L a poesia sta forse tornando in auge? In un certo senso i segnali potrebbero
essere questi: la ribalta delle piccole case editrici e delle produzioni
indipendenti nell’ambito dei grandi premi (vedi Strega, Bologna in lettere e
affini), e il ritorno di un pubblico che sembra essere di buon auspicio. In
questo senso, la poesia vive oggi anche e soprattutto in un crossover con altre
pratiche, con le quali si interseca, si rinnova e si potenzia: un esempio di ciò
è il volume Poeta a vent’anni (2025), una graphic novel forgiata dalle sapienti
mani di Andromalis sui testi di Simone Lucciola: entrambi fumettisti di gran
pregio, in questa loro liaison si concentrano sulla storia e la figura del poeta
crepuscolare Sergio Corazzini (e del suo cenacolo tutto), attualizzando in un
segno “psycopunk” questa figura deceduta prematuramente (nel 1907 a soli ventuno
anni) che ancora oggi porta in seno il fuoco dell’eterno spirito giovanile che
vuole “tutto e subito”. Di questo, dell’eternità e dell’importanza delle
“contaminazioni” poetiche abbiamo voluto parlare con gli autori in una informale
chiacchierata domestica.
PARLIAMO DEL VOSTRO VOLUME: MI SEMBRA MOLTO COMPLETO PERCHÉ RIESCE IN QUALCHE
MODO A COGLIERE SIA IL DISCORSO TESTUALE CHE IL DISCORSO VISUALE, FUMETTISTICO,
COME VOGLIAMO CHIAMARLO, CHE È UN TUTT’UNO, NON SGRAVA NÉ DA UNA PARTE NÉ
DALL’ALTRA. E POI OVVIAMENTE IL CUORE DI TUTTA QUESTA STORIA È
L’AUTOBIOGRAFIA, E DICO AUTOBIOGRAFIA PERCHÉ OVVIAMENTE VE L’AVRÀ DETTATA IN
QUALCHE MODO, PROBABILMENTE, PROPRIO SERGIO CORAZZINI.
Simone Lucciola: Mi è apparso di notte in sogno [ride].
MI SONO CHIESTO: MA COME È USCITA QUESTA IDEA? PERCHÉ VOGLIO DIRE SI TRATTA DI
UN POETA CREPUSCOLARE, CHIARAMENTE DI CULTO, MA NON È APPUNTO “MAINSTREAM”,
SOPRATTUTTO IN UN PERIODO COME QUESTO. COME È ARRIVATO SERGIO CORAZZINI SULLE
VOSTRE TAVOLE?
SL: Allora, guarda, è una coincidenza di allineamenti astrali, cioè sai quando
succedono delle cose per una ragione e per un’altra e poi a un certo punto negli
anni si uniscono tutte insieme in una convergenza? Io conoscevo la poesia di
Corazzini perché da ragazzino mia madre aveva un’antologia della letteratura
italiana fatta da Giorgio Barberi Squarotti, poeta e critico letterario:
un’antologia degli anni Sessanta, dove riportava le schede di tutti i poeti
italiani del Novecento.
MA SCUSA, MA TUA MADRE ERA FAN DI CORAZZINI?
SL: No, mia madre non era fan di Corazzini, mia madre era studentessa negli anni
Sessanta/Settanta; era alfabetizzata, quindi possedeva dei libri [ride]. Aveva
questa antologia. Peraltro non so se questa antologia fosse di mia madre o del
padre di mia madre, però insomma comunque era in casa e io che ero ragazzino,
adolescente, sfogliai queste pagine e trovai che questi poeti avevano avuto
delle vite curiose, particolari: e quindi ho letto quella di Corazzini, ho letto
quella di Dino Campana sul quale ho fatto un libro dopo, quando poi recuperai
una copia dei Canti orfici.
PERÒ L’INTERESSANTE È CHE DINO CAMPANA È MOLTO PIÙ IN VISTA, CORAZZINI DI MENO…
SL: Allora, Corazzini lo conoscevo, poi l’ho studiato alle scuole superiori,
Campana per esempio non si studiava alle superiori, sono io che sono andato
verso di lui.
A DIRE IL VERO NON MI RICORDO DI AVER MAI STUDIATO CORAZZINI A SCUOLA, O
QUANTOMENO NON IN MODO APPROFONDITO.
SL: No? Almeno una poesia come esempio di crepuscolarismo?
BOH NO, FORSE MI RICORDO MALE? I CREPUSCOLARI LI FACEMMO, CERTO.. MA FORSE DI
SFUGGITA…MI SA CHE IL NOSTRO PROFESSORE DI ITALIANO NON NE ERA COSÌ FANATICO.
SL: A me capitò invece: mi ricordo pure che ne parlai all’esame di maturità
addirittura, sono stupito di constatare che la memoria ancora mi assiste
[ride]. Allora, succede questo, faccio una storia a fumetti su Campana che poi
con Rocco Lombardi sviluppiamo, comincia a diventare un libro, o meglio faccio
due pagine di una storia a fumetti su Campana, le faccio vedere a Rocco,
decidiamo di farci un libro di venti pagine, poi viene ristampato e ampliato.
