Tag - città

Abitare le rovine della modernità
E sistono rovine romane che hanno poco in comune con i Fori imperiali, il Colosseo e il Circo Massimo. Sono spazi progettati e costruiti da una modernità fallimentare, fabbriche dismesse o uffici abbandonati che, dopo aver perso la funzione originaria, hanno consentito la nascita e lo sviluppo di forme imprevedibili dell’abitare e del vivere, in grado di fornire una risposta concreta ai bisogni insoddisfatti dalla società. Spesso ciò è avvenuto grazie all’invisibilità istituzionale di cui questi luoghi hanno goduto per decenni che, in alcuni casi – come ad esempio per il Lago Bullicante all’ex SNIA Viscosa – ha permesso la loro rinaturalizzazione. Ma soprattutto grazie all’attivazione di comunità che hanno saputo occupare e reimmaginare gli spazi, a scopi abitativi e non, e ancora oggi li difendono quando si trovano a rischio di sopravvivenza, come è accaduto negli ultimi mesi per gli ex Mercati Generali e per Spin Time. La mostra Abitare le rovine del presente, visitabile al MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma) fino al 10 maggio 2026, è dedicata a questo tipo di esperienze di rigenerazione dal basso. L’esposizione prende avvio dal progetto Agency for better living, presentato al Padiglione Austria della Biennale di architettura di Venezia 2025, a cura di Sabine Pollak, Michael Obrist e Lorenzo Romito, ed è stata riadattata e ampliata appositamente per gli spazi del museo d’arte contemporanea di Roma. I curatori Giulia Fiocca e Lorenzo Romito sono parte del collettivo di artisti, architetti e attivisti Stalker, che dal 1995 attraversa i luoghi abbandonati di Roma, cercando di ripensarli e trasformarli insieme a chi li vive. Abitare le rovine del presente non è solo una mostra, ma un dispositivo di agentività (agency per il mondo anglosassone), un archivio e uno spazio di negoziazione, nonché una forma di autonarrazione e, nell’intenzione dei curatori, un possibile laboratorio permanente. La prima sala è dedicata alla storia e raccoglie tre piani di lettura: un arazzo composto da striscioni e slogan per il diritto alla casa occupa un’intera parete; sul lato opposto una timeline testuale e fotografica ripercorre le tappe principali della questione abitativa a Roma dal 1870 a oggi; al centro, tre frammenti di una colonna coclide realizzati dall’artista Jessi Birtwistle con materiali di scarto, denominati il “DNA di una lotta”, raccontano per immagini i momenti chiave della lotta per l’abitare nella capitale. Nella seconda sala una grande mappa realizzata da Stalker, insieme a IUR Map e Scomodo, mostra tutti gli spazi chiusi, abbandonati o occupati della città. Al centro c’è l’imponente Corviale, uno schedario in legno in cui sono inseriti supporti estraibili e consultabili come faldoni. Ogni scheda racconta la storia di uno spazio mappato e nove di queste — dedicate a Ararat, Casale De Merode, Lago Bullicante ex Snia, ex Mercati Generali, Metropoliz, Porto Fluviale, Spin Time, Quarticciolo, 4 Stelle Hotel — sono state ingrandite per offrire, insieme ad altro materiale fotografico e di archivio, un quadro più approfondito di alcune esperienze del presente. L’esposizione accoglie decine di contributi di artiste e artisti ed è stata realizzata in dialogo con le realtà sociali rappresentate, nonché all’interno di una di esse. Il materiale espositivo è stato infatti assemblato nel MAd’O (Museo dell’Atto di Ospitalità), all’interno dell’occupazione di Spin Time, in via di Santa Croce in Gerusalemme. È lì che incontro entrambi i curatori. Alla Biennale si è svolta una serie di incontri tra le istituzioni viennesi e le realtà sociali romane. Come è nata l’idea di accostare Vienna, considerata un modello virtuoso per essere riuscita a evitare la crisi abitativa, agli esempi romani di rigenerazione dal basso? Lorenzo Romito: La città di Vienna ha una storia istituzionale impeccabile: la sua amministrazione ha saputo contenere l’interesse speculativo nel corso del tempo e attuare politiche abitative efficaci. Questo ha contribuito a renderla la prima città al mondo per la qualità della vita, primato che ha mantenuto per diversi anni. Il fascino che esercita Roma sugli amici austriaci è quello di una società imprevedibile che rattoppa, cambia, trasforma e trova soluzioni. Queste due esperienze, che poi erano le competenze messe in campo rispettivamente da Sabine Pollak e Michael Obrist, e da me con Stalker, ci sono sembrate complementari e in grado di fornire una prospettiva per l’architettura. Giulia Fiocca: Nel padiglione austriaco della Biennale le due esperienze erano messe a confronto non perché l’una sia migliore dell’altra, ma affinché si instaurasse un dialogo tra i due diversi modelli. Questo effettivamente è accaduto tramite gli incontri, durante i quali abbiamo riflettuto sull’abitare, non inteso solamente come possibilità di avere una casa, ma come diritto alla città, che include tutti gli aspetti di cosa vuol dire abitare oggi, dal punto di vista sociale e culturale. Lorenzo Romito: La città del futuro, secondo noi, ha bisogno di questo: da una parte una pianificazione consapevole che si sappia difendere dall’oppressione del capitale internazionale, come quella viennese, dall’altra le energie di un popolo in grado di lottare per un’idea di abitare che soddisfi i bisogni sociali e culturali, come mostrano le esperienze dal basso a Roma. In Biennale gli incontri sono stati il punto di tensione tra queste due prospettive: quella dall’alto e quella dal basso. Qual è il rapporto di Roma con le rovine, al di là della visione romantica? LR: Le rovine sono delle forme architettoniche che hanno perso la funzione e che, per varie circostanze, ne assumono un’altra. Nella biologia evolutiva esiste qualcosa di simile: è un fenomeno che si chiama exaptation e che consente alle forme evolutive di trovare un’altra funzione. Questo permette al processo evolutivo di dare un grande ruolo alla non linearità, al caso, alla lotta per la vita, al tentativo di coevolvere con un ambiente che non sempre si confà all’abitare. Ciò permette anche di decostruire la logica positivista che l’evoluzione sia un processo che avviene per selezione naturale, una sorta di meritocrazia evolutiva. In realtà c’è il clinamen, come direbbe Lucrezio, cioè qualcosa di incidentale che arricchisce questo processo. L’altro elemento è che la rovina è anche il prodotto istituzionale di una serie di fallimenti, è una produzione sistemica della pianificazione pubblica di questa città. Questo sottintende il fatto che la Roma moderna non abbia consapevolezza della sua stessa storia, della sua mitologia e dei suoi algoritmi, cioè delle sue capacità di rigenerarsi. Il mito ha un ruolo fondamentale nel vostro racconto. In che modo la mitologia di Roma dialoga con la rigenerazione dei luoghi dal basso? LR: Quando Enea sale sul Palatino per incontrare Evandro, re degli Arcadi, e stringere con lui un’alleanza, l’anziano sovrano gli mostra le rovine su cui è stato predetto che sorgerà Roma e sulle quali per ora si estende il suo regno. Prima ancora che Roma nascesse, quindi, le rovine erano già presenti: la stessa fondazione della città avviene attraverso la riappropriazione e il riuso delle rovine. È in questa chiave che abbiamo voluto leggere il complesso mondo dell’auto-organizzazione sociale di oggi. In particolare, abbiamo evocato tre “algoritmi ecomitologici” a cui affidare ancora oggi la possibilità di rigenerare Roma. Il primo è l’Asylum, il dar casa e cittadinanza agli stranieri, come fece Romolo quando accolse gli esuli sul colle Capitolino per fondare la città. Le occupazioni abitative di oggi sono la più grande risorsa nel trattenere il disagio prodotto dalla mancanza di una vera e propria accoglienza dei migranti in Italia. Di fatto, offrendo una casa e condividendo le scelte, tramite l’assemblea, queste esperienze danno la cittadinanza agli stranieri, proprio come faceva Romolo. Il secondo elemento è il Latium, ovvero il rapporto mitico con la natura selvatica, ad esempio quello con i “boschi sacri” che per gli antichi costituivano un rischio, ma anche un’opportunità, e quindi venivano sacralizzati perché fossero altro rispetto alla città. Roma, che nasce tra sette colli e nell’alveo del Tevere, non è mai stata in contrapposizione alla natura. Anzi, questa è stata un elemento fondamentale per lo sviluppo della città e lo è ancora oggi. Infine c’è il Mundus, un buco scavato nel centro cittadino, che aveva il ruolo simbolico-sacrale di connettere il cielo alla terra e di diventare una porta verso le energie del sottosuolo, includendo l’alterità delle forze infere. Era anche il luogo in cui tutti i convenuti a fondare il popolo romano gettavano una manciata di terra del proprio paese di provenienza e la mettevano in comune, stabilendo un nuovo legame che non era autoctono o etnico, ma un legame di volontà. Declinato sul presente, questo offre l’idea di una comunità di scelta, che si apre all’immaginario e alla possibilità di essere una città eterna: senza origine, e per questo senza fine. A proposito della relazione della città con la natura, la questione si è riproposta di recente con le proteste per alcune zone abbandonate degli ex Mercati Generali, un’area pubblica molto vasta che si era rinaturalizzata durante anni di abbandono e che ora è al centro di una speculazione privata. GF: Gli ex Mercati Generali erano un ambiente naturale unico, ma una convenzione firmata dal comune con una multinazionale ora prevede la realizzazione di dieci nuovi edifici in otto ettari e la costruzione di uno studentato. La notizia ha portato alla formazione di una comunità che si sta opponendo a questo progetto speculativo su un’area pubblica. Questa non è una novità: i parchi pubblici romani che conosciamo oggi, in realtà, non sono nati da una pianificazione dall’alto ma dagli abitanti che li hanno in qualche modo liberati, difesi, ne hanno riconosciuto il valore. L’ultimo caso è quello del Lago Bullicante, all’interno dell’area dell’ex fabbrica SNIA Viscosa abbandonata, dove nel 1992, a seguito della costruzione illegale di un albergo, si è formato un lago e la natura si è ripresa il suo territorio. Grazie a una lotta trentennale degli abitanti, quel posto oggi è pubblico. Mancano gli ultimi quattro ettari dei quattordici iniziali, ma la storia va avanti. LR: La modernità ha rotto il rapporto tra territorio e persone e mi sembra che