S crivo questo pezzo in un appartamento foderato di libri. Di fronte a me, si
alzano mensole da terra fino al soffitto, larghe circa quattro metri e stipate
di volumi, organizzati per genere e ordine alfabetico. Sono i libri che ho
letto. Sui tavoli e tavolini sparsi per la casa, ammonticchiati per terra lungo
il perimetro delle pareti, accanto al letto, in bagno e dietro alle porte,
stanno invece quelli che non ho ancora cominciato. Negli ultimi anni, complice
il mestiere che faccio, il numero di libri di cui mi circondo è aumentato
esponenzialmente. È difficile tenerne il conto, è difficile trovarli, è
difficile ricordare quali titoli posseggo già – sempre più spesso mi trovo con
due copie dello stesso romanzo. Eppure continuo a portarne a casa. Dai
mercatini, dalle librerie, da Vinted, ormai più per dovere di completezza che
per reale curiosità: vuoi non avere una copia della Certosa di Parma? E i
Detective selvaggi? Bolaño non mi piace tanto, ma vai a sapere, mi dicono che
vada letto.
Mio padre faceva lo stesso. “Questo mese non devo comprare libri”, diceva, e
poi, sempre, disattendeva quel suo proposito. Le sue abitudini e quello che
diceva Umberto Eco sul ruolo che i volumi non letti, come se fossero oggetti
magici, esercitano su chi li possiede, mi hanno sempre confortata. Hanno offerto
una giustificazione elegante, e una genealogia da cui è impossibile sfuggire,
alla mia tendenza all’accumulo.
Le case-biblioteca sono spazi domestici che escono da sé, che rimandano a tutti
gli altri spazi nascosti fra le pagine. A loro modo, sono assimilabili alle
Wunderkammer, le stanze delle meraviglie dove i nobili dell’epoca moderna
accumulavano oggetti strani e rarità capaci di attivare l’immaginazione. Mi sono
sempre piaciute, le ho sempre viste come segno di ricercatezza ed erudizione, e
perciò mi costa gran fatica riconoscere che i libri che arredano – stavo per
scrivere infestano – casa mia, da qualche tempo, in realtà, mi opprimono. Sono
troppi. Ho l’impressione che spesso, più che stimolarlo, paralizzino il mio
pensiero, lo impigriscano. Mi ricordano che le mie aspirazioni culturali sono
destinate allo scacco, che morirò senza riuscire a leggere tutto quello che
vorrei, che la biblioteca avrà sempre la meglio su di me.
> I libri che infestano casa mia, da qualche tempo, mi opprimono. Mi ricordano
> che la biblioteca avrà sempre la meglio su di me.
Prendo in mano il romanzo dell’estate, consigliatissimo da tutti inserti
culturali, un mattone di più di mille pagine. Lo sfoglio, non mi convince. Ne
scelgo un altro, un classico, leggiucchio qualche pagina, lascio perdere. Mi
trovo ad ammettere, con fastidio e frustrazione, che appena un libro entra in
casa smette di interessarmi, come se non volesse più dire nulla. Caratteri neri
su sfondo bianco, fine. Sono un’accumulatrice, sparirò sommersa da libri non
letti, mi dico – e mi trovo a fantasticare di vivere in uno spazio minimale,
pacificato, sempre in ordine, fatto di superfici libere e facili da spolverare.
Immagino di diventare una persona capace di portare a casa un libro per volta,
leggerlo con metodo, con attenzione e poi regalarlo, lasciarlo sul tram o
nell’atrio del condominio – che tanto ormai il sapere, la storia che racchiudeva
l’ho incorporata e non c’è più ragione di conservarlo.
Scrive Xavier Nueno nel breve saggio uscito per Einaudi con traduzione di Monica
Rita Bedana Un saper leggero. Breve storia dell’eccesso di informazione:
> Questo libro tratta del mito culturale della biblioteca, del ruolo che
> l’impulso a conservare tutto ha svolto nella tradizione occidentale. Mi
> interessa capire da dove venga il desiderio di accumulare ossessivamente le
> tracce del presente. Il sogno di creare biblioteche universali ha svolto un
> ruolo fondamentale nell’immaginario della cultura occidentale. Accanto a
> questo desiderio ce n’è però un altro diametralmente opposto: l’impulso a
> liberarci del passato, lasciandocelo alle spalle mentre lo guardiamo
> consumarsi tra le fiamme.