Mentre facciamo questo primo libro, lavoravo a una rivista di letteratura, per
conto di DeComporre, che poi è diventato un piccolo editore locale: era un
progetto nostro a Formia, e tra gli indirizzi dei corrispondenti mi trovo quello
di Giorgio Barberi Squarotti che a un certo punto della mia vita è diventato un
mio penfriend, ci scambiavamo lettere, ma non gli ho mai detto che mi ero
appassionato alla poesia leggendo questo libro. Non gliel’ho detto perché non lo
sapevo, solo dopo che abbiamo fatto questo libro mi sono accorto che era lui
l’artefice dell’antologia! Però avevo in qualche modo scambiato delle
chiacchiere e delle opinioni con il suo compilatore senza saperlo.
Ancora un poco poco indietro, è successo questo: a un certo punto, navigando per
la rete di notte, cazzeggiando, io spesso, non lo so, cerco libri in pdf, roba
vecchia che non si trova, vado a sbattere sulla tesi di una ragazza che aveva
fatto una tesi all’università di Venezia sul Cenacolo corazziniano. E dico: che
cazzo è il Cenacolo corazziniano? Sì, Sergio Corazzini: sapevo quello che stava
sommariamente sui libri del liceo, cioè che era un autore crepuscolare, pensavo
che avesse fatto un unico libretto in vita sua. Invece praticamente vado a
leggiucchiare questa tesi di Anna Galetti e mi rendo conto che Corazzini era
praticamente una sorta di piccolo leader di un gruppo di aspiranti poeti che
giravano intorno a lui. E c’erano delle parti dell’epistolario. Io le lettere di
Corazzini non le avevo mai lette. E quindi mi ritrovo con questi stralci
dell’epistolario corazziniano, le lettere che lui scriveva agli amici, che erano
divertentissime, o meglio: mescolano vari registri, diventano drammatiche,
diventano comiche, e poi vanno sul grottesco.
SONO PRESENTI ALL’INTERNO DELL’ALBO, SÌ.
SL: Quella tesi è l’unico posto dove le ho trovate, oltre ai vecchi libri degli
anni Quaranta che le riportano. Insomma, ora non esiste in libreria qualcosa con
queste lettere corazziniane. Esiste l’opera omnia di Idolina Landolfi, la figlia
di Tommaso Landolfi, che la curò. Quindi tutte le ristampe delle poesie di
Corazzini che trovi in giro sono quella versione lì. Comunque, per fartela
breve, leggo queste cose e dico cazzo, questo sarebbe materiale per una graphic
novel come quella che abbiamo fatto su Campana, perché c’è una storia
intrigante, c’è la città di Roma, ci sono questi personaggi minuti e
completamente dimenticati che sono interessanti. Mi sono detto: sarebbe figo
farci un fumetto ora che vivo a Roma, proprio in omaggio al fatto che mi trovo a
Roma e mi metto nuovamente in gioco nella città di Roma.
QUINDI, INSOMMA, COSÌ È ANDATA.
SL: Quindi è andata così. E mentre io rimuginavo queste cose…
EH, CHE È SUCCESSO?
SL: Succede che mi chiama Andromalis e mi fa: oh, ma quando cazzo facciamo una
cosa insieme che io la disegno e tu la scrivi? Io sono anni che cerco di fare
una cosa che io scrivo e qualcuno disegna.
ECCO, ALLORA, DICIAMO UNA COSA. VOI SIETE IN QUALCHE MODO COME IN SIMBIOSI,
NO? PERÒ SIETE ANCHE COMPLEMENTARI, NEL SENSO CHE ANCHE LUI DISEGNA. QUINDI È
STATO ANCHE INTERESSANTE PER TE INTERPRETARE COME DIRE, DEGLI INPUT DI SIMONE?
Andromalis: Guarda, io dico la verità: lavorare a questo fumetto è stata la cosa
più facile della mia vita. Perché Simone in realtà, nonostante le sue
camicie, nonostante il vino [ride] ha costruito un soggetto perfetto. Perché lui
scompare. Nel senso che riesce a cucire, a fare architettura, dà delle
indicazioni. Costruisce un percorso temporale. E poi costruisce una
sceneggiatura tutta sulle fonti, che non puoi toccare. Per cui ti crea questa
architettura di scalette dove puoi andare e non andare, eccetera. E poi
costruisce una gabbia che è quella immobile, fatta dalle parole, fatta dalla
poesia, fatta di lettere, che non puoi modificare. Ma la poesia in sé è
mobile. Perché puoi interpretarla, perché la leggi una volta, ha un
significato, la leggi un’altra volta, ha un altro significato. E là dentro, se
non c’hai proprio sette anni, se ti sei letto due cose in vita tua, se ti sei
ascoltato due cose in vita tua, se ti sei fatto due pasticche in vita tua, se
hai una cultura di disegno, soprattutto psichedelica, diventa facile. Diventa
facilissimo. Tra l’altro, quando tu dici autobiografia, hai centrato il
punto, ma non è l’autobiografia del poeta, è l’autobiografia del verso di
Corazzini. Corazzini parte da un verso piuttosto fermo, piuttosto punk, a
marcetta, e poi, piano piano, crea questi versi fantasma, questi versi-silenzio.
