C onsiderato ciò che sta succedendo nel mondo, forse mai come oggi, negli ultimi
decenni, è opportuno che la letteratura ragioni sul proprio rapporto con la
politica. Non solo in relazione alle responsabilità politiche di chi fa
letteratura, ma anche alle modalità inedite con cui la letteratura e la politica
ora interagiscono, visti i profondi cambiamenti, rispetto al Novecento, dei
contesti sociali e comunicativi (penso ai social network in primis). Come si
agisce di fronte a questa mutazione è ancora tutto da capire, ma un gesto
possibile è sicuramente quello di provare a confrontarsi con scritture che
proprio nel Novecento hanno cercato di esplorare questa interazione, partendo
magari da una crisi reale, vissuta in prima persona.
La ripubblicazione dopo cinquant’anni di Strana categoria di Carlo Bordini
(nella collana Arianna – I libri ritrovati di Diacritica, curata da Giuseppe
Garrera, Sebastiano Triulzi e, prima della sua scomparsa nel 2020, dallo stesso
Bordini) ha, oltre a un sicuro valore poetico e filologico, anche la
tempestività di riportare l’opera a circolare in un momento in cui forse i
rapporti tra poesia e politica sono tutti da riscrivere. Il libro, esordio del
1975, fu in seguito accantonato dall’autore: nell’antologia I costruttori di
vulcani (2010), Bordini ha infatti rifunzionalizzato tutte le sue poesie già
edite, a eccezione proprio di Strana categoria, di cui salvò un solo testo.
Eppure, già nella mise con cui venne originariamente pubblicato, il volume
veicola un’articolata serie di significati. Nella prefazione della riedizione,
Garrera infatti sottolinea:
> risulta evidente come queste apparizioni poetiche all’interno del movimento
> politico, questo concretizzarsi di bisogni dell’io, non solo adottino il
> ciclostilato, e cioè, come abbiamo detto, strumenti di guerriglia e armeria
> già consolidati e appena riconvertiti in versi e fiorame, ma anche le stesse
> modalità di diffusione e propaganda della produzione politica e
> insurrezionale: anche la poesia diventerà e assumerà i caratteri di militanza,
> le tecniche della milizia e delle sedi della lotta […] La storia esterna della
> raccolta di Bordini è la storia esemplare della storia materiale della poesia
> nella metà degli anni Settanta in ogni sua fase: per come è stata prodotta,
> per come è stata pubblicizzata e per come è stata distribuita.
Strana categoria, insomma, è innanzitutto il libro di uno che si affaccia alla
poesia dopo aver lasciato la militanza e dopo averne ereditato, però, le cifre
espressive, la cultura di riferimento e i materiali di scrittura.
Una prima ambiguità da evidenziare riguarda dunque come il rapporto tra poesia e
politica, in Bordini, possa essere letto da una parte al pari di una netta
scissione (il militante che dopo anni di servizio indefesso scopre nella poesia
una dimensione schiettamente personale e quei paradossi del linguaggio che la
comunicazione dritta della politica non favoriva), dall’altra come un’osmosi.
Del resto, lo stesso autore racconta nel suo romanzo più noto, Memorie di un
rivoluzionario timido (Sossella 2016), come la politica (precisamente la
militanza come trotzkista ed entrista della Quarta Internazionale) si sia
trasformata per lui in un complicato congegno superegoico. “La stanza dei
giochi” cui è dedicata la parte centrale di quel libro (per la quale rimando a
questo articolo di Francesca Santucci) si configura anche come un’incubatrice in
cui interagiscono l’approccio monomaniaco alla militanza, una certa tendenza
alla regressione psicologica e la crisi esistenziale, il lento lavorio interno
che ha poi portato Bordini a riscoprire di colpo, certo anche sulla spinta del
Sessantotto, il piacere, il corpo, la vita irresponsabile.
> Una prima ambiguità da evidenziare riguarda come il rapporto tra poesia e
> politica, in Bordini, possa essere letto da una parte al pari di una netta
> scissione, dall’altra come un’osmosi.
Dalle Memorie: “Io scelsi la militanza dura e sotterranea, l’impegno esclusivo e
totalizzante. Rimasi. La stanza dei giochi mi attirava. Il partito mi incaricò
di occuparmi della formazione della corrente rivoluzionaria nel PCI”. E ancora:
“E io capii in quel momento che tutto quello a cui io avevo rinunciato era la
Gioia di Vivere, e che mi ero rinchiuso in una vita mortificata e attraverso la
mortificazione della carne, che era soprattutto la mortificazione dello Spirito,
e cose del genere”.
Ma appunto, se Bordini comincia a mettere mano alle Memorie nel 1976, vuol dire
che il congegno non si è mai dissolto. Parimenti, Strana categoria convoglia
allo stesso tempo l’apertura alla “vita” e il Super Io dell’impegno politico,
che non si riduce però a solo meccanismo nevrotico, bensì anche, è chiaro, a una
sincera adesione alla causa e a una forte coscienza delle contraddizioni della
storia (e qui ricordiamo, perciò, che dopo la militanza Bordini ha lavorato come
ricercatore di storia all’Università La Sapienza di Roma). Vediamo alcuni testi
in cui si intersecano queste dimensioni.
Essere umani Giuseppe
ci parve un tradimento
non so per quale frustrazione o per
malintesa dottrina
ma la malintesa dottrina doveva essere
un modo per curare la frustrazione
su di essa
si costruì un castello
che riuniva frustrazioni e legittime speranze
e le imprigionò tutte
ma quale cavaliere verrà ad aprire
le finestre e le porte
se non le apriremo da soli
finestre e porte custodite
da un mostro alato con la faccia di noi stessi
ci votammo ad un’autorità alternativa che ci salvasse
dall’autorità
ignorando volendo ignorare tutto per paura che il
castello fatato svanisse
ci chiudemmo a chiave da soli
per paura di affrontare il mostro
Con questa Lettera a G. si apre il libro mettendo subito in mostra, quindi,
alcuni stilemi tipici della scrittura di Bordini: la sistematica oscillazione
tra verso lungo e verso breve, l’interruzione a volte violenta del verso (“non
so per quale frustrazione o per”), l’uso irregolare della punteggiatura e
dell’ortografia (se qui la punteggiatura è del tutto assente, in altri testi
troviamo forme del tipo “un pò” o quattro puntini di sospensione invece di tre),
l’assolutizzazione – a metà tra caricatura e spavento – di alcuni concetti o
figure (come qui “la malintesa dottrina” o “il mostro”), la tendenza ad
alleggerire i legami logici tra le parti del discorso senza per questo minare la
coesione generale. Ma soprattutto il libro si apre mettendo subito sul piatto la
paradossale e reciproca implicazione tra desiderio e “frustrazione”: la
condizione di partenza, “il tradimento”, pare strutturarsi come uno spaesamento
e fraintendimento originario a cui risponde un reciproco determinarsi del
desiderio di liberazione (l’apertura delle “porte”) e dell’autosegregazione (“un
mostro alato con la faccia di noi stessi”, “ci chiudemmo a chiave da soli”).
> Strana categoria convoglia allo stesso tempo l’apertura alla “vita” e il Super
> Io dell’impegno politico, che non si riduce però a solo meccanismo nevrotico,
> bensì anche, è chiaro, a una sincera adesione alla causa e a una forte
> coscienza delle contraddizioni della storia.
Benché la crisi esistenziale mantenga sempre un ruolo importante nella scrittura
di Bordini, e benché questo testo la indirizzi fino al grado generalissimo
dell’“Essere umani”, proseguendo il libro si capisce come la condizione
esistenziale e la condizione politica (ovvero la condizione storica, di persone
agenti – o che vorrebbero agire – nella storia) siano un tutt’uno. Di questo
tutt’uno è segnale proprio la Strana categoria del titolo, commentata così
nell’attacco di E noi:
Sì voi che siete rimasti
nelle tradizionali trincee
voi che non avete smesso di lottare
nelle barricate di fabbrica
sì
noi vi dobbiamo sembrare una strana categoria
un pò folle e nebulosa
ed infida
anche
Se c’è uno spaesamento, insomma, è anche quello dei transfughi della militanza:
Bordini li fa uscire dalla storia, li agita con ironia dissacrante (altra
freccia immancabile nella sua faretra), mentre si muovono per “andare a comprare
una camicetta indiana” o per “andare a pranzo al ristorante macrobiotico”, e
dichiara espressamente come questa frattura personale ed esistenziale (“e ci
ritrovammo a fine estate / quasi tutti in crisi”) abbia fatto arrivare “alla
conclusione che il marxismo può anche / essere // una / trappola” e “che i pochi
rimasti sono quelli / che hanno rinunciato a pensare”. In mezzo a questa uscita
dalla militanza (o dai modi quadrati della militanza che Bordini aveva vissuto)
c’è di certo anche il Sessantotto, che – se vogliamo usare ancora un po’
schematicamente la metafora freudiana – ha rappresentato l’esplosione dell’Es,
del desiderio (una sezione è intitolata in amore), in opposizione all’ortodossia
superegoica della militanza, che aveva portato Bordini, per esempio, a passare
dieci anni della sua vita “come nella caverna di Platone in cui ci fosse
proiettata sulle scabre pareti una continua teoria di immagini” (Memorie). In un
altro testo, questa frattura Bordini la chiama “ubriacatura
ideologica-sessual-esistenziale-vitale”, e la contrappone alla
incomprensibilità, alla malattia, dei fascisti che continuano a essere tali
“quando il 68 è stato così divertente”.
> Per quanto sia connessa con la liberazione del desiderio individuale, la
> “strana categoria” di Bordini coincide con una collettività, benché amorfa,
> legata da una duplice insofferenza: da un lato verso lo status quo e la sua
> appendice fascista, dall’altro verso un’idea ricattatoria della pratica
> militante.
Sarebbe un errore, tuttavia, leggere questa opposizione nei termini di una mera
prospettiva dimissionaria. A un primo livello, intanto, cioè ancora al livello
dei “temi”, per quanto sia connessa con la liberazione del desiderio
individuale, la “strana categoria” di Bordini coincide con una collettività,
benché amorfa. Una collettività legata da una duplice insofferenza: da un lato
verso lo status quo e la sua appendice fascista, dall’altro verso un’idea
ricattatoria della pratica militante (l’autorità al posto dell’autorità di cui
si parla in Lettera a G.). Se la “stranezza” di questa categoria la rende in
qualche modo incollocabile, quindi fragile e respinta, allo stesso tempo
riguarda una soggettività che non coincide con l’individuo, e che si propone
quindi, almeno in potenza, come (altro) soggetto politico. Ancora, poi:
l’avvento dell’“ubriacatura” non è certo salutato da Bordini senza riserve e
senza accorgersi di ulteriori contraddizioni. Non può essere altrimenti, del
resto, se esperienza politica, vitalismo e “trauma” (penultima parola di E noi)
si intrecciano e trapassano. Così, in primis, il cambio di prospettiva senza
scosse è direttamente parodiato, in Traccia per una poesia:
c’è un mio amico
che è passato attraverso tutte le esperienze
bolscevico esistenzial ubriacatura ideologica
senza neanche accorgersene
portando il suo armadio
come se nulla fosse
bello o tetragono senza nessuna frattura
apparente
è un reperto archeologico
dovrebbero metterlo al museo
insieme ai dinosauri
Ma soprattutto all’ingresso della (apparente) dimissione risponde l’apparizione
simultanea di una nuova crisi: nello stesso testo, qualche verso prima, Bordini
passa senza soluzione di continuità da “Vassilij Ivan […] a caccia di
trotzskisti” a “scherzi a parte / mi annoio / un pò // in bene o in / male /
tutto sembra / già stato fatto”. È al significato politico di questo nuovo
immobilismo, il paradossale immobilismo incistato dentro la stessa festa del
Sessantotto, dentro l’accelerazione dei consumi, che bisogna guardare quando si
guarda, con le lenti della crisi storica, al passaggio di cui parla Bordini. Un
passaggio che se introduce la liberazione del corpo introduce anche la
percezione di un esaurimento dell’azione, un dirottamento che spostando l’azione
dalla lotta al desiderio sembra moltiplicarla al punto da depauperarla
completamente. Di questa impasse la lunga poesia Sono un intellettuale è
l’incarnazione più evidente. Nella sua articolata descrizione dell’intellettuale
(che è anche un’autodescrizione), alla fine, leggiamo:
sono un mostro
tutto testa e niente mani
un cervello programmato per elaborare in una stanza vuota
credendo che quello sia il mondo
come il mio professore di latino
e di greco
il tempo cambia e questo mostro
fattosi farfalla
uscito dalla stanza snervato nevrotico
comincia a elaborare a classificare
a teorizzare
portandosi dietro tutti i vizi d’origine
ed allora ecco nasce questa strana categoria
gli intellettuali di sinistra
patetici e volenterosi
interessati e puri
e ce ne sono di tutte le razze
danno il loro nome alle cose senza conoscerle
come uno che scopre la luna e dà il nome ai crateri e ai golfi
si interessa di tutto e fa funzionare questo suo cervello
grosso e spugnoso che si contrae e si gonfia
arrivando ai più esilaranti equivoci
a invenzioni multicolori
so tutto non sapendo niente
ma arranca volendo imparare
crede di imparare e intanto vuole subito insegnarlo
agli altri
s’intrufola nella vita come un clandestino
o come un turista importuno
e dice “scrivo” oppure discute
per interminabili ore
e cerchiamo qua e là di dare una
mano
senza scoraggiarsi
cercando la metamorfosi
cavalieri di ventura dell’intelletto
cercando la
causa
principessa trovata e non posseduta
a questa nostra generazione di storpi
che ci offriamo come volontari
per un fantastico strano reale
mondo migliore
aiutateci a imparare a camminare
L’immobilismo, dunque, è un tutt’uno con la coscienza intellettuale, con il
fraintendimento con cui l’intellettuale scambia uno spazio ristretto per il
mondo. Questo spazio ristretto è, anche qui, la “stanza”: Bordini osserva la
crisi della militanza come si osserva una crisi nevrotica, e usa l’immagine
della stanza per fondere la percezione di immobilismo politico con
l’autointerdizione della psiche, la sua incapacità di rimanere e insieme uscire
davvero dalla “stanza”. In questo, allora, coincidono “strana categoria” e
“intellettuali di sinistra”: nella fuga incompleta dalla stanza (“uscito dalla
stanza snervato nevrotico”), laddove la stanza è sia l’ortodossia della
militanza sia l’interiorizzazione di un’autorità, e in una forma di
metacognizione ossessiva che separa l’individuo dalla realtà materiale (“tutto
testa e niente mani”, “s’intrufola nella vita come un clandestino”).
Nell’introduzione a Un vuoto d’aria (2021), questa paradossale convergenza di
iper- e ipocoscienza è descritta così da Guido Mazzoni: “al centro c’è
l’autobiografia; sopra l’autobiografia c’è la riflessione sul vissuto, cioè il
lavoro concettuale che è tipico della psicoanalisi […]; sotto la biografia c’è
una rete di contenuti latenti inconsci, preconsci, onirici, impensati o
puramente casuali che emergono all’improvviso attraverso associazioni, salti,
rimuginii, onirismi, coazioni a ripetere”.
> Bordini saccheggia dall’esperienza militante non solo materiali e contesti,
> bensì anche “i testi”, cioè il serbatoio linguistico e concettuale proprio di
> quell’esperienza e lo immette in un dispositivo che agisce in maniera
> contraria rispetto alla linearità comunicativa, al ricercato impatto, del
> vocabolario militante.
È necessario tuttavia aggiungere ancora un tassello. Un tassello sicuramente non
premiato dallo spezzettamento testuale che in uno spazio come questo è
inevitabile fare, ma che – anche così – ci dà l’idea dello specifico congegno
linguistico costruito da Bordini, che si estende oltre il piano
tematico-concettuale e lo complica. Anticipavo in apertura il cortocircuito di
pubblicare poesia nelle fattezze di un bollettino propagandistico. Ecco, questo
cortocircuito si compie non solo sul piano del materiale librario ma soprattutto
dentro la scrittura: Bordini saccheggia dall’esperienza militante non solo
materiali e contesti, bensì anche “i testi”, cioè il serbatoio linguistico e
concettuale proprio di quell’esperienza (abbiamo già visto i riferimenti a
fascisti e trotzkisti; possiamo aggiungerci il Vietnam, Franco, la Russia e
molti altri) e lo immette in un dispositivo che agisce in maniera contraria
rispetto alla linearità comunicativa, al ricercato impatto, del vocabolario
militante.
