori che rallentano la loro
andatura increduli di fronte a quella bolla presente dinnanzi a loro ma ancora
sospesa altrove.
Lo stesso parco in cui si svolge la festa, o un altro, o una qualsiasi area
urbana incolta può servire anche per “infrattarsi”, data la “vocazione
morfologica all’ospitalità di pratiche sessuali” approfondita da Serena Olcuire
nel capitolo della Guida alla selva dedicato per l’appunto alle “geografie
dell’infratto”. Infrattarsi è un po’ come bucare lo spazio per inventare spazi
non regolati e non conformi secondo il senso comune dominante, dove
“soggettività extranormative, marginalizzate o oppresse hanno maggiori
possibilità di tessere relazioni”. Sono spazi bucati perché attingono alla
striatura del mondo di sopra, rappresentata per esempio dalle strade attraverso
cui passano i clienti, e allo stesso tempo ritagliano zone di privacy limitrofe
dove non vigono le regole consuete. Si tratta quindi, come per i free party agli
Acquedotti, di “processi attivi di significazione dei luoghi”, nonostante questo
valore non sia riconosciuto dal resto della città.
Lo testimonia il racconto di Alex, riportato nel capitolo, di quando
quest’ultima lavorava alle Terme di Caracalla – una zona del centro storico in
cui il verde del parco urbano si mischia con l’incuria delle rovine
archeologiche: “dalle tre e mezza fino alle cinque ci sedevamo lì perché il
lavoro era finito. E poi dalle cinque di nuovo, con quelli che si svegliavano e
iniziavano la giornata. Cominciavano ad arrivare i camionisti, e quelli che
appena apri la porta senti il riscaldamento, e profumano […]. Ay, finivamo
tardi, Gina Marcela si portava le ballerine e gli occhiali da sole. Perché lì a
Terme di Caracalla se ti metti le spalle di là vedi il giorno totale, il sole
che sta spuntando. I colori sono bellissimi, sono magici a quell’ora…”.
L'articolo Roma: pieghe, strati, buchi proviene da Il Tascabile.
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R accontando di una città che si rinnova pur mantenendo dentro di sé il germe
delle sue versioni precedenti, Italo Calvino descrive così Clarice, all’interno
delle sue Città invisibili (1972):
> farfalla suntuosa sgusciava dalla […] crisalide pezzente; la nuova abbondanza
> faceva traboccare la città di materiali edifici oggetti nuovi; […] Ogni nuova
> Clarice, compatta come un corpo vivente coi suoi odori e il suo respiro,
> sfoggia come un monile quel che resta delle antiche Clarici frammentarie e
> morte.
Quello di attribuire caratteristiche proprie delle creature viventi a uno
scenario urbano è un espediente letterario piuttosto comune: dalla Dublino di
James Joyce alla Jerusalem (Northampton) di Alan Moore, la città ci affascina al
punto che spesso le vogliamo conferire un’anima, una vitalità, persino
trasformandola in un vero e proprio personaggio della storia.
Giocare con le città (raccontandole, riprogettandole o immaginandole dal nulla)
non è un’attività di solo appannaggio della letteratura, ma anche
dell’urbanistica e della sociologia. In queste discipline la metafora della
città come organismo compare almeno da due secoli, con le prime avvisaglie che
emergono già nella filosofia materialista di fine Ottocento quando, per
analizzare la rapida industrializzazione e urbanizzazione della società,
l’urbanistica inizia a prendere in prestito concetti della biologia e della
fisiologia. Negli anni Sessanta questi concetti si consolidano nel termine
metabolismo urbano, usato per la prima volta per descrivere il flusso di entrata
e uscita di risorse naturali in una ipotetica città di un milione di abitanti.
Col tempo, questo filone con tanti nomi, declinazioni e progetti ha incorporato
anche elementi dell’ambientalismo, della cibernetica, dell’ingegneria
gestionale.
La città quindi non esiste più come un’entità separata a livello concettuale
dall’ambiente naturale, ma diventa un “antroma”, un bioma di origine antropica.