Per cui è l’autobiografia di un verso che inizia, si apre, fiorisce e diventa
qualcosa di diverso. Qualcosa di abbastanza sfuggente.
SL: Cioè, c’è una veloce evoluzione della poesia corazziniana.
A: Questa imbeccata ce l’ha data Idolina Landolfi che scrive questa
introduzione molto facile da capire, che ci ha dato questa imbeccata. Questo
ragazzino che corre: corre perché la morte gli morde il culo, corre perché deve
trovare in fretta il giusto ritmo, il giusto sound del racconto della sua
morte. E quindi trova questo verso in termini molto veloci. L’autobiografia
promuove il verso, il verso che fiorisce.
ECCO, TU DICEVI DELLA PSICHEDELIA, PERCHÉ IN EFFETTI SI VEDE IL TRATTO
PSICHEDELICO, RIPRENDE ANCHE LA STORIA, DICIAMO, DELLA PSICHEDELIA FUMETTISTICA
MONDIALE; È UN PO’ UNA SINTESI PERSONALE, OVVIAMENTE, PERCHÉ INSOMMA SI VEDE CHE
HA TANTA AUTORIALITÀ, QUINDI È IL TUO TRATTO, LA TUA VISIONE DELLA COSA: MA
CORAZZINI, PIAZZATO IN QUESTA EPOCA DI ADESSO, COSA SUSCITA? PERCHÉ IN
EFFETTI DA UNA PARTE C’È LA PSICHEDELIA, DA UN’ALTRA PARTE COME DICI TU CI SONO
DEGLI ASPETTI PER I QUALI CHIARAMENTE I CREPUSCOLARI, PER CHI NON LI CONOSCESSE,
ERANO UNA SPECIE DI “DARKETTONI” ANTE LITTERAM…
SL: Bravo, vestivano di nero, bevevano l’assenzio, portavano i cappelloni, cosa
vuoi di più, Dave Vanian dei Damned praticamente [ride].
A: Morivano giovani, tra l’altro.
MORIVANO GIOVANI, STAVANO IN FISSA CO’ STA MORTE, ANCHE QUANDO STAVANO BENE, SE
LA TIRAVANO: UN ASPETTO MOLTO INTERESSANTE QUESTO.
SL: Ma una cosa fondamentale, è che si autoproducevano le cose che facevano, le
pubblicazioni erano DIY, Do It Yourself. Tutto quello che Corazzini pubblica in
vita, praticamente è autoprodotto come Tipografia Operaia Romana, e questi
volumetti non si trovano più; non solo non si trovano più in commercio, ma
neanche nelle biblioteche, negli archivi, e neanche tra i collezionisti di libri
antichi e rari. Per trovare le copertine di questi libri, le scansioni, le
fotografie di queste copertine, ho dovuto farmi aiutare via Whatsapp. Per
fortuna c’è Whatsapp: pescando dagli archivi di Toti Scialoja, di
Sinisgalli, cioè dei poeti, di quelli che avevano avuto di prima mano questi
libri o di seconda mano praticamente, magari da un poeta amico del poeta.
Insomma venivano quasi direttamente da lui, perché sennò non si trovavano. La
cosa assurda è che praticamente questo primo libro di Corazzini, che lo rende
famoso a livello nazionale, e viene pubblicato da Ricciardi, editore di
Napoli, lo fanno gli amici in via postuma: te lo faccio vedere perché ce l’ho.
BEH, DAVVERO SORPRENDENTE!
SL: Sì, per fortuna la poesia italiana del Novecento non è ancora stata
sdoganata a livello che tu non puoi più procurarti niente di niente sennò ti
costa tutta una tombola. Oggi sarebbe l’ultimo momento buono per comprare gli
originali di questi libri, perché poi dopo cominceranno a costare migliaia e
migliaia e migliaia di euro.
A: Ti raccontiamo questa cosa, che è bella. Quando noi siamo andati, trascinati
dal collezionista, alla tomba di Corazzini, abbiamo trovato un bigliettino, un
foglietto, piegato in quattro. Non facendoci i cazzi nostri mai e poi mai, lo
abbiamo aperto. E là dentro, con scrittura femminile, giovanile, c’era la
canzone dei Cure, Charlotte sometimes.
AH, VEDI? UN FILO DIRETTO.