questa nuova lotta per la vita, umana e non umana, lo ridisegni in qualche modo. Non è un caso che ciò accada proprio dove si verificano imprevedibili rinaturalizzazioni, nuovi mirabilia urbis in cui le rovine di un centro commerciale all’interno di un lago, circondate da un bosco e dai resti di una fabbrica, disegnano una prospettiva immaginaria piena di potenziali letture: quello del Lago Bullicante è uno spazio desiderabile, da colmare col desiderio. Le varie comunità frammentate della modernità: migranti, anziani, studenti, tribù digitali diverse, qui si rincontrano nella difesa e nella gestione attorno a un luogo nuovo. C’è stata anche una massiccia mobilitazione intorno a Spin Time, di fronte al rischio sgombero. LR: In questo c’è anche la volontà di sottrarsi all’estremismo capitalista occidentale che vuole mettere tutto necessariamente a lavoro e sfruttarlo, ma che si è rivelato devastante e inquinante. A Roma il processo di industrializzazione ha fallito storicamente, per varie motivazioni, e questo ha fatto sì che il centro della vita di questa città non sia mai stato il lavoro. Davanti ai cambiamenti climatici, all’esigenza di passare da un’epoca a un’altra e di scoprire un nuovo paradigma, forse la lettura della storia di Roma, dei suoi margini, della sua realtà attuale e dei processi che vi hanno luogo, l’antagonismo di Roma-Città-Mondo rispetto a Roma-Capitale, è una dialettica che può portare a definire un modello di città diverso, che nasca attraverso un’intelligenza collettiva, sociale e naturale. Prima hai parlato di “produzione sistemica” di rovine da parte della pianificazione della città di Roma. Cosa intendevi? LR: Le rovine sono frutto di un’idea di spesa pubblica e di un sistema economico che neanche mirano a essere produttivi. Dopo che Roma diventa capitale, inizia un processo di demolizione del centro città che punta a far spazio ai monumenti e al ceto borghese, che sarebbe diventato la nuova burocrazia nazionale. Il centro si trasforma in un cantiere permanente: pensiamo a piazza Venezia, che è il primo grande cantiere, con la costruzione dell’Altare della patria, e continua a esserlo ancora oggi. Nei tantissimi elementi di ricostruzione di questa storia moderna, quello che cerchiamo di mettere in evidenza nella mostra è che a Roma si tocca il più alto incremento di valore fondiario mai raggiunto in Europa fra il 1870 e il 1880, prima della crisi della Banca di Roma. Un terreno che valeva tre lire quando Roma diventa capitale viene venduto a sei lire dai grandi latifondisti al nuovo capitale internazionale e del Nord, e quel terreno in capo a dieci anni ne varrà cento. Questo tipo di accumulazione di valore, prodotta proprio dalla speculazione, insieme all’espulsione delle classi popolari dal centro, comporta che chi materialmente costruisce le case poi non vi ha accesso, né diritto di abitarle. Così intorno a Roma si formano le capanne, poi le baracche, dove nei decenni si stabiliscono i migranti interni e poi gli stranieri, fino alla presa di possesso di rovine non abitative cui assistiamo oggi. GF: Teniamo presente che la legge in vigore dal 1939 al 1961, ben dopo la fine del fascismo, impediva di stabilire la residenza a chi non aveva un lavoro ufficiale, e di trovare lavoro a chi non aveva la residenza. Il popolo che per decenni costruisce e affolla le baracche, in altre parole, non ha diritti. Le borgate si estendono molto a causa di questa legge: vivere al loro interno era un modo di sopravvivere restando invisibili. In un certo senso, potremmo dire che la marginalizzazione proviene da questa legge, e poi è proseguita con i migranti stranieri, con la legge sulla cittadinanza, i problemi con la residenza, il diritto al lavoro. LR: Al tempo stesso, nella storia di Roma la produzione e la riappropriazione di rovine è anche il modo in cui la città cambia. Pensiamo per esempio a piazza Navona, che era un circo decaduto e abbandonato. Aveva perso la sua funzione, trasformandosi in un’infrastruttura dove venivano appoggiate le assi delle baracche, come si faceva all’Acquedotto Felice. Da queste baracche, con l’evoluzione della città, sono nate abitazioni e palazzi. Nel Seicento, a dare unitarietà e unicità e una piazza, che è un progetto quasi perfetto, è il conflitto fra i due grandi architetti Bernini e Borromini. La loro contrapposizione è il coronamento a un processo millenario di trasformazione. Questa è la vera rigenerazione urbana a Roma: in questo senso dare valore alle appropriazioni, alle forme di trasformazione, all’evoluzione prodotta dalla lotta per la vita di chi cerca di abitare una città escludente, ha un suo senso proprio. È il modo in cui Roma cambia. Invece gli architetti demiurghi, che arrivano con grandi progetti dall’esterno, privi della consapevolezza del genius loci, della storia locale e del contesto, sono destinati a produrre rovine. Il dialogo con la storia nella mostra è costante. Penso al “DNA di una lotta”, che richiama esplicitamente la Colonna Traiana. Come è nata quell’idea? GF: La scelta di riprendere la Colonna Traiana è stata di Jessi Birtwistle, che insieme a noi è attiva qui a Spin Time, e nasce dalla sua esplorazione della città. Di fronte a quest’opera, testimonianza di potere di un imperatore alla conquista della Dacia (la Romania di oggi), lei ha scelto di ribaltare la simbologia. Ha utilizzato carta riciclata, un materiale fragile, tutt’altro che eterno. E ha scelto di raccontare la lotta per la casa attraverso delle scene che risultino comprensibili anche per chi viene dall’altra parte del mondo, o per chi magari è analfabeta. Inizialmente la colonna avrebbe dovuto essere alta sei metri, ma poi abbiamo scelto di lasciarla in tre frammenti, proprio per riprendere l’idea delle rovine. Come avete individuato le scene da raccontare? GF: È stata un’elaborazione che abbiamo fatto insieme, studiando la storia della lotta per la casa a Roma. Una storia invisibile, composta dalle vite di tante persone, che scorre accanto alle vicende della città e dell’Italia nel Novecento. Nella colonna si parte da Vittorio, migrante che arriva dalla Calabria con la valigia di cartone, e poi si attraversano diverse epoche: una prima fase, fino agli anni Ottanta, che è la migrazione interna, sono una ventina di scene; il secondo frammento invece affronta la migrazione da ogni parte del mondo. Inizia nel 1989, quando l’edificio dell’ex Pantanella a Porta Maggiore viene occupato da circa tremila persone provenienti perlopiù dal subcontinente indiano, espulse dal centro perché dovevano esserci i mondiali di calcio del Novanta. Per alcuni mesi loro abitano quello che viene ribattezzato Shish Mahal, Palazzo di cristallo ed è un momento di svolta nella relazione di Roma con la migrazione: molte associazioni sono nate in quel contesto e sono ancora oggi attive. Poi ci sono le migrazioni della comunità iraniana, di quella afghana al binario 15 della stazione ostiense, della comunità curda di Ararat, che è presente ancora oggi dall’occupazione del 1999, e le vicende più recenti, come lo sgombero di via Cardinal Capranica. La colonna di Jessi Birtwistle è complementare alla timeline che avete costruito e aiuta nella scoperta della storia della lotta per la casa a Roma. In questo caso come vi siete orientati? LR: Abbiamo scelto di partire dal 1870, quando Roma diventa capitale d’Italia, per raccontare la storia moderna della città in una prospettiva decoloniale. La dominazione piemontese avrebbe voluto omologare Roma alle altre capitali, borghesi, ottocentesche, liberali e capitaliste, ma questo processo non ha funzionato, anche perché era subentrato il timore nei confronti del popolo, e non si voleva un’industrializzazione che avrebbe portato a emancipare le classi popolari attraverso il lavoro. GF: Nella timeline abbiamo raccolto i passaggi fondamentali, affiancando a una cronologia anche materiale di archivio e fotografico, per comprendere come gli artisti nel tempo hanno rappresentato questa storia. Alcuni hanno scelto di stare al fianco di chi ha lottato e ancora si batte per il diritto alla casa a Roma. Non è una storia esaustiva, ma ci sono degli elementi che ricorrono, come alcune pratiche che ritroviamo ancora oggi. Ad esempio, dall’inizio del Novecento c’erano artisti e intellettuali che andavano a fare doposcuola ai figli dei migranti nella campagna romana, i guitti, che venivano stagionalmente nella campagna per lavorare. Tra loro c’erano Sibilla Aleramo, Duilio Cambellotti e altri che hanno usato la propria arte anche per raccontare questa esperienza. Negli anni Settanta troviamo altre figure di studenti e intellettuali che andavano a fare il doposcuola ai figli dei migranti provenienti per lo più dall’Abruzzo e dal Sud Italia, che vivevano nelle borgate, e tuttora ci sono persone che fanno doposcuola a bambine e bambini che vivono nelle occupazioni abitative. Anche il ruolo delle donne ritorna: c’è la storia della partigiana Carla Capponi, che nel dopoguerra si è impegnata nella lotta per la casa, ma ci sono anche le vicende di tante donne che partecipavano ai picchetti e alle manifestazioni davanti ai luoghi istituzionali, magari insieme ai loro figli, per chiedere una casa, perché i mariti magari erano al lavoro, e loro si trovavano a fronteggiare anche le forze dell’ordine. Nella grande cartina di Roma della seconda sala avete mappato cento luoghi che secondo voi rappresentano il potenziale della città: venti realtà sociali e auto-organizzazioni, venti occupazioni abitative, venti luoghi di rinaturalizzazione spontanea e quaranta luoghi abbandonati. Di questi, avete scelto di raccontarne in particolare nove. Quali criteri vi hanno guidati? GF: Le nove realtà rappresentate sono cinque occupazioni abitative, cui si aggiungono il Quarticciolo, il centro socioculturale curdo Ararat, il Lago Bullicante e gli ex Mercati Generali. Queste realtà hanno scelto di esserci e hanno contribuito con il proprio racconto: in questo senso abbiamo cercato di fare davvero un’autonarrazione. Come mostra la mappa, esistono moltissime altre realtà che noi abbiamo conosciuto negli anni, anche grazie alle camminate delle comunità temporanee con la scuola di urbanesimo nomade. Ma non tutte queste realtà secondo noi andavano raccontate. Molti luoghi si sono preservati nel tempo perché nessuno ha veramente “messo la firma” su di loro fino a un dato momento. È successo con gli ex Mercati Generali, ad esempio. Adesso