P roponiamo i primi capitoli dalla monografia dedicata a Michele Mari,
pubblicata da Cadmo nel lontano 2011: al netto di alcuni anacronismi presenti
nel testo e delle opere licenziate dallo scrittore nel frattempo, l’analisi che
segue ‒ ci sembra ‒ continua a offrire chiavi di lettura utili a orientarsi
nella sua poetica, che si è mantenuta orgogliosamente coerente da allora.
Carlo Mazza Galanti
[…] a noi serissimi chiusi, noi fierissimi soli, salvatici antichi diversi…
Rondini sul filo
Premessa
Come tutti gli scrittori ostinatamente e risolutamente idiosincratici, Michele
Mari è anche uno scrittore di rare ma potenti epifanie. A chi sia già iniziato
allo stesso culto, a chi già abbia sentore del suo mondo, del suo ordine mentale
e del suo universo emotivo, le immagini, i valori, le risorse poetiche dello
scrittore milanese si manifestano d’un colpo. Torbidi o luminosi, gaudenti o
dolorosi, i connotati della sua scrittura si riconoscono subito, al primo libro,
alla prima pagina, come un volto oscuramente noto: una densa aria di famiglia
percorre e salda fra di loro le sue pagine e le pagine al lettore suo
“semblable”. L’affermazione stentorea, ripetuta e appassionata della sua
idiosincratica visione del mondo e della letteratura si eleva sulle fondamenta
di un altrettanto stentoreo ma più segreto rifiuto. Da questo rifiuto, da questa
solida opposizione, deriva il carattere aristocratico forse, sicuramente
inattuale, dei suoi libri. Il negativo alimenta il positivo, l’esclusione nutre
l’amore, lo sradicamento circonda un’isola gelosamente protetta di appartenenza.
La scrittura di Mari, la sua intelaiatura filosofica, politica ed etica è
interamente costruita intorno ad una simile scena dialettica, la quale è anche,
soprattutto, una scena storica. Presente e passato si fronteggiano ad ogni
occasione, percorrendo internamente la lunga parabola che dalla biografia
personale conduce alla Storia. Lo stile, l’immaginario ed i temi più
significativi della narrativa di Mari attingono al pozzo fondo e buio
dell’anacronismo: “Ho sempre sostenuto ‒ ha dichiarato ‒ che ci sono momenti in
cui per essere all’avanguardia bisogna essere di retroguardia […]. Tra la lingua
dei morti e quella degli sms o degli sceneggiati televisivi scelgo la lingua dei
morti” (Gazzetta del Sud, 8/8/2008). La pulsione letteraria diventa allora, più
genericamente e nella sua essenzialità, una pulsione retrospettiva: l’antichità,
il collezionismo, l’infanzia, le rovine, la decadenza, l’obsolescenza, la
putrefazione, il rimosso, il residuale, il bestiale.
> Presente e passato si fronteggiano ad ogni occasione. Lo stile, l’immaginario
> ed i temi più significativi della narrativa di Mari attingono al pozzo fondo e
> buio dell’anacronismo.
Dai fasti della cultura ai meccanismi della biologia è la stessa spinta
regressiva, la stessa fascinazione feticistica verso le tracce di un mondo
pregresso e perduto. “Ci sono persone per le quali il passato è la sola
dimensione reale” recita l’incipit lapidario, ma perfettamente autobiografico,
di Filologia dell’anfibio. La nostalgia è in Mari maledizione e maledettismo:
nella tensione all’inattuale si concentra l’urgenza di un ordine, di un regime
alto di senso, e la sensazione d’inettitudine e impotenza, d’inagibilità del
mondo e di fallimento della letteratura di fronte alla Storia. Fallimento
glorioso e necessario, se la letteratura “dea intollerante, e gelosa della vita
esige […] il sacrificio di ciò che più le ricorda la rivale” (ancora
dall’incipit di Filologia). Da questo luogo di rovine, da questo conflitto
marginale, dalle utopie di un cultore del passato e di un maniaco della forma,
nascono le chimere che affascinano nei suoi libri: brandelli di carne ancora
palpitante serviti sul piatto raffinato di una scrittura completamente
impregnata di letterarietà.
