È del 19 maggio il XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone,
associazione indipendente che, dal 1991, lavora per sorvegliare e mantenere le
garanzie sui diritti nel sistema penale e penitenziario. Il rapporto, che viene
pubblicato annualmente, è a oggi la ricerca sulla detenzione più completa che
abbiamo in Italia. Quello del 2026 (che fa quindi riferimento all’anno 2025) è
intitolato Tutto chiuso, una scelta eloquente, come viene spiegato
nell’editoriale introduttivo, in riferimento all’involuzione del sistema
penitenziario italiano che, tramite circolari e i due decreti sicurezza del
nuovo governo, ha irrigidito il regime penitenziario, con tra le altre cose un
inasprimento delle condizioni di Alta sicurezza e dell’uso dell’isolamento, una
militarizzazione della vita interna al carcere, l’introduzione del delitto di
rivolta e di indagini sotto copertura in carcere e una diminuzione dell’accesso
a fondamentali pratiche riabilitative come le attività culturali e scolastiche.
A questo si sono aggiunti nuovi reati e innalzamenti di pena: nello specifico,
come si legge nel capitolo I numeri della detenzione: “L’attuale Governo dalla
sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove
aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si
aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi,
a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse
condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori”. I
costi del sistema penitenziario, oltre che ovviamente umani, sono economici e
derivano per esempio dalla reiterazione dei reati laddove non è stato possibile
un reinserimento sociale, dagli investimenti in sicurezza privata e dai danni
patrimoniali. Un capitolo a parte, poi, quello dedicato al tema purtroppo
risaputo del sovraffollamento delle carceri (dagli ultimi dati dei 190 istituti
penitenziari italiani 168 sono sovraffollati) e del numero di suicidi (91, il
dato più alto da quando si hanno indagini in merito, è del 2024, appena due anni
fa).
Per Antigone, l’unico modo per uscire dal terrificante quadro delineato dal
rapporto è investire su percorsi di integrazione sociale e di effettiva
preparazione dei detenuti al momento del reinserimento. Il governo, infatti, è
apertamente passato da un mandato di rieducazione a uno di neutralizzazione,
interpretando le sanzioni penali come uno strumento punitivo e il carcere come
un mero spazio di limitazione della libertà, con l’identificazione di nemici da
stigmatizzare (gli attivisti politici, i “maranza”, i migranti, come è reso
evidente dai DDL sicurezza 2025 e 2026) per ottenere consenso politico. Anche il
circuito dell’Alta sicurezza è oggetto del XXII rapporto di Antigone e anche in
questo caso si assiste a un inasprimento della pena, con maggior tempo di
permanenza in cella e diminuzione delle attività culturali e sociali a cui è
possibile partecipare, come quelle universitarie o il lavoro nelle redazioni
delle riviste carcerarie. Un aspetto, questo, regolato da una serie di circolari
emesse dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP).
In questo panorama sconfortante è ancora una volta la sorveglianza dal basso,
delle associazioni indipendenti, dei singoli cittadini, a costituirsi fronte
democratico di garanzia del rispetto dei diritti costituzionali. Le
pubblicazioni editoriali dedicate al carcere e, più in generale, alle forme di
oppressione e controllo sono svariate e alcune di queste nel corso dell’ultimo
anno sono state oggetto di grande dibattito pubblico, a dimostrazione del vivo
interesse da parte del “fuori” verso quello che succede “dentro” e della presa
di posizione attiva sulla lenta corrosione di diritti fondamentali.
> Di fronte all’involuzione del sistema penitenziario italiano è ancora una
> volta la sorveglianza dal basso, delle associazioni indipendenti, dei singoli
> cittadini, a costituirsi fronte democratico di garanzia del rispetto dei
> diritti costituzionali.
