P edalo attraverso il quartiere Prati, l’unico della città in cui le strade si
intersecano con rigore geometrico, formando non ammassi informi disposti a
casaccio, ma coerenti isolati poligonali. Arrivo di fronte al ponte Matteotti e
mi inserisco nell’apertura che porta alla ripida discesa diagonale attraverso
l’argine che spalleggia il Tevere. L’ingresso è sempre un po’ incerto,
transennato come se ci fossero dei perenni lavori in corso, in un modo che non
invita a entrare chi non conosce già chiaramente quell’accesso. Tengo saldi i
freni durante la catabasi attraverso la fitta vegetazione finché non vengo
risputato fuori: ora la mia bicicletta fila lungo la ciclabile accanto all’acqua
del fiume e la città rimbomba sopra di me. Gli alti argini riecheggiano il
frastuono romano, restituendolo smorzato e ovattato. Filo tagliando la città in
due, come fa il Tevere, incidendo il suo ventre mollo e argilloso. Il cambio di
livello è netto. Sopra di me gli strati si affastellano e si schiacciano
comprimendosi uno sull’altro come lattine: cemento, strade, semafori, strisce
pedonali e poi macchine, ambulanze, portoni, scale e poi ancora appartamenti,
palazzi, ospedali, villette e case popolari. Sotto: il primo taglio, quello del
fiume che ha inciso il paesaggio dividendolo in due e trasportando a valle le
prime rocce e detriti.
Immagino l’azione cinetica dell’acqua come mito e metafora ideale della
stratificazione, che ha avviato processi di addensamento della materia secondo
velocità e modalità differenti, dando luogo all’isola Tiberina e alle dighe
fatte di ramoscelli fabbricate dalle nutrie – e di cui le risme accumulate negli
uffici della burocrazia capitolina sono solo l’ultima progenie. Mi rendo conto
che questo improvviso cambio di livello, dall’incubo della stratificazione più
incistata allo spalancarsi della destratificazione più improbabile, è una delle
peculiari caratteristiche di Roma. Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle,
si tratta della capacità di rendere sensibile la città stessa come processo di
addensamento, produzione e crivellatura dello spazio, in bilico costante tra
claustrofobia ristagnante e capitolazione contro le forze che tenta di
governare. Solo ora che la taglio e la attraverso con la bicicletta, e per il
breve tempo di questo tragitto, la città sembra avere senso. Sembra che
conoscere e mappare questo spazio eteromorfo implichi l’impossibilità di
chiamarsi fuori dal gesto tramite cui lo si attraversa, contemporaneamente
scoprendolo, inventandolo e raccontandolo.
Nel recente libro di Francesco Careri, Camminare e fermarsi (2025), che
raccoglie gli articoli pubblicati dall’autore negli ultimi trent’anni a
proposito di pratiche che sperimentano con un’architettura immateriale e
relazionale, si trova un’efficace immagine della città come arcipelago. Il
concetto di arcipelago serve a Careri per spostare l’attenzione dai “pieni”
della città, come i tessuti e le strutture urbane, all’immenso “vuoto” che li
contiene. In questa prospettiva, i pieni del costruito diventano come isole di
un arcipelago il cui mare è il grande vuoto informe. Se pensiamo a questo mare
come a un continuum, in cui ai parchi e ai grandi vuoti urbani si aggiungono
tutte le terre di nessuno e tutti i margini infestati dai rovi, allora potremo
osservare come, mentre la città si sviluppa, “il vuoto continui a ramificarsi
alle varie scale, costituendo lo sfondo su cui galleggiano le strutture urbane,
che con un termine fisico possiamo chiamare clusters: ammassi informi in cui la
materia si concentra e si organizza in strutture”.
> Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle, si tratta della capacità di
> rendere sensibile la città stessa come processo di addensamento, produzione e
> crivellatura dello spazio, in bilico costante tra claustrofobia ristagnante e
> capitolazione contro le forze che tenta di governare.
Se ne guadagna una visione della forma urbana come un processo dinamico e
complesso, simile a quello della formazione delle nuvole e delle galassie, in
cui agiscono diverse forze locali spesso in contrasto tra loro che si mischiano
con l’azione pianificatrice di un’intelligenza centralizzata. Seguendo ancora
Careri, “uno dei risultati più interessanti di questo processo è la formazione
di un bordo irregolare attorno alla materia, che permette al vuoto di
inoltrarvisi. È un fenomeno che si può osservare chiaramente nelle aree
marginali, nelle zone periferiche, ancora non definitivamente strutturate, ma in
continua trasformazione”. Se il discorso può valere in generale, a Roma tutto
questo diventa ancora più evidente, data la maniera episodica e disarticolata
con cui è cresciuta la città (il più grande comune d’Europa, ma con una bassa
densità abitativa), segnata soprattutto dal boom economico degli anni Cinquanta.
Un’immagine, apparentemente distante ma molto efficace per descrivere questa
condizione, proviene da uno dei capitoli di un altro testo uscito recentemente
che tenta di affrontare la città proprio a partire di suoi interstizi: si tratta
del volume collettivo Roma. Guida alla selva (2025), e parte di una serie di
guide omonime rivolte anche ad altre città italiane. L’immagine è quella del
giardino dipinto di Villa Livia, descritta da Annalisa Metta. Per raggiungerla
occorre calarsi in un’altra discesa, questa volta all’interno della villa di
Livia Drusilla, rinvenuta a Prima Porta a metà Ottocento circa, fino ad arrivare
sotto la casa stessa. Lì, dove la temperatura è più bassa e l’umidità maggiore,
si trova una sala vuota e senza finestre, le cui pareti sono accuratamente
affrescate. Ma in quel posto così interno e claustrofobico, ciò che si trova
raffigurato è una fitta vegetazione in cui si confondono stagioni diverse e
specie sia domestiche che selvatiche, in cui le cime degli alberi sono piegate
dal vento e gli uccelli svolazzano. Si tratta di un giardino? Oppure il giardino
è la stanza e vediamo rappresentato esattamente ciò che inizia quando il
giardino finisce? Unica indicazione per orientarsi: una strana doppia recinzione
rappresentata nella parte bassa delle pareti. Al di qua della recinzione sorge
qualche albero, è questo il lato domestico? Ma basta alzare lo sguardo e tutte
le chiome si confondono, ci ritroviamo nella situazione di non saper più dire
“cosa in fondo distingua il giardino dalla selva”, eppure siamo dentro una casa,
luogo domestico per eccellenza.
