L a letteratura ultimamente parla di due cose: Dio e l’io. Che spesso possono
essere la stessa cosa. Di sicuro lo sono per Pirjeri Ryynänen, il protagonista
dell’ultimo libro di Arto Paasilinna pubblicato da Iperborea. S’intitola Un
gruista in paradiso, è del 1989 ma è stato tradotto in italiano da Nicola Rainò
soltanto ora.
Pirjeri per alcuni mesi sarà trasformato da un operaio comune a sostituto di Dio
nel paradiso cristiano. Si trova all’improvviso costretto ad avere coscienza
della specie umana cui appartiene: proprio quello che Ludwig Feuerbach individua
come presupposto per l’affermazione della religione cristiana. Feuerbach apre
L’essenza del Cristianesimo (1841) stabilendo che la differenziazione dell’uomo
dagli altri animali sia il primo requisito per la nascita della religione. Che
cosa distingue l’uomo dagli altri animali? La coscienza di sé non come individuo
ma come membro della specie. L’uomo si rende conto di essere parte di un gruppo
più esteso, cioè ha modo di avere contezza della propria essenza. Procedendo nel
suo trattato, il filosofo spiegherà che, se per avere coscienza di qualcosa
l’uomo ha bisogno di oggetti cui riferirsi, il divino è un oggetto insito
nell’uomo stesso. Dio è ciò che l’uomo ha di più vicino e intimo; quindi “la
coscienza che l’uomo ha di Dio è la conoscenza che l’uomo ha di sé” e,
viceversa, conoscendo sé stesso, egli raggiunge Dio.
Ecco che Pirjeri Ryynänen, il gruista in paradiso di Paasilinna, incarna
perfettamente le caratteristiche dell’uomo intorno a cui Feuerbach costruisce il
proprio trattato. Diventa responsabile della sua intera specie, e quindi è
costretto a conoscerla, e fa confluire Dio con sé ‒ perché ne assume il ruolo.
Ha le due caratteristiche fondamentali per portare avanti, con Feuerbach, la
riflessione sull’essenza del cristianesimo e sulla natura della religione. C’è,
infine, un ultimo aspetto che rende Pirjeri Ryynänen l’uomo perfetto su cui far
ruotare la riflessione: secondo Feuerbach la religione diventa possibile negli
uomini proprio perché essi non sono consapevoli della coincidenza fra Dio e sé
stessi. Come scrive il filosofo: “Il non essere consapevole che la coscienza che
l’uomo ha di Dio è la stessa autocoscienza del proprio essere è il fondamento
della vera e propria essenza della religione”. Il personaggio di Paasilinna
rovescia questo assunto: rende possibile la coscienza del rispecchiamento fra il
sé dell’uomo e Dio e si fa portavoce tra i lettori dell’intuizione di Feuerbach
per cui Dio non è altro dall’uomo, ma una sua creazione.
> Il gruista in paradiso di Paasilinna incarna perfettamente le caratteristiche
> dell’uomo intorno a cui Feuerbach costruisce il proprio trattato. Diventa
> responsabile della sua intera specie, e quindi è costretto a conoscerla, e fa
> confluire Dio con sé ‒ perché ne assume il ruolo.
In questo senso, Un gruista in paradiso porta a compimento quello che Feuerbach
si poneva come compito: “mostrare che la distinzione fra il divino e l’umano è
illusoria, cioè che null’altro è se non la distinzione fra l’essenza
dell’umanità e l’uomo individuo, e che per conseguenza anche l’oggetto e il
contenuto della religione cristiana sono umani e nient’altro che umani”. Fin
dall’esordio del suo romanzo il Dio di cui parla Paasilinna è “umano e
nient’altro che umano”. Lo scrittore mescola Dio e l’uomo, partendo proprio
dalle conclusioni di Feuerbach, e apre il suo romanzo con un’irriverente
descrizione di Dio prima che ammettesse la sua stanchezza e richiedesse
l’elezione di un sostituto. La prima lapidaria definizione che ne viene data è,
appunto, quella di uomo.
> Dio è un bell’uomo. Alto uno e settantotto, leggermente robusto, ma ben
> proporzionato e di portamento fiero. Ha tratti fini, naso dritto, fronte alta.
> Lo sguardo è amabilmente risoluto, anche se un po’ stanco. Le orecchie non
> sono a sventola e non rivelano cerume. Dio non ha né barba né baffi. Ha i
> capelli scuri, lisci e corti, pettinati con la riga ‒ a destra per chi guarda
> ‒ e appena brizzolati alle tempie. Tutto sommato non dà l’impressione di
> essere molto vecchio.
