Il teatro è dunque appena uno scoglio a cui aggrapparsi: un luogo o un modo dove
la ferita non guarisce ma acquista senso. Restando cioè fonte di energia,
restando aperta e viva, come il teatro propone o impone all’attore, poiché il
teatro non cura affatto le ferite, ma può spingere l’attore ad “averne cura” (G.
Di Palma, La ferita del teatro, in La malattia che cura il teatro, 2020).
I l teatro non cura le ferite, ma spinge l’attore ad averne cura. Su questo
presupposto, nel 2012, il penitenziario femminile di Baabda, alla periferia di
Beirut, ha ospitato un percorso artistico e terapeutico di dieci mesi ideato
dalla regista Zeina Daccache: un progetto culminato nell’opera teatrale
Scheherazade a Baabda, pietra miliare come prima restituzione scenica in un
carcere femminile del mondo arabo, e confluito l’anno successivo nel
documentario Scheherazade’s Diary. Quest’opera dimostra una tesi teorica
cruciale, ovvero l’esistenza di una reciprocità biologica tra terapia e teatro:
mentre l’atto terapeutico usa la finzione per curare la persona, il teatro
contemporaneo, spesso soffocato dall’accademismo borghese, ha bisogno della
verità cruda e del “fango” della realtà per rigenerare sé stesso e ritrovare una
necessità espressiva originaria.
Il documentario edifica così una simmetria speculare tra il faticoso lavoro
psicocorporeo dei laboratori e la catarsi dello spettacolo, dove il mito di
Scheherazade – la principessa delle Mille e una notte che placa la furia del
sultano attraverso la parola – diventa l’espediente drammaturgico con cui
quindici detenute, tra veterane, novizie e imputate in perenne attesa di
giudizio, reinterpretano la propria condizione, convertendo il degrado di una
struttura sovraffollata e priva di assistenza sanitaria nella condizione stessa
di un’estetica della necessità. L’impianto registico di Daccache non si limita a
documentare, bensì sublima l’iter propedeutico alla messinscena attraverso un
montaggio alternato che tesse insieme la coralità dei laboratori, l’intimità
delle interviste individuali e l’esito scenico finale. In questa prospettiva, la
scelta di catturare unicamente la performance conclusiva avrebbe ridotto l’opera
a una testimonianza effimera, privando lo spettatore di quel profondo lavoro di
autodeterminazione e rieducazione che costituisce il fulcro ontologico ed etico
dell’intero processo e del teatro sociale stesso.
> Mentre l’atto terapeutico usa la finzione per curare la persona, il teatro
> contemporaneo, spesso soffocato dall’accademismo borghese, ha bisogno della
> verità cruda e del “fango” della realtà per rigenerare sé stesso e ritrovare
> una necessità espressiva originaria.
Questa complessità emerge sin dall’introduzione al film, che segue un’ex
detenuta nel suo ritorno in prigione come visitatrice per assistere al debutto
delle compagne: il suo ingresso sfocia in un abbraccio collettivo dove il
racconto della normalità riconquistata fuori dalle mura, come il sapore della
carne cruda o l’uso di stoviglie di ceramica, si eleva a simbolo di diritti
civili riacquisiti e dispositivo di resistenza. Ciò che la macchina da presa
rivela è, di fatto, una delle fasi più fallimentari del sistema penitenziario,
legata a quel processo dialettico dell’educazione che Donato Antonio Telesca
articola in tre momenti e luoghi diversi: l’educazione “distorta” nell’ambito
sociale originario, la rieducazione nel penitenziario e la riabilitazione nel
tessuto sociale. È proprio quest’ultimo passaggio a rappresentare storicamente
il punto più critico del percorso, poiché vi subentrano forze esterne
incontrollabili che interagiscono con l’ex detenuto; in questa terza fase, come
teorizzato da Erving Goffman, l’individuo rientrato in società è soggetto al
processo di “disculturazione”, ovvero a quell’incapacità temporanea di gestire
la vita quotidiana nel mondo libero dopo aver vissuto in un’istituzione totale
che ha regolamentato e sorvegliato ogni sua azione. La privazione della libertà
determina una frattura innaturale con la realtà, rendendo il ritorno nel tessuto
sociale una sfida complessa e ostacolata da una stigmatizzazione che rischia di
alimentare la recidiva e spingere nuovamente verso contesti criminali,
evidenziando l’urgenza fondamentale di offrire concrete opportunità di riscatto
economico e culturale che scardinino i meccanismi di emarginazione permanente.
