B atte le mani, ruota la testa, si guarda intorno; arriccia il naso in una
smorfia, poi sorride di sorpresa. Sta a pancia in giù su una sedia alta quanto
lui, gambe e braccia penzoloni, sospeso da terra come se volasse. Chiunque
osservi un bambino alle prese con le sue prime esplorazioni, il suo confrontarsi
con l’altezza, l’equilibrio, la permanenza degli oggetti, ha l’opportunità di
osservare, in tempo reale, come conoscenza, percezione e sviluppo di sé prendano
forma attraverso il movimento e l’interazione attiva con il mondo circostante.
Una conoscenza che si costruisce attraverso i sensi, ma anche grazie a schemi
percettivi già in dotazione. Quanto sia appreso e quanto innato è una domanda
alla quale scienziati e filosofi cercano di rispondere fin dall’epoca classica.
A dire il vero, come fa notare il neuroscienziato Giorgio Vallortigara in un suo
celebre libro, Il pulcino di Kant (2023), bisognerebbe usare il termine “innato”
con cautela poiché scientificamente opaco. Dovremmo, piuttosto, riferirci a
tratti non appresi e indipendenti dall’esperienza, i quali, come osservato in
diversi esperimenti pionieristici condotti sia da lui sia da colleghi etologi e
neuroscienziati, si ritrovano non solo nei piccoli di Homo sapiens, ma in
numerosi altri animali come, per esempio, gli uccelli, nonostante il nostro
antenato comune risalga a circa trecento milioni di anni fa. Il fatto che i
pulcini, così come i neonati, reagiscano spontaneamente già alla nascita a ciò
che rimandi ai tratti distintivi di un volto, come tre punti disposti a
triangolo rovesciato, indica come vi siano alcuni pattern ai quali il cervello
sembra naturalmente predisposto a rispondere. Una situazione simile la si
osserva con i corpi in movimento, oppure con la percezione che un corpo solido
occupi uno spazio finito ed esclusivo. D’altra parte, esiste un periodo critico
durante il quale tale programma, determinato dall’evoluzione e già presente, si
integra e viene alimentato, per così dire, dagli stimoli sensoriali consentendo
di raggiungere un pieno sviluppo.
> La tradizionale separazione tra mente e cervello, così come la divisione tra
> innato e appreso, non sono che semplificazioni fittizie e desuete con cui un
> certo racconto di come siamo fatti è stato tramandato a livello popolare. La
> realtà è molto più complessa.
Ed ecco dove i nostri sensi e il loro ruolo nella nostra conoscenza del mondo
diventano tanto importanti quanto portatori di inganni, poiché è attraverso essi
che facciamo esperienza della realtà, ma ci restituiscono una percezione che è
tutto fuorché oggettiva.
Breve storia del sesto senso
Su percezione e conoscenza c’è un punto cruciale che solo negli ultimi anni ha
iniziato a uscire dai laboratori di ricerca entrando nel senso comune: la
tradizionale separazione tra mente e cervello, così come la già accennata
divisione tra innato e appreso, non sono che semplificazioni fittizie e desuete
con cui un certo racconto di come siamo fatti è stato tramandato a livello
popolare. La realtà è molto più complessa, ma, soprattutto, gli studi degli
ultimi anni ci portano a considerare lo sviluppo e l’evoluzione del cervello
umano e delle sue percezioni come un continuum nel quale il sistema motorio e
quello sensoriale non si sono sviluppati come binari paralleli, ma interagendo
attivamente. Il pensiero, insomma, per quanto non sappiamo ancora esattamente
come origini e, in un certo senso, come descriverlo, emergerebbe grazie anche ad
attività concrete come il movimento e proprio grazie al fatto che abbiamo un
corpo, fisico e sensibile.
La capacità di percepire il proprio corpo come qualcosa di separato dal resto,
la sensazione di agire e essere, per così dire, padroni dei propri movimenti,
sentire i propri arti nello spazio e in movimento sono fondamentali nella
costruzione del senso di sé. Queste funzioni fanno capo al senso della
propriocezione e a un gruppo di altre sensorialità chiamate vestibolare,
oculomotoria e somatosensoriale. Sono i sensi nascosti che, inconsciamente e
senza rendercene conto, ci consentono di navigare il mondo. E furono
inizialmente descritti nel loro insieme come un sesto senso. Nell’immaginario
popolare si definisce “sesto senso” il guizzo intuitivo e la certezza
impalpabile di sapere come andrà a finire qualcosa, una storia, un accadimento.