È natura a sua volta: un luogo pulsante, attivo, che respira, mangia, espelle
come se fosse cosa viva, in diretto contrasto con la concezione, ancora più
antica, della città come un macchinario da far funzionare, fatto di parti
meccaniche da riparare se si rompono. L’urbanistica organica cerca invece di
vedere la città in maniera olistica: non si concentra su un singolo edificio o
progetto urbano come se fossero ingranaggi sostituibili, ma li considera
nell’insieme, come organi dello stesso corpo. Una città smart ma non in quanto
iperconnessa e digitalizzata, bensì perché possiede quelle proprietà associate
all’intelligenza animale: capacità di adattamento, flessibilità, risoluzione dei
problemi per la propria sopravvivenza. Un luogo che quindi potrebbe, se così
organizzato, essere in grado di affrontare problematiche epocali, come quella
del cambiamento climatico, alla stregua delle altre creature viventi.
> L’urbanistica organica concepisce la città in maniera olistica: non si
> concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi
> sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo.
Partiamo da un esempio semplice: come un organismo, una città ha bisogno di
termoregolarsi a seconda delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Un
dipartimento di ricerca o un data center necessitano di fresco tutto l’anno per
mantenere una temperatura ottimale per server ed esperimenti; mentre una piscina
con annessa palestra deve riscaldare grandi ambienti durante le ore di attività.
Perché allora non progettare edifici in modo che il caldo sia condotto verso gli
ambienti freddi quando ne hanno bisogno, e viceversa? Perché non utilizzare
materiali che in qualche modo accumulino il caldo di giorno per rilasciarlo di
notte, e meccanismi di distribuzione del calore che allacciano un intero
quartiere?
La metodologia REAP (Rotterdam Energy Approach and Planning) in corso di
sperimentazione in alcune aree della città olandese, ad esempio, è incentrata
proprio sulla ridistribuzione dei flussi di energia e calore, con l’obiettivo di
ridurre la dipendenza della città di Rotterdam dai combustibili fossili e
raggiungere la carbon neutrality. Iniziative come CityLoops, finanziate
dall’Unione Europea, mirano invece a ridurre lo spreco di materiali di
costruzione e demolizione e di scarti alimentari rimettendoli in circolo, a
disposizione di altri progetti.
Logico, ma fin qui nemmeno troppo diverso dal concetto di economia circolare,
che porta con sé i propri limiti, anche semantici. L’economia circolare
sottintende un ritorno di investimento, una rimessa in circolazione delle
risorse garantendo un guadagno per le aziende coinvolte. L’efficienza di un
sistema è misurata in milioni di euro, che non sono sinonimi di tonnellate di
CO2 e nemmeno di salute ambientale o benessere collettivo. Anche se molti
progetti di urbanistica organica non sono incompatibili con un’economia
circolare, in quest’ultima la logica aziendale ed estrattiva permangono, e
continuano a fare a pugni con la termodinamica. A un certo punto il
reinvestimento non è più economicamente produttivo, sopravvengono i diminishing
returns (rendimenti decrescenti).
> Per le città, come per gli organismi viventi, un’iperspecializzazione potrebbe
> rivelarsi rischiosa, poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi
> inaspettate.
L’urbanismo organico promette qualcosa di diverso: quantificare, tracciare e se
possibile distribuire non i flussi monetari, ma quelli energetici e materiali.
Ecco allora spuntare elaborati diagrammi di flusso per rappresentare non solo i
sistemi energetici di intere città, ma anche la “dieta” di risorse di cui
necessitano, comprese quelle alimentari consumate dalla popolazione. Da questi
diagrammi gli urbanisti derivano versioni ancora più complesse, per
rappresentare una ipotetica versione ottimale di quegli stessi flussi di materia
ed energia. Teorie come quella dello swarm planning, invece che incentrarsi su
grandi opere, promuovono la progettazione di molteplici interventi di
urbanistica su piccola scala, coinvolgendo le comunità locali. Questi
interventi, concepiti in batteria e ognuno con una soluzione diversa, sono
predisposti in anticipo e pronti a essere implementati in maniera puntuale in
caso di necessità. L’idea è che, come per gli organismi viventi,
l’iperspecializzazione sia evolutivamente rischiosa poiché lascia il fianco
scoperto a catastrofi inaspettate, quando essere generalisti offre invece più
chance. Un approccio che vede le città come fragili e suscettibili a mutamenti
repentini, soprattutto in un’ottica di crisi climatica ed energetica, ma anche
capaci di adattarsi.
Alcuni ricercatori si sono anche spinti a calcolare il metabolismo di una città.
