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La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman
I n un tempo in cui l’innovazione tecnologica vive in maniera aderente al concetto di progresso all’interno di logiche sempre più accelerazioniste e turbocapitaliste ecco che l’Europa ‒ oggi bloccata a mezza strada tra un passato colmo di contraddizioni e un futuro che pare decisamente meno roseo e ancor meno progressivo per i propri abitanti ‒ sembra iniziare a elaborare quanto meno cosa sia per lei il progresso, partendo da quando ancora l’innovazione tecnologica aveva alla sua base l’uso di un’industria pesante, quella dell’acciaio come quella del cemento. Solitamente questi temi vengono affrontati e declinati all’interno di discussioni tra manager ed economisti che devono tirare le fila di fronte a una produzione industriale desueta e sempre più difficilmente in grado di convivere con quelli che sono gli standard ambientali e sociali europei, ma ecco che proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a dover fare i conti con un passato che reclama giustizia, ma soprattutto che riporta a un presente dentro al quale il gioco al ribasso ha ormai consumato ogni ambizione e ancor più ogni desiderio. > Proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento > desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo > sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a > dover fare i conti con un passato che reclama giustizia. La diga (pubblicato dall’eroico e virtuoso Prehistorica Editore, con la puntuale traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella) ‒ scritto a quattro mani da due autrici francesi di primo piano come Maylis De Kerangal, già autrice tra gli altri dei romanzi Riparare i viventi (2015)  e Corniche Kennedy (2018), e da Joy Sorman di cui sempre Prehistorica Editore porterà in libreria a breve Il testimone ‒ è un romanzo sull’assenza e sulla perdita di quel qui e ora su cui si basa ossessivamente la nostra quotidianità, tra tracciabilità assoluta e connessione permanente. Il protagonista, l’ingegnere Tomi Motz è stato mandato dalla sua ditta a fare dei sopralluoghi alla diga di Seyvoz (ispirata alla vera diga di Chevril, come indica Luca Scarlini in postfazione al volume), ma subito avverte che qualcosa non torna. Il suo appuntamento viene rimandato senza una chiara spiegazione e anzi si trova ad inseguire una macchina con a bordo una giovane donna dai capelli rossi che svanisce come nel nulla lungo la provinciale. Ma questo è solo l’inizio di una lenta e inesorabile perdita di ogni riferimento. La contemporaneità si scioglie davanti agli occhi di Motz, dando vita a visioni lisergiche e a improvvise perdite di coscienza e soprattutto alla scomparsa di quel sonno regolare su cui si basa da sempre la sua vita. Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre a Metz inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni prese nel proprio passato. Ecco che ritornano attorno alla montagna deformata dall’uomo, a quel villaggio cancellato dalla costruzione della diga che ne ha comportato l’allagamento, le ragioni del passato, non meno urgenti e attuali di quelle di un futuro che ancora non esiste. > Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso > nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre al > protagonista inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni > prese nel proprio passato. Passato e futuro sono due immaginari che colgono alla sprovvista l’animo di Tomi Motz, lettore di Flaubert e ora insonne senza pace: “Al risveglio, Tomi ha aperto le tende con apprensione. Anche se lì fuori tutto era tornato in ordine, un certo malessere aleggiava nella stanza”. E con quel malessere deve iniziare a convivere l’ingegnere. Davanti a lui si pone la fine di un mondo nella sua forma di realtà. Il romanzo vive su un doppio binario e con l’uso di due colori. Se da un lato si assiste alla ricerca di un senso e di una possibilità di fuga che sia anche una nuova forma del reale da parte di Motz che tra l’altro ricorda in parte gli eroi del Nouveau roman, ecco che improvvisamente s’inseriscono ‒ in quello che appare come un lungo monologo interiore ‒ pagine in inchiostro blu. Lì riemergono infatti le storie di chi fu costretto a fuggire e ad abbandonare il paese in seguito alla costruzione della diga: “Il lago si riempie al ritmo di un metro al giorno, il livello sale, qua e là compaiono pozzanghere sospette, modesti bacini d’acqua che si espandono, crescono, riempiono le buche e preannunciano l’inondazione ormai prossima. L’indomani il cielo è di un blu scuro slavato, striato da nuvole filiformi, è la fine”. La diga è un romanzo che coglie il vuoto di un’esperienza tecnologica che ha a lungo messo sotto scacco la natura sotto forma di progresso, ma ora che proprio quei gesti non solo hanno spazzato via e distrutto comunità secolari, ma hanno prodotto una natura ancora più avversa di quella che si voleva dominare, ecco che comprendere la realtà e le sue dinamiche appare come un salto nel vuoto. Una perdita totale di riferimenti là dove il bene e il male sembrano confondersi in continuazione. L’umano viene così costretto a ritornare in relazione con il mondo naturale, perché a guastarsi non è in realtà l’ambiente, ma tutto quello a cui l’umano ha dato forma per deformare e assoggettare a sé il mondo riducendolo al proprio servizio. Questo schema salta e appare ancora più evidente là dove la tecnologia degli anni Sessanta, del ricco boom europeo post Seconda guerra mondiale, s’imponeva con le cosiddette e ancora oggi tanto desiderate grandi opere. Ecco che questi elementi introdotti nel mondo naturale arrivano ora a generare, se non dei veri e propri disastri o tragedie, una distonia che si riflette nell’incapacità di riconoscere sé e il mondo e di conseguenza sé stessi all’interno del mondo stesso. Sono minimi slittamenti quelli che influiscono sullo stato percettivo di Tomi Motz, come se piano piano vivesse all’interno di un lungo scivolamento dove il sonno finisce per coincidere con la veglia e viceversa. La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza alcuna possibile distinzione. Si tratterà così di quattro giorni dentro i quali Tomi Metz perde totalmente il controllo di sé davanti al blu opaco e buio del lago, come una gelatina da cui appare chiaro che sarà impossibile uscire una volta immersi: “La paura gli batte nel corpo, picchia dalle tempie allo stomaco, sto diventando pazzo? Il sogno che ho dimenticato, sarà mica quest’incubo? Per le strade non un rumore, nulla si muove, e i muri sono sempre lì, a tappare gli edifici, hanno nascosto gli abitanti, e non c’è un buco che sia sfuggito alla scomparsa”. > La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere > un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché > la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza > alcuna possibile distinzione. Basterà tornare a Parigi perché Tomi Motz possa rimettere tutto in ordine nella propria testa? La diga chiama a un’analisi collettiva, a una presa in carico di una responsabilità che sia nuovamente pubblica e sociale in un tempo in cui l’individualità prevale con l’unico risultato di consumare ogni individuo piano piano, uno alla volta. Un romanzo importante, un testo capace di mostrare in maniera plastica e matura la mutazione dentro cui siamo immersi, ma che probabilmente non abbiamo mai voluto o a cui non prestiamo la dovuta attenzione. La fine non riguarderà mai il mondo sembra indicare La diga, ma solo ogni umano fino a trasformare l’intera umanità in un coacervo di esseri fragili e totalmente incapaci di comprendere il senso stesso della propria vita. L'articolo La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman proviene da Il Tascabile.
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P roponiamo i primi capitoli dalla monografia dedicata a Michele Mari, pubblicata da Cadmo nel lontano 2011: al netto di alcuni anacronismi presenti nel testo e delle opere licenziate dallo scrittore nel frattempo, l’analisi che segue ‒ ci sembra ‒ continua a offrire chiavi di lettura utili a orientarsi nella sua poetica, che si è mantenuta orgogliosamente coerente da allora. Carlo Mazza Galanti   […] a noi serissimi chiusi, noi fierissimi soli, salvatici antichi diversi… Rondini sul filo   Premessa Come tutti gli scrittori ostinatamente e risolutamente idiosincratici, Michele Mari è anche uno scrittore di rare ma potenti epifanie. A chi sia già iniziato allo stesso culto, a chi già abbia sentore del suo mondo, del suo ordine mentale e del suo universo emotivo, le immagini, i valori, le risorse poetiche dello scrittore milanese si manifestano d’un colpo. Torbidi o luminosi, gaudenti o dolorosi, i connotati della sua scrittura si riconoscono subito, al primo libro, alla prima pagina, come un volto oscuramente noto: una densa aria di famiglia percorre e salda fra di loro le sue pagine e le pagine al lettore suo “semblable”. L’affermazione stentorea, ripetuta e appassionata della sua idiosincratica visione del mondo e della letteratura si eleva sulle fondamenta di un altrettanto stentoreo ma più segreto rifiuto. Da questo rifiuto, da questa solida opposizione, deriva il carattere aristocratico forse, sicuramente inattuale, dei suoi libri. Il negativo alimenta il positivo, l’esclusione nutre l’amore, lo sradicamento circonda un’isola gelosamente protetta di appartenenza. La scrittura di Mari, la sua intelaiatura filosofica, politica ed etica è interamente costruita intorno ad una simile scena dialettica, la quale è anche, soprattutto, una scena storica. Presente e passato si fronteggiano ad ogni occasione, percorrendo internamente la lunga parabola che dalla biografia personale conduce alla Storia. Lo stile, l’immaginario ed i temi più significativi della narrativa di Mari attingono al pozzo fondo e buio dell’anacronismo: “Ho sempre sostenuto ‒ ha dichiarato ‒ che ci sono momenti in cui per essere all’avanguardia bisogna essere di retroguardia […]. Tra la lingua dei morti e quella degli sms o degli sceneggiati televisivi scelgo la lingua dei morti” (Gazzetta del Sud, 8/8/2008). La pulsione letteraria diventa allora, più genericamente e nella sua essenzialità, una pulsione retrospettiva: l’antichità, il collezionismo, l’infanzia, le rovine, la decadenza, l’obsolescenza, la putrefazione, il rimosso, il residuale, il bestiale. > Presente e passato si fronteggiano ad ogni occasione. Lo stile, l’immaginario > ed i temi più significativi della narrativa di Mari attingono al pozzo fondo e > buio dell’anacronismo. Dai fasti della cultura ai meccanismi della biologia è la stessa spinta regressiva, la stessa fascinazione feticistica verso le tracce di un mondo pregresso e perduto. “Ci sono persone per le quali il passato è la sola dimensione reale” recita l’incipit lapidario, ma perfettamente autobiografico, di Filologia dell’anfibio. La nostalgia è in Mari maledizione e maledettismo: nella tensione all’inattuale si concentra l’urgenza di un ordine, di un regime alto di senso, e la sensazione d’inettitudine e impotenza, d’inagibilità del mondo e di fallimento della letteratura di fronte alla Storia. Fallimento glorioso e necessario, se la letteratura “dea intollerante, e gelosa della vita esige […] il sacrificio di ciò che più le ricorda la rivale” (ancora dall’incipit di Filologia). Da questo luogo di rovine, da questo conflitto marginale, dalle utopie di un cultore del passato e di un maniaco della forma, nascono le chimere che affascinano nei suoi libri: brandelli di carne ancora palpitante serviti sul piatto raffinato di una scrittura completamente impregnata di letterarietà. Mari si distingue chiaramente dalla gran parte degli autori contemporanei, volontariamente sospesi ad un’interpretazione fenomenologica del reale (rilievi, mappature, collages, epoché, behaviourismi, descrizioni di descrizioni, derive) o al contrario legati ad una impostazione civile, fedeli ai dogmi di una rinnovata militanza e della denuncia attiva ma sempre meno preoccupati dello “specifico” letterario. Come ha spiegato in un’intervista: “Se in una pubblicità o in una recensione incontro frasi allettanti del tipo ‘è uno spaccato della vita contemporanea’ è sicuro che non comprerò quel libro. Lo spaccato della vita contemporanea ce l’ho continuamente sotto gli occhi” (Corriere del Mezzogiorno, 5/9/2000). L’autore di romanzi come Di bestia in bestia, Io venìa pien d’angoscia a rimirarti o Verderame continua al contrario, e tenacemente, a scommettere il mondo sul tavolo della letteratura, anche se a questo tavolo sono rimasti a giocare in pochi, forse pochissimi. Trasgrediamo uno dei dogmi fondanti della poetica di Mari (o forse soltanto una precauzione contro il conformismo sempre in agguato dietro i buoni propositi) vale a dire quello di non sottomettere la letteratura alle esigenze della morale, di non ricondurla a qualsivoglia “intento salvifico”, ma la convinzione di chi leggendo Mari sente comunque, e nonostante la sua accanita negatività, tutto il peso della “realtà”, è che la sua strana impresa, il suo ascetismo letterario, la fedeltà intransigente a un ideale libresco e ad un sentire elevato ma vagamente mostruoso, siano prodotti della Storia allo stesso tempo che strumenti utili a far fronte criticamente alla violenza del presente. Del presente inteso come categoria assoluta, volto inerte, indifferente, spesso crudele, della Storia (“perché per quanto si viva nel passato c’è sempre qualcosa di ineludibile, nel presente, che ci plagia e ci umilia” dice il padre nel racconto intitolato L’uomo che uccise Liberty Valance ‒ in Tu, sanguinosa infanzia, p. 19), ma anche e soprattutto di questo presente, del nostro specifico, attuale presente. Non si tratta di produrre “argomentazioni che correlino i piaceri della lettura solitaria [o della scrittura] al bene pubblico”, quelle che Harold Bloom, qui citato1, considera con la dovuta diffidenza, ma di collocare lo scrittore all’interno del suo mondo e nel rapporto che questo mondo particolare intrattiene con altre, più correnti, immagini della realtà. Per capire come tale rapporto possa eventualmente figurare, nell’hortus clausus dell’immaginazione, il profilo di una precisa opzione etica. > La nostalgia è in Mari maledizione e maledettismo: nella tensione > all’inattuale si concentra l’urgenza di un ordine, di un regime alto di senso, > e la sensazione d’inettitudine e impotenza, d’inagibilità del mondo e di > fallimento della letteratura di fronte alla Storia. Perciò, mossi dalla convinzione che l’universo letterario di questo scrittore ‒ come quello di tutti gli scrittori degni di questo nome ‒ debba la sua unicità ad una esemplarità di più alto grado, alla sua posizione in un campo di forze storiche e antropologiche che lo sorpassano e lo sostanziano, senza rinunciare a intraprendere una traversata dei territori della narrativa di Mari, è nostra intenzione mostrare (al di là, si spera, di ogni tentazione riduzionistica) la qualità di queste forze, la loro pressione e la loro azione non soltanto ambientale, ma davvero intima e costitutiva del mondo immaginario e stilistico dello scrittore. La costante autobiografica, la sua insistenza sull’unicità quasi solipsistica di ogni autentica vocazione poetica varranno, in questa prospettiva, come prova ultima di tale intimità. La deformazione letteraria e stilistica della realtà è la misura di una visione penetrata a tal punto nell’identità dello scrittore da sovrapporsi completamente alla sua esistenza caratteriale e contingente, da diventare destino. The end of bookishness: uno scrittore al confine tra due mondi. > Perché se è vero che il mezzo è il messaggio e che l’avvento della > multimedialità interattiva cambierà tutto (ma voglio prendermi il lusso di > sperare il contrario fino all’ultimo, come un soldato giapponese in un > atollo), è anche vero che una delle cose più vere e commoventi di ogni > creazione artistica è sempre stata il conflitto con il proprio mezzo. Quindi > prepariamoci alla lotta, con questi non-libri che ci aspettano, senza > affrettarci a salutarli come trionfatori. È questa la breve ma significativa reazione di Michele Mari (pubblicata sul Corriere della sera del 9/8/2000) al lungo e interessante saggio di Gabriele Frasca che chiude la Storia generale della letteratura diretta da Nino Borsellino e Walter Pedullà2. Una riflessione, quella di Frasca (poi sviluppata nel volume intitolato La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale3), che guarda con una certa fiducia al mondo post-tipografico e alle possibilità della creazione letteraria (ma giustamente Frasca preferisce parlare di arti basate sul linguaggio) offerte dalle nuove e dalle nuovissime tecnologie (ad esempio le finzioni ipertestuali su cd-rom di Michael Joyce o di Shelley Jackson). Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione di scrittore in termini di lotta, di conflitto, di opposizione. L’immagine amaramente ironica del soldato giapponese che nel ristretto spazio di un atollo continua a combattere una guerra ormai persa (utilizzata a più riprese dallo scrittore4) potrebbe far coppia con questa, appena meno drammatica, evocazione dei monaci medievali (tratta dall’intervista che chiude questo libro): “… ci sono stati anche degli eroici monaci che nel medioevo hanno difeso la letteratura dai barbari”, dove Mari si riferisce di nuovo, evidentemente, alla condizione del letterato contemporaneo. > Tutt’altro che indulgente nei confronti dello sviluppo tecnologico e della > progressiva determinazione tecnica dell’esistente, Mari preferisce pensare il > proprio rapporto con il nuovo scenario mediatico-culturale e la sua vocazione > di scrittore in termini di lotta, di conflitto, di opposizione. Molti suoi personaggi ripetono, ognuno a suo modo, il destino di questi metaforici, anacronistici ribelli e reclusi. Esseri malinconici, marginali e solitari, abitano luoghi remoti, abbandonati o decadenti, a volte circondati da libri. Testimoni di una consunzione irreversibile, di una perdita di aderenza alla realtà, questi uomini sono spesso folli, vaneggianti, immersi nei propri deliri, smarriti dietro oscure fantasie: Osmoc, lo studioso-eremita di Di bestia in bestia, il capitano di La stiva e l’abisso, il custode amnesico della vecchia casa di famiglia in Verderame, il condottiero rimasto l’unico sopravvissuto della sua legione (L’Artigliopàpine), il filologo divenuto serial killer (La serietà della serie), il ricercatore di Temperatura esterna (sia questo racconto che i due precedenti fanno parte di Euridice aveva un cane5), diventato folle nella solitudine di una base polare. Infine Syd Barrett, il fondatore dei Pink Floyd (protagonista in absentia di Rosso Floyd), destinato a un esistenza fantasmatica, al limite della follia, lontano dai riflettori nel buio seminterrato della casa materna; o il terzo dei fratelli Grimm, immaginato in un racconto di Fantasmagonia (Il patrimonio del popolo tedesco) come lo schiavo tenuto nascosto dagli altri due e costretto a produrre quotidianamente le storie che li renderanno famosi, a sua volta sfruttatore di un quarto “autore” rinchiuso nei sotterranei della villa di famiglia, come in un progressivo slittamento della segregazione nel segno di un isolamento sempre più rigido, profondo e disumano. La scrittura, per Mari, è un gesto di radicale (per quanto raffinata, e anzi proprio in quanto raffinata) negazione e reazione. Il compromesso o la complicità con i nuovi sistemi di comunicazione è quanto di più lontano si possa immaginare dalla sensibilità iperletteraria di questo scrittore che pure, immaginiamo, rilutterebbe a riconoscere in se stesso una qualche “involontaria connivenza con gli squassati traumi del tempo” (lo scriveva Contini a proposito di Gadda, è ancora Frasca a ricordarcelo, p. 749). Per quanto bachtinianamente aperto e polimorfo, il romanzo di Mari nega recisamente la sua disponibilità a tutto ciò che esclude costituzionalmente (perché troppo radicalmente “altro”) il confronto col passato e con la tradizione letteraria (“la televisione ‒ dice ad esempio in un’intervista (Gazzetta di Parma, 4 febbraio 1997) ‒ mi sembra la morte di ogni letterarietà”). L’ha visto chiaramente Giorgio Bàrberi Squarotti in una delle prime riflessioni critiche a lui dedicate: > Scrivendo nel modo più nobile ed elevato, accettando i modi di una > letterarietà antica, rimettendo in auge anche i vezzi lessicali, grammaticali > e