Mari si distingue chiaramente dalla gran parte degli autori contemporanei,
volontariamente sospesi ad un’interpretazione fenomenologica del reale (rilievi,
mappature, collages, epoché, behaviourismi, descrizioni di descrizioni, derive)
o al contrario legati ad una impostazione civile, fedeli ai dogmi di una
rinnovata militanza e della denuncia attiva ma sempre meno preoccupati dello
“specifico” letterario. Come ha spiegato in un’intervista: “Se in una pubblicità
o in una recensione incontro frasi allettanti del tipo ‘è uno spaccato della
vita contemporanea’ è sicuro che non comprerò quel libro. Lo spaccato della vita
contemporanea ce l’ho continuamente sotto gli occhi” (Corriere del Mezzogiorno,
5/9/2000). L’autore di romanzi come Di bestia in bestia, Io venìa pien
d’angoscia a rimirarti o Verderame continua al contrario, e tenacemente, a
scommettere il mondo sul tavolo della letteratura, anche se a questo tavolo sono
rimasti a giocare in pochi, forse pochissimi.
Trasgrediamo uno dei dogmi fondanti della poetica di Mari (o forse soltanto una
precauzione contro il conformismo sempre in agguato dietro i buoni propositi)
vale a dire quello di non sottomettere la letteratura alle esigenze della
morale, di non ricondurla a qualsivoglia “intento salvifico”, ma la convinzione
di chi leggendo Mari sente comunque, e nonostante la sua accanita negatività,
tutto il peso della “realtà”, è che la sua strana impresa, il suo ascetismo
letterario, la fedeltà intransigente a un ideale libresco e ad un sentire
elevato ma vagamente mostruoso, siano prodotti della Storia allo stesso tempo
che strumenti utili a far fronte criticamente alla violenza del presente. Del
presente inteso come categoria assoluta, volto inerte, indifferente, spesso
crudele, della Storia (“perché per quanto si viva nel passato c’è sempre
qualcosa di ineludibile, nel presente, che ci plagia e ci umilia” dice il padre
nel racconto intitolato L’uomo che uccise Liberty Valance ‒ in Tu, sanguinosa
infanzia, p. 19), ma anche e soprattutto di questo presente, del nostro
specifico, attuale presente. Non si tratta di produrre “argomentazioni che
correlino i piaceri della lettura solitaria [o della scrittura] al bene
pubblico”, quelle che Harold Bloom, qui citato1, considera con la dovuta
diffidenza, ma di collocare lo scrittore all’interno del suo mondo e nel
rapporto che questo mondo particolare intrattiene con altre, più correnti,
immagini della realtà. Per capire come tale rapporto possa eventualmente
figurare, nell’hortus clausus dell’immaginazione, il profilo di una precisa
opzione etica.
> La nostalgia è in Mari maledizione e maledettismo: nella tensione
> all’inattuale si concentra l’urgenza di un ordine, di un regime alto di senso,
> e la sensazione d’inettitudine e impotenza, d’inagibilità del mondo e di
> fallimento della letteratura di fronte alla Storia.
Perciò, mossi dalla convinzione che l’universo letterario di questo scrittore ‒
come quello di tutti gli scrittori degni di questo nome ‒ debba la sua unicità
ad una esemplarità di più alto grado, alla sua posizione in un campo di forze
storiche e antropologiche che lo sorpassano e lo sostanziano, senza rinunciare a
intraprendere una traversata dei territori della narrativa di Mari, è nostra
intenzione mostrare (al di là, si spera, di ogni tentazione riduzionistica) la
qualità di queste forze, la loro pressione e la loro azione non soltanto
ambientale, ma davvero intima e costitutiva del mondo immaginario e stilistico
dello scrittore. La costante autobiografica, la sua insistenza sull’unicità
quasi solipsistica di ogni autentica vocazione poetica varranno, in questa
prospettiva, come prova ultima di tale intimità. La deformazione letteraria e
stilistica della realtà è la misura di una visione penetrata a tal punto
nell’identità dello scrittore da sovrapporsi completamente alla sua esistenza
caratteriale e contingente, da diventare destino.
The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi.
> Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della
> multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di
> sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un
> atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni
> creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi
> prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza
> affrettarci a salutarli come trionfatori.