Uno studio ha registrato e analizzato il pattern metabolico (quante risorse
entrano, quanta energia si genera, quanti scarti vengono prodotti) delle quattro
principali città della Danimarca. Ne è emerso che, rispetto ad altre metropoli
di grandezza paragonabile, le città danesi hanno un profilo metabolico più
basso, che sono riuscite ulteriormente a ridurre negli ultimi anni. Studiare le
città come se fossero un organismo potrebbe quindi aiutarci a comprenderle
meglio, a concepire e architettare nuove modalità di funzionamento.
Non è difficile capire come l’urbanismo organico riesca a catturare
l’immaginazione, in particolare quella di ambientalisti ed ecologisti. Ma una
domanda sorge spontanea: che tipo di organismo è, una città? Se ha un profilo
metabolico, a quale creatura, nel regno dei viventi, assomiglia di più? Proviamo
a ipotizzare. Le città consumano tanta energia e generano molti scarti rispetto
alla loro massa: un profilo metabolico tipico di un piccolo animale molto mobile
e attivo, come un roditore o un colibrì. Ma le città, oltre ad avere una massa
enorme, sono anche sessili, assomigliando in questo molto di più a una massa
fungina o algale di enorme estensione, tipo un micelio sotterraneo che abbraccia
un’intera foresta. Se sono industrializzate producono anche molta energia, ma
non fissano la CO2 come gli organismi fotosintetici, e quindi non possono
neanche essere paragonate a loro. Non riconvertono gli scarti in materia fertile
come fanno i funghi, semmai ne producono di ulteriori. Forse assomigliano a un
qualche tipo di corallo, o una colonia batterica (viste dall’alto, sembrano
crescere proprio come loro) ma i batteri consumano il substrato sul quale si
trovano, mentre le città moderne e globalizzate hanno la capacità di trarre
risorse per il loro sostentamento dall’altra parte del pianeta.
E noi esseri umani che la abitiamo che cosa siamo, in questa similitudine?
Organismi separati, come simbionti che abitano il suo corpo colossale? Anche noi
una colonia batterica? Oppure un parassita che ne infesta le membra e che ne
detta le decisioni, una sorta di fungo Cordyceps su scala metropolitana? Siamo i
suoi neuroni?
> Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco
> conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare.
Dobbiamo purtroppo abbandonare questo esperimento mentale: non sembra esserci,
in natura, qualcosa di efficacemente paragonabile alle città, almeno a livello
metabolico. Peccato, perché ci avrebbe sicuramente aiutato a comprenderle
meglio, comparando le caratteristiche biologiche delle forme di vita a loro più
simili. Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora
poco conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare.
Forse è il caso invece di capire davvero se l’approccio organico all’urbanistica
sia sufficiente a farla funzionare meglio. Un organismo è fatto di sistemi e
tessuti ben organizzati che rispondono a un imperativo: la sua stessa
sopravvivenza. I tessuti di un organismo funzionale, tranne nel caso di un
cancro, non sono in competizione tra loro. Possiamo dire che funzioni così nelle
città di oggi? Se le diverse comunità, quartieri, edifici, istituzioni e aziende
sono le cellule di una stessa creatura, la loro attività è davvero corale e
organizzata? Definirle come tali non è sufficiente affinché una collaborazione
volta alla sopravvivenza collettiva abbia effettivamente luogo.
E le altre città? Finora abbiamo sorvolato sulla questione, ma si tratta di una
domanda fondamentale. Se le città sono organismi, vuol dire che esiste anche un
loro ecosistema: come vivono i membri di questo ecosistema? Come unità di una
sola colonia globale, oppure in aspra competizione tra loro per le risorse?
Esiste una catena alimentare con città produttrici e città consumatrici?
Ridisegnare una città come Milano, in modo che sia più sostenibile, più
vivibile, meno inquinata è di sicuro un vantaggio per gli abitanti di Milano ‒
ma per tutti gli altri? Non è ancora del tutto chiaro se l’efficienza metabolica
di una singola città si traduca in un miglioramento delle condizioni anche per
le città limitrofe o distanti. Da dove ha preso l’energia, dove finiscono i suoi
rifiuti? In un paradigma gestionale ed economico di tipo estrattivo, chi paga
davvero la bolletta dei lavori di rinnovo che rendono una metropoli più green?
Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi
in una ennesima rivisitazione del greenwashing, con una città che si dichiara
sostenibile perché riuscita a raggiungere la tanto agognata neutralità
metabolica al suo interno, a scapito dell’esterno. Un po’ come nel caso
dell’Europa, che ha “ridotto le sue emissioni” negli ultimi anni, perché ne ha
esternalizzato gli effetti sul Sud globale tramite il meccanismo del mercato
della CO2.
> Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi
> in un’operazione di greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile
> perché ha raggiunto una neutralità metabolica esternalizzandone i costi.
Gli scienziati che hanno provato a misurare il metabolismo delle città danesi
ammettono questo limite nello studio stesso: non ci sono abbastanza dati per
comprendere la portata dell’impatto ambientale che ha una città. Non tanto nella
città esaminata, bensì nel luogo da dove questa ha ottenuto le sue risorse
energetiche e materiali. Ed è altrettanto difficile capire, o anche solo
rintracciare, dove vanno a finire i flussi di materiale di scarto, le sue
emissioni. Il limite principale del concetto sta tutto qui: fino a dove si
estendono i confini della città-organismo? La sua pelle potrà corrispondere alle
linee di demarcazione municipali, ma la sua influenza è percepita ben oltre.
Per limiti tecnici, assenza di informazioni, e per evitare di confrontarsi con
una complessità di diversi ordini di grandezza maggiore, finora il metabolismo
urbano si è limitato a considerare la città come sistema chiuso, affrontando
questioni energetiche e ambientali a livello locale. Ma una città chiusa non può
essere davvero considerata un organismo, perché gli organismi non vivono in
isolamento.
Se si riuscirà a comprendere appieno la complessità ecosistemica delle città ‒
ed è una faccenda di una complessità enorme ‒ si potrà forse riuscire a
sviluppare un piano metabolico urbano su scala nazionale, se non addirittura
globale. Con relative misure di urbanistica da applicare sulla singola città a
seconda delle circostanze locali, tenendo in considerazione le aspettative di
impatto su quella città e su tutte le altre. Un’impresa titanica che richiede
una quantità spropositata di dati, modelli accurati, e soprattutto una decisa
volontà politica. Che sia fatta in maniera centralizzata o distribuita,
l’urbanistica organica richiede una pianificazione volta alla cooperazione, ed
entrambe queste parole sono lo spauracchio di più di una fazione politica.
> Finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema
> chiuso. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo,
> perché gli organismi non vivono in isolamento.
Senza una visione su larga scala, il metabolismo urbano rimane un concetto
importante ma incompleto: molto utile per risolvere problematiche locali, meno
per affrontare la sfida globale del cambiamento climatico. I suoi limiti sono
gli stessi dell’attuale approccio dominante alle questioni ecologiche, che
consiste nell’adottare soluzioni personali per quelle che sono faccende
sistemiche. Tocca quindi sperare che, anche in assenza di informazioni
sufficienti per pianificare un flusso metabolico su larghissima scala,
l’attività che ogni singola città può fare per rendere sé stessa più sostenibile
arriverà, in via incrementale, a rendere l’insieme delle città più vivibile. E
che l’ecosistema di queste città sia uno dove vige la collaborazione e non una
lotta efferata per le risorse.
Sempre nelle Città invisibili, Calvino descrive Leonia, un’altra città
ossessionata dal rinnovare di continuo sé stessa, e che in questa impresa
finisce per accumulare attorno a sé tonnellate di spazzatura, un confine di
rifiuti che la circonda come una instabile catena montuosa che rischia di
franare da un momento all’altro. E peggio di una Leonia c’è solo un mondo fatto
da tante città come questa, in competizione tra loro.
> Forse il mondo intero […] è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al
> centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee
> e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si
> puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
L'articolo La città come organismo proviene da Il Tascabile.
N el primo dei tre episodi che compongono il film Mystery Train di Jim Jarmusch
(1989), Mitsuko e Jun, una coppia di giovani giapponesi ossessionati da Elvis
Presley, giungono in un hotel di Memphis per intraprendere un pellegrinaggio
laico nei luoghi in cui è cresciuto il “re del rock and roll”. Quando arrivano,
è notte. Vengono accompagnati alla loro stanza dal facchino dell’albergo, posano
l’enorme valigia rossa sul letto ‒ l’unico bagaglio che hanno con sé ‒ e una
volta rimasti soli, si incagliano immediatamente in un tempo immobile, annoiato.