sintattici della tradizione più aulica, Mari segnala decisamente il distacco > radicale dalle consuetudini formali e strutturali del romanzo contemporaneo, > gli ridà sublimità, ma, al tempo stesso, rende conto della propria > consapevolezza che soltanto giocando tutte le carte sulla coscienza colta > della letteratura, non riducibile al quotidiano e alla comunicazione di massa, > ha ancora un senso il genere narrativo 6. In un articolo del 1988, pubblicato sulle pagine del Times Literary Supplement, George Steiner ha sintetizzato la sua visione della storia della cultura occidentale con un’espressione particolarmente pregnante e ricca di risonanze: The end of bookishness7. Ciò che l’uomo contemporaneo ha vissuto e sta vivendo sulla sua pelle, ciò che più in profondità definisce la nostra epoca, la nostra cultura, il nostro ethos è quello che lo studioso franco-americano ha chiamato (senza nessuna allusione ai significati negativi e dispregiativi attualmente assegnati, almeno in italiano, alla parola) “la fine del libresco”, o meglio “la fine del mondo libresco”, traduzione che risponde forse più precisamente al bisogno di Steiner di definire, attraverso quella particolare declinazione della tecnologia alfabetica costituita dal libro, il cuore, il fondamento e il principale titolo di legittimazione culturale di un’intera civiltà: quella che fu la nostra per almeno otto secoli. > Ciò che l’uomo contemporaneo ha vissuto e sta vivendo sulla sua pelle, ciò che > più in profondità definisce la nostra epoca, la nostra cultura, il nostro > ethos è quello che George Steiner ha chiamato “la fine del libresco”, o meglio > “la fine del mondo libresco”. La periodizzazione è suggerita da Ivan Illich, che si è interessato a lungo alla questione della bookishness, e che ha preso in prestito, riproposto e divulgato l’espressione di George Steiner. Come quest’ultimo o come, ad un livello più tecnico e specialistico, storici della cultura e della tecnologia come Walter J. Ong e Marshall McLuhan, cosi Ivan Illich considera “l’accesso universale al libro [come] il nocciolo della religione laica d’Occidente”8. Oggi, sempre secondo Illich, “in Occidente, la realtà sociale ha ormai messo da parte quella fede nel libro come ha messo da parte il cristianesimo […] lo schermo, i media e la ‘comunicazione’ hanno surrettiziamente preso il posto della pagina, della letteratura e della lettura” (Nella vigna del testo, p. 1). L’era del libro si sta concludendo: è l’opinione condivisa da Illich, Steiner e anche da Gabriele Frasca. Per quanto si sforzi di limitare il più possibile la sua analisi ad un piano puramente descrittivo, è tuttavia evidente, nel caso di Illich, una predilezione ed un profondo vincolo affettivo nei confronti di quell’universo in contrazione rappresentato dalla bookishness. Sia lui che Steiner si voltano verso questo mondo in via di estinzione con la vaga e sottintesa speranza di trattenerne gli ultimi brandelli. A differenza di McLuhan, le cui brillanti intuizioni si accompagnano ad uno slancio progressista che spesso appare incauto, eccessivamente zelante e indiscriminato, Ivan Illich si impegna a studiare la formazione storica del “libro” come metafora fondamentale della nostra civiltà consapevole di quanto, nel passaggio dal libro allo schermo, sia andato e stia andando inevitabilmente perduto. Il passaggio da una metafora all’altra, da una “fede” all’altra, non si consuma senza traumi, resistenze e complicati meccanismi compensativi. Illich è altresì consapevole di come “quell’oggetto foggiato dalle lettere” e con esso le “abitudini e le fantasie connesse al suo uso”, ovvero la specifica e complessa “conformazione mentale” delle società occidentali, sebbene in crisi, continuino ad agire nei nostri modi di apprensione della realtà e nelle nostre costruzioni immaginarie. Nonostante la sempre più potente ed invasiva egemonia dell’“oralità secondaria” (Ong) e delle tecnologie dell’immagine, l’auctoritas della parola scritta continua a sopravvivere negli strati profondi della nostra coscienza culturale. Quando l’ethos libresco si rifiuta all’assimilazione elettrica ed elettronica, quando l’universo morale e mentale relativi alla cultura del libro rilanciano le loro prerogative in un moto di estrema ribellione, il complesso riflusso culturale che ne deriva assume facilmente l’aspetto di un’alfabetizzazione ipertrofica, di un’espansione “innaturale” dei tratti caratteristici della bookishness. Se il manierismo fiorisce nelle epoche di decadenza, alla decadenza del libro risponde un’impennata della maniera libresca. Scrittori come Gadda, Landolfi, Manganelli, potrebbero benissimo essere considerati in questa prospettiva: un sontuoso colpo di coda della creatura cartacea, prima di cedere alla forza schiacciante dei nuovi padroni. Michele Mari, che dei tre scrittori nominati è ammiratore ed erede (e che difficilmente potrebbe condividere l’interpretazione del plurilinguismo gaddiano in chiave audiotattile e multimediale sviluppata da Frasca nel saggio sopra menzionato) è colui che, di questa novecentesca tradizione italiana di manierismo iperletterario rappresenta forse la punta estrema: l’ultima incarnazione, in ordine di tempo, di una risposta ostinatamente letteraria alla fine della letterarietà. > Mari è colui che, di questa novecentesca tradizione italiana di manierismo > iperletterario rappresenta forse la punta estrema: l’ultima incarnazione, in > ordine di tempo, di una risposta ostinatamente letteraria alla fine della > letterarietà. Se quella di Mari è, come crediamo, una reazione in qualche modo tragica e consapevole dei limiti delle proprie risorse (delle risorse del letterato) di fronte all’inarrestabile trionfo del “villaggio globale” e delle sue determinazioni tecnico-consumistiche, la sua esemplarità si radica nondimeno nello stesso senso di solitudine e di unicità che ha connotato, nel corso della storia, le imprese artistiche di tutti i grandi “irregolari”. Nel suo fermo antagonismo e nella sua idiosincratica caratterialità Mari accompagna al disprezzo dell’attualità una tendenza ad “uscire dalla storia” e a idealizzare il valore artistico di quegli scrittori inclassificabili, mostruosi e irriducibili, quasi volesse universalizzare la sua diffidenza per il senso delle “magnifiche sorti e progressive” in una residuale e anarchica specificità della letteratura, o almeno di quella che lui più apprezza. Nell’introduzione al libro Manieristi e irregolari del cinquecento Mari propone una definizione estensiva e trans-storica (e quindi, eventualmente, anche autoriferita) del manierismo in questi termini: > […] se (con Biswanger, ad esempio) riconosciamo come manieristica ogni > enfatizzazione formale direttamente proporzionale al “senso di esistenza > mancata” da parte dell’artista; se in ogni esagerazione, in ogni > stravolgimento, in ogni complicazione, in ogni delirio organizzato sospettiamo > un appetito di risarcimento; se, in altre parole, riconduciamo questa presunta > “corrente” ai suoi fondamenti psichici, allora, contro i manuali (e lontano da > chi, come Battisti, vede nel manierismo qualcosa di peculiarmente > cinquecentesco, sia da chi, come Curtius, lo interpreta in chiave barocca), > tutto sarà trasversale e transitivo, e nel vento della nevrosi sarà > impossibile distinguere il soffio dell’irregolarità dal soffio del manierismo. > (p. XVI) La nevrosi e il “senso di esistenza mancata” all’origine del manierismo di Mari andranno insomma collocati all’incrocio di una dimensione specificamente congiunturale (quella che abbiamo chiamato, con Steiner, la fine del mondo libresco) e di una più ambigua, sfumata e reticente dimensione psichica, in nome della quale la solitudine degli irregolari, come scrive poco oltre, “non è condizione esterna e materiale, ma diventa la qualità della loro ispirazione”.   1. H. Bloom, Come si legge un libro e perché, Milano, Bur, 2001, p. 15. 2. G. Frasca, Dopo la tipografia: la letteratura nell’età multimediale, in W. Pedullà, N. Borsellino, Storia generale della letteratura, Milano, Motta, 2000, pp. 729 – 765. 3. G. Frasca, La lettera che muore. La “letteratura” nel reticolo mediale, Roma, Meltemi, 2005. 4. In diverse interviste ma anche in Cento poesie d’amore a Ladyhawke, p. 27. 5. Temperatura esterna è stato anche oggetto di un trattamento radiofonico, con musica di Mario Cardi, andato in onda su RadioTre nel 1994. 6. G. Bàrberi Squarotti, La narrativa, in AA.VV., Storia della civiltà letteraria italiana diretta da G. Barberi Squarotti, Torino, UTET, V, Il secondo Ottocento e il Novecento, 2 voll., 1996, II, pp. 1734-35. 7. G. Steiner, The end of bookishness?, «Times Literary Supplement» (8-14 July 1988). 8. L. Illich, Nella vigna del testo, Milano, Raffacllo Cortina Editore, 1994, p. 6. L'articolo Lectura maris proviene da Il Tascabile.
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Ejzen. Opera buffa di Guzel´ Jachina
I n un mondo che si dice complesso e complicato, difficile da comprendere e attraversato da radicali contraddizioni non fa per nulla male recuperare la figura di un eclettico per eccellenza, sempre in disaccordo con il mondo e in particolare con sé stesso, ma capace di intuizioni che hanno rivoluzionato la cultura contemporanea e in particolare quella cinematografica, di cui fu il più grande pioniere e teorico. La figura di Sergej Ejzenštejn è infatti complessa, stratificata e capace di far perdere al lettore ogni riferimento plausibile; Ejzenštejn fu tutto il cinema moderno e la sua negazione, fu rivoluzionario e conformista, eretico e allineato. Definire quindi semplicemente Ejzen. Opera buffa (2026, traduzione di Claudia Zonghetti) come una biografia romanzata appare quasi un’ingenuità rispetto al lavoro di scavo e decrittazione compiuto negli anni dalla scrittrice tatara Guzel´ Jachina sulla vita del grande genio lettone. Jachina è autrice di tre romanzi di cui due già tradotti in italiano, Zuleika apre gli occhi (2017) e Figli del Volga (2021), che affrontano la storia russa e il suo rapporto con la rivoluzione d’ottobre e in particolare con l’ideologia sovietica che porrà una sorta di tappeto (polveroso) sulle diversità dei popoli, che si ritroveranno, più ancora che con lo zar, sotto il dominio di un unico potere. > La bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel riuscire a > trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che insieme al > mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al romanzo > una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi. Scavare e riportare alla luce la molteplicità di quel mondo che da Occidente appariva (e appare ancora oggi purtroppo) oltre che inscalfibile, vergato solo di rosso è una delle qualità che più definiscono l’agire letterario di Guzel´ Jachina, a cui si aggiunge nel caso di Ejzen. Opera buffa una capacità mimetica straordinaria, che riprende in altro modo i concetti visivi del regista di Riga per riposizionarli sulla pagina scritta. Non va infatti immaginato il romanzo come una classica ricostruzione biografica con l’aggiunta di elementi sentimentali, anzi la bellezza di Ejzen. Opera buffa, sta in particolar modo nel riuscire a trasporre in letteratura il pensiero di Sergej Ėjzenštejn, che insieme al mutare rapidissimo della storia russa di quegli anni restituisce al romanzo una vitalità e una frenesia da cui risulta difficile distaccarsi: “la macchina da presa di Tisse valicò ‒ letteralmente, nel senso fisico del temine ‒ i limiti abituali della cinematografia . Prese il volo. Un volo precipitevole e bizzoso. Si librava sopra le teste delle persone, si avvicinava per fissarle, si allontanava godendosi la plasticità del fiume umano che scorreva giù per la scalinata del porto fino alla riva”. Far esplodere il cinema, urla come fosse un obbligo necessario Vertov. Il grande schermo bianco viene immerso nella medesima ondata popolare della rivoluzione. Il senso per la massa, l’uomo massa che sembra cogliere per la prima volta nella storia il senso della propria appartenenza. Un urlo diffuso, un piacere ancestrale, una liberazione voluta e inseguita per millenni che coglie ora la gioventù agli albori del Novecento. Difficile aderire alla realtà e anche a molta retorica successiva e non avvertire il senso di un movimento superiore che fu nell’anima delle persone e che Sergej Ėjzenštejn arriva a portare su schermo con una forza mai vista fino ad allora. Difficile anche non credere alla rivoluzione quando la rivoluzione appare al cinema. Difficile non farsi attrarre da un movimento che si mostra superiore e determinato, un glorioso avanzare. Un sole dell’avvenire che non fu solo frutto di ideologia, ma che fu un sentimento capace di coinvolgere e far desiderare. Ed è nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante. Così ecco che dal piacere, dal godimento prende corpo una paura panica nuova. Un terrore che sembra appartenere a secoli passati e che invece rimbomba ora nelle sale delle torture e degli interrogatori: “Pianse anche Ejzen, impalato in corridoio, in mutande e a piedi nudi; e non erano le lacrime isteriche che quietano l’anima, ma quelle amare degli adulti, quelle che l’anima la prosciugano e fanno stare ancora peggio”. > È nel desiderio e nella ricerca di un piacere nuovo e originario che prende > forma l’arte inseguita da Ėjzenštejn. Un flusso che s’infrangerà violentemente > sotto il peso di un realismo che diverrà assai opprimente, tanto più per la > generazione che in quella rivoluzione fu giovane e desiderante. Il risveglio è terribilmente feroce, ma non c’è via di scampo possibile, non esiste la fuga, ma un ostinato stare, un presente che diviene assoluto all’interno di una lotta nuova. Nel mezzo una nuova possibilità, la chiamata di Hollywood, allora ancora in cerca d’identità e soprattutto pronta a tutto pur di assicurarsi i più grandi registi dell’epoca. Il contratto è ricchissimo, ma le divergenze sono, se possibile, anche maggiori e tutto s’interrompe nell’arco di un anno. Per Ejzen arriva il soggiorno in Messico, il tentativo di un documentario che verrà bruscamente interrotto dalla chiamata di Stalin, la richiesta ‒ inappellabile ‒ è quella di fare ritorno subito a Mosca. Complice il suo girovagare in Occidente, ormai Ejzen è inviso al regime, la sua fortuna inizia ad abbandonarlo e la sua libertà creativa viene messa continuamente in discussione, fino allo sfinimento, fino a lasciarlo sempre più ai margini, malato e fragile: > Dopo l’infarto alla Casa del Cinema, Ėjzenštejn vive altri due anni, ma lui > per primo non riesce a chiamarli vita. È sopravvivenza, niente di più. È > l’epilogo di un romanzo. Come quando, a riprese ultimate, l’attore non riesce > a uscire dal ruolo e resta nel personaggio per qualche minuto ancora, pur > rendendosi conto che lo “Stop!” finale è già risuonato e la telecamera è ormai > spenta. Guzel´ Jachina s’inscrive nel solco di una letteratura storica contemporanea che però sceglie l’immedesimazione critica alla ricostruzione strettamente cronologica degli eventi, che qui risultano deformati non tanto nei fatti, ma nell’ottica. Un’espansione che in questo caso traduce in pagina la teoria cinematografica di Ejzen. Un gioco capace di sedurre il lettore, ma che al tempo stesso ‒ riducendo al minimo ogni elemento didascalico ‒ risulta capace di offrirgli un campo di visione amplissimo, che va dal carattere alle idee, all’umanità intrecciata a un’intimità svelata e a una visione politica e pubblica di sé e della sua arte. Un lavoro che richiede precisione e uno scavo d’archivio approfondito insieme a un’ossessione e a un legame affettivo profondo con il protagonista da parte dell’autrice, da cui necessariamente deve poi distaccarsi una volta messo in pagina. Ed è qui che prende forma un movimento di rispecchiamento dentro al quale inevitabilmente risultano coinvolti anche i lettori. Una letteratura che va ben oltre la narrativa storica e i suoi appiattimenti e che regala personaggi letterari inediti pur originandosi da figure storiche, similmente a quanto accade nei libri di Jean Echenoz o di Edgardo Franzosini. Impossibile non restare così sedotti da una delle figure più enigmatiche e geniali del Novecento, la cui vita non andò oltre i cinquanta anni e che oggi ‒ a quasi ottanta anni dalla sua scomparsa ‒ appare vivida e centrale per comprendere la crisi che sembra attraversare quel mondo come il nostro: “Pensi di farcela tu, di cavartela, di scamparla? Di essere l’unico che riuscirà? Provaci”. L'articolo Ejzen. Opera buffa di Guzel´ Jachina proviene da Il Tascabile.
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È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche. A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico, come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi, a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni fa). Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione, interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP). In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali. > Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una > volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli > cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei > diritti costituzionali. AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico, ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato dalle detenute. In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte, l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori” diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura (partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute, che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E cos’è “colpa”? Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute, con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano, sottrazione di elaborazione individuale. La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti, avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire meno. > La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto, > dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare. Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche. La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane, che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione della democrazia. Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter (Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate. Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene definito univocamente come “cattivo”. > Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e > contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due > dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da > narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come > “cattivo”. Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone. Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al “fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di vita e quelle della propria famiglia”. Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o meglio dalla loro visione del mondo”. Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure e specifici comportamenti. I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari. Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico. > Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status > del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia > delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva > come espressione di ordine sociale. In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni, giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo, che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera e propria capace di vietarlo non esiste”. Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende, secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato, per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a coinvolgere la vita sociale e collettiva. Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista. La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata, no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente contempli l’isolamento. > Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità > dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della > società civile. Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre 90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a problemi reali”. Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori. L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.