Con il tono sarcastico e umoristico che contraddistingue tutta la produzione
dello scrittore finlandese ‒ già in dialogo con la religione in altri romanzi
come L’allegra apocalisse, Aadam ed Eeva o Professione angelo custode ‒, Un
gruista in paradiso consegna fin dall’inizio ai lettori una dimensione umana del
divino. Lo scopo sembra duplice: provocare sulla reale esistenza del Dio cui
sottostà la religione; stimolare l’uomo a essere consapevole della
responsabilità che gli appartiene in quanto Dio di sé stesso e della propria
specie. Il romanzo è una prova del nove di quella piccola storia del Grande
Inquisitore che troviamo dentro la grande storia dei Fratelli Karamazov: se
veramente l’uomo fosse lasciato libero di essere e fare tutto ‒ addirittura reso
Dio ‒ saprebbe valorizzare quella libertà e coglierne le sue sfide?
O sapere di essere governati da qualcuno con il dovere di essere più buono,
migliore e più giusto, solleva l’uomo dalla responsabilità di essere, a sua
volta, buono, ottimo e giusto? Per Pirjeri Ryynänen non c’è scelta: nel giro di
poche settimane gli angeli Gabriele e Pietro lo eleggono sostituto di Dio e a
lui spetta il compito di far funzionare il mondo e accettare la sfida di poter
scegliere, da uomo-dio libero, tra tutte le possibilità umane e divine. Quella
di Paasilinna sembra una speranza sotto forma di romanzo: che tutti gli uomini a
turno possano passare alcuni mesi al posto di Dio per ridurne il potere e
distribuirne i doveri umani tra l’intera specie.
Diventa vero, in Un gruista in paradiso, che “tutte le qualificazioni
dell’essere divino sono qualificazione dell’essere umano”. Mentre Feuerbach
sostiene che “l’essere divino non è altro che l’essere dell’uomo liberato dai
limiti dell’individuo, cioè dai limiti della corporeità e della realtà”,
Paasilinna mette in atto questa intuizione rendendo un gruista qualsiasi della
sua Finlandia un Dio capace di spostarsi con la forza del pensiero, compiere
miracoli, controllare gli agenti atmosferici, intervenire sui conflitti
mondiali. Sottrae all’uomo Pirjeri i limiti materiali dell’essere umano e gli
attribuisce i doveri di cura, attenzione e responsabilità degli altri uomini
che, nel pensiero religioso, spettano a Dio.
> Quella di Paasilinna sembra una speranza sotto forma di romanzo: che tutti gli
> uomini a turno possano passare alcuni mesi al posto di Dio per ridurne il
> potere e distribuirne i doveri umani tra l’intera specie.
L’auspicato effetto-contagio che emerge dalla lettura di Un gruista in paradiso
trova ampio riscontro anche nella letteratura più recente. Se Paasilinna ha
scritto questo romanzo sul Dio finlandese che “si è fatto uomo” sperando che
tutta l’umanità possa essere divinità di sé stessa già 35 anni fa, oggi la
presenza del divino è ricorrente in molti titoli contemporanei. Fabrizio Sinisi
ha pubblicato a settembre un romanzo intitolato Il prodigio, che racconta la
comparsa in una città di un misterioso volto nel cielo da cui scaturiscono
culti, profusioni mistiche, anche isterismi e venerazioni più disparate. Qualche
anno fa Carola Susani ha dato il via alla trilogia di Italo Orlando, un bambino
dalla pelle giallastra trovato in un fiume che pare essere la controfigura di
Gesù e attraversa le fasi dell’umanità con fare divino, santo, immacolato. Nel
2005 Marcos y Marcos ha pubblicato un romanzo del 1964 iconicamente intitolato È
difficile essere un dio: scritto dai fratelli russi Arkadij e Boris Strugackij,
è una storia di fantascienza in cui il protagonista Don Rumata, al pari di
Pirjeri, da osservatore di un pianeta alieno scoperto nell’universo vive il
dramma di testimoniare e supervisionare, come fosse Dio, lo sviluppo e le
tragedie della società aliena che sta studiando. La casa editrice Utopia nel
2022 ha iniziato a tradurre i romanzi di Scholastique Mukasonga (Kibogo è salito
in cielo; Sister Deborah) che problematizzano la relazione tra religione e
mito, culti e credenze, credenze locali africane e religione cattolica.