In La cornice e il testo (2021), Gianluca Picconi dice che Bordini “assume
svariate convenzioni del testo lirico (scansione versale e prima persona su
tutte) per autorappresentarsi come un idiota”, ovvero per “dissimulare la
dimensione riflessiva del suo testo”. E in Strana categoria ci sono alcuni
passaggi in cui questa dimensione diventa a tutti gli effetti comica. Per
esempio, la crisi storica di cui si parlava assume tratti esplicitamente
caricaturali quando, in una poesia della sezione appunti sulla guerra, il tono
solenne del ricevimento “in questa nostra città” di “Le LL. AA. Imp. il Vice-re
e / la sua Augusta sposa” è parodiato dall’uso insistito delle cariche puntate e
dal far precipitare l’incontro in un posticcio “hanno desinato testa a testa”.
Oppure, ancora di più, lo scherzo prende spazio nella sezione acrostici, in cui
i grandi partiti degli anni Settanta vengono bersagliati così:
Potremo
Combattere
Infinitamente meglio
*
Dimmi allora
Cosa ci guadagni
Ma al di là di questi brani più esplicitamente parodici, il punto sta nel fatto
che l’intera scrittura di Bordini è attraversata da un velo ironico, inteso in
primis nel senso etimologico della dissimulazione e dell’antifrasi. E a
garantire quest’effetto è proprio la disinvoltura con cui i testi di Bordini
accolgono le osmosi tra discorsi diversi e contraddittori, le alterazioni
sintattico-ortografiche e, più generalmente, una profonda ambiguità emotiva e
ideologica. I passaggi che riportavo prima, in cui si passava dal discorso
politico al dato contingente e all’irrilevante personale (“mi annoio / un pò”),
a cui ne potremmo aggiungere altri (“andare all’università / dove infiamma la
discussione tra astensionisti / e boicottatori / e accorgersi che non me ne
fregava / niente”), non sono solo segnali di una crisi di coscienza, ma anche –
e inestricabilmente da quella – di linguaggio.
Potremmo riassumerla così: se il Sessantotto ha coinciso con una trasformazione
dell’impegno politico, spostandolo maggiormente sull’asse della liberazione del
desiderio, e se questo passaggio si è riflesso in Bordini nei modi di una
scoperta tutta carnale e dinamica della “vita” (teste la trafila di viaggi ed
esperienze rocambolesche successiva alla militanza che Bordini racconta nelle
Memorie), parallelamente questa trasformazione ha richiesto un ripensamento del
linguaggio. Una trasformazione che per molti doveva passare attraverso una
riabilitazione di quell’io che la stagione della Neoavanguardia, al contrario,
si era impegnata a “ridurre”, come da celebre espressione di Alfredo Giuliani (e
per il rapporto tra Neoavanguardia e Bordini rimando a questo articolo di
Riccardo Innocenti e Federico Masci).
> È sempre difficile rintracciare in Bordini posizione ideologica e temperamento
> emotivo: sulla scorta di un’ironia diffusa e impalpabile compresente a una
> dose di reale coinvolgimento biografico, in Bordini non sta parlando mai
> (solo) un individuo – sta parlando una crisi storico-letteraria che colonizza
> in qualche modo l’individuo.
La cifra più interessante della scrittura di Bordini, tuttavia, che anche
l’acerbità di un esordio come Strana categoria riesce a trasmettere, si trova a
mio parere nella peculiarissima capacità del poeta di collocarsi all’interno di
questo ripensamento. Se è incontrovertibile che l’io, grammaticalmente, rientra
in maniera decisiva nella scrittura di Bordini (che nell’Autoritratto in prosa,
ora in Difesa berlinese, espressamente dichiarava come la “riduzione dell’io”
dei Novissimi avrebbe dovuto significare, per lui, “smettere di scrivere”), è
altrettanto riscontrabile come non solo alcuni aspetti tipici della
Neoavanguardia – quali la rottura delle forme codificate, la tendenza prosaica,
l’ironia, nonché d’altronde la stessa coscienza politica – risuonino ancora in
Bordini, ma anche come l’uso dell’io da parte sua non acquisti mai il carattere
della confessione pacificata, del ripiegamento intimista.
Il punto – che è insieme poetico e politico – sta proprio nell’intessere
all’interno di una stessa macchina testuale i multipli e conflittuali sensi di
inappartenenza alla militanza come Super Io, alla poesia come espressivismo e
alla propria coscienza come territorio pienamente controllato. Per questo è
sempre difficile rintracciare definitivamente, in Bordini, posizione ideologica
e temperamento emotivo: sulla scorta di un’ironia diffusa e impalpabile
compresente a una dose di reale coinvolgimento biografico, in Bordini non sta
parlando mai (solo) un individuo – sta parlando una crisi storico-letteraria che
colonizza in qualche modo l’individuo e lo indirizza a veicolare questa crisi in
un testo che non si soddisfa più, però, né del linguaggio-denuncia, del
linguaggio compiaciuto della propria eversione, né della mera estrinsecazione
biografica.
La ripubblicazione di Strana categoria, insomma, arriva di certo come occasione
di ricordo di un poeta che troppo a lungo è rimasto appartato ma che, nonostante
questo, ha prodotto costantemente echi sotterranei e influenze decisive sulle
scritture venute dopo la sua. La folta partecipazione alla lettura collettiva
che si è fatta del libro, la scorsa primavera, al Teatro Basilica di Roma, ha
del resto testimoniato una volta per tutte questa rilevanza. Ma al di là della
doverosa celebrazione, e anche al di là dell’altrettanto primario valore di
questa poesia, Strana categoria offre il destro per ragionare sulle reciproche
implicazioni della politica e del linguaggio, registrando questa interferenza in
presa diretta durante una stagione politicamente densa come gli anni Settanta.
Gli anni Settanta sono per molti aspetti lontanissimi dal nostro tempo, ma la
situazione attuale costringe – e ben venga – a ridare forza alla propria
coscienza politica. In una condizione, però, in cui l’ipertrofia mediale e il
capitalismo simbolico hanno prodotto un’impasse che è a sua volta un problema
politico. La poesia, si sa, non sposta nulla sul piano della militanza – ma
forse ancora sì sul piano della relazione con il linguaggio. Che non è mai stata
così complicata.
L'articolo Tutto testa e niente mani proviene da Il Tascabile.
Tag - poesia
L a poesia sta forse tornando in auge? In un certo senso i segnali potrebbero
essere questi: la ribalta delle piccole case editrici e delle produzioni
indipendenti nell’ambito dei grandi premi (vedi Strega, Bologna in lettere e
affini), e il ritorno di un pubblico che sembra essere di buon auspicio. In
questo senso, la poesia vive oggi anche e soprattutto in un crossover con altre
pratiche, con le quali si interseca, si rinnova e si potenzia: un esempio di ciò
è il volume Poeta a vent’anni (2025), una graphic novel forgiata dalle sapienti
mani di Andromalis sui testi di Simone Lucciola: entrambi fumettisti di gran
pregio, in questa loro liaison si concentrano sulla storia e la figura del poeta
crepuscolare Sergio Corazzini (e del suo cenacolo tutto), attualizzando in un
segno “psycopunk” questa figura deceduta prematuramente (nel 1907 a soli ventuno
anni) che ancora oggi porta in seno il fuoco dell’eterno spirito giovanile che
vuole “tutto e subito”. Di questo, dell’eternità e dell’importanza delle
“contaminazioni” poetiche abbiamo voluto parlare con gli autori in una informale
chiacchierata domestica.
PARLIAMO DEL VOSTRO VOLUME: MI SEMBRA MOLTO COMPLETO PERCHÉ RIESCE IN QUALCHE
MODO A COGLIERE SIA IL DISCORSO TESTUALE CHE IL DISCORSO VISUALE, FUMETTISTICO,
COME VOGLIAMO CHIAMARLO, CHE È UN TUTT’UNO, NON SGRAVA NÉ DA UNA PARTE NÉ
DALL’ALTRA. E POI OVVIAMENTE IL CUORE DI TUTTA QUESTA STORIA È
L’AUTOBIOGRAFIA, E DICO AUTOBIOGRAFIA PERCHÉ OVVIAMENTE VE L’AVRÀ DETTATA IN
QUALCHE MODO, PROBABILMENTE, PROPRIO SERGIO CORAZZINI.
Simone Lucciola: Mi è apparso di notte in sogno [ride].
MI SONO CHIESTO: MA COME È USCITA QUESTA IDEA? PERCHÉ VOGLIO DIRE SI TRATTA DI
UN POETA CREPUSCOLARE, CHIARAMENTE DI CULTO, MA NON È APPUNTO “MAINSTREAM”,
SOPRATTUTTO IN UN PERIODO COME QUESTO. COME È ARRIVATO SERGIO CORAZZINI SULLE
VOSTRE TAVOLE?
SL: Allora, guarda, è una coincidenza di allineamenti astrali, cioè sai quando
succedono delle cose per una ragione e per un’altra e poi a un certo punto negli
anni si uniscono tutte insieme in una convergenza? Io conoscevo la poesia di
Corazzini perché da ragazzino mia madre aveva un’antologia della letteratura
italiana fatta da Giorgio Barberi Squarotti, poeta e critico letterario:
un’antologia degli anni Sessanta, dove riportava le schede di tutti i poeti
italiani del Novecento.
MA SCUSA, MA TUA MADRE ERA FAN DI CORAZZINI?
SL: No, mia madre non era fan di Corazzini, mia madre era studentessa negli anni
Sessanta/Settanta; era alfabetizzata, quindi possedeva dei libri [ride]. Aveva
questa antologia. Peraltro non so se questa antologia fosse di mia madre o del
padre di mia madre, però insomma comunque era in casa e io che ero ragazzino,
adolescente, sfogliai queste pagine e trovai che questi poeti avevano avuto
delle vite curiose, particolari: e quindi ho letto quella di Corazzini, ho letto
quella di Dino Campana sul quale ho fatto un libro dopo, quando poi recuperai
una copia dei Canti orfici.
PERÒ L’INTERESSANTE È CHE DINO CAMPANA È MOLTO PIÙ IN VISTA, CORAZZINI DI MENO…
SL: Allora, Corazzini lo conoscevo, poi l’ho studiato alle scuole superiori,
Campana per esempio non si studiava alle superiori, sono io che sono andato
verso di lui.
A DIRE IL VERO NON MI RICORDO DI AVER MAI STUDIATO CORAZZINI A SCUOLA, O
QUANTOMENO NON IN MODO APPROFONDITO.
SL: No? Almeno una poesia come esempio di crepuscolarismo?
BOH NO, FORSE MI RICORDO MALE? I CREPUSCOLARI LI FACEMMO, CERTO.. MA FORSE DI
SFUGGITA…MI SA CHE IL NOSTRO PROFESSORE DI ITALIANO NON NE ERA COSÌ FANATICO.
SL: A me capitò invece: mi ricordo pure che ne parlai all’esame di maturità
addirittura, sono stupito di constatare che la memoria ancora mi assiste
[ride]. Allora, succede questo, faccio una storia a fumetti su Campana che poi
con Rocco Lombardi sviluppiamo, comincia a diventare un libro, o meglio faccio
due pagine di una storia a fumetti su Campana, le faccio vedere a Rocco,
decidiamo di farci un libro di venti pagine, poi viene ristampato e ampliato.
Mentre facciamo questo primo libro, lavoravo a una rivista di letteratura, per
conto di DeComporre, che poi è diventato un piccolo editore locale: era un
progetto nostro a Formia, e tra gli indirizzi dei corrispondenti mi trovo quello
di Giorgio Barberi Squarotti che a un certo punto della mia vita è diventato un
mio penfriend, ci scambiavamo lettere, ma non gli ho mai detto che mi ero
appassionato alla poesia leggendo questo libro. Non gliel’ho detto perché non lo
sapevo, solo dopo che abbiamo fatto questo libro mi sono accorto che era lui
l’artefice dell’antologia! Però avevo in qualche modo scambiato delle
chiacchiere e delle opinioni con il suo compilatore senza saperlo.
Ancora un poco poco indietro, è successo questo: a un certo punto, navigando per
la rete di notte, cazzeggiando, io spesso, non lo so, cerco libri in pdf, roba
vecchia che non si trova, vado a sbattere sulla tesi di una ragazza che aveva
fatto una tesi all’università di Venezia sul Cenacolo corazziniano. E dico: che
cazzo è il Cenacolo corazziniano? Sì, Sergio Corazzini: sapevo quello che stava
sommariamente sui libri del liceo, cioè che era un autore crepuscolare, pensavo
che avesse fatto un unico libretto in vita sua. Invece praticamente vado a
leggiucchiare questa tesi di Anna Galetti e mi rendo conto che Corazzini era
praticamente una sorta di piccolo leader di un gruppo di aspiranti poeti che
giravano intorno a lui. E c’erano delle parti dell’epistolario. Io le lettere di
Corazzini non le avevo mai lette. E quindi mi ritrovo con questi stralci
dell’epistolario corazziniano, le lettere che lui scriveva agli amici, che erano
divertentissime, o meglio: mescolano vari registri, diventano drammatiche,
diventano comiche, e poi vanno sul grottesco.
SONO PRESENTI ALL’INTERNO DELL’ALBO, SÌ.
SL: Quella tesi è l’unico posto dove le ho trovate, oltre ai vecchi libri degli
anni Quaranta che le riportano. Insomma, ora non esiste in libreria qualcosa con
queste lettere corazziniane. Esiste l’opera omnia di Idolina Landolfi, la figlia
di Tommaso Landolfi, che la curò. Quindi tutte le ristampe delle poesie di
Corazzini che trovi in giro sono quella versione lì. Comunque, per fartela
breve, leggo queste cose e dico cazzo, questo sarebbe materiale per una graphic
novel come quella che abbiamo fatto su Campana, perché c’è una storia
intrigante, c’è la città di Roma, ci sono questi personaggi minuti e
completamente dimenticati che sono interessanti. Mi sono detto: sarebbe figo
farci un fumetto ora che vivo a Roma, proprio in omaggio al fatto che mi trovo a
Roma e mi metto nuovamente in gioco nella città di Roma.
QUINDI, INSOMMA, COSÌ È ANDATA.
SL: Quindi è andata così. E mentre io rimuginavo queste cose…
EH, CHE È SUCCESSO?
SL: Succede che mi chiama Andromalis e mi fa: oh, ma quando cazzo facciamo una
cosa insieme che io la disegno e tu la scrivi? Io sono anni che cerco di fare
una cosa che io scrivo e qualcuno disegna.
ECCO, ALLORA, DICIAMO UNA COSA. VOI SIETE IN QUALCHE MODO COME IN SIMBIOSI,
NO? PERÒ SIETE ANCHE COMPLEMENTARI, NEL SENSO CHE ANCHE LUI DISEGNA. QUINDI È
STATO ANCHE INTERESSANTE PER TE INTERPRETARE COME DIRE, DEGLI INPUT DI SIMONE?
Andromalis: Guarda, io dico la verità: lavorare a questo fumetto è stata la cosa
più facile della mia vita. Perché Simone in realtà, nonostante le sue
camicie, nonostante il vino [ride] ha costruito un soggetto perfetto. Perché lui
scompare. Nel senso che riesce a cucire, a fare architettura, dà delle
indicazioni. Costruisce un percorso temporale. E poi costruisce una
sceneggiatura tutta sulle fonti, che non puoi toccare. Per cui ti crea questa
architettura di scalette dove puoi andare e non andare, eccetera. E poi
costruisce una gabbia che è quella immobile, fatta dalle parole, fatta dalla
poesia, fatta di lettere, che non puoi modificare. Ma la poesia in sé è
mobile. Perché puoi interpretarla, perché la leggi una volta, ha un
significato, la leggi un’altra volta, ha un altro significato. E là dentro, se
non c’hai proprio sette anni, se ti sei letto due cose in vita tua, se ti sei
ascoltato due cose in vita tua, se ti sei fatto due pasticche in vita tua, se
hai una cultura di disegno, soprattutto psichedelica, diventa facile. Diventa
facilissimo. Tra l’altro, quando tu dici autobiografia, hai centrato il
punto, ma non è l’autobiografia del poeta, è l’autobiografia del verso di
Corazzini. Corazzini parte da un verso piuttosto fermo, piuttosto punk, a
marcetta, e poi, piano piano, crea questi versi fantasma, questi versi-silenzio.
Per cui è l’autobiografia di un verso che inizia, si apre, fiorisce e diventa
qualcosa di diverso. Qualcosa di abbastanza sfuggente.
SL: Cioè, c’è una veloce evoluzione della poesia corazziniana.