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Il realismo fratturante di Yousri Alghoul, scrittore palestinese
I > eri ho salutato mia moglie e i miei figli dopo che hanno deciso di fuggire > nella zona centrale. La situazione nella mia zona residenziale, il quartiere > di Ard al-Ghoul/Al-Murabitun, è infernale. La casa trema a causa dei continui > bombardamenti. Mentre scrivo questo racconto, ho contato il numero di > esplosioni: circa cinquanta in una sola notte. (Caro lettore, proprio in > questo momento, mentre continuo a scrivere, si è verificata un’esplosione > vicino a casa mia e le schegge si sono sparse intorno a me fino a quasi > colpirmi). È il 18 settembre 2025. Yousri Alghoul scrive, per il sito dell’Istituto per gli Studi Palestinesi, “Paradossi del dolore”, il racconto sulla fuga della sua famiglia e sulla sua scelta, invece, come intellettuale, di restare. Tra le righe del testo, chi legge resta agganciato qui: “Scrivere è un atto di follia in questo momento, e sarebbe follia non scrivere”. Alghoul, uno dei più noti autori palestinesi, conosciuto come “lo scrittore che è rimasto nel nord di Gaza”, risolve un dilemma identitario – essere o non essere uno scrittore durante il genocidio? Scrivere o non scrivere sotto fame e bombardamenti? Restare o non restare come intellettuale nel nord, mentre il campo si svuota verso sud? – traducendo questa antinomia nella sua resistenza poetica. I racconti, i libri e i reportage di Yousri Alghoul – in Italia Edizioni Q ne pubblica una testimonianza ‒ sono un invito a considerare non tanto la postura dello scrittore, quanto la posizione di chi scrive nel territorio fisico di Gaza e nello spazio simbolico della letteratura, nel rapporto con il potere e nella relazione con l’altro – un Altro che l’autore identifica, da un lato, con il popolo palestinese in cerca di supporto per non cedere alla resa, dall’altro, con il lettore occidentale da interrogare, ponendo sotto il suo sguardo la realtà di Gaza come dispositivo umano. > Essere o non essere uno scrittore durante il genocidio? Scrivere o non > scrivere sotto fame e bombardamenti? Restare o non restare come intellettuale > nel nord, mentre il campo si svuota verso sud? “Paradossi del dolore” nel mezzo suona così: > (Ancora una volta, la mia casa è stata colpita da un colpo di obice e, mentre > scrivo questa testimonianza, il rumore dell’esplosione mi risuona ancora nelle > orecchie. Per questo motivo, ho deciso di trasferirmi in una stanza vicina, > esposta a sud, che potrebbe essere più sicura). Ero distratto: tra il rumore > dei proiettili della nave da guerra e la notizia del martirio di due bambini > della mia famiglia la sera prima, tra l’idea della narrazione attraverso la > quale volevo far luce sull’amara realtà dello sfollamento e il deliberato > attacco a tutte le componenti della vita, come se si trattasse di una vendetta > contro alberi e pietre, non solo contro il popolo palestinese. Yousri Alghoul nasce nel 1980 nel campo profughi di Al-Shati a Gaza City. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti, romanzi e reportage. È membro dell’Unione degli Scrittori Palestinesi e di numerose organizzazioni della società civile, e ha organizzato diverse iniziative culturali per scrittori emergenti a Gaza. Da anni documenta la vita quotidiana sotto l’assedio. Nel suo ultimo libro, “L’ultima notte a Gaza”, non ancora tradotto in Italia, racconta gli amici martiri, le case distrutte, la paura negli occhi dei bambini, le donne stanche, la corsa spaventosa sotto i bombardamenti, le famiglie sterminate in un istante, i corpi sconosciuti per le strade. “È una biografia”, dice Alghoul, “che descrive la morte e il tentativo di sopravvivere”. A proposito di questo libro lo scrittore Ziyad Khadash parla del “suo fluire triste e la sua poeticità sanguinosa, la forza del linguaggio e la sua coerenza tormentata nel fissarsi sui corpi senza vita”. Oltre che nello spazio, quella di Alghoul è una posizione nel tempo. L’infanzia nell’intifada, la nascita come scrittore sotto l’occupazione, la resistenza fisica e intellettuale durante il genocidio, l’evacuazione. “Durante la prima intifada, ero un bambino”, racconta Alghoul nella nostra conversazione: “Gli israeliani imponevano il coprifuoco. Non potevamo uscire di casa e mio padre ci portava dei libri. Non avevo molto da fare se non leggere storie”. Il vicino di casa di Alghoul aveva creato una piccola biblioteca: “Era un giovane palestinese, che credo fosse amputato, non riusciva a camminare e aveva aperto questo posto. Ci prestava i libri e io ero molto coinvolto nelle storie che leggevo”. Quando era alle scuole superiori, Alghoul ha scritto una storia per partecipare a un concorso e ha vinto un premio. “La storia parlava della povertà perché eravamo molto poveri noi che vivevamo nel campo profughi. Da quel momento ho deciso di scrivere. Ero molto giovane, ma sentivo di voler parlare della situazione miserabile nella Striscia di Gaza: povertà, disoccupazione, distruzione, nessun sistema fognario. Scrivevo di questo, e sentivo che dovevo scriverne sempre di più”. Negli anni Novanta si compie la sua iniziazione come scrittore, un corpo giovane, esposto che ha chiaro come la scrittura si muova insieme a lui, si definisca nei limiti e a questi si opponga per trovare la sua voce espressiva e prendere spazio mentre si guadagna tempo per sopravvivere. Più prendi spazio con la parola scritta, più definisci lo spazio reale del tuo mondo: la strategia narrativa di Alghoul sembra coincidere con la rivendicazione di un territorio a esistere nel momento in cui viene raccontato. > La strategia narrativa di Alghoul sembra coincidere con la rivendicazione di > un territorio a esistere nel momento in cui viene raccontato. Se uno scrittore in un libro crea il mondo possibile del racconto, Alghoul tenta un percorso inverso: Gaza non è un mondo possibile ma deve imporsi come mondo reale attraverso il racconto. Non c’è altra possibilità all’infuori di una narrativa che veda l’esistenza della Striscia e la mostri allo sguardo del mondo. Questa intenzione ha richiesto ad Alghoul, nel tempo, di ricercare e sperimentare la forma narrativa dei suoi testi come espressione della sua poetica civile di intellettuale. Ma prima di giungere a questa individuazione, la forma di Alghoul era un’altra: il surrealismo. I suoi racconti erano cupi, insieme fantastici e realistici. E anche qui è importante la posizione nel tempo della Storia. In “Una lettera a Vania”, un racconto scritto nel 2023, prima del 7 ottobre, il narratore scrive a Vania, una sua amica che vive all’estero e che sembra essere distante e ignara della vita a Gaza. “Non sapevo quale direzione avrei preso mentre scrivevo”, racconta Alghoul. “Non mi sono concentrato tanto sullo stile, quanto sul cercare di riuscire a trasmettere il messaggio. Io stesso stavo ancora scoprendo cosa fosse il contenuto di quel messaggio”. Il racconto inizia così: > Scriverò una lettera a Vania ‒ devo farlo. Le dirò che sto ancora respirando, > e così anche quelli intorno a me. Forse lei pensa che sia morto quando uno dei > missili implacabili ha colpito il campo profughi dove viviamo, e che ora siamo > tutti distesi senza vita qui, sotto le macerie. Ridendo, la informerò che i > nostri corpi si sono induriti e hanno sviluppato una strana immunità alla > morte. Sono stati solo i bambini a morire ‒ i bambini, gli unici tra noi che > non conoscono il significato della morte. Nella prosa del periodo surrealista Alghoul insegue le possibilità della trasformazione. Ecco dunque cosa diventano i corpi nel racconto: “Scriverò una lettera a Vania ‒ devo farlo. Le dirò che durante la guerra mi sono trasformato in acqua come modo per proteggermi dai muri che crollavano e dai mobili che cadevano. Ho tolto i pezzi del mio corpo uno a uno, e sono svaniti finché non ero più intrappolato tra le macerie, come mia moglie e i miei figli, che non hanno ancora imparato l’arte della trasformazione”. > Gaza non è un mondo possibile ma deve imporsi come mondo reale attraverso il > racconto. Non c’è altra possibilità all’infuori di una narrativa che veda > l’esistenza della Striscia e la mostri allo sguardo del mondo. Parte del messaggio di Alghoul è il destinatario, la sua Vania, ossia il lettore occidentale. Allora l’autore contamina il testo con la cultura pop facendo comparire personaggi come Iron Man o Hulk: > Giuro che, appena le mie ferite guariranno e il mio braccio sinistro > germoglierà di nuovo, manderò la mia lettera a Vania. Le scriverò: L’odore di > mia moglie e dei miei figli mi faceva colare il naso. Così mi sono trasformato > in un camino per soffiare i fumi all’esterno, pensando che potesse servire da > segnale per qualcuno che venisse a salvarci. Ma dopo che sono tornato acqua > fredda e mi sono versato su di loro, gocciolando nelle loro bocche e > asciugando il sangue che si era seccato sui loro corpi maltrattati, questi > sono crollati e hanno perso quello che restava della loro forza di > sopravvivenza. Mentre tremavano per la paura, il freddo, la sete e la fame, ho > cercato con tutte le mie forze di trasformarmi nell’Incredibile Hulk e > sollevare le macerie del nostro edificio da sopra di loro. Ma Hulk non ha > posto a Gaza, quindi ho fallito. Qui l’effetto straniante disorienta il lettore, almeno quanto il suo sentirsi identificato con l’inconsapevole Vania: “Le dirò a Vania: Sono tornato per mia moglie e mio figlio. Li ho sollevati e li ho portati fuori dalla casa il più velocemente possibile. Solo per scoprire che loro ‒ che noi ‒ non avevamo più gambe. ‘Perché non fai una gamba di legno a tua moglie?’ dirà, senza sapere che a Gaza non ci sono alberi abbastanza per produrre gambe per sostituire quelle che sono state amputate. Senza sapere che Gaza non è un paese, né una città o un villaggio, ma piuttosto un pezzetto di inferno privo di ogni colore tranne il nero”. Dopo il 7 ottobre, invece, la forma di Alghoul richiede un altro passo: “Quando è iniziato il genocidio, non era più il momento delle storie di finzione, ma di scrivere la narrativa palestinese che non deve morire. Mi sono sentito obbligato a scrivere, per la posterità, un resoconto di questa misera era nella storia mondiale. Quindi, la mia scrittura recente ha preso la forma del realismo e delle storie non finzionali”. Due anni dopo “Una lettera a Vania”, il 6 ottobre Alghoul scrive “Tragedia dello sfollamento”: > Sto tirando il mio carrello, con lo stomaco che brontola. Non mangio dalla > sera prima, da solo nell’appartamento dopo che tutti gli altri se ne sono > andati. Quindi cerco di scappare in fretta, per non morire di fame, mentre > altri come me scappano, temendo di morire di sete, e altri ancora che > rimpiangono le loro famiglie, alcune delle quali sono sopravvissute, altre > sono state martirizzate. Non ho mai pensato di lasciare la città, per molte > ragioni, la più importante delle quali era rafforzare la resistenza della > gente del posto, poiché la maggior parte dei residenti trae la propria > resistenza dalle élite intellettuali nel campo. E poiché sono uno di loro, > sono stato la voce del campo con i miei libri e il mio approccio chiaro nel > sostenere la legittimità della resistenza. E essendo rimasto al nord per tutta > la durata della guerra, non ho mai pensato allo sfollamento in nessuna > circostanza, e non sapevo che la morte sarebbe diventata la mia compagna lungo > il cammino. Tutti in città lottano contro il tempo per non morire, per una > ragione sconosciuta al mondo. Negli ultimi due anni Alghoul si è trovato intrappolato nella scrittura come “l’atto di un folle”, stando alla sua definizione. “Dopo il 7 ottobre, non è stato facile scrivere”, dice durante la nostra conversazione. “Non avevamo elettricità e ci spostavamo da un luogo all’altro. Hai bisogno di scrivere, hai bisogno di un laptop, hai bisogno di trasmettere i tuoi messaggi al mondo. Devi camminare anche sette chilometri per andare a caricare il laptop. Andavo in un rifugio, da un mio amico che aveva dei pannelli solari”. Così Alghoul cerca di spostarsi da un luogo all’altro senza mai lasciare il nord di Gaza mentre la maggior parte delle persone si spostava verso sud: “Sono l’unico scrittore rimasto nel nord, insieme ad alcuni poeti, con la carestia e i bombardamenti”. In quel periodo, gli israeliani hanno iniziato a colpire gli edifici e le case. “Dovevo decidere se scrivere o scappare dai razzi e dai missili, dal sangue che veniva sparso. Io non sono partito. Non sono andato via per due anni. Sono rimasto lì, fermo”. > “Quando è iniziato il genocidio, non era più il momento delle storie di > finzione, ma di scrivere la narrativa palestinese che non deve morire”. Durante gli ultimi due anni Alghoul ha scritto racconti per i siti e mandato foto, video, audio tramite Whatsapp ai suoi contatti in Occidente. Sul mio telefono i video della sua casa distrutta e delle persone che scappano compaiono nella galleria tra i video di mio figlio al parco dopo la scuola in una disturbante mescolanza di suoni e composizioni. Una mattina, nell’estate del 2025, mentre sono al bar a fare colazione, mi arriva un messaggio di Yousri. Una foto. È seduto su un bidoncino di plastica, fuori da una tenda piantata nel fango. Sta leggendo. In mezzo alla fame e alla distruzione lui sta leggendo. Gli chiedo come sta, cosa sta facendo. Lui mi manda un vocale: “Non abbiamo altro da fare se non combattere tramite l’intelletto. Leggere, scrivere. Non essere semplicemente osservatori di ciò che sta accadendo in questi anni. Devi raccontare al mondo ciò che sta succedendo. E questo non può accadere senza leggere. Dobbiamo leggere, dobbiamo imparare, dobbiamo fare tutto, ma non arrenderci. Perché se ti arrendi, muori. E noi non moriremo. Abbiamo una volontà incrollabile. E questo mi spinge a scrivere, scrivere e scrivere”. Il 7 ottobre 2025 Alghoul scrive “L’ultima notte a Gaza City”: “L’auto fatiscente arrivò e i miei figli iniziarono a trasportare le loro cose su un rimorchio attaccato all’auto e fino all’ultimo momento mi rifiutai di smontare i mobili del bagno. Mia moglie, tuttavia, disse: ‘Yousri, non torniamo indietro. Questa volta vogliono distruggere noi e le case che prima non sono state distrutte ‘. Concordai con mia moglie che sarei rimasto a Gaza City, non avrei accettato di essere spostato perché il rafforzamento della fermezza inizia con la presenza dell’élite tra le masse”. Più avanti nel testo la voce di Alghoul richiama lo sguardo dell’Occidente: > Il lettore può ancora una volta contemplare attentamente la scena che lo > circonda: l’appartamento, le stanze e le loro pareti, i mobili della casa, i > certificati di apprezzamento e onore appesi alle pareti, i vestiti e i > dispositivi intelligenti. Sei costretto a portare tutto questo in una volta > sola su un’auto fatiscente in un luogo che non conosci. Potrebbe essere un > terreno fangoso, e per una cifra che supera il prezzo di un biglietto aereo > per il Brasile, per gettarlo nell’abisso della distruzione, in attesa di > montare una tenda che non è sufficiente per cinque persone, mentre il resto > delle pratiche che conosci diventano lussi, come svegliarsi per lavarsi la > faccia e i denti, preparare il cibo sulla stufa e uscire per lavorare. E se l’autore ha abbandonato il surrealismo, il suo sguardo nel racconto, però, resta capace di comporre l’immagine di una realtà che supera ogni immaginazione: “Nonostante i video mostrino come i soldati si divertissero a bombardare quegli animali che non avevano nulla a che fare con quanto stava accadendo nella Striscia, la cosa importante è che ora erano gli umani a svolgere i compiti di quegli animali trainando i carretti, in una scena umiliante per tutta l’umanità”. > È seduto su un bidoncino di plastica, fuori da una tenda piantata nel fango. > Sta leggendo. In mezzo alla fame e alla distruzione lui sta leggendo. Ho affidato la traduzione di questi testi dall’arabo agli strumenti online che restituiscono l’uso del passato come tempo verbale del racconto. Se questo fosse anche l’esito di un traduttore umano, colpirebbe in un reportage narrativo la predilezione dell’autore per il passato, il tempo della consapevolezza, come se Alghoul vedesse già il proprio testo sotto gli occhi di un lettore futuro. Per il lettore presente, invece, l’effetto è di partecipare immobile a una realtà che è finita, un’azione, quella della vita a Gaza, che si è conclusa. Graham Liddell, il traduttore inglese di Alghoul, sostiene che le storie dello “scrittore rimasto al nord” resistono alla categorizzazione in generi esistenti: “Ho deciso di coniare un termine: realismo fratturante – dice Liddell ‒ che rompe la soglia tra mondi che tendiamo a pensare come separati: tra il momento presente e l’apocalisse, questa vita e l’aldilà, il naturale e il soprannaturale, l’individuale e il cosmico. Le storie di Alghoul interrompono anche la nostra percezione di ciò che è o potrebbe essere reale. Le persone a Gaza oggi stanno vivendo orrori che davvero mettono a dura prova l’immaginazione, e per catturare questa incredibilità quotidiana nel suo lavoro, Yousri costringe i suoi lettori a riconsiderare la realtà”. Durante la nostra conversazione che avviene nei primi mesi del 2026, Alghoul mi racconta che per tredici anni è rimasto bloccato a Gaza. “Non sono mai uscito da Gaza per tredici anni. Non solo per volontà degli israeliani. Anche molti regimi arabi, soprattutto quello egiziano, si sono rifiutati di concedermi il visto, di darmi ad esempio il permesso di passare attraverso l’Egitto per raggiungere un altro Paese. Perché? Perché sono uno scrittore. Sono uno scrittore che ha scritto sui regimi arabi, sulla primavera araba”. Le uniche vie per uscire da Gaza sono l’Egitto o Israele.  “Sono stato nominato per molti programmi di residenze e scrittura internazionali. Come l’International Writing Program, per l’Università dell’Iowa. Ma sono rimasto bloccato a Gaza. Io credo che l’autore non sia un pesce morto. Sai cosa intendo per un pesce morto? Quello che segue le onde. Io non seguo i regimi. Non scrivo per lodare i regimi e ricevere premi. Lotto contro i regimi. Scrivo contro i regimi. Perché gli intellettuali non sono schiavi dei regimi”. La nostra conversazione avviene in video call mentre Alghoul si trova nel suo ufficio a Losanna. “Ora – continua Alghoul ‒ gli israeliani vogliono entrare a Gaza, quindi evacuano noi intellettuali perché vogliono frustrarci psicologicamente. Quindi ho lasciato Gaza. Ho lasciato Gaza per la mia famiglia, per proteggerla dal genocidio. Cosa avrei dovuto fare? Quando sono rimasto da solo nel nord, non avevo paura che mi potessero assassinare o arrestare, non mi importava. Ma ora questa è stata la mia decisione: portare la mia famiglia fuori da Gaza”. Un’amica tedesco-svizzera di Alghoul lo ha supportato per integrarlo nell’International Institution of Management and Development all’Università di Losanna con un lavoro come ricercatore associato. Ha un contratto di lavoro di due anni. Sta concentrando le sue ricerche sulla resistenza dei palestinesi: “Dobbiamo combattere, anche se siamo qui. Sono una nuova voce in Europa per supportare la mia comunità e parlare al mondo di ciò che sta accadendo e scrivere sulla causa palestinese e chiamare alla solidarietà per i bambini, le donne, gli anziani, gli edifici, gli alberi di Gaza. È molto difficile ricostruire una comunità e uno Stato senza le persone. Ma penso anche che Gaza abbia bisogno di messaggeri”. > “Io credo che l’autore non sia un pesce morto. Sai cosa intendo per un pesce > morto? Quello che segue le onde”. Il 16 gennaio 2026 Alghoul scrive “Dallo sfollamento all’evacuazione”: > Ho atteso la data di evacuazione dall’occupazione, senza provare alcun tipo di > paura, anche se negli ultimi due anni ero solito spegnere il telefono a Gaza > per paura di essere assassinato. Dopo la comunicazione, ho capito che > l’occupazione cerca di svuotare la Striscia di Gaza dell’élite e che la mia > partenza per loro sarebbe stata un’opportunità per raggiungere l’obiettivo > finale. E qui mi sono chiesto: tradirei il mio Paese se me ne andassi? E se > non me ne andassi? Come potrò mai avere un’altra possibilità se mi è vietato > viaggiare in entrambe le direzioni? Non mi basta aver lottato per più di > vent’anni? Che dire dei miei figli, che soffrono a causa del trasporto di > carichi pesanti e i cui corpi sono indeboliti? Che dire di mia moglie incinta, > che prepara il cibo con la plastica cancerogena? E che dire di me? Non ho > bisogno di andare nel mondo e partecipare alle fiere del libro arabe e > internazionali come tutti gli altri, e di liberarmi dal complesso di Gaza che > mi ha assediato e pagare il prezzo della mia scrittura? Non posso essere un > ambasciatore di questa città? La lotta riguarda la morte gratuita? La lotta è > solo all’interno di Gaza? > > > > Sono andato a Ginevra con la mia famiglia, lasciandomi alle spalle mio padre > con una gamba amputata, mio fratello con una lesione al midollo spinale, mia > sorella che ha perso suo figlio martire. Forse potrei essere un ambasciatore > per la mia città, che attende ovunque le nostre prese di posizione. L'articolo Il realismo fratturante di Yousri Alghoul, scrittore palestinese proviene da Il Tascabile.
