L ’Italia è il Paese più vecchio d’Europa e uno dei più vecchi al mondo. Al 1°
gennaio 2026, secondo i dati ISTAT, più di un quarto della popolazione ha
superato i 65 anni; se l’aspettativa di vita continua a crescere, gli anni
vissuti in buona salute aumentano più lentamente, e con essi si estendono le
condizioni di fragilità e dipendenza che accompagnano l’età avanzata: gli
anziani non autosufficienti sono oggi più di quattro milioni. Eppure la
questione della cura occupa una posizione marginale tanto nel dibattito pubblico
quanto nell’agenda politica, raramente affrontata come una delle sfide
strutturali poste dalla longevità contemporanea.
A farsi carico degli anziani sono soprattutto le famiglie. I servizi pubblici
intercettano soltanto una parte dei bisogni, concentrandosi prevalentemente
sulle situazioni di maggiore gravità, mentre l’indennità di accompagnamento,
principale misura economica a sostegno della non autosufficienza, supera di poco
i 500 euro mensili, una cifra largamente insufficiente a coprire il costo
dell’assistenza necessaria. Il resto continua a gravare, nella maggior parte dei
casi, su chi vive nella stessa casa.
In Curare stanca. Il riconoscimento del caregiving in Italia (2026),
l’antropologo e ricercatore Francesco Diodati porta al centro le esperienze di
chi assiste un familiare anziano, insieme ai luoghi in cui la malattia viene
affrontata, discussa e condivisa. Il volume nasce da una ricerca etnografica
condotta tra il 2018 e il 2021 nella provincia di Bologna. Diodati ha
frequentato per quattro anni un Caffè Alzheimer, un gruppo di auto-mutuo aiuto
rivolto ai figli adulti di genitori non autosufficienti e un corso di formazione
per assistenti familiari. Da questa presenza continuativa sono nate 55
interviste a caregiver, assistenti familiari, psicologi e facilitatori.
> In Italia gli anziani non autosufficienti sono oggi più di quattro milioni.
> Eppure la questione della cura occupa una posizione marginale tanto nel
> dibattito pubblico quanto nell’agenda politica.
La scelta del campo non è casuale: la ricerca si svolge in Emilia-Romagna, prima
regione italiana ad aver riconosciuto per legge, nel 2014, la figura del
caregiver familiare, in anticipo su un dibattito nazionale che, a distanza di
oltre un decennio, non ha ancora prodotto una legge quadro capace di definirne
diritti e tutele. In Italia i caregiver familiari ‒ che svolgono questa attività
a titolo gratuito ‒ sono quasi otto milioni di persone, di cui il 57% sono donne
e quasi la metà dedica all’assistenza più di venti ore alla settimana,
l’equivalente di un impiego part-time che si somma spesso al lavoro retribuito e
incide sul reddito, sul riposo e sulla possibilità di mantenere un’occupazione.
In un contesto che continua a interrogarsi su cosa significhi essere caregiver e
su quali forme di riconoscimento debbano accompagnare questo ruolo, Diodati
restituisce quindi voce e concretezza a chi sostiene quotidianamente il lavoro
della cura.
Ma nell’immaginario comune, e spesso anche nel discorso politico, occuparsi di
un genitore o di un coniuge non autosufficiente resta qualcosa che si fa per
amore, un’estensione naturale dell’affetto più che un lavoro. Diodati smonta
questa sovrapposizione mostrando come la scelta di accudire derivi spesso da
costrizioni economiche e trasformi la parentela in una strategia di
sopravvivenza.
> Tommaso: “In effetti è ciò che ho fatto: mi sono offerto gratuitamente di
> prendermi cura dei miei genitori. È chiaro che, se facciamo i conti in tasca,
> è stato anche un obbligo economico: se in due portavano a casa circa 1350 euro
> al mese di pensione e avrei dovuto prendere due badanti giorno e notte ‒
> perché una non ti basta, se hanno bisogno giorno e notte ‒ è chiaro che non
> era solo un’offerta volontaria”.