Il timore di rimanere sepolti dalle tracce del passato non è però, come spiega
Nueno, figlio solo del nostro tempo. Già a partire dal Fedro di Platone,
infatti, si paventava l’avvento di un mondo traboccante di testi, di conoscenza
disincarnata, e durante il 3° secolo a.C. – quando venne fondata la biblioteca
di Alessandria – diversi autori misero in luce gli effetti deleteri che la
dipendenza dai testi scritti aveva sulla memoria e sulla capacità di analisi
degli eruditi.
> Il timore di rimanere sepolti dalle tracce del passato non è, come spiega
> Nueno, figlio solo del nostro tempo.
Dopo l’invenzione della stampa, che ha democratizzato la cultura e reso
possibile la raccolta e la catalogazione umanistica del sapere, le voci contro
l’accumulo indiscriminato di testimonianze si moltiplicarono, fino a sfociare
nel progetto illuministico dell’Enciclopedia. L’approccio enciclopedico, ci dice
Nueno, non è infatti altro che il tentativo di fronteggiare il mare magnum della
conoscenza umana, di sintetizzarla allo scopo di governarla. È d’altronde
coerente con lo spirito innovativo dell’epoca dei Lumi, impaziente di scrollarsi
di dosso il passato per aprirsi al futuro, e che risuona anche nel presente che
abitiamo.
Ogni selezione, infatti, è espressione di un quadro etico: a seconda di cosa
viene escluso e di cosa viene accolto nel corpus culturale di un dato periodo si
può dire qualcosa anche dei valori e delle priorità di quel momento storico, e
di quelli a venire. Come lasciare lo spazio necessario affinché emergano
narrazioni nuove, senza però cancellare lo sguardo sul passato, le sue storture
e le lezioni che possono impartirci? Da quale posizione morale è legittimo
esercitare un controllo sulla memoria?
D’altra parte, i libri che mi circondano non sono niente in confronto
all’oggetto – ma sarebbe più corretto dire: alla protesi del mio corpo – che ho
dovuto abbandonare nel punto più distante dalla casa per riuscire a scrivere
questo pezzo senza distrarmi. “In base ad alcune stime”, scrive Nueno, “pare che
nei soli ultimi due anni sia stato prodotto il 90 per cento dell’informazione
generatasi nel corso dell’intera storia dell’umanità. Una miriade di oggetti –
dalle auto ai sex toys – è ormai dotata di sensori che trasmettono e archiviano,
in tempo reale, dati su dove si trovano e su come vengono usati”.
All’inizio degli anni Sessanta, il fisico Richard Feynman lanciò una sfida
impossibile: 1.000 dollari a chiunque fosse riuscito a scrivere una pagina di un
libro in scala 1: 25.000. Accadde solo 25 anni più tardi, quando, grazie
all’avvento delle nanotecnologie che hanno reso possibili i dispositivi che oggi
utilizziamo quotidianamente, uno studente di Stanford condensò la prima pagina
del Racconto di due città nello spazio della capocchia di uno spillo utilizzando
un fascio di elettroni.
> A seconda di cosa viene escluso e di cosa viene accolto nel corpus culturale
> di un dato periodo si può dire qualcosa anche dei valori e delle priorità di
> quel momento storico, e di quelli a venire.
Ancor più dei luoghi fisici del sapere, l’accumulo vertiginoso di dati,
immagini, testi e informazioni contenuti nei nostri smartphone rischia di
diventare una camera dell’eco in cui risuona solo rumore bianco. Pensati per una
trasmissione più rapida e una conservazione più agile del sapere, non so dire se
abbiano come principale effetto quello di preservare la memoria o piuttosto di
disperderla più rapidamente. Ricordo perfettamente tutte le fotografie che ho
scattato su pellicola quando ero adolescente, ma ogni volta che accedo alla
galleria fotografica del mio telefono provo un senso di straniamento: di gran
parte di quelle immagini, che pure ho catturato io, non so nulla. La traccia
mnestica del momento che ho deciso di immortalare deve essersi sublimata nel
gesto stesso di premere il pollice sullo schermo del mio telefono: conservare e
dimenticare sono diventati sinonimi. La stessa sensazione la provo di fronte
all’enormità degli scambi di alcune chat, alla misteriosa cartella download dove
è impossibile capire quali informazioni ci siano finite dentro: contenuti che in
un dato momento dovevano sembrarmi indispensabili, o quantomeno di un certo
interesse, e di cui ora non ricordo niente.