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L’istante magico
P ossono due figure rimanere nell’oscurità dentro la stessa stanza? Sì. E come? Solo se la stanza rimane al buio. La stanza è quella della prima metà del Novecento, l’ambiente pulsa di pensieri esistenziali e visioni oniriche; siamo dentro anni di fiorente ricerca artistica nei mondi dell’inconscio e della psiche. Aprendo la porta e volendo scoprire di più, decidiamo allora di accendere le luci. L’interno si mostra in tutta la sua sublime follia: orologi deformi nel deserto, giornali con volti di donna riempiti di seni e organi sessuali, occhiali, maschere, draghi che fuoriescono da vortici di colori, torri dentro città sconosciute, suoni alchemici, ghepardi, cani, fiori sui capelli, e poi, come dentro un sogno animato, due ombre misteriose si muovono simili a fantasmi creando un gioco di luce e oscurità. Cosa sono? Chi sono? Prima ancora di scoprire la loro provenienza, di riconoscere i loro corpi, ne percepiamo il movimento vorticoso, quasi inquietante. Ora il bagliore nella stanza aumenta, anche tutte le pareti sono illuminate. Le ombre eclissate dalla luce scompaiono e, fisse nella stanza, come dentro un istante magico, le due figure si mostrano nel completo chiarore. È arrivato il momento del riconoscimento. Sono due donne, sguardi scuri e fissi, capelli fluenti, una postura che impone rispetto dentro una bellezza sconosciuta e profonda, temibile nella sua ammaliante austerità. Le distinguiamo, sono una pittrice e una scrittrice, sono Remedios Varo e Clarice Lispector. I loro sguardi si incontrano per la prima volta. Donne che creano donne: la destrutturazione dello sguardo maschile nell’arte Fin dalle sue origini, la storia dell’arte ha custodito la figura femminile entro una visione che non le apparteneva pienamente: uno sguardo maschile che l’ha evocata, plasmata, talvolta imprigionata, oscillando tra due immagini speculari e complementari – la musa, silenziosa sorgente d’ispirazione, e la femme fatale, corpo enigmatico e perturbante, promessa e minaccia insieme. Anche il surrealismo, con la sua vocazione a sondare l’inconscio e a dischiudere il meraviglioso, non si sottrae a questa tensione: pur proclamando, con André Breton, che “il pensiero non ha sesso”, esso continua a inscrivere la donna in una funzione mediata, come soglia, tramite, figura liminale attraverso cui l’uomo tenta di accedere a un altrove che resta, tuttavia, definito dal suo desiderio. Eppure, il surrealismo è anche uno dei movimenti che più di altri ha offerto alle donne uno spazio d’azione, permettendo collaborazioni, dialoghi e presenze attive all’interno del gruppo. Nonostante ciò, le artiste surrealiste raramente riescono a emergere pienamente: restano spesso percepite come un fenomeno “esterno”, collaterale rispetto a un surrealismo canonico implicitamente maschile. Ancora oggi, la definizione di “surrealismo femminile” porta con sé questa ambivalenza, come se si trattasse di una diramazione autonoma ma marginale, piuttosto che di una componente interna e trasformativa del movimento. Non è un caso che la critica abbia a lungo ignorato il loro contributo, e che solo a partire dagli anni Settanta, con studi pionieristici come Surréalisme et sexualité (1971) di Xavière Gauthier o Women Artists and the Surrealist Movement (1985) di Whitney Chadwick, si sia iniziato a interrogare sistematicamente la posizione della donna nel surrealismo, rivelandone il carattere profondamente contraddittorio: esaltata e insieme mutilata, celebrata e al contempo contenuta. > Nel surrealismo canonico la funzione della donna resta strumentale: non > soggetto della creazione, ma veicolo attraverso cui l’artista uomo accede al > meraviglioso, all’ispirazione, al piacere, oggetto di desiderio, di > rivelazione, di devozione. All’interno del surrealismo canonico, infatti, il femminile viene incessantemente definito attraverso uno sguardo maschile che ne moltiplica le immagini senza mai restituirle piena autonomia. Come osserva Chadwick, la donna si manifesta in forme opposte e complementari: vergine, bambina, creatura celeste da un lato; strega, oggetto erotico, femme fatale dall’altro. Come femme enfant, essa diventa musa, guida verso le profondità dell’inconscio; come femme fatale, si carica di un potere magnetico ed erotico che la trasforma in oggetto di desiderio e insieme in opera d’arte vivente. In entrambi i casi, tuttavia, la sua funzione resta strumentale: non soggetto della creazione, ma veicolo attraverso cui l’artista uomo accede al meraviglioso, all’ispirazione, al piacere. Anche quando abbandona i ruoli tradizionali di moglie e madre, la donna non conquista una piena agency creativa, ma continua a essere inscritta entro una logica che la vuole oggetto – di desiderio, di rivelazione, di devozione. È in questa tensione, in questa frattura interna al movimento, che prende forma una costellazione di voci capaci di incrinare la superficie dello sguardo. Un gruppo di artiste – spesso riunite sotto il nome di “surrealismo femminile”, tra cui Leonora Carrington, Frida Kahlo, Leonor Fini e Dorothea Tanning – compie un gesto silenzioso e radicale: rovescia la prospettiva. La donna non è più immagine riflessa né enigma da decifrare, ma origine dello sguardo stesso. Non più musa né femme fatale, ma presenza creatrice, coscienza che genera forme, visioni, mondi. Creatrice di arte e, insieme, del proprio destino. Dotata di agency, attraversata da una vita interiore autonoma e irriducibile, la donna si sottrae definitivamente alla narrazione che la voleva oggetto, per farsi soggetto vivo, centro pulsante dell’immaginazione. Il surrealismo femminile rappresenta una costellazione complessa e stratificata di pratiche artistiche e letterarie che, pur nascendo in dialogo con il movimento guidato da André Breton, ne mette radicalmente in discussione l’assetto simbolico. Se il surrealismo storico aveva eletto la donna a musa, medium o incarnazione dell’alterità meravigliosa, molte artiste del Novecento rifiutano questa posizione passiva e trasformano il sogno in spazio di soggettivazione. L’inconscio non è più territorio da esplorare attraverso il desiderio maschile, ma laboratorio conoscitivo in cui il soggetto femminile sperimenta nuove forme di identità. > Il surrealismo femminile rappresenta una costellazione complessa e > stratificata di pratiche artistiche e letterarie che, pur nascendo in dialogo > con il movimento guidato da André Breton, ne mette radicalmente in discussione > l’assetto simbolico. In questo senso, il surrealismo femminile non è semplicemente un capitolo interno al racconto del movimento, bensì una sua torsione critica: la metamorfosi diventa gesto politico, l’autoritratto si carica di valenze iniziatiche, il corpo si emancipa dalla funzione di oggetto per divenire soglia di trasformazione. La donna non è più il mezzo per arrivare alle porte dell’inconscio, del grande segreto narrato da Breton; la donna racchiude in sé tutto il mistero dell’esistenza, non rappresenta più il tramite – né Beatrice né Gala – lei stessa è Arcano: sconosciuto, mutabile, quasi inarrivabile se non tramite le porte dell’immaginazione. L’automatismo psichico, teorizzato come via di accesso al meraviglioso, viene reinterpretato come pratica di ascolto interiore e riscrittura del sé. Le immagini oniriche, lungi dall’essere evasione, si configurano come strumenti di conoscenza e resistenza, capaci di incrinare i codici patriarcali della rappresentazione. In questa riconfigurazione dello sguardo, l’arte diviene, attraverso lo sguardo femminile, un dispositivo di reinvenzione identitaria, spesso attraversato dall’esperienza della marginalità, della migrazione e, talvolta, dell’esilio. È proprio entro questo orizzonte che si possono accostare le figure, raramente messe in dialogo, di Remedios Varo e Clarice Lispector. Remedios Varo, pittrice spagnola del primo Novecento, elabora un linguaggio profondamente radicato nell’immaginazione, attraversato da visioni che si muovono tra subconscio, onirico, misticismo e scienza. Le sue opere si configurano come dispositivi di esplorazione interiore, architetture simboliche in cui il sapere razionale e quello esoterico si intrecciano in una trama sottile e perturbante. Il suo stile risente in modo significativo della relazione, tanto personale quanto artistica, sviluppata con Leonora Carrington negli anni Quaranta: un sodalizio creativo che ha contribuito a delineare quell’orizzonte spesso definito come “surrealismo magico”, in cui l’immagine si fa rito, trasformazione, passaggio iniziatico. E tuttavia, proprio in questo spazio di prossimità e dialogo con il surrealismo, si apre una frattura. Varo stessa ne restituisce la tensione con parole che tradiscono insieme fascinazione e distanza: si descrive come presenza discreta, quasi marginale, “ascoltatrice timida e umile” all’interno di un circolo di figure carismatiche come Breton, Éluard e Péret, attratta da un’affinità profonda ma incapace – o forse non disposta – a riconoscersi pienamente in quel contesto. Il suo percorso si definisce allora anche attraverso un progressivo scarto: “oggi non appartengo più ad alcun gruppo; dipingo ciò che mi occorre e ciò è tutto”. È proprio sul terreno della rappresentazione della femminilità che questo distacco si fa gesto consapevole. Come donna che dipinge le donne, Varo avverte l’urgenza di incrinare e destrutturare lo sguardo maschile che, nel surrealismo come nella tradizione artistica più ampia, ha a lungo definito e circoscritto il femminile. Non si tratta soltanto di sottrarsi a un ruolo, ma di mettere in crisi l’intero dispositivo che lo produce: quel canone che l’artista uomo impone, costruendo immagini di donna funzionali al proprio immaginario. In questa prospettiva, l’opera di Varo si configura come un movimento duplice: da un lato, una tensione critica che si ritorce contro il surrealismo stesso, smascherandone le implicazioni più profonde; dall’altro, un paziente lavoro di ricostruzione, attraverso cui la femminilità non è più superficie su cui si proietta uno sguardo esterno, ma forma che emerge dall’interno, spazio autonomo di elaborazione, visione e trasformazione. È qui che prende corpo quel processo di ridefinizione dello sguardo – non più maschile, non più egemonico – da cui affiora una soggettività femminile finalmente capace di guardare e di dirsi da sé. > Come donna che dipinge le donne, Varo avverte l’urgenza di incrinare e > destrutturare lo sguardo maschile che, nel surrealismo come nella tradizione > artistica più ampia, ha a lungo definito e circoscritto il femminile. In una traiettoria parallela e per certi versi speculare, ma inscritta nel linguaggio anziché nell’immagine, Clarice Lispector, scrittrice, giornalista e traduttrice di origine ucraina, nata negli anni Venti del Novecento, a soli dodici anni di distanza da Remedios Varo, si muove lungo un territorio differente ma sorprendentemente affine. Se Varo costruisce immagini, Lispector scava nel linguaggio; se una dà forma al visibile, l’altra lavora sul limite stesso del dicibile. Le sue opere indagano la sfera più intima dell’esistenza attraverso una scrittura rarefatta e insieme incandescente, simbolica e astratta, fatta di monologhi interiori e di un’analisi psicologica rigorosa che dissolve la linearità del racconto per aprire varchi, sospensioni, fratture nel tempo narrativo. Lispector non è, in senso stretto, una scrittrice surrealista; eppure, la sua scrittura è attraversata da una tensione affine a quella del sogno. Il flusso di coscienza, la metamorfosi del quotidiano nell’inquietante, la costante destabilizzazione della realtà producono uno slittamento percettivo che ricorda l’esperienza onirica: ciò che è familiare si incrina, ciò che è stabile si fa mobile, e il reale si rivela come superficie fragile, pronta a cedere sotto il peso di una rivelazione improvvisa. In questo senso, il suo lavoro si colloca in una zona di confine, dove esistenzialismo e modernismo si intrecciano a una ricerca più radicale, quasi mistica, sull’essere. Ma è soprattutto nella costruzione della soggettività femminile che Lispector si avvicina, per via sotterranea, al gesto di Varo. Le sue protagoniste non sono mai semplici personaggi: sono coscienze in atto, presenze che si interrogano, si disfano e si ricompongono nel tentativo di afferrare una verità che sfugge continuamente. La scrittura diventa così uno spazio di esposizione e di rischio, un luogo in cui il soggetto si mette alla prova, si perde e si reinventa. Non più oggetto di narrazione, la donna diventa voce che si cerca, che si ascolta, che si genera nel momento stesso in cui si dice. In questa prospettiva, l’opera di Lispector si configura come un’esperienza profondamente “viscerale”, che va oltre la rappresentazione per toccare una dimensione quasi corporea del linguaggio. La parola non descrive, ma accade; non organizza il mondo, ma lo disarticola, lo rende instabile, lo espone alla possibilità di una trasformazione. Come nelle visioni di Varo, anche qui siamo di fronte a un processo di trasfigurazione: non dell’immagine, ma dell’identità. Una scrittura che non si limita a raccontare il femminile, ma lo attraversa, lo mette in crisi e lo restituisce come spazio autonomo, irriducibile, in continua metamorfosi. > La parola di Lispector non descrive, ma accade; non organizza il mondo, ma lo > disarticola, lo rende instabile, lo espone alla possibilità di una > trasformazione. Come nelle visioni di Varo, anche qui siamo di fronte a un > processo di trasfigurazione: non dell’immagine, ma dell’identità. Sebbene operino in ambiti diversi – la pittura e la letteratura – entrambe esplorano l’invisibile come dimensione concreta dell’esperienza, trasformando lo spaesamento in metodo creativo. La consonanza e l’armonia tra Varo e Lispector non sono costituite dall’adesione programmatica a un manifesto culturale e artistico o da un’appartenenza storica. Piuttosto, è una tensione verso l’ignoto, la ricerca di una lingua – visiva o verbale – capace di dire ciò che sfugge alla logica ordinaria, a costituire il vero terreno condiviso su cui il loro dialogo può prendere forma. Remedios Varo e Clarice Lispector: un crocevia tra vita e arte Remedios Varo nasce in Spagna nel 1908 e cresce in un ambiente segnato dall’interesse paterno per la scienza e il disegno tecnico, elementi che lasceranno un’impronta profonda nella sua immaginazione figurativa. Si forma all’Accademia di San Fernando a Madrid, dove entra in contatto con le avanguardie europee, per poi trasferirsi a Parigi negli anni Trenta, centro nevralgico del surrealismo. Qui frequenta ambienti legati ad André Breton e sperimenta un linguaggio già intriso di alchimia, occultismo e ironia. L’esperienza della guerra civile spagnola e, successivamente, dell’occupazione nazista in Francia la costringono però a una fuga precipitosa: nel 1941 approda in Messico insieme ad altri esuli europei. È proprio in America Latina che la sua pittura raggiunge piena maturità, trasformando il trauma dell’esilio in un universo visionario coerente e personalissimo. Clarice Lispector nasce nel 1920 in Ucraina, in una famiglia ebraica in fuga dai pogrom dell’Europa orientale. L’emigrazione in Brasile avviene quando è ancora bambina: lo sradicamento non è memoria consapevole ma ferita originaria, inscritta nella lingua e nell’identità. Cresciuta a Recife e poi a Rio de Janeiro, Lispector si forma in ambito giuridico ma esordisce giovanissima con un romanzo che rivoluziona la narrativa brasiliana per introspezione e radicalità stilistica. Anche la sua vita sarà segnata da spostamenti continui – in Europa e negli Stati Uniti, al seguito del marito diplomatico – alimentando una costante sensazione di estraneità. Se Varo attraversa l’Atlantico da adulta e Lispector lo fa da bambina, entrambe vivono la migrazione come condizione permanente più che come episodio biografico. L’Europa rimane per tutte e due una matrice culturale inquieta, luogo di frattura e memoria traumatica; l’America Latina si offre invece come spazio di reinvenzione, laboratorio identitario e simbolico. In Messico, Varo sviluppa un linguaggio pittorico sospeso tra scienza rinascimentale, esoterismo medievale e suggestioni del paesaggio locale: torri gotiche si fondono con vegetazioni lussureggianti, strumenti astronomici convivono con animali fantastici. In Brasile, Lispector elabora una scrittura introspettiva e rarefatta, che scardina la struttura tradizionale del romanzo per concentrarsi sull’istante percettivo, sull’epifania improvvisa, su una lingua che sembra sempre sul punto di disfarsi. > È proprio questa capacità di fare dello spaesamento una postura epistemologica > – uno sguardo obliquo sul reale – a costituire il terreno più profondo del > loro dialogo ideale. Sul piano teorico, in entrambe si riscontra una tensione verso l’invisibile, un’esplorazione dell’inconscio: in Varo la metamorfosi si traduce in immagini di trasformazione alchemica, in figure femminili che attraversano prove iniziatiche; in Lispector prende la forma di crisi interiori, di dissoluzioni dell’io che aprono a una dimensione impersonale e cosmica. In entrambe, la centralità dell’esperienza soggettiva non coincide con un ripiegamento autobiografico, ma con una ricerca conoscitiva radicale. Le loro opere non illustrano sogni: li abitano. Non rappresentano semplicemente l’esilio: lo trasformano in metodo creativo. È proprio questa capacità di fare dello spaesamento una postura epistemologica – uno sguardo obliquo sul reale – a costituire il terreno più profondo del loro dialogo ideale. Dentro l’introspezione di Lispector e Varo: corpo, metafore e limiti del linguaggio Non si sono mai incontrate. Non si sono mai scritte. Eppure, esplorando le loro opere, sembra che abbiano percorso la stessa stanza da lati opposti. Nel confronto dettagliato tra Remedios Varo e Clarice Lispector emergono consonanze sorprendenti che permettono di individuare un autentico fil rouge tra le loro opere. La prima riguarda l’uso della metafora, che in entrambe non è semplice ornamento ma struttura portante del pensiero artistico. Nei dipinti di Varo, figure femminili filiformi abitano spazi ambigui: torri che sembrano strumenti musicali, imbarcazioni che attraversano interni domestici, laboratori in cui si fondono scienza e magia. In La creación de las aves (1957), una donna-alchimista genera uccelli grazie a un congegno che convoglia luce stellare e pigmenti: la scena è una potente allegoria della creazione artistica come processo cosmico e iniziatico. L’artista non copia il reale, ma lo trasmuta. In Mujer saliendo del psicoanalista (1960), invece, Varo ironizza sull’idea di un inconscio completamente decifrabile: la protagonista esce dallo studio con la testa del padre avvolta in un panno, vestita con un mantello dove il suo volto si sdoppia, nelle sembianze di una maschera, tra le pieghe del vestito. La metafora visiva, in questo caso del doppio, diventa narrazione condensata: ogni quadro suggerisce una storia, ma non la esplicita mai del tutto. Lo spettatore è chiamato a completarla, a entrare nel dispositivo simbolico, a entrare nel monologo visivo interiore dell’artista. Nei romanzi di Lispector la metafora agisce in modo analogo, ma attraverso il linguaggio. In A paixão segundo G.H. (1964), l’incontro con una blatta in una stanza di servizio scatena un’esperienza mistica e destabilizzante: l’evento è minimo, quasi insignificante, ma diventa soglia metafisica. L’insetto non è solo un oggetto narrativo, bensì una fenditura nell’ordine simbolico, un varco verso l’indifferenziato, “una notte in cui tutte le vacche sono nere”. La blatta rappresenta un’idea di isolamento dal mondo e di resistenza, lo spazio intorno è pura immaginazione. Vivere è “cosa sovrannaturale”. In Lispector questa centralità della metafora si accompagna a una riflessione più radicale sui limiti stessi del linguaggio. In Água viva (1973), la narrazione si dissolve in un flusso meditativo privo di trama tradizionale: la scrittura tenta di catturare l’istante puro, l’hic et nunc che sfugge a ogni costruzione lineare. Qui la metafora non descrive il pensiero: è il pensiero stesso, nella sua oscillazione continua tra parola e silenzio, stasi e trasformazione, vuoto e pienezza. “Il mio tema è l’istante? Il mio tema di vita. Cerco di stare al passo con lui, mi divido migliaia di volte, tante volte quanti sono gli istanti che passano, frammentaria io, e precari i momenti – mi dedico solo a una vita che nasca con il tempo e con lui cresca: soltanto nel tempo c’è spazio per me” (Água viva). Su questa scia, in A paixão segundo G.H., Clarice Lispector afferma: “Creerò ciò che mi è accaduto. Solamente perché vivere non è narrabile”. Questa frase esprime con chiarezza la tensione centrale del romanzo: l’esperienza vissuta dalla protagonista è così radicale da sfuggire alla possibilità di essere pienamente resa attraverso il linguaggio. La narrazione, anziché riportare fedelmente ciò che è accaduto, deve ricrearlo, cercando di avvicinarsi a qualcosa che è per sua natura irrappresentabile. > Il linguaggio di Lispector tenta di mostrare l’indicibile, senza illudersi di > poterlo spiegare o ridurre a un racconto lineare. Qui emerge il paradosso della scrittura lispectoriana: il racconto nasce proprio dalla consapevolezza dei limiti del linguaggio. Tale limite mostra un’eco wittgensteiniana, in particolare in riferimento alla celebre affermazione del Tractatus logico-philosophicus (1921): “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Per Wittgenstein il linguaggio può rappresentare solo i fatti, la realtà strutturata logicamente; ciò che trascende questi limiti – l’esperienza interiore estrema, l’etica, il senso della vita – non può essere detto, ma solo mostrato. Lispector, in modo creativo e radicale, si colloca proprio su questa soglia: il suo linguaggio tenta di mostrare l’indicibile, senza illudersi di poterlo spiegare o ridurre a un racconto lineare. Questa tensione tra esperienza e racconto si ritrova anche in Água viva, dove la scrittura tenta di aderire al presente mentre accade, frammentaria e fluida, quasi a registrare la vita istante per istante. In A paixão segundo G.H., invece, la scrittura assume i tratti di una crisi del linguaggio: l’esperienza estrema non è più solo frammentaria, ma addirittura impossibile da narrare integralmente. La protagonista riconosce che le parole non possono restituire la totalità di ciò che è stato vissuto, e il testo procede per circonvoluzioni e ripetizioni, cercando di avvicinare l’esperienza senza pretenderne la completezza. Ma se Wittgenstein indica il silenzio come limite del linguaggio, Lispector scrive contro quel limite, cercando di far percepire l’eccedenza dell’esperienza attraverso il gesto stesso della scrittura. La lingua diventa così testimonianza di ciò che non può essere detto, mentre il lettore è chiamato a intuire l’indicibile. La narrazione non riproduce la vita, ma la mostra nella sua irriducibilità, confermando come il linguaggio possa essere sia limite sia ponte verso ciò che trascende la sua capacità di rappresentazione. Si delinea così in Lispector e Varo una tensione comune tra dicibilità e ineffabilità, tra narrabilità e non narrabilità. Varo costruisce immagini densamente narrative – si intravedono viaggi, prove, metamorfosi – ma la sequenza resta sospesa, enigmatica, come una fiaba senza inizio né fine. Lispector, al contrario, mette in crisi la trama dall’interno: l’evento esterno si riduce al minimo, mentre il vero dramma si consuma nella coscienza. In una coscienza che ha bisogno prima di frammentarsi, distruggersi, per ritrovare solo allora una consapevolezza nel mondo. Questa dissoluzione dell’io ricorda, per analogia, il processo alchemico della nigredo, ossia il passaggio al nero come fase iniziale della decomposizione dell’Io, della distruzione di tutti gli elementi esistenti, fase necessaria per avviare un ritorno al caos primordiale e quindi a una successiva nuova creazione. > Si delinea così in Lispector e Varo una tensione comune tra dicibilità e > ineffabilità, tra narrabilità e non narrabilità. Nei dipinti di Varo questo transito verso una decomposizione del proprio Io avviene non sotto forma di reale passaggio attraverso il nero, la morte, bensì è come se il trapasso fosse già avvenuto e l’ombra dell’anima fosse stata sconfitta attraverso la fantasia. Ogni simbolo, corpo, o architettura dipinta nel quadro subisce, nell’atto della creazione, una disgregazione dalla sua realtà, e, attraverso il suo uso espresso in metafora visiva, ne simboleggia le innumerevoli possibilità esistenziali di mutazione.  È così che il gesto creativo surreale può essere visto come un magico antidoto contro la finitudine della vita umana, una via verso l’infinito, l’immortalità. È quindi naturale notare come ciò che impatta fortemente sull’opera di entrambe le artiste sia proprio il tema del passaggio, la trasformazione. Questa fonda le sue radici partendo dall’ambiente circostante; attraverso la natura e le architetture surreali nei dipinti di Varo, in ambienti intimi che proiettano il proprio stato di coscienza tramite oggetti o animali non umani, nelle storie di Lispector. La vita non è data come racconto compiuto, ma come processo iniziatico che vede il suo nascere tramite il distacco dalla specie umana, per svilupparsi poi nella fantasia e concludersi in una nuova coscienza. Questo viaggio trasformativo assume spesso, nell’immaginario surrealista, la forma simbolica della foresta. Mente e corpo si abbandonano verso un luogo magico, intimo e di trasformazione, così come può essere l’esperienza estatica e di ricerca interiore dentro la foresta, luogo simbolico del surrealismo: “All’interno del Surrealismo, la foresta è spesso rappresentata come misteriosa, spaventosa, di transizione o magica. Analizza i collegamenti tra oscurità, fiaba e foresta nella pittura, nel film o nella letteratura di qualsiasi artista surrealista” (Remedios Varo,  Letters, Dreams & Other Writings, 2018); “È un tale mistero questa foresta dove sopravvivo per essere. Ma adesso credo proprio che ci siamo. Cioè: entro. Voglio dire: nel mistero” (Lispector, Água viva). Nelle due artiste il non umano, la ricerca dell’irreale, è come una Waldeinsamkeit, una solitudine nel bosco intimistica a contatto con un mondo “altrove”, sia fisico che spirituale. Un altro punto di contatto è quindi l’esotico, inteso non come decorazione folklorica ma come esperienza radicale dell’alterità. In Varo l’esotico si manifesta nel sincretismo tra cultura europea – alchimia medievale, scienza rinascimentale, architetture gotiche – e suggestioni messicane: un universo ibrido che riflette la sua condizione di esiliata. Gli interni claustrofobici si aprono a paesaggi impossibili, le figure sembrano al tempo stesso monache medievali e viaggiatrici cosmiche. Gli ambienti che abitano sembrano concepiti partendo da architetture reali che si trasformano, trasmutano anch’esse, in strutture immaginarie, costruzioni surreali in cui si custodisce il segreto, la pietra filosofale: vere e proprie architetture dell’anima. > Il trait d’union più profondo che lega Varo e Lispector è la concezione > dell’arte come viaggio conoscitivo. In Lispector l’esotico è più intimo: è la percezione di essere straniera nella lingua che si abita, di dover reinventare il portoghese dall’interno. La sua scrittura scava nelle parole fino a renderle opache, stranianti, come se ogni frase fosse tradotta da un altrove invisibile. L’esilio geografico diventa così esilio ontologico. La scrittura si avvicina quindi al primordiale, come fosse investita da un’aura animalesca in divenire, un pensiero in movimento che scompone e ricrea forme dentro un grande esperimento infuocato di primigenio, chimica e magia. La lingua di Lispector sembra combaciare perfettamente con una descrizione del sentire intimo di una sua protagonista nel romanzo Perto do coração selvagem (1943): “Sentiva dentro di sé un animale perfetto, pieno di contraddizioni, di egoismo e vitalità”. Il trait d’union più profondo che lega Varo e Lispector è quindi la concezione dell’arte come viaggio conoscitivo. Nei dipinti di Varo, le protagoniste navigano su imbarcazioni improbabili (Encuentro, 1959, Exploración de las fuentes del Río Orinoco, 1959), tessono il mondo con fili luminosi (La creación de las aves, 1957) attraversano torri che sembrano materializzazioni dell’interiorità (Mi amigo Agustín Lazo, 1945, Tres destinos, 1956): ogni scena è una tappa di un percorso iniziatico. Nei testi di Lispector, la donna sola che osserva una stanza o un oggetto quotidiano intraprende un viaggio altrettanto radicale, ma interiore: un attraversamento dell’io che conduce verso una dimensione impersonale e cosmica (A paixão segundo G.H., 1964, O lustre, 1946). Varo sembra suggerire che l’esistenza sia una fiaba alchemica, fatta di prove e trasmutazioni; Lispector mostra come la vita sfugga a ogni trama coerente e come il senso emerga solo per lampi, subito destinati a spegnersi. Tuttavia, entrambe condividono la stessa tensione etica ed estetica: fare dell’arte uno strumento di conoscenza, trasformare lo spaesamento in metodo, l’immaginazione in atto di resistenza, l’ignoto in conoscenza. Accostarle non significa forzare un parallelismo, ma riconoscere che, pur operando in campi diversi – pittura e letteratura – tracciano una comune cartografia del mistero femminile e dell’esilio creativo. Il loro dialogo ideale mostra come l’arte possa diventare non un’etichetta storica ma una pratica viva di attraversamento dell’ignoto, ricordandoci che, in forme diverse, siamo tutti esuli di qualcosa – di una lingua, di un luogo, di un’identità mai del tutto compiuta. E proprio in questa fragilità condivisa nasce la possibilità di somiglianza e di riconoscimento. L'articolo L’istante magico proviene da Il Tascabile.
