L eggere un romanzo sulla panchina di un parco urbano nel tardo pomeriggio,
quando le giornate si allungano e sai di avere ancora il tempo di goderti con
calma quella solitudine beata, di possedere in poco spazio e grande economia di
mezzi tutto ciò che serve al momento senza curarsi del mondo e dell’inquietudine
tascabile che infuria nel telefono.
Non posso fare a meno di elaborare pensieri squisitamente reazionari davanti a
Malinconia dei confini (2026), l’ultima fatica di Mathias Enard (nell’ormai
consueta ed elegante traduzione di Yasmina Melahoua), stimatissimo scrittore
francese e autore di alcuni dei romanzi più letterari e più letterariamente
europei degli ultimi due decenni. Opere come La perfezione del tiro (2003), Zona
(2008) e Bussola (2015) sono lavori complessi, raffinatamente eruditi,
improntati a quella bookishness che George Steiner, in un influente saggio (The
end of bookishness, 1988), già indicava al calar del secolo scorso come qualcosa
in procinto di finire. Finiva la bookishness negli anni Ottanta: tramontava la
dimensione libresca, l’erudizione più pura, il gusto fine, sofisticato,
dell’uomo di lettere. Finiva la gloriosa epoca del Libro che per secoli, forse
millenni, aveva formato il modo umano di vedere il mondo e che forse già un
secolo prima aveva iniziato a tramontare, con l’arrivo della simultaneità
elettrica, almeno secondo la versione di McLuhan e del suo La galassia Gutenberg
(1962).
Eppure, com’era vero che stavo leggendo con garbato piacere l’ultimo Enard sulla
panchina del parco, così la bookishness non doveva essere completamente
tramontata né alla fine del Novecento né nel 2026, con buona pace degli angeli &
demoni digitali. Forse, ho pensato, ci sarà sempre qualcuno capace di questo
piacere, di consumare con gusto testi lunghi e difficili. Senza troppo chiasso,
senza troppo impatto sulla polis, una piccola accolita d’intenditori continuerà
sommessamente a leggere i grandi autori del passato e del presente e magari a
cercare di parlarne, scriverne, a confrontarsi. Forse il libro non smetterà mai
di finire, continuerà a declinare in eterno, come questi infiniti crepuscoli di
primavera. Si perdoni il tono elegiaco ma è esattamente quello evocato dallo
stesso Enard, in maniera più sofisticata, quando parla di letteratura:
> Raccontare significa superare la distanza che separa dall’assente;
> attraversare il linguaggio, nascondere il reale nell’irreale, fare a pezzi il
> mondo per offrirlo, come il fumo dei cosciotti di capra dei sacrifici achei, a
> dèi silenziosi: la letteratura è quel fumo, residuo divino che esprime
> l’assenza, definitiva, di quel che l’ha suscitato. Tutto ciò che entra in
> letteratura varca i confini del mondo dei fantasmi e, penetrando nell’universo
> del linguaggio, abbandona la propria spoglia carnale. Il mondo del testo è uno
> spettro, proiettato da un apprendista illusionista sul pallore delle nostre
> coscienze.
È probabile che l’insistenza un po’ macabra sui fantasmi, sull’irrealtà e
l’assenza che attraversa con insistenza le pagine di questo libro sia l’effetto
di quanto ho scritto sopra: l’umore saturnino del letterato di fronte al nuovo
che avanza e depone l’antico sovrano. Così la dimensione metaletteraria ‒ quel
serrare i ranghi dei propri simili attraverso una moltitudine di riferimenti e
citazioni, l’esacerbazione barocca dei tratti retorici e stilistici che hanno
fatto la gloria e la storia della scrittura ‒ è forse un modo di sprofondare nel
proprio mondo per sentirlo reale, nonostante tutto. Perciò tutti i libri di
Enard sono libri su libri, libri che parlano di altri libri, che evocano altri
scrittori, poeti, pensatori, animatori di riviste, editori e più si procede
nell’opera del francese più la divagazione letteraria e metaletteraria diventa
ingombrante a discapito della trama o di altri scopi.
