O zempic è il nome commerciale di un farmaco capace di intervenire sui
meccanismi della fame e della sazietà. Rallenta lo svuotamento dello stomaco e
attenua l’appetito, inducendo a mangiare meno e portando, nel tempo, alla
perdita di peso. Nato per il trattamento del diabete di tipo 2, è diventato in
pochi anni l’esempio più noto di una nuova classe di farmaci dimagranti, che
spostano il controllo del peso dal piano della volontà individuale a quello
della regolazione farmacologica. A prima vista questo spostamento alleggerisce
la pressione sul singolo, poiché non gli si chiede più di “mangiare meno e
muoversi di più”. E tuttavia, sotto questa trasformazione rimane inalterato il
modo in cui guardiamo i corpi grandi: corpi sbagliati, sgradevoli, da correggere
e da riportare a una norma. Il corpo grasso viene letto ancora una volta come
una responsabilità individuale e, prima ancora, come una colpa.
Se è vero che l’obesità è stata accertata come fattore di rischio per molte
patologie, è anche vero che nel discorso pubblico si tende spesso a trasformare
questa correlazione in un giudizio, non solo estetico ma anche morale, sul corpo
e sulla persona. La grassofobia agisce su tre dimensioni: il pregiudizio, ovvero
l’idea che i corpi grandi valgano meno, lo stigma, ovvero l’attribuzione di
qualità negative alle persone grasse (ingorde, pigre, trasandate), e infine la
discriminazione, cioè l’insieme delle barriere e dei comportamenti che tendono a
tagliare fuori le persone grasse dalla vita sociale e lavorativa.
Questa dinamica non si distribuisce però in modo uniforme. Negli ultimi anni,
soprattutto nei contesti di attivismo anglofono legati al movimento fat
acceptance, si sono diffuse categorie informali come mid-size, small fat, mid
fat, super fat e infinifat, utilizzate per descrivere differenze interne a ciò
che viene spesso trattato come un gruppo omogeneo. Si tratta di etichette non
scientifiche, nate per rendere visibile un dato empirico: la grassofobia tende a
intensificarsi con l’aumentare della taglia. Chi occupa posizioni più vicine ai
modelli corporei socialmente accettati può ancora abitare e attraversare, con
qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi standard; man mano che ci si
allontana da questi parametri lo stigma si fa più esplicito e le barriere più
escludenti.
> Chi è vittima di atteggiamenti grassofobici ha maggiori probabilità di
> rimandare visite e controlli, di ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno
> adeguati, e più in generale di sviluppare un rapporto problematico con il
> sistema sanitario.
Anche senza passare in rassegna i dati che documentano ostacoli e trattamenti
peggiori nell’accesso a lavoro, scuola e cure, basta guardare agli oggetti più
ordinari per vedere come questa logica si traduca nella pratica: sedili di aerei
e lettini di ospedale troppo stretti per ospitare certi corpi, brand di
abbigliamento che prevedono solo alcune taglie, bilance non tarate su corpi più
pesanti. Qui la grassofobia non passa da un giudizio esplicito ma è inscritta in
un progetto che decide silenziosamente quali corpi sono previsti e quali no.
Un’analisi pubblicata sull’International Journal of Obesity nel 2025, basata su
oltre un milione di risposte raccolte nel tempo, mostra che atteggiamenti
negativi verso le persone obese sono diffusi anche tra i medici e gli operatori
sanitari, e in alcuni casi risultano persino più marcati tra chi ha un ruolo
diretto nella diagnosi e nel trattamento. Questi atteggiamenti non si presentano
necessariamente come ostilità aperta; più spesso prendono la forma di
associazioni automatiche legate all’idea che il peso sia una questione di
volontà, che il corpo grasso indichi scarso controllo o scarsa adesione alle
raccomandazioni mediche.
È un tipo di sguardo che tende a semplificare e che può influenzare il modo in
cui si interpreta un sintomo o si costruisce un percorso di cura. Le persone che
ne sono vittima hanno maggiori probabilità di rimandare visite e controlli, di
ricevere diagnosi tardive o trattamenti meno adeguati, e più in generale di
sviluppare un rapporto problematico con il sistema sanitario. Secondo alcune
ricostruzioni teoriche l’obesità si sarebbe affermata come categoria clinica
all’interno di una cornice grassofobica, che a sua volta affonda le sue radici
in una storia ben più lunga, legata al colonialismo e alla morale protestante.
Ma per comprenderlo occorre fare un passo indietro.
