D esideriamo quello che vediamo desiderato; imitiamo, triangoliamo. A volte,
però, il vertice che siamo anche noi in queste goffe geometrie del desiderio
(sappiamo esserlo davvero fino in fondo?) tende a deformare l’eleganza della
figura piana: ad assottigliarsi fino a scomparire una volta per tutte ‒ forse.
Non perché manchi qualcosa, in noi o nella nostra vita, ma perché siamo già
troppo occupate a guardare altrove: l’altro, il suo sguardo, soprattutto la
forma che prendiamo dentro quello sguardo. Stiamo bene con questo paio di
scarpe, ci slanciano abbastanza? I capelli disordinati dicono le cose giuste su
di noi? E quella mano sulla spalla, quasi verso la nuca, perché abbiamo voluto
darle una sfumatura così intima e seducente?
Dry season di Melissa Febos (2026) comincia proprio da questa zona d’ombra,
anche se finge di cominciare altrove. Per esempio: dall’inventario degli amori
passati di una scrittrice che sa scrivere di sé come atto radicale (sottotitolo
di un altro suo libro, Questa mia carne, 2024, pubblicato sempre per
nottetempo). Sottotitolo di questo è Il mio anno di piacere senza sesso, ma in
effetti il libro non parte né dal sesso (cioè, forse sì), né dalla sua rinuncia
(anche qui: forse in realtà sì), quanto piuttosto da una sorta di slittamento,
dal sapore fin da subito metaletterario, che fa mettere in discussione a poco a
poco tutto ciò che la “scrittrice di sé” ha detto o pensa di poter dire
sinceramente di sé. Eccolo: è il momento in cui il desiderio ‒ e la scrittura ‒
smette di sembrare un punto di partenza e si rivela una relazione. Con chi?
Ovvio, con noi stessi.
“Ero brava in amore, brava a guadagnarmi l’affetto del mio oggetto d’amore”,
scrive Febos. “Scrivi sempre d’amore”, le fa notare più avanti un’amica. E
allora perché interrompere questo meccanismo di gratificazioni? La sua ricerca
di castità, attorno a cui si struttura tutto il libro, non ha niente di morale o
moralistico: nasce come un’improvvisa, sciocca decostruzione di un “linguaggio
segreto” e ben conosciuto ma, e lo si capisce a poco a poco, diventa il
tentativo di disattivare l’ansia di piacere tanto agli altri quanto a sé stessi;
una battaglia contro una certa narrazione di sé che, per qualche motivo, non
basta più, è dannosa. Anzi, è troppo comoda.
> La sua ricerca di castità non ha niente di morale o moralistico: nasce come
> un’improvvisa, sciocca decostruzione di un “linguaggio segreto” e ben
> conosciuto ma, e lo si capisce a poco a poco, diventa il tentativo di
> disattivare l’ansia di piacere tanto agli altri quanto a sé stessi.
Se desiderare è un’abitudine, “La mia”, scrive Febos, “è iniziata quando da
bambina mi sono ritrovata di colpo nel corpo di una donna” (o “Buona parte della
mia vita l’ho passata a sballarmi di seduzione”). Aderirvi, però, diventa presto
soffocante: “Se non sono desiderata, morirò. Se non sono desiderata, non merito
di vivere. Se non sono amata, non esisto”. Interrompere dunque la catena,
smettere di rispondere alle richieste degli altri, dell’Altro, per stare per
conto proprio: questo l’obiettivo. Ma è davvero possibile smettere di
accontentare e di rincorrere il piacere degli altri; rinunciare all’eros e,
ancora di più, alla seduzione? Il libro sembra suggerire che no, cosa
credevamo?!