Sono esempi che raccolgono la tensione perturbante e sconvolgente della società
come facevano Giro di vite di Henry James o Teorema di Pier Paolo Pasolini. Se
per James erano i fantasmi e per Pasolini il sesso, per il nostro decennio
l’elemento che manda in tilt l’umanità sembra essere la religione, il soggetto
divino per cui provare culto. Porta all’ennesimo grado tutte le pulsioni, le
tensioni, le paure e gli entusiasmi che gli esseri umani tengono latenti o
nascoste nella vita quotidiana – proprio come la famiglia pasoliniana a contatto
con l’Ospite, o la giovane istitutrice di Giro di vite davanti alle minacce
dall’aldilà. La figura divina ora possiede questo ruolo rovesciatore, sublime
nel senso di terrificante e attraente allo stesso tempo di sacro, e la grandezza
di Paasilinna è stata proprio quella di intuire che questo sentimento di fascino
e timore per la figura divina dipendesse dalla natura ibrida tra Dio e uomo che
la religione ha oscurato e mistificato nel tempo.
L’essenza sfumata che permette a ogni Dio di essere uomo (e quindi a ogni uomo
di essere potenzialmente Dio) è il perno intorno cui ruota Un gruista in
paradiso e probabilmente la traiettoria filosofico-esistenziale alla base di
tutte le esperienze letterarie che sono nate negli anni e si sono moltiplicate
nell’ultimo nostro decennio. Tutte tornano all’idea di Feuerbach per cui “l’uomo
non può uscire dalla propria natura” e anche volesse immaginare individui divini
diversi da lui “mai può astrarre dalla propria specie, dal proprio essere”. Ne
consegue che “le qualificazioni essenziali che egli conferisce a questi altri
individui sono sempre qualificazioni attinte dalla sua propria natura, e non
sono in realtà che la sua propria immagine”. Per quanto l’uomo voglia credere
che in cielo vivano altri esseri diversi da sé, in realtà starà sempre
desiderando l’esistenza di più esseri come o simili a sé.
> Se Paasilinna ha scritto questo romanzo sul Dio finlandese che “si è fatto
> uomo” sperando che tutta l’umanità possa essere divinità di sé stessa già 35
> anni fa, oggi la presenza del divino è ricorrente in molti titoli
> contemporanei.
A proposito di questo mistero del divino che si fa attuale a partire dalla
similarità tra l’uomo e Dio, su cui si costruisce Un gruista in paradiso, è
eloquente un passaggio del romanzo Il prodigio di Fabrizio Sinisi che è
ispirato, guarda caso, proprio al periodo della pandemia come momento in cui il
mistero, il divino, e la precarietà umana sono stati concetti tanto scossi
quanto mai interconnessi fra loro.
> Le cose come sono, ecco cosa vedi, e la cosa peggiore è che non lo puoi
> neanche raccontare, se ne parli in giro nessuno ti capisce, per capire una
> cosa come quella non basta descriverla, devi avere anche la stessa temperatura
> di quello che vuoi capire, devi esserci dentro, capisci, come dicono gli
> attori, per capire qualcosa devi esserci dentro, andarci tutto dentro fino
> all’osso, per vedere il mondo devi avere anche tu questo buco nel petto,
> altrimenti non lo puoi capire – o ce l’hai o non ce l’hai, non c’è niente da
> fare, e se non ce l’hai ti guardi bene dal procurartelo, il buco nel petto è
> una cosa orribile, però solo da lì puoi vedere il mondo com’è veramente.
Il buco nel petto causato dal cecchino di cui parla Sinisi che, a caso
nell’universo, si fissa su un punto, spara, e lascia per sempre una ferita viva
e aperta nel corpo che viene colpito, assomiglia molto al concetto di culto
intorno cui si aggregano gli uomini. Il mistero della fede può essere capito
solo da chi condivide la ferita di aver accettato il peso di quel mistero da
cui, però, si ha l’accesso esclusivo alla conoscenza del mondo “com’è
veramente”. Allo stesso tempo, per comprendere Dio bisogna avere la sua “stessa
temperatura”, ossia essere tutti Pirjeri Ryynänen per almeno un giorno della
vita e vedere con chiarezza di essere esattamente ‒ come diceva Feuerbach ‒
talmente identici a Dio da poter finire, un giorno, a caso, designati come suoi
sostituti.