AS3 è anche il titolo di un libro di Valerio Callieri, uscito in questi mesi per
Fandango: Alta sicurezza 3, la sezione penitenziaria dove vengono recluse le
persone che stanno scontando una pena per reati di narcotraffico o di
appartenenza a un’associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice
penale). Il testo di Callieri nasce dal suo lavoro come insegnante di scrittura
nel laboratorio di narrativa dell’Alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a
Roma, e racconta le vicende intrecciate di tre detenute. I personaggi hanno nomi
fittizi, però le storie raccontate sono reali, arricchite con vicende
appartenute ad altre persone ma tutte reali. Si parla di reati di narcotraffico,
ricettazione, furti a mano armata, ma le storie dietro queste vite raccontano
una realtà sfaccettata che si svolge parallelamente alla realtà su cui si
esprime il tribunale: maternità negate, fughe da genitori abusanti, mariti
violenti, figli con problemi di tossicodipendenza. La vicenda raccontata da
Callieri si svolge tra le mura del carcere, salvo i flashback che seguono le
storie personali delle tre protagoniste, Anna, Monica e Virginia, ed è facile
per il lettore percepire il senso di oppressione e di straniamento sperimentato
dalle detenute.
In una vita fatta di linguaggi burocratici, richieste semplici che è difficile o
impossibile ottenere (da uno specifico tipo di biscotti, a un farmaco per far
passare il mal di testa) e pareti e altre pareti ancora come unico orizzonte,
l’incontro tra le detenute e con le sporadiche persone che vengono dal “fuori”
diventa fondamentale per mantenere un legame umano e un’abitudine a uno scambio
sociale. Nel libro di Callieri questo scambio avviene attraverso due attività di
tipo culturale. La prima è la partecipazione a un concorso di scrittura
(partecipazione deludente a causa di un cavillo burocratico relativo proprio al
regime di Alta sicurezza), la seconda è la discussione a partire dall’Antigone
di Sofocle. L’Antigone, che è stata oggetto anche dei laboratori gestiti da
Callieri, diventa oggetto di dibattito e scontro dialettico tra le tre detenute,
che escono dal sé, dalle proprie vicende personali, per proiettarle sulla
vicenda fittizia (proiezione che di fatto è proprio la funzione intrinseca alla
tragedia greca). Chi ha ragione allora, Antigone o Creonte? Di chi è la colpa? E
cos’è “colpa”?
Tutto il romanzo di Callieri si sviluppa come un lungo dialogo tra le detenute,
con una riflessione continua sul linguaggio e con oggetti di discorso che aprono
l’orizzonte delle detenute, aiutandole a definire un significato nella propria
storia personale e nella propria esperienza carceraria. Per questi aspetti, il
libro riflette bene come in un contesto di sovraffollamento, alti tassi di
suicidio e scarse risorse economiche per poter garantire una cura adeguata della
salute mentale dei detenuti, le attività di stampo ricreativo e culturale
abbiano importanza sia sul piano del benessere mentale, sia sul piano del
reinserimento sociale al momento del rilascio. Eliminarle provoca un inevitabile
effetto di sottrazione: sottrazione di benessere, sottrazione di scambio umano,
sottrazione di elaborazione individuale.
La deriva securitaria a cui stiamo assistendo coinvolge carcere e istituzioni
democratiche, piazza e vita dei cittadini, dal decreto contro i rave ai due DDL
sicurezza. Questo libro è illegale, pubblicato da Altreconomia nel 2025 e curato
dalle associazioni Osservatorio repressione e Volere la luna, presenta un
glossario di ventuno contributi di voci esperte di diritto ‒ come docenti,
avvocati, giornalisti e attivisti ‒, dedicati ciascuno a una parola che, come da
sottotitolo, “insidia la sicurezza”: Abitare, Blocco stradale, Carcere, Daspo e
molte altre. La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal
conflitto, dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti. Con quella che
potremmo definire una militarizzazione della democrazia, o una legalità
autoritaria, come scrive nell’introduzione al testo la docente di diritto
costituzionale Alessandra Algostino, il diritto al dissenso rischia di venire
meno.
> La democrazia è per sua costituzione plurale e, quindi, abitata dal conflitto,
> dalla disobbedienza, dall’attivismo e dai movimenti.