che sono visibili è il momento di aumentare la loro visibilità, per salvaguardarli. Ma la noncuranza, l’abbandono, le rovine continue di cui parlava Lorenzo, sono stati la strategia per preservare alcuni di questi luoghi. Anche il Lago Bullicante è stato invisibile, dal 1955 al 1992, prima che ci fosse il progetto del centro commerciale. Dal momento in cui è diventato visibile, una comunità si è attivata e allora lo abbiamo portato in mostra. Ci teniamo a mantenere l’idea che la visibilità debba arrivare solo nel momento in cui è necessaria. Tra le realtà che avete scelto di raccontare c’è l’esperienza del Quarticciolo. GF: Sì, il Quarticciolo nasce come borgata virtuosa, a quattro chilometri dal centro, con tutti i servizi, ma negli ultimi anni è stata abbandonata dalle istituzioni ed è diventata una piazza di spaccio importante, con tutte le questioni sociali e politiche connesse. Abbiamo voluto raccontare che lì c’è una comunità che si auto-organizza e da alcuni anni ha una vera idea di cosa possa essere una città: c’è un’occupazione all’ex Questura, il doposcuola, la palestra popolare, il consultorio, l’ambulatorio sociale, la bottega per la serigrafia, il mercato dei contadini una volta al mese. È una comunità che resiste. Avete incluso anche il progetto del Porto Fluviale tra le realtà di auto-organizzazione e rigenerazione dal basso. GF: Quella è un’esperienza in cui l’istituzione ha capito il valore sociale dell’occupazione e ha trasformato questo edificio in case popolari, grazie al PNRR. Ora che il cantiere è finito, chi occupava potrà decidere se tornare o meno. Inoltre la novità è che al piano terra sono stati organizzati degli spazi di condivisione, come il ristorante, la zona per i bambini e il laboratorio artigianale, che provengono dall’uso che si faceva di quei luoghi durante l’occupazione. Però ora si apre il tema della gestione, come è emerso anche dagli incontri che abbiamo fatto a Venezia. In un condominio privato ci si organizza con l’assemblea di condominio, nelle occupazioni c’è un’assemblea di gestione tra chi abita e chi frequenta i luoghi. Nelle case popolari in realtà questo strumento non è previsto: bisogna capire se e come si può proporre lo strumento dell’assemblea in questo nuovo ibrido di casa popolare che viene da una storia di occupazione, condivisione e autogestione. LR: Sì, questo è il paradosso di una società storicamente comunitaria come la nostra, che invece ha un governo completamente centralizzato che non lascia nessuno spazio di sussidiarietà, al contrario di quanto avviene per esempio a Vienna o a Zurigo con le cooperative. GF: Le cooperative a Roma hanno fallito purtroppo e in questo la storia di nuovo ci può servire, a cominciare dall’esperienza dei borghetti, che a metà degli anni Settanta sono stati demoliti e chiusi. Le persone si sono trasferite nelle case popolari, dove comunque avevano una casa e non stavano nelle baracche, però si è perso quel senso di comunità che c’era prima. Oggi qual è il passaggio? Anche le persone che abitano in occupazioni abitative come questa di Spin Time vogliono una casa popolare, ma ci domandiamo perché questa realtà non possa trasformarsi in un progetto di un abitare innovativo, che sia anche una nuova forma di condivisione sociale e culturale. LR: Dobbiamo considerare che esperienze come queste, in qualche modo, sfidano l’istituzione. Sfidano anche la possibilità stessa di essere istituite. Prendiamo il Lago Bullicante, e ipotizziamo che diventi semplicemente un parco. Chi starà ad ascoltare tutti quelli che vogliono realizzare lì progetti, chi porterà i bambini per condividere il senso dell’esperienza, dove sarà l’assemblea? Più che una mostra, la nostra proposta è quella di un dispositivo che vuole avere un’agency, un’operatività nel processo, tant’è che ha costruito al suo interno un’assemblea di incontro, uno spazio di relazione. La storia e i suoi tre piani di lettura (la timeline, la colonna e l’arazzo) nella mostra circondano lo spazio di negoziazione ‒ i cubi di cemento dove è possibile sedersi a dialogare ‒ in modo tale da renderla operativa. Infine, la mostra vuole costituirsi come archivio affinché questa storia non si disperda, come accade a tutte le storie dei “vinti”. Agency, assemblea e archivio sono gli strumenti operativi di elaborazione che suggeriamo in questo processo di istituzionalizzazione dei processi sociali. È chiaro che il rischio è enorme, perché tutto quello che viene istituzionalizzato rischia di diventare banale, mentre finché questi luoghi non sono istituiti sono pieni di possibilità. Però questa sfida va affrontata oggi, e serve un’istituzione in grado di accoglierla. È la storia stessa a dirci che è tempo di un risarcimento, di quello che viene chiamato urban repair. Di cosa si tratta? LR: È un concetto legato ai processi di decolonizzazione. Avendo provato a tratteggiare la prospettiva di una lettura dello sviluppo della Roma moderna come città coloniale, con processi di espulsione, di marginalizzazione, di messa a valore del territorio, c’è da iniziare a pensare come si costruisce insieme la città oggi, risarcendo la popolazione. Non si tratta di un nostalgico tornare indietro, ma della pretesa di partecipare ai processi di trasformazione urbana, perché questo modello segnato dalla speculazione ha prodotto una città dove ci sono due milioni di macchine su tre milioni di abitanti e in cui le aspettative di vita sono più basse rispetto ad altri luoghi, per l’inquinamento e per l’assenza di spazi. A che punto siamo con questo “risarcimento” secondo te? LR: Le proteste per gli ex Mercati generali segnano la presa di coscienza collettiva di una cittadinanza che non è più solo quella politicizzata o legata storicamente ai movimenti di lotta per la casa, ma sta capendo il passaggio evolutivo che questa nuova “finanziarizzazione” dell’urbanistica produce: il privato caccia i cittadini da uno spazio pubblico che neanche compra, sul quale investe soltanto, con un’amministrazione pubblica che lascia fare in nome di un presunto interesse pubblico. Io credo che in questa nuova prospettiva l’amministrazione debba porsi invece nella posizione di arbitro e di garante degli interessi collettivi: i capitali privati servono, ma devono disegnare una prospettiva di convivenza tra culture e con la natura, di risposta ai cambiamenti climatici e alle trasformazioni sociali di cui ormai la cittadinanza ha piena consapevolezza e in cui deve avere un ruolo determinante. Questa è la rivoluzione che serve. La società è pronta, l’amministrazione mi sembra che ancora non lo sia. Ci sono stati dei segnali di questa possibilità, la trasformazione del Porto Fluviale ne è un esempio, ma l’urgenza è forte. Roma deve diventare una capitale culturale in grado di riconoscere e limitare l’ossessione del presente del capitalismo e restituire dignità alla storia, alle narrazioni e alle possibilità di chi abita i luoghi. Dove andrà la mostra adesso? GF: Al momento abbiamo avuto richieste da Lecce e da Malmö, in Svezia. Ma per noi resta sia un archivio sia un dispositivo per parlare della città e, se rimanesse a Roma, potrebbe diventare un laboratorio permanente. Nell’archivio che chiamiamo Corviale potrebbero entrare molti altri luoghi, e anche altre schede potrebbero essere ingrandite e nuove storie approfondite. LR: Sì, come diceva Giulia, la mostra potrebbe stare a Roma e diventare un museo-laboratorio della trasformazione sociale. È un processo che sta andando avanti ormai da tempo. Trent’anni fa Stalker è partita proprio intorno a quest’idea semplice ma rivoluzionaria, poi socialmente condivisa piuttosto attraverso Gilles Clément in Francia che non in Italia. Cioè che nelle pieghe della città ci sia una serie di spazi “vuoti” che sono spazi di potenzialità e in cui, soprattutto a Roma, si disegnano i luoghi del possibile. Nella latitanza del controllo, la natura, quello che è escluso dalla città e quello che la città ha lasciato ‒ che siano detriti, rovine, infrastrutture ‒ si combinano secondo relazioni spontanee che esplorano il possibile e fanno emergere nuove forme di correlazione non progettata. Stalker è nato come pratica di esplorazione di questa dimensione altra della città, di viaggiatori che si assumono la responsabilità di attraversare il muro che rende invisibili questi spazi. A volte questa barriera è proprio un’interdizione fisica, perché sono spazi dove è vietato andare; altre volte è solo un fatto culturale: non ci vai perché non c’è niente, perché è “vuoto”, e il loro attraversamento disegna geografie nuove del possibile. Da lì siamo partiti, e in questi luoghi siamo poi tornati come i nomadi. Ci ha spinto il desiderio di monitorare e aver cura, senza determinare, accompagnando i processi di emersione spontanei, che generano ecosistemi e sistemi di relazioni nuove. Poi da quando, con Giulia, abbiamo iniziato a costruire Primavera romana, al percorso artistico si è affiancato anche l’aspetto sociale. GF: Primavera romana è nata nel 2007 dall’idea di attraversare il territorio per prendere coscienza di quello che c’è, e farlo con chi lo abita, andando oltre la dimensione artistica e di ricerca, in un’accezione più sociale e politica. Volevamo essere presenti con il corpo, con persone e comunità temporanee che potessero attraversare il territorio alla scoperta, ma anche condividerlo ed essere attive. Un approccio che si ritrova anche nella mostra. Prima Lorenzo ha parlato dei luoghi abbandonati come “spazi da colmare col desiderio”. È questa la chiave, il senso di queste esperienze di rigenerazione? GF: Penso che desiderio e necessità siano le due parole chiave per comprendere cosa ci spinge a creare e sostenere queste comunità di auto-organizzazione, che nascono dal punto di incontro tra la necessità di avere una casa e dei servizi e il desiderio di condividere e pensare una nuova idea di vivere la città. Tra necessità e desiderio c’è veramente una visione della città. LR: La necessità e il desiderio sono ciò che spinge all’immaginazione. La nostra società crea falsi bisogni e si rivela così incapace di rispondere alle urgenze, ma anche incapace di immaginare. Per il futuro delle nostre città dobbiamo creare una società che inizi a dare ruolo alla pratica dell’abitare come forma di cura, attenzione, come tempo e modalità altra. Saperla immaginare è fondamentale. L'articolo Abitare le rovine della modernità proviene da Il Tascabile.