Seduta sul pavimento, Mitsuko si distrae incollando su un quadernetto immagini
di Elvis ritagliate da giornali, Jun comincia a scattare decine di fotografie
alla stanza. Incuriosita, Mitsuko gli chiede: “Perché fai foto solo alle stanze
in cui soggiorniamo e mai a quello che vediamo fuori mentre viaggiamo?” e Jun le
risponde: “Quelle altre cose sono nella mia memoria. Le camere d’albergo e gli
aeroporti sono le cose che dimenticherò”.
Luoghi e nonluoghi
Negli anni, non ho avuto la stessa lungimiranza di Jun e ho finito per
dimenticare molti luoghi. Come lui, mi riferisco alle camere d’albergo, così
come agli ostelli e agli Airbnb, ma più ci rifletto più mi accorgo di come
questa categoria di spazi abbia in tempi recenti cominciato a perdere la sua
specificità. Se un tempo rappresentavano un mondo a sé, quello della
transitorietà e della transazionalità dell’hospitality, oggi invece mi sembra si
confondano sempre più, almeno nella mia esperienza di vent’anni a zonzo per
l’Europa e non solo, con ciò che ho sempre identificato come “casa”‒ quel luogo
che, almeno sulla carta, dovrebbe incarnare un maggiore senso di appartenenza,
in qualità di spazio intimo, identitario.
Dopo aver rivisto Mystery Train, per giorni non ho potuto fare a meno di
ripensare alla filmografia di Jarmusch, e subito mi ha colpito la frequenza con
cui il regista, nei suoi primi film, abbia spesso scelto come ambientazione
spazi liminali: il taxi (Night on Earth, 1991), la prigione (Down by Law, 1986),
i motel, i bar e gli aeroporti (Stranger than Paradise, 1984). Il tipo di
luoghi, insomma, che Marc Augé mi ha educato dai tempi di un esame della
triennale a identificare come nonluoghi ‒ anche se è interessante notare come i
film appena menzionati siano antecedenti a questo concetto, visto che l’opera
del filosofo francese è stata pubblicata solo nel 1992. Questo mi ha fatto
pensare che Jarmusch avesse già intuito qualcosa su come alcuni luoghi non solo
rappresentino, ma inducano all’alienazione.
Naturalmente, le riflessioni sulla relazionalità degli spazi vissuti hanno
precedenti illustri. Penso agli spazi quotidiani dissezionati da Georges Perec,
alle eterotopie di Michel Foucault, alla liminalità dei luoghi rituali di Arnold
van Gennep prima, e Victor Turner poi: privato, politico, sociale. Tuttavia,
mentre proseguivo su questa linea di pensiero, qualcosa continuava a riportarmi
sulle stanze d’albergo e sull’idea di casa. Facendo avanti e indietro tra queste
due categorie distinte, questo andirivieni ha cominciato a sfumarne e consumarne
i contorni, e a renderle sempre meno distinte di quanto pensassi, per poi
cristallizzarsi in un sospetto: l’appartamento moderno sta forse sempre più
scivolando verso il nonluogo?
> L’appartamento moderno sta forse sempre più scivolando verso il nonluogo?
È una domanda audace, ne sono consapevole, ma nel porla mi avvalgo del benestare
di Marc Augé, secondo cui “la possibilità del nonluogo non è mai assente da
nessun luogo”, soprattutto nell’attuale surmodernità, o modernità eccessiva ‒ di
tempo, di spazio, di ego. Le premesse ci sono, quindi; ma andiamo con ordine.
Essendo l’appartamento uno spazio (e in quanto tale, direbbe Foucault,
“nell’esperienza occidentale ha una storia” fatta di regolamentazioni e
decodificazioni), per indagare il sospetto che stia diventando un nonluogo mi
trovo costretto ad avventurarmi in territori più impervi rispetto a quelli della
letteratura o del cinema. Territori come quello delle normative e delle leggi,
che in questo caso si rivelano sorprendentemente più eloquenti della
rappresentazione. È lì, infatti, che ritrovo quel possibile “intreccio fatale
del tempo con lo spazio” di cui parla Foucault, che è alla base di come
percepiamo i luoghi che abitiamo.