Come indica Annalisa Metta, lo spettacolo non è né il giardino né la selva, ma
il loro contrasto; è “l’ambiguità, impossibile da risolversi, tra il trovarsi
dentro (nel giardino) o fuori (nella selva)”, dentro la casa ma fuori nelle
immagini. È proprio questa ambiguità a essere incarnata dalla città di Roma. Se
ogni città definisce il suo interno proiettando fuori un esterno per differenza,
qui i limiti sono vaghi, i bordi irregolari. La stratificazione dello spazio
urbano lascia continuamente intravedere le sue crepe e dai Fori Imperiali ai
peggiori centri commerciali in periferia è difficile non vedere lo stesso unico
tentativo di arredare una selva. In un bell’articolo apparso su Err, dedicato
proprio alle universalmente note buche nell’asfalto di Roma, Felice Cimatti ci
ricorda “che la possibilità del buco nel reale appare nel momento stesso in cui
si progetta di mettere in ordine il mondo”. Allora, nelle buche sull’asfalto che
perseguitano Roma, vediamo ogni volta “la fine della città, una fine che c’è
sempre stata – perché l’oggetto è da sempre ‘perduto’ –, una fine che non
finisce mai. E quindi ricomincia sempre. Una fine che non finisce, appunto, una
città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città, cioè un luogo umano
e civile”.
Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una
buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le
infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque dilagante.
Ogni strada, cantiere, autobus, metropolitana, vigile urbano è una macchina
neghentropica che si sforza di piegare i flussi per stilizzarli secondo una
precisa regola. Ma i flussi che attraversano Roma sono un ammasso instabile in
moto browniano, in cui si mischiano in un unico monstrum meteo avverso,
Vaticano, manifestazioni, derby, politica, sviluppo urbano incoerente e turismo
aggressivo, solo per nominarne alcuni. Lo sforzo e l’energia richiesti per
questo lavoro di resistenza contro il perenne rischio della fine della civiltà è
quotidianamente palpabile nell’aria, ma ciò che lo rende ancora più evidente è
uno sfondo di forme intorpidite e calcificate su cui si staglia. Non si tratta
solo dei monumenti storici e delle rovine ovunque presenti, ma di un “torvo
zuppone socioedilizio”, per riprendere le parole dell’ultimo romanzo di
Pecoraro. Uno sfondo di “statica placida silenziosa stupida stabile agiatezza”,
fatto di patrimoni piccoli e medi che si conservano senza diminuire e “che non
si vede perché non ama l’esibizione e spende con atavica prudenza”. Un unico
fenomeno meteorologico, per il quale non esistono modelli adeguati di
previsione, in cui caos e indolente inerzia si affrontano tra loro.
> Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una
> buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le
> infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque
> dilagante.
Sforzandoci di trovare degli aspetti positivi di questa meteorologia potremmo
dire che, mentre crea infiniti problemi di viabilità, resiste anche a un eccesso
di civilizzazione e in alcuni punti e momenti imprevedibili è capace di
confondere i piani che preferiremmo comprendere tramite differenze gerarchiche.
Accadeva già con Caravaggio, che notoriamente utilizzava modelli presi dalla
strada per realizzare i suoi quadri. Nella Madonna dei pellegrini, ricorda per
esempio Francesco Careri, non solo la modella utilizzata per la Madonna scalza
era una prostituta amante del pittore, ma anche i due pellegrini inginocchiati
in basso con i piedi fangosi sono un Rom e una Romì che frequentavano la casa di
Caravaggio. Lo ha reso magnificamente lo storico dell’arte Roberto Longhi quando
ha scritto che il pittore prendeva come riferimento né i migliori né i peggiori,
ma semplicemente i suoi simili “traendoli da quello stato di feriale umanità
dove si custodisce una quasi immanente autorità dei gesti e di sentimenti anche
nei passi più estremi”.
Così, in una scena come quella della Deposizione, Longhi fa emergere dallo
sfondo un gruppo composto da “gente che par quasi di conoscere: forse il
portatore che sta per Nicodemo chissà quanti l’avranno allora ravvisato per
qualche famoso incollatore di pesi, sempre all’angolo di piazza Navona”. Questa
divagazione può forse dare una sensazione più vivida di come a Roma la
civilizzazione, o addirittura il sacro, non cessa di mischiarsi con uno “stato
di feriale umanità”: non credo sia esagerato ritrovare qualcosa di simile nella
luce di mezzogiorno, calda anche a metà dicembre, che unisce ai tavolini del
Caffè Tevere studentesse e studenti dello IED, muratori e agenti immobiliari. E
la terza categoria sta lì a ricordare quel rischio sempre dietro l’angolo che
Nicodemo e l’incollatore smettano di riconoscersi a vicenda.
La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma per
fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è
camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che
attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare da
ciò che incontra. Camminando non siamo più presi nei sistemi di flusso che
gestiscono e traducono le forze in delle forme e possiamo finalmente notarli
mentre si sforzano di compattare i diagrammi instabili che da ogni parte
attraversano il tessuto urbano. Muovendosi dentro all’insondabile
iperogetto-Roma, le camminate del collettivo Stalker, raccontate nel testo di
Careri, hanno cercato di ricomprendere la città tracciando delle relazioni dal
basso e cercando di connettere ciò che era rimasto fuori dalle interfacce
maggiori, immaginando nuovi modi per descrivere e raccontare il territorio.
> La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma
> per fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è
> camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che
> attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare
> da ciò che incontra.
Esemplificativo della complessità del territorio romano e della necessità di
farne un’esperienza non stereotipata è senza dubbio il GRA, il Grande Raccordo
Anulare, l’immane anello d’asfalto lungo sessantanove chilometri a quattro
corsie per senso di marcia. Un artefatto quasi alieno se si pensa che la sua
costruzione è stata avviata nel 1946, quando il traffico nella città era quasi
inesistente. La costruzione del GRA segna un prima e un dopo nell’evoluzione
della città, un salto di scala che galleggia inizialmente nel nulla della
campagna romana. Giustamente, si chiede Valerio Mattioli in Remoria (2019), “a
cosa mai poteva servire una roba del genere? l’unica risposta sensata era ‘a
nulla’, e infatti il gra si presenta da subito non come un’infrastruttura ma
come una specie di piatto totem, di faraonico monumento orizzontale”.
Stalker sceglie di percorrerlo a piedi nel 2009, distribuendo l’impresa in
tredici tratte compiute in quattro mesi per un totale di 220 chilometri.