Linguaggi
urbanistica
città
roma
abitazione
Roma: pieghe, strati, buchi
P edalo attraverso il quartiere Prati, l’unico della città in cui le strade si intersecano con rigore geometrico, formando non ammassi informi disposti a casaccio, ma coerenti isolati poligonali. Arrivo di fronte al ponte Matteotti e mi inserisco nell’apertura che porta alla ripida discesa diagonale attraverso l’argine che spalleggia il Tevere. L’ingresso è sempre un po’ incerto, transennato come se ci fossero dei perenni lavori in corso, in un modo che non invita a entrare chi non conosce già chiaramente quell’accesso. Tengo saldi i freni durante la catabasi attraverso la fitta vegetazione finché non vengo risputato fuori: ora la mia bicicletta fila lungo la ciclabile accanto all’acqua del fiume e la città rimbomba sopra di me. Gli alti argini riecheggiano il frastuono romano, restituendolo smorzato e ovattato. Filo tagliando la città in due, come fa il Tevere, incidendo il suo ventre mollo e argilloso. Il cambio di livello è netto. Sopra di me gli strati si affastellano e si schiacciano comprimendosi uno sull’altro come lattine: cemento, strade, semafori, strisce pedonali e poi macchine, ambulanze, portoni, scale e poi ancora appartamenti, palazzi, ospedali, villette e case popolari. Sotto: il primo taglio, quello del fiume che ha inciso il paesaggio dividendolo in due e trasportando a valle le prime rocce e detriti. Immagino l’azione cinetica dell’acqua come mito e metafora ideale della stratificazione, che ha avviato processi di addensamento della materia secondo velocità e modalità differenti, dando luogo all’isola Tiberina e alle dighe fatte di ramoscelli fabbricate dalle nutrie – e di cui le risme accumulate negli uffici della burocrazia capitolina sono solo l’ultima progenie. Mi rendo conto che questo improvviso cambio di livello, dall’incubo della stratificazione più incistata allo spalancarsi della destratificazione più improbabile, è una delle peculiari caratteristiche di Roma. Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle, si tratta della capacità di rendere sensibile la città stessa come processo di addensamento, produzione e crivellatura dello spazio, in bilico costante tra claustrofobia ristagnante e capitolazione contro le forze che tenta di governare. Solo ora che la taglio e la attraverso con la bicicletta, e per il breve tempo di questo tragitto, la città sembra avere senso. Sembra che conoscere e mappare questo spazio eteromorfo implichi l’impossibilità di chiamarsi fuori dal gesto tramite cui lo si attraversa, contemporaneamente scoprendolo, inventandolo e raccontandolo. Nel recente libro di Francesco Careri, Camminare e fermarsi (2025), che raccoglie gli articoli pubblicati dall’autore negli ultimi trent’anni a proposito di pratiche che sperimentano con un’architettura immateriale e relazionale, si trova un’efficace immagine della città come arcipelago. Il concetto di arcipelago serve a Careri per spostare l’attenzione dai “pieni” della città, come i tessuti e le strutture urbane, all’immenso “vuoto” che li contiene. In questa prospettiva, i pieni del costruito diventano come isole di un arcipelago il cui mare è il grande vuoto informe. Se pensiamo a questo mare come a un continuum, in cui ai parchi e ai grandi vuoti urbani si aggiungono tutte le terre di nessuno e tutti i margini infestati dai rovi, allora potremo osservare come, mentre la città si sviluppa, “il vuoto continui a ramificarsi alle varie scale, costituendo lo sfondo su cui galleggiano le strutture urbane, che con un termine fisico possiamo chiamare clusters: ammassi informi in cui la materia si concentra e si organizza in strutture”. > Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle, si tratta della capacità di > rendere sensibile la città stessa come processo di addensamento, produzione e > crivellatura dello spazio, in bilico costante tra claustrofobia ristagnante e > capitolazione contro le forze che tenta di governare. Se ne guadagna una visione della forma urbana come un processo dinamico e complesso, simile a quello della formazione delle nuvole e delle galassie, in cui agiscono diverse forze locali spesso in contrasto tra loro che si mischiano con l’azione pianificatrice di un’intelligenza centralizzata. Seguendo ancora Careri, “uno dei risultati più interessanti di questo processo è la formazione di un bordo irregolare attorno alla materia, che permette al vuoto di inoltrarvisi. È un fenomeno che si può osservare chiaramente nelle aree marginali, nelle zone periferiche, ancora non definitivamente strutturate, ma in continua trasformazione”. Se il discorso può valere in generale, a Roma tutto questo diventa ancora più evidente, data la maniera episodica e disarticolata con cui è cresciuta la città (il più grande comune d’Europa, ma con una bassa densità abitativa), segnata soprattutto dal boom economico degli anni Cinquanta. Un’immagine, apparentemente distante ma molto efficace per descrivere questa condizione, proviene da uno dei capitoli di un altro testo uscito recentemente che tenta di affrontare la città proprio a partire di suoi interstizi: si tratta del volume collettivo Roma. Guida alla selva (2025), e parte di una serie di guide omonime rivolte anche ad altre città italiane. L’immagine è quella del giardino dipinto di Villa Livia, descritta da Annalisa Metta. Per raggiungerla occorre calarsi in un’altra discesa, questa volta all’interno della villa di Livia Drusilla, rinvenuta a Prima Porta a metà Ottocento circa, fino ad arrivare sotto la casa stessa. Lì, dove la temperatura è più bassa e l’umidità maggiore, si trova una sala vuota e senza finestre, le cui pareti sono accuratamente affrescate. Ma in quel posto così interno e claustrofobico, ciò che si trova raffigurato è una fitta vegetazione in cui si confondono stagioni diverse e specie sia domestiche che selvatiche, in cui le cime degli alberi sono piegate dal vento e gli uccelli svolazzano. Si tratta di un giardino? Oppure il giardino è la stanza e vediamo rappresentato esattamente ciò che inizia quando il giardino finisce? Unica indicazione per orientarsi: una strana doppia recinzione rappresentata nella parte bassa delle pareti. Al di qua della recinzione sorge qualche albero, è questo il lato domestico? Ma basta alzare lo sguardo e tutte le chiome si confondono, ci ritroviamo nella situazione di non saper più dire “cosa in fondo distingua il giardino dalla selva”, eppure siamo dentro una casa, luogo domestico per eccellenza. Come indica Annalisa Metta, lo spettacolo non è né il giardino né la selva, ma il loro contrasto; è “l’ambiguità, impossibile da risolversi, tra il trovarsi dentro (nel giardino) o fuori (nella selva)”, dentro la casa ma fuori nelle immagini. È proprio questa ambiguità a essere incarnata dalla città di Roma. Se ogni città definisce il suo interno proiettando fuori un esterno per differenza, qui i limiti sono vaghi, i bordi irregolari. La stratificazione dello spazio urbano lascia continuamente intravedere le sue crepe e dai Fori Imperiali ai peggiori centri commerciali in periferia è difficile non vedere lo stesso unico tentativo di arredare una selva. In un bell’articolo apparso su Err, dedicato proprio alle universalmente note buche nell’asfalto di Roma, Felice Cimatti ci ricorda “che la possibilità del buco nel reale appare nel momento stesso in cui si progetta di mettere in ordine il mondo”. Allora, nelle buche sull’asfalto che perseguitano Roma, vediamo ogni volta “la fine della città, una fine che c’è sempre stata – perché l’oggetto è da sempre ‘perduto’ –, una fine che non finisce mai. E quindi ricomincia sempre. Una fine che non finisce, appunto, una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città, cioè un luogo umano e civile”. Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque dilagante. Ogni strada, cantiere, autobus, metropolitana, vigile urbano è una macchina neghentropica che si sforza di piegare i flussi per stilizzarli secondo una precisa regola. Ma i flussi che attraversano Roma sono un ammasso instabile in moto browniano, in cui si mischiano in un unico monstrum meteo avverso, Vaticano, manifestazioni, derby, politica, sviluppo urbano incoerente e turismo aggressivo, solo per nominarne alcuni. Lo sforzo e l’energia richiesti per questo lavoro di resistenza contro il perenne rischio della fine della civiltà è quotidianamente palpabile nell’aria, ma ciò che lo rende ancora più evidente è uno sfondo di forme intorpidite e calcificate su cui si staglia. Non si tratta solo dei monumenti storici e delle rovine ovunque presenti, ma di un “torvo zuppone socioedilizio”, per riprendere le parole dell’ultimo romanzo di Pecoraro. Uno sfondo di “statica placida silenziosa stupida stabile agiatezza”, fatto di patrimoni piccoli e medi che si conservano senza diminuire e “che non si vede perché non ama l’esibizione e spende con atavica prudenza”. Un unico fenomeno meteorologico, per il quale non esistono modelli adeguati di previsione, in cui caos e indolente inerzia si affrontano tra loro. > Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una > buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le > infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque > dilagante. Sforzandoci di trovare degli aspetti positivi di questa meteorologia potremmo dire che, mentre crea infiniti problemi di viabilità, resiste anche a un eccesso di civilizzazione e in alcuni punti e momenti imprevedibili è capace di confondere i piani che preferiremmo comprendere tramite differenze gerarchiche. Accadeva già con Caravaggio, che notoriamente utilizzava modelli presi dalla strada per realizzare i suoi quadri. Nella Madonna dei pellegrini, ricorda per esempio Francesco Careri, non solo la modella utilizzata per la Madonna scalza era una prostituta amante del pittore, ma anche i due pellegrini inginocchiati in basso con i piedi fangosi sono un Rom e una Romì che frequentavano la casa di Caravaggio. Lo ha reso magnificamente lo storico dell’arte Roberto Longhi quando ha scritto che il pittore prendeva come riferimento né i migliori né i peggiori, ma semplicemente i suoi simili “traendoli da quello stato di feriale umanità dove si custodisce una quasi immanente autorità dei gesti e di sentimenti anche nei passi più estremi”. Così, in una scena come quella della Deposizione, Longhi fa emergere dallo sfondo un gruppo composto da “gente che par quasi di conoscere: forse il portatore che sta per Nicodemo chissà quanti l’avranno allora ravvisato per qualche famoso incollatore di pesi, sempre all’angolo di piazza Navona”. Questa divagazione può forse dare una sensazione più vivida di come a Roma la civilizzazione, o addirittura il sacro, non cessa di mischiarsi con uno “stato di feriale umanità”: non credo sia esagerato ritrovare qualcosa di simile nella luce di mezzogiorno, calda anche a metà dicembre, che unisce ai tavolini del Caffè Tevere studentesse e studenti dello IED, muratori