L’epidemia di obesità
Alla fine degli anni Novanta, un articolo sul Journal of the American Medical
Association (JAMA) segnò un punto di svolta nel modo in cui parliamo di corpi
grassi. Mettendo in fila i dati raccolti tra il 1991 e il 1998, un gruppo di
ricercatori dei Centers for Disease Control aveva registrato un aumento
significativo della quota di adulti obesi negli Stati Uniti, dal 12 al 17,9% in
soli sette anni, con una crescita in tutti gli Stati, in entrambi i sessi e in
quasi tutti i gruppi di età. Il fenomeno non era descritto come una semplice
tendenza, ma come un’“epidemia di obesità”.
> Nello stigma nei confronti dell’obesità delle narrazioni patologizzanti, la
> responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle famiglie, secondo una
> logica che ignorava i determinanti sociali, economici e ambientali delle
> scelte individuali.
Questa connotazione di allarme e urgenza diventò centrale nella campagna
mediatica successiva, anche attraverso la diffusione di grafici che mostravano
la progressione del fenomeno anno per anno, come se si stesse seguendo
l’evoluzione di un contagio. “Epidemia di obesità” divenne una formula sempre
più accreditata, utilizzata come base scientifica per la “guerra all’obesità”
che ne conseguì: a partire dagli anni Duemila si diffusero linee guida che
fissavano soglie numeriche di “peso sano”, interventi sulle mense e sui
programmi di attività fisica nelle scuole, normative più stringenti sulla
produzione di bevande zuccherate e sulle pubblicità di junk food.
In diversi Paesi anglofoni circolavano spot che facevano leva sulla paura del
futuro e su una struttura narrativa del tipo “what if”: in un video della
campagna Strong4Life, per esempio, si ripercorre a ritroso la vita di un uomo
colpito da infarto, risalendo fino all’infanzia. Man mano che il racconto
procede, ogni passaggio viene associato a gesti come il consumo di bevande
zuccherate o la visione prolungata di programmi televisivi, suggerendo che la
condizione finale sia il risultato diretto e cumulativo delle scelte fatte nel
corso della vita, spesso dentro lo spazio domestico e familiare. In questo
genere di narrazioni la responsabilità veniva scaricata sui singoli e sulle
famiglie, secondo una logica che ignorava i determinanti sociali, economici e
ambientali delle scelte individuali, ovvero tutto ciò che rende difficile
cambiare abitudini: lavoro precario, marginalità sociale, costo elevato del cibo
più sano, città progettate per le auto, stress cronico.
Al di là dell’intenzione comunicativa, questi spot veicolavano un’equazione che
oggi ci sembra quasi ovvia, quella tra il corpo magro e il corpo sano, ma che un
tempo era impensabile. Per buona parte del Novecento le principali
preoccupazioni sanitarie erano state la malnutrizione, le carenze vitaminiche,
le malattie infettive che attecchivano su corpi troppo gracili. All’epoca si
riteneva che qualche chilo in più potesse fornire un piccolo margine di
protezione e la magrezza era considerata un segnale di malattia e decadenza
sociale.
Col passare dei decenni, polmoniti e tubercolosi arretrarono progressivamente
grazie al miglioramento delle condizioni igieniche e abitative e allo sviluppo
di vaccini e antibiotici. Nello stesso tempo, l’aumento della popolazione
anziana e i cambiamenti nello stile di vita (primi fra tutti l’alimentazione
industriale e la crescente sedentarietà) spostarono l’attenzione verso le
patologie non trasmissibili come l’infarto, l’ictus e il diabete di tipo 2, con
lo studio dei relativi fattori di rischio. I medici cominciarono a monitorare le
persone per anni, a confrontare nel tempo parametri come il peso, la pressione e
la glicemia, a notare che chi pesa di più, in media, si ammala prima di certe
malattie croniche. Tra gli anni Settanta e Ottanta il grasso diventò a tutti gli
effetti un campanello d’allarme e un problema di salute pubblica, soprattutto
nei Paesi anglofoni.
> Chi ha un corpo più vicino ai modelli socialmente accettati può ancora abitare
> e attraversare, con qualche attrito, spazi e pratiche pensati per corpi
> standard; man mano che ci si allontana da questi parametri lo stigma si fa più
> esplicito e le barriere più escludenti.
All’inizio degli anni Novanta l’Organizzazione mondiale della sanità si trovò
davanti a un problema molto pratico: in ogni Paese si usavano soglie diverse per
decidere chi è in sovrappeso e chi no, con risultati difficili da confrontare.
Si scelse allora di eleggere a criterio ufficiale l’indice di massa corporea
(BMI, Body Mass Index), un indicatore dato dal rapporto tra peso e altezza al
quadrato. Sulla base di questo criterio, si suddivideva la popolazione in
quattro fasce principali: sotto una certa soglia numerica si parla di sottopeso,
in un intervallo intermedio di normopeso, oltre di sovrappeso e ancora oltre di
obesità.