A: Questa imbeccata ce l’ha data Idolina Landolfi che scrive questa
introduzione molto facile da capire, che ci ha dato questa imbeccata. Questo
ragazzino che corre: corre perché la morte gli morde il culo, corre perché deve
trovare in fretta il giusto ritmo, il giusto sound del racconto della sua
morte. E quindi trova questo verso in termini molto veloci. L’autobiografia
promuove il verso, il verso che fiorisce.
ECCO, TU DICEVI DELLA PSICHEDELIA, PERCHÉ IN EFFETTI SI VEDE IL TRATTO
PSICHEDELICO, RIPRENDE ANCHE LA STORIA, DICIAMO, DELLA PSICHEDELIA FUMETTISTICA
MONDIALE; È UN PO’ UNA SINTESI PERSONALE, OVVIAMENTE, PERCHÉ INSOMMA SI VEDE CHE
HA TANTA AUTORIALITÀ, QUINDI È IL TUO TRATTO, LA TUA VISIONE DELLA COSA: MA
CORAZZINI, PIAZZATO IN QUESTA EPOCA DI ADESSO, COSA SUSCITA? PERCHÉ IN
EFFETTI DA UNA PARTE C’È LA PSICHEDELIA, DA UN’ALTRA PARTE COME DICI TU CI SONO
DEGLI ASPETTI PER I QUALI CHIARAMENTE I CREPUSCOLARI, PER CHI NON LI CONOSCESSE,
ERANO UNA SPECIE DI “DARKETTONI” ANTE LITTERAM…
SL: Bravo, vestivano di nero, bevevano l’assenzio, portavano i cappelloni, cosa
vuoi di più, Dave Vanian dei Damned praticamente [ride].
A: Morivano giovani, tra l’altro.
MORIVANO GIOVANI, STAVANO IN FISSA CO’ STA MORTE, ANCHE QUANDO STAVANO BENE, SE
LA TIRAVANO: UN ASPETTO MOLTO INTERESSANTE QUESTO.
SL: Ma una cosa fondamentale, è che si autoproducevano le cose che facevano, le
pubblicazioni erano DIY, Do It Yourself. Tutto quello che Corazzini pubblica in
vita, praticamente è autoprodotto come Tipografia Operaia Romana, e questi
volumetti non si trovano più; non solo non si trovano più in commercio, ma
neanche nelle biblioteche, negli archivi, e neanche tra i collezionisti di libri
antichi e rari. Per trovare le copertine di questi libri, le scansioni, le
fotografie di queste copertine, ho dovuto farmi aiutare via Whatsapp. Per
fortuna c’è Whatsapp: pescando dagli archivi di Toti Scialoja, di
Sinisgalli, cioè dei poeti, di quelli che avevano avuto di prima mano questi
libri o di seconda mano praticamente, magari da un poeta amico del poeta.
Insomma venivano quasi direttamente da lui, perché sennò non si trovavano. La
cosa assurda è che praticamente questo primo libro di Corazzini, che lo rende
famoso a livello nazionale, e viene pubblicato da Ricciardi, editore di
Napoli, lo fanno gli amici in via postuma: te lo faccio vedere perché ce l’ho.
BEH, DAVVERO SORPRENDENTE!
SL: Sì, per fortuna la poesia italiana del Novecento non è ancora stata
sdoganata a livello che tu non puoi più procurarti niente di niente sennò ti
costa tutta una tombola. Oggi sarebbe l’ultimo momento buono per comprare gli
originali di questi libri, perché poi dopo cominceranno a costare migliaia e
migliaia e migliaia di euro.
A: Ti raccontiamo questa cosa, che è bella. Quando noi siamo andati, trascinati
dal collezionista, alla tomba di Corazzini, abbiamo trovato un bigliettino, un
foglietto, piegato in quattro. Non facendoci i cazzi nostri mai e poi mai, lo
abbiamo aperto. E là dentro, con scrittura femminile, giovanile, c’era la
canzone dei Cure, Charlotte sometimes.
AH, VEDI? UN FILO DIRETTO.
A: Questa connessione tra noi e i crepuscolari, generazione invece dell’inizio
del Novecento, può essere un culto, ma in realtà è un sentir comune del non
riuscire a stare al mondo. È una cosa così banale, ma anche così bella,
no? Guarda come siete vestiti voi due, guarda che razza di roba continuiamo ad
ascoltare, guarda che roba disegniamo.
SL: Guarda, quello è il libro che fecero gli amici per ricordarlo qualche anno
dopo la sua morte. Vedi? È datata l’edizione. C’è la data là sotto. Lo
fecero nel 1918-19, praticamente subito dopo la guerra. E questo invece, il
Donini, è un libro degli anni Quaranta che contiene tutto il materiale da cui è
stata tratta la tesi di Anna. Quindi praticamente ci sono le piccole
cose riportate, ma soprattutto c’è una sezione fotografica molto
interessante. Dove ci sono le foto dei vari amici di Corazzini e le foto sue. È
tutto materiale che abbiamo usato, nel senso che poi Andro li ha
“andromalisizzati”, però sono le vere facce, le vere sembianze.
INFATTI, PARLANDO DI QUESTO CENACOLO: CORAZZINI È SÌ AUTORE A SÉ, PERÒ INTORNO A
LUI C’ERA PROPRIO QUESTO CODAZZO, QUINDI LA COSA INTERESSANTE È QUESTO
COLLEGAMENTO CON GLI ARTISTI, CON GLI ALTRI POETI, E QUESTA VOGLIA, DICIAMO, DI
LASCIARE UN SEGNO IN UN MONDO CHE NON TI DÀ TREGUA: VOLENDO QUESTO È POI IL
COLLEGAMENTO CON L’ATTUALE, NO? UN MONDO CHE NON TI DÀ TREGUA E TU CERCHI, IN
QUALCHE MODO, DI FAR ARRIVARE LA POESIA. È VERO CHE ERANO ANCHE
AMBIZIOSI, OVVIAMENTE, ERA UNA POESIA AMBIZIOSA, PERCHÉ VOLEVANO CAMBIARE IL
MONDO.
SL: Secondo me è stato D’Annunzio. D’Annunzio gli ha dato una grande spinta a
questi poeti, a tutti quanti. Cioè, tutti partono dall’essere grandi lettori
appassionati dei romanzi e delle poesie di D’Annunzio, poi a un certo
punto cercano di sovvertire quel canone perché aveva rotto il cazzo. Però,
secondo me, D’annunzio gli aveva anche comunicato questa possibilità di potersi
spingere in avanti, di essere i protagonisti del futuro, della loro età.
E SONO RIUSCITI A DIVENTARLO?
SL: Corazzini è diventato un eroe di culto, cosa che era già nel momento in cui
morì, già praticamente era un poeta cult della Roma di quei tempi, perché era
stato considerato un fenomeno, anche dalla critica. Certo che però essendo morto
giovane…
PARLIAMO DEL FATTO CHE ERA UN FENOMENO. QUAL ERA LA COSA PECULIARE SECONDO TE, A
PARTE DICIAMO QUELLO CHE DICONO I CRITICI, DELLA SUA POESIA?
SL: Beh, era… era moderna. Ah, meglio ancora, per quei tempi era
contemporanea. Era la sovversione di un canone, che era quello dannunziano e
magnifico, fatta da un ragazzino che a malapena era maggiorenne. Poi aveva
creato comunque una poesia discorsiva contro il verso. In una parola era
avanguardista, aveva come inaugurato una scuola di poesia che avrebbe condotto
poi alla poesia italiana del Novecento, dei vociani, di questi poeti qui. Se
fosse vissuto, sicuramente sarebbe finito nella Voce o su Lacerba.
A: A questo proposito pensa che danni che ha fatto il futurismo, invece, sotto
questo punto di vista. Perché con i suoi zing e zang e trick e track ha reso
impossibile l’esistenza di un verso che parlasse di qualcosa. Forse è un verso
misterioso, forse è ambiguo, molto selvaggio, molto lugubre anche, però molto
ironico. Invece con questi zing e zang e trick e track poi si è innestato anche
il fascismo, quindi la posa voluminosa, mandibolare, guerrafondaia ha prevalso
ed è diventata la modernità di questo Paese. Mentre questo Paese poteva
avere, non dico questo proprio grazie a Corazzini, ma poteva avere una
possibilità di modernizzazione diversa dalla posa mascellare, no? Guerrafondaia,
ferrosa…
IO CREDO CHE IL PROBLEMA DEL FUTURISMO SIA STATO PIUTTOSTO LA MODA DEL
FUTURISMO, MA SÌ, CAPISCO COSA INTENDI, È UN PUNTO DI VISTA INTERESSANTE.
A: Lui era una possibilità, ma morto nel 1907 ce lo siamo bruciato. Nel
1909 arriva subito il manifesto dei futuristi e non c’è più possibilità di altra
via alla poesia o al rock’n’roll moderno. Siamo rimasti a zing e zang.
QUESTA COSA LA DICE ANCHE ADORNO SUL ROCK’N’ROLL, COMUNQUE.
A: Ma certo, ma, d’altra parte, la poesia è semplicemente il canale in cui noi,
all’inizio del Novecento, esprimevamo noi stessi. Dopo gli anni Cinquanta
diventa rock’n’roll, ma è la stessa poesia.
SL: In effetti la poesia era concepita come un’attività artistica, di
sogni, dark, trasgressivi per certi versi.
A PROPOSITO, PARLANDO DI SOGNI, LA PARTE DEL LIBRO CHE SI ROVESCIA È QUI LA
PARTE ONIRICA. TUTTA TUA.
A: In realtà non era mia. Il grande colpo del genio viene da Sanguineti, il
quale, leggendo il verso di Corazzini, dice: “il fanciullino è
rovesciato”. Quindi il linguaggio nuovo che arriva dall’intelligenza poetica
di Pascoli, che non è più il nuovo verso che tutto spiega, è il verso misterioso
che non dice praticamente un cazzo. Quindi è Pascoli allo specchio.
Pascoli offuscato. Lo stesso Corazzini dice: io non sono che uno specchio
appannato. Io, come disegnatore formidabile quale sono, come voi mi
riconoscete, non avrei dovuto rovesciarlo, ma avrei dovuto appannare il disegno
[ride]. Capisci che facevo una gran fatica io e sarebbe stato un casino per voi
leggerlo. Per cui ho giocato sul rovesciamento. Però l’idea è proprio di
Sanguineti. Ed è riportato sempre da Idolina Landolfi. Se non c’erano queste due
ragazze… io e Simone non sapevamo che dire. Invece per fortuna c’era Idolina e
c’era anche la ragazza veneziana che ha fatto la tesi.
SL: E c’è Fausto Maria Martini che ha scritto il titolone di tutta la storia
corazziniana.
A: Che è il miglior amico dei Corazzini, ma anche il miglior amico tuo. Sì è
vero, ci ha dato una grossa mano.
A PROPOSITO DELLA POSA CHE RISCONTRAVI NEI FUTURISTI POSSIAMO DIRE CHE ANCHE I
CREPUSCOLARI A VOLTE SEMBRANO DEI POSER.
A: La posa tragica peraltro. Io mi atteggio moribondo e poi muoio sul serio.
SL: In teoria anche Corazzini quando scriveva queste
lettere apocalittiche predicendo la sua morte agli amici, le scriveva ancor
prima di ammalarsi. C’è una citazione di Palazzeschi che ricorda questa
cosa dicendo: io non avevo mai creduto che lui fosse moribondo, perché c’era un
atteggiamento letterario di noi poeti che ci voleva tutti portati a fingerci
tisici e moribondi. Se avessi capito sul serio che lui stava davvero
morendo sarei andato a trovarlo. Cosa che, al contrario, fece Marino Moretti.
PIÙ CHE POSA ERA COME UNA PROFEZIA AUTOAVVERANTE…
SL: Un po’, anche, però comunque morire era una cosa diffusa a quei tempi, al
punto che quando siamo andati a vedere il colombario con la tomba di
Corazzini, lì dentro era pieno di altri ragazzi che sono morti negli stessi
anni e quindi sostanzialmente suoi coetanei. Saranno morti tutti di tisi o di
qualche altra malattia che girava all’epoca, tipo la difterite.
A: Oppure durante la Prima guerra mondiale: se ti salvavi dalla Prima guerra
mondiale, tornavi a casa e c’era la spagnola, se ti salvavi dalla spagnola,
c’erano vent’anni di fascismo. Magari eri pure ebreo e finiva malissimo, ma se
non eri ebreo andavi comunque a fare la Seconda guerra mondiale e così via…
SL: Noi abbiamo avuto l’AIDS e ora c’è il cancro che sta decimando la gran parte
delle persone. C’è un parallelismo.
IN EFFETTI POTREBBE APPUNTO ESSERE LA STESSA IDENTICA COSA DI OGGI. PER ESEMPIO
LA MUSICA POP ALLA TAYLOR SWIFT, ANCHE SE IN MANIERA SICURAMENTE MOLTO PIÙ
PLASTICOSA, È COME SE FACESSE UN OMOGENEIZZATO DI UN SENTIMENTO CHE PUÒ ESSERE
QUELLO DEI JOY DIVISION: C’È UNA SPECIE DI PRESA A MALE, LA PRESA A MALE DEL
GIOVANE, NO? È SEMPLICEMENTE COSÌ ANCHE L’ESTREMO ROMANTICISMO DELLA TRAP,
PERCHÉ SOTTO SOTTO SONO ANCHE ROMANTICI E NON SOLO NICHILISTI PERCHÉ COMUNQUE
ANCHE LÌ C’È UNA POSA. FANNO FINTA DI SCOPPIARE PERÒ IN REALTÀ SENTONO CHE LA
LORO FINE È VICINA: PER NON PARLARE DEI VARI SUICIDI CAUSATI DAL DARK WEB ECC.;
CIOÈ QUESTA COSA QUA È UN PO’ UN LEITMOTIV DELLA GIOVENTÙ.
SL: È una cosa dei giovani, i giovani si sentono sempre di morire: pure io a
venti anni, penso pure te e tutti quanti pensavamo sempre che non saremmo
arrivati ai trenta.
A: Ma perché voi siete degli anarchici nichilisti del cazzo! Io a vent’anni ero
uno spermatozoo lanciato verso il cosmo alla conquista dell’universo [ride].
SL: il problema è che le mie profezie si sono autoavverate sulla pelle di altri,
purtroppo: sì, ho visto morire loro e io invece sono ancora qua.
A PROPOSITO DI FUTURO, C’È POI LA QUESTIONE METAMORFICA DEI DISEGNI, MI SPIEGHI
UN PO’ QUESTA RESTITUZIONE DELLO SPAZIO/TEMPO?
A: Allora se vogliamo rimanere dentro il libro, rimaniamo al discorso del verso:
io ho notato questa cosa, che è molto divertente, della grande poesia ma anche
della grande musica. Se tu ascolti tante volte una canzone o leggi e ascolti la
tua voce tante volte leggendo una poesia, essa cambia. Vedi L’infinito di
Leopardi, no? Assume sempre forme diverse continuamente, per cui tutto questo
fiorire, rigenerarsi, trasformarsi mi sembrava perfetto per quel che ricordava
la poesia di Corazzini, che è sempre la ricerca di un’informità, di un non avere
forma, di essere sempre così misteriosa, così scivolante, così allusiva senza
però alludere mai a niente di concreto. Ad esempio l’ultima poesia di Corazzini,
La morte di Tantalo, meravigliosa: che cazzo vorrà dire? Io mi sto rompendo la
testa sul significato, ma Tantalo come cazzo fa a morire? Tantalo che è
condannato a vessazioni eterne? Io mi sono dato questa spiegazione nel senso
che Corazzini quando dice “io non sono un poeta perché per essere un poeta avrei
dovuto vivere altra vita”, dice “io sono un non vivo”. E un non vivo non può
manco morire, quindi è anche un non morto: ecco, questo non essere nulla da
essere tutto, per un disegno psichedelico, è proprio la morte sua.
SL: Questa poesia della morte di Tantalo, lui la scrive quando sta sul letto di
morte; precisamente ne scrisse due, una è rimasta frammentaria e l’altra, che è
questa, è stata completata. Quindi è stata praticamente scritta nella
consapevolezza di essere uno che sta morendo.
A: Ma è anche molto consolatoria. Io che non sono riuscito a vivere,
probabilmente non riuscirò neanche a morire. E questo male non è. E come vivrò,
anzi, come vivrò o come non morirò? Attraverso il verso.