Il libro si propone quindi come una sorta di manuale per delineare lo stato
d’assedio della democrazia sociale, fornire al lettore spunti storici e, in
alcuni casi, vere e proprie istruzioni per l’uso: per esempio con la spiegazione
del reato di blocco stradale, del magistrato Livio Pepino, che può riguardare
tutti i comuni cittadini che esercitano il libero diritto di manifestare.
Un’altra voce che mette in luce l’inesorabile restrizione dei diritti dei
cittadini è quella dedicata alle zone rosse del docente di sociologia della
devianza Vincenzo Scalia, che sottolinea come, nonostante i dati indichino una
progressiva diminuzione dei reati, vengano proposte misure orientate al
controllo dissuasivo e punitivo dello spazio pubblico, con una risposta
populista a una percezione di insicurezza aumentata dalle stesse voci politiche.
La “repressione preventiva del dissenso”, come la definisce Scalia, si innesta
su una dinamica di controllo e gentrificazione delle maggiori città italiane,
che smettono di essere luoghi dell’abitare, per diventare esclusivo oggetto di
rendita. In questo senso, tutte le forme di cittadinanza che vengono concepite
come ostili al modello vengono progressivamente espulse, vuoi dall’aumento dei
costi, vuoi da una legislazione sempre più repressiva che passa inevitabilmente
dalle zone rosse. E “zona rossa” come può non ricondurci automaticamente a
Genova? Il G8 del 2001, una ferita di “abusi, violenze, torture e
falsificazioni” che le istituzioni non sono mai state capaci di rimarginare: il
giornalista Lorenzo Guadagnucci, lo inserisce nella “catena di occasioni
mancate” per una possibile democratizzazione della polizia. La violazione dei
diritti umani che si è consumata a Genova non solo non è stata il punto di
partenza per delle necessarie riforme (come l’obbligo di codici identificativi
per le forze dell’ordine), ma vediamo oggi come elementi come l’aumento dei
reati e delle aggravanti siano indice di una torsione autoritaria della gestione
della democrazia.
Il carcere come laboratorio di militarizzazione della società è indagato anche
dall’antropologa e ricercatrice Francesca Cerbini nel saggio Prison lives matter
(Eleuthera, 2025). Con alle spalle anni di studi nei penitenziari, in
particolare in aree dell’America meridionale, Cerbini si concentra sulla
necessità di ridefinire il carcere a fronte dell’evidenza di un’istituzione in
cui il confine tra il dentro e il fuori è sfumato. Lo studio di Cerbini è prima
di tutto antropologico e mette, come da titolo, al primo posto l’esperienza del
soggetto detenuto. La marginalità viene quindi rimessa al centro e viene data
dignità e valenza a voci di persone escluse dalla società, prima ancora che nel
carcere, fuori dal sistema penitenziario, dal momento che, nella maggior parte
dei casi, appartengono a fasce sociali marginalizzate e razzializzate.
Scrive Cerbini: “Le carceri sovraffollate da questi tipi umani sono lo specchio
di un processo di differenziazione della risposta penale e di un’eccessiva
fiducia nelle élite concretizzata nell’indulgenza verso i criminali potenti, i
quali, paradossalmente, continuano a godere di stima e credibilità ‒ cioè non
sono moralmente riprovevoli ‒ anche quando commettono reati”. Il carcere è
quindi l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e
contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due
dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea, questa, fortificata anche dal
proliferare di narrazioni mainstream in cui il detenuto, il “criminale”, viene
definito univocamente come “cattivo”.
> Il carcere è l’espressione di un processo di militarizzazione, repressione e
> contenimento, ma anche una fonte immaginifica di un nemico, costruito a due
> dimensioni e privato della sua umanità. Un’idea fortificata anche da
> narrazioni mainstream in cui il “criminale” è definito univocamente come
> “cattivo”.
Se l’abitudine quindi è quella di considerare il sistema penale come la risposta
razionale al crimine, può piuttosto essere fonte di nuove prospettive la
riflessione di stampo abolizionista su quali dati ci siano effettivamente a
disposizione per confermare “l’utopia riabilitativa” per cui il carcere è un
efficace strumento di prevenzione del crimine e di trasformazione delle persone.
