N ell’estate del 1979, sulla spiaggia di Castelporziano, lungo il litorale
romano, si sono radunati Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs e
altri poeti della beat generation per partecipare al Festival internazionale dei
poeti, passato alla storia come “mito riuscito” e “magia mediterranea
irripetibile” o come “vittoria dell’effimero, dello spettacolo trash”. Sullo
stesso litorale, oggi alla fine di ogni estate, si raccolgono le persone
disabili per partecipare a una festa, evento conclusivo dei progetti di
inclusione sociale promossi dalla presidenza della Repubblica. Castelporziano,
come luogo condiviso nel tempo, con la sua memoria di corpi “mad” e
marginalizzati e con il suo presente di corpi non conformi parla di una
continuità, parla del proseguimento di un discorso collettivo iniziato dalla
beat generation sul piano estetico e sviluppato decenni dopo dai disability
studies sul piano politico.
La produzione poetica e narrativa della beat generation può essere riletta, alla
luce dei disability studies, come una precoce rappresentazione estetica della
non-normatività corporea e mentale, ancora priva di un lessico politico
esplicito ma fortemente significativa sul piano culturale. In testi come Howl di
Allen Ginsberg, la narrativa di soggetti “mad”, tossicodipendenti, queer e
marginalizzati costruisce un immaginario in cui il corpo e la mente non conformi
emergono come controfigure radicali della società disciplinare americana del
dopoguerra. Questa rappresentazione può essere messa in relazione con la teoria
della normalità elaborata negli anni Novanta da Lennard J. Davis, secondo cui la
“normalcy” non è una condizione naturale ma una costruzione storica che produce
esclusione e che l’autore associa alla nascita dei discorsi sulla nazione.
In Enforcing normalcy Davis mostra come il moderno Stato-nazione abbia costruito
la propria identità non solo sulle spalle dei soggetti colonizzati, ma anche
sulla minoranza costituita dalle persone disabili. Nel 1995 l’autore chiede di
aggiungere la disabilità alla triade “razza, classe e genere”, invitando il
pensiero progressista a superare i propri limiti nei ragionamenti
sull’oppressione. Ed è proprio l’oppressione a rappresentare il dispositivo
concettuale attorno a cui entrano in contatto la poetica beat e il movimento dei
disability studies.
> La produzione della beat generation può essere riletta, alla luce dei
> disability studies, come una precoce rappresentazione estetica della
> non-normatività corporea e mentale, ancora priva di un lessico politico
> esplicito ma fortemente significativa sul piano culturale.
In “Allen Ginsberg: Howl (for the queer and disabled Americans)” (2020) Ben
Berman Ghan scrive: “In Ginsberg cogliamo […] un desiderio ardente di ritrovare
New York e l’America in espressioni di sé più radicali, che debbano fare spazio
alla diversità della disabilità e della sessualità. A differenza di altri poeti,
che ritraggono l’America attraverso una lente utopica, Ginsberg trova la sua
America nell’abbraccio del caos e dell’autodistruzione, lasciando che i corpi
queer e disabili trascinino gli Stati Uniti all’inferno, dove forse potrebbero
essere liberi”. I corpi su cui si concentra Ginsberg sono corpi spesso
“distrutti dalla follia” e che “si tagliano i polsi tre volte di seguito senza
successo”. “I corpi di Ginsberg – continua Berman Ghan ‒ sono brutti,
insanguinati e sofferenti, e sembrano sempre alla ricerca di qualcosa nel
viaggio attraverso l’America che la poesia descrive”.
Sui corpi di Ginsberg sembra risuonare il concetto critico di “misfit” proposto
da Rosemarie Garland-Thomson, una delle voci più influenti dei disability
studies contemporanei. Nella sua ricerca che nasce dall’incontro tra femminismo,
visual culture studies e teoria della disabilità, Garland-Thomson ha ripensato
il rapporto tra sguardo, corpo e potere. In “Misfits: A Feminist Materialist
Disability Concept” (2011), l’autrice parla di “misfit” (“persona disadattata”)
analizzando come identità ed esperienza vissuta nella condizione disabile si
collocano nello spazio e nel tempo. Secondo Garland-Thomson, la disabilità non
risiede nel corpo in sé, ma nel disallineamento tra corpo e ambiente costruito
socialmente, nell’interazione tra corpo e mondo.