Più in generale, negli ultimi anni si è reso evidente il bisogno, attraverso la
letteratura e il cinema, di guardare il nostro mondo dall’alto, da fuori, da
sopra. Lo confermano il successo straordinario di Orbital (2023) di Samantha
Harvey, un viaggio astronomico ed esistenziale capace di far amare la Terra
proprio nel momento in cui la si guarda da lontano; ma anche l’entusiasmo per Il
Dio dei nostri padri (2024) la rilettura contemporanea di Aldo Cazzullo delle
principali vicende bibliche. Forse è questo il filo rosso che accomuna
Paasilinna agli esempi appena citati: rendere Dio un uomo è un modo per rendere
altro gli uomini e, in quella dimensione altra, provocarli sulla conoscenza di
sé e auspicare lo sviluppo di una coscienza più umana e una bontà talmente
possibile da essere divina. È come se questi esempi cercassero di rendere
tridimensionale il gioco a due dimensioni di Flatlandia, il capolavoro di Edwin
Abbott del 1884: in quel caso gli enti geometrici, guardando dal proprio
universo una dimensione diversa dalla propria, scoprivano la relatività e
conoscevano con più coscienza le regole del proprio mondo.
La provocazione di Abbott con Paasilinna si incarna nell’uomo-divino e cerca,
con l’umorismo e con la leggerezza di cui è capace, di far vestire a tutti i
lettori i panni di Dio, giocare tutti a essere Dio per riuscire davvero a
guardare dall’alto il nostro mondo, i nostri simili, le altre specie e ‒ forse ‒
diventare migliori di come, ciechi e indifferenti, siamo sempre più destinati a
diventare. Un gruista in paradiso riassume tutti i tentativi letterari di dare
forma alla filosofia di Simone Weil quando, nel saggio La persona e il sacro,
esordisce con: “‘Lei non m’interessa’. Un uomo non può rivolgere queste parole a
un altro uomo senza commettere una crudeltà e ferire la giustizia”. Pirjeri
Ryynänen nel suo periodo da Dio non può dire “lei non m’interessa” e questa
forzatura gli impedisce di essere crudele e ingiusto.
> Rendere Dio un uomo è un modo per rendere altro gli uomini e, in quella
> dimensione altra, provocarli sulla conoscenza di sé e auspicare lo sviluppo di
> una coscienza più umana e una bontà talmente possibile da essere divina.
Rovesciando quest’ultima affermazione e molto di quanto detto fino a questo
punto, si potrebbe dire che Un gruista in paradiso, mettendo un uomo qualsiasi
al posto di Dio, intende dimostrare anche l’assoluta pochezza, superficialità e
imperfettibilità della divinità. Non solo perché si accontenta di far scegliere
ai suoi funzionari l’uomo che ha rivolto al cielo la preghiera più interessante
nella settimana del suo piano di fuga, ma anche e soprattutto perché se ‒ anche
solo per un periodo ‒ Dio è un uomo, allora nei compiti e nelle azioni divine
non potrà assolutamente esserci nulla di perfetto e giusto. L’essere umano,
infatti, anche il migliore fra essi, non sarà mai solo perfetto e giusto, tanto
che verso la metà del romanzo Pirjeri, prendendo atto della sua posizione e
dell’operato di chi lo ha preceduto in paradiso, affermerà: “come si è visto nel
corso dell’evoluzione umana, neanche un Dio esperto è esente da fallimenti nel
processo creativo”. Quel fallimento nella creazione cui si riferisce Pirjeri è
la specie umana e se ‒ assecondando il cortocircuito che si crea nella religione
guardandola dalla prospettiva di Feuerbach ‒ Dio può essere solo un uomo, allora
ammettere un errore sugli uomini vuol dire ammetterlo su sé stesso.
Cos’è, allora, che rende divino un Dio? Nel romanzo di Paasilinna Pirjeri
Ryynänen viene posto a capo del paradiso da un’urgenza estemporanea che ‒ forse
a causa del suo rapporto ravvicinato con il cielo, lavorando in cima alle gru ‒
lo fa notare da Gabriele e Pietro. Il suo merito? Aver chiesto, in un’intenzione
di preghiera, che la sua compagna fosse diversa per non dover litigare così
spesso con lei.