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Indagine sul dolore
“L a mia lingua era sbagliata”, scrive Maggie Nelson in Pathemata. O, la storia della mia bocca (2025), edito da Nottetempo e tradotto da Alessandra Castellazzi, un libro in cui l’autrice californiana racconta un decennio di dolore alla mascella. La lingua ‒ come organo ‒ sbagliata attiva una riflessione sull’inadeguatezza dell’altra lingua, quella letteraria, nel raccontare il dolore fisico. Nelson fa parlare il corpo malato per indagare attraverso esso la relazione con gli altri e la postura di una scrittrice nel contesto linguistico e sociale in cui il suo gesto grafico si esprime. “I miei denti continuano a spostarsi”, scrive Nelson, e così avviene con il dolore che in Pathemata vive lo smottamento del lutto per la morte dell’amica C, il travaglio del parto, la gestione solitaria della malattia imposta dalla pandemia. Più che spostarsi nel corpo, il dolore sposta il corpo, lo muove da dentro, lo fa esistere. E fa esistere l’opera di Nelson, la fonda, la genera. L’autrice fa sua la visione del filosofo Byung-Chul Han secondo cui “Il dolore regge l’esistenza umana. È un organo percettivo che oggi abbiamo smarrito”. I sintomi della lingua “fatta di sangue” interrogano la lingua con cui Nelson scrive. Il libro diventa così un’anatomia del linguaggio che non ha un intento terapeutico della scrittura come cura, ma al contrario proietta l’io narrante verso fuori per far sentire al lettore l’esperienza del dolore. La malattia di Nelson non ha diagnosi. La cronicità allora diventa ossessione che viene tradotta in una forma letteraria. È stato più volte detto che è la frammentazione a caratterizzare la forma di Pathemata. Ma più che pezzi e schegge di un racconto, la scrittura di Nelson produce cerchi d’acqua: il dolore fisico è un sasso appuntito gettato in uno stagno; il cerchio prodotto da questo sasso si allarga sulla superficie intersecandosi con i cerchi degli altri sintomi. La superficie del testo è cosparsa di passaggi letterari ‒ più che di paragrafi ‒ collegati tra loro da una ricerca di senso e dalla produzione di immagini: come cerchi d’acqua, si intersecano e si dilatano nella mente del lettore. La profondità della riflessione letteraria di Nelson viene trovata nei sassi precipitati sul fondo che, durante la caduta verso la zona non controllata dalla mente, da dolori fisici diventano esistenziali. Come scrive Chul Han, il dolore è “la forza di gravità dell’esistenza” e dell’opera di Nelson. > Nelson fa parlare il corpo malato per indagare attraverso esso la relazione > con gli altri e la postura di una scrittrice nel contesto linguistico e > sociale in cui il suo gesto grafico si esprime. Superficie e profondità rimandano a sogno e realtà tra cui si compie la tensione comunicativa dell’autrice: “Proprio come nella storia dei sogni di Freud ‒ non è il sogno che conta, ma il racconto del sogno ‒ le parole che scegli, i rischi che corri nell’esternare la tua mente”, scrive Nelson. “Questa è la ‘cura della parola’ di Freud ‒ Freud, che morì di cancro alla mandibola, per cui si sottopose a più di trenta interventi chirurgici orali debilitanti e sfiguranti”. La dimensione onirica, però, non si esprime in una scrittura rarefatta. Le acque in cui Nelson immerge il lettore sono scure e immobili. E l’immobilità è l’aspetto più terrificante del dolore: “L’unica cosa che mi spaventa più del dolore e della sua ferocia è il torpore, la paralisi”. “Al mattino è come se la mia bocca fosse sopravvissuta a una guerra”, scrive nell’incipit. Un cerchio d’acqua si allarga: il rapporto tra dolore e metafora su cui Susan Sontag in Malattia come metafora (1978) si è espressa nei termini di liberare il racconto della malattia dai pensieri metaforici. Sul terreno delle immagini si addentra invece Virginia Woolf che nel 1926 pubblica il saggio Sulla malattia. Per Woolf la malattia mette in crisi il linguaggio: “Basta che il malato tenti di spiegare a un medico la sofferenza che ha nella testa perché il linguaggio si prosciughi di colpo”. Esiste una lingua letteraria del dolore diversa dal linguaggio scientifico della malattia? Secondo Woolf, abbiamo bisogno di “una lingua nuova, più primitiva, più sensuale, più oscena”. In Nelson il dolore aggredisce la lingua fisica e deforma la lingua letteraria: la creazione artistica avviene a partire dalla sensazione del corpo trovando nel linguaggio un esito non convenzionale. L’uso dei trattini riproduce il movimento di un dolore cronico che non si spezza, non frammenta, ma ritorna: c’è sempre anche quando non si sente. Il sintomo in Nelson è l’intenzione letteraria, l’istinto a narrare. La circolarità della costruzione narrativa ‒ i passaggi che costruiscono il flusso della storia ‒ parte da dentro. Il dolore anche quando è silente si sta raccontando. Negli intervalli tra un sintomo e l’altro il dolore continua a esserci. Diventa verticale, profondo, abissale. Questo movimento di caduta circolare in cui il dolore ritorna e si avvita su sé stesso si compie anche nell’estetica scelta dall’autrice: “Dico che C mi ha stretto la mano, ma in realtà l’incidente le ha tolto la presa delle dita; perciò, è più come se formasse una culla in cui la mia mano può riposare ‒ una Pietà in miniatura ‒ evocando il suo apprendistato giovanile nella lavanda dei piedi”. > La dimensione onirica non si esprime in una scrittura rarefatta. Le acque in > cui Nelson immerge il lettore sono scure e immobili. E l’immobilità è > l’aspetto più terrificante del dolore. Il linguaggio metaforico riproduce anche un suono grazie all’attento lavoro di traduzione di Alessandra Castellazzi che già in Bluets (2023), il precedente libro di Nelson, si era posta la questione di restituire al lettore l’esperienza musicale della lingua della scrittrice di San Francisco. A questo proposito Woolf scrive: “Quando si è malati le parole sembrano possedere una qualità mistica. Afferriamo ciò che va oltre il loro significato superficiale, comprendiamo istintivamente questo, quello e quell’altro ‒ un suono, un colore, qua un accento, là una pausa”. Per Woolf la poesia esprime meglio della prosa l’urgenza comunicativa della malattia. In questo senso i passaggi letterari di Pathemata risuonano come versi di una lunga poesia, un cerchio d’acqua vibrante, sensuale, enigmatico, carico di attrazione verso l’esperienza del dolore: “Rinunciare all’enigma del dolore non è facile”, scrive Nelson. Secondo il filosofo Hans Georg Gadamer, la salute è silenziosa, è la malattia a determinarla “come ciò che si oggettiva da sé e che ‘ci viene incontro’, in breve ‘ciò che ci invade’”. La scrittura di Nelson come il dolore ci viene incontro, ci invade, avvolge, disturba: “dieci anni fa un’equipe medica rimuoveva una ciste del mio ovaio sinistro, contenente ‒ come speravamo ‒ soltanto capelli, denti e globuli di grasso, la creazione aggrovigliata di un figlio delle fate. È più difficile operare sulla parte del corpo responsabile della masticazione e della produzione del linguaggio. Specialmente se nessun esame ha rivelato una putrefazione”. > In Nelson il dolore aggredisce la lingua fisica e deforma la lingua > letteraria: la creazione artistica avviene a partire dalla sensazione del > corpo trovando nel linguaggio un esito non convenzionale. L’anamnesi della doppia lingua tracciata da Nelson si fa idioma corporeo confondendo il genere del testo, che non può definirsi un diario, né un saggio, né un memoriale. Nelson restituisce il “corpo come memoriale”, concetto elaborato dall’antropologa Mariella Pandolfi: “Nel corpo un reticolo di tracce inscrivono una sorta di memoriale che sembra rispondere ad altre logiche simboliche”, scrive la studiosa, “un corpo che diventa ‘memoriale’ e in cui la storia esterna e il vissuto interno di essa si iscrivono”. Qui sta la sperimentazione della scrittrice californiana: non scrivere un memoriale ma scrivere con il corpo come memoriale: > consento all’arazzo di allargarsi, intrecciandovi i miei primissimi trascorsi > con la logopedia, i miei eterni problemi di tonsillite, le mie avventure > adolescenziali con l’ortodonzia, le precedenti radiografie all’apparato > digerente superiore e le infiammazioni all’articolazione temporomandibolare, > lo svezzamento di mio figlio, la perimenopausa, i fattori di stress domestici, > il ruolo letterario e simbolico della bocca nella vita di una scrittrice. Secondo Chul Han, nella nostra epoca caratterizzata da “una algofobia, una paura generalizzata del dolore, […] un’anestesia permanente, nulla deve più far male”. Anche nell’arte. “I prodotti culturali”, scrive il filosofo, “devono assumere una forma che li renda consumabili, cioè compiacenti”. Accade anche in letteratura, ma Pathemata va in altra direzione: è un libro che fa male perché non offre alcun rimedio al dolore. Il dolore cronico non insegna nulla. Nelson ha agito nella scrittura quanto diceva Adorno: far diventare eloquente il dolore come condizione di verità. Il dolore di Nelson è il modo di stare al mondo di questa scrittrice, di indagare significati che sarebbero stati inaccessibili se non avesse fatto esperienza della malattia. La verità letteraria toccata da Nelson è forse questa: il dolore è una forma allucinata e allucinante di conoscenza preclusa a chi non sente l’immobilità fisica lancinante, a chi non vive la crisi della presenza demartiniana connessa al corpo malato, a chi non si sente in quanto malato estraneo a sé stesso (“una situazione fisica straniante”, scrive Nelson), a chi non ha smarrito la propria capacità di agire perché infermo, a chi non esperisce quella rottura drammatica dei sensi e delle percezioni da cui parte la narrazione. “È il dolore a mettere in moto il racconto”, secondo Chul Han. E nel caso di Pathemata a farsi “fantasia estetica”. Scrive Nelson: “Tra me e me penso: Non mi sento mai bene, non sto mai bene. C’è qualcosa di sistemicamente sbagliato in me, forse sono sistemicamente malata”. E qui l’autrice trasforma l’io narrante in personaggio letterario iscrivendosi nella tradizione del rapporto tra letteratura e malattia, da Dostoevskij che inizia Memorie del sottosuolo con: “Sono un uomo malato” a Kafka che nei suoi diari scrive: “Io volevo rimanere indipendente, non distratto dalla gioia di vivere che può trovare un uomo utile e sano”. Per Nelson come per questi scrittori forse la malattia attraverso la creazione di un linguaggio non convenzionale diventa un modo di vivere fuori dalle regole. > Il dolore è una forma allucinata e allucinante di conoscenza preclusa a chi > non sente l’immobilità fisica lancinante, a chi non vive la crisi della > presenza demartiniana connessa al corpo malato, a chi non si sente in quanto > malato estraneo a sé stesso. “C’è una foresta vergine in ognuno. […] Qui procediamo da soli, e ci piace di più così. […] nel mondo dei sani, la cortese finzione va mantenuta, e lo sforzo rinnovato ‒ per comunicare, per civilizzare, per condividere, per coltivare il deserto ed educare il selvaggio, per lavorare insieme il giorno e per spassarsela la sera. Nel mondo dei malati questa messa in scena si interrompe. […] Non più soldati nell’esercito degli eretti, diventiamo disertori”, scrive, a proposito dell’antagonismo del dolore, Virginia Woolf che si riempì le tasche di sassi per lasciarsi andare a fondo in un unico grande cerchio d’acqua, tracciando il destino simbolico delle scrittrici che ieri e oggi fondano nell’indagine letteraria sul dolore e sulla malattia, la loro ribellione. L'articolo Indagine sul dolore proviene da Il Tascabile.