Le interviste raccolte da Diodati testimoniano una realtà in cui comunicare con
una persona che perde progressivamente il linguaggio, interpretarne i bisogni,
gestire terapie, visite, spostamenti e cambiamenti del comportamento richiede
strumenti che nessuno possiede in partenza, e che si costruiscono nel tempo,
spesso per tentativi ed errori, nel confronto con altri caregiver e con il
supporto dei professionisti.
> Prendersi cura di un genitore significa anche occupare una posizione
> relazionale nuova, difficile da abitare: il rapporto tra padri, madri e figli
> si ridefinisce attorno a bisogni e responsabilità che nessuno aveva immaginato
> di assumere.
È quello che succede, ogni settimana, al Caffè Alzheimer San Biagio di
Casalecchio di Reno, dove persone con demenza e familiari si incontrano con una
psicologa che modera gli incontri perché diventino uno spazio in cui le
difficoltà possono essere messe in comune senza vergogna. Se nelle conversazioni
la persona con demenza viene frequentemente descritta attraverso ciò che perde ‒
memoria, autonomia, capacità di esprimersi ‒ la psicologa invita il gruppo a
soffermarsi sulla soggettività, che continua a persistere oltre la malattia:
> Spesso ci chiediamo quanto la persona ammalata sia consapevole della malattia.
> Sono molto presenti a sé stessi e consapevoli della difficoltà anche se non lo
> sanno dire perché il linguaggio si impoverisce. È vero, come dite sempre, che
> la coscienza dipende dalla malattia, ma la malattia non mi toglierà mai la
> capacità di sentire come mi sento. […] Non smettono di essere persone con
> desideri, bisogni, voglia di uscire!
Molte delle storie raccolte da Diodati hanno per protagoniste donne che si
trovano, da un giorno all’altro, a prendere decisioni che cambiano la vita di un
genitore e a ridefinire, insieme a quella, anche la propria. Prendersi cura di
un genitore significa anche occupare una posizione relazionale nuova, difficile
da abitare: il rapporto tra padri, madri e figli si ridefinisce attorno a
bisogni e responsabilità che nessuno aveva immaginato di assumere, e che possono
capovolgere gerarchie consolidate, trasformando il figlio nel controllore del
genitore:
> Liliana: “Nella mia famiglia io sono la figlia maggiore, quella con il
> carattere forte. Io ho avuto sempre una relazione alla pari con mia madre, ma
> ora mi vede come il suo controllore, la figlia cattiva che punta il dito. Da
> un lato penso che lei abbia la demenza e sono superiore, ma dopo realizzo che
> non posso più parlare con questa persona, per cui che tipo di relazione posso
> costruire con lei? […] Sento di non ricevere molta comprensione da mia madre.
> Non si tratta di ricevere un ringraziamento da parte sua, ciò che mi tormenta
> davvero è che lei non riesca a capire il perché di certe decisioni”.
Accanto ai caregiver familiari, il libro segue le assistenti familiari, per lo
più donne straniere approdate al lavoro di cura attraverso percorsi spesso
informali e che, nei casi più favorevoli, riescono ad accedere a occasioni di
formazione e di regolarizzazione lavorativa. Molte vivono per anni nella stessa
casa delle persone di cui si occupano, all’interno di rapporti in cui la
prossimità fisica ed emotiva convive con una persistente vulnerabilità
contrattuale. A questa condizione si accompagna una duplice richiesta: da un
lato, le famiglie si aspettano una partecipazione affettiva che riproduca
l’intimità e la dedizione tradizionalmente associate ai legami di sangue;
dall’altro, i percorsi di formazione promuovono forme di distanziamento
professionale come strategia di tutela dal burn-out e dal logoramento emotivo.