> Tutti i libri di Enard sono libri su libri, libri che parlano di altri libri,
> che evocano altri scrittori, poeti, pensatori, animatori di riviste, editori e
> più si procede nell’opera del francese più la divagazione letteraria e
> metaletteraria diventa ingombrante a discapito della trama o di altri scopi.
Se dovessi indicare il tema principale di Malinconia dei confini credo che lo
troverei proprio nella ricerca di una comunità libresca, di una rete di autori
del presente e del passato, di amici legati dal gusto comune delle belle lettere
e della vita da letterato (qualcosa a metà strada tra la sprezzatura del dandy e
il nerdismo del bibliofilo). Ben più della cornice geografica, che scandisce la
pubblicazione del volume come primo pannello di una tetralogia dedicata al tema
dei confini e ordinata per punti cardinali (Malinconia dei confini rappresenta
il Nord, la Germania, “il paese dei racconti crudeli e delle insidie della
notte”), è l’amicizia ad apparire come il vero centro dell’opera. Accanto alle
raffinate tessiture tematiche, che fanno somigliare questo libro a cesellati
aggregati d’immaginario letterario come Praga magica di Ripellino o Danubio di
Magris, oltre le stratificazioni del Brandeburgo e i viaggi nel tempo (“Ogni
viaggiatore viaggia nel tempo”), oltre a Lenz, Buchner, Goethe, Heidegger,
Schiller, Chamisso, Fontane, eccetera e ‒ come estrema sintesi di tutto ciò ‒
troneggia l’Amicizia: quasi che il bisogno ultimo e inconfessato di chi scrive e
di chi legge fosse quello di gettare un ponte tra sé e l’altro, di creare una
comunità di affetti.
D’altronde l’amicizia stessa non ha molto a che fare con i confini? Non è
l’amicizia il più essenziale superamento di una frontiera, quello da cui tutti
gli altri derivano? La geopolitica non è forse la cristallizzazione su ampia
scala di rapporti psicologici? Il primo limen non è forse quello che ci divide
dai nostri simili, che separa un corpo da un altro?
Ecco dunque, nel libro di Enard, le colte riflessioni di Cicerone o Montaigne
sul tema dell’amicizia, ecco i viaggi dell’autore in compagnia di qualche anima
gemella, ecco i luoghi della convivialità come locali, taverne, ristoranti,
alberghi, ecco ancora i rapporti pensosi o burrascosi che unirono scrittori e
personaggi storici, ed ecco infine la guerra, dove la massima espressione della
brutalità dei confini diventa occasione di “una delle forme più violente ed
esclusive dell’amicizia, un’amicizia per la vita e per la morte”, quella
condivisa dai soldati al fronte ‒ la solidarietà degli assediati a Stalingrado
nelle pagine di Grossman, o l’agonia dei tedeschi bloccati nella “sacca” in
quelle di Theodor Plievier, o ancora quella degli italiani nei libri di Rigoni
Stern o Bedeschi. “La morte è una seminatrice, più che una falciatrice” e la
letteratura “cresce nel solco mortale, spunta dal carnaio come un papavero […]
capace di dare quella forma meravigliosa di oblio, quella forma sublime di oblio
che è la memoria, che è un libro”.
> Ben più della cornice geografica, che scandisce la pubblicazione del volume
> come primo pannello di una tetralogia dedicata al tema dei confini e ordinata
> per punti cardinali, è l’amicizia ad apparire come il vero centro dell’opera.
La stessa letteratura che nasce negli interstizi, nei margini e nelle trincee è
capace, in Malinconia dei confini, di portare sulle spalle la memoria di chi i
confini li attraversa suo malgrado, clandestinamente, o di chi i margini li
subisce come Rami, siriano torturato nel suo Paese durante la guerra civile,
incarcerato, poi fuggito in Germania e finito in un ospedale psichiatrico
berlinese. Proprio da un ospedale d’altronde prende le mosse il libro di Enard,
in particolare dal reparto neurologico dov’è ricoverata E., amica di vecchia di
data e compagna di avventure letterarie dell’autore, lettrice e traduttrice
professionista: è la sua triste vicenda a intonare questo lungo, malinconico
inno all’amicizia.