e agenti immobiliari. E la terza categoria sta lì a ricordare quel rischio sempre dietro l’angolo che Nicodemo e l’incollatore smettano di riconoscersi a vicenda. La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma per fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare da ciò che incontra. Camminando non siamo più presi nei sistemi di flusso che gestiscono e traducono le forze in delle forme e possiamo finalmente notarli mentre si sforzano di compattare i diagrammi instabili che da ogni parte attraversano il tessuto urbano. Muovendosi dentro all’insondabile iperogetto-Roma, le camminate del collettivo Stalker, raccontate nel testo di Careri, hanno cercato di ricomprendere la città tracciando delle relazioni dal basso e cercando di connettere ciò che era rimasto fuori dalle interfacce maggiori, immaginando nuovi modi per descrivere e raccontare il territorio. > La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma > per fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è > camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che > attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare > da ciò che incontra. Esemplificativo della complessità del territorio romano e della necessità di farne un’esperienza non stereotipata è senza dubbio il GRA, il Grande Raccordo Anulare, l’immane anello d’asfalto lungo sessantanove chilometri a quattro corsie per senso di marcia. Un artefatto quasi alieno se si pensa che la sua costruzione è stata avviata nel 1946, quando il traffico nella città era quasi inesistente. La costruzione del GRA segna un prima e un dopo nell’evoluzione della città, un salto di scala che galleggia inizialmente nel nulla della campagna romana. Giustamente, si chiede Valerio Mattioli in Remoria (2019), “a cosa mai poteva servire una roba del genere? l’unica risposta sensata era ‘a nulla’, e infatti il gra si presenta da subito non come un’infrastruttura ma come una specie di piatto totem, di faraonico monumento orizzontale”. Stalker sceglie di percorrerlo a piedi nel 2009, distribuendo l’impresa in tredici tratte compiute in quattro mesi per un totale di 220 chilometri. Un’impresa che potrebbe apparire sconsiderata, ma sicuramente non meno del GRA stesso, che fin dall’inizio rivela il suo aspetto per l’appunto “non funzionale e meramente performativo”. Il giro del GRA a piedi diventa quindi “un’opera seconda, che usa il GRA come supporto”. Camminare attraverso il faraonico monumento orizzontale diventa il modo per fare un’esperienza sensibile e tangibile di mutamenti del territorio a cui sarebbe altrimenti difficile dare una reale consistenza semplicemente sfogliando un libro o dentro un’aula universitaria. Parole come “svendita del patrimonio pubblico”, “consumo del suolo”, “discriminazione e spazi di eccezione” “gated communities” appaiono finalmente in tre dimensioni perché ci si deve camminare attraverso. Ma ancora prima di tutto ciò, l’esperienza più significativa che Careri racconta di aver fatto durante il giro del GRA a piedi, è l’aver visto e percepito esattamente il punto in cui, tra Castel Giubileo e Bufalotta, la terra della campagna romana, fatta di sterpi e rovi, veniva sommersa da “una terra di colore uniforme a granulometria fine, un materiale omogeneo, senza macchie, artificiale”. Un “atto primario di fondazione”, che avviene mutando la natura della stessa terra, di cui percepisce le dimensioni. Una terra sulla terra per chilometri e chilometri. Il punto qui chiaramente non è rimpiangere la campagna, quanto piuttosto potersi fare un’idea sensibile di cosa significano certi mutamenti del territorio e qual è la velocità a cui viaggiano. > Camminare attraverso il faraonico monumento orizzontale del GRA diventa il > modo per fare un’esperienza sensibile e tangibile di mutamenti del territorio > a cui sarebbe altrimenti difficile dare una reale consistenza semplicemente > sfogliando un libro o dentro un’aula universitaria. Il GRA inverte i rapporti tra il centro e la periferia partorendo quella che Mattioli definisce borgatasfera: non soltanto il compost di calce e asfalto che costituisce l’arcipelago delle borgate che formano la periferia postbellica di Roma, quanto “un’intensificazione di segni, umori e storie”, che produce con i suoi gesti una narrazione e una visione antitetica rispetto a quella dominante, imponendo la propria centralità su un organismo il cui centro storico, dopo l’edificazione del GRA, diventa una minuscola parte del territorio complessivo. Un decentramento talmente strutturale che ogni volta in cui un romano dice che abita a Roma a qualcuno non della città si sente rivolgere l’indefettibile domanda: “Ma Roma Roma?”, come se servisse ripetere due volte il nome della città per garantirsi un posto in essa e tutelarsi da quella zona indistinta che è Roma, detto solo una volta. Per orientarsi nella borgatasfera il GRA diventa il mediatore principale attorno al quale Mattioli fa ruotare una vera e propria mitologia di una Roma invertita e per questo “remoriana”. La fantascienza dell’infrastruttura stradale si mischia con la fantascienza del racconto che per orientarsi nel “blob” secreto dall’anello d’asfalto ha bisogno di inventare un vero e proprio culto. Del testo di Mattioli si può trovare qui sul Tascabile sia un estratto che una recensione, per cui mi limito a notare come, non diversamente dalla pratica del camminare portata avanti da Stalker, per narrare Roma in modo non stereotipato occorre inventare nuovi percorsi, nuove pieghe, nuovi buchi che facciano emergere ciò che finora è rimasto escluso. Che si tratti di narrare o di camminare, in ogni caso la materia da modellare è uno spazio non indicizzato e non indicizzabile, che si può conoscere solo mano a mano che lo si attraversa e nel mentre che lo si attraversa e che, come la Zona, richiede per essere attraversato una strategia o per lo meno un rituale. È qui che si aprono nuove possibilità di intendere ed abitare lo spazio che incarnano un’idea di spazio bucato irriducibile a quella di buco e crepa nella struttura descritto da Cimatti. Penso al concetto di spazio bucato descritto brevemente da Deleuze e Guattari in Mille piani (1980), ma rimasto forse un po’ all’ombra delle più note figure dello spazio liscio nomade e dello spazio striato sedentario. Per comprendere la posizione intermedia tra i due dello spazio bucato, bisogna intendere il bucare come quell’operazione primaria che estrae e plasma la materia seguendo i giacimenti e che per questo è associata dagli autori alla metallurgia. Il gesto della metallurgia è infatti quello che dà forma all’informe, che scopre le caratteristiche intrinseche della materia e le prolunga attraverso specifiche operazioni. La peculiarità della metallurgia sta quindi nell’esemplificare la possibilità di accedere al plasmare come verbo che informa ogni plasmato; ecco perché Deleuze e Guattari paragonano la metallurgia –in modo solo apparentemente improvviso – alla musica: “se la metallurgia è in un rapporto essenziale con la musica, non è soltanto per via dei rumori della fucina, ma in virtù della tendenza, che attraversa le due arti, a far valere al di là delle forme separate uno sviluppo continuo della forma, al di là delle materie variabili una variazione continua della materia: un cromatismo allargato trascina contemporaneamente la musica e la metallurgia; il fabbro musicale è il primo ‘trasformatore’”. Un buco allora sfrutta le rientranze d’ombra e le irregolarità del territorio per inventare un primo intorno capace di orientare intorno a sé lo spazio. Chi sa scovare o scavare un buco accede alle possibilità virtuali del mondo di sotto per disegnare nuovi contorni possibili solo parzialmente in contatto con il mondo di sopra. Diventa quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei lembi particolarmente predisposti a essere bucati. Concludiamo allora con due esempi di due pratiche del bucare. > Chi sa scovare o scavare un buco accede alle possibilità virtuali del mondo di > sotto per disegnare nuovi contorni possibili solo parzialmente in contatto con > il mondo di sopra. Diventa quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei > lembi particolarmente predisposti a essere bucati. Siamo ad agosto quando il giorno condanna a lunghe ore di caldo insopportabile. Capita, durante la notte, che un generatore venga collocato in un punto specifico del Parco degli Acquedotti, un po’ in disparte rispetto al gruppetto di persone lì radunate. Ecco un esempio di trasformatore: lo si scopre a vibrare su sé stesso solo quando ci si allontana un po’ dal fulcro della musica della festa a cui sta dando vita. Vibrando trasforma la benzina in suono e dà vita a una catena di altri trasformatori: dj, casse, persone che ballano, sostanze psicoattive. Mediatori incastonati uno nell’altro attraverso cui passa uno “sviluppo continuo della forma” che riarticola intorno a sé lo spazio e il tempo. Il buco nel tessuto ordinario dello spazio-tempo diventa evidente quando con l’alba arrivano al parco i primi ciclisti e corridori che rallentano la loro andatura increduli di fronte a quella bolla presente dinnanzi a loro ma ancora sospesa altrove. Lo stesso parco in cui si svolge la festa, o un altro, o una qualsiasi area urbana incolta può servire anche per “infrattarsi”, data la “vocazione morfologica all’ospitalità di pratiche sessuali” approfondita da Serena Olcuire nel capitolo della Guida alla selva dedicato per l’appunto alle “geografie dell’infratto”. Infrattarsi è un po’ come bucare lo spazio per inventare spazi non regolati e non conformi secondo il senso comune dominante, dove “soggettività extranormative, marginalizzate o oppresse hanno maggiori possibilità di tessere relazioni”. Sono spazi bucati perché attingono alla striatura del mondo di sopra, rappresentata per esempio dalle strade attraverso cui passano i clienti, e allo stesso tempo ritagliano zone di privacy limitrofe dove non vigono le regole consuete. Si tratta quindi, come per i free party agli Acquedotti, di “processi attivi di significazione dei luoghi”, nonostante questo valore non sia riconosciuto dal resto della città. Lo testimonia il racconto di Alex, riportato nel capitolo, di quando quest’ultima lavorava alle Terme di Caracalla – una zona del centro storico in cui il verde del parco urbano si mischia con l’incuria delle rovine archeologiche: “dalle tre e mezza fino alle cinque ci sedevamo lì perché il lavoro era finito. E poi dalle cinque di nuovo, con quelli che si svegliavano e iniziavano la giornata. Cominciavano ad arrivare i camionisti, e quelli che appena apri la porta senti il riscaldamento, e profumano […]. Ay, finivamo tardi, Gina Marcela si portava le ballerine e gli occhiali da sole. Perché lì a Terme di Caracalla se ti metti le spalle di là vedi il giorno totale, il sole che sta spuntando. I colori sono bellissimi, sono magici a quell’ora…”. L'articolo Roma: pieghe, strati, buchi proviene da Il Tascabile.