Ci troviamo invece di fronte, citando il primo capitolo del libro, al
“fallimento del sistema carcerario”, laddove “è ben documentato come molte
persone, già escluse dalla cittadinanza liberaldemocratica e dai vantaggi del
mercato globale, peggiorino attraverso la reclusione le proprie condizioni di
vita e quelle della propria famiglia”.
Il libro di Cerbini si sviluppa con il racconto di una serie di ricerche
antropologiche concentrate sulla costituzione di forme ibride all’interno di
penitenziari dell’America meridionale in cui emergono forme di autogoverno da
parte delle stesse persone carcerate. Queste esperienze marcano lo status del
carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia delle
persone recluse e mettono in dubbio la concezione occidentalista della pena
detentiva come espressione di ordine sociale. La lente etnografica permette in
questo modo di decolonizzare il discorso sul carcere e ripensarne il
funzionamento, come scrive Cerbini “partendo dai soggetti che lo vivono, o
meglio dalla loro visione del mondo”.
Se quello di Cerbini è un testo che muove da una visione protocollare del
carcere per andare a individuarne nuove, possibili strutture, alle forme
protocollari stesse il sociologo Enrico Gargiulo ha dedicato un breve saggio
uscito sempre per Eleuthera nel 2026. Si intitola Protocollo: uno strumento di
potere. Il protocollo, spiega Gargiulo, è uno strumento più flessibile della
legge vera e propria, un “infradiritto” che interviene laddove c’è un vuoto di
normativa, andando però a creare un contesto comunque vincolante per chi ci si
deve sottoporre. Il protocollo controlla senza porsi necessariamente come mezzo
coercitivo, per questo viene percepito come un dispositivo neutro, mentre
riproduce in forma diversa una dinamica di potere validando specifiche procedure
e specifici comportamenti.
I protocolli possono essere di vario tipo, come quelli sanitari (per esempio le
indicazioni su come lavarsi le mani durante la pandemia da Covid-19), ma anche
di polizia e carcerari: pensiamo alle norme di visita dei detenuti da parte dei
famigliari o degli avvocati, che possono variare tra i diversi penitenziari.
Gargiulo dà avvio al libro con una genealogia del protocollo, per analizzarlo
poi nelle sue ramificazioni. Il protocollo è per l’autore parte integrante di
una logica di oppressione e dominio in quanto riproduce nel quotidiano, con un
processo all’apparenza tecnico, una visione della società di stampo gerarchico.
> Forme di autogoverno da parte delle stesse persone carcerate marcano lo status
> del carcere come istituzione porosa, rivendicano la possibilità di autonomia
> delle persone recluse e mettono in dubbio la concezione della pena detentiva
> come espressione di ordine sociale.
In una lunga intervista di Veronica Marchio su Machina rivista, Gargiulo ha
approfondito l’utilizzo del protocollo nell’attività poliziesca: laddove mancano
leggi o norme che prescrivano nel dettaglio cosa fare e non fare, l’utilizzo
proprio e improprio di dispositivi come i lacrimogeni o i manganelli, l’uso
della forza viene normato all’interno di manuali, indicazioni operative e codici
deontologici. Dice Gargiulo: “Degli strumenti protocollari la polizia fa un uso
ambivalente. Assume infatti l’argomento dell’imprevedibilità e
dell’inclassificabilità a priori delle situazioni che è chiamata ad affrontare
per sostenere che non è possibile normare in dettaglio le sue azioni,
giustificando così l’assenza di regolazione. Si tratta di un fatto indicativo,
che esprime la mancata volontà di tracciare un confine netto tra lecito e
illecito, appropriato e inappropriato”. E ancora: “Nei fatti, le indicazioni
operative non vengono applicate in modo rigido, venendo piuttosto adattate alla
situazione contingente. Del resto, manuale o no, l’atto di sparare un
lacrimogeno ad altezza uomo – magari colpendo un manifestante alla testa – non è
considerato automaticamente una violazione della legge, dato che una legge vera
e propria capace di vietarlo non esiste”.