Feuerbach dedica larga parte del suo trattato filosofico-religioso a chiedersi
cosa renda divino il Dio dei cristiani. In un passaggio conclude che, nel
Cristianesimo, non è il soggetto a essere divino, bensì il suo attributo. Ossia,
dire che Dio è Dio rende automaticamente quel soggetto un soggetto divino: ecco
in che modo Arto Paasilinna ha potuto rendere Pirjeri Ryynänen Dio. “Se ‒ per
dirla con Feuerbach ‒ è pacifico che l’essere o il soggetto riposa unicamente
nelle qualificazioni, ossia che l’attributo è il vero soggetto, resta anche
dimostrato che se gli attributi divini sono attributi della natura umana, il
loro soggetto, Dio, è pure un essere umano”. Quelli che Feuerbach chiama
attributi, ossia le qualità che gli uomini attribuiscono a Dio, dice il filosofo
che appartengono alla gamma di infinite possibili qualità umane, perché sono gli
uomini a descriverle, pensarle, ammirarle e quindi attribuirle a Dio ‒ rendendo
maiuscola la lettera “d”. Di conseguenza se le qualità di Dio sono umane e ciò
che le rende Dio sono le sue qualità, allora Dio è uomo. Così anche un gruista
qualsiasi, Pirjeri nel nostro caso, può diventare con i suoi attributi tanto
divino quanto Dio.
> Si potrebbe anche dire che Un gruista in paradiso, mettendo un uomo qualsiasi
> al posto di Dio, intende dimostrare anche l’assoluta pochezza, superficialità
> e imperfettibilità della divinità.
L’arbitrarietà dell’elezione di Dio è anche la caratteristica del culto e del
sacro che più si sintonizza con le esperienze contemporanee di cui parlavo poco
fa. Tornando al libro di Sinisi, infatti, in Il prodigio è presente una latente
ma costante riflessione sulle tante religioni che possono condizionare la vita
di un uomo, gli infiniti dei che ognuno di noi ha per la propria vita.
Addirittura il protagonista, un prete di nome don Luca, innamorato di una
giovane donna problematica, dirà di usare per Marta il linguaggio “che non ho
mai azzardato per nessun elemento della Trinità”. E confermando quella
connessione fra il sacro e il turbamento che Pasolini affidava al sesso in
Teorema, si spingerà fino a dire “ogni orgasmo, per qualche attimo, istituisce
un dio”: questa è la sensibilità del mondo contemporaneo e l’abbattimento del
muro invalicabile che rendeva inaccessibile la figura divina ha fatto accorgere
di quante cose potrebbero costruire una religione relativizzando e sminuendo
così quella cristiana. Se tutto si fa potenzialmente divino, compreso il gruista
di Paasilinna, automaticamente si smaschera l’univocità e l’inaccessibilità
inarrivabile di quella religione cristiana approfondita da Feuerbach.
Proseguendo su questo ragionamento, si svela anche il modo in cui Paasilinna fa
la sua critica più o meno velata alla religione. Feuerbach spiega, infatti, che
nonostante le caratteristiche divine siano sostanzialmente umane, la religione e
la teologia, per affermarsi, hanno bisogno di instaurare una distanza
incolmabile tra l’uomo e quelle caratteristiche divine. “Per arricchire Dio,
l’uomo deve impoverirsi; affinché Dio sia tutto, l’uomo deve essere nulla” ‒
scrive il filosofo; Paasilinna invece contrasta questa curva inversamente
proporzionale e, ponendo un gruista qualunque allo stesso livello di Dio, dà
agli esseri umani la possibilità di recuperare la propria dignità divina ‒ nel
senso di completa, totale e manchevole di nulla.
Perché mentre nella religione “ciò che l’uomo sottrae a sé stesso, lo gode in
Dio in misura incomparabilmente maggiore”, in Un gruista in paradiso Pirjeri (e
tutti gli uomini) si riappropria di quello che la storia ha sottratto
all’umanità, dimostrando che gli esseri umani possono raggiungere
quell’inaccessibile condizione divina – resa tale proprio dal principio
dell’inaccessibilità. Ancora Sinisi, in un passo del romanzo scrive “da un
giorno all’altro la gente di questa città ha alzato gli occhi al cielo e ha
cominciato a desiderare”: così appare il Volto fra le nuvole di una città
qualsiasi, e così la religione nasce dal desiderio e poi si installa talmente
bene nella vita quotidiana da far credere agli uomini che il fine ultimo di quel
desiderio sia un Dio. Il desiderio precede la divinità, questo dicono da
Feuerbach a Sinisi passando per Paasilinna ‒ non viceversa.
Un gruista in paradiso è la storia di una riappropriazione culturale allora, il
racconto di un Prometeo che non è stato accusato di tracotanza, ma anzi lo
smascheramento della religione e il tentativo di depotenziare l’idea di Dio.