L’istituzione, in questa prospettiva, non è neutra, ma contribuisce a definire
quali corpi possano essere considerati funzionali, efficienti e quindi “abili”.
La visione alla base di “misfit” permette di interpretare retrospettivamente i
corpi beat come corpi in disallineamento strutturale rispetto all’ambiente
sociale. In Howl, gli “angelheaded hipsters burning for the ancient heavenly
connection to the starry dynamo in the machinery of night” non sono soltanto
individui segnati da follia o marginalità, ma soggetti che “non si adattano”
alle strutture materiali e simboliche della società americana (in Ginsberg,
però, la sofferenza psichica diventa anche apertura percettiva e spirituale,
mentre la prospettiva teorica contemporanea dei disability studies insiste sulla
necessità di separare l’esperienza della disabilità dalla sua romanticizzazione,
restituendole invece una dimensione politica e strutturale).
> Sui corpi di Ginsberg sembra risuonare il concetto critico di “misfit”
> proposto da Rosemarie Garland-Thomson: la disabilità non risiede nel corpo in
> sé, ma nel disallineamento tra corpo e ambiente costruito socialmente.
In ““The Mad Ones” and the “Geeks”: Cognitive and Physical Disability in the
Writing of Jack Kerouac and Allen Ginsberg” (2015) Loni Reynolds sviluppa
ulteriormente il “misfitting” approfondendo le rappresentazioni della disabilità
cognitiva e fisica nelle opere di Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Secondo
Reynolds, in Desolation Angels (1965) di Kerouac e Kaddish (1061) di Ginsberg, i
personaggi Lazarus Darlovsky e Naomi Ginsberg, sono presentati come outsider
rigenerativi: la loro disabilità cognitiva viene celebrata piuttosto che
patologizzata. Il misfit diventa così fonte di ispirazione letteraria e potrebbe
arrivare a coincidere con l’identificazione stessa dell’autore beat in quanto
scrittore e soggetto “che non si adatta”.
Nei disability studies Robert McRuer è il principale autore ad aver concepito la
crip theory. Il termine crip deriva da cripple (traducibile con “storpio”),
storicamente offensivo, ma riappropriato politicamente dal movimento per i
diritti delle persone disabili. La crip theory mostra come la società produca
continuamente l’idea di un corpo efficiente, produttivo, autonomo,
eterosessuale, normato. McRuer chiama questo sistema “compulsory
able-bodiedness” (“abilismo obbligatorio”), un paradigma che, attraverso i
racconti e gli schemi di guarigione, superamento, reintegrazione nella norma e
recupero della produttività, assume anche la forma di un abilismo narrativo.
In questo sistema dominante il corpo disabile viene quindi raccontato come
problema da risolvere, deficit temporaneo, ostacolo morale, metafora tragica.
McRuer propone, invece, narrazioni incomplete, corpi non “riparati”, temporalità
crip, desideri non normativi, dipendenza e interdipendenza come forme politiche.
Il pensiero di McRuer si spinge fino a una critica all’ideologia della
produttività che sembra richiamare proprio il rifiuto beat della stabilità
lavorativa, della sanità mentale normativa e dell’ideologia del corpo
efficiente. La narrativa e la poesia beat, da Kerouac a Corso, insistono sul
rifiuto della progettualità borghese, costruendo una soggettività errante e non
finalizzata alla performance economica. Questa postura esistenziale, riletta
attraverso la nozione di “compulsory able-bodiedness”, rifiuta la società
moderna che impone non solo la capacità fisica, ma anche la produttività
continua come criterio di valore del soggetto.
> La crip theory mostra come la società produca l’idea di un corpo efficiente,
> produttivo, autonomo, eterosessuale, normato: il corpo disabile viene quindi
> raccontato come problema da risolvere, deficit temporaneo, ostacolo morale,
> metafora tragica.