Subito dopo questa premessa, i titoli di testa introducono l’imminenza del
debutto davanti a una platea di magistrati, giornalisti e familiari, la cui
stessa conformazione ricorda che lo spettacolo non è mero intrattenimento: le
detenute-attrici si esibiscono davanti ai propri cari, elemento che amplifica a
dismisura la carica emotiva del momento, ma anche al cospetto dei medesimi
giudici che ne hanno decretato la reclusione. Per accedere al locale
polifunzionale della prigione, un ambiente precario usato quotidianamente per
lavare i piatti o stendere la biancheria, gli spettatori sono costretti a salire
una scala costeggiata dalle attrici, immobili e silenziose. La regista scardina
il decoro borghese disponendo il pubblico al centro della sala e le interpreti
lungo il perimetro, posizionate su sgabelli rialzati: questo ribaltamento
spaziale trasforma le recluse da oggetti passivi della sorveglianza panottica a
sguardi dominanti, rendendo lo spettatore il vero bersaglio politico
dell’evento.
La performance esordisce con la denuncia delle oppressioni quotidiane,
dall’obbligo della “domandina” scritta per ogni minima azione al divieto di
ammalarsi dopo le cinque del pomeriggio per l’assenza di medici, fino alla
reclusione perenne e al divieto di indossare tacchi alti, per poi rompere la
quarta parete interpellando direttamente il pubblico con domande apparentemente
superficiali sulla moda corrente o sul colore delle nuove banconote, capaci di
svelare una frattura temporale insanabile con il mondo libero. I quesiti deviano
poi sul piano psicologico ed esistenziale, toccando la paura del giudizio
esterno (“appaio ancora come una donna?”) e il timore straziante che i figli
possano dimenticare il volto materno.
> La stessa conformazione della platea ricorda che lo spettacolo non è mero
> intrattenimento: le detenute-attrici si esibiscono davanti ai propri cari,
> elemento che amplifica a dismisura la carica emotiva del momento, ma anche al
> cospetto dei medesimi giudici che ne hanno decretato la reclusione.
La messinscena si interrompe programmaticamente per dare spazio alle interviste
individuali, dove il trauma biografico nobilita e legittima l’atto recitativo.
Emergono così le storie di Viviane, accusata dell’omicidio del marito, che si
dichiara materialmente innocente pur ammettendo di averne desiderato la morte a
causa degli abusi domestici; di Fatma, reclusa da diciotto anni per aver ucciso
il coniuge violento; di una donna in carcere da quattro anni per adulterio; e di
tre recluse in custodia cautelare senza una condanna definitiva, una delle quali
da ben quattro anni e mezzo. Altre donne rivelano di essere state introdotte nel
narcotraffico internazionale dai propri partner, configurando questi reati non
come devianze isolate, ma come l’epilogo tragico di sistematiche violenze
perpetrate da padri, mariti e familiari all’interno di una struttura sociale che
legittima culturalmente la subalternità femminile.
L’intervento rieducativo di Daccache punta a ricostruire queste soggettività
frammentate partendo dalla riappropriazione dell’identità oltre i ruoli
soffocanti di figlie, mogli e madri, guidando le donne nei laboratori sulla
postura, sulla camminata e sull’emissione vocale per incarnare la regalità di
Scheherazade. In una sessione, l’invito rivolto alla detenuta Fatme Shemi a
pronunciare il proprio nome con dolcezza sfocia in un pianto liberatorio e nella
riscoperta della propria dignità; in un altro esercizio davanti allo specchio,
l’uso di parrucche colorate e accessori eccentrici stimola l’autoelogio e
l’accettazione di sé, culminando nel rifiuto finale del trucco e dell’artificio
spettacolare.