È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul
Corriere della sera del 9/8/2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele
Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino
Borsellino e Walter Pedullà2. Una riflessione, quella di Frasca (poi sviluppata
nel volume intitolato La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo
mediale3), che guarda con una certa fiducia al mondo post-tipografico e alle
possibilità della creazione letteraria (ma giustamente Frasca preferisce parlare
di arti basate sul linguaggio) offerte dalle nuove e dalle nuovissime tecnologie
(ad esempio le finzioni ipertestuali su cd-rom di Michael Joyce o di Shelley
Jackson). Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e
della progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare
il proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione
di scrittore in termini di lotta, di conflitto, di opposizione. L’immagine
amaramente ironica del soldato giapponese che nel ristretto spazio di un atollo
continua a combattere una guerra ormai persa (utilizzata a più riprese dallo
scrittore4) potrebbe far coppia con questa, appena meno drammatica, evocazione
dei monaci medievali (tratta dall’intervista che chiude questo libro): “… ci
sono stati anche degli eroici monaci che nel medioevo hanno difeso la
letteratura dai barbari”, dove Mari si riferisce di nuovo, evidentemente, alla
condizione del letterato contemporaneo.
> Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della
> progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il
> proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione
> di scrittore in termini di lotta, di conflitto, di opposizione.
Molti suoi personaggi ripetono, ognuno a suo modo, il destino di questi
metaforici, anacronistici ribelli e reclusi. Esseri malinconici, marginali e
solitari, abitano luoghi remoti, abbandonati o decadenti, a volte circondati da
libri. Testimoni di una consunzione irreversibile, di una perdita di aderenza
alla realtà, questi uomini sono spesso folli, vaneggianti, immersi nei propri
deliri, smarriti dietro oscure fantasie: Osmoc, lo studioso-eremita di Di bestia
in bestia, il capitano di La stiva e l’abisso, il custode amnesico della vecchia
casa di famiglia in Verderame, il condottiero rimasto l’unico sopravvissuto
della sua legione (L’Artigliopàpine), il filologo divenuto serial killer (La
serietà della serie), il ricercatore di Temperatura esterna (sia questo racconto
che i due precedenti fanno parte di Euridice aveva un cane5), diventato folle
nella solitudine di una base polare. Infine Syd Barrett, il fondatore dei Pink
Floyd (protagonista in absentia di Rosso Floyd), destinato a un esistenza
fantasmatica, al limite della follia, lontano dai riflettori nel buio
seminterrato della casa materna; o il terzo dei fratelli Grimm, immaginato in un
racconto di Fantasmagonia (Il patrimonio del popolo tedesco) come lo schiavo
tenuto nascosto dagli altri due e costretto a produrre quotidianamente le storie
che li renderanno famosi, a sua volta sfruttatore di un quarto “autore”
rinchiuso nei sotterranei della villa di famiglia, come in un progressivo
slittamento della segregazione nel segno di un isolamento sempre più rigido,
profondo e disumano.
La scrittura, per Mari, è un gesto di radicale (per quanto raffinata, e anzi
proprio in quanto raffinata) negazione e reazione. Il compromesso o la
complicità con i nuovi sistemi di comunicazione è quanto di più lontano si possa
immaginare dalla sensibilità iperletteraria di questo scrittore che pure,
immaginiamo, rilutterebbe a riconoscere in se stesso una qualche “involontaria
connivenza con gli squassati traumi del tempo” (lo scriveva Contini a proposito
di Gadda, è ancora Frasca a ricordarcelo, p. 749). Per quanto bachtinianamente
aperto e polimorfo, il romanzo di Mari nega recisamente la sua disponibilità a
tutto ciò che esclude costituzionalmente (perché troppo radicalmente “altro”) il
confronto col passato e con la tradizione letteraria (“la televisione ‒ dice ad
esempio in un’intervista (Gazzetta di Parma, 4 febbraio 1997) ‒ mi sembra la
morte di ogni letterarietà”). L’ha visto chiaramente Giorgio Bàrberi Squarotti
in una delle prime riflessioni critiche a lui dedicate:
> Scrivendo nel modo più nobile ed elevato, accettando i modi di una
> letterarietà antica, rimettendo in auge anche i vezzi lessicali, grammaticali
> e sintattici della tradizione più aulica, Mari segnala decisamente il distacco
> radicale dalle consuetudini formali e strutturali del romanzo contemporaneo,
> gli ridà sublimità, ma, al tempo stesso, rende conto della propria
> consapevolezza che soltanto giocando tutte le carte sulla coscienza colta
> della letteratura, non riducibile al quotidiano e alla comunicazione di massa,
> ha ancora un senso il genere narrativo 6.