A: Questa connessione tra noi e i crepuscolari, generazione invece dell’inizio
del Novecento, può essere un culto, ma in realtà è un sentir comune del non
riuscire a stare al mondo. È una cosa così banale, ma anche così bella,
no? Guarda come siete vestiti voi due, guarda che razza di roba continuiamo ad
ascoltare, guarda che roba disegniamo.
SL: Guarda, quello è il libro che fecero gli amici per ricordarlo qualche anno
dopo la sua morte. Vedi? È datata l’edizione. C’è la data là sotto. Lo
fecero nel 1918-19, praticamente subito dopo la guerra. E questo invece, il
Donini, è un libro degli anni Quaranta che contiene tutto il materiale da cui è
stata tratta la tesi di Anna. Quindi praticamente ci sono le piccole
cose riportate, ma soprattutto c’è una sezione fotografica molto
interessante. Dove ci sono le foto dei vari amici di Corazzini e le foto sue. È
tutto materiale che abbiamo usato, nel senso che poi Andro li ha
“andromalisizzati”, però sono le vere facce, le vere sembianze.
INFATTI, PARLANDO DI QUESTO CENACOLO: CORAZZINI È SÌ AUTORE A SÉ, PERÒ INTORNO A
LUI C’ERA PROPRIO QUESTO CODAZZO, QUINDI LA COSA INTERESSANTE È QUESTO
COLLEGAMENTO CON GLI ARTISTI, CON GLI ALTRI POETI, E QUESTA VOGLIA, DICIAMO, DI
LASCIARE UN SEGNO IN UN MONDO CHE NON TI DÀ TREGUA: VOLENDO QUESTO È POI IL
COLLEGAMENTO CON L’ATTUALE, NO? UN MONDO CHE NON TI DÀ TREGUA E TU CERCHI, IN
QUALCHE MODO, DI FAR ARRIVARE LA POESIA. È VERO CHE ERANO ANCHE
AMBIZIOSI, OVVIAMENTE, ERA UNA POESIA AMBIZIOSA, PERCHÉ VOLEVANO CAMBIARE IL
MONDO.
SL: Secondo me è stato D’Annunzio. D’Annunzio gli ha dato una grande spinta a
questi poeti, a tutti quanti. Cioè, tutti partono dall’essere grandi lettori
appassionati dei romanzi e delle poesie di D’Annunzio, poi a un certo
punto cercano di sovvertire quel canone perché aveva rotto il cazzo. Però,
secondo me, D’annunzio gli aveva anche comunicato questa possibilità di potersi
spingere in avanti, di essere i protagonisti del futuro, della loro età.
E SONO RIUSCITI A DIVENTARLO?
SL: Corazzini è diventato un eroe di culto, cosa che era già nel momento in cui
morì, già praticamente era un poeta cult della Roma di quei tempi, perché era
stato considerato un fenomeno, anche dalla critica. Certo che però essendo morto
giovane…
PARLIAMO DEL FATTO CHE ERA UN FENOMENO. QUAL ERA LA COSA PECULIARE SECONDO TE, A
PARTE DICIAMO QUELLO CHE DICONO I CRITICI, DELLA SUA POESIA?
SL: Beh, era… era moderna. Ah, meglio ancora, per quei tempi era
contemporanea. Era la sovversione di un canone, che era quello dannunziano e
magnifico, fatta da un ragazzino che a malapena era maggiorenne. Poi aveva
creato comunque una poesia discorsiva contro il verso. In una parola era
avanguardista, aveva come inaugurato una scuola di poesia che avrebbe condotto
poi alla poesia italiana del Novecento, dei vociani, di questi poeti qui. Se
fosse vissuto, sicuramente sarebbe finito nella Voce o su Lacerba.
A: A questo proposito pensa che danni che ha fatto il futurismo, invece, sotto
questo punto di vista. Perché con i suoi zing e zang e trick e track ha reso
impossibile l’esistenza di un verso che parlasse di qualcosa. Forse è un verso
misterioso, forse è ambiguo, molto selvaggio, molto lugubre anche, però molto
ironico. Invece con questi zing e zang e trick e track poi si è innestato anche
il fascismo, quindi la posa voluminosa, mandibolare, guerrafondaia ha prevalso
ed è diventata la modernità di questo Paese. Mentre questo Paese poteva
avere, non dico questo proprio grazie a Corazzini, ma poteva avere una
possibilità di modernizzazione diversa dalla posa mascellare, no? Guerrafondaia,
ferrosa…
IO CREDO CHE IL PROBLEMA DEL FUTURISMO SIA STATO PIUTTOSTO LA MODA DEL
FUTURISMO, MA SÌ, CAPISCO COSA INTENDI, È UN PUNTO DI VISTA INTERESSANTE.
A: Lui era una possibilità, ma morto nel 1907 ce lo siamo bruciato. Nel
1909 arriva subito il manifesto dei futuristi e non c’è più possibilità di altra
via alla poesia o al rock’n’roll moderno. Siamo rimasti a zing e zang.