ESATTO, QUELLO È L’UNICA COSA CHE IN QUALCHE MODO, RIMANE, SERVE. PERÒ, ECCO,
APPUNTO, SEMPRE PARLANDO DEI SUOI AMICI, IN EFFETTI POI C’È L’APPENDICE, CHE POI
IN REALTÀ NON È L’APPENDICE, FORSE È PIÙ CHE L’APPENDICE, È UN PO’ LA CHIUSURA
DI UN CERCHIO, UNA COSA CHE È MOLTO BELLA E CHE È LA PARTE CHE NARRA DI TUTTI
GLI AFFILIATI. TUTTO QUELLO CHE GLI SUCCEDE E GLI SUCCEDE DI TUTTO.
SL: Ti dicevo, se non fosse per il libro Si sbarca a New York di Fausto Maria
Martini, noi non avremmo avuto abbastanza materiale per compilare tutto il
“pistolone” che sta nel libro, perché è lui che racconta, però per metà del suo
libro racconta della loro esperienza ravvicinata, come se fossero i testimoni di
Pietro che hanno conosciuto Gesù Cristo: loro hanno conosciuto Corazzini. Poi a
un certo punto Corazzini muore e loro vanno in America a cercare fortuna, parlo
dei romani, insomma, di Fausto Maria Martini e degli altri due, Tarchiani e Gino
Calza-Bini; Tarchiani divenne proprio ambasciatore italiano in America, quindi
questa cosa cambiò la sua vita. Nel caso di Martini se ne tornò con le pive nel
sacco per poi finire a fronte durante la Grande guerra dove venne ferito così
gravemente per poi morire nel 1931. Però prima di morire scrisse questo libro di
memorie per quel che riusciva a ricostruire; lui aveva preso una bombarda in
testa quindi non è che riusciva a ricostruire le cose con estrema
precisione, però comunque racconta tutta questa storia di Corazzini e poi la
loro parabola della fuga a New York. Questo libro uscì per Mondadori nel 1930,
poi lui lo stesso anno, o un anno dopo, non mi ricordo, insomma comunque
morì. Però diciamo che dopo Corazzini, quello di Martini è l’unico altro nome
che viene citato qualche volta parlando di poesia, parlando di letteratura,
perché è l’unico altro che ebbe una carriera…
NOI INVECE ABBIAMO UNA STORIA PARTICOLARE PARLANDO DI DONATELLO, CHE È MOLTO
INTERESSANTE PERCHÉ È UNO DI QUELLI CHE SONO SPARITI E QUESTO FA PARTE ANCHE DI
QUEL PERIODO STORICO PATRIGNO…
SL: Completamente: se non fosse per Fausto Maria Martini, se non fosse per
questo libro di Filippo Donini, di Sergio Corazzini e qualche altro che lo
ricorda, noi non avremmo nessuna traccia di questo personaggio, che finì al
manicomio di Roma. Quindi io sono andato a cercarlo, siamo andati a guardare
fino all’archivio del Santa Maria della Pietà, perché c’è un’amica, Gianna, che
fa parte del giro dei punk di Roma, che ha lavorato un sacco di tempo a Santa
Maria della Pietà, quindi ho detto, fammi autorizzare dal direttore a scavare
nell’archivio. E loro mi hanno effettivamente autorizzato. Solo che l’archivio
cartaceo e l’archivio online che hanno, al quale puoi accedere con una password
o con un’altra cosa registrandoti, coincidono. Cioè quello che gli è rimasto è
quello che hanno digitalizzato e non ce n’è altra traccia. Ci si trovano storie
di persone disgraziate, sifilitiche, malate di mente, forse depresse
croniche, persone che oggi sarebbero, non dico curabili e guaribili, ma almeno
trattabili e non finirebbero rinchiuse in un manicomio. Ci sono le schede
complete con tutti i loro dati anagrafici e la storia della loro malattia e
dell’eventuale progressione. Non c’è niente che riguardi un certo Giuseppe
Zarlatti alias Donatello.
EH, PER DIRE, CHE PERÒ STA NEL LIBRO. VOI CITATE I SUOI VERSI, NO? QUELLI DI LE
VALCHIRIE.
SL: Sì, sì. Ma è brutta la poesia di Le Valchirie.
A: Sì, è brutta. Infatti lo rende magnifico anche per quello. Tim Burton
l’avrebbe amato moltissimo.
A QUESTO PUNTO, SECONDO VOI, LA SIMBIOSI TRA POESIA E FUMETTO OGGI, COME LA
VEDETE? LA VEDETE COME UNA COSA CHE PUÒ, IN QUALCHE MODO, COME DIRE,
TRASFORMARSI? VISTO CHE LA GRAPHIC NOVEL È GIÀ A VOLTE CONSIDERATA POETICA, VEDI
ALAN MOORE PER CITARE I GRANDI CLASSICI.
A: Guarda, io ho una teoria sulla poesia. Ed è per quello che sono stato
contento di aver fatto questo libro. Perché mi interessa molto vedere che il
fumetto e la poesia hanno tante cose in comune, piuttosto che la poesia e la
prosa, piuttosto che la poesia e il cinema. La poesia e il fumetto hanno
ambiguità. Il fumetto ce l’ha per sua natura, perché il disegno e le parole sono
già due cose, per cui ha una possibilità di ambiguità. Quando parlo di ambiguità
parlo di allusione e parlo anche di possibilità ulteriore, nel senso che quello
che ti dicono non è detto che sia quel che tu capisci e quel che sta ivi
veramente scritto. Ci sono delle possibilità. A me piace definirle proprio un
pescaggio abissale, sentimentale. Cioè, come le barche che hanno un loro
pescaggio, la poesia e il fumetto ce l’hanno proprio abissale, per il loro modo
di essere.
In ogni caso, a me piace sempre fare lo stesso esempio, L’infinito di Leopardi.
Ogni volta che tu Leopardi, leopardi in maniera diversa. Questa è la
possibilità, è l’ambiguità, è la ricchezza della poesia. Ma anche da un punto di
vista immaginifico. Pensa a Omero che ti racconta lo scudo di Achille, che ci
sta una cosa, in coppa c’è un’altra cosa, apri e ce n’è un’altra ancora. Se lo
fai in prosa, uccidi chiunque lo abbia letto. Invece ci sono generazioni di
generazioni di generazioni che lo ripetono a memoria, con gioia e
felicità. Anche questa cosa, la possibilità immaginifica della poesia,
l’ambiguità della poesia, sono due cose che il fumetto riesce ad applicare
meglio, secondo me, di qualsiasi altra disciplina narrativa, tecnica narrativa o
esercizio narrativo. Per cui, secondo me, la poesia da una parte, il fumetto
dall’altra, si incontrano molto bene e hanno possibilità maggiori rispetto ad
altre discipline narrative per il futuro, anche perché sono veloci. Nel senso
che per scrivere la poesia, che ti serve?
BEH, ALLA FINE NULLA.
A: Esatto, niente: ti serve te stesso e un minimo di profondità sentimentale. E
un po’ di relazione col mondo, poca, purché sia malata [ride]. Ti serve questo,
basta, non ti servono neanche la carta e la penna. Per il fumetto ti servono la
carta e la matita, finché basta, non ti serve neanche la connessione. Per cui
hanno questa rapidità di esecuzione nella relazione tra l’individuo, il
sentimento, l’emozione e la realtà, cose che altre tecniche narrative non hanno
assolutamente. A meno che non parli del fischio, la tecnica del fischio anche
potrebbe… Anche la musica può assomigliargli, perché è ambigua e ha possibilità
narrative.
ALLORA, A QUESTO PUNTO MI DEVI SPIEGARE IL RETRO COPERTINA, PROPRIO PER
CHIUDERE. E TUTTO IL FRONTE E RETRO, FORMAZIONE PER FORMAZIONE. SEMBRA SERGENT
PEPPER’S.
A: Io sto libro l’ho fatto soltanto per questa copertina, del resto non me ne
frega un cazzo [ride]; io volevo solo disegnare il mio Sergent Pepper’s. E ho
detto, Simo, dammi una scusa per fare questo.
VEDO NUTRITI PERSONAGGI… CI SONO SCRITTE…
A: I personaggi iniziano e finiscono con due carabinieri, che però è anche lo
stesso carabiniere, in questa sorta di arresto collettivo di tutti noi, almeno
io ancora ci spero.
FORSE SONO I CARABINIERI DI BENNATO IN I BUONI E I CATTIVI?
A: Sicuramente qualcosa di quel disco è rimasto in questo. Infatti qui pensavo
ai gendarmi di Pinocchio, quindi stiamo là. Ma in realtà a me quello che
interessa è proprio questo arresto generale, la speranza di rimanere sovversivi
sempre, perché è nel momento in cui il carabiniere passa e non ti guarda con
sospetto, che te devi preoccupare. Devi dire, cazzo, sono uno come te,
quindi, quando il carabiniere baffone ti dirà “Tu sei una merda, lo sai?”, eh,
certo, certo che lo so. E quindi questo arresto generale mi piaceva. Quindi
dentro questo arresto che ci mettiamo? Pinocchio è il primo, è ovvio, da una
parte, e ci abbiamo messo anche D’Annunzio dall’altra, però… Con D’Annunzio ci
abbiamo messo anche il dito nell’occhio di D’Annunzio. D’Annunzio non posso
proprio amarlo, è geneticamente lontano da me.
SL: D’Annunzio, l’ho detto, ha il merito proprio di aver sdoganato la voglia di
fare poesia. È sopravvalutato nel senso che lui si difendeva molto bene e quindi
le poesie che ha fatto sembravano chissà che, ma non erano magari niente di
che. Però l’idea che: “Vi va? possiamo farlo, capito?”. È come se gli avesse
dato il la.
A: Ma guarda, D’Annunzio possiamo sintetizzarlo così: Gabriele, sai suonare?
No. Sai giocare a pallone? No. Che cazzo ti faccio fare? Tiè, tiè, prendi sta
matita e scrivi qualcosa. Scrivi una cosa sulla pineta [ride].
AL CENTRO CI METTIAMO… CI METTIAMO IAN CURTIS.
A: Esatto. E poi ci metto Siouxie, infatti. Perché? Perché è il sentimento
crepuscolare più vicino a noi.
MA C’È PURE MARX QUA?
A: No. In realtà c’è Carducci. C’è Pascoli. Vedi? C’è Gaetano Bresci.
AH, È VERO. SÌ. E MARX NON L’HAI MESSO?
A: No, Marx secondo me è completamente assente dal patrimonio sentimentale di
Corazzini perché in realtà è molto individualista. Sarebbe interessante, nel
mentre, anche riuscire a partorire un fumetto su quella cultura
sentimentale, collettivista che questo Paese ha partorito in maniera
massiccia. Pensa a quel garofano meraviglioso di Gramsci. Certo. Andrò a fare un
fumetto su Gramsci. La cosa fica di utilizzare la poesia come elemento
narrativo dello stare al mondo è questo. Che si apre una porta, si apre una
finestrella, si apre una scatoletta, se ne apre un’altra, non porta magari a un
cazzo, ma poi invece vai da un’altra parte. Ecco, allora, perché non aprire
un’altra scatoletta?
CI STATE DANDO UNO SCOOP DI UN VOSTRO NUOVO FUMETTO A BREVE?
A: Penso di sì, perché come fa il mondo sennò a stare senza di noi? Poi a Simone
non gli va di fare un cazzo. Per cui basta che scrive ed è felice.
SL: A me piace molto farlo.
A: Però deve essere una cosa molto diversa da questa. Dobbiamo abbandonare la
poesia per andare a fare una cosa sugli X-Men [ride].
L'articolo Il pescaggio abissale della poesia proviene da Il Tascabile.
S crivo continuamente scrivo, scrivo sempre,
solo nella mia testa
Quando sono piena di formiche
talune lucenti altre opache
che mi percorrono in lungo e largo come
fossi un continente
e sono un cortile
mi escono dalle orecchie, dal naso
mi camminano negli occhi
allora io mi fermo e scrivo
Premute si riversano sui fogli
Mi disannèro.
(2019)
La soggettività ri-scritta “diventa paesaggio a sopportare la poesia in sé, /
senza scriverla”, scrive Antonella Antonia Paolini (finalista al premio
Pagliarani 2026), nel suo libro d’esordio Il macello moderno, per la collana “I
domani”, con la nota in quarta di copertina della poeta, scrittrice e
traduttrice Laura Pugno (Nino Aragno Editore, 2025, a cura di Andrea
Cortellessa, Maria Grazia Calandrone e Laura Pugno). Quel “disannèro”, una
licenza poetica della Paolini, è una invocazione alla “letteratura, che viene
espressa fuori di sé, disannerandosi, liberandosi infine sulla pagina
dell’ombroso veleno, anzi farmaco, che è l’inchiostro di una scrittura ancora
intimamente pensata come fisica, o tipografica, proprio perché risale alla più
segreta, proibita, disposizione dell’infanzia”, designa la Pugno nella sua nota.
Come stanze le parole si costruiscono in pareti di ferro, riflettevo l’altro
giorno, come per intingere sul cuore una nuova forza di attrazione, un tentativo
di sommare tutte le volte che il corpo mi abbia comunicato di fermarmi, per non
farmi male, ma nel farmi male mi sono fermata per forza a riposare. Penso non
sia l’unica persona ad aver provato questi allarmi “corporali”. La tensione che
vige in questi versi ruota intorno all’allarme, quel tipo di click interno, che
un po’ senti che non ha a che fare con la meccanicità delle azioni quotidiane,
quelle solite all’interno delle quali tutti ci riconosciamo e che per un motivo
o per un altro ci dimentichiamo di essere dentro quella catena meccanica
d’azione, e così continuiamo a fare le nostre cose, fino a quando non accade
qualcosa di esterno, una pallonata per esempio, e ci svegliamo per qualche
secondo, poi di nuovo torniamo nelle nostre azioni solite che tanto amiamo,
perché nelle abitudini ci si riconosce con gli altri.
> In questo viaggio dentro il lirismo di Paolini, ci si risveglia in una sorta
> di nuova concezione di realtà, in una mescolanza tra il fare reale accaduto e
> il presente che incessante scalfisce la realtà, in una riuscita ironia amara
> dell’esistere.
Durante quei secondi in cui ci siamo svegliati, ricordiamo di essere
qualcos’altro, che siamo fatti di carne e ossa e di dolore, e che quel dolore è
sempre presente, ma ci accorgiamo solo quando cadiamo o ci schiantiamo. Deve
avvenire uno “choc esteriore”, come racconta Georges Ivanovič Gurdjieff nel
libro Frammenti di un insegnamento sconosciuto (1949), dello scrittore russo
Pëtr Dem’janovič Uspenskij. Gurdjieff sosteneva che dentro di noi abbiamo due
piccoli accumulatori di energia a fianco di ogni centro, che si alimentano
dall’energia di un grande accumulatore, e ognuno di essi contiene la sostanza
particolare necessaria al lavoro di quel centro. Quando le energie si
esauriscono nei piccoli accumulatori, avviene lo “choc esteriore” che ci
costringe a fermarci per ricaricarci, ma non sarà che un breve riposo, che non
ti permetterà di riprenderti totalmente. Ecco, in quei secondi, causato dallo
“choc esteriore”, oltre al dolore, c’è il risveglio dal sonno meccanico, di
essere appunto una macchina con “lamiere non carne / Un velivolo / Una
quattroruote? / Faccio poco rumore / Come un proiettile eccomi / Mi arrivo al
cuore”.
In questo viaggio dentro il lirismo di Paolini, ci si risveglia in una sorta di
nuova concezione di realtà, in una mescolanza tra il fare reale accaduto ,“l’ho
pagato a caro prezzo ogni passo / ho pagato…” e il presente che incessante
scalfisce la realtà, “ e pago un prezzo alto / Alto / E sono come un uccello che
non ha compagni / [di volo su questo grattacielo / Non guardo né su né giù, /
Sento il vento della sera”, in una riuscita ironia amara dell’esistere: “ Vedo
le tue unghie e penso che il tuo smalto / Scolorirebbe, si decomporrebbe ed io /
vorrei tornare io in quei pezzettini? / No, questo io non lo vorrei”.
Si comunica con una razionalità surreale la storia di una Donna che nel vuoto
trova il centro. Nella cosmologia cinese il Centro è rappresentato dal numero
cinque – cifra della terra – diviene il terreno fertile nella poesia di Antonia,
pronto ad accogliere il germe di una nuova vita: “Prima di morire? / Quando? /
La poesia chiude i suoi occhi / poi li apre ancora / lo ascolta”. Come nota
Laura Pugno nella quarta di copertina “questa metamorfosi che tanto somiglia a
una morte diventa vera appartenenza, terra unica in cui riconoscersi, sola
origine”. Il Centro, che nel vuoto ruota e ci fa muovere, in una interazione
dinamica tra i cinque elementi / stagioni: il legno (primavera), il fuoco
(estate), la terra (centro – quinta stagione), il metallo (autunno) e l’acqua
(inverno), aziona le facoltà più nascoste, che sappiamo di possedere, ma la
contorsione che gli accumulatori di energia produce, ci fa perdere di vista
l’obiettivo e cadiamo. E nell’interazione tra gli elementi, la Donna-Bambina che
troviamo nei versi di Antonia, tenta di trovare altri centri per non cadere e
“cambia vento / morendo / ma non muore / a Pasqua vuole sempre risorgere / è
sempre stata una bambina – Cristo” per immergersi in viaggi nebulari “sul ponte,
nemmeno la vedo bene / è già lontana nella notte”.