Un’impresa che potrebbe apparire sconsiderata, ma sicuramente non meno del GRA
stesso, che fin dall’inizio rivela il suo aspetto per l’appunto “non funzionale
e meramente performativo”. Il giro del GRA a piedi diventa quindi “un’opera
seconda, che usa il GRA come supporto”. Camminare attraverso il faraonico
monumento orizzontale diventa il modo per fare un’esperienza sensibile e
tangibile di mutamenti del territorio a cui sarebbe altrimenti difficile dare
una reale consistenza semplicemente sfogliando un libro o dentro un’aula
universitaria. Parole come “svendita del patrimonio pubblico”, “consumo del
suolo”, “discriminazione e spazi di eccezione” “gated communities” appaiono
finalmente in tre dimensioni perché ci si deve camminare attraverso.
Ma ancora prima di tutto ciò, l’esperienza più significativa che Careri racconta
di aver fatto durante il giro del GRA a piedi, è l’aver visto e percepito
esattamente il punto in cui, tra Castel Giubileo e Bufalotta, la terra della
campagna romana, fatta di sterpi e rovi, veniva sommersa da “una terra di colore
uniforme a granulometria fine, un materiale omogeneo, senza macchie,
artificiale”. Un “atto primario di fondazione”, che avviene mutando la natura
della stessa terra, di cui percepisce le dimensioni. Una terra sulla terra per
chilometri e chilometri. Il punto qui chiaramente non è rimpiangere la campagna,
quanto piuttosto potersi fare un’idea sensibile di cosa significano certi
mutamenti del territorio e qual è la velocità a cui viaggiano.
> Camminare attraverso il faraonico monumento orizzontale del GRA diventa il
> modo per fare un’esperienza sensibile e tangibile di mutamenti del territorio
> a cui sarebbe altrimenti difficile dare una reale consistenza semplicemente
> sfogliando un libro o dentro un’aula universitaria.
Il GRA inverte i rapporti tra il centro e la periferia partorendo quella che
Mattioli definisce borgatasfera: non soltanto il compost di calce e asfalto che
costituisce l’arcipelago delle borgate che formano la periferia postbellica di
Roma, quanto “un’intensificazione di segni, umori e storie”, che produce con i
suoi gesti una narrazione e una visione antitetica rispetto a quella dominante,
imponendo la propria centralità su un organismo il cui centro storico, dopo
l’edificazione del GRA, diventa una minuscola parte del territorio complessivo.
Un decentramento talmente strutturale che ogni volta in cui un romano dice che
abita a Roma a qualcuno non della città si sente rivolgere l’indefettibile
domanda: “Ma Roma Roma?”, come se servisse ripetere due volte il nome della
città per garantirsi un posto in essa e tutelarsi da quella zona indistinta che
è Roma, detto solo una volta.
Per orientarsi nella borgatasfera il GRA diventa il mediatore principale attorno
al quale Mattioli fa ruotare una vera e propria mitologia di una Roma invertita
e per questo “remoriana”. La fantascienza dell’infrastruttura stradale si
mischia con la fantascienza del racconto che per orientarsi nel “blob” secreto
dall’anello d’asfalto ha bisogno di inventare un vero e proprio culto. Del testo
di Mattioli si può trovare qui sul Tascabile sia un estratto che una recensione,
per cui mi limito a notare come, non diversamente dalla pratica del camminare
portata avanti da Stalker, per narrare Roma in modo non stereotipato occorre
inventare nuovi percorsi, nuove pieghe, nuovi buchi che facciano emergere ciò
che finora è rimasto escluso. Che si tratti di narrare o di camminare, in ogni
caso la materia da modellare è uno spazio non indicizzato e non indicizzabile,
che si può conoscere solo mano a mano che lo si attraversa e nel mentre che lo
si attraversa e che, come la Zona, richiede per essere attraversato una
strategia o per lo meno un rituale.
È qui che si aprono nuove possibilità di intendere ed abitare lo spazio che
incarnano un’idea di spazio bucato irriducibile a quella di buco e crepa nella
struttura descritto da Cimatti. Penso al concetto di spazio bucato descritto
brevemente da Deleuze e Guattari in Mille piani (1980), ma rimasto forse un po’
all’ombra delle più note figure dello spazio liscio nomade e dello spazio
striato sedentario. Per comprendere la posizione intermedia tra i due dello
spazio bucato, bisogna intendere il bucare come quell’operazione primaria che
estrae e plasma la materia seguendo i giacimenti e che per questo è associata
dagli autori alla metallurgia. Il gesto della metallurgia è infatti quello che
dà forma all’informe, che scopre le caratteristiche intrinseche della materia e
le prolunga attraverso specifiche operazioni. La peculiarità della metallurgia
sta quindi nell’esemplificare la possibilità di accedere al plasmare come verbo
che informa ogni plasmato; ecco perché Deleuze e Guattari paragonano la
metallurgia –in modo solo apparentemente improvviso – alla musica: “se la
metallurgia è in un rapporto essenziale con la musica, non è soltanto per via
dei rumori della fucina, ma in virtù della tendenza, che attraversa le due arti,
a far valere al di là delle forme separate uno sviluppo continuo della forma, al
di là delle materie variabili una variazione continua della materia: un
cromatismo allargato trascina contemporaneamente la musica e la metallurgia; il
fabbro musicale è il primo ‘trasformatore’”. Un buco allora sfrutta le
rientranze d’ombra e le irregolarità del territorio per inventare un primo
intorno capace di orientare intorno a sé lo spazio. Chi sa scovare o scavare un
buco accede alle possibilità virtuali del mondo di sotto per disegnare nuovi
contorni possibili solo parzialmente in contatto con il mondo di sopra. Diventa
quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei lembi particolarmente
predisposti a essere bucati. Concludiamo allora con due esempi di due pratiche
del bucare.
> Chi sa scovare o scavare un buco accede alle possibilità virtuali del mondo di
> sotto per disegnare nuovi contorni possibili solo parzialmente in contatto con
> il mondo di sopra. Diventa quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei
> lembi particolarmente predisposti a essere bucati.
Siamo ad agosto quando il giorno condanna a lunghe ore di caldo insopportabile.
Capita, durante la notte, che un generatore venga collocato in un punto
specifico del Parco degli Acquedotti, un po’ in disparte rispetto al gruppetto
di persone lì radunate. Ecco un esempio di trasformatore: lo si scopre a vibrare
su sé stesso solo quando ci si allontana un po’ dal fulcro della musica della
festa a cui sta dando vita. Vibrando trasforma la benzina in suono e dà vita a
una catena di altri trasformatori: dj, casse, persone che ballano, sostanze
psicoattive. Mediatori incastonati uno nell’altro attraverso cui passa uno
“sviluppo continuo della forma” che riarticola intorno a sé lo spazio e il
tempo. Il buco nel tessuto ordinario dello spazio-tempo diventa evidente quando
con l’alba arrivano al parco i primi ciclisti e corridori che rallentano la loro
andatura increduli di fronte a quella bolla presente dinnanzi a loro ma ancora
sospesa altrove.