Tuttavia, mentre la beat generation tende a trasformare la devianza in mito
letterario, esperienza estetica e romanticizzazione dell’eccesso, i disability
studies ne riformulano il significato in termini politici e militanti,
sviluppando un campo critico volto a decostruire le categorie di normalità e a
rivendicare diritti, accessibilità e autonomia. Questa distinzione è cruciale
perché evita una sovrapposizione impropria tra estetizzazione della marginalità
e politica della disabilità. La crip theory, però, consente di ricomporre le due
dimensioni, leggendo la produzione beat non come anticipazione diretta del
movimento per i diritti delle persone disabili, ma come archivio culturale in
cui la crisi della normatività corporea e mentale viene già resa visibile,
seppur in forma poetica e non ancora politicamente codificata.
Un ulteriore asse di confronto riguarda la rappresentazione della mente non
normativa e della cosiddetta follia, centrale tanto nella scrittura beat quanto
nelle successive elaborazioni dei disability studies. In opere come Kaddish di
Allen Ginsberg, la malattia mentale non viene trattata come semplice condizione
individuale, ma come esperienza attraversata da dispositivi familiari, medici e
istituzionali che ne determinano la gestione e la percezione sociale. In questi
versi di Ginsberg lampeggia il suo lirismo poetico ma al tempo stesso si sente
il condizionamento dell’istituzione:
> Da capo e da capo – ritornello – degli Ospedali – ancora non ho scritto la tua
> storia – la lascio astratta – poche immagini
> […]
> Di quel mio impegno più tardi – giuramento di illuminare il genere umano –
> questo è liberarsi di particolari – (pazzo come te) – (la sanità un trucco
> convenzionale) – [Traduzione di Fernanda Pivano]
L’uso delle parentesi suggerisce un senso di confinamento e anche di
contenimento mentre i trattini spezzano il ritmo della prosa evocando la mente e
il corpo non solo di chi viene raccontato ma anche di chi scrive. Per Ginsberg
la figura della madre internata psichiatricamente diventa il punto di emersione
di una critica implicita alla psichiatria come sistema di normalizzazione, la
stessa critica alla medicalizzazione della devianza che i disability studies
svilupperanno in termini teorici più sistematici. Ginsberg descrive Naomi
attraverso immagini di frammentazione identitaria e instabilità percettiva, come
quando scrive: “with your eyes of madness, your eyes of memory”, oppure nelle
sequenze in cui la sua voce oscilla tra lucidità e delirio, rendendo la
soggettività non lineare e attraversata da rotture temporali e cognitive.
> La beat generation tende a trasformare la devianza in mito letterario,
> esperienza estetica e romanticizzazione dell’eccesso; i disability studies ne
> riformulano il significato in termini politici e militanti.
La malattia mentale non appare qui come semplice categoria clinica, ma come
esperienza vissuta dentro una rete di relazioni familiari, mediche e sociali che
ne definiscono il significato. Questo aspetto può essere letto alla luce della
teoria di Lennard J. Davis, secondo cui la “normalità” è una costruzione storica
che stabilisce i confini tra sanità e patologia, rendendo la diagnosi
psichiatrica uno strumento di regolazione sociale più che una descrizione
neutra. Allo stesso tempo, la condizione di Naomi può essere interpretata
attraverso la nozione di misfit di Rosemarie Garland-Thomson, poiché il suo
corpo e la sua mente non sono leggibili come “disfunzionali” in senso assoluto,
ma come disallineati rispetto a un ambiente familiare e istituzionale che non è
in grado di accoglierne la complessità. In Kaddish, infatti, l’ospedalizzazione
psichiatrica e le pratiche di contenimento della malattia mentale emergono come
dispositivi che non solo descrivono, ma producono la condizione stessa di
esclusione. Kaddish infatti non è da considerare come una rappresentazione della
disabilità psichica, ma come un archivio poetico della sua costruzione sociale.
Sviluppando questo ragionamento, potremmo provare a leggere Kaddish attraverso
la prospettiva di Exile and Pride di Eli Clare. Pubblicato nel 1999, il libro
mescola memoir, teoria politica e autobiografia embodied. Clare parla di corpo
disabile come di un corpo narrante: è archivio di violenza, luogo di desiderio,
spazio politico, territorio di appartenenza. Il corpo racconta storie perché la
narrazione non è separata dal corpo, nasce da esso. Ma mentre Clare si interroga
su come il corpo disabile possa raccontarsi autonomamente, in Kaddish è un
doppio sguardo (o più di uno) a generare la prospettiva del racconto. Tuttavia,
tanto in Ginsberg, quanto in Clare, il corpo disabile è sempre relazionale, la
marginalizzazione non è unica ma stratificata: raccontarsi significa sottrarsi
alle narrazioni mediche e pietistiche. È interessante allora analizzare la
costruzione linguistica del corpo “deviante” nella poesia beat.