> Come nota Laura Pugno nella quarta di copertina “questa metamorfosi che tanto
> somiglia a una morte diventa vera appartenenza, terra unica in cui
> riconoscersi, sola origine”.
A volte si evoca la “Poesia” come fosse una persona, e si presenta alla poeta
come interlocutrice del suo spazio privato, quello più intimo, il più fragile
sentire, altre volte, al plurale, si moltiplicano le “Poesie” e sono
“inghiottite per anni e anni / nella tasca della penna passano solo uccelli
metallici”.
Tutte le poesie non le ha scritte in vita
Ed io come lei
Mi vesto di bianco e mi spavento in giardino
Sentendomi un fantasma
Sentendosi un fantasma
Nel cuore della notte …
Antonia come lei, la Poesia, si spaventa da sola, ma rimane un mistero se
davvero la poesia è scritta o è letta dentro di sé. La poeta dice di scrivere
nella testa, quindi ci fa leggere a noi ciò che scrive nella sua mente, oppure
legge quello che deve scrivere, una volta scritto quel che dentro si cela, va a
finire negli occhi di chi legge. Ma chi legge, forse ha già scritto nella sua
testa già qualcos’altro. E in questo gioco di parole, tra chi legge cosa e chi
scrive perché, torno al concetto di allarme, di cui sopra ho detto, la tensione
delle lettere “premute” sul foglio come fossero piombo, traforano la carta, ma
prima di rotolare in questa azione così cruda, preparano l’occhio del lettore
allo “schianto” che avverrà da lì a poco. La pressione si sente anche nei casi
di una combinazione poetica più morbida. Dicevo, l’allarme, per come viene
trattato il presente, suggerisce uno stato di essere all’erta, unico stato
capace di prevedere la caduta o lo schianto, l’emergenza, quel click
preannunciatore che stai per perdere l’equilibrio:
Lo schianto
Avevo in mente degli alberi verdi, che scolorivano
l’aria di verde mentre pioveva alle sette di sera col
[sole]
pioveva sulle lamiere, era tutto verde
mi girava la testa, non sentivo che un fischio
mi dicevo: ho delle lenti verdi negli occhi
pensa tu
quando ci sono venute queste lenti nei miei occhi?
E invece era l’acqua ed era lo schianto
era il verde delle fronde
sparse per l’aria umida, trascolorata
verde
io non sentivo bene
c’era un’ombra verde
non sentivo ancora
tagliavano le lamiere
la gente piangeva
cadeva dai balconi
la fiamma ossidrica vicina allo sterzo
e alle mie calze
contenitori delle mie gambe insensibili
il verde continuava, colava nel cielo.
(2019)
Anche se accade che si perde l’equilibrio e ci si trova a baciare la terra, si
passa da una condizione a un’altra, si alza la testa, la spalla, e così via
tutto il resto del corpo, alla ricerca di un nuovo equilibrio, imparando così ad
attingere alle energie nel grande accumulatore, senza passare dai piccoli
accumulatori, portatori di forza fisica illusoria, che ci ingannano attraverso
gli “choc esteriori”, di avere la potenza necessaria per la ripartenza. Ecco, la
poesia di Paolini, mi ricorda che lo stato di allarme, è un segnale che codifica
una nuova consapevolezza del crollo fisico, rimandando allo stato di origine, il
poco prima del precipitare, appunto quei famosi secondi, così potenti,
considerando la loro velocità.
L'articolo Il macello moderno proviene da Il Tascabile.
“G randezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in
cui tratta gli animali”. Questo diceva Gandhi, ma è una lezione alla quale la
modernità dell’umano fa ancora orecchie da mercante. Se neanche tra loro gli
esseri umani riescono a evitare violenze e massacri, figuriamoci con gli
animali: in tempi odierni questi ultimi sono sempre più vulnerabili, sfruttati e
in costante pericolo di sparire dalla circolazione. Ci permettiamo a questo
proposito di aggiungere una postilla al detto di Ghandi: che la grandezza di una
nazione si può giudicare anche dal ruolo che ha la poesia nel sensibilizzare su
questi temi. Teodora Mastrototaro, poetessa (premio speciale della giuria a
Bologna in lettere con il suo scritto Legati i maiali del 2021), drammaturga e
attivista animalista, è per l’ appunto una di quelle poche personalità che si
prendono sulle spalle la responsabilità poetica di dare voce alle vittime di un
sacrificio gratuito in nome del dio “progresso”, che questo Paese non sembra
riconoscere a giudicare dal discorso legislativo (basti pensare alle leggi sulla
caccia, che non hanno nessuna cura delle specie protette) e dal punto di vista
empatico (si legge sempre di più di maltrattamenti aberranti su animali inermi),
e potremmo continuare per ore. Preferiamo però parlarne direttamente con
Teodora, facendo il punto della situazione attraverso l’analisi del suo nuovo
libro, Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) (2025), edito da Marco
Saya Edizioni.
TEODORA, LA PRIMA DOMANDA È MOLTO DIRETTA: TU FAI POESIA ANTISPECISTA. VUOI
SPIEGARLA A GRANDI LINEE PER I NON AVVEZZI AL TEMA?
Certamente. Per sintesi definisco la mia “un’arte antispecista”, che si declini
attraverso la poesia, monologhi o testi teatrali più ampi. Andando più nello
specifico, direi che io faccio poesia e arte di denuncia dello specismo, che è
un’ideologia oppressiva invisibile poiché normalizzata e naturalizzata. Molte
persone non sanno cosa sia lo specismo e non sanno di essere speciste, che non è
un insulto, ma soltanto il disvelamento del modo in cui ci relazioniamo agli
altri animali, negandogli soggettività e considerandoli solo in funzione dei
nostri interessi. Invece gli altri animali sono soggetti della loro stessa vita,
vale a dire che hanno coscienza, esperienza del mondo, lo interrogano, lo
attraversano, in quando individui pienamente senzienti e desideranti.
RACCONTACI DI COSA PARLA IL LIBRO LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA)
E SOPRATTUTTO A CHI È INDIRIZZATO.
Questo libro, come recita il sottotitolo, è un inventario della crudeltà sugli
animali, frutto di una ricerca ampia durata anni. Una ricerca che mi ha messo
emotivamente a dura prova perché mi sono imposta di ricordare fatti che sarebbe
stato meglio dimenticare e pratiche che non avrei mai voluto conoscere. Quando
si indaga nelle pratiche che coinvolgono gli animali e che chiamiamo “progresso”
è come spalancare un luogo buio e terrificante e bisogna entrarci, camminarci,
trovare il coraggio di capire cosa accade e spesso, troppo spesso, ci ritroviamo
a chiederci “perché?”. Un “perché” che racchiude tutte le domande sul male del
mondo, che non è un male metafisico, ma reale, che ci appartiene, che produciamo
noi. Mi viene in mente lo sguardo attonito del piccolo Useppe, il protagonista
del romanzo La storia di Elsa Morante, affetto da epilessia, che dopo l’ennesima
visita in ospedale, con la sua innocenza alza il viso verso la madre e le chiede
“A ma’, perché?”. La madre non sa rispondergli, ma capisce che è la stessa
domanda che si è posta anche lei incrociando per caso un treno che stava
deportando gli ebrei ai campi di concentramento.
ESISTONO DELLE RISPOSTE A QUESTO “PERCHÉ”?
Riguardo gli altri animali le risposte ci sono, e la fine di questa violenza
agita dipende anche da noi, almeno di quella legalizzata. Andando a ritroso nel
tempo e arrivando fino ai giorni nostri, ho messo insieme oltre un’ottantina di
fatti in cui individui di specie diverse sono stati vittime di crudeltà: episodi
protratti nel tempo in cui la morte, in alcuni casi, è arrivata,
paradossalmente, come una liberazione, o episodi brutali che hanno colto gli
animali nel pieno delle loro esistenze, spezzandole ferocemente. Ogni episodio è
composto da un trafiletto breve in prosa che lo descrive brevemente e poi da una
composizione in versi che ne rende possibili interpretazioni altre, facendone
esplodere il senso, talvolta tramite l’uso del sarcasmo, altre ancora obbligando
il lettore o soffermarsi con sguardo inedito.
IL TESTO HA UN OBIETTIVO BEN PRECISO, GIUSTO?
Si, è quello di sottrarre all’anonimato e alla dimenticanza questi individui che
sono stati vittime di crudeltà; che si tratti di violenza sistemica (e
sistematica), quindi legalizzata, o di violenza compiuta da singoli, a me
interessava porre al centro lo squilibrio di potere tra le persone umane e “le
piccole persone” (citando Anna Maria Ortese) che sono totalmente alla nostra
mercé e per cui solo una minoranza reclama giustizia. Ogni giorno vengono uccisi
miliardi di individui nell’invisibilità più totale, spesso dopo una vita di
continue sofferenze e noi di loro non sappiamo, non abbiamo saputo, non sapremo
mai nulla. Il singolo fatto che per qualche ragione esce dall’anonimato e
diviene fatto di cronaca si configura come atto paradossale, poiché è solo nella
morte che riusciamo a vederli per un attimo: stelle cadenti che hanno concluso
il loro ciclo vitale e che per pochi secondi, forse, illuminano la nostra
coscienza e ci mostrano chi siamo; ma anche l’opposto: chi possiamo rifiutare di
essere accogliendo il principio del rispetto delle altre specie.
LE MUCCHE SE NON LE MUNGI ESPLODONO (DI GIOIA) È UN LIBRO MOLTO DIFFICILE DA
LEGGERE, POICHÉ È DIFFICILE SOSTENERE LA BRUTALITÀ DEI FATTI CHE DIVENTANO
PAROLA E POESIA. I FATTI, COME GIÀ SOTTOLINEATO, SONO LA CRUDELTÀ GRATUITA SUGLI
ANIMALI, CHE IN UN CERTO SENSO TU RESTITUISCI AL LETTORE CHE SI TRASFORMA NELLA
VITTIMA ANIMALE NEL TESTO. PERCHÉ NOI SIAMO TUTTI ANIMALI, GIUSTO?
Noi siamo animali e dirò di più: non siamo animali speciali, ma in continuità
evolutiva con le altre specie. Il nostro DNA ha il 98% in comune con quello di
uno scimpanzé, il 90% con quello di un gatto, il 60% con quello di un moscerino.
Eppure tendiamo a prendere le distanze per quel minimo che ci differenzia
anziché avvicinarci al tanto ciò che ci accomuna. Il semiologo Dario Martinelli
definisce questo processo di allontanamento, rimozione e persino negazione della
nostra animalità con il termine “antropoteosi”, vale a dire la valorizzazione
delle nostre differenze e peculiarità, anche se minime, per autoproclamare la
nostra superiorità, che invece, in termini evoluzionistici, non ha proprio
senso, in quanto l’evoluzione non procede in linea retta e verticistica, ma
semmai è come un insieme in cui specie diverse si intrecciano dando vita a
speciazioni differenti. Noi siamo animali differenti dagli altri nella misura in
cui tutti lo sono, ma differenza non significa superiorità. Lo diventa nel
momento in cui usiamo le diversità come parametro assoluto per giudicare il
resto degli attributi che posseggono pure le altre specie; un meccanismo questo
che abbiamo già visto altre volte nella storia, ad esempio nei confronti delle
altre culture, di abitudini e costumi di etnie altre rispetto a quella bianca
occidentale, delle donne, ma anche dei bambini stessi, non considerati come
“piccole persone”, ma estensione degli adulti che li hanno messi al mondo; credo
che tutti conosciamo le teorie razziste e sessiste di Cesare Lombroso, per
citarne uno, in cui le diversità biologiche del cranio delle donne, ad esempio,
venivano usate per dimostrarne l’inferiorità; non ce ne accorgiamo, ma con gli
altri animali facciamo la stessa cosa. Detto questo, più che far immedesimare il
lettore nei vari individui ricordati nel libro, a me interessa che il lettore li
veda sotto una luce diversa; non più risorse alimentari, non più materia
organica da sfruttare, ma nella loro individualità e quindi unicità.
L’ERMETISMO PERÒ BILANCIA LA QUESTIONE ARRIVANDO AL PUNTO COME UNA PALLOTTOLA
NEL CRANIO: SI HA LA SENSAZIONE DI ESSERE GIUSTIZIATI IN MANIERA DOLCE. HO COLTO
OPPURE STO DICENDO UNA ERESIA? AVEVI PENSATO A QUESTO ASPETTO SUBLIMINALMENTE
“POP”?
In quanto versi di denuncia, non è assente l’elemento di “giustizia”, ma non per
“giustiziare”, bensì, appunto, per chiedere giustizia per queste vittime
altrimenti dimenticate e per porre la questione animale al centro di un
dibattito non più soltanto morale, ma pienamente politico. Se c’è un aspetto
“pop” è di contenuto, ossia nell’urgenza di attualizzare un discorso che per
troppo tempo è stato ridotto a sentimentalismo, restando sul piano della
sensibilità personale e di un vago amore per gli animali in quanto preferenza
soggettiva. Invece la portata della sofferenza animale è attorno a noi, ovunque
e in ogni momento poiché tutta la nostra cultura – intesa in senso
antropologico, come risultato di tutto ciò che la nostra specie produce, di
materiale, artistico, intellettuale, politico ecc. ‒ è stata costruita sul falso
binomio uomo-animale, autorizzando quindi qualsiasi uso delle altre specie,
senza porsi limiti di alcun tipo e, al contempo, gli animali, trasformati in
oggetti, prodotti, rimangono però referenti assenti sotto l’aspetto individuale.
Se penso alla Pop art, mi viene in mente il processo con cui Andy Warhol ha
elevato a oggetto artistico un prodotto di consumo banale e quotidiano e nel
farlo ne ha anche denunciato il consumismo fine a sé stesso che diviene modo di
vita, anche delle nostre stesse vite, emozioni, relazioni. La lattina di fagioli
o di pomodoro diventa paradigma esistenziale di un modo di vivere e trasforma un
elemento della natura in un processo industriale di cui perdiamo l’origine.
È IL SUCCO DEL CAPITALISMO, FONDAMENTALMENTE.
Mi colpì molto un’ articolo letto alcuni anni fa che parlava di come i bambini
non conoscessero gli animali che mangiano e se gli si chiede cos’è un pollo,
anziché raffigurarsi mentalmente l’animale pollo (peraltro frutto di una
selezione genetica, in natura non esiste la specie “pollo broiler”, che è quella
di consumo comune), ricorrono all’immagine del pollo confezionato nella
vaschetta di polistirolo, privo di piume, talvolta della testa e delle zampe,
cioè reso di fatto un prodotto industriale, come se non fosse mai esistito nel
mondo in quanto essere vivente e senziente, ma fosse uscito direttamente da una
fabbrica. E così per i fagioli in lattina, i pomodori, il tonno. Oggetti pop,
appunto, non elementi del mondo naturale a cui apparteniamo anche noi. Gli
animali vengono resi oggetti, acquisiscono lo status di risorse rinnovabili a
causa del nostro dominio e sfruttamento. Processo che richiede violenza
nell’atto stesso anche solo a livello progettuale. Ecco perché noi antispecisti
diciamo che tutti gli allevamenti sono violenti, e non solo quelli intensivi. La
violenza non è nel metodo, o nel numero di individui allevati, ma nell’idea
stessa di usare qualcuno. Quando facciamo la spesa al supermercato non ci
chiediamo la storia della fettina di carne nella vaschetta di polistirolo perché
l’individuo animale è un referente assente, cioè magari è nominato
sull’etichetta (fettina di vitello), ma quel vitello unico è fuori dalla nostra
immaginazione. Lo è ontologicamente, fuori dalla portata della nostra cognizione
e soprattutto coscienza. Quindi i miei versi fanno in un certo senso l’opposto,
cioè mirano a restituirgli l’integrità sottratta, rendono i loro corpi
nuovamente soggetti del discorso e non oggetti. E nemmeno oggetti d’arte, ma
solo soggetti, protagonisti. La mia è una voce narrante, poetica, che si pone
totalmente al servizio degli animali.