Intorno a questo concetto sono nati romanzi e film, basati sull’idea che la
nostra mente abbia il potere di percepire ciò che non riusciamo a conoscere
coscientemente. E c’è del vero, ma non ha a che fare con fantomatici poteri
paranormali, bensì molto più concretamente con il modo in cui il nostro corpo si
muove e percepisce sé stesso, oltre alla sua capacità di fare previsioni sulla
realtà in base alle esperienze sensoriali pregresse.
> La capacità di percepire il proprio corpo come qualcosa di separato dal resto,
> la sensazione di agire ed essere padroni dei propri movimenti, sono
> fondamentali nella costruzione del senso di sé.
La discussione su quanti siano i sensi risale all’epoca classica e da Aristotele
in poi rimase più o meno stabile l’idea che i principali fossero cinque: vista e
udito quelli più nobili; olfatto, gusto e tatto quelli più animali. Bisognerà
aspettare il Diciannovesimo secolo e le importanti scoperte anatomiche e
fisiologiche di una serie di scienziati, tra i quali Jan Evangelista Purkyně (e
ci sono neuroni che portano il suo nome) e Alexander Crum-Brown, per scoprire il
sistema vestibolare, nell’orecchio interno, e la sua importanza per il senso
dell’equilibrio e orientamento nello spazio.
Nel 1826 il fisiologo scozzese Charles Bell descrive un sistema di connessioni
nervose tra muscoli e cervello, mentre il neurologo Henry Charlton Bastian
introduce il termine kinestesi per descrivere un senso, ancora poco noto, che
permetterebbe al cervello di percepire il movimento dei muscoli del corpo. Sarà
subito dopo Charles Scott Sherrington a sostituire questo termine con quello di
propriocezione per descrivere la percezione del proprio corpo o di parti di
esso, la sua posizione nello spazio e in relazione agli arti e al loro
movimento. A Sherrington dobbiamo anche il termine sinapsi e la sua prima
descrizione di come due neuroni sono connessi, che gli valse il premio Nobel per
la medicina nel 1932.
Oggi sappiamo come questi sistemi siano gestiti e coordinati da una complessa
rete di strutture cerebrali, molte delle quali sottocorticali e che quindi
agiscono al di sotto della soglia di coscienza. Queste strutture coinvolgono il
già citato sistema vestibolare, la corteccia somatosensoriale e il cervelletto,
un organo alla base della zona occipitale, importante per i processi di
apprendimento motorio e per la memoria, per l’equilibrio, la coordinazione e la
percezione del senso di sé motorio. Si tratta di una struttura evolutivamente
molto conservata che ritroviamo già negli squali e che, secondo le ipotesi di
diversi scienziati, come John Montgomery e David Bodznick, ha avuto un ruolo
saliente nello sviluppo del sè precosciente. A ciò è importante aggiungere come
altri studi recenti abbiano messo in rilievo un ruolo più importante di quanto
si credesse del cervelletto nelle attività sensoriali, cognitive e relazionali e
in condizioni dello spettro autistico.
Multisensorialità
Il sistema propriocettivo, così come quello enterocettivo, che monitora e
permette al sistema nervoso di registrare lo stato fisiologico degli organi
interni (come battito cardiaco, concentrazione di anidride carbonica nel sangue
e così via), aiutano a comprendere perché l’antica classificazione dei cinque
sensi sia durata così a lungo e sia ancora dura da scalfire. La tradizione
aristotelica ci ha abituato a pensare che i sensi siano una finestra sul mondo,
attraverso la quale ci affacciamo e osserviamo la realtà. Una realtà oggettiva
che si può, per l’appunto, guardare e toccare. Viceversa, ciò che sfugge alla
vista – e al suo sguardo cosciente – viene automaticamente relegato alla sfera
dell’effimero e dell’inaffidabile. D’altra parte, quando si tratta di
relazionarci al corpo e alle nostre percezioni interne tutto si fa più incerto,
anche in senso metaforico.
> Tendiamo a descrivere e immaginare i sensi come canali separati, ma la verità
> è che siamo costantemente esposti a un flusso continuo di stimoli sensoriali
> che agiscono all’unisono.
Così, sensi complessi e gestiti principalmente dal sistema nervoso autonomo e da
attività cerebrali che non richiedono azioni volontarie sono rimasti per lungo
tempo poco noti e compresi. Inoltre, trattandosi di sistemi multisensoriali, con
modalità non del tutto separabili, la loro classificazione si è rivelata
particolarmente difficile. E la questione riguarda numerose altre
specializzazioni sensoriali. Tra di esse, un altro esempio importante è
rappresentato dal senso del tatto e sensazioni annesse come dolore, solletico,
formicolio, temperatura. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte a sistemi
diffusi e che fanno capo a diversi tipi di recettori, specializzati nella
ricezione di stimoli specifici: pressione, trazione, tocco di diversa intensità,
graffi, carezze, ecc. A proposito del dolore, poi, vi è ancora un certo
dibattito sull’eventualità di considerarlo un senso a sé stante oppure una
sottocategoria del tatto, poiché esistono diversi tipi di recettori per il
dolore, chiamati nocicettori, e sono localizzati sulla pelle, ma anche in molti
altri distretti corporei.