In Howl la materialità dell’esperienza viene resa attraverso immagini che
sovrappongono sofferenza fisica, vulnerabilità e intensità percettiva. Nella
celebre apertura del poema ‒ “I saw the best minds of my generation destroyed by
madness, starving hysterical naked” ‒ la sequenza di aggettivi non descrive
soltanto una condizione psicologica, ma costruisce un corpo esposto nella sua
precarietà biologica e sociale: fame, nudità e isteria diventano marcatori di
un’esistenza che eccede la definizione medica di “patologia”. In Kaddish
Ginsberg scrive:
> A 12 anni sull’autobus notturno attraverso il New Jersey, ho abbandonato Naomi
> alle Parche nella casa a Lakewood piena di fantasmi – abbandonato al destino
> del mio autobus – affondato in un sedile – tutti i violini spezzati – il cuore
> indolenzito nelle costole – la mente era vuota – Almeno fosse al sicuro nella
> bara –
> […]
> Prima della Depressione grigia – andò via da New York – guarì ‒ Lou le fece
> una fotografia seduta a gambe incrociate sull’erba – lunghi capelli
> intrecciati di fiori – sorridente – a suonare ninnenanne sul mandolino – fumo
> di ortiche nelle colonie estive di sinistra e io nell’infanzia vedevo alberi –
> [Traduzione di Fernanda Pivano]
Qui il corpo del figlio “devia” dal corpo della madre ma ci cammina a fianco
attraverso un linguaggio di trame interrotte di segni ed ellissi temporali e
immagini che a loro volta producono suoni: “all violins broken” e “me in infancy
saw trees”. In un’intervista a Gay Sunshine del 1974 Ginsberg sosteneva che
l’immagine sociale del corpo “potrebbe essere il prodotto di una cospirazione su
larga scala”. In Howl, vediamo corpi queer e disabili in una caotica rottura
con queste norme etero/cognitive. “Ginsberg si rivolge a coloro che sono stati
rifiutati da istituzioni come ‘accademie per pazzi e case editrici di odi
oscene’”, scrive Ben Berman Ghan. “In Howl troviamo una sorta di tributo a
coloro che si sentono rifiutati, a coloro i cui rifiuti hanno alimentato
sentimenti anti-establishment e all’autodistruzione”. La deviazione di Howl da
un’America splendente e piena di speranza si colloca nel contesto di quello che
Loni Reynolds ha descritto come un “momento culturale dinamico che medicalizzava
e patologizzava le deviazioni da una norma idealizzata e impossibile”.
> Secondo Lennard J. Davis, la “normalità” è una costruzione storica che
> stabilisce i confini tra sanità e patologia, rendendo la diagnosi psichiatrica
> uno strumento di regolazione sociale più che una descrizione neutra.
Nella prefazione alla prima edizione di Howl (1956), il poeta William Carlos
Williams scrisse: “Trattenete gli orli delle vostre vesti, signore, stiamo
attraversando l’inferno”. Affinché Howl potesse creare un’America in cui i corpi
queer e disabili potessero sentirsi a casa, Ginsberg dovette prima trascinare
l’America nell’abisso caotico. “Alla fine della terza parte della poesia”,
scrive ancora Berman Ghan, “Ginsberg sembra sognare un’America libera dai suoi
abusi passati, un sogno in cui, dopo quella lunga discesa all’inferno, possiamo
tutti emergere dall’altra parte”.
Howl termina così: “Nei miei sogni arrivi in lacrime gocciolante dalla crociera
della traversata in autostrada dell’America fino alla porta del mio cottage
nella notte dell’Ovest”.
Da quella notte, settant’anni dopo, usciamo all’alba di un altro Ovest, sulle
coste del Tirreno, dove splende la spiaggia dorata – l’eternità dorata – di
Castelporziano, memoria storica dei cantori beat e residenza simbolica di una
contemporanea crip generation.
L'articolo Da Castelporziano all’eternità crip proviene da Il Tascabile.