QUESTA COSA LA DICE ANCHE ADORNO SUL ROCK’N’ROLL, COMUNQUE.
A: Ma certo, ma, d’altra parte, la poesia è semplicemente il canale in cui noi,
all’inizio del Novecento, esprimevamo noi stessi. Dopo gli anni Cinquanta
diventa rock’n’roll, ma è la stessa poesia.
SL: In effetti la poesia era concepita come un’attività artistica, di
sogni, dark, trasgressivi per certi versi.
A PROPOSITO, PARLANDO DI SOGNI, LA PARTE DEL LIBRO CHE SI ROVESCIA È QUI LA
PARTE ONIRICA. TUTTA TUA.
A: In realtà non era mia. Il grande colpo del genio viene da Sanguineti, il
quale, leggendo il verso di Corazzini, dice: “il fanciullino è
rovesciato”. Quindi il linguaggio nuovo che arriva dall’intelligenza poetica
di Pascoli, che non è più il nuovo verso che tutto spiega, è il verso misterioso
che non dice praticamente un cazzo. Quindi è Pascoli allo specchio.
Pascoli offuscato. Lo stesso Corazzini dice: io non sono che uno specchio
appannato. Io, come disegnatore formidabile quale sono, come voi mi
riconoscete, non avrei dovuto rovesciarlo, ma avrei dovuto appannare il disegno
[ride]. Capisci che facevo una gran fatica io e sarebbe stato un casino per voi
leggerlo. Per cui ho giocato sul rovesciamento. Però l’idea è proprio di
Sanguineti. Ed è riportato sempre da Idolina Landolfi. Se non c’erano queste due
ragazze… io e Simone non sapevamo che dire. Invece per fortuna c’era Idolina e
c’era anche la ragazza veneziana che ha fatto la tesi.
SL: E c’è Fausto Maria Martini che ha scritto il titolone di tutta la storia
corazziniana.
A: Che è il miglior amico dei Corazzini, ma anche il miglior amico tuo. Sì è
vero, ci ha dato una grossa mano.
A PROPOSITO DELLA POSA CHE RISCONTRAVI NEI FUTURISTI POSSIAMO DIRE CHE ANCHE I
CREPUSCOLARI A VOLTE SEMBRANO DEI POSER.
A: La posa tragica peraltro. Io mi atteggio moribondo e poi muoio sul serio.
SL: In teoria anche Corazzini quando scriveva queste
lettere apocalittiche predicendo la sua morte agli amici, le scriveva ancor
prima di ammalarsi. C’è una citazione di Palazzeschi che ricorda questa
cosa dicendo: io non avevo mai creduto che lui fosse moribondo, perché c’era un
atteggiamento letterario di noi poeti che ci voleva tutti portati a fingerci
tisici e moribondi. Se avessi capito sul serio che lui stava davvero
morendo sarei andato a trovarlo. Cosa che, al contrario, fece Marino Moretti.
PIÙ CHE POSA ERA COME UNA PROFEZIA AUTOAVVERANTE…
SL: Un po’, anche, però comunque morire era una cosa diffusa a quei tempi, al
punto che quando siamo andati a vedere il colombario con la tomba di
Corazzini, lì dentro era pieno di altri ragazzi che sono morti negli stessi
anni e quindi sostanzialmente suoi coetanei. Saranno morti tutti di tisi o di
qualche altra malattia che girava all’epoca, tipo la difterite.
A: Oppure durante la Prima guerra mondiale: se ti salvavi dalla Prima guerra
mondiale, tornavi a casa e c’era la spagnola, se ti salvavi dalla spagnola,
c’erano vent’anni di fascismo. Magari eri pure ebreo e finiva malissimo, ma se
non eri ebreo andavi comunque a fare la Seconda guerra mondiale e così via…
SL: Noi abbiamo avuto l’AIDS e ora c’è il cancro che sta decimando la gran parte
delle persone. C’è un parallelismo.
IN EFFETTI POTREBBE APPUNTO ESSERE LA STESSA IDENTICA COSA DI OGGI. PER ESEMPIO
LA MUSICA POP ALLA TAYLOR SWIFT, ANCHE SE IN MANIERA SICURAMENTE MOLTO PIÙ
PLASTICOSA, È COME SE FACESSE UN OMOGENEIZZATO DI UN SENTIMENTO CHE PUÒ ESSERE
QUELLO DEI JOY DIVISION: C’È UNA SPECIE DI PRESA A MALE, LA PRESA A MALE DEL
GIOVANE, NO? È SEMPLICEMENTE COSÌ ANCHE L’ESTREMO ROMANTICISMO DELLA TRAP,
PERCHÉ SOTTO SOTTO SONO ANCHE ROMANTICI E NON SOLO NICHILISTI PERCHÉ COMUNQUE
ANCHE LÌ C’È UNA POSA. FANNO FINTA DI SCOPPIARE PERÒ IN REALTÀ SENTONO CHE LA
LORO FINE È VICINA: PER NON PARLARE DEI VARI SUICIDI CAUSATI DAL DARK WEB ECC.;
CIOÈ QUESTA COSA QUA È UN PO’ UN LEITMOTIV DELLA GIOVENTÙ.