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Il reale meraviglioso
L a prima volta in cui con coscienza dell’illegalità della faccenda ho scattato una foto all’interno di un museo è stato al MoMa, una quindicina di anni fa, per immortalare La jungla di Wifredo Lam: con tenacia, fregandomene dell’obsolescenza che mi spingeva a cambiare smartphone, sarebbe rimasta l’immagine di sfondo per lustri. Poi, molto tempo dopo, al Museo nacional de Bellas artes di L’Avana, ho visto La silla: stavolta ho acquistato una riproduzione, che se ne sta appesa nello studio. I quadri di Wifredo Lam sono quelli che più mi restituiscono, in immagini, il diorama che mi si scatena in testa quando leggo certi libri di certi autori sudamericani. Non è un caso che parli di Lam anche Alejo Carpentier nell’introduzione a Il regno di questo mondo (1949; trad. it. 1959), in cui lo definisce “il migliore insegnante della magia della vegetazione tropicale, della sfrenata Creazione di Forme della nostra natura, con tutte le sue metamorfosi e simbiosi”. Si tratta di una vertigine che non si spalanca facilmente, ma che si appalesa fortemente, viva e verdeggiante, ogni volta che mi capita di leggere un romanzo di Miguel Bonnefoy, per ultimo Il sogno del giaguaro, recentemente pubblicato da 66thand2nd. Anche se Bonnefoy sudamericano strictu sensu non è, ma ci arriviamo. La “rigogliosità” di Bonnefoy è tanto più vistosa quando si realizza, per giunta, che i rameggi, le radici, affondano l’una nell’altra: quando ci si rende conto, cioè, che ogni sua opera è intrecciata, impegnata nel disegno di un Grande Mosaico Latino. Quando ne ho parlato con Francesca Bononi, che di Bonnefoy è la traduttrice in Italia, mi ha detto: > la prima immagine che mi viene in mente è senza dubbio una foresta tropicale, > non tanto per l’esotismo quanto per la densità e la continua proliferazione di > forme, dettagli, linee narrative che si attorcigliano e aggrovigliano. In ogni > romanzo c’è una struttura solida, ben intrecciata: ma lo spazio di espansione > è potenzialmente infinito. Una rigogliosità data sia dalle parole, scelte per > la loro forza evocativa, per il colore e la musicalità che portano con sé, sia > dalla densità sintattica. In Italia di Bonnefoy sono stati tradotti cinque romanzi, tutti editi da 66thand2nd: Zucchero nero (2018), Eredità (2021), L’inventore (2023), Il meraviglioso viaggio di Octavio (2023) e appunto Il sogno del giaguaro. Ci mancano i suoi racconti, e un memoir di viaggio, Jungle. Ognuno dei romanzi è un tuffo vorticoso in epopee popolate da miriadi di personaggi, memorie invisibili, incroci, morti che parlano con i vivi e viceversa, edifici dalle architetture ardite e primordiali al contempo, innalzati con una lingua universale, mitopoietica, immarcescibile, che rifugge – ma allo stesso tempo si serve – di sensazionalismi esotici e sentimentalismi assurti a meravigliosi pretesti di narrazione. Quando Ana María, in Il sogno del giaguaro, dice ad Antonio “sposerò soltanto l’uomo che mi racconterà la storia d’amore più bella” e Antonio va alla stazione delle corriere, estrae un cartello con su scritto “Ascolto storie d’amore”, le raccoglie e si presenta da Ana María dicendo “Non so quale sia la più bella, ma eccotene mille. Ti va di scrivere la nostra?”, ecco: Bonnefoy crea un multiverso di pretesti per raccontare storie. Mille, ognuna delle quali è l’incipit alla loro. Casomai la più bella. > La “rigogliosità” di Bonnefoy è tanto più vistosa quando si realizza, per > giunta, che i rameggi, le radici, affondano l’una nell’altra: quando ci si > rende conto, cioè, che ogni sua opera è intrecciata, impegnata nel disegno di > un Grande Mosaico Latino. La strizzata d’occhio di Bonnefoy, rea confessa anche in ogni bandella delle edizioni italiane, sembrerebbe essere quella al realismo magico di Gabriel García Márquez. Dopotutto, in Il meraviglioso viaggio di Octavio, scrive: “le cose erano talmente nuove che non avevano nome e bisognava indicarle con un dito”, un’istantanea che ricorda davvero la fondazione di Macondo. A me, però, la questione sembra un po’ più complessa. Se c’è una fallacia classica dirimente, nell’interpretazione della letteratura latinoamericana dal boom in poi, è questa riconducibilità al canone del realismo magico. Mondi straordinari, personaggi venuti da chissà dove pronti a spiccare il volo, sono in realtà stati declinati in maniere molto diverse. Samanta Schweblin, per esempio, ne ha esacerbato il lato contemporaneo con sfumature weird. Salomé Esper, Mariana Enriquez, Monica Ojeda, Gabriela Cabezón Camara – interessante il fatto che molte “eredi” di questo che continuiamo a chiamare realismo magico siano donne – hanno proiettato i meccanismi narrativi che affondano nel sostrato surreale e intrinsecamente magico del Sudamerica per trasportarne gli effetti nel presente, anche quando il materiale narrativo appartiene al passato: Gabriela Cabezón Camara, per esempio, nel suo Le avventure della China Iron (2023) prende il Martin Fierro, quindi una storia di un altro secolo, ma fonde i Remington per forgiarci armi cyberpunk. Quel che fa Miguel Bonnefoy, invece, è lasciare le storie a galleggiare nel loro tempo: anzi, meglio, le allaccia a un tempo mitico, irrorato di una luce che suona primordiale, anche se magari è quasi contemporanea. Alejo Carpentier, ancora nell’introduzione a Il regno di questo mondo, è abbastanza critico nei confronti di quel “meraviglioso ottenuto con trucchi di prestidigitazione, riunendo oggetti che non sogliono mai incontrarsi”, perché “a forza di voler suscitare senza tregua il meraviglioso, i taumaturghi diventano burocrati”. E qua traccia una linea di distinzione molto netta: spiega come nel realismo magico si inseriscono elementi fantastici per rendere più chiara la differenza tra realtà e magia, con l’intento di mostrare non come la magia sia reale, ma come la realtà sia magica. Una condizione che però è preesistente nell’America Latina, che non ha bisogno di forzature, ma solo di uno show, don’t tell: questo perché a quelle latitudini “il reale-meraviglioso si trova di continuo, per la verginità del paesaggio, per la formazione, per l’ontologia, per la compresenza dell’indiano e del negro, per la Rivelazione che costituì la sua scoperta, per i fecondi meticciati che favorì”; “Che cosa è, la storia dell’America tutta, se non una cronaca del reale meraviglioso?”. Ecco: Miguel Bonnefoy non è uno scrittore che si serve del realismo magico. Bonnefoy è un cantore del reale meraviglioso. Per meravigliarsi bisogna innanzitutto credere. Chi non crede nei santi non può guarire grazie ai miracoli dei santi. In ogni libro di Bonnefoy la fede svolge un ruolo importante: Il meraviglioso viaggio di Octavio, dopotutto, si apre con una processione, una statua del Nazareno che si incastra in un albero di limone, e qualcuno che spara dei colpi di fucile facendo cadere tutti i limoni dall’albero: “la polpa giallognola venne usata per le infezioni, le scorze furono fatte essiccare e poi cosparse sul pesce […]. In dieci mesi furono respinti dieci anni di peste”. Il rapporto tra fede e realtà (meravigliosa) è ovviamente figlio delle acredini tra cattolicesimo e laicismo rivoluzionario da una parte, animismo indigeno dall’altra. Nei libri di Bonnefoy ci sono tanto Vergini Dorate quanto figure sciamaniche che levitano e aspirano il fumo dei semi parlanti divinatori degli zapotechi, entrambi portatori di un messaggio di salvazione diretto essenzialmente a uomini solitari, umili, che Eduardo Galeano avrebbe definito “nadie, sin nada”: i nessuno, i senza niente. > “Che cosa è, la storia dell’America tutta, se non una cronaca del reale > meraviglioso?”. Ecco: Miguel Bonnefoy non è uno scrittore che si serve del > realismo magico. Bonnefoy è un cantore del reale meraviglioso. A partire da Octavio, uno che “evitava i litigi e la violenza perché non conosceva i suoi diritti e non poteva difenderli”, c’è tutto uno stuolo di fantastici (e felici) ignari: “non erano più una tribù, ma non erano ancora un popolo. E così nascevano e morivano vivendo una sorta di esistenza immobile” (Zucchero nero). Il sottoproletariato che è il brodo cosmico da cui sorgono molti dei personaggi di Bonnefoy non basta di per sé per identificare chi siano i buoni e chi i cattivi – a dirla tutta, neppure appartenere alla borghesia: ad assegnare il posto nella storia ci pensano la storia, e la Storia, stesse. Che siano banditi, poveracci, ladri, ubriaconi o possidenti terrieri, inventori, parvenues, ognuno è però abitato dai suoi demoni, dannato (o baciato) dai ricordi e dal destino, e tutti covano il sogno di fare qualcosa di strepitoso, che è poi il movente – e il carburante propellente – di tutti i personaggi bonnefoyani, moderni Icaro che si avventurano in progetti altisonanti coscienti del fatto che il destino li metterà di fronte a un potenziale fallimento. In L’inventore, unico romanzo non ambientato in America Latina ma in Francia, basato sulla storia dell’inventore Augustin Mouchot, autore delle prime macchine a energia solare, scrive: “Mouchot sapeva, come Icaro, sin dal primo momento, che prima o poi la sua scoperta lo avrebbe sollevato a un’altezza troppo pericolosa, che si stava avventurando in un terreno minato dal quale non avrebbe fatto ritorno”. Quello di perseguire i propri intenti per restituire al mondo qualcosa che la meravigliosità del mondo ha donato loro è una costante: in fondo anche Antonio Borjas Romero, in Il sogno del giaguaro, è un romantico sognatore, caparbio e testardo, che di fronte al disastro aereo che distrugge l’aeroporto di Maracaibo si dice, come fosse la cosa più normale del mondo: “è qui che bisogna seminare la luce”, e fonda la prima università di Maracaibo. Chissà che non sia stata la luce, il racconto di quella luce che ha solo il Sudamerica, a spingere Bonnefoy a parlare di un inventore ossessionato dai raggi solari, dalla loro capacità di cambiare i destini dell’umanità: in effetti Mouchot stupirà tutti con la sua invenzione, conquisterà Napoleone III e troverà spazio all’Esposizione universale di Parigi del 1878 producendo, a partire dalla luce, un blocco di ghiaccio – “quando crea il ghiaccio Mouchot sente l’emozione proibita di un deicidio”, lo stesso friccico che sovviene al colonnello Aureliano Buendía il giorno in cui prima di essere fucilato si ricorda di quando il padre lo aveva portato a scoprire, esatto, proprio il ghiaccio. Più che essere epigono di Marquez, però, Bonnefoy (qua e altrove) ha in Gabo una sorta di pater familias ai feralia: “trent’anni dopo, nella sua camera polverosa di rue de Dantzig, si sarebbe ricordato di quel pomeriggio misterioso e onirico”, scrive, ma non è l’unica immagine che paga tributo all’immaginario di Cent’anni di solitudine. In Il sogno del giaguaro, per esempio, Lazare riceverà visita dal fantasma di Helmut Drichmann proprio come quello di Fulgenzio si presenta a José Arcadio: “non uno di quei fantasmi che vagano, si nascondono in mezzo alle camelie o si intrufolano come gnomi fuggitivi e subdoli sotto le lenzuola, no: era un essere seducente e pacifico, che chiedeva sempre il permesso prima di ritirarsi”. > Il sogno di fare qualcosa di strepitoso è il movente – e il carburante > propellente – di tutti i personaggi bonnefoyani, moderni Icaro che si > avventurano in progetti altisonanti coscienti del fatto che il destino li > metterà di fronte a un potenziale fallimento. Pur estraneo al Sudamerica, in L’inventore personaggi e traiettorie seguono lo stesso tragitto dei ceppi di vite francesi diretti in America Latina per scappare dalla filossera: impiantati là trovano nuova vita. Benoit Bramont, l’aiutante di Mouchot, per esempio, giunto in Sudamerica con una carambolesca traiettoria, “mise incinta una giovinetta della bidonville di San Paolo del Limone, la quale diede alla luce un gigante, anche lui predestinato a un meraviglioso viaggio. […] ‘Lo chiamaremo Ottaviano’. ‘Troppo esotico’, disse la ragazza tenendo in braccio il bambino. ‘Lo chiameremo Octavio’”. Ed è ancora in L’inventore che scopriamo qualcosa di più di Michel René, figura centrale in Eredità, personaggio fondamentale per il suo essere punto di raccordo tra i due continenti, tra le due sponde, tra le radici delle mangrovie attecchite nei Caraibi e quelle solide in Francia. L’inventore è l’esplicitazione del lato oscuro della luna, quello europeo, di tutta la storia narrata in Eredità, il romanzo di Bonnefoy che più salda i legami tra i due continenti – prerogativa anche della sua biografia, alla fine – raccontando appunto la storia di una famiglia, i Lonsonier, che si dipana tra Cile e Francia a cavallo di quasi due secoli, tra parti surreali all’interno di voliere in giardino, donne che coltivano il sogno di diventare aviatore, dilemmi e avventure che affondano anche nel sostrato doloroso della dittatura di Pinochet. In Eredità c’è una frase che spiega bene il ribaltamento percettivo: Lazare, in procinto di partire dal Cile per arruolarsi volontario per la Prima guerra mondiale in Francia, scrive Bonnefoy, “immagina il paese d’origine della sua famiglia con la stessa inventiva con cui i cronisti delle Indie dovevano aver immaginato il Nuovo Mondo”. Il ribaltamento è anche del canone estetico: un’immagine come “Si diceva che al fronte piovessero cadaveri di uccelli, che la febbre nera facesse germinare lumache nella pancia, che i tedeschi incidessero le proprie iniziali sulla pelle dei prigionieri” trasporta il real maravilloso dall’altra parte dell’Oceano, in quel Vecchio continente che, per chi non lo conosce, è sempre Nuovo. E il fatto che, di fronte all’opportunità di poter incontrare questo zio Michel René, alla domanda “e dove vive?” si senta rispondere “‘Qui’, disse il padre, posandogli un dito sul cuore” spiega bene la sinusoide della geografia sentimentale dei suoi personaggi, oltre che quella stessa di Bonnefoy. Credo sia profondamente significativo che nel mondo tessuto da Bonnefoy, un mondo in cui la parola ha un potere pantocratico, molti dei personaggi abbiano a che fare con il mutismo, o con suoni che appartengono a un mondo diverso, misterioso, incomunicabile. Margot, in Eredità, viene al mondo “in mezzo a un concerto di pigolii, gridi e garriti”. Antonio Borja Romero, in Il sogno del giaguaro, abbandonato sulle scalinate di una chiesa, viene allevato da una donna muta. Octavio, in Il meraviglioso viaggio, attraversa l’umanità “indovinando certe parole dalla somma delle lettere, leggendo la mimica, ripetendo quello che sentiva per imitazione, pronunciando a orecchio”. La loro emancipazione, la loro elevazione, la ricerca del loro posto al mondo passa allora anche attraverso l’educazione alla parola, che non consiste in un rifiuto del mondo primigenio ma avviene solo grazie a una sua conoscenza profonda. Antonio, con la parola, da “una grande palude oppressa dalla calura” dove nessuno più “immaginava una nazione prima delle nazioni, uomini travestiti da aquile, bambini che parlavano con i morti e donne che si trasformavano in salamandre” passerà a fondare un’università a Maracaibo. Octavio, grazie all’incontro con Doña Venezuela, emancipata, acculturata, imparerà a leggere e scrivere. Ma l’educazione sentimentale di tutti i personaggi passa comunque attraverso la scoperta esperienziale (vedere più che leggere) di quel sostrato onirico, avventuroso, indomabile, ancestrale della propria terra, dove storia, mito, ragione e irrazionalità si fondono. > Credo sia profondamente significativo che nel mondo tessuto da Bonnefoy, un > mondo in cui la parola ha un potere pantocratico, molti dei personaggi abbiano > a che fare con il mutismo, o con suoni che appartengono a un mondo diverso, > misterioso, incomunicabile. Tra le righe dei romanzi di Bonnefoy serpeggia sempre assai vivace la caducità dell’universo latinoamericano. In Il meraviglioso viaggio fa dire a un personaggio “questo è un paese del por ahora, un paese di passaggio per gli imperi. […] Non c’è niente che abbia in sé l’avvenire, la memoria. È stato tutto costruito por ahora… por ahora prima di scendere a Potosì e trovarci le miniere più ricche… por ahora prima di fondare i grandi vicereami di Colombia”. “È un paese di bivacchi”. In questa caducità morale, in questa continua delocalizzazione anche emozionale, le lettere, i libri, costituiscono un punto fermo. Quando Cristóbal, uno dei personaggi di Il sogno del giaguaro, si sente dire dalla madre che “leggere significa viaggiare” constata invece come per lui “la cui infanzia era stata un viaggio continuo, leggere significava restare. Le città cambiavano, le lingue si moltiplicavano, le culture sfilavano davanti ai suoi occhi mentre i libri restavano sempre uguali a se stessi”. Per lui “le pagine hanno l’immobilità del metallo e dell’agata”, o chissà la consistenza rocciosa della stele sulla quale Doña Venezuela insegna a Octavio a scorgere i pochi tratti che bastano per disegnare le cose, e in quel disordine Octavio “vedeva il tessuto umano della sua bidonville, come un mondo appena nato, preceduto dal nulla. Il sapore di quella lingua aveva inizio lì, con la guiava, il mais, l’araguaney”. Una scrittura non nata dall’uomo, ma “da una natura senza logica, dove niente impedisce alla sete tropicale di crescere, espandersi e ampliarsi nell’ebbrezza più smisurata”, che è anche un invito alla vita: “Non è vivere nella miseria che rende miserabili, ma il non saperla descrivere”, capisce Octavio. E descrivere il proprio mondo straordinario, per i personaggi, per Bonnefoy stesso, è affondare nelle storie “di un universo abitato da comunità di donne guerriere dove i giganti si trasformavano in statue di legno e le bambine nascevano dal fuoco delle canne da zucchero”, come scrive in Eredità. Storie che sono cosmogonie disperate, fatte di elefanti arrivati dal Nepal, sapore di cannella, gusci di diamante delle tartarughe, ritrovamenti di pinguini a mille chilometri da dove è normale che siano: pretesti fantastici che, come dice uno stregone cacicco in Eredità, normalmente si trovano solo nei libri. La lingua, il prisma della cultura, è un aspetto interessante in Bonnefoy nella misura in cui il racconto di questo retroterra mitico è comunque, e non va dimenticato, affidato al francese, la lingua natale dello scrittore (e quella adottiva di Octavio Paz, Romulo Gallegos, Arturo Uslar Pietri, Gustavo Pereira, autori che spesso cita come punti di riferimento): la traduttrice Francesca Bononi, giustamente, lo sottolinea. “La cifra più interessante del suo stile è il francese atipico, nel quale in filigrana si avverte il respiro ampio della lingua spagnola e delle narrazioni latinoamericane, con la loro capacità di moltiplicare immagini”. “Tradurre Bonneofy”, mi ha detto, “significa misurarsi con un testo al confine tra due mondi, che non si limita a un registro francese classico e che continuamente apre varchi verso un immaginario e una musicalità altri, una sorta di sinfonia in cui la norma francese convive con l’eco del realismo magico dando vita a una prosa densissima, vegetale, che cresce e si ramifica”. In un’intervista Bonnefoy ha detto: “Il francese è la lingua del mio cervello, mentre lo spagnolo è la lingua del mio cuore, della pancia”. Il peso specifico della lingua, per lui, assume anche connotati politici: “Il mondo si divide in dominati e dominanti. Il francese mi permette di essere letto nel primo mondo, il mondo dominante”. Ma anche, mi sento di aggiungere, di raccontare – anche in maniera cruda – quello dei dominati. > La traduttrice Francesca Bononi sottolinea: “La cifra più interessante del suo > stile è il francese atipico, nel quale in filigrana si avverte il respiro > ampio della lingua spagnola e delle narrazioni latinoamericane, con la loro > capacità di moltiplicare immagini”. Nei romanzi di Bonnefoy la politica essuda, più che prorompere. Ma è sempre presente, non foss’altro perché la storia del continente che racconta, da cui provengono i suoi genitori, ne è intrisa in maniera indissolubile. Ilario Da, uno dei personaggi di Eredità, quando impara a scrivere la prima parola che riesce a riprodurre è Revolución. Entrerà nei MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria), assisterà al bombardamento de La Moneda e alla destituzione di Allende, al golpe di Pinochet, alla repressione. Subirà la tortura brutale che lo spingerà a lasciare il suo Paese per trasferirsi in Francia dove “in una minuscola mansarda, senza condor e senza auracarie, avrebbe scritto il racconto delle torture subite”. La storia delle Americhe, che è anche una “sinfonia dell’insurrezione”, irrompe nelle sue pagine con un potere evocativo detonante. In Il sogno del giaguaro c’è un passo bellissimo che racconta la venuta al mondo della figlia di Antonio e Ana María: > A un tratto sentì la testa squarciarle le pareti interne. Viva il Venezuela, > quella testa che entrava nelle ore fertili della storia di un continente, che > affiorava dal tumulto della strada, che le fece ripercorrere i secoli > latinoamericani, fino alla conquista spagnola e all’eredità colonialista dei > padroni delle valli, fino agli imperi dei sacerdoti indigeni e alle dinastie > arcaiche. Viva il Venezuela!, quella testa che attraversava le battaglie > navali del golfo […] sino allo splendore primitivo della lucertola spuntata > con il suo musetto da un guscio preistorico, Viva il Venezuela!, e Ana María > […] provò un dolore così intenso da essere trascinata in un tempo in cui non > esistevano rocce né sabbia, né oppressori né oppressi, ma soltanto, sospeso > nel nulla, il vuoto magnifico di una prima stella. “Che nome vuole dare a sua > figlia?”. “Si chiamerà Venezuela”. La scena è ambientata durante uno dei colpi di Stato rivoluzionari venezuelani: ne compariranno altri, perché tutta la storia del Sudamerica è un fare e disfare: “la canna da zucchero è come la speranza, se vogliamo che cresca più forte bisogna bruciarla”, dirà un personaggio di Zucchero nero. Il fil rouge della condanna politica di Bonnefoy è nel racconto di come la ricchezza trasformi le persone, che è poi lo stesso pattern di quel che succede agli Stati: i soldi comprano tutto, anche l’anima. Nonostante ciò, l’afflato politico di Bonnefoy, che non è mai vistoso: è però nondimeno presente nelle minuzie, in quel coacervo di particolari che concorre ai grandi moti rivoluzionari, in fondo. In un’intervista, schermendosi, Bonnefoy ha risposto a una domanda su quale musica lo ispirasse citando quella del sistema di orchestre Simon Bolívar. Anche Francesca Bononi ha detto “accosterei la sua scrittura a una sinfonia, con i suoi movimenti, le sue variazioni, i suoi crescendo”. In effetti Bonnefoy ricorre spesso, oltre che alla musicalità intrinseca della sua lingua, a immagini collegate con la mise en scene di opere, in cui la musica, il teatro, “la teatralità” hanno il loro peso. In Il meraviglioso viaggio di Octavio si cita un Requiem di Berlioz con “centinaia di strumenti a corde, quattro orchestre spazializzate con quasi trecento cantanti e un tenore russo”. Thèrese, una delle protagoniste di Eredità, è figlia di un maestro di musica e direttore di banda: studia da cantante fin quando non incontra, sulle Ande, un condor, leggendo in quell’incontro un avvertimento, “la consapevolezza splendida e turpe che quell’animale racchiudeva, nella profondità della sua gola, tutto ciò che l’opera tentava di imprimere nella sua”. > Il fil rouge della condanna politica di Bonnefoy è nel racconto di come la > ricchezza trasformi le persone, che è poi lo stesso pattern di quel che > succede agli Stati: i soldi comprano tutto, anche l’anima. In questa delirante ricerca dell’orchestralità è affascinante scorgere la stessa magniloquente volontà di costruire un teatro nel cuore dell’Amazzonia del Fitzcarraldo di Werner Herzog, animato dalla stessa tigna dei protagonisti di Bonneofy di perseguire i propri obiettivi dimenticandosi, a tratti o perennemente, della maestosa impossibilità del successo. Il sogno febbrile di Antonio di costruire l’università a Maracaibo in Il sogno del giaguaro è lo stesso che ha Lazare in Eredità quando parte per la guerra, che ha L’inventore Mouchot tutto preso dalla costruzione del suo meraviglioso marchingegno per catturare i raggi solari, che ha Octavio al termine di Il meraviglioso viaggio quando scolpisce la statua del Nazareno o i personaggi di Zucchero nero nella ricerca, e nella custodia, del tesoro segreto di Henry Morgan. Tutte persone animate, come Fitzcarraldo, dalla consapevolezza che un atto, o un atto mancato, possono determinare la storia di un continente intero. Nel corpus dei romanzi di Bonnefoy ci sono molteplici giochi di specchi, tanto centrifughi quanto centripeti: un costante “contrappunto” tra personaggi, storie, apparizioni fugaci che si incastrano l’una nell’altra, arpeggi in un libro che diventano lunghe sonate in un altro. Frammenti, riferimenti interni che sono un continuo occhieggiare – o chissà “ingannare” – il lettore, con l’obiettivo finale di intessere un dialogo intimo, a due, quasi segreto. Bonnefoy, da pescatore esperto, tesse lenze lunghe chilometri che dipana tra i suoi libri, consapevole che il lettore, prima o poi, finirà per essere infilzato da uno degli ami. In Il sogno del giaguaro non dico tutte, ma buona parte delle parentesi aperte da Bonnefoy lungo il corso della sua produzione si chiudono, trovano compiutezza, assumono contorni precisi, fissano coordinate. Non sarò io qua a svelarle, dopotutto la lettura dell’opera omnia di Bonnefoy vale tutta la fatica di scoprirle da voi, a partire da cosa sia, poi, questo sogno del giaguaro. In un’intervista lo scrittore ha detto di essere attratto dalla letteratura di Borges, dal perdersi, dal trucco della scrittura segreta, dai labirinti narrativi, dalle lunghe traversate, dal lungo errare in cui i motivi si ripetono incessantemente, ma sono sempre diversi. In Zucchero nero Eva Fuego, la protagonista principale, sul finire del romanzo indice un grande banchetto. A un certo punto, però, deflagra un incendio. “Era già cominciato l’incendio delle sue fattorie, delle sue masserie e dei suoi campi di canne […]. Una fiammata si era aperta nel magazzino delle granaglie, scagliando travi rossonere sul fienile. […] Si incendiarono gli specchi del palazzo, i miragli, le cornici di cristallo, il cristallo nelle coppe, il cristallo delle lampade, i bicchieri, i vetri, la madreperla dei tavolini”. Quando parlavo di giochi di specchi centrifughi intendevo proprio questo: se non siete riusciti a pensare per un attimo che queste righe non fossero di Bonnefoy, ma di Alejo Carpentier quando descrive l’incendio della residenza del re haitiano Henri Christophe in Il regno di questo mondo, ecco, questa è la dimostrazione che Bonnefoy non solo è l’erede più fulgido del real maravilloso, ma anche – ancora una volta – vi ha fregati. > Nel corpus dei romanzi di Bonnefoy ci sono molteplici giochi di specchi, tanto > centrifughi quanto centripeti: un costante “contrappunto” tra personaggi, > storie, apparizioni fugaci che si incastrano l’una nell’altra, arpeggi in un > libro che diventano lunghe sonate in un altro. C’è una frase, in Il sogno del giaguaro, che recita: “potrei provare a raccontarti il mio viaggio, ma sarebbe come descrivere l’oceano dicendo che è semplicemente acqua salata”. Ecco il punto: come potremmo rendere giustizia alla scrittura di Bonnefoy se dicessimo soltanto che è una declinazione del realismo magico? Il suo carattere strabordante, e forse incomprensibile, forse allora è davvero tutto nell’epigrafe di William Ospina che ha scelto di mettere in limine al suo ultimo libro: “A nord c’è la ragione che studia la pioggia, che interpreta i lampi. A sud c’è la danza che genera la pioggia, che inventa i lampi”. È da queste coordinate, che in Bonnefoy sono soprattutto emozionali, che dovremmo partire. E poi fare come fa il vaso di fiori ne La silla di Wilfrido Lam: sederci su una sedia, circondati dalla foresta, e lasciare che la rigogliosità finisca per ingoiarci, insieme a tutto il resto del mondo. L'articolo Il reale meraviglioso proviene da Il Tascabile.