Nel 1998 gli Stati Uniti si allinearono a queste soglie e abbassarono il limite
tra normopeso e sovrappeso. Così, dall’oggi al domani, milioni di persone che il
giorno prima erano considerate nella norma diventarono, per definizione, in
sovrappeso. Quando, l’anno dopo, l’articolo del JAMA parlerà di “diffusione
dell’epidemia di obesità”, troverà quindi un vocabolario, degli strumenti di
misura e un immaginario già pronti ad accogliere quella metafora.
Il BMI: che cosa misura davvero
In origine il BMI non nasce nel campo della medicina e non serve a stabilire se
una persona sia sana o malata. Il criterio era stato introdotto nell’Ottocento
dal matematico e statistico belga Adolphe Quetelet e poi preso in prestito dalle
compagnie assicurative, che lo usavano per calcolare, su grandi numeri, la
probabilità di morte associata a determinate caratteristiche fisiche, come il
rapporto tra peso e altezza, così da fissare il prezzo delle polizze. Chi si
discostava da certi intervalli di peso veniva considerato più costoso da
assicurare. Il BMI aveva quindi una finalità statistica e descrittiva, non una
finalità clinica. È solo in un secondo momento che questo parametro è stato
ripreso dalla medicina per fissare “soglie di normalità”, trasformando una
correlazione statistica in un criterio di salute individuale.
Questo slittamento rappresenta un punto decisivo, perché cambia completamente il
senso dello strumento: una probabilità statistica più alta in un ampio gruppo di
popolazione non significa che qualsiasi persona con un BMI alto morirà prima o
sia destinata a una cattiva salute. Il BMI, da solo, non distingue tra muscolo e
adipe e non dice nulla su pressione sanguigna, glicemia, livelli di
infiammazione, capacità cardiorespiratoria o presenza di malattie. Una persona
classificata come “sovrappeso” può avere esami del sangue perfettamente nella
norma, fare attività fisica regolare e non avere alcun segnale clinico di
malattia. Allo stesso tempo, una persona con un BMI “normale” può avere il
diabete o altri problemi di salute. Questo perché l’indicatore non considera il
funzionamento dell’organismo, ma esprime solo un rapporto matematico. È proprio
in questo passaggio, da criterio statistico a misura di normalità, che il BMI
smette di essere solo uno strumento tecnico e diventa parte di un più ampio
sistema di valori e significati culturali sul corpo.
> L’indice di massa corporea (BMI) in origine aveva una finalità statistica e
> descrittiva, non clinica. Solo in un secondo momento è stato ripreso per
> fissare delle “soglie di normalità”, trasformando una correlazione statistica
> in un criterio di salute individuale.
Oggi la valutazione dell’obesità non si basa più esclusivamente sul BMI, che
resta uno strumento di primo screening ma viene considerato insufficiente da
solo. Uno dei suoi limiti principali è il fatto di essere tarato su popolazioni
molto specifiche, prevalentemente europee. Già nel 2004 un gruppo di esperti
convocato dall’Organizzazione mondiale della sanità ha mostrato che, in molti
Paesi asiatici, il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari
aumenta a valori di BMI più bassi rispetto alle popolazioni europee, portando
alla luce la necessità di proporre soglie differenziate. Nella pratica clinica
attuale si adotta (o si dovrebbe adottare) un approccio multifattoriale
all’obesità che integra altri indicatori, ad esempio la distribuzione del grasso
corporeo e una serie di parametri (fisiologici, come la pressione arteriosa, e
metabolici, come la glicemia e il profilo lipidico) che servono a stimare
l’impatto reale sulla salute.
La letteratura scientifica recente, inoltre, distingue sempre più chiaramente
tra obesità come condizione clinica, quando comporta già un danno funzionale o
metabolico, e obesità come fattore di rischio, cioè una condizione che aumenta
la probabilità di sviluppare determinate patologie nel tempo senza implicare
necessariamente la presenza di malattia in atto. Questa doppia lettura rende il
concetto molto più elastico e meno lineare di quanto suggerisca l’uso quotidiano
del termine.
La costruzione culturale del sapere medico
Il fatto che la medicina, all’inizio, abbia incorporato il BMI in maniera
piuttosto frettolosa e acritica può essere letto come l’esito di un contesto
storico-culturale in cui il corpo grasso era già caricato di significati
negativi, e in cui queste valutazioni hanno progressivamente colonizzato anche i
saperi scientifici. Nel libro Fat Phobia (2022), la sociologa Sabrina Strings
presenta l’adozione del BMI da parte della medicina come l’effetto di una
genealogia in cui si intrecciano razzismo, religione e gerarchie sociali. Il suo
lavoro è spesso citato nei dibattiti contemporanei su body positivity,
grassofobia e medicalizzazione del peso, perché mette in discussione l’idea che
il discorso medico sul corpo sia neutrale o puramente tecnico.