Normative e leggi
Un articolo del Corriere della Sera del 2024 sostiene che in Italia, secondo
la legge 392 del 1978, la durata di un contratto di affitto di un immobile
urbano non possa essere inferiore a quattro anni. Tuttavia, questa direttiva
sembra comunque lasciare un ampio margine di libertà al proprietario di casa
nello stipulare contratti molto più brevi: ‘contratti turistici’ di pochi
giorni, ‘contratti transitori’ che riducono la durata minima a un mese,
‘contratti studenteschi’ con durate anche di sei mesi. Generalmente, continua
l’articolo, la tipologia più popolare rimane quella del contratto ‘a canone
libero’, con durata di quattro anni prorogabili a discrezione del proprietario
di altri quattro (conosciuto anche come contratto 4+4).
Queste dinamiche rispecchiano mediamente i modi contrattuali diffusi nel resto
d’Europa, dove la durata degli affitti oscilla tra uno e tre anni. È quanto
accade anche in Germania, dove vivo dal 2013 e la legge sembra flessibile quanto
in Italia, permettendo ai proprietari degli immobili di modellare
arbitrariamente le condizioni che impongono agli affittuari. La normativa sugli
affitti tedeschi dice che i contratti devono avere una durata minima di due anni
e disdetta possibile solo a fronte di un preavviso di tre mesi. Il costo degli
affitti è regolamentato dal Mietpreisbremse (freno degli affitti), che non
consente di superare del 10% la media del quartiere (come spiega un articolo di
Rivista Studio, però, questa misura non si applica alle “case già arredate che
vengono messe in affitto per brevi periodi e per motivi di lavoro”). Un’altra
clausola comune è quella del sistema Staffelmiete che permette aumenti annuali
progressivi del costo dell’affitto fino a un massimo del 15% nell’arco di tre
anni.
Queste sono le condizioni standard, tuttavia le eccezioni sono all’ordine del
giorno, in Germania come in Italia come nel resto d’Europa. Ricordo tre anni fa
quando a Berlino mi fu proposto un contratto di affitto della durata di quattro
anni, senza possibilità di rinnovo, e ogni anno il costo sarebbe aumentato del
12%, in barba alla regolamentazione dello Staffelmiete. Quando il proprietario
me lo propose, aspettandosi che firmassi immediatamente, non esitai a fargli
notare che un aumento annuale simile era ridicolo. Lui rispose, “È assolutamente
normale, invece: è pensato per rispecchiare l’inflazione”. Forse pensava che
dietro la mia titubanza linguistica nel parlare tedesco burocratico si celasse
anche una certa titubanza di pensiero? Non riuscii a frenare una risata, “Sta
scherzando, vero? Un’inflazione del 12% annuo? Per quattro anni di fila?”
> In Italia, secondo la legge 392 del 1978, la durata di un contratto di affitto
> di un immobile urbano non possa essere inferiore a quattro anni. Tuttavia,
> questa direttiva sembra comunque lasciare un ampio margine di libertà al
> proprietario nello stipulare contratti molto più brevi.
Temporeggiai dicendogli che ci avrei pensato su. Ero disperato, avevo
assolutamente bisogno di un appartamento. Corsi immediatamente dal mio
Mieterverein (“associazione degli inquilini”), un’istituzione tutta tedesca che
tutela i diritti degli affittuari e fornisce consulenza legale gratuita ai soci
a fronte di una quota d’iscrizione annuale di circa 100 euro. Anche l’avvocato
del Mieterverein scoppiò a ridere leggendo il contratto e mi disse, “Certo,
firmalo pure, perché è completamente illegale. Appena firmato gli facciamo
causa. Tranquillo, i contratti con clausole illegali non sono validi.” Infine
non me la sentii di cominciare una relazione del genere con un nuovo
proprietario di casa, consapevole che sarebbe stata tossica fin dall’inizio.
Continuai la mia ricerca.
Affitti e subaffitti
Mentre visitavo un numero spropositato di appartamenti che non riuscivo ad
accaparrarmi (tra cui un tarkovskyano 40 metri quadrati senza cucina né
sanitari, di cui avrei dovuto farmi carico personalmente), trovai come soluzione
temporanea un meraviglioso appartamento di 70 metri quadrati in sublocazione per
otto mesi, nella bella Prenzlauer Berg. Dopodiché, mi spostai per tre mesi in un
50 metri quadrati in un angolo particolarmente caotico di Neukölln. E infine,
per due mesi soltanto in un minuscolo 30 metri quadrati a Kreuzberg. Per chi
vive o ha vissuto in qualsiasi grande città europea, questa storia vagamente
picaresca non è certo una novità.