SL: È una cosa dei giovani, i giovani si sentono sempre di morire: pure io a
venti anni, penso pure te e tutti quanti pensavamo sempre che non saremmo
arrivati ai trenta.
A: Ma perché voi siete degli anarchici nichilisti del cazzo! Io a vent’anni ero
uno spermatozoo lanciato verso il cosmo alla conquista dell’universo [ride].
SL: il problema è che le mie profezie si sono autoavverate sulla pelle di altri,
purtroppo: sì, ho visto morire loro e io invece sono ancora qua.
A PROPOSITO DI FUTURO, C’È POI LA QUESTIONE METAMORFICA DEI DISEGNI, MI SPIEGHI
UN PO’ QUESTA RESTITUZIONE DELLO SPAZIO/TEMPO?
A: Allora se vogliamo rimanere dentro il libro, rimaniamo al discorso del verso:
io ho notato questa cosa, che è molto divertente, della grande poesia ma anche
della grande musica. Se tu ascolti tante volte una canzone o leggi e ascolti la
tua voce tante volte leggendo una poesia, essa cambia. Vedi L’infinito di
Leopardi, no? Assume sempre forme diverse continuamente, per cui tutto questo
fiorire, rigenerarsi, trasformarsi mi sembrava perfetto per quel che ricordava
la poesia di Corazzini, che è sempre la ricerca di un’informità, di un non avere
forma, di essere sempre così misteriosa, così scivolante, così allusiva senza
però alludere mai a niente di concreto. Ad esempio l’ultima poesia di Corazzini,
La morte di Tantalo, meravigliosa: che cazzo vorrà dire? Io mi sto rompendo la
testa sul significato, ma Tantalo come cazzo fa a morire? Tantalo che è
condannato a vessazioni eterne? Io mi sono dato questa spiegazione nel senso
che Corazzini quando dice “io non sono un poeta perché per essere un poeta avrei
dovuto vivere altra vita”, dice “io sono un non vivo”. E un non vivo non può
manco morire, quindi è anche un non morto: ecco, questo non essere nulla da
essere tutto, per un disegno psichedelico, è proprio la morte sua.
SL: Questa poesia della morte di Tantalo, lui la scrive quando sta sul letto di
morte; precisamente ne scrisse due, una è rimasta frammentaria e l’altra, che è
questa, è stata completata. Quindi è stata praticamente scritta nella
consapevolezza di essere uno che sta morendo.
A: Ma è anche molto consolatoria. Io che non sono riuscito a vivere,
probabilmente non riuscirò neanche a morire. E questo male non è. E come vivrò,
anzi, come vivrò o come non morirò? Attraverso il verso.
ESATTO, QUELLO È L’UNICA COSA CHE IN QUALCHE MODO, RIMANE, SERVE. PERÒ, ECCO,
APPUNTO, SEMPRE PARLANDO DEI SUOI AMICI, IN EFFETTI POI C’È L’APPENDICE, CHE POI
IN REALTÀ NON È L’APPENDICE, FORSE È PIÙ CHE L’APPENDICE, È UN PO’ LA CHIUSURA
DI UN CERCHIO, UNA COSA CHE È MOLTO BELLA E CHE È LA PARTE CHE NARRA DI TUTTI
GLI AFFILIATI. TUTTO QUELLO CHE GLI SUCCEDE E GLI SUCCEDE DI TUTTO.