Proprio mentre viene sospeso nella pratica, come incontro di corpi, il desiderio
in realtà continua a operare come struttura, come incontro di sguardi e di
parole: non possiamo farne a meno. Per esempio, nella ricerca dei racconti di
altre donne che hanno scelto la castità (le beghine belghe, le Amazzoni e le
mistiche), ma anche quelli di scrittrici e intellettuali care a Febos (da Woolf
a Firestone, da Colette a Saffo). Quella raccontata da Dry season è allora una
rinuncia che sembrava privata, anzi, privatissima, e che si rivela
ricostruzione: di una “mappa” politica e, in senso largo, di una nuova
genealogia femminista: “Il fatto è che storicamente le donne hanno sempre avuto
una miriade di buone ragioni per scegliere l’astinenza dal sesso […] Avevano
chiuso con una vita che avesse al centro l’uomo. […] A guardarla così la castità
era parte di una lunga tradizione di pratiche femministe”.
> Proprio mentre viene sospeso nella pratica, come incontro di corpi, il
> desiderio in realtà continua a operare come struttura, come incontro di
> sguardi e di parole: non possiamo farne a meno.
Senza gli altri e le altre, però, “C’è un sacco di spazio in più da abitare”, e
non è affatto detto che sia un bene: “Parlando con la mia analista, una volta mi
ero autodefinita un gremlin. ‘Presente? Quelle creaturine coccolose e vivaci
che, se inebriate del giusto elisir, si trasformano in mostri’”. Ma l’accusa che
viene rivolta a un certo punto alla protagonista fa parecchio peggio: non è la
compiacenza o l’eccessiva disponibilità, e nemmeno l’essere “un pozzo senza
fondo” alla ricerca di attenzioni, appunto un gremlin ossessionato dall’amore,
ma, in virtù di questo, usare le persone. “Amare in maniera egoista”. Non c’è
colpa peggiore per chi si credeva buona, fin troppo accondiscendente. Del resto,
anche nelle relazioni tra donne e anche quando lo sguardo è tecnica e per quella
tecnica siamo esperti oggetti e soggetti consapevoli, in realtà c’è sempre
qualcuno che è più oggetto dell’altro. Non si tratta di piacere, allora, ma di
anticipare il piacere dell’altro costruendolo (costruendosi) in maniera
ricattatoria come superficie leggibile. Già, ma per quale pubblico?
Proprio su questa domanda Dry season diventa più nervoso, più instabile, e la
domanda si sposta: siamo femministe abbastanza se desideriamo liberamente oppure
il desiderio, così come lo abbiamo interiorizzato, è già una forma di
adattamento e non è mai davvero libero; una grammatica appresa, che ci fa
credere di scegliere mentre ripetiamo soltanto? E, se esiste uno spazio al
sicuro dai suoi meccanismi così ben oliati e scivolosi, la scrittura non lo è
certo. Scrivere di sé poi, non ne parliamo: è paradossalmente ancora più comodo
perché “L’autore di un memoir è sia regista che personaggio del suo dramma, e
quindi gode di un rifugio al di fuori della narrazione”. Accontentarsi di una
falsa verità su sé stessi non è mai tanto facile come nella scrittura di un
memoir.
> Siamo femministe abbastanza se desideriamo liberamente oppure il desiderio,
> così come lo abbiamo interiorizzato, è già una forma di adattamento e non è
> mai davvero libero; una grammatica appresa, che ci fa credere di scegliere
> mentre ripetiamo soltanto?
Anche in questo libro, allora, e forse più che mai, Febos abita il suo spazio
con ambiguità: perché sa che ogni tentativo di sottrazione produce una nuova
forma di osservazione e perché, in fondo, sa un’altra cosa ancora, più feroce e
più triste. Che non c’è mai un momento in cui il vertice del triangolo si
stabilizza davvero, in cui noi siamo così ben definibili, come un punto su un
piano cartesiano. Forse allora non si tratta di ritrovarsi, ma di vedere quanto
a lungo siamo state altrove. Sicuramente, questo è ciò che fa la voce sincera e
frastagliata di Febos, nel suo farsi e disfarsi ‒ proprio come un’onda.
L'articolo Quello che chiamavo amore proviene da Il Tascabile.