Il rigore etico della regista emerge chiaramente quando affronta il tema del
consenso informato per l’uso esterno delle riprese, conscia dei rischi di
ritorsione sociale per le donne vicine al rilascio. In questo contesto, la
detenuta Wajiha rifiuta la maschera protettiva offertale dalla regista; la
telecamera indugia in primo piano sulle sue gambe segnate da cicatrici da
ustione e lividi, mentre la donna confessa le innumerevoli frustate subite dai
genitori e dal marito, scegliendo il volto scoperto perché nulla di peggio può
ormai accaderle. Dopo sequenze di ballo collettivo, le interviste affrontano le
carenze strutturali del sistema libanese: le detenute rievocano il terrore
dell’ingresso a Baabda, mitigato solo dalla solidarietà delle recluse anziane,
denunciano la disparità di trattamento rispetto al più civile carcere maschile
di Roumieh e contestano i tempi biblici dell’amministrazione giudiziaria. La
realtà irrompe sul palco anche quando un’attrice interrompe il copione per
ringraziare l’équipe legale che le ha appena garantito una riduzione di pena di
nove mesi e l’avvio della scarcerazione, dimostrando che la vita non spezza la
recita, ma ne devia la struttura in tempo reale.
Nei laboratori si sperimenta anche la memoria degli oggetti precarcerari: una
detenuta evoca il violino del marito, simbolo di una libertà espressiva a lei
negata dal carico domestico; una seconda ricorda l’atto rituale di acconciare i
capelli alla figlia, interrotto dall’arresto; una terza menziona la collana
d’oro che ha dovuto vendere per saldare i debiti di droga del partner. Questo
esercizio si lega alla scena successiva, dove un’attrice legge sul palco un
diario segreto, espediente drammaturgico fittizio per unificare le memorie del
gruppo. Il diario appartiene a una detenuta rimasta in cella fino a due mesi
prima e narra una cronologia di dolore: l’illusione del principe azzurro nel
marzo 2003, la proposta di matrimonio avversata dai genitori ad aprile, la
sottomissione ostinata della ragazza e, infine, la violenza domestica subita già
due giorni dopo le nozze, coperta davanti ai genitori per il peso sociale di
quella scelta.
> L’intervento rieducativo di Daccache punta a ricostruire queste soggettività
> frammentate partendo dalla riappropriazione dell’identità oltre i ruoli
> soffocanti di figlie, mogli e madri, guidando le donne nei laboratori sulla
> postura, sulla camminata e sull’emissione vocale per incarnare la regalità di
> Scheherazade.
Ciò che Zeina Daccache usa come espediente fittizio, un diario che riesca a
raccogliere, attraverso la storia di una, la storia di tutte, trova un
corrispettivo reale nella memoria letteraria italiana, in particolare in I
quaderni di Luisa. Diario di una resistenza casalinga, scritto da Luisa T. e
vincitore del Premio Pieve 1994. Luisa vi racconta le violenze subite dal marito
e trova nella scrittura l’unico spazio di sfogo e di affermazione identitaria,
arrivando a incollare la propria carta d’identità sulle pagine a dimostrazione
che lei stessa coincide con quel testo. Sul valore ontologico di tale pratica,
Natalia Ginzburg scriveva parole chiarificatrici: “A poco a poco il pensiero
vince e diventa la sola cosa che è necessario comunicare alla pagina, essendo la
pagina l’unica interlocutrice possibile nel deserto”.
Parallelamente, nel laboratorio, un’altra detenuta evoca come oggetto-simbolo la
casa, un’entità mai posseduta a causa di un’infanzia trascorsa in orfanotrofio e
di una giovinezza in carcere, originate dallo stigma di essere considerata una
iettatrice per via della morte del padre durante la gravidanza materna. Sul
palco, la tensione cresce con l’ingresso di una detenuta in abito da sposa che
recita un monologo satirico sui suoi “crimini” d’infanzia, come l’aver indossato
i pantaloni del fratello a otto anni (punito con un pestaggio per paura di
gravidanze precoci) o l’aver guidato una bicicletta nell’adolescenza. La
performance culmina nel lancio catartico di una bambola, che riproduce i colpi
fisici e gli insulti del padre, spogliando la recitazione di virtuosismi per
farsi pura testimonianza antropologica.