Lo stesso parco in cui si svolge la festa, o un altro, o una qualsiasi area
urbana incolta può servire anche per “infrattarsi”, data la “vocazione
morfologica all’ospitalità di pratiche sessuali” approfondita da Serena Olcuire
nel capitolo della Guida alla selva dedicato per l’appunto alle “geografie
dell’infratto”. Infrattarsi è un po’ come bucare lo spazio per inventare spazi
non regolati e non conformi secondo il senso comune dominante, dove
“soggettività extranormative, marginalizzate o oppresse hanno maggiori
possibilità di tessere relazioni”. Sono spazi bucati perché attingono alla
striatura del mondo di sopra, rappresentata per esempio dalle strade attraverso
cui passano i clienti, e allo stesso tempo ritagliano zone di privacy limitrofe
dove non vigono le regole consuete. Si tratta quindi, come per i free party agli
Acquedotti, di “processi attivi di significazione dei luoghi”, nonostante questo
valore non sia riconosciuto dal resto della città.
Lo testimonia il racconto di Alex, riportato nel capitolo, di quando
quest’ultima lavorava alle Terme di Caracalla – una zona del centro storico in
cui il verde del parco urbano si mischia con l’incuria delle rovine
archeologiche: “dalle tre e mezza fino alle cinque ci sedevamo lì perché il
lavoro era finito. E poi dalle cinque di nuovo, con quelli che si svegliavano e
iniziavano la giornata. Cominciavano ad arrivare i camionisti, e quelli che
appena apri la porta senti il riscaldamento, e profumano […]. Ay, finivamo
tardi, Gina Marcela si portava le ballerine e gli occhiali da sole. Perché lì a
Terme di Caracalla se ti metti le spalle di là vedi il giorno totale, il sole
che sta spuntando. I colori sono bellissimi, sono magici a quell’ora…”.
L'articolo Roma: pieghe, strati, buchi proviene da Il Tascabile.
Tag - città
“P reparati per ciò che Jules Verne poteva solo immaginare – questa non è una
corsa da brivido per i turisti, è molto di più” recitava lo spot pubblicitario
di OceanGate, l’azienda statunitense che fino al giugno 2023 prometteva di
penetrare gli abissi oceanici e far visita al relitto del Titanic con il
sottomarino tascabile Titan. L’azienda, che si considerava la “SpaceX per
l’oceano”, abbagliava i clienti ultraricchi con tour esclusivi di aree fino ad
allora irraggiungibili dai non addetti ai lavori. Così si commercializzava
l’ultimo orizzonte sopravvissuto alla spinta globalizzatrice e colonizzatrice
che ha svelato il mistero di quasi tutti i territori esistenti. In altre parole,
OceanGate giocava a fare Dio.
Il tragico epilogo del Titan – imploso nelle acque internazionali nell’Oceano
Atlantico settentrionale, con cinque passeggeri morti all’istante, senza
possibilità di uscita – non si deve banalmente intendere come un contrappasso
all’hybris umana, per quanto nel suo rapporto finale la Guardia costiera
statunitense abbia evidenziato dei difetti strutturali dello scafo, oltre alla
totale mancanza dei necessari test ingegneristici e all’inefficacia del sistema
di monitoraggio. La terribile storia del Titan fa emergere infatti qualcosa di
più sotterraneo, che formicola sotto la psiche collettiva della storia
occidentale: una smania di illuminare, di sventrare e controllare l’abisso, e di
scacciarne i mostri.
È in questi meandri che si addentra Qui non c’è niente. Immagini dal labirinto
(2025) di Alessandro Mantovani, un saggio che riscopre il labirinto come forma
di pensiero molto prima che architettonica. In un viaggio dall’epopea di
Gilgamesh alla Biblioteca di Babele di Borges, il labirinto si configura come
uno dei più antichi strumenti per abitare e narrare il mondo: un luogo
enigmatico che esorcizza i misteri degli abissi e resiste all’illusione di
poterli controllare.
Mantovani, giornalista e insegnante di letterature comparate all’Università
dell’Insubria, identifica la cartografia come la scienza che per prima, fin dai
tempi di Pausania, ha risposto alla paura dello smarrimento, tentando di
addomesticare i luoghi, di renderli attraversabili. Se nel Medioevo le mappe
erano ancora proiezioni orizzontali della cultura che le produceva, con il suo
repertorio di profezie, leggende e mostri, l’invenzione della prospettiva ha
permesso ai cartografi di vedere gli spazi dall’alto, cioè di sostituirsi
all’occhio di Dio. La cartografia fa collassare il globo terrestre in una
superficie piana e liscia, una terra cognita a portata di mano. Parafrasando il
geografo Franco Farinelli, il mondo si è ridotto a immagine, e così i luoghi,
intesi come posti unici, riconoscibili e abitati da forze non sempre conosciute,
sono diventati spazi: spalancati e a disposizione del fruitore.
> Se nel Medioevo le mappe erano ancora proiezioni orizzontali della cultura che
> le produceva, con il suo repertorio di profezie, leggende e mostri,
> l’invenzione della prospettiva ha permesso ai cartografi di vedere gli spazi
> dall’alto, sostituendosi all’occhio di Dio.
Non a caso, continua Mantovani, Google sviluppa la mappatura del globo nel 2005,
a soli sette anni dalla propria nascita, smaterializzando la percezione stessa
degli spazi, che vengono ridotti alla loro funzionalità per l’utente. Tutto è
calcolato: tragitto, tempo di percorrimento, tempo di arrivo. La
digitalizzazione della cartografia serve l’intero globo sul palmo della mano, ma
allo stesso tempo lo riduce all’osso: possiamo mandare la nostra posizione a
un’amica, il nostro puntino blu lampeggerà nello sterile rendering dai toni
tenui e rassicuranti, darà cioè una soluzione superficiale e spolpata a una
domanda molto più impegnativa: “Dove sei?”
Il terreno è allora fertile per introdurre il labirinto come forma ancestrale
del pensiero – più precisamente un mitologema, un pensiero-immagine antecedente
al mito – e per estensione come strumento concettuale atto a “navigare” la parte
del reale non calcolabile e non sempre visibile, il piano sotterraneo e
misterico del presente. Il labirinto è il “luogo” per eccellenza:
> Il labirinto, [è] il luogo principe in cui si entra e da cui non si riesce più
> a uscire; immagine di un groviglio infinito sempre diverso e sempre uguale,
> riproducibile e annichilente in quanto legato all’ancestrale paura del
> disorientamento, dell’ignoto, della morte.