Tra le varie declinazioni dei “confini” e del loro rapporto con la letteratura
spicca infine quello che riguarda l’esplorazione delle frontiere del sé, dei
confini interiori: mesmerismo, magnetismo, ipnosi e dissociazione, gli effetti
della morfina e lo spiritualismo dei fluidi. Sono tutti fenomeni a cui Enard
dedica un bel capitolo intitolato La crociata contro se stessi: il letterato
veste allora gli abiti del mago o del necromante, attraversa il limite tra la
veglia e il sonno, comunica coi defunti (“Überall liegen Tote: i morti sono
ovunque”), evoca spiriti attraverso cui “spillare l’inconscio”. Non stupirà
dunque di incontrare a più riprese, tra queste pagine, un maestro indiscusso
dell’arte necromantico-letteraria, un illustre, originalissimo, wanderer come
W.G. Sebald. Nella triangolazione sciamanica tra spettri, memoria e scrittura,
l’autore di Austerlitz e di Gli anelli di Saturno rappresenta una specie di
Virgilio dantesco, una guida nelle profondità mistiche della Kultur tedesca.
> Tra le varie declinazioni dei “confini” e del loro rapporto con la letteratura
> spicca infine quello che riguarda l’esplorazione delle frontiere del sé, dei
> confini interiori: mesmerismo, magnetismo, ipnosi e dissociazione, gli effetti
> della morfina e lo spiritualismo dei fluidi.
Credo che chiunque abbia una grande passione tenda a vedere il mondo all’ombra o
sotto la lente di tale passione. Chi ama il calcio tenderà a tradurre tutto in
metafore calcistiche. Il letterato, o l’iperletterato come Mathias Enard,
potrebbe rappresentare la massima manifestazione di questa tendenza a
universalizzare il proprio mondo per un’ottima ragione, essendo stato così a
lungo, il libro, il Principe della cultura occidentale. Enard che, come ci
racconta in Malinconia dei confini, da bambino invece dei Queen ascoltava i
lieder di Schubert e che descrive il Berghain, famoso club berlinese, come un
girone infernale citando la Dannazione di Faust di Berlioz, o che ripete “come
tutti sanno” a proposito d’informazioni specialistiche sulla biografia di
scrittori che la maggior parte della gente neppure conosce di nome.
Enard assomma dunque, a volte in maniera un po’ caricaturale, i tratti
dell’homme de lettres che nella fine dell’autorità umanistico-libresca da figura
egemone diventa carbonaro, iniziato, marginale, e che in ogni modo cerca di
magnificare il proprio idolo detronizzato. Consapevole di vivere in un universo
mentale che appunto tramonta, lo scrittore chiama a sé i propri amici vivi e
morti, costruisce delicati mosaici di citazioni e analogie facendo della
malinconia una forma di vita e di un certo snobismo un’arma contro la brutalità
del presente. Nell’anacronismo Enard trova non soltanto una giustificazione alla
propria scrittura ma anche, credo, una forma di resistenza al dominio
dell’effimero. Se il digitale impone l’equivalenza di tutto, l’eterno presente
del cloud e l’impalpabile astrazione dei simulacri, la “cosa scritta” permette
ancora, secondo lui, di “percorrere la distanza tra il tempo di oggi e il tempo
di ieri”, di comporre mitologie alternative e staccare l’immaginazione
dall’eccesso di realtà che la tecnologia della comunicazione ci impone in ogni
momento.
Le ultime pagine di Malinconia dei confini sono dedicate alle nuvole: nuvole che
“danno alla testa” osservate da un aerostato nel “cielo sopra Berlino”, forse
simili ‒ suggerisce Enard ‒ a quelle che Robert Walser descrisse nelle sue
Piccole prose all’inizio del Novecento: piccole ma capaci, in un solo giro di
frase, di raggiungere grandi altitudini.
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