Dissacrando dall’interno la figura e il ruolo di Dio, l’uomo può non temere di
fare la fine di Prometeo perché sa che il frutto proibito è un’invenzione che
protegge Dio dall’evidenza di essere troppo uguale all’uomo e, quindi, senza
alcuno scarto che lo pone più in alto, dal non avere potere su di lui. Un
tentativo di vendicare quella che Antonio Banfi, nella prefazione a L’essenza
del Cristianesimo, definisce “la più grave forma di schiavitù cui l’uomo
soggiace”, ossia “la schiavitù religiosa che tarpa le sue forze vitali”.
> La religione nasce dal desiderio e poi si installa talmente bene nella vita
> quotidiana da far credere agli uomini che il fine ultimo di quel desiderio sia
> un Dio. Il desiderio precede la divinità, questo dicono da Feuerbach a Sinisi
> passando per Paasilinna ‒ non viceversa.
Perché se, come scrive Banfi, il problema sta nel fatto che questa schiavitù
religiosa è “il risultato deviato e irrigidito dello slancio più generoso
dell’uomo”, Paasilinna riposiziona la generosità dagli uomini agli uomini e per
gli uomini. Pirjeri sa essere generoso come un Dio senza il bisogno di
attribuire a un ente divino la generosità di cui l’uomo si convince di essere
non all’altezza. Pirjeri non facendosi violenza e non sminuendosi davanti a Dio
in un certo senso vendica tutti gli uomini che, nella religione, si sono
subordinati a un’idea pensata a misura d’uomo e creata con una dinamica
sabotatrice di sé stessi.
Un gruista in paradiso sta alla religione come la filosofia marxista ‒ guarda
caso proprio ispirata a quella di Feuerbach ‒ sta alla schiavitù capitalista.
Nel materialismo storico di Marx il processo svilente dell’uomo che Feuerbach
adduce alla religione viene trasferito alle dinamiche di classe. L’alienazione
della classe operaia consiste proprio nella privazione del valore umano –
deposto nella forza lavoro di cui ognuno è capace ‒ che automaticamente pone la
classe capitalista in una posizione di potere maggiore. Alla classe proletaria
rispetto ai capitalisti manca quella stessa cosa di cui l’uomo di fede
incoscientemente si priva per far esistere Dio. La pervasività del capitalismo,
così come la logica subdola della religione, ha fatto sì che ‒ lo rileva Marcuse
all’inizio del Saggio sulla liberazione ‒ l’uomo soddisfacendo i propri bisogni
danneggia se stesso e “perpetua la sua servitù”: esattamente come l’uomo
religioso, secondo Feuerbach, trovando ristoro nella religione rafforza le sue
regole e aumenta il divario ‒ inesistente, come dimostra Pirjeri ‒ tra gli
uomini e Dio.
Anche guardandolo dal punto di vista politico, il romanzo di Arto Paasilinna può
essere visto come un tentativo di scardinare l’ordine prestabilito. Nel saggio
citato di Herbert Marcuse il filosofo ripone nell’immaginazione la speranza di
bloccare il cortocircuito capitalista e liberare davvero l’uomo dalle schiavitù
della società in cui è immerso. Scrive che “unificando sensibilità e ragione
l’immaginazione diventa ‘produttiva’ e nel mentre diventa pratica: una forza
guida nella ricostruzione della realtà”. Arto Paasilinna cavalca solo e soltanto
gli strumenti di quest’immaginazione politica, ribelle e antirepressiva di cui
parla Marcuse e, rendendo Dio un gruista, libera gli uomini intenti a costruire
la Torre di Babele dalla colpa della tracotanza e dall’inaccessibilità del
cielo.
In un gioco rende un gruista, che costruisce cose stando in alto come in quel
racconto della Genesi, il capo del paradiso e il gestore di tutti gli affari
della Terra, e dà forma all’utopia pensata da Marcuse. Se, alla fine del
romanzo, il Dio del paradiso penserà di non avere più bisogno di un supplente e,
anzi, chiuderà di nuovo le porte del suo regno, sarà soltanto per confermare una
delle tesi più illuminanti di Aristotele che riprende Marco D’Eramo all’inizio
del saggio Dominio (2020): “i dominati si ribellano perché non sono abbastanza
eguali, i dominanti si rivoltano perché sono troppo eguali”. Pirjeri
rivendicherà con una piccola rivoluzione la sua legittima capacità di sostituire
Dio; Dio reclamerà il suo titolo per paura che un uomo si accorga troppo di
poter prendere il suo posto.
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Il Tascabile.