Uno dei meriti principali dell’indagine di Mantovani è quello di rintracciare le
traiettorie del labirinto come forma di pensiero nel corso dei secoli, in una
ricostruzione storiografica minuziosa che attraversa tutta la cultura
occidentale e non solo. Mantovani scandaglia la nostra coscienza collettiva
mostrando come ogni epoca abbia plasmato il labirinto sui suoi bisogni e demoni,
ma anche, per converso, che alcuni elementi del suo nucleo come la connessione
con la morte sono rimasti gli stessi nei millenni, a partire dalle prime civiltà
mesopotamiche.
> Uno dei meriti principali dell’indagine di Mantovani è quello di rintracciare
> la traiettoria del labirinto come forma di pensiero nel corso dei secoli, in
> una ricostruzione storiografica minuziosa che attraversa tutta la cultura
> occidentale e non solo.
Nel poema epico di Gilgamesh la foresta dei cedri è una “selva oscura” piena di
viottoli senza uscita dove vive il mostro Humbaba, “l’uomo delle viscere”. Il
suo volto, fatto di interiora, è descritto come un “groviglio tremendo”,
connesso a doppio filo con il mondo degli inferi. In molte tavolette d’argilla
mesopotamiche il groviglio di Humbaba è stilizzato in raffigurazioni a spirale
che servivano a divinare dalle viscere di animali morti. In queste primissime
narrazioni il labirinto è dunque una struttura spiraliforme, corporea e
disegnata, che apre un passaggio fluido tra vita e morte: una selva da cui,
seguendo la spirale, si può entrare ma anche uscire.
Sarà l’ansia razionalizzatrice greca a operare una distinzione netta tra il
mondo dei vivi e quello dei morti: nei labirinti della mitologia torna il
rapporto con il mondo degli inferi, ma mediato da figure femminili, delle
“regine della morte” come Persefone e Arianna che dirigono forme più o meno
metaforiche di danze spiraliformi. Anche Teseo, l’eroe razionale della civiltà,
danza all’interno del labirinto di Cnosso seguendo il gomitolo di Arianna,
raffigurato a spirale. In questo senso il labirinto rappresenta il necessario
tragitto per entrare nella morte e vincerla, sconfiggendo il mostro del
Minotauro. Simili danze si riscontrano nel racconto di Virgilio dei riti
funerari per la morte di Anchise, il ludus Troiae, successivamente introdotto
nella penisola italica dal figlio Ascanio. Nella cultura etrusco-latina il
rapporto con il simbolo del labirinto assume però nuovi connotati: le danze non
sono più propiziatorie ma apotropaiche, lo spazio del labirinto diventa la
soglia che non più collega ma allontana l’enigma disorientante della morte.
In questo humus culturale si erge il palazzo delle viscere del Tieste di Seneca:
Atreo si vendica del fratello Tieste uccidendo e smembrandone i figli nelle
fondamenta del suo palazzo di Micene. È una selva degli orrori, paludosa e senza
via d’uscita, dove brulicano mostri e fiamme smisurate. Nelle parole di Seneca,
“tutto ciò di cui si ha paura, qui lo si incontra”. Un luogo smarginato, direbbe
Elena Ferrante, dove crollano i confini e pulsa il magma sotterraneo della
morte. Si comprende allora l’urgenza occidentale di sventrare il labirinto e di
portarne le viscere alla luce, e allo stesso tempo l’umana impotenza di fronte
ai suoi misteri, come quello della morte, che da vivi si può pensare ma non si
più conoscere, e quindi nemmeno rappresentare. Allo stesso modo, se si provasse
a rappresentare il labirinto, ossia a ridurlo a una tavola con un centro e
prospettiva, si perderebbe automaticamente la sua essenza: non avremmo più un
labirinto, ma una sua mera stilizzazione superficiale. La logica labirintica,
così come quella della morte, esiste in questo spazio contraddittorio, ed è per
questo, prosegue Mantovani, che non ha mai smesso di agire sulle nostre menti:
la sua contraddizione interna è uno degli archetipi della stessa condizione
umana, a cavallo tra vita e morte.
È vero però che il labirinto è stato rappresentato come forma architettonica, ed
è proprio in questa forma che rivela una dualità intrinseca, sia a livello di
prospettiva (quella di chi lo attraversa e ci si perde, e quella superiore di
chi lo osserva) sia di direzione (un canale sia di entrata sia di uscita).
Mentre il labirinto spiraliforme dell’era preromana era unicursale, seguiva cioè
un solo corso a cui si era destinati, il labirinto-palazzo dei secoli successivi
è multicursale, presenta cioè molte e intricate vie, dove la scelta, e quindi
l’errare e l’errore suscitano un duplice sentimento di meraviglia e terrore. La
cultura medievale rielabora questa dualità del labirinto nel rapporto tra
umanità e peccato: da una parte il labirinto è risemantizzato in malo, associato
alla selva del peccato (Dante, Petrarca, Boccaccio) o al pensiero pagano
(Sant’Agostino), dall’altra si intravede una reinterpretazione in bono, come
l’enigma da risolvere che Dio offre all’umanità per iniziarla al cammino verso
la salvezza.
> Mentre nelle città più antiche la razionalizzazione dello spazio era volta al
> controllo, con delle mura e un centro ben definito, con il Rinascimento e
> l’età moderna le città si aprono all’esterno, diventando spazi di flusso e
> snodi sociali, culturali ed economici.
Il labirinto parte dunque dalle viscere, non ha confini né centro, ed è duplice,
sia nelle sue biforcazioni sia come simbolo. Mantovani ha disposto tutti gli
elementi per collocare lo spazio labirintico nella modernità, e in particolare
nella metropoli contemporanea. Mentre la razionalizzazione dello spazio della
polis greca, così come quella dell’urbs romana e delle città medievali, era
volta al controllo, con delle mura e un centro ben definito, con il Rinascimento
e l’età moderna le città si aprono all’esterno, diventando spazi di flusso e
snodi sociali, culturali ed economici, immagini di un progresso sempre più
sconfinato. Le città globali della contemporaneità si definiscono proprio per il
loro potere all’interno di una più vasta rete di fenomeni economici, politici e
culturali, come ricorda Saskia Sassen nel saggio Le città nell’economia globale
(2010). In queste città, come New York o Tokyo, l’accentramento delle tecnologie
di comunicazione e dei media privilegia il loro peso internazionale rispetto al
loro stesso territorio: è qui che tutto ciò che ha rilievo politico, sociale e
mediatico accade. Queste città sono connesse globalmente quanto disconnesse
localmente, i loro luoghi erosi a spazi di consumo, senza più un centro.