Linguaggi
urbanistica
città
roma
Qui non c’è niente. Immagini dal labirinto di Alessandro Mantovani
“P reparati per ciò che Jules Verne poteva solo immaginare – questa non è una corsa da brivido per i turisti, è molto di più” recitava lo spot pubblicitario di OceanGate, l’azienda statunitense che fino al giugno 2023 prometteva di penetrare gli abissi oceanici e far visita al relitto del Titanic con il sottomarino tascabile Titan. L’azienda, che si considerava la “SpaceX per l’oceano”, abbagliava i clienti ultraricchi con tour esclusivi di aree fino ad allora irraggiungibili dai non addetti ai lavori. Così si commercializzava l’ultimo orizzonte sopravvissuto alla spinta globalizzatrice e colonizzatrice che ha svelato il mistero di quasi tutti i territori esistenti. In altre parole, OceanGate giocava a fare Dio. Il tragico epilogo del Titan – imploso nelle acque internazionali nell’Oceano Atlantico settentrionale, con cinque passeggeri morti all’istante, senza possibilità di uscita – non si deve banalmente intendere come un contrappasso all’hybris umana, per quanto nel suo rapporto finale la Guardia costiera statunitense abbia evidenziato dei difetti strutturali dello scafo, oltre alla totale mancanza dei necessari test ingegneristici e all’inefficacia del sistema di monitoraggio. La terribile storia del Titan fa emergere infatti qualcosa di più sotterraneo, che formicola sotto la psiche collettiva della storia occidentale: una smania di illuminare, di sventrare e controllare l’abisso, e di scacciarne i mostri. È in questi meandri che si addentra Qui non c’è niente. Immagini dal labirinto (2025) di Alessandro Mantovani, un saggio che riscopre il labirinto come forma di pensiero molto prima che architettonica. In un viaggio dall’epopea di Gilgamesh alla Biblioteca di Babele di Borges, il labirinto si configura come uno dei più antichi strumenti per abitare e narrare il mondo: un luogo enigmatico che esorcizza i misteri degli abissi e resiste all’illusione di poterli controllare. Mantovani, giornalista e insegnante di letterature comparate all’Università dell’Insubria, identifica la cartografia come la scienza che per prima, fin dai tempi di Pausania, ha risposto alla paura dello smarrimento, tentando di addomesticare i luoghi, di renderli attraversabili. Se nel Medioevo le mappe erano ancora proiezioni orizzontali della cultura che le produceva, con il suo repertorio di profezie, leggende e mostri, l’invenzione della prospettiva ha permesso ai cartografi di vedere gli spazi dall’alto, cioè di sostituirsi all’occhio di Dio. La cartografia fa collassare il globo terrestre in una superficie piana e liscia, una terra cognita a portata di mano. Parafrasando il geografo Franco Farinelli, il mondo si è ridotto a immagine, e così i luoghi, intesi come posti unici, riconoscibili e abitati da forze non sempre conosciute, sono diventati spazi: spalancati e a disposizione del fruitore. > Se nel Medioevo le mappe erano ancora proiezioni orizzontali della cultura che > le produceva, con il suo repertorio di profezie, leggende e mostri, > l’invenzione della prospettiva ha permesso ai cartografi di vedere gli spazi > dall’alto, sostituendosi all’occhio di Dio. Non a caso, continua Mantovani, Google sviluppa la mappatura del globo nel 2005, a soli sette anni dalla propria nascita, smaterializzando la percezione stessa degli spazi, che vengono ridotti alla loro funzionalità per l’utente. Tutto è calcolato: tragitto, tempo di percorrimento, tempo di arrivo. La digitalizzazione della cartografia serve l’intero globo sul palmo della mano, ma allo stesso tempo lo riduce all’osso: possiamo mandare la nostra posizione a un’amica, il nostro puntino blu lampeggerà nello sterile rendering dai toni tenui e rassicuranti, darà cioè una soluzione superficiale e spolpata a una domanda molto più impegnativa: “Dove sei?” Il terreno è allora fertile per introdurre il labirinto come forma ancestrale del pensiero – più precisamente un mitologema, un pensiero-immagine antecedente al mito – e per estensione come strumento concettuale atto a “navigare” la parte del reale non calcolabile e non sempre visibile, il piano sotterraneo e misterico del presente. Il labirinto è il “luogo” per eccellenza: > Il labirinto, [è] il luogo principe in cui si entra e da cui non si riesce più > a uscire; immagine di un groviglio infinito sempre diverso e sempre uguale, > riproducibile e annichilente in quanto legato all’ancestrale paura del > disorientamento, dell’ignoto, della morte. Uno dei meriti principali dell’indagine di Mantovani è quello di rintracciare le traiettorie del labirinto come forma di pensiero nel corso dei secoli, in una ricostruzione storiografica minuziosa che attraversa tutta la cultura occidentale e non solo. Mantovani scandaglia la nostra coscienza collettiva mostrando come ogni epoca abbia plasmato il labirinto sui suoi bisogni e demoni, ma anche, per converso, che alcuni elementi del suo nucleo come la connessione con la morte sono rimasti gli stessi nei millenni, a partire dalle prime civiltà mesopotamiche. > Uno dei meriti principali dell’indagine di Mantovani è quello di rintracciare > la traiettoria del labirinto come forma di pensiero nel corso dei secoli, in > una ricostruzione storiografica minuziosa che attraversa tutta la cultura > occidentale e non solo. Nel poema epico di Gilgamesh la foresta dei cedri è una “selva oscura” piena di viottoli senza uscita dove vive il mostro Humbaba, “l’uomo delle viscere”. Il suo volto, fatto di interiora, è descritto come un “groviglio tremendo”, connesso a doppio filo con il mondo degli inferi. In molte tavolette d’argilla mesopotamiche il groviglio di Humbaba è stilizzato in raffigurazioni a spirale che servivano a divinare dalle viscere di animali morti. In queste primissime narrazioni il labirinto è dunque una struttura spiraliforme, corporea e disegnata, che apre un passaggio fluido tra vita e morte: una selva da cui, seguendo la spirale, si può entrare ma anche uscire. Sarà l’ansia razionalizzatrice greca a operare una distinzione netta tra il mondo dei vivi e quello dei morti: nei labirinti della mitologia torna il rapporto con il mondo degli inferi, ma mediato da figure femminili, delle “regine della morte” come Persefone e Arianna che dirigono forme più o meno metaforiche di danze spiraliformi. Anche Teseo, l’eroe razionale della civiltà, danza all’interno del labirinto di Cnosso seguendo il gomitolo di Arianna, raffigurato a spirale. In questo senso il labirinto rappresenta il necessario tragitto per entrare nella morte e vincerla, sconfiggendo il mostro del Minotauro. Simili danze si riscontrano nel racconto di Virgilio dei riti funerari per la morte di Anchise, il ludus Troiae, successivamente introdotto nella penisola italica dal figlio Ascanio. Nella cultura etrusco-latina il rapporto con il simbolo del labirinto assume però nuovi connotati: le danze non sono più propiziatorie ma apotropaiche, lo spazio del labirinto diventa la soglia che non più collega ma allontana l’enigma disorientante della morte. In questo humus culturale si erge il palazzo delle viscere del Tieste di Seneca: Atreo si vendica del fratello Tieste uccidendo e smembrandone i figli nelle fondamenta del suo palazzo di Micene. È una selva degli orrori, paludosa e senza via d’uscita, dove brulicano mostri e fiamme smisurate. Nelle parole di Seneca, “tutto ciò di cui si ha paura, qui lo si incontra”. Un luogo smarginato, direbbe Elena Ferrante, dove crollano i confini e pulsa il magma sotterraneo della morte. Si comprende allora l’urgenza occidentale di sventrare il labirinto e di portarne le viscere alla luce, e allo stesso tempo l’umana impotenza di fronte ai suoi misteri, come quello della morte, che da vivi si può pensare ma non si più conoscere, e quindi nemmeno rappresentare. Allo stesso modo, se si provasse a rappresentare il labirinto, ossia a ridurlo a una tavola con un centro e prospettiva, si perderebbe automaticamente la sua essenza: non avremmo più un labirinto, ma una sua mera stilizzazione superficiale. La logica labirintica, così come quella della morte, esiste in questo spazio contraddittorio, ed è per questo, prosegue Mantovani, che non ha mai smesso di agire sulle nostre menti: la sua contraddizione interna è uno degli archetipi della stessa condizione umana, a cavallo tra vita e morte. È vero però che il labirinto è stato rappresentato come forma architettonica, ed è proprio in questa forma che rivela una dualità intrinseca, sia a livello di prospettiva (quella di chi lo attraversa e ci si perde, e quella superiore di chi lo osserva) sia di direzione (un canale sia di entrata sia di uscita). Mentre il labirinto spiraliforme dell’era preromana era unicursale, seguiva cioè un solo corso a cui si era destinati, il labirinto-palazzo dei secoli successivi è multicursale, presenta cioè molte e intricate vie, dove la scelta, e quindi l’errare e l’errore suscitano un duplice sentimento di meraviglia e terrore. La cultura medievale rielabora questa dualità del labirinto nel rapporto tra umanità e peccato: da una parte il labirinto è risemantizzato in malo, associato alla selva del peccato (Dante, Petrarca, Boccaccio) o al pensiero pagano (Sant’Agostino), dall’altra si intravede una reinterpretazione in bono, come l’enigma da risolvere che Dio offre all’umanità per iniziarla al cammino verso la salvezza. > Mentre nelle città più antiche la razionalizzazione dello spazio era volta al > controllo, con delle mura e un centro ben definito, con il Rinascimento e > l’età moderna le città si aprono all’esterno, diventando spazi di flusso e > snodi sociali, culturali ed economici. Il labirinto parte dunque dalle viscere, non ha confini né centro, ed è duplice, sia nelle sue biforcazioni sia come simbolo. Mantovani ha disposto tutti gli elementi per collocare lo spazio labirintico nella modernità, e in particolare nella metropoli contemporanea. Mentre la razionalizzazione dello spazio della polis greca, così come quella dell’urbs romana e delle città medievali, era volta al controllo, con delle mura e un centro ben definito, con il Rinascimento e l’età moderna le città si aprono all’esterno, diventando spazi di flusso e snodi sociali, culturali ed economici, immagini di un progresso sempre più sconfinato. Le città globali della contemporaneità si definiscono proprio per il loro potere all’interno di una più vasta rete di fenomeni economici, politici e