UN’ALTRA COSA FONDAMENTALE È L’IRONIA NERA, CHE È UN ALTRO ELEMENTO CHE PER
QUANTO DISTURBANTE, DERIDE E DEPOTENZIA I CARNEFICI FACENDO EMERGERE LA LORO
IDIOZIA SENZA APPELLO. NON PENSI CHE OGGI CI SIA POCO SPAZIO PER L’IRONIA, CHE
NON VIENE PIÙ CAPITA O ACCETTATA, E CHE FARNE USO SIA OLTREMODO CORAGGIOSO?
Più che ironia nera, come già detto, utilizzo il sarcasmo. Ossia cerco di
spostare la prospettiva affinché chi legge possa avere una visione diversa di un
fatto, individuando la responsabilità del gesto, ma certamente non faccio
sconti, non sono accondiscendente e non voglio essere indulgente o rassicurante.
Mostro quello che la società rimuove, sposta, anche semanticamente,
linguisticamente, o addirittura nega. Uso le parole come una clava per spaccare
il muro che copre, che nasconde, che protegge e che ci separa cognitivamente ed
empaticamente dagli altri animali. La cronaca racconta gli incidenti stradali in
cui sono coinvolti i TIR che trasportano gli animali al mattatoio o anche gli
incendi che spesso avvengono dentro gli allevamenti (a causa dell’eccessivo
calore e malfunzionamento delle ventole di aerazione, ma anche per altri motivi)
come dei fatti casuali, tragedie, disgrazie; ma non sono disgrazie dettate dal
fato, bensì il risultato delle nostre pratiche e azioni. Io richiamo le persone
a questa responsabilità.
TU PENSI CHE ALLA GENTE PIACCIA SENTIRSI COMPLICE DELLA VIOLENZA SUGLI ANIMALI?
No, perché ognuno di noi si riconosce in un preciso sistema di valori, dove,
immagino, soprusi e oppressioni non abbiano posto; ma parlare di quello che
accade agli animali invece ci chiama in causa, disturbando l’idea che abbiamo di
noi, perché tutti siamo o siamo stati complici del loro sfruttamento e violenza.
A questo punto la maggior parte si rifugia nella dissonanza cognitiva, ossia
nega o si racconta una storiella diversa, ad esempio che gli animali non si
rendano conto di ciò che gli accade, che non abbiano coscienza della loro
condizione, che la loro esperienza del mondo sia limitata e non complessa quanto
la nostra e che esista un modo “umano, gentile ed etico” per trasformarli in
prodotti. Meccanismi individuali supportati dalla propaganda della “carne
felice”.
C’È UN ASPETTO RELIGIOSO IN QUESTO LIBRO SECONDO ME, CHE OVVIAMENTE HA A CHE
VEDERE COL SACRIFICIO. QUELLO ANIMALE, A PRESCINDERE DALLA CRUDELTÀ DI FONDO,
UNA VOLTA ERA ALMENO UN DONO A DIO, IL QUALE ADDIRITTURA SACRIFICA SUO FIGLIO,
PER CUI C’ERA UNA COERENZA NELDISCORSO, UN CERTO TIPO DI “RISPETTO” PER LE
VITTIME. ORA INVECE QUESTI SACRIFICI SONO COMPLETAMENTE PRIVI DI SENSO E DI
CONTESTO, SONO FIGLI DEL PIENO – NEANCHE DELNULLA, CHE SPIRITUALMENTE HA UNA
MOTIVAZIONE ALTA ‒, SONO FIGLI DELL’ABBONDANZA, DEL CONSUMO, INSOMMA DI ASSENZA
DI UN QUALSIVOGLIA “MOTORE IMMOBILE”. SI PUÒ ANCORA FARE POESIA “SPIRITUALE” IN
UNO SCENARIO SIMILE?
Il sacrificio richiede un consenso del soggetto oppure il soggetto lo subisce
perché qualcun altro ha deciso per lui e magari lo ha convinto che fosse un
onore sacrificarsi, che ci fosse un fine (Gesù accetta il sacrificio perché si
affida al Padre e crede nella resurrezione, nel regno dei cieli, nella
redenzione dell’umanità, secondo i Vangeli), ma io citerei le parole di
Ceronetti, che aveva capito tutto, proprio sul concetto di sacrificio: “Dicono
di avere abolito i sacrifici animali! Soltanto il rito hanno abolito: li
sterminano ininterrottamente, illimitatamente, senza bisogno: il sacerdote si è
fatto industria”. Vale a dire che i sacrifici, anche allora, per quanto
ammantati di significati altri, erano comunque violenza, sopraffazione, cioè si
sceglieva di sacrificare qualcuno per fare gli interessi di altri, che sia il
popolo che chiede protezione a un Dio, o che sia per preservare i privilegi di
caste sociali elevate ai danni di quelle meno avvantaggiate. Non so quanto,
anche in riferimento ai sacrifici religiosi, si possa parlare di “rispetto”:
secondo me, oggi come allora, è un termine molto abusato poiché usato
indiscriminatamente anche per esprimere comportamenti del tutto contrari al suo
significato profondo, un po’ come oggi “etico”.
Rispettare qualcuno significa riconoscere innanzitutto il suo valore inerente,
significa rifiutarsi di ledere i suoi diritti, quindi non nuocergli, non
danneggiarlo, non calpestare i suoi interessi, tra cui, il precipuo, quello di
vivere. Sacrificare qualcuno a un ente divino significa riconoscere un principio
gerarchico nel creato che, onestamente, non solo oggi non ha più senso, ma che
io rifiuto fermamente. Quindi, quando uso il termine “sacrificio”, lo uso in
termini assolutamente sarcastici, ironici, a evidenziare la menzogna che la
gente si racconta ammantando la violenza di significati spirituali e nobili,
dandogli finalità e quindi senso. Ma la violenza non ha un senso ultimo, tanto
meno nobile, essa trova la sua ragione in sé stessa in quanto mero esercizio di
sopraffazione del più forte sul più debole. Può avere senso, semmai, come
reazione, come risposta per sopravvivere, ma non è questo il caso perché gli
animali non ci minacciano, non ci hanno mai minacciato, siamo noi che gli
abbiamo mosso guerra solo per interessi economici.
LE PAROLE DI QUESTO LIBRO HANNO UN SAPORE PITTORICO/MATERICO, IN UN CERTO SENSO
SEMBRA DI RICEVERE LE IMMAGINI DI HERMANN NITSCH: FRA TE E LUI È UN PO’ COME
PASOLINI CON CARAVAGGIO?
Direi che tra me e Hermann Nitsch, se relazione deve esserci, non può che essere
di contrasto. Ecco, il mio lavoro, la mia arte, è proprio l’opposto di quello
che fanno artisti come Nitsch, ma anche Damien Hirst: loro usano i corpi degli
animali per sublimarli a oggetti culturali densi di significati, mentre io
rifiuto e denuncio questo processo antropocentrico proprio per affermare
l’opposto. Gli altri animali sono individui con una loro storia, unica e
irripetibile, con una loro mente, dei loro desideri, aspirazioni, bisogni e
motivazioni. Non sono simboli o oggetti culturali da usare per i nostri discorsi
sull’arte, la natura, il senso della vita, la morte, su cui proiettare desideri
e aspirazioni o dolori dell’umano. Ogni individuo animale ha un proprio mondo
interiore ed elevarne il corpo materico, ormai distrutto (e magari ucciso
all’uopo) a simbolo di altro è proprio un’operazione che io non voglio fare e
che contesto. Di recente un’artista ha usato il corpo tassidermizzato di un
gatto per esporlo in un museo e lo ha posto su una macchina fotocopiatrice così
che ognuno dei visitatori potesse portarsi via la propria fotocopia. Ecco, a
prescindere dalle letture che si possono dare a questa installazione, per me è
un grande “NO”. Quel gatto era un individuo, aveva una sua storia in relazione
con il mondo.
Pasolini e Caravaggio portano nell’arte la gente del popolo, le persone umili,
che fino a quel momento, nei rispettivi campi, erano state trascurate o comunque
mai rappresentate in quanto soggetti al centro di una narrazione. Caravaggio
eleva gli umili e al tempo stesso li dipinge nella loro corporeità reale, pieni
di lividi, di sofferenza, che è la sofferenza dell’essere corpi mortali,
destinati a perire. Io metto al centro dei miei versi i corpi degli altri
animali, talvolta descrivendoli anche negli aspetti più triviali, fisici (in
Legati i maiali, pubblicato sempre da Marco Saya, li rappresento dando precise
indicazioni sensoriali, il fetore degli escrementi in cui sono immersi, le carni
dei maiali vivi congelate durante il trasporto che restano attaccate alle pareti
dei TIR, le mammelle delle mucche putride di pus e così via). A ricordare che
siamo tutti corpi, nient’altro che corpi che vogliono vivere e fuggire il
dolore. Ed è questa consapevolezza basilare che dovrebbe accomunarci agli altri
animali, che ci rende diversi eppure uguali nel dolore, nella sofferenza.
QUINDI I TUOI VERSI METTONO I CORPI AL CENTRO?
Sì, ma non per farne materia organica su cui proiettare significati altri, ma
per sottrarli all’indefinitezza, all’indistinto, all’insieme multiforme e vago
in cui li rinchiudiamo già solo nel nome animali (usando quindi un termine a
racchiuderli tutti), quando sono milioni di specie, miliardi di individui,
ognuno diverso perché ognuno ha la sua storia e un mondo interiore diverso da
quello degli altri. Nei miei versi racconto un pezzetto della loro storia,
l’ultimo pezzetto, quello che, per quanto tragico e orrendo, ci è dato
conoscere. Racconto la loro morte, mostro i loro corpi nell’ultimo atto, negli
spasmi finali, ma almeno sappiamo che c’è stato molto di più, anche perché,
banalmente, non si può morire senza vivere, cioè, muore chi vive e gli animali,
innanzitutto, esistono e vivono. Non nella mente dell’artista, ma nella realtà.
I miei versi in questo libro sono di memoria, per ricordarli, non per
proiettarci le mie elucubrazioni intellettuali. Una balena che viene arpionata e
uccisa non è simbolo della lotta dell’uomo contro la natura (senza nulla
togliere al capolavoro di Melville, ma erano altri tempi), bensì è un essere
compiuto, un individuo, una creatura (in senso laico) che vuole vivere.
A PROPOSITO DI ARTE, IL LIBRO È IMPREZIOSITO DALLE ILLUSTRAZIONI DI ALESSANDRA
ANTONINI, CHE RENDONO IL TUO LIBRO UN PO’ COME UN LIBRO DI FIABE. ED È UN
CONTRASTO INTERESSANTE VISTO IL CONTENUTO: È LO SGUARDO DELL’INNOCENZA ANIMALE
CHE SI CONFRONTA COL BARATRO MALIZIOSO DELL’ESSERE UMANO?
Alessandra Antonini, che ringrazio ancora, è una ritrattista meravigliosa perché
coglie proprio il carattere, in senso ampio, del singolo individuo; gli animali
che disegna non sono un archetipo, non sono un codice grafico in cui tutti
riconosciamo, ad esempio, l’individuo appartenente alla specie cinghiale,
elefante, o gatto, ma sono proprio “quel cinghiale lì”, “quell’elefante lì”,
“quel gatto lì”; dietro c’è un grande studio e osservazione (almeno per quel che
ci è dato conoscere dalla cronaca) dei singoli animali che vengono commemorati.
Il suo tratto è nervoso, a scatti, quasi espressionista, proprio a cogliere
l’individuo nella sua espressività vitale o vitalità espressiva, che si esprime.
Di nuovo: non sono oggetti statici, ma soggetti che vivevano e che la brutalità
umana ha spezzato, ucciso.
QUANTO C’È DI ARTAUDIANO NELLA TUA SCRITTURA? PER LUI GLI ANIMALI ERANO ESSERI
CON CUI L’UOMO DOVEVA ASSOLUTAMENTE CONFRONTARSI, LA BESTIALITÀ UN MODO PER
RAGGIUNGERE L’ILLUMINAZIONE. LA PENSI ANCHE TU COSÌ?
C’è intanto nel termine bestialità un significato di degradazione rispetto
all’umano. Artaud riconosce e mette in discussione questo, ma il suo intento
rimane ancora, a mio avviso, antropocentrico, cioè ad Artaud interessa ancora
una volta l’umano. Non è una critica, ma solo un dato di fatto. Io non scrivo di
bestie per capire meglio noi stessi, o meglio, non solo, ma per capire meglio le
bestie stesse e dargli dignità. Gli animali non esistono per noi, ma
indipendentemente da noi.
QUALI SONO LE TUE POETESSE DI RIFERIMENTO? C’È QUALCUNO IN PARTICOLARE CHE TI HA
ISPIRATA PER SCRIVERE IL LIBRO?
Credo che un’artista prenda ispirazione da tutto quel che legge, ma soprattutto
da tutto quello che vive e io non faccio eccezioni. Certamente c’è “qualcuno”
che mi ha ispirata a scrivere il libro: l’elefantessa Mali, Caracas il gatto
randagio legato ai binari, l’orsa Daniza, l’orso M49, i macachi torturati nel
laboratorio di Parma, il gatto Green, il gorilla Riù, la lista è infinita,
considerando poi tutti i senza nome negli allevamenti. Le mucche se non le mungi
esplodono (di gioia) è un testo che nasce nella mia mente molto tempo fa, almeno
a livello subliminale. Negli anni ho provato dolore e struggimento per tutti gli
individui la cui morte è divenuta fatto di cronaca e ovviamente per tutti quelli
che a milioni vengono fatti nascere per diventare prodotti, accessori (individui
che non ho mai visto, identificati da una targhetta sull’orecchio o da un
tatuaggio sulla pelle, ma che so aver vissuto e sofferto). Mi sono poi resa
conto che anche nel nostro ambiente, quello dell’attivismo, si tende a
dimenticare e semplicemente perché le morti violente e le ingiustizie che si
susseguono una dietro l’altra non ci consentono di fermarci più di tanto a
piangere un singolo individuo e a volte diventa anche necessità psicologica
“dimenticare”, per non impazzire di dolore. Quindi io ho voluto invece
ricordare, riaprire la ferita, sì, anche di noi attivisti. Perché quegli animali
lo meritano. Meritano tutto quello che non siamo riusciti a dargli.
IL TUO LIBRO ESCE PER MARCO SAYA EDIZIONI, CHE È PROBABILMENTE UN CASO:
NONOSTANTE SIA UNA PICCOLA CASA EDITRICE RIESCE A TENERE TESTA AL MAINSTREAM.
PENSI CHE IL SUO SIA UN ESEMPIO CHE POSSA PORTARE A UN’ESPLOSIONE DI UN CERTO
TIPO DI POESIA “ALTRA” ANCHE IN ZONE NORMALMENTE BLINDATE, SOPRATTUTTO
COMMERCIALMENTE? È VERO CHE SI STA CONSOLIDANDO UNA “NUOVA ONDA POETICA” IN
ITALIA?
Marco Saya è una piccola casa editrice, sì, ma concentrandosi prevalentemente
sulla poesia, ha saputo ritagliarsi un suo spazio nel panorama editoriale
italiano; soprattutto pubblicando opere di qualità, di livello alto, in cui lo
studio e la cura del verso sono evidenti. La poesia è un genere particolare
perché credo che tutti, sin da bambini, la acquisiamo come postura, cioè un
certo modo di guardare al mondo e dentro noi stessi, ma poi la differenza tra la
postura e lo scrivere veramente poesia, la fa lo studio, il lavoro, l’impegno,
la cura; non basta avere uno sguardo poetico, bisogna saper tradurre quello
sguardo in versi, con una loro metrica e autosufficienza narrativa. Ecco, Marco
Saya questa differenza la conosce bene e quindi ciò che premia la sua casa
editrice è proprio la selezione. Ovviamente, anche con la nascita del premio
Strega Poesia, la poesia è diventata di nuovo un genere appetibile. Ma ecco,
bisogna sempre guardare alla qualità, più che al numero. Non basta tornare a
pubblicare molta poesia, bisogna che sia in grado di imprimere il proprio segno
nella società attuale.
RISPETTO ALLE PRECEDENTI PROVE COSA SENTI SIA CAMBIATO NELLA TUA SCRITTURA? DOVE
TI STA PORTANDO?
Penso che ogni opera abbia una sua forma che meglio esprime il contenuto; in
questo senso la mia poesia cambia e cambierà di volta in volta perché ogni
evento, fatto, sentimento, riflessione, esperienza, emozione che racconto si fa
strada tra le varie possibilità e trova una sua forma.