Mantovani associa l’espansione non lineare e senza limiti delle città globali al
concetto filosofico di rizoma, sviluppato dai filosofi Gilles Deleuze e Félix
Guattari in Mille piani (1980), ossia un modello reticolare orizzontale che
connette qualsiasi punto a un altro, senza inizio né fine. A questa nuova
visione della città-labirinto Mantovani fa seguire la metafora dei frattali del
sociologo Henning Eichberg: se ogni porzione di una struttura frattale, in
natura come in geometria, riproduce la forma dell’intero oggetto in scala
ridotta, allo stesso modo ogni distretto delle città globali riprodurrebbe in
scala ridotta l’intera città, ad infinitum. Mi chiedo tuttavia se non sia più
preciso associare la città-labirinto contemporanea al funzionamento del micelio
micorrizico. Nel capitolo “Labirinti viventi” di L’ordine nascosto (2022) lo
scienziato Merlin Sheldrake spiega che il micelio dei funghi “vaga senza sosta
al di fuori e oltre i propri limiti, limiti che non sono mai prestabiliti come
invece avviene per la maggior parte dei corpi animali. Il micelio è un corpo
privo di schema corporeo, […] la coordinazione miceliare avviene dappertutto e
allo stesso tempo in nessun punto in particolare”. E dunque, che le città
globali siano città senza corpo? E se non hanno un corpo, dove sono le viscere?
> Le città globali odierne tendono sempre di più a proporre un simulacro della
> loro identità: sono le città Disneyland, gentrificate, turistificate e
> foodificate dove non si sta, ma si consuma soltanto.
Siamo davanti, ancora una volta, all’affascinante duplicità del labirinto: da
una parte la logica labirintica anima la dimensione ipertrofica e
ipertecnologica della città contemporanea, dall’altra ci interroga su dove sia
finito il suo piano sotterraneo, irrazionale e misterico. Mantovani risponde
approfondendo le analisi del sociologo e filosofo Jean Baudrillard (Simulacri e
impostura, 1981) e del sociologo Manuel Castells (La città delle reti, 2004)
affermando che le città globali odierne tendono sempre di più a proporre un
simulacro della loro identità: sono le città Disneyland, gentrificate,
turistificate e foodificate dove non si sta, ma si consuma soltanto. Città dove
viene meno il rapporto indessicale tra l’oggetto (la città) e la sua immagine,
perché si dà priorità alla funzionalità e al consumo, “mentre il mondo reale si
sgretola in un deserto”, conclude Mantovani.
Questa crisi della realtà disorienta e smarrisce, specialmente nell’epoca della
postverità, ma Mantovani propone una possibile visione della città-labirinto in
bono: nonostante tutto, c’è una resistenza ostinata dello spazio fisico contro
quello immateriale, che per Henri Lefebvre è “lo spazio percepito, ossia
vincolato alla pratica attiva di chi lo attraversa e ne usa gli strumenti per
decifrarlo” (La produzione dello spazio, 1974). In altre parole, lo spazio può
tornare a essere un luogo se c’è chi lo percepisce, ne fa esperienza, e cerca di
starci e comprenderlo oltre la sua funzionalità. Mantovani ricorda allora lo
spazio del flâneur o flâneuse di Flaubert, o quello dello scrittore per Calvino,
ossia colui o colei che deve accettare “il nuovo mondo, assumendone
l’immaginario e riscattandone la disumanità”. Il saggio si inoltra poi nelle
rappresentazioni della città-labirinto in Poe, T.S. Eliot, Auster, De Certeau,
Benjamin, Kafka e Fisher, che alternano le proprie visioni tra il rimanere
intrappolati nelle viscere della città e cercare spazi di sfida al suo interno.
L’impressione è che queste manifestazioni letterarie e filosofiche della
città-labirinto contemporanea vengano rintracciate da Mantovani non tanto per
indicarci una via d’uscita attuale, ma per dar prova che la logica del
labirinto, ossia il suo pensiero magico, sia di fondamentale importanza, “una
componente ineludibile del confronto tra l’umano e il mondo circostante”.
Eppure questa conclusione era già evidente dalla prima metà del libro. In uno
dei suoi passaggi più acuti la riflessione di Mantovani sul testo di Lefebvre
desume che, nonostante la smania occidentale di portare le viscere alla luce, di
rendere gli spazi trasparenti e razionali, nelle città contemporanee “lo spazio
non è innocente come appare”. In questa considerazione si cela però una domanda
a cui Mantovani non dà una risposta diretta: “Ma allora, come si configura la
resistenza labirintica oggi?”. L’autore ci ha guidato in un viaggio
simil-hegeliano all’interno dello spirito del labirinto, da Humbaba a
Disneyland, ma sembra tralasciare gli evidenti palazzi delle viscere odierni,
come i cadaveri rimasti incastrati nelle macerie senza via d’uscita di Gaza, o
le gigantesche pozze di sangue che macchiano le strade del Darfour
settentrionale. Questi sono i labirinti di oggi, che affollano lo stesso schermo
dove il navigatore di Google Maps smaterializza lo spazio intorno a noi, dandoci
l’illusione di avere il mondo sul palmo della mano. Senza interrogare le crisi
individuali e collettive che questi labirinti ci obbligano ad affrontare,
l’indagine di Mantovani appare incompiuta.
L'articolo Qui non c’è niente. Immagini dal labirinto di Alessandro Mantovani
proviene da Il Tascabile.
R accontando di una città che si rinnova pur mantenendo dentro di sé il germe
delle sue versioni precedenti, Italo Calvino descrive così Clarice, all’interno
delle sue Città invisibili (1972):
> farfalla suntuosa sgusciava dalla […] crisalide pezzente; la nuova abbondanza
> faceva traboccare la città di materiali edifici oggetti nuovi; […] Ogni nuova
> Clarice, compatta come un corpo vivente coi suoi odori e il suo respiro,
> sfoggia come un monile quel che resta delle antiche Clarici frammentarie e
> morte.
Quello di attribuire caratteristiche proprie delle creature viventi a uno
scenario urbano è un espediente letterario piuttosto comune: dalla Dublino di
James Joyce alla Jerusalem (Northampton) di Alan Moore, la città ci affascina al
punto che spesso le vogliamo conferire un’anima, una vitalità, persino
trasformandola in un vero e proprio personaggio della storia.
Giocare con le città (raccontandole, riprogettandole o immaginandole dal nulla)
non è un’attività di solo appannaggio della letteratura, ma anche
dell’urbanistica e della sociologia. In queste discipline la metafora della
città come organismo compare almeno da due secoli, con le prime avvisaglie che
emergono già nella filosofia materialista di fine Ottocento quando, per
analizzare la rapida industrializzazione e urbanizzazione della società,
l’urbanistica inizia a prendere in prestito concetti della biologia e della
fisiologia. Negli anni Sessanta questi concetti si consolidano nel termine
metabolismo urbano, usato per la prima volta per descrivere il flusso di entrata
e uscita di risorse naturali in una ipotetica città di un milione di abitanti.