culturali, come ricorda Saskia Sassen nel saggio Le città nell’economia globale (2010). In queste città, come New York o Tokyo, l’accentramento delle tecnologie di comunicazione e dei media privilegia il loro peso internazionale rispetto al loro stesso territorio: è qui che tutto ciò che ha rilievo politico, sociale e mediatico accade. Queste città sono connesse globalmente quanto disconnesse localmente, i loro luoghi erosi a spazi di consumo, senza più un centro. Mantovani associa l’espansione non lineare e senza limiti delle città globali al concetto filosofico di rizoma, sviluppato dai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari in Mille piani (1980), ossia un modello reticolare orizzontale che connette qualsiasi punto a un altro, senza inizio né fine. A questa nuova visione della città-labirinto Mantovani fa seguire la metafora dei frattali del sociologo Henning Eichberg: se ogni porzione di una struttura frattale, in natura come in geometria, riproduce la forma dell’intero oggetto in scala ridotta, allo stesso modo ogni distretto delle città globali riprodurrebbe in scala ridotta l’intera città, ad infinitum. Mi chiedo tuttavia se non sia più preciso associare la città-labirinto contemporanea al funzionamento del micelio micorrizico. Nel capitolo “Labirinti viventi” di L’ordine nascosto (2022) lo scienziato Merlin Sheldrake spiega che il micelio dei funghi “vaga senza sosta al di fuori e oltre i propri limiti, limiti che non sono mai prestabiliti come invece avviene per la maggior parte dei corpi animali. Il micelio è un corpo privo di schema corporeo, […] la coordinazione miceliare avviene dappertutto e allo stesso tempo in nessun punto in particolare”. E dunque, che le città globali siano città senza corpo? E se non hanno un corpo, dove sono le viscere? > Le città globali odierne tendono sempre di più a proporre un simulacro della > loro identità: sono le città Disneyland, gentrificate, turistificate e > foodificate dove non si sta, ma si consuma soltanto. Siamo davanti, ancora una volta, all’affascinante duplicità del labirinto: da una parte la logica labirintica anima la dimensione ipertrofica e ipertecnologica della città contemporanea, dall’altra ci interroga su dove sia finito il suo piano sotterraneo, irrazionale e misterico. Mantovani risponde approfondendo le analisi del sociologo e filosofo Jean Baudrillard (Simulacri e impostura, 1981) e del sociologo Manuel Castells (La città delle reti, 2004) affermando che le città globali odierne tendono sempre di più a proporre un simulacro della loro identità: sono le città Disneyland, gentrificate, turistificate e foodificate dove non si sta, ma si consuma soltanto. Città dove viene meno il rapporto indessicale tra l’oggetto (la città) e la sua immagine, perché si dà priorità alla funzionalità e al consumo, “mentre il mondo reale si sgretola in un deserto”, conclude Mantovani. Questa crisi della realtà disorienta e smarrisce, specialmente nell’epoca della postverità, ma Mantovani propone una possibile visione della città-labirinto in bono: nonostante tutto, c’è una resistenza ostinata dello spazio fisico contro quello immateriale, che per Henri Lefebvre è “lo spazio percepito, ossia vincolato alla pratica attiva di chi lo attraversa e ne usa gli strumenti per decifrarlo” (La produzione dello spazio, 1974). In altre parole, lo spazio può tornare a essere un luogo se c’è chi lo percepisce, ne fa esperienza, e cerca di starci e comprenderlo oltre la sua funzionalità. Mantovani ricorda allora lo spazio del flâneur o flâneuse di Flaubert, o quello dello scrittore per Calvino, ossia colui o colei che deve accettare “il nuovo mondo, assumendone l’immaginario e riscattandone la disumanità”. Il saggio si inoltra poi nelle rappresentazioni della città-labirinto in Poe, T.S. Eliot, Auster, De Certeau, Benjamin, Kafka e Fisher, che alternano le proprie visioni tra il rimanere intrappolati nelle viscere della città e cercare spazi di sfida al suo interno. L’impressione è che queste manifestazioni letterarie e filosofiche della città-labirinto contemporanea vengano rintracciate da Mantovani non tanto per indicarci una via d’uscita attuale, ma per dar prova che la logica del labirinto, ossia il suo pensiero magico, sia di fondamentale importanza, “una componente ineludibile del confronto tra l’umano e il mondo circostante”. Eppure questa conclusione era già evidente dalla prima metà del libro. In uno dei suoi passaggi più acuti la riflessione di Mantovani sul testo di Lefebvre desume che, nonostante la smania occidentale di portare le viscere alla luce, di rendere gli spazi trasparenti e razionali, nelle città contemporanee “lo spazio non è innocente come appare”. In questa considerazione si cela però una domanda a cui Mantovani non dà una risposta diretta: “Ma allora, come si configura la resistenza labirintica oggi?”. L’autore ci ha guidato in un viaggio simil-hegeliano all’interno dello spirito del labirinto, da Humbaba a Disneyland, ma sembra tralasciare gli evidenti palazzi delle viscere odierni, come i cadaveri rimasti incastrati nelle macerie senza via d’uscita di Gaza, o le gigantesche pozze di sangue che macchiano le strade del Darfour settentrionale. Questi sono i labirinti di oggi, che affollano lo stesso schermo dove il navigatore di Google Maps smaterializza lo spazio intorno a noi, dandoci l’illusione di avere il mondo sul palmo della mano. Senza interrogare le crisi individuali e collettive che questi labirinti ci obbligano ad affrontare, l’indagine di Mantovani appare incompiuta. L'articolo Qui non c’è niente. Immagini dal labirinto di Alessandro Mantovani proviene da Il Tascabile.
Recensioni
saggistica
città
labirinto
spazio urbano
La città come organismo
R accontando di una città che si rinnova pur mantenendo dentro di sé il germe delle sue versioni precedenti, Italo Calvino descrive così Clarice, all’interno delle sue Città invisibili (1972): > farfalla suntuosa sgusciava dalla […] crisalide pezzente; la nuova abbondanza > faceva traboccare la città di materiali edifici oggetti nuovi; […] Ogni nuova > Clarice, compatta come un corpo vivente coi suoi odori e il suo respiro, > sfoggia come un monile quel che resta delle antiche Clarici frammentarie e > morte. Quello di attribuire caratteristiche proprie delle creature viventi a uno scenario urbano è un espediente letterario piuttosto comune: dalla Dublino di James Joyce alla Jerusalem (Northampton) di Alan Moore, la città ci affascina al punto che spesso le vogliamo conferire un’anima, una vitalità, persino trasformandola in un vero e proprio personaggio della storia. Giocare con le città (raccontandole, riprogettandole o immaginandole dal nulla) non è un’attività di solo appannaggio della letteratura, ma anche dell’urbanistica e della sociologia. In queste discipline la metafora della città come organismo compare almeno da due secoli, con le prime avvisaglie che emergono già nella filosofia materialista di fine Ottocento quando, per analizzare la rapida industrializzazione e urbanizzazione della società, l’urbanistica inizia a prendere in prestito concetti della biologia e della fisiologia. Negli anni Sessanta questi concetti si consolidano nel termine metabolismo urbano, usato per la prima volta per descrivere il flusso di entrata e uscita di risorse naturali in una ipotetica città di un milione di abitanti. Col tempo, questo filone con tanti nomi, declinazioni e progetti ha incorporato anche elementi dell’ambientalismo, della cibernetica, dell’ingegneria gestionale. La città quindi non esiste più come un’entità separata a livello concettuale dall’ambiente naturale, ma diventa un “antroma”, un bioma di origine antropica. È natura a sua volta: un luogo pulsante, attivo, che respira, mangia, espelle come se fosse cosa viva, in diretto contrasto con la concezione, ancora più antica, della città come un macchinario da far funzionare, fatto di parti meccaniche da riparare se si rompono. L’urbanistica organica cerca invece di vedere la città in maniera olistica: non si concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo. Una città smart ma non in quanto iperconnessa e digitalizzata, bensì perché possiede quelle proprietà associate all’intelligenza animale: capacità di adattamento, flessibilità, risoluzione dei problemi per la propria sopravvivenza. Un luogo che quindi potrebbe, se così organizzato, essere in grado di affrontare problematiche epocali, come quella del cambiamento climatico, alla stregua delle altre creature viventi. > L’urbanistica organica concepisce la città in maniera olistica: non si > concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi > sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo.  Partiamo da un esempio semplice: come un organismo, una città ha bisogno di termoregolarsi a seconda delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Un dipartimento di ricerca o un data center necessitano di fresco tutto l’anno per mantenere una temperatura ottimale per server ed esperimenti; mentre una piscina con annessa palestra deve riscaldare grandi ambienti durante le ore di attività. Perché allora non progettare edifici in modo che il caldo sia condotto verso gli ambienti freddi quando ne hanno bisogno, e viceversa? Perché non utilizzare materiali che in qualche modo accumulino il caldo di giorno per rilasciarlo di notte, e meccanismi di distribuzione del calore che allacciano un intero quartiere? La metodologia REAP (Rotterdam Energy Approach and Planning) in corso di sperimentazione in alcune aree della città olandese, ad esempio, è incentrata proprio sulla ridistribuzione dei flussi di energia e calore, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza della città di Rotterdam dai combustibili fossili e raggiungere la carbon neutrality. Iniziative come CityLoops, finanziate dall’Unione Europea, mirano invece a ridurre lo spreco di materiali di costruzione e demolizione e di scarti alimentari rimettendoli in circolo, a disposizione di altri progetti. Logico, ma fin qui nemmeno troppo diverso dal concetto di economia circolare, che porta con sé i propri limiti, anche semantici. L’economia circolare sottintende un ritorno di investimento, una rimessa in circolazione delle risorse garantendo un guadagno per le aziende coinvolte. L’efficienza di un sistema è misurata in milioni di euro, che non sono sinonimi di tonnellate di CO2 e nemmeno di salute ambientale o benessere collettivo. Anche se molti