In un articolo del 1988, pubblicato sulle pagine del Times Literary Supplement,
George Steiner ha sintetizzato la sua visione della storia della cultura
occidentale con un’espressione particolarmente pregnante e ricca di risonanze:
The end of bookishness7. Ciò che l’uomo contemporaneo ha vissuto e sta vivendo
sulla sua pelle, ciò che più in profondità definisce la nostra epoca, la nostra
cultura, il nostro ethos è quello che lo studioso franco-americano ha chiamato
(senza nessuna allusione ai significati negativi e dispregiativi attualmente
assegnati, almeno in italiano, alla parola) “la fine del libresco”, o meglio “la
fine del mondo libresco”, traduzione che risponde forse più precisamente al
bisogno di Steiner di definire, attraverso quella particolare declinazione della
tecnologia alfabetica costituita dal libro, il cuore, il fondamento e il
principale titolo di legittimazione culturale di un’intera civiltà: quella che
fu la nostra per almeno otto secoli.
> Ciò che l’uomo contemporaneo ha vissuto e sta vivendo sulla sua pelle, ciò che
> più in profondità definisce la nostra epoca, la nostra cultura, il nostro
> ethos è quello che George Steiner ha chiamato “la fine del libresco”, o meglio
> “la fine del mondo libresco”.
La periodizzazione è suggerita da Ivan Illich, che si è interessato a lungo alla
questione della bookishness, e che ha preso in prestito, riproposto e divulgato
l’espressione di George Steiner. Come quest’ultimo o come, ad un livello più
tecnico e specialistico, storici della cultura e della tecnologia come Walter J.
Ong e Marshall McLuhan, cosi Ivan Illich considera “l’accesso universale al
libro [come] il nocciolo della religione laica d’Occidente”8. Oggi, sempre
secondo Illich, “in Occidente, la realtà sociale ha ormai messo da parte quella
fede nel libro come ha messo da parte il cristianesimo […] lo schermo, i media e
la ‘comunicazione’ hanno surrettiziamente preso il posto della pagina, della
letteratura e della lettura” (Nella vigna del testo, p. 1). L’era del libro si
sta concludendo: è l’opinione condivisa da Illich, Steiner e anche da Gabriele
Frasca. Per quanto si sforzi di limitare il più possibile la sua analisi ad un
piano puramente descrittivo, è tuttavia evidente, nel caso di Illich, una
predilezione ed un profondo vincolo affettivo nei confronti di quell’universo in
contrazione rappresentato dalla bookishness. Sia lui che Steiner si voltano
verso questo mondo in via di estinzione con la vaga e sottintesa speranza di
trattenerne gli ultimi brandelli.
A differenza di McLuhan, le cui brillanti intuizioni si accompagnano ad uno
slancio progressista che spesso appare incauto, eccessivamente zelante e
indiscriminato, Ivan Illich si impegna a studiare la formazione storica del
“libro” come metafora fondamentale della nostra civiltà consapevole di quanto,
nel passaggio dal libro allo schermo, sia andato e stia andando inevitabilmente
perduto. Il passaggio da una metafora all’altra, da una “fede” all’altra, non si
consuma senza traumi, resistenze e complicati meccanismi compensativi. Illich è
altresì consapevole di come “quell’oggetto foggiato dalle lettere” e con esso le
“abitudini e le fantasie connesse al suo uso”, ovvero la specifica e complessa
“conformazione mentale” delle società occidentali, sebbene in crisi, continuino
ad agire nei nostri modi di apprensione della realtà e nelle nostre costruzioni
immaginarie. Nonostante la sempre più potente ed invasiva egemonia dell’“oralità
secondaria” (Ong) e delle tecnologie dell’immagine, l’auctoritas della parola
scritta continua a sopravvivere negli strati profondi della nostra coscienza
culturale.
Quando l’ethos libresco si rifiuta all’assimilazione elettrica ed elettronica,
quando l’universo morale e mentale relativi alla cultura del libro rilanciano le
loro prerogative in un moto di estrema ribellione, il complesso riflusso
culturale che ne deriva assume facilmente l’aspetto di un’alfabetizzazione
ipertrofica, di un’espansione “innaturale” dei tratti caratteristici della
bookishness. Se il manierismo fiorisce nelle epoche di decadenza, alla decadenza
del libro risponde un’impennata della maniera libresca. Scrittori come Gadda,
Landolfi, Manganelli, potrebbero benissimo essere considerati in questa
prospettiva: un sontuoso colpo di coda della creatura cartacea, prima di cedere
alla forza schiacciante dei nuovi padroni. Michele Mari, che dei tre scrittori
nominati è ammiratore ed erede (e che difficilmente potrebbe condividere
l’interpretazione del plurilinguismo gaddiano in chiave audiotattile e
multimediale sviluppata da Frasca nel saggio sopra menzionato) è colui che, di
questa novecentesca tradizione italiana di manierismo iperletterario rappresenta
forse la punta estrema: l’ultima incarnazione, in ordine di tempo, di una
risposta ostinatamente letteraria alla fine della letterarietà.