Col tempo, questo filone con tanti nomi, declinazioni e progetti ha incorporato
anche elementi dell’ambientalismo, della cibernetica, dell’ingegneria
gestionale.
La città quindi non esiste più come un’entità separata a livello concettuale
dall’ambiente naturale, ma diventa un “antroma”, un bioma di origine antropica.
È natura a sua volta: un luogo pulsante, attivo, che respira, mangia, espelle
come se fosse cosa viva, in diretto contrasto con la concezione, ancora più
antica, della città come un macchinario da far funzionare, fatto di parti
meccaniche da riparare se si rompono. L’urbanistica organica cerca invece di
vedere la città in maniera olistica: non si concentra su un singolo edificio o
progetto urbano come se fossero ingranaggi sostituibili, ma li considera
nell’insieme, come organi dello stesso corpo. Una città smart ma non in quanto
iperconnessa e digitalizzata, bensì perché possiede quelle proprietà associate
all’intelligenza animale: capacità di adattamento, flessibilità, risoluzione dei
problemi per la propria sopravvivenza. Un luogo che quindi potrebbe, se così
organizzato, essere in grado di affrontare problematiche epocali, come quella
del cambiamento climatico, alla stregua delle altre creature viventi.
> L’urbanistica organica concepisce la città in maniera olistica: non si
> concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi
> sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo.
Partiamo da un esempio semplice: come un organismo, una città ha bisogno di
termoregolarsi a seconda delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Un
dipartimento di ricerca o un data center necessitano di fresco tutto l’anno per
mantenere una temperatura ottimale per server ed esperimenti; mentre una piscina
con annessa palestra deve riscaldare grandi ambienti durante le ore di attività.
Perché allora non progettare edifici in modo che il caldo sia condotto verso gli
ambienti freddi quando ne hanno bisogno, e viceversa? Perché non utilizzare
materiali che in qualche modo accumulino il caldo di giorno per rilasciarlo di
notte, e meccanismi di distribuzione del calore che allacciano un intero
quartiere?
La metodologia REAP (Rotterdam Energy Approach and Planning) in corso di
sperimentazione in alcune aree della città olandese, ad esempio, è incentrata
proprio sulla ridistribuzione dei flussi di energia e calore, con l’obiettivo di
ridurre la dipendenza della città di Rotterdam dai combustibili fossili e
raggiungere la carbon neutrality. Iniziative come CityLoops, finanziate
dall’Unione Europea, mirano invece a ridurre lo spreco di materiali di
costruzione e demolizione e di scarti alimentari rimettendoli in circolo, a
disposizione di altri progetti.
Logico, ma fin qui nemmeno troppo diverso dal concetto di economia circolare,
che porta con sé i propri limiti, anche semantici. L’economia circolare
sottintende un ritorno di investimento, una rimessa in circolazione delle
risorse garantendo un guadagno per le aziende coinvolte. L’efficienza di un
sistema è misurata in milioni di euro, che non sono sinonimi di tonnellate di
CO2 e nemmeno di salute ambientale o benessere collettivo. Anche se molti
progetti di urbanistica organica non sono incompatibili con un’economia
circolare, in quest’ultima la logica aziendale ed estrattiva permangono, e
continuano a fare a pugni con la termodinamica. A un certo punto il
reinvestimento non è più economicamente produttivo, sopravvengono i diminishing
returns (rendimenti decrescenti).
> Per le città, come per gli organismi viventi, un’iperspecializzazione potrebbe
> rivelarsi rischiosa, poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi
> inaspettate.
L’urbanismo organico promette qualcosa di diverso: quantificare, tracciare e se
possibile distribuire non i flussi monetari, ma quelli energetici e materiali.
Ecco allora spuntare elaborati diagrammi di flusso per rappresentare non solo i
sistemi energetici di intere città, ma anche la “dieta” di risorse di cui
necessitano, comprese quelle alimentari consumate dalla popolazione. Da questi
diagrammi gli urbanisti derivano versioni ancora più complesse, per
rappresentare una ipotetica versione ottimale di quegli stessi flussi di materia
ed energia. Teorie come quella dello swarm planning, invece che incentrarsi su
grandi opere, promuovono la progettazione di molteplici interventi di
urbanistica su piccola scala, coinvolgendo le comunità locali. Questi
interventi, concepiti in batteria e ognuno con una soluzione diversa, sono
predisposti in anticipo e pronti a essere implementati in maniera puntuale in
caso di necessità. L’idea è che, come per gli organismi viventi,
l’iperspecializzazione sia evolutivamente rischiosa poiché lascia il fianco
scoperto a catastrofi inaspettate, quando essere generalisti offre invece più
chance. Un approccio che vede le città come fragili e suscettibili a mutamenti
repentini, soprattutto in un’ottica di crisi climatica ed energetica, ma anche
capaci di adattarsi.
Alcuni ricercatori si sono anche spinti a calcolare il metabolismo di una città.
Uno studio ha registrato e analizzato il pattern metabolico (quante risorse
entrano, quanta energia si genera, quanti scarti vengono prodotti) delle quattro
principali città della Danimarca. Ne è emerso che, rispetto ad altre metropoli
di grandezza paragonabile, le città danesi hanno un profilo metabolico più
basso, che sono riuscite ulteriormente a ridurre negli ultimi anni. Studiare le
città come se fossero un organismo potrebbe quindi aiutarci a comprenderle
meglio, a concepire e architettare nuove modalità di funzionamento.
Non è difficile capire come l’urbanismo organico riesca a catturare
l’immaginazione, in particolare quella di ambientalisti ed ecologisti. Ma una
domanda sorge spontanea: che tipo di organismo è, una città? Se ha un profilo
metabolico, a quale creatura, nel regno dei viventi, assomiglia di più? Proviamo
a ipotizzare. Le città consumano tanta energia e generano molti scarti rispetto
alla loro massa: un profilo metabolico tipico di un piccolo animale molto mobile
e attivo, come un roditore o un colibrì. Ma le città, oltre ad avere una massa
enorme, sono anche sessili, assomigliando in questo molto di più a una massa
fungina o algale di enorme estensione, tipo un micelio sotterraneo che abbraccia
un’intera foresta. Se sono industrializzate producono anche molta energia, ma
non fissano la CO2 come gli organismi fotosintetici, e quindi non possono
neanche essere paragonate a loro. Non riconvertono gli scarti in materia fertile
come fanno i funghi, semmai ne producono di ulteriori. Forse assomigliano a un
qualche tipo di corallo, o una colonia batterica (viste dall’alto, sembrano
crescere proprio come loro) ma i batteri consumano il substrato sul quale si
trovano, mentre le città moderne e globalizzate hanno la capacità di trarre
risorse per il loro sostentamento dall’altra parte del pianeta.