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Prima digerire, poi raccontare
P er ogni dolore orofacciale c’è una clinica, per ogni clinica c’è una delusione e una cura e poi di nuovo una delusione; per ogni errore diagnostico c’è l’aggravarsi del dolore o l’avanzare di un fastidio diverso, nuovo e nuovamente raccontabile. Pathemata (2025) di Maggie Nelson è la testimonianza di una malattia per mano ‒ per bocca, cioè ‒ di una scrittrice. Il sottotitolo recita infatti: O, la storia della mia bocca. Ma se i denti, la lingua, il palato, la mandibola servono a masticare, triturare, e infine digerire ciò che entra nel corpo, allora questo è anche il racconto di una disfunzione narrativa: di un dolore che viene preso a oggetto del libro fin troppo letteralmente; di un’intossicazione romanzesca. Non è un caso che nel testo di Nelson non si parli quasi mai di cibo, di ciò che dovrebbe (potrebbe) alimentare quei due corpi che si sovrappongono continuamente: quello di carne e quello di cellulosa. In questa collana di patemi e paure ipocondriache, che luccicano come perle o, meglio, come i denti di un mostro nel buio di una camera da letto, Nelson ci guida dentro e fuori dalla fessura tra le sue labbra, continuamente: proprio come se fossimo la sua lingua, i suoi denti, il suo fiato o le sue parole; uno spiffero, un passaggio, tra le memorie della sua bocca. Facciamo avanti e indietro senza sosta, tra passato e presente, diagnosi e controdiagnosi, tra prima e dopo il Covid-19, prima e dopo un sogno movimentato da appuntarsi in dormiveglia. Il rischio però che il libro possa essere solo o poco più che testimonianza di un dolore ben localizzato ma inspiegabile resta molto forte. Specie se lo paragoniamo a Lo sbilico (2025) di Alcide Pierantozzi, un altro recente testo che parla (al maschile) di malattia, raccontata dal punto di vista privilegiato e claustrofobico di uno scrittore e che, appunto, molto più che Nelson, sfida tanto la forma del referto medico quanto quella romanzesca. > Se i denti, la lingua, il palato, la mandibola servono a masticare, triturare, > e infine digerire ciò che entra nel corpo, allora questo è anche il racconto > di una disfunzione narrativa: di un dolore che viene preso a oggetto del libro > fin troppo letteralmente; di un’intossicazione romanzesca. Ma basta anche pensare ad altri due titoli, per certi versi ancora più simili a quello di Nelson: Storia della mia lingua di Claudia Apablaza (2023) e La storia dei miei denti di Valeria Luiselli (2016). Titoli (e dolori) simili, soprattutto i primi due, ma su quello di Luiselli in particolare vale la pena soffermarsi: è infatti un romanzo che utilizza una forte voce narrante, quella di Gustavo Sánchez Sánchez, “il miglior banditore d’asta del mondo”, per costruire un’impalcatura romanzesca solida e piena d’inventiva. A partire dai suoi denti finti, incastonati, appartenuti un tempo a Marilyn Monroe (sic!), La storia dei miei denti si trasforma infatti in una serie di racconti incastonati tra le gengive di Gustavo e del lettore, per ricostruire una “collezione dentale” da battere all’asta come un geniale prodotto da collezione: il lotto 49 di Luiselli è infatti la dentiera che Gustavo decide di battere come solo un romanziere potrebbe fare. Sono i denti che la costituiscono ma sono anche i racconti che animano le pagine del libro: “Se ne avessi parlato come Svetonio narra la vita dei dodici cesari sarebbe stata tutta un’altra storia. Non racconti falsi, ma ispirati ad alcuni dei miei scrittori preferiti”. Non stupisce allora che il titolo del libro di Luiselli corrisponda esattamente a ciò che si trova al suo interno: storie meravigliose di singoli denti. Nel libro di Nelson, invece, non c’è affatto questa invenzione e alla parola “storia” del sottotitolo dobbiamo dare un significato metaforico, probabilmente metaletterario. Del resto, basta arrivare a p. 12 per capire che anche Pathemata parla di lingua e di bocca per parlare di altro: nello specifico, del “ruolo letterale e simbolico della bocca nella vita di una scrittrice”. Proprio nella sua “lingua”, visionaria e concreta (in una parola, appunto: letteraria), Pathemata è un libro esile ma “squilibrato, lercio, come una muffa che cresce sotto il coperchio di un barattolo di marinara”. Un piccolo libro pieno di pagine che “schizzano dalle crepe” di un corpo pulsante dal dolore e dal piacere masochistico di provare qualcosa; un corpo che si struscia a terra come Britney Spears nelle sue performances più disperate, fatte apposta per disgustarci e sedurci (“è come se una zampa ispida avesse frugato nel mio cervello e avesse tirato fuori questa macchia di gelatina”). Di una parola che spinge, spinge, spinge contro i nostri occhi come la lingua della protagonista da bambina spingeva contro il suo palato. > Pathemata diventa un libro sul rapporto tra interiorità e assimilazione: > succede quando uno spazio intimo, domestico e sociale insieme come la bocca > (per statuto luogo di confine, tra dentro e fuori) diventa giorno dopo giorno > un’istanza di pericolo e mostruosità; di solitudine, di isolamento sociale. Ma il fastidio alla mandibola, come ogni dolore profondo e sordo, è anche altro da sé: in questo caso, è ciò che impedisce l’alimentazione e quindi la digestione. Pathemata diventa così un libro sul rapporto tra interiorità e assimilazione: succede quando uno spazio intimo, domestico e sociale insieme come la bocca (per statuto luogo di confine, tra dentro e fuori) diventa giorno dopo giorno un’istanza di pericolo e mostruosità; di solitudine, di isolamento sociale. La domanda che ci pone è, cioè: cosa succede se non sappiamo più trasformare ciò che ci accade? Se siamo solo bocche che parlano, e non stomaci che elaborano? Il mostro in camera da letto, suggerisce il libro, potremmo essere proprio noi. O, dice Nelson, peggio ancora: noi scrittori. Quelli che continuano a parlare d’altro solo per non dire che non sappiamo più dire. Come se scrivere fosse ormai solo un atto orale bloccato a metà tra la masticazione e il rigetto. La protagonista di Pathemata ha un’amica che dopo aver assunto un farmaco sperimentale defeca i pasti esattamente come li ha ingeriti: “gli escrementi uscivano come pasti completi, ogni boccone riconoscibile per quello che era stato al momento di ingerirlo. Potevi rimetterlo su un piatto e servirlo, mi dirà”. Ecco la domanda che Pathemata pone con più forza: cosa succede se anche la scrittura diventa così? Se anche noi abbiamo ingerito un farmaco che ci fa defecare il dolore così com’è, senza digerirlo? Se raccontiamo solo per ripetere, e non per trasformare? Forse la colpa è del Covid: “la pandemia sta uccidendo il caso, la coincidenza, la sorpresa, lo straniamento ‒ in poche parole, tutte le condizioni che rendono possibile la magia” (leggi: la scrittura)? E, a onor del vero, la protagonista ci prova a resuscitare quella magia. Lo fa osservando per una volta un’interiorità che non sia la sua propria: così, inizia a osservare la lavastoviglie. > Esamino i gusci d’uovo rimasti incastrati nel braccio girevole, > l’imperscrutabile disco d’argento che galleggia all’ombelico della macchina. > Mi chiedo se potrei rendere interessante la lavastoviglie grazie alla pura > forza dell’attenzione. Ma è tutto inutile, dopo una breve fase d’entusiasmo la magia non è ancora tornata. La scrittrice sa essere solo una mandibola intorpidita, un muscolo orofacciale paralitico, dei denti che perdono contatto gli uni con gli altri. La bocca, del resto, non è solo l’organo della parola: è il luogo dove la parola incontra il limite del corpo. Se i denti sono la parte più dura e affilata, Pathemata ci ricorda che anche loro si consumano, si spezzano, scricchiolano. Come la lingua; come la scrittura. Ed è proprio qui, però, che il libro barcolla: Maggie Nelson resta fin troppo fedele alla sua lingua ‒ precisa, dolorante ‒ e raramente osa immaginare deviazioni dalla propria traiettoria. Manca l’invenzione, la storia, che dia al dolore una seconda bocca: insomma, una lingua che non sia solo ‒ letteralmente ‒ la sua. Proprio qui si gioca il confine tra vulnerabilità e vittimismo, tra scrittura del dolore e dolore come alibi per non provare a inventare altro. Inventare, digerire, trasformare. E poi servire. Sa farlo ancora Nelson? Sanno farlo ancora le scrittrici? E soprattutto: sappiamo farlo noi? > Maggie Nelson resta fin troppo fedele alla sua lingua ‒ precisa, dolorante ‒ e > raramente osa immaginare deviazioni dalla propria traiettoria. Manca > l’invenzione, la storia, che dia al dolore una seconda bocca: insomma, una > lingua che non sia solo ‒ letteralmente ‒ la sua. Eppure, quel ventre sporco ‒ la lavastoviglie ‒ su cui la protagonista riversa invano per un istante i suoi sforzi poetici, apre a un’altra interpretazione. In queste “sessantamila battute di cronologia del […] dolore”, infatti, riaffiora anche un tema laterale ma persistente: la maternità, la creazione, il parto. I denti parlano anche di questo. La protagonista stessa lo rivela in più punti: > Provi a non pensare la mia lingua è troppo grande per la mia bocca ma, > piuttosto, il mio palato è troppo stretto per la mia lingua, ha detto il > dentista specializzato in taping notturno. […] (Che cos’è poi un palato?) Mi > ha ricordato di quando i dottori erano preoccupati per le dimensioni del > bambino nel mio utero. Il corpo di una scrittrice è sempre troppo o troppo poco. In Pathemata, Nelson è una bocca, un utero, una figlia (un dentro), che riesce a riprendere contatto con il suo fuori solo nelle ultimissime pagine, quando cede nuovamente alla richiesta di una psicoterapeuta che, prima, non aveva voluto affatto ascoltare: quando, cioè, assume il punto di vista del padre defunto per assolversi dalle proprie colpe, per sentirsi orgogliosa nonostante questo stallo nella scrittura, questo fastidio orofacciale. Per tornare insomma madre, scrittrice. Allora, “il divario tra la mia esperienza interiore e le statistiche esteriori del mio corpo” (una sorta di Sbilico, in effetti, tra dentro e fuori) non è più un abisso ma una possibilità narrativa: un principio regolatore, come il respiro di chi mastica piano o, appunto, la contrazione di un utero in travaglio. L'articolo Prima digerire, poi raccontare proviene da Il Tascabile.
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corpo
Sarei stato quello che non si dice, quello che non esiste
S i nasce tutti figli. Si cresce promiscui nello stanzone claustrofobico dell’infanzia. Si trova un fratello e ci si identifica, fino a lasciarsi penetrare. Poi lo si tradisce: se si ha cara la pelle, bisogna diventare ladruncoli e puttane. Nascondersi, ingannare e partire: solo allora, si comincia finalmente a scrivere. Abdellah Taïa nasce nella biblioteca pubblica di Rabat. Imbastardendo neocolonizzazione, mondo queer e la crème de la crème della grande littérature française, Taïa scrive e riscrive, in una dozzina di autofiction, romanzi autobiografici e simili incroci, la storia infedele di un giovane marocchino alle prese con il diventare uomo, dall’infanzia esaurita a Hay Salam nella casa familiare fino all’arrivo in Europa, il dottorato alla Sorbonne e un’ascesa letteraria che lo porta a essere tra i punti di riferimento della world literature contemporanea. Quando ce lo si trova di fronte (mette le mani avanti: “I never present myself as a writer”), col suo accento francese, un accenno di baffetti e lo sguardo disponibile e appuntito (“especially in France: they say ohlalà!”), sembra un po’ un simpatico cantore (“It’s like Victor Hugo is in front of them!”) del Marocco più povero, autentico e tradizionale: la stessa impressione che ha portato uno come Edmund White a definire i libri di Taïa “pieni di amore” e il suo alter ego “fiero, sveglio e flessibile”, “almost feminine in his desire to please, boyish in his enthusiasm and trusting nature”. Poi, però, si scorge un profilo un po’ meno pacificato, un’ombra: una fulminazione che fa di lui quasi un miracolato. Nel 2006, il magazine marocchino TelQuel chiede a Taïa di parlare della sua sessualità: le reazioni del pubblico sono forti – sorprendenti, considerando che il suo primo bestseller in Marocco, la raccolta autobiografica Le rouge du tarbouche (2004), tutto faceva tranne mistero sull’omosessualità del protagonista. Non musulmano, infedele, prostituta: insulti, scandalo e minacce di morte, nel silenzio dell’intellighenzia locale. Taïa persevera in risposta a una stretta del governo sulla pubblica moralità, nel 2009 pubblica un editoriale sempre su TelQuel intitolato L’omosessualità spiegata a mia madre, una lettera sincera e non apologetica in cui auspica una rivoluzione culturale del Paese contro l’ipocrita e complice tradizionalismo della classe dirigente. > Non sopporto più l’ipocrisia e le sue devastazioni in Marocco. Non sopporto > più che venga data di noi un’immagine stereotipata, “folklorizzata” allo scopo > di attirare turisti. Non sopporto più che non si veda la reale ricchezza di > questo paese: l’immaginario, le storie, il mistero. LA GIOVINEZZA. Nello stesso anno, coordina l’opera collettiva Lettres à un jeune marocain, una denuncia e un auspicato argine contro la demoralizzazione e la disillusione giovanile, che molti aveva spinto verso l’estremismo islamico. Con la collaborazione dell’imprenditore e filantropo Pierre Bergé, fa distribuire gratis in Marocco cinquantamila copie in francese e quarantamila in arabo. > Imbastardendo neocolonizzazione, mondo queer e la crème de la crème della > grande littérature française, Taïa scrive e riscrive, in una dozzina di > autofiction, romanzi autobiografici e simili incroci, la storia infedele di un > giovane marocchino alle prese con il diventare uomo. Anche questo è Abdellah Taïa, il primo scrittore arabo apertamente gay. Tanto amore nelle sue opere, ed entusiasmo prepuberale, ma anche il segno di chi da solo si è trovato (“I had to find solutions…”) a crescere e sopravvivere come ragazzo (o meglio, bambino) effeminato e gay in un quartiere povero del Marocco più tradizionalista degli anni Settanta (“…not to be killed or raped”). Il racconto di questo viaggio tocca tutti i suoi libri, ma soprattutto il romanzo breve L’esercito della salvezza, pubblicato in Francia da Seuil nel 2006, poi esportato negli Stati Uniti da Semiotext(e) e in Italia da Isbn edizioni. Allontanandosi dai resoconti di emancipazione e liberazione più canonici, il libro intreccia sesso, linguaggio e letteratura postcoloniale per raccontare in uno stile apparentemente semplice e ritmato (scandito sulla fièvre dello scrivere, come la chiama Taïa) quell’affastellarsi non definitivo e irrisolto di coming out, coming of age e profuso cumming che è l’adolescenza. Lo spazio incestuoso della famiglia, la fusione con il fratello amatissimo e i primi incontri con altri uomini, fino al difficile arrivo a Ginevra e alla scoperta di un altro sé: questo è il percorso verso la reinvenzione dall’interno di ciò che significa devenir un homme, e in particolare un homme arabe et marocaine; questa, in altre parole, è la rotta di Abdellah verso la creazione di un proprio esercito della salvezza. Prima parte. Si comincia da una casa e tre camere: una per il padre Mohamed; una per Abdelkébir, il fratello maggiore; una, infine, per tutti gli altri: Abdellah, la madre M’Barka, il fratello minore e le sette sorelle. Zero letti, solo tre panchine e la naturale vivacità di uno spazio in cui si consuma la vita di undici persone (e, per inciso, l’infanzia e l’adolescenza del piccolo Abdellah). M’Barka, una presenza ingombrante, “sempre in mezzo a noi”, trasversalmente definita in ogni articolo e libro come fiera, straordinaria dittatrice (“Mia madre è dappertutto”, rivela Taïa in un incontro ad Amsterdam, “Era più gay e queer di me: ha dominato mio padre, ha programmato mio fratello per portarci soldi, per salvarci dalla povertà”). Un’assenza: il padre, diseredato dal fratello, guidato dalla sorella nella scelta matrimoniale, testimone impotente delle avances del cugino verso la moglie. Mohamed sembra incapace di agire: anche nelle sere in cui M’Barka non gli accorda il suo corpo, lui alza la cintura ma non colpisce, al massimo si sfoga staccando la corrente alla casa: “faceva solo finta, sapeva di esserne incapace”. E infine Abdellah, felicemente inglobato nell’organismo familiare. Questa sezione del libro descrive la prima delle tre fasi che il filosofo Paul Ricouer formula nella costruzione di un’identità narrativa, ovvero la prefigurazione: “imitare o rappresentare l’azione significa innanzitutto pre-comprendere cos’è l’agire umano, nella sua semantica, nel suo sistema simbolico, nella sua temporalità”. L’esperienza non formalizzata dei codici del vivere tocca Abdellah come parte di un tutto indifferenziato, di cui comincia a capire le regole ma, per ora, più di tanto non si distingue. Taïa rappresenta (ma sarebbe meglio dire: Abdellah vive) la forte prossimità dei corpi e la pubblica intimità negli spazi angusti della casa attraverso un immaginario vivacemente incestuoso. Nella camera di Mohamed, i genitori fanno spesso l’amore: “lo sapevamo. In quella casa sapevamo tutto di tutti”. (Dal romanzo Colui che è degno di essere amato: “sentivamo tutto e anche di più”. Da La vita lenta: “Il problema era l’intero palazzo. si sentiva tutto”. Da Mon Maroc: “In Marocco nessuno viene mai lasciato solo, la privacy è inesistente”). Il giovane protagonista sogna “mio padre dentro mia madre. Il sesso duro e grande (non poteva non essere grande!) di mio padre penetrava la vagina enorme di mia madre”. La realtà della famiglia ha un “forte gusto sessuale, come se tutti ci mescolassimo incessantemente, senza alcun senso di colpa” e Abdellah si dice pronto “a dare una mano, eccitato, felice e ansimante con loro”. Nel quadretto familiare rientra anche la zia Fatéma, che allattando al posto di M’Barka il piccolo Abdelkébir diventa per lui una “seconda madre”. Quando un giorno Abdellah, che ormai ha compiuto otto anni, viene picchiato da una banda di ragazzi, Fatéma “estrasse il seno destro e me lo mise in bocca. Mi rivedo poppare come un bebè, il latte di Fatéma, dal sapore intenso, mi invade la bocca, il palato, la gola, lo stomaco, gli intestini. Adoravo quel contatto e quel liquido; ho ancora il suo latte dentro di me; la chiamavo mamma”. Un tema tipico della scrittura di Taïa, qui come in altri romanzi, è proprio l’assoluta mancanza di confini tra amanti, figli, fratelli e nipoti, mischiati in un’orgiastica unione e fusione di nomi, personaggi, persone (specialmente se madri e figli). Nessun senso di colpa a riguardo, al massimo la delusione quando l’unione effettiva non si compie. Per ora, si è detto, l’io è un tutto indistinto. > Un tema tipico della scrittura di Taïa, qui come in altri romanzi, è proprio > l’assoluta mancanza di confini tra amanti, figli, fratelli e nipoti, mischiati > in un’orgiastica unione e fusione di nomi, personaggi, persone (specialmente > se madri e figli). Seconda parte: Abdelkébir. Il fratello maggiore di Abdellah è il primogenito, un maschio, “il simbolo della famiglia, il loro nome per anni e anni a venire”. È un uomo vero: il suo silenzio è profetico, il suo corpo grande, le spalle forti. Abdellah sente di non valere nulla rispetto al fratello, che si prende in carico le sue responsabilità “come un uomo”, che si sposerà “come un uomo” (di certo non con un uomo), che si comporta da uomo, “dittatore com’è, in questo simile a mia madre”. Il primo istinto che prova è quello di scomparire (“Non sono più io”), obbedire (“esisto per lui”), restare per sempre sotto le sue cure (“sono suo”). In linea con il protagonista di Colui che è degno di essere amato: “Di fronte a questo fratello maggiore, noi non esistevamo affatto. Con Abdelkébir mi sarei arreso ovunque, persino tra gli infedeli”. La dichiarazione di amore per il fratello è riservata a quattro lucidissime e tenerissime pagine di L’esercito della salvezza, in cui il desiderio sessuale, l’affetto e il bisogno di protezione si mescolano indissolubilmente. Fin dall’incipit del capitolo, ritmo, febbre e ripetizione: “È mio fratello! Sì, mio fratello, mio fratello grande. È mio. Io ho un fratello grande… un fratello davvero grande! Si chiama Abdelkébir. È grande. È più di un fratello. Abbiamo lo stesso padre, la stessa madre. È il primo maschio, io sono il secondo”. Nuclei, accenti e variazioni: “mi ha fatto conoscere i libri, i suoi libri, e la musica, la sua musica. Il piccolo letto, il nostro letto”. Mosse a tempo di valzer: “conoscevo la pelle del suo viso, delle sue orecchie, delle sue mani. Libri, libri, libri. Lo toccavo, lo analizzavo, lo fiutavo. Avevo voglia di chinarmi. Avevo voglia di allungare la mano. Avevo voglia di un’infinità di cose”. In questo stile paratattico, semplice e un po’ funkeggiante, Taïa riproduce il gioioso desiderio di fusione di Abdellah con il fratello, maschio di riferimento e suo doppio potenziato. Nelle occasionali incursioni clandestine nella camera di Abdelkébir, il piccolo Abdellah osserva le mutande macchiate di sperma, le sniffa, assaggia il suo sperma: “quello sperma veniva da lui. Era lui”. In questa descrizione si esprime il secret gaze tipicamente gay di Abdellah, che con Abdelkébir si muove sempre e soltanto sul piano del desiderio irraggiungibile; guardare, ma da una distanza incolmabile, mai potendo toccare l’oggetto delle proprie fantasie. I due partono per una vacanza insieme a Tangeri. “Ho l’abitudine di osservarlo con discrezione”. Guardarlo dormire, rimanere ipnotizzato, nuotare tutto il pomeriggio tra i peli neri della sua schiena, fino a rivedere nel suo culo nudo la forma delle natiche della madre. C’è un abisso di desiderio e distanza nei verba volendi che costellano la seconda parte dell’Esercito della salvezza, nel voler toccare, palpare e vedere delle chiappe fraterne. “Non che siano belle, ma appartengono ad Abdelkébir”. Sempre come un voyeur, rubando – si può agire solo “discretamente, venerando di nascosto con gli occhi”, come Abdellah fa con l’amico Ali in Le rouge du tarbouche. Taïa è ossessionato dall’idea di fondersi con l’altro: “La mia idea di amore è questa: entrer dans la peau de l’autre”. In L’esercito della salvezza, l’insieme di amore, violenza e tenerezza si nasconde sotto uno stile apparentemente piano, giocato tra mutande sporche e nomi propri. In un capitolo di Melanconia araba (2020) troviamo qualcosa di simile quando Abdellah si trova a scrutare il ragazzino a capo del branco che lo sta stuprando (“puttana, piccola, dammi il tuo culo”). Cercando in lui delle tracce di affetto e di tenerezza, Abdellah prima gli dà un nome, quello del cugino Chouaib; poi si arrabbia quando si sente chiamare con il nomignolo falso, violento e impositivo di Laila. In un altro romanzo, Colui che è degno di essere amato, il protagonista Ahmed si masturba insieme a un nuovo amante pronunciando “ana enta”, io sono te, ripetendo a pappagallo le due parole in arabo, pronto a esplodere di piacere nella sua lingua di origine. I nomi, insieme al sesso, sono il punto centrale nella ricerca di una simbiosi amorosa. > Taïa è ossessionato dall’idea di fondersi con l’altro: “La mia idea di amore è > questa: entrer dans la peau de l’autre”. Dopo l’unione, però, bisogna tradire o venire traditi. Abdelkébir, da vero uomo, deve sposarsi, si sposa, trova una moglie, “una straniera, la nemica, una baldracca”. Salma pronuncia il nome di Abdelkébir “in modo eccessivamente sofisticato” – Salma stesso, è inutile dirlo, è un nome che Abdellah detesta. No, la vera sposa “di quel fratello adorato è mia madre”. Altri motivi spingono al tradimento: la solitudine; la scoperta del cinema e della letteratura francese, proprio grazie ad Abdelkébir; l’emergere, quindi, di un mondo che per il protagonista de L’esercito della salvezza è nuovo. A Tangeri, dunque, si conclude la prima battaglia di Abdellah, il primo lungo apprendistato: l’imparare ad amare, seppur in maniera ossessiva, parziale e manchevole. Il tradimento va consumato: Abdellah entra in un cinema e sperimenta la gioia clandestina di un corpo più anziano che lo avvolge, lo cerca, prova a toccargli il sesso e le natiche. Comincia la seconda fase descritta da Ricouer nella formazione dell’identità narrativa: la configurazione, il mettere-a-storia la propria esperienza, trovare una mediazione tra gli eventi individuali e la storia complessiva. Abdellah impara a manipolare le parole, a farsi spazio tra i dieci corpi che vivono insieme a lui, a diventare qualcos’altro (ma in realtà questo processo era in corso già da tempo). La fusione non ha funzionato: è ora di provare a diventare uomo. Terza parte. Abdellah si trova presto un nuovo grande fratello, un altro dittatore: Jean, un professore svizzero in visita a Rabat, che diventa suo amante. In lui Abdellah vede, in una prospettiva a suo modo controesotica, una via di salvezza dalla povertà e una porta di accesso al mondo intellettuale: “un uomo occidentale. un uomo colto, l’uomo dei sogni”. Dopo mesi di fitta corrispondenza e una fuga romantica in Svizzera, Abdellah decide di spostarsi a Ginevra per studiare letteratura francese, trasferendosi definitivamente da Jean. Quando arriva in aeroporto, non trova nessuno: è stato abbandonato. La prima esperienza dell’Europa consiste proprio nel capire di non essere a casa. Il critico indiano Homi K. Bhabha la chiama unhomeliness: la condizione di infamiliarità che prova chi vive delocalizzato, nel mezzo tra due mondi. Se trovarsi un’identità significa identificarsi-con e identificarsi-contro, con tutto l’insieme di minaccia, di perdita, di riparazione e di rifiuto che questo comporta (sto qui utilizzando le parole della studiosa queer Eve Kosofsky Sedgwick in Epistemology of the closet, 1990), in questo gioco di identità e domande (cosa vuol dire essere arabo? uomo? gay? europeo? letterato?) Abdellah si scopre s-casato. Bhabha parla di un’iniziazione extraterritoriale e crossculturale; Abdellah Taïa, che si trova a lavorare su un piano di urgenza diverso, si interroga certo sulla questione, ma soprattutto si chiede dove poter trovare da dormire e da mangiare. > Se trovarsi un’identità significa identificarsi-con e identificarsi-contro, > con tutto l’insieme di minaccia, di perdita, di riparazione e di rifiuto che > questo comporta, in questo gioco di identità e domande (cosa vuol dire essere > arabo? uomo? gay? europeo? letterato?) Abdellah si scopre s-casato. “Cercavo un’immagine umana, un segno, mi ritrovai davanti al silenzio. Devo crescere velocemente, molto velocemente. Essere forte, FORTE”. E a questo fine, due figure. Prima, un tassista gli indica un ente di accoglienza sul territorio e gli parla della storia d’amore più importante della sua vita. Seloua (“Voglio solo ricordare il suo nome, tutto ciò che mi è rimasto”) è una che sa sfruttare la propria bellezza, ci gioca, conosce il fascino che emana in quanto donna araba: dopo un’intensa storia d’amore, lascia il tassista per un uomo più vecchio e più ricco, svizzero-tedesco. Abdellah ha un’intuizione. Poi Mohamed, un coetaneo incontrato anni prima a Tangeri, con il sogno di andare in Europa seducendo una donna occidentale: “mostarle di cosa è capace un uomo marocchino; in altre parole scoparla come una cagna, renderla pazza per lui, e del suo cazzo soprattutto”. O, perché no, anche prendendolo in culo se serve, pur di salvarsi – gli uomini, nota, erano più gentili e meno complicati. Solo con gli stranieri, si intende: “essere scambiato per uno zamel gli avrebbe fatto orrore”. Il feticismo arabeggiante, il turismo sessuale, l’economia della disperazione (“Non scordarti di farti pagare bene ‒ e lavati bene il culo dopo, frocio di merda!”): tutto questo comincia a formularsi in Abdellah nello iato tra l’incontro con Jean e l’arrivo in Europa. La prima soluzione è scordare chi si è, tagliarsi fuori dal mondo, diventare un’ombra (da Melanconia araba: “Sarei stato quello che non si dice, quello che non esiste” – cosa non molto difficile, per chi si trova in Europa senza soldi né alloggio). Seguire l’esempio di Samira Said, l’amata cantante e danzatrice del ventre egiziana che con lo scandalo e il suo ombelico insegnò agli uomini arabi il fascino della trasgressione; o di Marilyn Monroe, la ragazza orfana stuprata dal mondo ma eternamente pura. Non si sarebbe trattato di un cambiamento improvviso: da anni Abdellah, girando per strada in Marocco, viene chiamato quotidianamente piccolo demone, mostro, prostituta – e quello è solo il meno. Bisogna imparare a tradire, di nuovo. In un’espressione ormai classica degli studi postcoloniali, Abdellah comincia a vivere nell’opacità di Glissant: “smettere, per il momento, di essere ossessionati da cosa c’è sul fondo della natura”; lasciarsi aperte le possibilità; essere in pace con l’idea di non capire l’altro, e arrogarsi il diritto di non farsi capire. Nascondere la verità, anche, e imparare a lanciare incantesimi: recedere dal mondo. “Ero curioso di stare nei panni di una prostituta”. Abdellah abbassa la testa e fa il docile, ha compreso la lezione di Mohamed: in ogni gioco, è necessario che qualcuno si sottometta, faccia lo schiavo, onori l’altro come colui che ha il potere. Uscendo dalla norma, negoziando, corteggiando; a volte anche succhiando. “Fingo di sottomettermi a questo mondo crudele”, scrive Taïa in un articolo per The Queer Arab Glossary: “dovrò pensare a una vendetta”. A un certo punto, leggendo L’esercito della salvezza, si ha all’improvviso la netta sensazione che non si tratti solo di un’operazione letteraria, di un gioco formale di identità narrative. Certo, c’è anche questo: il libro è un sapiente intreccio di identificazioni e disidentificazioni tramite il riciclo e il ripensamento dei significati convenzionali di mascolinità, spiritualità, nazione. Lo studioso queer José Munoz definisce questo processo come “il rivelare le macchinazioni universalizzanti ed esclusorie del messaggio codificato e dirottarle verso l’inclusione e l’emancipazione di identità minoritarie”. Dare un nuovo significato alle grandi etichette per includere i margini. Vero. Ma come anticipato, L’esercito della salvezza, e tutta l’opera di Taïa, racconta anche e soprattutto la lotta di Abdellah contro chi cerca di sputargli contro, stuprarlo, lapidarlo. “Now he’s fourteen, he seems to be used to rape. He does not complain. His ass in an offer. Mi hanno condannato a essere violentato ogni giorno, ogni notte, dappertutto. A dirty effeminate moroccan, a zamel. Una puttana”. Non c’è spazio per piangere, o essere deboli. Un’ombra lo segue, dovunque vada. Un ragazzino di qualche anno più grande, di nome Naim, anche lui effeminato, anche lui zamel, anche lui cercato da corpi che non possono attendere, devono diventare uomini, grandi, potenti. E lo fanno – lo hanno sempre fatto, sempre lo faranno – proprio attraverso quell’ombra. Un presentimento. Poi, una fulminazione, che fa di Abdellah un miracolato. A boy to be sacrificed. Ora ha dieci anni, o dodici quattordici diciassette ventidue, a seconda del libro: è l’ora di diventare un uomo, di essere grandi, di fare sul serio. “Now I am 38 years old, and I can state without fanfare: no one saved me”. Non Jean, non M’barka, non Abdelkébir. “Sono diventato un altro, uno sconosciuto. To save my skin, I killed myself”. In L’esercito della salvezza c’è solo l’incipit: il processo è appena cominciato. Quarta parte. Come porto sicuro di innocenza e purezza, il sesso gay. Vagando sperduto per Ginevra, Abdellah incontra uno sconosciuto che lo accompagna in un bagno pubblico. Lì, una dozzina di uomini si guardano e toccano con affetto, senza violenza, come compagni. In una scena di intensa e debordante sensualità poetica, ognuno di loro tiene la mano destra intorno al proprio sesso, mentre con la sinistra accarezza le natiche del vicino, in un circolo di reciprocità e fratellanza. “Questo è l’amore”, dice la voce narrante di Colui che è degno di essere amato, “avere la possibilità di trovare bello quello che la gente reputa brutto e indecente. Le palle, una foresta di peli nerissimi e un cazzo”. Scoprire l’intimità osservando un amico eiaculare latte o vedere, come in Un pays pour mourir (2015), “due cazzi incontrarsi, toccarsi, venire insieme, insieme tornare all’infanzia”. Nella spanna di qualche minuto, l’uomo lo porta in un cubicolo, lo fa venire, gli regala un’arancia: “nient’altro. Un equo scambio di piaceri”. Qualche ora dopo, tornando alla sede dell’Esercito della salvezza che lo ha accolto, Abdellah trova in camera un nuovo compagno di stanza, un giovane ragazzo tunisino, che, notando la sua gracilità, osserva casualmente: “potresti passare per il mio fratello più piccolo”. Abdellah, quella sera, divide con lui l’arancia. Un secondo incontro chiude il libro. Sul treno, di notte, un marocchino, un tedesco e un polacco si conoscono in inglese sospesi tra Spagna e Francia. Rafael, il meraviglioso amante, Mathias, suo innamorato perso, e Abdellah in procinto di lasciare Jean, in una locomotiva in cui tutti si trovano “lontani dalle proprie frontiere”. Nudi, insieme e sospesi, “siamo diventati fratelli di sperma e di sangue”. Un threesome in between, in movimento tra Oriente e Occidente, senza ancora una storia legittima alle spalle. Verso il riconoscimento reciproco. Verso, finalmente, una fratellanza vera. > Il francese semplice della sua prosa nasce dallo scontro tra il rifiuto della > sottomissione all’académie française e dei suoi chic e dotti membri e la > consapevolezza del potere della lingua colonizzatrice, “falsamente dolce e > incredibilmente fredda”. Quinta e ultima parte: la letteratura. Nel racconto di questa evoluzione, di questo viaggio tra famiglia, doppi, opacità e amore, il rischio di diventare un frocetto parigino settario imborghesito doc è ben presente a Taïa. Il francese semplice della sua prosa nasce dallo scontro tra il rifiuto della sottomissione all’académie française e dei suoi chic e dotti membri e la consapevolezza del potere della lingua colonizzatrice, “falsamente dolce e incredibilmente fredda”. Abdellah, l’abbiamo visto, ha rinunciato fin dall’infanzia al suo residuo selvatico: era questione di vita e di morte. “Per me la vera felicità”, ammette all’Universiteit van Amsterdam, “era quando a sette anni ballavo per le mie sorelle. Le contaminavo, le rendevo gay, sia nel senso di gaie felici che gay gay”. Ride di gusto. Si ferma: una piccola pausa. Ci pensa. Riprende. “Sono dispiaciuto per quel piccoletto che non sono più io. Quel bambino effeminato l’ho perso per sempre”. La letteratura non è che vampirismo: “siamo completamenti divorati dalle parole, dallo stile”. Non c’è salvezza o terapia nello scrivere. Ci si sacrifica nello stesso modo in cui si è morti in vita, si perdono parti di sé, della memoria e delle proprie tragedie. Il massimo che si può fare è fulminarsi di nuovo, inseguire quell’ombra e raccontare il mix di violenza, amore e tenerezza che ne è risultato. Si espone la contraddizione. Contro i rischi di un’eccessiva intellettualizzazione, lo scrittore tiene sempre vicino a sé le voci polifoniche dell’infanzia: il mondo invisibile degli incantesimi e della religione di M’Barka (“your language, mother, is my language”), le sorelle, i jinns e gli spiriti dell’oltretomba, che molto più gli fanno scuola rispetto ai pur amati Genet, Proust o Pasolini. Queste voci, queste identità mescolate e rimescolate, hanno permesso ad Abdellah di parlare, creando un punto di unione tra individuo, società e mondo, mai accennando a pose vittimistiche o narrazioni autocelebrative. Sempre scongiurando il rischio di diventare una checca francese fatta e finita, di quelle che “si dimenticano dei poveri quando diventano intellettuali”. “Io un intellettuale? Una puttana sì, ufficialmente una puttana, mai un intellettuale”. Per un progetto letterario di questo tipo, l’autofiction è la scelta di elezione: Taïa, che ha imparato fin da bambino le strategie narrative più forti per persuadere con le storie, nei suoi libri propone diverse configurazioni dello stesso narratore, che viene costantemente dislocato, ricollocato, reinventato. “Nonostante da Ho sognato il re i miei libri tecnicamente non riguardano me, sono tutti me”. Lui la chiama group autofiction: tutti i personaggi dei libri di Taïa sono in qualche modo momenti e riflessi diversi dell’identità narrativa di Abdellah. Reinventare il soggetto autobiografico e insieme il mondo, cercando di dire qualcosa di nuovo sulla realtà extraletteraria. Dare spazio alle voci. > Nel sottile interstizio tra urgenza materiale, costruzione autobiografica e > polifonico altoparlante di voci e visioni sta la tensione di Abdellah Taïa, > per i più primo scrittore maschio arabo gay; ma insieme, profondo e vivace > rivisitatore di tutte e quattro le categorie. In questo accostamento, nell’esperienza della lettura, si esaurisce il terzo passaggio ipotizzato da Ricoeur, la rifigurazione: l’intersezione tra il mondo del testo e il mondo del lettore, tra il mondo della letteratura e il mondo dell’azione reale. In questo sottile interstizio, tra urgenza materiale, costruzione autobiografica e polifonico altoparlante di voci e visioni sta la tensione di Abdellah Taïa, per i più primo scrittore maschio arabo gay; ma insieme, profondo e vivace rivisitatore di tutte e quattro le categorie. Da figli e fratelli a ladruncoli e amanti: solo allora si comincia finalmente a scrivere. Arrivato ormai ai cinquant’anni, lo scrittore marocchino con la passione per il silenzio non è più da tempo l’eccitante ed esotico oggetto sessuale francese; ha smesso la ricerca della letteratura come salvezza e riscatto sociale; ha pure sviluppato negli anni una diffidenza per la borghesità intrinseca del romanzo, sebbene continui a pubblicare con cadenza biennale. Ora si dedica, tra le altre cose, alla prima passione della giovinezza, quella per i film e i blockbuster, e il loro linguaggio popolare: dopo l’adattamento di L’esercito della salvezza, sta presentando in questi mesi un nuovo corto, Cairo streets, a diversi festival europei. A dicembre esce il suo secondo lungometraggio, Cabo Negro, la storia di due ragazzi LGBTQ+ marocchini in cerca di libertà. “Nell’avvicinarmi ai quarant’anni volevo essere visto. Il silenzio è una forma di viltà. La solitudine è la morte”. Dopo aver perso sé stesso, essersi invisibilizzato, avere cercato di riformulare dall’interno l’esperienza di un giovane uomo arabo e gay spatriato in Francia, Taïa ha ora un nome, è ufficialmente qualcuno. Ma lui lo sa, “non portiamo niente con noi nella vita lenta”. Libertà, uguaglianza e fraternità, in qualche modo, sono state trovate, discusse o abbandonate per sempre. Quello che rimane è la gioia di uno scrittore che ama presentarsi come non-scrittore, la tristezza di chi sa che scrittore lo sarà comunque per sempre, e la caparbia ostinazione di chi sullo scrivere del perdersi e del ritrovarsi ci ha costruito una carriera. “Non serve che capisci tutto. L’importante è continuare a muoversi”, senza mai fermarsi. “E poi un giorno, senza saperlo, capirai”. L'articolo Sarei stato quello che non si dice, quello che non esiste proviene da Il Tascabile.
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