DA ATTIVISTA: COME VEDI LA SENSIBILIZZAZIONE SUI TEMI ANIMALISTI OGGI?
Penso che siamo ancora fermi a un approccio morale e a forme di attivismo
obsolete, quando invece la questione esige che diventi politica e che si
configuri come forma di lotta contro un’ingiustizia; certamente il fatto che
siamo noi animali umani a chiedere diritti per le altre specie è un fatto unico
nella Storia, ma credo che se vogliamo avere successo dobbiamo necessariamente
guardare ai movimenti di lotta in generale e trovare alleanze comuni. Parlare di
alimentazione vegetale o protezionismo non basta perché il punto non è cosa
mangiamo noi, ma CHI mangiamo e CHI vogliamo liberare dallo sterminio
sistematico. Gli altri animali devono essere posti al centro del discorso in
quanto soggetti oppressi. Credo poi che sia necessario un approccio
multiculturale, cioè che spetti ai professionisti di ogni settore dare il loro
contributo, nelle scuole, nelle università, in medicina, nella scienza. Io, in
quanto artista, sto cercando di portare gli animali nel nostro ambiente.
SU CHE PROGETTI STAI LAVORANDO? COSA C’È NEL FUTURO DI TEODORA?
Quest’anno ho avuto un lutto importante, ho perso Bernie, il mio compagno di
vita canino. Quando ho annunciato la sua morte sui social ho ricevuto tantissima
vicinanza, non solo affettiva, ma anche di testimonianza, cioè molte persone,
amici e conoscenti, mi hanno parlato dei loro lutti, del loro dolore; ho deciso
così di scrivere dei versi per ognuno di loro, sempre accompagnati dai disegni
di Alessandra Antonini. Un libro in memoria di Bernie, ma non solo, in memoria
di tutti coloro che sono stati amati. Ovviamente questo è un libro di segno
opposto a Le mucche se non le mungi esplodono (di gioia) perché qui la morte non
spezza esistenze che mai hanno avuto possibilità di esprimersi, bensì esistenze
riconosciute, rispettate, che sono state piene di amore. La morte è sempre uno
strappo, un nonsense, è difficile trovargli significato e poi c’è il dolore
dell’assenza, ma ricordare, l’esercizio della memoria, è un filo che ci tiene
ancora legati a queste creature, che ci consente quindi di andare avanti,
elaborare, mai dimenticare, ma trasformare in amore, empatia, sempre. Infatti,
tra la vita e la morte c’è lo spazio dell’amore e la mia poesia, i miei versi
dedicati a questi animali rendono questo spazio ancora più concreto, reale, un
promemoria che si può aprire, sfogliare, in cui il lutto trova modo di essere
accolto e compreso. Infatti, al dolore per la perdita di un animale amato spesso
si accompagna l’incomprensione della società, il mancato riconoscimento sociale
del lutto, che invece è uguale a quello che segue la perdita di una persona
umana. Non è un lutto “minore”, ma anzi, poiché ogni relazione è unica e
peculiare, è un lutto ben definito. Il ricavato di questo libricino sarà
devoluto al Rifugio Speranza, canile di Francavilla Fontana.
Poi uscirà anche Il piano finale che tratta dell’ennesima aberrazione per il
profitto che la nostra specie è stata capace di congegnare, vale a dire un
grattacielo di ventisei piani di maiali, ovverosia la costruzione di un
mega-allevamento verticale (per risparmio di suolo, ma non di violenza) in Cina.
Il testo sarà bilingue, italiano e inglese, tradotto da Helen Moor, scrittrice e
poetessa scozzese che fa parte del movimento Ecopoesia. Questa volta sarà
impreziosito dalle tavole della pittrice e scultrice Franca Finocchiaro, mia
madre. Le poesie sono ventisei, quanti sono i piani di questa struttura
mastodontica, più una di apertura e una in chiusura. Annuncio anche Lune
spezzate, opera dedicata agli orsi cosiddetti della luna per via di una macchia
sul petto a forma di mezzaluna, vittime di un’industria terrificante che ha
luogo in Oriente, quella per l’estrazione della bile. Gli orsi trascorrono tutta
la loro vita imprigionati in gabbie minuscole dove a malapena riescono a fare
qualche movimento minimo con un ago conficcato nella cistifellea per estrarne la
bile, che si crede avere proprietà benefiche (trattasi ovviamente di una
credenza popolare, ma se anche fosse vero, sarebbe comunque un trattamento
orrorifico ai danni di questi animali). L’opera si configura come monologo a più
voci e i disegni sono dell’artista Valeria D’Addabbo.
ULTIMA DOMANDA: SE TU POTESSI ESSERE UN “ANIMALE” CHI VORRESTI ESSERE?
Io sono già animale, femmina adulta appartenente alla specie Homo Sapiens;
vorrei solo esserne più fiera, ecco. Come ho detto all’inizio, i miei versi
svelano l’orrore che siamo capaci di compiere e quindi rivelano chi siamo; ma
anche, soprattutto, chi potremmo essere rifiutando dominio e sopraffazione sulle
altre creature; gli animali migliori che potremmo diventare, parte di un tutto,
e non al vertice di una piramide di devastazione e morte.
L'articolo Poesia animale proviene da Il Tascabile.
M i sono sempre immaginata Emily Dickinson di spalle. Una donna senza volto con
la schiena curva su plichi di scritti, la grafia nervosa, gli occhi stanchi
dalle letture voraci. Oppure distesa sul letto, senza forze e con le braccia
penzoloni. La porta chiusa con un enorme chiave in ferro battuto. Isolata, sola,
possibilmente triste. Leggendo l’ultimo saggio di Sara De Simone, Una tranquilla
vita da vulcano: una storia di Emily Dickinson (2025), mi sono resa conto che
probabilmente non sono l’unica a immaginarla così, ma che è ora di rileggere le
sue poesie con occhi più attenti. Tornare ai testi, dice sempre De Simone.
Il saggio è pubblicato da Solferino per Genealogie, collana nata in
collaborazione con il Festival di scrittrici InQuiete. Il progetto si fonda
sulla necessità di restituire alle scrittrici del passato una complessità che il
canone ha spesso semplificato o completamente escluso. Raccontare daccapo,
disegnare i volti mancanti (le copertine non a caso sono sempre ritratti), farle
alzare dalle scrivanie e dai letti (luoghi importantissimi, ma non gli unici
abitati dalle scrittrici) e farle muovere nel mondo.
> L’operazione di De Simone va in due direzioni: raccontare i primi anni di vita
> della scrittrice (il suo rapporto con il mondo fuori dalla porta) e riscrivere
> il concetto di isolamento di cui tanto abbiamo sentito parlare.
De Simone, già abilissima nel raccontare l’amicizia e lo scambio intellettuale
tra Katherine Mansfield e Virginia Woolf (Nessuna come lei, 2023), torna a fare
un esercizio di archeologia dei testi e ci porta ad Amherst, in Massachusetts,
nella prima metà dell’Ottocento. C’è una bambina che diventerà una ragazza dai
capelli “arditi come il riccio della castagna” a cui piace leggere, cogliere
fiori e raccoglierli in piccoli erbari. Il ritratto tratteggiato dall’autrice è
vitale, curioso, fatto di tanti spostamenti, trentasei anni di vita in cui
Dickinson ha viaggiato e intrecciato relazioni prima della blasonata reclusione.
Anni luminosi in cui ha coltivato amicizie, fatto lunghe passeggiate con il cane
Carlo, vinto il secondo posto per la miglior pagnotta del paese, praticato
l’intellettuale e vissuto un’esperienza simile a quella che avrebbe fatto
Virginia Woolf nel circolo Bloomsbury. Improvvisamente Emily Dickinson non è più
curva sulla scrivania (che esiste ed è fatta in legno di ciliegio), ma le sue
gambe prendono forma, camminano, creano coreografie nello spazio.
L’operazione di De Simone va in due direzioni: raccontare i primi anni di vita
della scrittrice (il suo rapporto con il mondo fuori dalla porta) e riscrivere
il concetto di isolamento di cui tanto abbiamo sentito parlare. “Non conosciamo,
e probabilmente non conosceremo mai, tutte le ragioni del ritiro di Emily
Dickinson. Quello che sappiamo, e che è importante ricordare, è che non si
trattò di un ritiro dalla vita, contro la vita. Ma in ascolto della vita. Di una
solitudine ricca, fertile, in aperto dialogo con il mondo e le sue creature”.
Dickinson continuerà a leggere i quotidiani, a scrivere poesie e lettere, a
cucinare dolci. La sua stanza è il luogo necessario per praticare la libertà,
per dedicarsi totalmente alle sue poesie, è una scelta, “la difesa di uno spazio
di autonomia, la protezione della stanza della scrittura”.
> Dickinson è come la sua poesia, è qui e altrove, in grado di unire il basso e
> l’alto, la morte e la vita, quello che c’è dentro e quello che c’è fuori la
> porta. E il saggio riesce a tenere insieme tutto.
Dickinson è come la sua poesia, è qui e altrove, in grado di unire il basso e
l’alto, la morte e la vita, quello che c’è dentro e quello che c’è fuori la
porta. E il saggio, seguendo pedissequamente la biografia dell’autrice, citando
moltissimi testi e arricchendosi di un sostanzioso apparato bibliografico,
riesce a tenere insieme tutto. Ricorda la bambina che s’inzuppa di fango per
cogliere fiori scarlatti, l’adolescente insofferente che alle pulizie di casa
preferisce “la peste, più classica e meno mortale”, e la donna che vive con
passione travolgente le sue relazioni. Ricama un paio di giarrettiere e le invia
alla sua amica Kate, scrivendo:
> Quando Katie cammina, questo semplice paio il fianco cinge,
> Quando agile corre, insieme a lei corrono per la via,
> Se Katie s’inginocchi, quelle mani amorose ancora serrano le sue ginocchia pie
> ‒
> Oh! Katie! Alla Fortuna puoi sorridere, se due ti avvincono così!
E pensare che nella prima edizione del 1890 Dickinson veniva definita nella
prefazione dal letterato Thomas Wentworth Higginson come “una donna reclusa […]
invisibile al mondo come vivesse in un convento” e si prodigò persino per
eliminare tutte le dediche alla sua amata Susan perché “i maligni potrebbero
leggervi dentro più di quanto quella vergine reclusa si sia mai sognata di
mettervi”. Allora qui è utilissimo il movimento critico che fa De Simone,
tornare ai testi, sempre.
> Notti selvagge – Notti selvagge!
> Se fossi accanto a te
> Notti selvagge sarebbero
> La nostra estasi!
> Futili – i venti –
> Per un cuore in porto –
> Via la Bussola –
> Via la Mappa!
> Vogare nell’Eden –
> Ah, il mare!
> Potessi soltanto ormeggiare –Stanotte –
> In Te!
Questa poesia si intitola Wild Nights e viene cancellata dalla prima edizione.
La stessa edizione in cui tutti i versi vengono normalizzati: la punteggiatura
addomesticata, le poesie ordinate per grandi temi (Amore, Dio, Natura), aggiunti
titoli (a volte didascalici). La costruzione è pronta: una poeta vergine,
reclusa, decorosa, quasi una santa. Il volto si sbiadisce sempre più, la chiave
della porta viene buttata via.
Il saggio, invece, ci restituisce l’ingresso per quella stanza, ci delinea il
volto della poeta. E nella storia di Emily Dickinson centrale è il rapporto con
la già citata Susan. L’amatissima Susan Gilbert, la prima compagna di avventure
e di esercizi immaginifici per costruire mondi in cui la poesia è materica,
perché se Dickinson è un vulcano, le sue parole sono la lava dormiente che
aspetta di esplodere. Un legame che trattiene amore, amicizia, scambio
intellettuale e artistico. Un dialogo instancabile che è durato per più di
trent’anni, che è fondativo, che nutre i versi della poeta. Sue è la sua prima
lettrice, la destinataria della sua prima poesia e di quasi trecento
componimenti. La loro è un’alleanza che le eleva: “Susie, io e te siamo gli
unici poeti ‒ mentre tutti gli altri sono prosa” scriverà Dickinson. È a lei che
sempre Emily scriverà: “cara Sue, con l’eccezione di Shakespeare mi hai
insegnato più cose tu di ogni altro essere vivente”. Susie è sì, lettrice
attenta, ma è anche editor.
> Nella storia di Emily Dickinson centrale è il rapporto con l’amatissima Susan
> Gilbert, la prima compagna di avventure e di esercizi immaginifici: la loro è
> un’alleanza che le eleva: “Susie, io e te siamo gli unici poeti ‒ mentre tutti
> gli altri sono prosa”.
E De Simone è particolarmente attenta ai carteggi intellettuali tra scrittrici,
sottolineando quanto lo scambio con le altre è fondamentale (Dickinson corregge,
scrive, rimanda a Susan), uno sguardo attento e critico che difficilmente si
trova nel mondo esterno, maschile e dominante. Soprattutto per la sorprendente
modernità dei versi di Dickinson: l’uso spasmodico di trattini, il quotidiano
che fa capolino nell’infinito, scriveva De Simone in un pezzo uscito nel 2020:
“Ancora in una lettera all’amica Elizabeth Holland, nel 1878, scriveva: ‘Dicono
che Dio sia in ogni luogo, eppure pensiamo sempre a Lui come a una specie di
eremita’. Verrebbe da rigirare la frase: pensiamo sempre ad Emily Dickinson come
a una specie di eremita, eppure lei è in ogni luogo.”
De Simone ha la capacità di tornare sui testi con uno sguardo puro, come se li
leggesse sempre per la prima volta. È in grado di coglierne le linee d’ombra e
si sa muovere su questo margine. E proprio l’ancoraggio ai testi (i tantissimi
carteggi, le poesie spesso tradotte da De Simone stessa) è uno dei pregi più
grandi di questo saggio. Non c’è l’inserimento di una voce all’interno di una
storia editoriale, ma c’è una volontà precisa di eludere il mito e far emergere
la voce originale di Dickinson. E ci riesce. Ci porta così vicini alla poeta da
farcela sentire compagna, amica, confidente. La sua poesia diventa concreta.
> E proprio l’ancoraggio ai testi è uno dei pregi più grandi di questo saggio.
> Non c’è l’inserimento di una voce all’interno di una storia editoriale, ma c’è
> una volontà precisa di eludere il mito e far emergere la voce originale di
> Dickinson.
Nella parte finale del saggio c’è un bellissimo capitolo intitolato “Zia Emily”,
nel quale racconta il rapporto con i suoi nipoti Ned, Marty e Gib. Sono gli
unici che, nel periodo della reclusione, possono varcare la soglia della sua
stanza, origliare le conversazioni degli altri adulti, mangiare dolcetti
cucinati da lei, praticare insieme la fantasia. Dickinson crea un gioco tutto
per loro: prima si mette in cucina a sfornare qualche prelibatezza, poi lascia
un bigliettino all’interno del cesto pieno di dolcetti e infine lo fa
trasportare dall’altra parte del giardino, dove vivono i suoi nipoti e loro
madre Susan. Questa è l’immagine che vorrei mi tornasse alla mente tutte le
volte che in futuro leggerò Emily Dickinson.
Il testo si chiude con un capitolo intitolato “Il mito” in cui si ribadisce la
volontà non tanto di una contronarrazione, che sarebbe quasi un termine
riduttivo, ma di una visione di “sbieco”. Scriveva Dickinson: “Di’ tutta la
verità / ma dilla sbieca” e aggiunge De Simone: “per “sbieca” non s’intenda
ambigua, equivoca, parziale: no, la verità va detta “tutta”, ma per traverso,
inclinata, passando per quelle linee diagonali che sempre uniscono l’alto e il
basso, la felicità e il dolore, la vita e la morte”. Ed è ciò che riesce a fare
questo saggio, a unire i puntini (come fosse un gioco), e ricordare chi è stata
Emily Dickinson. Una poeta, un’amante, una sorella, una zia, un corpo curioso e
desiderante, misterioso e tangibile:
> in fondo, quale immagine, chiarisce e mantiene il mistero di Emily Dickinson
> più di quella di un uccello che canta, non visto, nei boschi? Il suo canto è
> inevitabile, ci raggiunge, ci riguarda da vicino, eppure la sua origine rimane
> segreta. Sicura presenza che non vediamo, ma ci attraversa. Come la poesia.
> Come la vita. Raccontabile e irraccontabile. Perché, che cosa si può
> aggiungere al canto di un uccello? Forse solo l’impressione verde di un ramo,
> il lampo di una piuma che ci pare di aver visto nel fitto del fogliame. Era
> lì? Era vera? Mentre il canto continua.