E noi esseri umani che la abitiamo che cosa siamo, in questa similitudine?
Organismi separati, come simbionti che abitano il suo corpo colossale? Anche noi
una colonia batterica? Oppure un parassita che ne infesta le membra e che ne
detta le decisioni, una sorta di fungo Cordyceps su scala metropolitana? Siamo i
suoi neuroni?
> Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco
> conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare.
Dobbiamo purtroppo abbandonare questo esperimento mentale: non sembra esserci,
in natura, qualcosa di efficacemente paragonabile alle città, almeno a livello
metabolico. Peccato, perché ci avrebbe sicuramente aiutato a comprenderle
meglio, comparando le caratteristiche biologiche delle forme di vita a loro più
simili. Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora
poco conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare.
Forse è il caso invece di capire davvero se l’approccio organico all’urbanistica
sia sufficiente a farla funzionare meglio. Un organismo è fatto di sistemi e
tessuti ben organizzati che rispondono a un imperativo: la sua stessa
sopravvivenza. I tessuti di un organismo funzionale, tranne nel caso di un
cancro, non sono in competizione tra loro. Possiamo dire che funzioni così nelle
città di oggi? Se le diverse comunità, quartieri, edifici, istituzioni e aziende
sono le cellule di una stessa creatura, la loro attività è davvero corale e
organizzata? Definirle come tali non è sufficiente affinché una collaborazione
volta alla sopravvivenza collettiva abbia effettivamente luogo.
E le altre città? Finora abbiamo sorvolato sulla questione, ma si tratta di una
domanda fondamentale. Se le città sono organismi, vuol dire che esiste anche un
loro ecosistema: come vivono i membri di questo ecosistema? Come unità di una
sola colonia globale, oppure in aspra competizione tra loro per le risorse?
Esiste una catena alimentare con città produttrici e città consumatrici?
Ridisegnare una città come Milano, in modo che sia più sostenibile, più
vivibile, meno inquinata è di sicuro un vantaggio per gli abitanti di Milano ‒
ma per tutti gli altri? Non è ancora del tutto chiaro se l’efficienza metabolica
di una singola città si traduca in un miglioramento delle condizioni anche per
le città limitrofe o distanti. Da dove ha preso l’energia, dove finiscono i suoi
rifiuti? In un paradigma gestionale ed economico di tipo estrattivo, chi paga
davvero la bolletta dei lavori di rinnovo che rendono una metropoli più green?
Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi
in una ennesima rivisitazione del greenwashing, con una città che si dichiara
sostenibile perché riuscita a raggiungere la tanto agognata neutralità
metabolica al suo interno, a scapito dell’esterno. Un po’ come nel caso
dell’Europa, che ha “ridotto le sue emissioni” negli ultimi anni, perché ne ha
esternalizzato gli effetti sul Sud globale tramite il meccanismo del mercato
della CO2.
> Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi
> in un’operazione di greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile
> perché ha raggiunto una neutralità metabolica esternalizzandone i costi.
Gli scienziati che hanno provato a misurare il metabolismo delle città danesi
ammettono questo limite nello studio stesso: non ci sono abbastanza dati per
comprendere la portata dell’impatto ambientale che ha una città. Non tanto nella
città esaminata, bensì nel luogo da dove questa ha ottenuto le sue risorse
energetiche e materiali. Ed è altrettanto difficile capire, o anche solo
rintracciare, dove vanno a finire i flussi di materiale di scarto, le sue
emissioni. Il limite principale del concetto sta tutto qui: fino a dove si
estendono i confini della città-organismo? La sua pelle potrà corrispondere alle
linee di demarcazione municipali, ma la sua influenza è percepita ben oltre.
Per limiti tecnici, assenza di informazioni, e per evitare di confrontarsi con
una complessità di diversi ordini di grandezza maggiore, finora il metabolismo
urbano si è limitato a considerare la città come sistema chiuso, affrontando
questioni energetiche e ambientali a livello locale. Ma una città chiusa non può
essere davvero considerata un organismo, perché gli organismi non vivono in
isolamento.
Se si riuscirà a comprendere appieno la complessità ecosistemica delle città ‒
ed è una faccenda di una complessità enorme ‒ si potrà forse riuscire a
sviluppare un piano metabolico urbano su scala nazionale, se non addirittura
globale. Con relative misure di urbanistica da applicare sulla singola città a
seconda delle circostanze locali, tenendo in considerazione le aspettative di
impatto su quella città e su tutte le altre. Un’impresa titanica che richiede
una quantità spropositata di dati, modelli accurati, e soprattutto una decisa
volontà politica. Che sia fatta in maniera centralizzata o distribuita,
l’urbanistica organica richiede una pianificazione volta alla cooperazione, ed
entrambe queste parole sono lo spauracchio di più di una fazione politica.
> Finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema
> chiuso. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo,
> perché gli organismi non vivono in isolamento.
Senza una visione su larga scala, il metabolismo urbano rimane un concetto
importante ma incompleto: molto utile per risolvere problematiche locali, meno
per affrontare la sfida globale del cambiamento climatico. I suoi limiti sono
gli stessi dell’attuale approccio dominante alle questioni ecologiche, che
consiste nell’adottare soluzioni personali per quelle che sono faccende
sistemiche. Tocca quindi sperare che, anche in assenza di informazioni
sufficienti per pianificare un flusso metabolico su larghissima scala,
l’attività che ogni singola città può fare per rendere sé stessa più sostenibile
arriverà, in via incrementale, a rendere l’insieme delle città più vivibile. E
che l’ecosistema di queste città sia uno dove vige la collaborazione e non una
lotta efferata per le risorse.
Sempre nelle Città invisibili, Calvino descrive Leonia, un’altra città
ossessionata dal rinnovare di continuo sé stessa, e che in questa impresa
finisce per accumulare attorno a sé tonnellate di spazzatura, un confine di
rifiuti che la circonda come una instabile catena montuosa che rischia di
franare da un momento all’altro. E peggio di una Leonia c’è solo un mondo fatto
da tante città come questa, in competizione tra loro.
> Forse il mondo intero […] è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al
> centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee
> e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si
> puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
L'articolo La città come organismo proviene da Il Tascabile.