Alina, ucraina, arrivata in Italia vent’anni fa, aveva già lavorato in nero come
addetta alle pulizie e come badante convivente prima di ottenere, attraverso uno
di questi percorsi, un contratto regolare necessario per il rinnovo del permesso
di soggiorno, un passaggio che non cancella, ma riduce soltanto in parte, una
condizione di ricattabilità di cui Alina stessa è consapevole: “noi abbiamo più
diritti e sappiamo più quello che è bisogno ma comunque c’è sempre che noi siamo
zitti perché abbiamo paura di perdere il lavoro”.
Le storie di Alina, Liliana e Tommaso mostrano come il lavoro di cura, sia esso
retribuito o informale, esponga frequentemente chi lo svolge a forme di
vulnerabilità e dipendenza che restano in larga parte invisibili. Per le donne,
che restano la maggioranza dei caregiver familiari, questo si traduce in
carriere interrotte, pensioni più basse, anni sottratti a sé stesse. Per le
lavoratrici straniere, nella dipendenza da un datore di lavoro che è insieme
l’unico accesso a un reddito e l’unico requisito per restare nel Paese. Le une e
le altre si trovano, da prospettive diverse, a sostenere un sistema che, nei
fatti, riconosce loro molto meno di quanto chieda.
> Le storie raccolte da Diodati mostrano come il lavoro di cura, sia esso
> retribuito o informale, esponga frequentemente chi lo svolge a forme di
> vulnerabilità e dipendenza che restano in larga parte invisibili.
La distanza tra il peso effettivo della cura e il suo riconoscimento trova eco
anche nel modo in cui il racconto del caregiving viene rappresentato nello
spazio pubblico. Le immagini più diffuse tendono infatti a oscillare tra l’epica
dei buoni sentimenti, fondata sull’abnegazione e sulla dedizione incondizionata
– si pensi al brano presentato da Simone Cristicchi al Festival di Sanremo 2025,
in cui l’accudimento assume i tratti di un gesto d’amore capace di assorbire
totalmente la fatica della cura – e la cronaca nera, che intercetta il tema
quasi esclusivamente attraverso gli omicidi-suicidi commessi da coppie o figli
logorati dall’isolamento.
Rimane in ombra la quotidianità concreta dell’assistenza, insieme alle
competenze mediche, psicologiche, relazionali ed emotive che richiede.
Scompaiono anche il tempo sottratto al lavoro retribuito e al riposo, i costi
economici, la frammentazione dei servizi e la mancanza di sostegni adeguati. Il
caregiving viene così raccontato come eccezione morale o come emergenza, mentre
resta fuori campo il sistema ordinario che lo rende possibile e che continua ad
affidare alle famiglie responsabilità decisive.
Nell’ultimo capitolo, la storia di Giovanni sposta la questione sul confine tra
legame familiare e lavoro retribuito. Dopo il fallimento dell’azienda in cui
lavorava, si iscrive a un corso per assistenti familiari analogo a quello
seguito da Alina. È disoccupato e da tempo si occupa della madre:
> Ho una madre che ha 93 anni, le voglio molto bene anche se ha un carattere
> particolare. Come la maggior parte degli anziani avrebbe difficoltà ad
> accettare una persona sconosciuta. Ero senza far nulla, non avevo mutui da
> pagare perché la casa me l’ha lasciata mia madre e lei aveva già raggiunto una
> certa età. […] Ho pensato che potessi fare quel corso e un giorno
> eventualmente sarei stato messo in regola da mia madre, visto che me l’aveva
> proposto più di una volta dato che non avrebbe avuto difficoltà a pagarmi.
Curare stanca sottrae il caregiving alla sfera dell’intimità domestica per
mostrarne la natura profondamente sociale e politica. Attraverso le esperienze
dirette, Diodati ricostruisce il funzionamento di una componente essenziale del
sistema di assistenza italiano, sostenuta in larga parte da lavoro gratuito o
scarsamente tutelato. Il libro rende visibile il costo di questa dipendenza,
distribuito in modo diseguale per genere, reddito e cittadinanza, ed evidenzia
come la tenuta del sistema continui a poggiare sulla disponibilità di chi,
all’interno delle famiglie, colma quotidianamente ciò che le istituzioni non
riescono a garantire.
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