> Nello sguardo coloniale il corpo nero, in particolare quello femminile, viene
> progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata,
> mentre per contrasto il corpo bianco viene associato all’idea di misura,
> controllo e sobrietà.
Un primo elemento di questa storia è la tratta transatlantica degli schiavi, che
tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo ha visto la deportazione coatta
dall’Africa verso le Americhe, di milioni di persone, impiegate poi nelle
piantagioni di zucchero, tabacco e cotone e in altre tipologie di lavoro
forzato. Per rendere moralmente e politicamente accettabile la tratta degli
schiavi era necessario costruire una differenza oggettiva radicale tra chi
schiavizzava e chi veniva schiavizzato, in modo da presentare gli schiavi come
persone naturalmente inadatte alla libertà e già predisposte, per loro stessa
indole, a essere governate. Nasce così il razzismo scientifico: nello sguardo
coloniale il corpo nero, e in particolare quello femminile nero, viene
progressivamente associato all’idea di ingordigia e sensualità incontrollata,
mentre il corpo bianco viene associato per contrasto all’idea di misura,
controllo e sobrietà.
Parallelamente, questa contrapposizione viene sostenuta anche dalla diffusione,
tra Europa settentrionale e Nord America, della cultura protestante e di una
morale religiosa sempre più attenta al controllo del corpo. Nella morale
protestante la frugalità e il dominio sugli appetiti diventano una forma di
disciplina quotidiana e insieme un segno visibile di virtù e vicinanza allo
stato di grazia, mentre il grasso tradisce un’anima dominata dall’eccesso
(“gluttony” nella letteratura storica e teologica anglofona), spiritualmente
povera, lontana da Dio. È dall’incrocio di queste due linee che emerge l’idea
che il corpo magro e bianco sia l’unico corpo legittimo, moralmente superiore e
“adatto” a rappresentare la nazione. Un’idea che attraversa anche la cultura
iconografica e visuale, come testimoniano le raffigurazioni realizzate tra
Ottocento e Novecento, che propongono un’immagine esuberante e ipersessualizzata
della fisicità femminile nera.
Secondo Strings, dunque, la scelta del BMI come indice dello stato di salute è
figlia di secoli di rappresentazioni non neutrali del corpo. Figure citate nel
libro, come quella del medico George Cheyne, che racconta la propria
“conversione” a una dieta quasi ascetica a base di latte, semi, pane e frutta,
ci permettono di riconoscere una certa “parentela”, seppur lontana, con la
moderna diet culture: dimagrire non è solo una questione di salute, ma molto più
spesso è una questione di status.
> Oggi impera una cultura per cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o
> nasconde ogni traccia di sforzo e di fatica: deve comunicare uno stile di vita
> e una posizione sociale più che raccontare una storia e un processo.
Dentro uno scenario che trasforma il peso corporeo in un segnale di status e
valore personale si inserisce, probabilmente, anche il successo di farmaci come
Ozempic. Il controllo del peso, oggi, non passa più soltanto dalla disciplina
individuale, ma da una scorciatoia che agisce direttamente sui meccanismi
biologici, garantendo una gratificazione rapida. Questo spostamento si colloca
in una cultura in cui il corpo “riuscito” è quello che elimina o nasconde ogni
traccia di sforzo e di fatica: il corpo deve comunicare uno stile di vita e una
posizione sociale più che raccontare una storia e un processo. Anche quando la
fatica viene rappresentata (basti pensare ai tanti gym content che popolano
Instagram e TikTok) non compare quasi mai nella sua forma “grezza” (con tutto
ciò che comporta: disordine, sudore, affanno, scompostezza), ma in una forma
estetizzata, levigata e controllata.
Il passaggio dal primato della volontà alla regolazione farmacologica del corpo,
comunque, non rompe la struttura precedente ma la riorganizza. Intanto perché
agisce sul corpo così come si presenta, lasciando intatte le condizioni
socioeconomiche che possono averlo plasmato: i ritmi di lavoro che rendono
difficile una gestione regolare dei pasti, la struttura dei prezzi che penalizza
il cibo fresco a favore di quello industriale, le città disegnate intorno alla
mobilità automobilistica, la riduzione progressiva del tempo non assorbito da
lavoro e spostamenti, contesti di vita iperstimolanti che favoriscono una
relazione impulsiva con il cibo.
E poi perché il corpo magro, adesso più tecnicamente raggiungibile, resta
l’orizzonte desiderabile. La differenza principale si sposta sul piano
dell’accesso, con nuove forme di esclusione (chi può permettersi il “corpo
Ozempic” e chi no) e una rinnovata ossessione per la magrezza come capitale
estetico e sociale.
L'articolo Il corpo calcolato proviene da Il Tascabile.