Tornando al saggio pubblicato con Eleuthera, i protocolli, se adeguatamente
costruiti, possono avere una funzione egualitaria, poiché livellano le
differenze producendo effetti analoghi in situazioni differenti. Ma dal momento
che la loro applicazione avviene in scenari diversi, anche altamente
conflittuali, il potenziale egualitario rimane inespresso. Questo dipende,
secondo l’analisi di Gargiulo, dal carattere politico che abbiamo già indicato,
per cui gli effetti di un protocollo escono dal piano amministrativo andando a
coinvolgere la vita sociale e collettiva.
Alcuni esempi di uso della forza riportato come “regolamentare” sono raccontati
dalla responsabile di Antigone Lombardia e sociologa del diritto Valeria
Verdolini in Abolire l’impossibile (Add, 2025). “Siamo realisti, chiediamo
l’impossibile!” è lo slogan dei moviment-i sessantottini che Verdolini riprende
per introdurre una prospettiva abolizionista su dinamiche e istituzioni che
all’apparenza risultano insostituibili. Verdolini si appoggia all’analisi di
alcuni processi di abolizione, per esempio quella della schiavitù negli Stati
Uniti ‒ che tuttavia non ha potuto modificare l’humus culturale in cui questa si
è sviluppata, dando luogo a nuove disuguaglianze ‒ o a quella dei manicomi con
Basaglia in Italia, per andare a evidenziare altri ambiti di intervento
possibili ‒ come le prigioni ‒ o impossibili ‒ come il razzismo ‒ su cui
sviluppare un discorso, o quantomeno una tensione, abolizionista.
La distinzione di Verdolini tra queste due tensioni abolizioniste risiede
proprio nella possibilità, o meno, di intervenire attraverso processi
legislativi: restando su carcere e razzismo, uno può essere dismesso per via
legislativa, l’altro, in virtù di una radice storico-culturale interiorizzata,
no. Per intervenire sulle istituzioni o sugli immaginari, Verdolini si appoggia
sul rovesciamento basagliano, che indica la necessità di un ribaltamento
concettuale per cui, così come il malato psichiatrico deve essere curato e non
segregato, lo stesso principio deve valere per le persone detenute nelle
carceri, che possono seguire un processo riabilitativo che non necessariamente
contempli l’isolamento.
> Per abolire il carcere serve mettere l’accento sulla permeabilità
> dell’istituzione carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della
> società civile.
Immaginare un’istituzione alternativa al carcere sembra possibile anche in
riferimento ai dati a nostra disposizione, che indicano la presenza di oltre
90.000 persone in Italia che stanno attualmente seguendo misure alternative alla
carcerazione. Inoltre, nonostante il nostro Paese non sia quello con il maggior
numero di detenuti in valore assoluto, presenta uno degli indici di
sovraffollamento più alti nel continente europeo. Per abolire il carcere serve
allora ancora una volta mettere l’accento sulla permeabilità dell’istituzione
carceraria tra il dentro del penitenziario e il fuori della società civile. Come
scrive Verdolini: “Ovunque nel mondo le statistiche dimostrano che
l’incarcerazione di massa non abbatte realmente il numero dei reati, ma produce
recidiva, disgrega comunità, cronicizza la povertà e stabilizza gerarchie
razziali. Il carcere non rieduca, non costruisce, […] è una soluzione fittizia a
problemi reali”.
Praticare l’utopia significa immaginare traiettorie possibili e, a fronte di
un’involuzione del sistema penitenziario, a un aumento della sofferenza sociale
e alla costruzione di un immaginario di minaccia in cui il nemico è
rappresentato dalle frange sociali più emarginate, chiedere che le risorse a
disposizione vengano usate per superare la visione di un carcere punitivo, in
favore di un’effettiva integrazione sociale che guarda a quello spazio liminale
e poroso che è il confine tra il dentro e il fuori.
L'articolo Raccontare il carcere proviene da Il Tascabile.