Infine, tendiamo a descrivere e immaginare i sensi come canali separati, ma la
verità è che siamo costantemente esposti a un flusso continuo di stimoli
sensoriali che agiscono all’unisono. Viceversa, ciascun senso opera in concerto
con gli altri sensi e ne è a sua volta influenzato. Ciò che vediamo dipende
anche dal contesto: suoni, rumori, sensazioni fisiche, tattili e olfattive
influenzano e contribuiscono a determinare cosa percepiamo. Si parla, più
precisamente, di crossmodalità, ossia l’interazione dei sensi e come questi si
influenzino reciprocamente.
I sensi si parlano
A detta del neuroscienziato Charles Spense, che si occupa da anni di
crossmodalità, è sorprendente come per molto tempo scienziati specializzati
nello studio di un particolare senso, come la vista o l’udito, non solo non si
siano confrontati sulle reciproche scoperte, ma non ne abbiano nemmeno sentito
l’esigenza. Come racconta in un suo libro divenuto bestseller, Sensehacking
(2020), nel quale spiega come i sensi si influenzino – e ingannino –
reciprocamente, ciò ha comportato un certo rallentamento storico nella ricerca
sui sensi e il loro funzionamento. Una perdita non da poco se pensiamo a quanto,
anche i “sensi base” interagiscano tra loro. Prendiamo, per esempio, il sapore
dei cibi.
> Durante i voli aerei il succo di pomodoro sembra essere venduto e gradito più
> di altre bevande. Non è semplice suggestione, deriva dal fatto che il rumore
> bianco prodotto dall’aereo in volo influisce sulla percezione dei gusti.
Mentre assaporiamo una zuppa o un piatto di spaghetti cotti a puntino, oppure
addentiamo un croccante di noci e cioccolato, quello che sentiamo non è “solo”
gusto, ma l’insieme di almeno tre diversi canali sensoriali: il gusto, l’olfatto
e il tatto. Le papille gustative sulla lingua percepiscono il gusto sapido del
pomodoro, la leggera acidità della salsa, l’amaro del cioccolato e il salato o
dolce con cui il piatto è stato preparato, ma buona parte dell’arricchimento
aromatico proviene dalle molecole odorose. Gli odori sprigionati da cibi e
bevande, raggiungono il naso attraverso il retro della bocca, la via detta,
appunto, retronasale. Motivo per cui quando si è raffreddati o si ha il naso
tappato, oppure si è perso l’olfatto, i cibi sembrano avere meno sapore.
Inoltre, le sensazioni tattili, la consistenza e la texture dei cibi così come
temperatura, eventuale piccantezza e frizzicori, arricchiscono ulteriormente e,
anzi, ne influenzano enormemente l’esperienza finale. Infine, vista e udito ci
mettono lo zampino. Lo si osserva bene, per esempio, in un fenomeno descritto
durante i voli aerei, nei quali il succo di pomodoro sembra essere venduto e
gradito più di altre bevande. Non è semplice suggestione, ma deriva dal fatto
che il rumore bianco prodotto dall’aereo in volo influisce sulla percezione dei
gusti: amaro, dolce e salato vengono percepiti meno intensamente, ragione per
cui spesso diversi cibi in aereo risultano poco gustosi, ma, al contrario, il
gusto umami, cioè la sapidità che caratterizza per esempio pomodoro e
parmigiano, viene esaltato.
In uno studio più recente, pubblicato nel 2025 sul International Journal of
Gastronomy and food Science, Spence e i suoi collaboratori hanno anche osservato
come durante un pasto, un aperitivo alcolico alterasse la percezione proprio
della salsa di pomodoro, facendola risultare più buona. In questo lavoro sono
stati analizzati parametri sensoriali come temperatura e altre caratteristiche
organolettiche e la loro influenza sulla valutazione della salsa di pomodoro. In
generale si è visto che la temperatura, già da sola, modula la percezione: una
salsa calda viene descritta come più saporita, densa e di gusto più intenso
rispetto a una fredda (a parità di preparazione e ingredienti); inoltre, quando
prima dell’assaggio veniva servito ai valutatori un aperitivo alcolico, la salsa
veniva descritta come più fresca, piacevole e di sapore più intenso.