Nelle discussioni in cerchio emerge poi il tema della fuga da casa e il senso di
inadeguatezza coniugale, con l’elaborazione della colpa della propria frigidità
psicologica come conseguenza del trauma. Sul palco, la lettura del diario si
conclude con la nascita di una figlia, le violenze domestiche perpetrate davanti
alla bambina e il tentativo della donna di sporgere denuncia nel 2010, respinto
dalle autorità che le consigliarono di “salvare il matrimonio”. L’ultima
annotazione, del febbraio 2012 (“mio marito ci ha trovati”), interrompe
bruscamente il testo e rivela la detenzione come l’epilogo di una fuga
disperata. Questa confusione carceraria diurna, descritta dalle recluse come un
caos di urla, TV accese e altoparlanti che impedisce la concentrazione, viene
riprodotta sul palco da una scenografia evocativa in cui dalle sbarre
fuoriescono solo mani che urlano richieste caotiche. Finita la messinscena, lo
spazio torna a essere lavatoio e cucina; mentre molte detenute riabbracciano i
parenti, la macchina da presa si focalizza sulla solitudine di una donna
condannata per adulterio, totalmente abbandonata dal proprio nucleo sociale.
Le sequenze finali documentano la reale scarcerazione di alcune protagoniste e
l’assoluzione di tre donne ingiustamente detenute. Lo spettacolo, replicato
dodici volte nel 2012, ha generato un tour nazionale di proiezioni esterne con
dibattiti dal vivo delle ex detenute, una mobilitazione che ha prodotto un
risultato politico storico nell’aprile 2014, quando il Parlamento libanese ha
approvato la legge per la protezione delle donne e della famiglia dalla violenza
domestica. Il documentario si chiude con un’ex detenuta che, davanti allo
schermo bianco della proiezione, rivendica il desiderio di essere,
semplicemente, una donna. È proprio la radicalità di questa convergenza tra
istanza rieducativa e reinvenzione artistica a trasformare il lavoro svolto a
Baabda in un archetipo universale, in una “buona pratica” che risuona con
urgenza politica se proiettata sullo scenario contemporaneo delle carceri
italiane.
> Il laboratorio di Zeina Daccache dimostra che il teatro in carcere non deve
> essere inteso come un semplice momento ricreativo, un passatempo o un lusso;
> al contrario, esso va strutturato come un dispositivo terapeutico e politico
> permanente, un diritto alla parola e alla riappropriazione corporea.
Nonostante l’Italia vanti storicamente eccellenze pionieristiche nel teatro
sociale (come la compagnia Fort Apache diretta da Valentina Esposito) ed
eccezionali esperienze di compagnie con detenuti e ex-detenuti, queste pratiche
rimangono troppo spesso legate alla straordinaria ma frammentaria volontà di
singoli registi o a finanziamenti episodici, faticando a strutturarsi come
pilastri sistemici del percorso riabilitativo nazionale. Oggi più che mai ‒
mentre le cronache penitenziarie italiane restituiscono l’immagine drammatica di
istituti al collasso, schiacciati da tassi di sovraffollamento insostenibili
(dall’ultimo rapporto di Antigone emerge che, a fronte di una capienza massima
di 46.318 posti, il tasso di affollamento reale viaggia attorno al 139,1%), da
una scarsità cronica di personale psicologico e psichiatrico e da un’epidemia
silenziosa di suicidi che denuncia il fallimento del mandato costituzionale
dell’articolo 27 sulla funzione rieducativa della pena ‒, l’esperienza
documentata in Scheherazade’s Diary offre una lezione metodologica fondamentale.
Il laboratorio di Zeina Daccache dimostra che il teatro in carcere non deve
essere inteso dalle istituzioni statali come un semplice momento ricreativo, un
passatempo decorativo o un lusso per alleggerire la tensione delle ore di
reclusione; al contrario, esso va strutturato come un dispositivo terapeutico e
politico permanente, un diritto alla parola e alla riappropriazione corporea.
Introdurre e istituzionalizzare stabilmente percorsi sistemici di drammaterapia
nelle carceri italiane significherebbe aprire quelle “finestre di senso” di cui
il sistema ha disperatamente bisogno, permettendo ai ristretti di elaborare la
colpa e il trauma attraverso la distanza di sicurezza della maschera. L’estetica
del fango di Baabda ci ricorda, in definitiva, che salvare il corpo recluso
dalla degradazione identitaria significa contemporaneamente salvare la nostra
società dall’indifferenza burocratica, restituendo al teatro la sua antica e
spietata funzione originaria: quella di essere lo specchio urticante in cui una
comunità civile è costretta, finalmente, a guardare in faccia le proprie ferite
rimosse per poter iniziare a guarirle.
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