SL: Ti dicevo, se non fosse per il libro Si sbarca a New York di Fausto Maria
Martini, noi non avremmo avuto abbastanza materiale per compilare tutto il
“pistolone” che sta nel libro, perché è lui che racconta, però per metà del suo
libro racconta della loro esperienza ravvicinata, come se fossero i testimoni di
Pietro che hanno conosciuto Gesù Cristo: loro hanno conosciuto Corazzini. Poi a
un certo punto Corazzini muore e loro vanno in America a cercare fortuna, parlo
dei romani, insomma, di Fausto Maria Martini e degli altri due, Tarchiani e Gino
Calza-Bini; Tarchiani divenne proprio ambasciatore italiano in America, quindi
questa cosa cambiò la sua vita. Nel caso di Martini se ne tornò con le pive nel
sacco per poi finire a fronte durante la Grande guerra dove venne ferito così
gravemente per poi morire nel 1931. Però prima di morire scrisse questo libro di
memorie per quel che riusciva a ricostruire; lui aveva preso una bombarda in
testa quindi non è che riusciva a ricostruire le cose con estrema
precisione, però comunque racconta tutta questa storia di Corazzini e poi la
loro parabola della fuga a New York. Questo libro uscì per Mondadori nel 1930,
poi lui lo stesso anno, o un anno dopo, non mi ricordo, insomma comunque
morì. Però diciamo che dopo Corazzini, quello di Martini è l’unico altro nome
che viene citato qualche volta parlando di poesia, parlando di letteratura,
perché è l’unico altro che ebbe una carriera…
NOI INVECE ABBIAMO UNA STORIA PARTICOLARE PARLANDO DI DONATELLO, CHE È MOLTO
INTERESSANTE PERCHÉ È UNO DI QUELLI CHE SONO SPARITI E QUESTO FA PARTE ANCHE DI
QUEL PERIODO STORICO PATRIGNO…
SL: Completamente: se non fosse per Fausto Maria Martini, se non fosse per
questo libro di Filippo Donini, di Sergio Corazzini e qualche altro che lo
ricorda, noi non avremmo nessuna traccia di questo personaggio, che finì al
manicomio di Roma. Quindi io sono andato a cercarlo, siamo andati a guardare
fino all’archivio del Santa Maria della Pietà, perché c’è un’amica, Gianna, che
fa parte del giro dei punk di Roma, che ha lavorato un sacco di tempo a Santa
Maria della Pietà, quindi ho detto, fammi autorizzare dal direttore a scavare
nell’archivio. E loro mi hanno effettivamente autorizzato. Solo che l’archivio
cartaceo e l’archivio online che hanno, al quale puoi accedere con una password
o con un’altra cosa registrandoti, coincidono. Cioè quello che gli è rimasto è
quello che hanno digitalizzato e non ce n’è altra traccia. Ci si trovano storie
di persone disgraziate, sifilitiche, malate di mente, forse depresse
croniche, persone che oggi sarebbero, non dico curabili e guaribili, ma almeno
trattabili e non finirebbero rinchiuse in un manicomio. Ci sono le schede
complete con tutti i loro dati anagrafici e la storia della loro malattia e
dell’eventuale progressione. Non c’è niente che riguardi un certo Giuseppe
Zarlatti alias Donatello.
EH, PER DIRE, CHE PERÒ STA NEL LIBRO. VOI CITATE I SUOI VERSI, NO? QUELLI DI LE
VALCHIRIE.
SL: Sì, sì. Ma è brutta la poesia di Le Valchirie.
A: Sì, è brutta. Infatti lo rende magnifico anche per quello. Tim Burton
l’avrebbe amato moltissimo.
A QUESTO PUNTO, SECONDO VOI, LA SIMBIOSI TRA POESIA E FUMETTO OGGI, COME LA
VEDETE? LA VEDETE COME UNA COSA CHE PUÒ, IN QUALCHE MODO, COME DIRE,
TRASFORMARSI? VISTO CHE LA GRAPHIC NOVEL È GIÀ A VOLTE CONSIDERATA POETICA, VEDI
ALAN MOORE PER CITARE I GRANDI CLASSICI.
A: Guarda, io ho una teoria sulla poesia. Ed è per quello che sono stato
contento di aver fatto questo libro. Perché mi interessa molto vedere che il
fumetto e la poesia hanno tante cose in comune, piuttosto che la poesia e la
prosa, piuttosto che la poesia e il cinema. La poesia e il fumetto hanno
ambiguità. Il fumetto ce l’ha per sua natura, perché il disegno e le parole sono
già due cose, per cui ha una possibilità di ambiguità. Quando parlo di ambiguità
parlo di allusione e parlo anche di possibilità ulteriore, nel senso che quello
che ti dicono non è detto che sia quel che tu capisci e quel che sta ivi
veramente scritto. Ci sono delle possibilità. A me piace definirle proprio un
pescaggio abissale, sentimentale. Cioè, come le barche che hanno un loro
pescaggio, la poesia e il fumetto ce l’hanno proprio abissale, per il loro modo
di essere.
In ogni caso, a me piace sempre fare lo stesso esempio, L’infinito di Leopardi.
Ogni volta che tu Leopardi, leopardi in maniera diversa. Questa è la
possibilità, è l’ambiguità, è la ricchezza della poesia. Ma anche da un punto di
vista immaginifico. Pensa a Omero che ti racconta lo scudo di Achille, che ci
sta una cosa, in coppa c’è un’altra cosa, apri e ce n’è un’altra ancora. Se lo
fai in prosa, uccidi chiunque lo abbia letto. Invece ci sono generazioni di
generazioni di generazioni che lo ripetono a memoria, con gioia e
felicità. Anche questa cosa, la possibilità immaginifica della poesia,
l’ambiguità della poesia, sono due cose che il fumetto riesce ad applicare
meglio, secondo me, di qualsiasi altra disciplina narrativa, tecnica narrativa o
esercizio narrativo. Per cui, secondo me, la poesia da una parte, il fumetto
dall’altra, si incontrano molto bene e hanno possibilità maggiori rispetto ad
altre discipline narrative per il futuro, anche perché sono veloci. Nel senso
che per scrivere la poesia, che ti serve?