Queste informazioni, oltre ad aprirci lo sguardo su come sensi e cervello
funzionino, offrono importanti applicazioni nell’ambito del design, del
marketing, dell’architettura e della progettazione degli spazi in cui viviamo.
Se è vero che grazie ai sensi ci orientiamo e muoviamo nel mondo, sapere come
essi influenzano la nostra percezione e il nostro senso di benessere ha diversi
riscontri pratici: il bucato profumato appare anche più soffice al tatto;
un’auto con interni in pelle che “sanno” di pellame vero risulta più comoda; una
pietanza assaggiata con un cucchiaio pesante diventa più saporita che mangiata
con una posata leggera, e così via. Le Corbusier, già nel 1923 scriveva in Verso
una architettura: “Queste forme primarie o sottili, morbide e brutali agiscono
fisiologicamente sui sensi (la sfera, il cubo, il cilindro, orizzontali,
verticali, obliquo, ecc.) e li stimolano”.
L’architetto aveva incorporato nella sua teoria estetica la convinzione che gli
esseri umani fossero naturalmente predisposti a determinati stimoli percettivi,
un dato, come già accennato, confermato negli ultimi anni dalle neuroscienze e
dagli studi di neuroestetica. Tuttavia, abbiamo anche visto come proprio tali
sensazioni ci offrano una varietà di percezioni che sono tutto fuorché stabili e
oggettive e ci spingono nuovamente a interrogarci sulle loro implicazioni più
profonde.
Qualcosa, là fuori
Forse, è proprio il primato culturale della vista sugli altri sensi ad aver
generato l’inganno più grande. Seppure nella tradizione filosofica e culturale
le teorie per spiegare la realtà e come percepiamo il mondo siano state
numerose, e correnti come quella di Democrito prima e poi Galeno abbiano più
volte avanzato l’idea che le caratteristiche degli oggetti esterni, come i
colori o i sapori, non siano proprietà degli oggetti, ma il risultato della loro
interazione con i nostri sensi, ciò che ancora oggi spesso prevale è il senso
comune. Esso ci porta a credere che ciò che guardiamo, sentiamo, annusiamo siano
caratteristiche reali del mondo esterno. Tuttavia, le neuroscienze ci dicono
come suoni, colori e odori siano generati nel cervello a partire dalla ricezione
di sensazioni attivate tramite i sensi, che sono però parziali e non
rappresentano la realtà del mondo fisico nella sua interezza. Pensiamo, per
esempio, alla luce ultravioletta che noi non vediamo, ma genera colori visibili
alle api, oppure a numerose molecole come i feromoni, per noi inodori, ma
essenziali per la comunicazione olfattiva di molti altri animali. Si trova una
trattazione esaustiva di questo argomento nel libro Qualcosa là fuori. Come il
cervello crea la realtà (2011) dello storico della scienza Enrico Bellone, il
quale indagò a fondo la questione della conoscenza e dei sensi in chiave
evoluzionista. È con questa lente che diventa più facile, comprendere anche i
risultati dei già citati lavori di Vallortigara, le teorie sulla mente descritte
da neuroscienziati come Antonio Damasio, e farsi un’idea di come ciò che
consideriamo “conoscenza” è spesso un artificio con cui cervello e corpo
organizzano le informazioni utili per muoversi nel mondo – e che hanno permesso
alla specie di sopravvivere.
> Gli studi sulla crossmodalità e le interazioni tra i sensi, ci mostrano come
> il contesto, le aspettative e il significato culturale che attribuiamo alle
> esperienze influenzano come queste verranno percepite.
Se poi ci spostiamo a un livello più filosofico, è importante ricordare come,
d’altra parte, la stessa indagine scientifica sia un costrutto culturale, a sua
volta influenzato dal contesto, per così dire, percettivo nel quale si è
formato. Ne è un esempio, per usare le parole delle storiche dei sensi Costance
Classen e Lissa Roberts, il “visualismo scientifico” con il quale soprattutto
dal Diciannovesimo secolo in poi si è iniziato a rappresentare e costruire la
narrazione delle scoperte scientifiche. Gli studi sulla crossmodalità e le
interazioni tra i sensi, ci mostrano come il contesto, le aspettative e il
significato culturale che attribuiamo alle esperienze influenzano come queste
verranno percepite. Un odore caprino, può generare piacere o disgusto a seconda
del contesto in cui viene percepito e se è associato a un formaggio o a un
calzino. Volendo muoverci su un terreno meno prosaico, possiamo considerare come
i sensi ci facciano percepire una porzione di realtà alla quale poi cerchiamo di
dare un significato, ed è quest’ultimo che poi spesso ci motiva e ci spinge a
vivere. Qualcuno, là fuori, l’ha chiamata evoluzione.
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