Come racconta un articolo del novembre del 2023 apparso su The Berliner, il
problema dei contratti brevi è strettamente legato alla carenza di nuovi
appartamenti, a causa di un continuo incremento della popolazione: “Secondo
l’Ufficio di statistica di Berlino-Brandeburgo, alla fine del 2022 vivevano a
Berlino almeno 141.000 persone in più rispetto a cinque anni prima, e un piano
di sviluppo urbano della città pubblicato nel 2019 sostiene che Berlino ha ora
bisogno di almeno 194.000 appartamenti in più entro il 2030 per tenere il passo
con questa crescita demografica.” La carenza di alloggi rende il mercato degli
affitti della capitale tedesca sempre più competitivo e allo stesso tempo mette
nelle mani dei proprietari e delle agenzie immobiliari (Hausverwaltung) un
potere immenso.
In questo scenario sempre più distopico, i fortunati berlinesi che vantano un
vecchio contratto a tempo indeterminato (Unbefrister Mietvertrag) tendono a
tenerselo stretto, anche nel caso programmassero di lasciare la città per più o
meno lunghi periodi, e optano per il subaffitto, spesso in tutta segretezza,
senza coinvolgere il proprietario di casa o l’agenzia che gestisce l’immobile.
Questo ha dato origine, negli ultimi anni, a un mercato che “prospera grazie a
una massa involontaria di persone intrappolate in un circolo di alloggi a breve
termine, Airbnb prolungati e altri accordi temporanei”. Senza considerare che
queste soluzioni di subaffitto comportano spesso costi più elevati degli affitti
regolari ‒ perché vuoi non farci la cresta? ‒ e i disperati alla ricerca di un
tetto in molti casi devono accettare, per dividere le spese, di trovarsi uno o
più coinquilini.
> La carenza di alloggi rende il mercato degli affitti della capitale tedesca
> sempre più competitivo e allo stesso tempo mette nelle mani dei proprietari e
> delle agenzie immobiliari un potere immenso.
Per fortuna, da un paio d’anni mi sono svincolato, almeno temporaneamente, da
queste logiche, quando ho infine firmato un contratto d’affitto per
l’appartamento in cui risiedo ora, da solo. Il mio attuale proprietario mi
propose dapprima quattro anni con clausola di rescissione con due mesi di
preavviso (invece dei tre previsti per legge). Un anno dopo, mi concesse una
piccola grazia, comunicandomela con una lettera che cominciava così: “Visto che
ti considero un buon inquilino, ho deciso di proporti un prolungamento a otto
anni…” Lasciandomi però la sorpresa alla fine: uno Staffelmiete del 2% annuo.
Bene ma non benissimo, insomma. Senza considerare che comunque tra cinque anni,
se ancora vivrò a Berlino, mi ritroverò nella condizione di dover cercare casa
in un mercato immobiliare con molta probabilità più impossibile di quanto lo sia
oggi.
Occasioni ed erosioni
Quando ci si trova in balia di contratti sempre più restrittivi che impongono di
cambiare casa ogni pochi anni, o addirittura ogni pochi mesi, la caccia agli
appartamenti ammobiliati diventa inevitabile. Si impara presto, nell’innegabile
scomodità del dover traslocare di continuo, che gli appartamenti ammobiliati
offrono un servizio fondamentale. Con il loro particolare universo fatto di
arredi più o meno usurati, soprammobili e souvenir che raccontano storie non
nostre, materassi e cuscini ingialliti dal tempo e dai sudori notturni di chissà
chi, gli appartamenti prearredati offrono una straordinaria libertà: si possono
chiamare “casa” non appena si appoggiano le valigie a terra e li si può
dimenticare altrettanto facilmente, abbandonandoli in qualsiasi momento così
come li si è trovati.