L'articolo Sotto il vulcano proviene da Il Tascabile.
T ra il 1966 e il 1967 lo scrittore palestinese Mourid Al-Barghouti si
trasferisce in Egitto per completare il suo percorso universitario. Gli mancano
pochi esami e, a Ramallah, la madre lo aspetta, impaziente di vedere finalmente
l’unico dei suoi figli laurearsi. Nelle prime pagine del suo testo più celebre,
Ho visto Ramallah (2003), emerge da subito un’immagine familiare: quella delle
pareti di casa, dove – a università terminata – si appende il diploma in bella
mostra. Ma nel giugno 1967 ha inizio una nuova guerra, passata poi alla storia
nel mondo arabo come Naksa, ovvero ‘ricaduta’. Israele occupa anche i territori
della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, aggravando la crisi dei rifugiati
iniziata con la Nakba del 1948: centinaia di migliaia di palestinesi sono
nuovamente sfollati.
> Mi consegnarono il diploma in Lingua e Letteratura inglese, ma non avevo più
> una parete a cui appenderlo. La città era caduta e non avrei mai potuto
> tornarvi.
Ho visto Ramallah è la storia del ritorno, dopo trent’anni, dell’ormai adulto
Al-Barghouti nella sua città natale. Un ritorno segnato dalla sofferenza di chi
ha vissuto la ghurba, l’esilio.
Una volta che l’hai provata, ne resti segnato per sempre. La ghurba “è come
un’asma”, come una malattia di cui si inizia a soffrire e dalla quale non si può
guarire. Introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la vita di una
casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché un dovere di
memoria da custodire.
Elisabetta Bartuli in The Passenger. Palestina (2023), sottolinea come,
“nonostante le enormi diversità nelle condizioni di vita, di contesto
amministrativo ed economico di cui raccontano” i romanzi degli scrittori
palestinesi presentino caratteristiche comuni che li rendono “un unicum compatto
e coeso all’interno della letteratura araba”. Ecco: la casa, come luogo
simbolico di identità e appartenenza, è precisamente uno dei topoi che danno
coerenza a questo unicum; un motivo ricorrente che la letteratura palestinese ha
contribuito, insieme ad altri, a consolidare, e attraverso cui si esprimono
significati che arrivano fino a questi giorni.
> La ghurba, l’esilio, introduce nell’esistenza una dimensione tragica, priva la
> vita di una casa cui tornare, ne fa un ricordo doloroso e inesorabile, nonché
> un dovere di memoria da custodire.
Nel tema della diaspora, la casa diventa simbolo di quell’intimità familiare –
fatta di oggetti, gesti quotidiani, odori – che l’occupazione e la guerra hanno
interrotto in modo fulmineo e traumatico. Con fatica si riesce a immaginare una
simile condizione: da un momento all’altro, senza preavviso, abbandonare la
propria casa senza potervi più fare ritorno.
> Umm ‘Issa nei suoi ultimi giorni di vita non parlava che di un’unica cosa: il
> tegame di zucchine. Aveva dovuto abbandonare casa sua, nel quartiere Qatamùn a
> Gerusalemme, senza avere il tempo di spegnere il fuoco sotto il tegame di
> zucchine.
Elias Khoury, recentemente scomparso, è stato uno scrittore e intellettuale
libanese tra i più autorevoli del mondo arabo. Il suo romanzo, La porta del sole
(2004), è stato definito un’epopea del popolo palestinese. Intorno alla vicenda
principale e ai suoi protagonisti si affollano numerose voci e storie. E in
molti di questi racconti – anche nei più brevi, affidati a personaggi secondari
– si rincorrono immagini di case abbandonate in tutta fretta.
> Sono andato nella casa […]. Era deserta. Sono entrato. Delle coperte per
> terra, dei sacchi di plastica, delle pentole e odore di cibo ammuffito. Come
> se avessero sgomberato in fretta e furia, senza tempo sufficiente per
> organizzare il viaggio. […] Sono entrato e mi sono reso conto che stavo
> piangendo. Ero nel mezzo del nulla, in mezzo alle lacrime. E ho capito che era
> perduta.
Nella letteratura palestinese delle origini, il topos della casa è centrale nel
raccontare il trauma dell’esilio e della perdita inflitti dalla Nakba. In questa
fase, è spesso ancora il fulcro di una nostalgia nella quale struggersi. Della
propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne ricopriva
le pareti. E alla casa si desidera soltanto fare ritorno. Anche se ne fosse
rimasta solo una pietra.
> Della propria casa, si ha nostalgia di tutto. Perfino “della muffa” che ne
> ricopriva le pareti. La casa non è un’idea astratta. Non è una metafora, è
> questo luogo fatto di cose concrete che si sono perdute.
Ghassan Kanafani è stato tra i maggiori esponenti della narrativa della
resistenza, assassinato nel 1972 a Beirut da un’autobomba del Mossad. Nel suo
Ritorno a Haifa (2001), Said e Safiyya sono una coppia palestinese che, dopo
vent’anni di esilio forzato, torna a Haifa: la città da cui erano stati cacciati
e nella quale avevano dovuto abbandonare il figlio neonato, Khaldun. Quando
tornano, scoprono che il figlio è stato adottato da un’ebrea sopravvissuta
all’Olocausto, che ora vive nella casa che un tempo era loro. Il figlio, che ora
si chiama Dov, milita nell’esercito israeliano, e rifiuta ogni legame con i suoi
genitori naturali.
Poco prima che il racconto sveli questa sua sconvolgente verità, è descritto il
momento in cui Said e Safiyya salgono le scale della loro vecchia casa. Said non
vuole dare alla moglie, e neppure a sé stesso, “la possibilità di osservare
quelle piccole cose che – lo sapeva – lo avrebbero commosso: il campanello, il
pomello di ottone alla porta, gli scarabocchi di matita sul muro, il contatore
dell’elettricità, il quarto scalino rotto nel mezzo…”.
La casa non è un simbolo, non è un’idea astratta. Non è una metafora, è questo
luogo fatto di cose concrete che si sono perdute. Entrando, Said riesce ancora a
vedere in casa sua “molte cose che un tempo gli erano state familiari e che
anche quel giorno continuava a considerare tali: cose intime, private”, che mai
avrebbe pensato che qualcuno potesse toccare o guardare: una fotografia di
Gerusalemme, un piccolo tappeto di Damasco. Said ritrova “le sue cose” ma,
guardandole, le vede mutate. Come se a osservarle fossero due paia di occhi
diversi: quelli del passato e quelli di un presente che non gli appartiene più.
Lo stesso accade, in La porta del sole, a Umm Hasan.
> Umm Hasan, come tutti coloro che sono tornati a vedere le loro case, diceva:
> “Ogni cosa era al suo posto, ogni cosa era rimasta com’era. Persino la brocca
> di terracotta.”
> — La brocca.
> — L’ho trovata qui. Non la uso. La prenda, se la vuole.
> — No, grazie.
Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei
significati.
Da simbolo di perdita e sradicamento – da cui deriva anche il più famoso simbolo
delle chiavi lasciate sulla porta – la casa diventa un topos per esplorare la
realtà dell’occupazione e della guerra e, da qui, la condizione di estraneità e
d’incertezza esistenziale, la frammentazione identitaria, a cui il popolo
palestinese è stato condannato. Lì, proprio nel perimetro della casa, dove si
tocca “l’essenza più profonda della vita” (Nour Abuzaid), qualcun altro si è
insediato con la forza.
> Il passaggio dalla casa abitata alla casa occupata segna una svolta anche nei
> significati. Lì, proprio nel perimetro della casa, qualcun altro si è
> insediato con la forza.
È Israele che “con la scusa del cielo, ha occupato la terra”. Il contatore
dell’elettricità è al solito posto, la brocca e il tappeto di Damasco anche.
Eppure, non si riesce a riconoscerli. Come accade quando, a forza di guardare
troppo a lungo una cosa, o di ripetere insistentemente una parola, se ne perde
l’essenza: il suono si svuota, l’immagine si spegne.
Ora anche chi riesce a tornare a casa si sente fuori posto. Un estraneo.
In La porta del sole c’è un passaggio importante in cui Nahila, rimasta a vivere
nel suo villaggio diventato territorio israeliano, si oppone con forza al marito
Yunis, che invece è un combattente della resistenza e vive in clandestinità
dentro le grotte. Alla retorica del sacrificio e del martirio, alle storie di
eroismo, che trasfigurano la sofferenza vissuta in mito, Nahila rivendica le
vere storie. Quelle che raccontano che le persone sono divenute estranee persino
a sé stesse. E che, pur non impugnando le armi, si fanno portavoce di una
resistenza più silenziosa e quotidiana.
> Tu non sai niente. Secondo te la vita sono queste distanze che attraversi per
> arrivare qui col tuo odore di foresta. […] Che storie sono queste dell’odore
> di lupo, del profumo del timo selvatico, dell’olivo romano? Sai chi siamo?
La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di
occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il
rimanere diventa una forma di esilio. Uscire di casa non è un gesto neutro, ma
può diventare una scommessa sul ritorno e un desiderio di tornare “per intero”,
senza scontare la dispersione dell’identità, la frammentazione del sé che
l’occupazione impone ogni giorno.
> La vita di coloro che sono rimasti a vivere nella propria casa, in regime di
> occupazione, è costantemente segnata da un senso di precarietà. Anche il
> rimanere diventa una forma di esilio.
Lo scrive con spietata chiarezza Maya Al-Hayat, poetessa palestinese nata a
Beirut e cresciuta a Gerusalemme Est, oggi tra le voci più incisive della
letteratura contemporanea, capace di raccontare con feroce semplicità l’intimità
stravolta del vivere sotto l’occupazione.
> Ogni volta che esco di casa
> è un suicidio
> e ogni ritorno, un tentativo fallito. […]
> Voglio tornare a casa intera.
Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte ultimo
dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di stoffa
esposta al vento. Scrive Yousef Elquedra, in una poesia dedicata agli
accampamenti della zona umanitaria di al-Mawasi:
> La tenda è un corpo fragile […]
> La tenda non è una casa
> è una promessa di attesa
> e ogni impeto di vento
> ti ricorda che sei di passaggio
> su una terra che non porta il tuo nome.
Anche la tenda, come la casa, è esposta poi al rischio dell’esproprio. “Ci
rendete stranieri nella nostra terra” si sente dire nel documentario No Other
Land (2024) di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor e Hamdan Ballal. Anche se
“la distanza tra due case è a una fila di alberi”, ci si sente trattati come
estranei e persino la lingua madre, che è “tutto ciò che resta a colui che è
privato della sua patria” (Friedrich Hölderlin), punto massimo di contatto con
le proprie radici e “casa” simbolica` alla quale tornare quando il resto è
perduto, è costantemente posta sotto assedio.
> Lasciatemi parlare la mia lingua Araba
> prima che occupino anche quella.
> Lasciatemi parlare la mia madrelingua
> prima che colonizzino anche la sua memoria.
Così la poetessa e attivista Rafeef Ziadah, nota per la sua poesia performativa,
in cui parole e musica si fondono in un atto di resistenza per denunciare
l’oppressione e l’oblio.
> Mia madre è nata sotto un albero di ulivo
> su una terra che dicono non essere più mia.
L’ulivo: più di ogni altra, la pianta della Palestina. Cresce nei giardini delle
case, le famiglie ne tramandano la cura da generazioni. Le olive si offrivano in
dono; con l’olio, le nonne bagnavano il pane per sfamare i nipoti. E con lo
stesso olio – fonte di ogni cura – si curavano le malattie.
> Noi viviamo di olio. Siamo il popolo dell’olio. Loro invece tagliano gli olivi
> e piantano palme. Hanno sradicato gli olivi. Non so perché odiano gli olivi e
> piantano le palme.
> (La Porta del Sole).
Gli olivi si scorgono anche sullo sfondo di un celebre video, diventato virale,
in cui la giornalista e attivista Muna Al-Kurd, ferma con i piedi nei confini
del suo giardino, grida contro un colono israeliano: “Stai rubando la mia casa.”
E il colono risponde freddamente: “Perché mi urli contro? Se non lo faccio io,
lo farà qualcun altro”. Qualcuno potrebbe obiettare: è la guerra. Ma questa è
una guerra che mira a cancellare le tracce, a riscrivere la geografia della
memoria, e che non si accontenta di distruggere, ma vuole sradicare. Estirpare
con la forza cieca di una ruspa. La stessa che ancora campeggia, inquietante,
come immagine-simbolo sulla locandina di No Other Land.
> Talvolta non resta nemmeno una casa a cui tornare. Solo tende: orizzonte
> ultimo dell’esilio, dove l’idea stessa di abitare si riduce a un’ombra di
> stoffa esposta al vento.
Nel tentativo di spezzare l’intreccio tra le persone e i luoghi, tra la lingua e
le radici, si inserisce anche il grottesco video generato dall’intelligenza
artificiale e diffuso da Trump, dove Gaza è ridotta a un resort. Un luogo
artificiale su un lungomare costellato di palme. Palme al posto degli olivi. Ma
gli alberi, in Palestina, non sono solo alberi. Sono “costole d’infanzia”, come
scrive Mahmoud Darwish. E la rimozione dell’olivo non è solo distruzione
agricola: è simbolo di perdita radicale. È la cancellazione della storia, della
terra e soprattutto dei diritti che vi erano radicati. In La porta del sole
Yunis attraversa l’oliveto di Tarshìha e si rende conto che il “suo” olivo
romano, testimone di ogni momento importante della sua vita e di quella dei suoi
avi, non c’è più. Con l’albero antichissimo, cade anche la memoria viva della
terra.
> Yunis indossò il lutto per l’albero.
Un sentimento di disorientamento, impotenza politica e frustrazione emerge
quando si cerca di comprendere la realtà che stiamo vivendo. La maggior parte di
noi non sa cosa possa significare “mettersi la guerra in bocca come fosse una
gomma da masticare” quando sei poco più che un ragazzo. Questa distanza non si
risolve informandosi o nel tentativo di partecipare al dibattito pubblico.
Specialmente di fronte alla questione palestinese, la distanza tra ciò che si
legge e ciò che realmente si riesce a comprendere sembra incolmabile. Per questo
motivo, la letteratura diventa una risorsa, una “porta del sole” verso la
complessità del mondo. Un modo per affinare empatia e consapevolezza, per
esplorare ciò che travalica il nostro vissuto personale.
La letteratura restituisce profondità a ciò che il discorso mediatico tende a
semplificare e uniformare. Scrive Mourid Al-Barghouti che “a forza di sentire
certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, si finisce per pensare ai
Territori Occupati “come a un luogo immaginario alla fine del mondo”. E ci si
convince che non esista nessun modo per raggiungerlo. Al-Barghouti rivendica con
forza la necessità di non ridurre la Palestina a una pura astrazione. Ci ricorda
come i palestinesi siano prima di tutto degli individui. L’occupazione ha creato
“intere generazioni che non hanno un luogo in cui ricordare suoni e profumi”,
generazioni “che non hanno mai coltivato, né costruito, né commesso neppure il
più piccolo errore umano nella propria terra”, e ha trasformato la patria in un
simbolo inchiodato al passato. Ma la patria non è un arancio, non è un ulivo. La
patria è fatta di persone.
> “A forza di sentire certe espressioni, sui giornali e sulle riviste”, alla
> fine si finisce per pensare ai Territori Occupati “come a un luogo immaginario
> alla fine del mondo”. E ci si convince che non esista nessun modo per
> raggiungerlo.
Un popolo, scrive ancora Al-Barghouti, cui sono stati tolti diritti e futuro, e
a cui è stata “bloccata l’evoluzione delle società e delle vite”, impedendo lo
sviluppo. La Palestina non è (o non è solo) “la questione inserita nei programmi
dei partiti politici, non è un argomento di discussione”. Non è “la catenina che
adorna il collo delle donne in esilio”. Non è “la prima pagina di apertura di un
giornale”. Non è l’anguria esposta a una manifestazione. È invece un luogo
“concreto come uno scorpione”, che ha “i suoi colori, una temperatura, e arbusti
che crescono spontanei”. E gli insediamenti non sono costruzioni “fatte da
bambini con i Lego”. Sono invece la diaspora palestinese.
In La porta del sole c’è un passo in cui si dice che gli scrittori e gli
intellettuali non combattono, ma piuttosto “osservano la morte, scrivono, e
credono di morire”. È vero, la guerra ci passa accanto e noi, forse, ci
“aggrappiamo a una poesia”. Pure, questa rimane ancora una forma importante per
la verifica delle nostre qualità umane. Una risposta che possiamo darci alla
domanda “Se questo è un uomo”.
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