BEH, ALLA FINE NULLA.
A: Esatto, niente: ti serve te stesso e un minimo di profondità sentimentale. E
un po’ di relazione col mondo, poca, purché sia malata [ride]. Ti serve questo,
basta, non ti servono neanche la carta e la penna. Per il fumetto ti servono la
carta e la matita, finché basta, non ti serve neanche la connessione. Per cui
hanno questa rapidità di esecuzione nella relazione tra l’individuo, il
sentimento, l’emozione e la realtà, cose che altre tecniche narrative non hanno
assolutamente. A meno che non parli del fischio, la tecnica del fischio anche
potrebbe… Anche la musica può assomigliargli, perché è ambigua e ha possibilità
narrative.
ALLORA, A QUESTO PUNTO MI DEVI SPIEGARE IL RETRO COPERTINA, PROPRIO PER
CHIUDERE. E TUTTO IL FRONTE E RETRO, FORMAZIONE PER FORMAZIONE. SEMBRA SERGENT
PEPPER’S.
A: Io sto libro l’ho fatto soltanto per questa copertina, del resto non me ne
frega un cazzo [ride]; io volevo solo disegnare il mio Sergent Pepper’s. E ho
detto, Simo, dammi una scusa per fare questo.
VEDO NUTRITI PERSONAGGI… CI SONO SCRITTE…
A: I personaggi iniziano e finiscono con due carabinieri, che però è anche lo
stesso carabiniere, in questa sorta di arresto collettivo di tutti noi, almeno
io ancora ci spero.
FORSE SONO I CARABINIERI DI BENNATO IN I BUONI E I CATTIVI?
A: Sicuramente qualcosa di quel disco è rimasto in questo. Infatti qui pensavo
ai gendarmi di Pinocchio, quindi stiamo là. Ma in realtà a me quello che
interessa è proprio questo arresto generale, la speranza di rimanere sovversivi
sempre, perché è nel momento in cui il carabiniere passa e non ti guarda con
sospetto, che te devi preoccupare. Devi dire, cazzo, sono uno come te,
quindi, quando il carabiniere baffone ti dirà “Tu sei una merda, lo sai?”, eh,
certo, certo che lo so. E quindi questo arresto generale mi piaceva. Quindi
dentro questo arresto che ci mettiamo? Pinocchio è il primo, è ovvio, da una
parte, e ci abbiamo messo anche D’Annunzio dall’altra, però… Con D’Annunzio ci
abbiamo messo anche il dito nell’occhio di D’Annunzio. D’Annunzio non posso
proprio amarlo, è geneticamente lontano da me.
SL: D’Annunzio, l’ho detto, ha il merito proprio di aver sdoganato la voglia di
fare poesia. È sopravvalutato nel senso che lui si difendeva molto bene e quindi
le poesie che ha fatto sembravano chissà che, ma non erano magari niente di
che. Però l’idea che: “Vi va? possiamo farlo, capito?”. È come se gli avesse
dato il la.
A: Ma guarda, D’Annunzio possiamo sintetizzarlo così: Gabriele, sai suonare?
No. Sai giocare a pallone? No. Che cazzo ti faccio fare? Tiè, tiè, prendi sta
matita e scrivi qualcosa. Scrivi una cosa sulla pineta [ride].
AL CENTRO CI METTIAMO… CI METTIAMO IAN CURTIS.
A: Esatto. E poi ci metto Siouxie, infatti. Perché? Perché è il sentimento
crepuscolare più vicino a noi.
MA C’È PURE MARX QUA?
A: No. In realtà c’è Carducci. C’è Pascoli. Vedi? C’è Gaetano Bresci.
AH, È VERO. SÌ. E MARX NON L’HAI MESSO?
A: No, Marx secondo me è completamente assente dal patrimonio sentimentale di
Corazzini perché in realtà è molto individualista. Sarebbe interessante, nel
mentre, anche riuscire a partorire un fumetto su quella cultura
sentimentale, collettivista che questo Paese ha partorito in maniera
massiccia. Pensa a quel garofano meraviglioso di Gramsci. Certo. Andrò a fare un
fumetto su Gramsci. La cosa fica di utilizzare la poesia come elemento
narrativo dello stare al mondo è questo. Che si apre una porta, si apre una
finestrella, si apre una scatoletta, se ne apre un’altra, non porta magari a un
cazzo, ma poi invece vai da un’altra parte. Ecco, allora, perché non aprire
un’altra scatoletta?
CI STATE DANDO UNO SCOOP DI UN VOSTRO NUOVO FUMETTO A BREVE?
A: Penso di sì, perché come fa il mondo sennò a stare senza di noi? Poi a Simone
non gli va di fare un cazzo. Per cui basta che scrive ed è felice.
SL: A me piace molto farlo.
A: Però deve essere una cosa molto diversa da questa. Dobbiamo abbandonare la
poesia per andare a fare una cosa sugli X-Men [ride].
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