> Mari è colui che, di questa novecentesca tradizione italiana di manierismo
> iperletterario rappresenta forse la punta estrema: l’ultima incarnazione, in
> ordine di tempo, di una risposta ostinatamente letteraria alla fine della
> letterarietà.
Se quella di Mari è, come crediamo, una reazione in qualche modo tragica e
consapevole dei limiti delle proprie risorse (delle risorse del letterato) di
fronte all’inarrestabile trionfo del “villaggio globale” e delle sue
determinazioni tecnico-consumistiche, la sua esemplarità si radica nondimeno
nello stesso senso di solitudine e di unicità che ha connotato, nel corso della
storia, le imprese artistiche di tutti i grandi “irregolari”. Nel suo fermo
antagonismo e nella sua idiosincratica caratterialità Mari accompagna al
disprezzo dell’attualità una tendenza ad “uscire dalla storia” e a idealizzare
il valore artistico di quegli scrittori inclassificabili, mostruosi e
irriducibili, quasi volesse universalizzare la sua diffidenza per il senso delle
“magnifiche sorti e progressive” in una residuale e anarchica specificità della
letteratura, o almeno di quella che lui più apprezza. Nell’introduzione al libro
Manieristi e irregolari del cinquecento Mari propone una definizione estensiva e
trans-storica (e quindi, eventualmente, anche autoriferita) del manierismo in
questi termini:
> […] se (con Biswanger, ad esempio) riconosciamo come manieristica ogni
> enfatizzazione formale direttamente proporzionale al “senso di esistenza
> mancata” da parte dell’artista; se in ogni esagerazione, in ogni
> stravolgimento, in ogni complicazione, in ogni delirio organizzato sospettiamo
> un appetito di risarcimento; se, in altre parole, riconduciamo questa presunta
> “corrente” ai suoi fondamenti psichici, allora, contro i manuali (e lontano da
> chi, come Battisti, vede nel manierismo qualcosa di peculiarmente
> cinquecentesco, sia da chi, come Curtius, lo interpreta in chiave barocca),
> tutto sarà trasversale e transitivo, e nel vento della nevrosi sarà
> impossibile distinguere il soffio dell’irregolarità dal soffio del manierismo.
> (p. XVI)
La nevrosi e il “senso di esistenza mancata” all’origine del manierismo di Mari
andranno insomma collocati all’incrocio di una dimensione specificamente
congiunturale (quella che abbiamo chiamato, con Steiner, la fine del mondo
libresco) e di una più ambigua, sfumata e reticente dimensione psichica, in nome
della quale la solitudine degli irregolari, come scrive poco oltre, “non è
condizione esterna e materiale, ma diventa la qualità della loro ispirazione”.
1. H. Bloom, Come si legge un libro e perché, Milano, Bur, 2001, p. 15.
2. G. Frasca, Dopo la tipografia: la letteratura nell’età multimediale, in W.
Pedullà, N. Borsellino, Storia generale della letteratura, Milano, Motta,
2000, pp. 729 – 765.
3. G. Frasca, La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale,
Roma, Meltemi, 2005.
4. In diverse interviste ma anche in Cento poesie d’amore a Ladyhawke, p. 27.
5. Temperatura esterna è stato anche oggetto di un trattamento radiofonico, con
musica di Mario Cardi, andato in onda su RadioTre nel 1994.
6. G. Bàrberi Squarotti, La narrativa, in AA.VV., Storia della civiltà
letteraria italiana diretta da G. Barberi Squarotti, Torino, UTET, V, Il
secondo Ottocento e il Novecento, 2 voll., 1996, II, pp. 1734-35.
7. G. Steiner, The end of bookishness?, «Times Literary Supplement» (8-14 July
1988).
8. L. Illich, Nella vigna del testo, Milano, Raffacllo Cortina Editore, 1994,
p. 6.
L'articolo Lectura maris proviene da Il Tascabile.