Mi sono illuso per anni che questa libertà mi rappresentasse e un po’ mi
piacesse: come per la sindrome di Stoccolma, chiamiamola rassegnazione. L’idea
di dover lasciare qualsiasi posto da un momento all’altro, sempre pronto a
impacchettare tutto in poche ore e partire. Dove sarei andato? Una soluzione
l’avrei trovata: si trova sempre. Ero libero, libero di andare dove volevo,
ovunque e all’improvviso.
Solo recentemente ho capito che non si trattava affatto di libertà, ma del suo
esatto opposto. Come sostiene James Greig in un articolo per Dazed, “la crisi
abitativa comporta una ‘disastrosa perdita di libertà’ […] Abbiamo meno libertà
di scegliere dove vivere, meno libertà di sentirci sicuri e di vivere vite
dignitose. Oggi, tutti tranne i giovani più benestanti sono soggetti alla
precarietà abitativa in qualche forma (il che comprende avere difficoltà a
pagare l’affitto, il sovraffollamento, dover traslocare frequentemente, o
spendere un’alta proporzione del proprio reddito per l’alloggio)”.
> Quando ci si trova in balia di contratti che impongono di cambiare casa ogni
> pochi anni, o addirittura ogni pochi mesi, la caccia agli appartamenti
> ammobiliati diventa inevitabile.
Greig si riferisce a quanto accade in Regno Unito, dove è ancora in vigore ‒
almeno per ora ‒la discussa Section 21, una norma tutta britannica che consente
dai tempi dell’Housing Act 1988 ai proprietari di casa di sfrattare gli
inquilini con contratti a breve termine presentando un preavviso di soli due
mesi, senza dover fornire alcuna motivazione (la cosiddetta no-fault eviction).
La Section 21 è uno strumento che rende il mercato degli affitti infinitamente
più instabile per gli inquilini, che finiscono così per sentirsi sempre di
passaggio, ospiti temporanei, o meglio utenti, consumatori di uno spazio
trasformato in servizio, che si riceve soltanto in prestito e che non offre
neppure, scrive Greig, “la garanzia che non venga strappato via da sotto i
piedi” prima del termine concordato:
> Questo tipo di precarietà causa un’ansia ambientale cronica. Rende più
> difficile rilassarsi, godersi il tempo che si ha nel posto in cui si vive […]
> Si avverte un senso di nostalgia anticipatoria, aspettando il giorno in cui si
> verrà cacciati. Permettere a sé stessi di provare qualsiasi tipo di
> attaccamento sembra inutile: perché preoccuparsi di legare con la propria
> comunità locale quando si sa di essere lì in prestito? Non c’è da
> meravigliarsi che la solitudine sia così comune quando le persone sono
> disincentivate dal mettere radici nelle aree in cui vivono. Una casa dovrebbe
> fornire sicurezza, protezione, qualche tipo di barriera dal mondo esterno. Se
> funzioni realmente così in pratica, non ne sono sicuro, ma la sua assenza può
> certamente essere sentita.
L’idea di appartamento rischia di perdere l’aspetto intimo e identitario, caldo
e generativo, che siamo soliti attribuirgli e cercarvi: quel senso originale di
‘casa’ che, trasloco dopo trasloco, ho finito col non aspettarmi più.
Dev’essere, credo, un po’ come succede con le delusioni d’amore: si impara a
ridimensionarsi, si rimpiccioliscono le aspettative ‒ rubando le parole a Garth
Greenwell di Purezza ‒ “attraverso un’erosione forse necessaria alla
sopravvivenza, e di cui forse devi ancora pentirti”.
Questa erosione, nel mio caso, ha finito per dare forma al tipo di rapporto
particolare che instauro con gli appartamenti: una relazione simile in tutto e
per tutto a quelle situationship distaccate, più o meno etiche, più o meno
consapevoli ‒ caratterizzata, anche questa, da un’uguale quantità di attrazione
e fastidio, e che richiede un’immensa, sempre rinnovata forza di accettazione e
perseveranza. La perseveranza nel dire “benvenuto”, e ogni volta crederci
davvero in quella parola, rivolta a un gran numero di appartamenti che sono
consapevole fin dall’inizio saranno soltanto temporanei; e l’accettazione,
infine, dell’addio rivolto a quello stesso numero di appartamenti, vicinati,
quartieri, città, che finisco sempre per lasciare alle spalle, proprio come una
stanza d’albergo alla fine di una vacanza.
L'articolo Situationship immobiliare proviene da Il Tascabile.