progetti di urbanistica organica non sono incompatibili con un’economia circolare, in quest’ultima la logica aziendale ed estrattiva permangono, e continuano a fare a pugni con la termodinamica. A un certo punto il reinvestimento non è più economicamente produttivo, sopravvengono i diminishing returns (rendimenti decrescenti). > Per le città, come per gli organismi viventi, un’iperspecializzazione potrebbe > rivelarsi rischiosa, poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi > inaspettate. L’urbanismo organico promette qualcosa di diverso: quantificare, tracciare e se possibile distribuire non i flussi monetari, ma quelli energetici e materiali. Ecco allora spuntare elaborati diagrammi di flusso per rappresentare non solo i sistemi energetici di intere città, ma anche la “dieta” di risorse di cui necessitano, comprese quelle alimentari consumate dalla popolazione. Da questi diagrammi gli urbanisti derivano versioni ancora più complesse, per rappresentare una ipotetica versione ottimale di quegli stessi flussi di materia ed energia. Teorie come quella dello swarm planning, invece che incentrarsi su grandi opere, promuovono la progettazione di molteplici interventi di urbanistica su piccola scala, coinvolgendo le comunità locali. Questi interventi, concepiti in batteria e ognuno con una soluzione diversa, sono predisposti in anticipo e pronti a essere implementati in maniera puntuale in caso di necessità. L’idea è che, come per gli organismi viventi, l’iperspecializzazione sia evolutivamente rischiosa poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi inaspettate, quando essere generalisti offre invece più chance. Un approccio che vede le città come fragili e suscettibili a mutamenti repentini, soprattutto in un’ottica di crisi climatica ed energetica, ma anche capaci di adattarsi. Alcuni ricercatori si sono anche spinti a calcolare il metabolismo di una città. Uno studio ha registrato e analizzato il pattern metabolico (quante risorse entrano, quanta energia si genera, quanti scarti vengono prodotti) delle quattro principali città della Danimarca. Ne è emerso che, rispetto ad altre metropoli di grandezza paragonabile, le città danesi hanno un profilo metabolico più basso, che sono riuscite ulteriormente a ridurre negli ultimi anni. Studiare le città come se fossero un organismo potrebbe quindi aiutarci a comprenderle meglio, a concepire e architettare nuove modalità di funzionamento. Non è difficile capire come l’urbanismo organico riesca a catturare l’immaginazione, in particolare quella di ambientalisti ed ecologisti. Ma una domanda sorge spontanea: che tipo di organismo è, una città? Se ha un profilo metabolico, a quale creatura, nel regno dei viventi, assomiglia di più? Proviamo a ipotizzare. Le città consumano tanta energia e generano molti scarti rispetto alla loro massa: un profilo metabolico tipico di un piccolo animale molto mobile e attivo, come un roditore o un colibrì. Ma le città, oltre ad avere una massa enorme, sono anche sessili, assomigliando in questo molto di più a una massa fungina o algale di enorme estensione, tipo un micelio sotterraneo che abbraccia un’intera foresta. Se sono industrializzate producono anche molta energia, ma non fissano la CO2 come gli organismi fotosintetici, e quindi non possono neanche essere paragonate a loro. Non riconvertono gli scarti in materia fertile come fanno i funghi, semmai ne producono di ulteriori. Forse assomigliano a un qualche tipo di corallo, o una colonia batterica (viste dall’alto, sembrano crescere proprio come loro) ma i batteri consumano il substrato sul quale si trovano, mentre le città moderne e globalizzate hanno la capacità di trarre risorse per il loro sostentamento dall’altra parte del pianeta. E noi esseri umani che la abitiamo che cosa siamo, in questa similitudine? Organismi separati, come simbionti che abitano il suo corpo colossale? Anche noi una colonia batterica? Oppure un parassita che ne infesta le membra e che ne detta le decisioni, una sorta di fungo Cordyceps su scala metropolitana? Siamo i suoi neuroni? > Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco > conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare. Dobbiamo purtroppo abbandonare questo esperimento mentale: non sembra esserci, in natura, qualcosa di efficacemente paragonabile alle città, almeno a livello metabolico. Peccato, perché ci avrebbe sicuramente aiutato a comprenderle meglio, comparando le caratteristiche biologiche delle forme di vita a loro più simili. Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare. Forse è il caso invece di capire davvero se l’approccio organico all’urbanistica sia sufficiente a farla funzionare meglio. Un organismo è fatto di sistemi e tessuti ben organizzati che rispondono a un imperativo: la sua stessa sopravvivenza. I tessuti di un organismo funzionale, tranne nel caso di un cancro, non sono in competizione tra loro. Possiamo dire che funzioni così nelle città di oggi? Se le diverse comunità, quartieri, edifici, istituzioni e aziende sono le cellule di una stessa creatura, la loro attività è davvero corale e organizzata? Definirle come tali non è sufficiente affinché una collaborazione volta alla sopravvivenza collettiva abbia effettivamente luogo. E le altre città? Finora abbiamo sorvolato sulla questione, ma si tratta di una domanda fondamentale. Se le città sono organismi, vuol dire che esiste anche un loro ecosistema: come vivono i membri di questo ecosistema? Come unità di una sola colonia globale, oppure in aspra competizione tra loro per le risorse? Esiste una catena alimentare con città produttrici e città consumatrici? Ridisegnare una città come Milano, in modo che sia più sostenibile, più vivibile, meno inquinata è di sicuro un vantaggio per gli abitanti di Milano ‒ ma per tutti gli altri? Non è ancora del tutto chiaro se l’efficienza metabolica di una singola città si traduca in un miglioramento delle condizioni anche per le città limitrofe o distanti. Da dove ha preso l’energia, dove finiscono i suoi rifiuti? In un paradigma gestionale ed economico di tipo estrattivo, chi paga davvero la bolletta dei lavori di rinnovo che rendono una metropoli più green? Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi in una ennesima rivisitazione del greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile perché riuscita a raggiungere la tanto agognata neutralità metabolica al suo interno, a scapito dell’esterno. Un po’ come nel caso dell’Europa, che ha “ridotto le sue emissioni” negli ultimi anni, perché ne ha esternalizzato gli effetti sul Sud globale tramite il meccanismo del mercato della CO2. > Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi > in un’operazione di greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile > perché ha raggiunto una neutralità metabolica esternalizzandone i costi. Gli scienziati che hanno provato a misurare il metabolismo delle città danesi ammettono questo limite nello studio stesso: non ci sono abbastanza dati per comprendere la portata dell’impatto ambientale che ha una città. Non tanto nella città esaminata, bensì nel luogo da dove questa ha ottenuto le sue risorse energetiche e materiali. Ed è altrettanto difficile capire, o anche solo rintracciare, dove vanno a finire i flussi di materiale di scarto, le sue emissioni. Il limite principale del concetto sta tutto qui: fino a dove si estendono i confini della città-organismo? La sua pelle potrà corrispondere alle linee di demarcazione municipali, ma la sua influenza è percepita ben oltre. Per limiti tecnici, assenza di informazioni, e per evitare di confrontarsi con una complessità di diversi ordini di grandezza maggiore, finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema chiuso, affrontando questioni energetiche e ambientali a livello locale. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo, perché gli organismi non vivono in isolamento. Se si riuscirà a comprendere appieno la complessità ecosistemica delle città ‒ ed è una faccenda di una complessità enorme ‒ si potrà forse riuscire a sviluppare un piano metabolico urbano su scala nazionale, se non addirittura globale. Con relative misure di urbanistica da applicare sulla singola città a seconda delle circostanze locali, tenendo in considerazione le aspettative di impatto su quella città e su tutte le altre. Un’impresa titanica che richiede una quantità spropositata di dati, modelli accurati, e soprattutto una decisa volontà politica. Che sia fatta in maniera centralizzata o distribuita, l’urbanistica organica richiede una pianificazione volta alla cooperazione, ed entrambe queste parole sono lo spauracchio di più di una fazione politica. > Finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema > chiuso. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo, > perché gli organismi non vivono in isolamento. Senza una visione su larga scala, il metabolismo urbano rimane un concetto importante ma incompleto: molto utile per risolvere problematiche locali, meno per affrontare la sfida globale del cambiamento climatico. I suoi limiti sono gli stessi dell’attuale approccio dominante alle questioni ecologiche, che consiste nell’adottare soluzioni personali per quelle che sono faccende sistemiche. Tocca quindi sperare che, anche in assenza di informazioni sufficienti per pianificare un flusso metabolico su larghissima scala, l’attività che ogni singola città può fare per rendere sé stessa più sostenibile arriverà, in via incrementale, a rendere l’insieme delle città più vivibile. E che l’ecosistema di queste città sia uno dove vige la collaborazione e non una lotta efferata per le risorse. Sempre nelle Città invisibili, Calvino descrive Leonia, un’altra città ossessionata dal rinnovare di continuo sé stessa, e che in questa impresa finisce per accumulare attorno a sé tonnellate di spazzatura, un confine di rifiuti che la circonda come una instabile catena montuosa che rischia di franare da un momento all’altro. E peggio di una Leonia c’è solo un mondo fatto da tante città come questa, in competizione tra loro. > Forse il mondo intero […] è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al > centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee > e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si > puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. L'articolo La città come organismo proviene da Il Tascabile.
ambiente
Scienze
urbanistica
città
ecosistema