Sono diversi anni che la nostra memoria culturale e personale viene delegata a
cloud di proprietà delle multinazionali del settore tecnologico. La materia
stessa delle nostre vite sta lì dentro: le foto del matrimonio, la tesi di
laurea, i ricordi di quando eravamo bambini, la bozza del primo romanzo
abortito. Questa alienazione ha principalmente due effetti: il primo
direttamente sulla nostra memoria, che vediamo liquefarsi un file alla volta,
che sta cambiando struttura in un modo che ancora stentiamo a comprendere e che
fatica sempre di più a essere di supporto tanto all’intelligenza quanto
all’immaginazione. Il secondo, forse ancora più rilevante, ha a che fare con la
raccolta di dati, vero e proprio carburante per l’addestramento
dell’intelligenza artificiale generativa – la realizzazione più perfetta del
sogno della biblioteca, frutto dell’accumulo illimitato di informazioni.
Mi trovo ad abitare un sistema di scatole cinesi che ho contribuito io stessa,
con le mie scelte e la condivisione dei miei dati, a costruire: i libri, lo
smartphone, l’IA. L’archivio del sapere si fa sempre meno corporeo e, allo
stesso tempo, sempre più denso e sterminato. L’IA ne rappresenta il vertice: ha
accesso alla produzione culturale di un passato sconfinato, universale, e
raccoglie continuamente materiale per generare nuova conoscenza. Sembra che
abbia tutte le risposte, ma si tratta di un sapere rimasticato, privo di
creatività, dove il tutto si riduce esattamente alla somma delle parti e non c’è
spazio per il nuovo che, per emergere, ha bisogno del vuoto su cui disegnare
traiettorie innovative di pensiero. Filtrata dall’esperienza con le macchine
generative, la nostra relazione con il sapere approda a una forma nuova di
disincanto: l’impressione desolante che tutto sia già stato calcolato, previsto
e scritto, che non vi sia più spazio per dire qualcosa di davvero inedito. Per
spezzare questo incantesimo serve un’inversione di sguardo, un atteggiamento
capace di scompaginare il già noto: serve, appunto, un “saper leggero”.
> Ogni volta che accedo alla galleria fotografica del mio telefono provo un
> senso di straniamento: la traccia mnestica del momento che ho deciso di
> immortalare deve essersi sublimata nel gesto stesso di premere il pollice
> sullo schermo del mio telefono. Conservare e dimenticare sono diventati
> sinonimi.
Nueno individua nell’approccio libero ed errabondo di Montaigne una via di fuga
alla depressione del pensiero. L’autore degli Essais – un’opera filosofica
fondamentale quanto anomala, indifferente a ogni pretesa di rigore e
sistematicità – “fornisce una risposta originale al problema della
sovrabbondanza di informazione perché non tenta di controllare l’eccesso ma di
minimizzarne l’importanza. Aspirare a conoscere tutto, che angoscia!, che
seccatura!: la forma più sicura per soffocare quel poco che si può imparare dai
libri”.
Se gli umanisti eruditi lavoravano a una catalogazione il più possibile
esaustiva del sapere, Montaigne porta avanti un’idea profondamente diversa di
conoscenza, assai più legata al mondo della vita che a quello delle università.
Il suo rapporto con la biblioteca, infatti, non si cura di alcun metodo e di
nessuna autorità. Non c’è programmaticità nelle sue ricerche: “A casa mia, mi
ritiro un po’ più spesso nella mia biblioteca, da dove comodamente governo la
mia casa. […] Qui sfoglio ora un libro, ora un altro, senz’ordine e senza
programma, come capita; ora fantastico, ora annoto e detto, passeggiando, queste
mie idee”.
Per Montaigne i libri sono uno strumento, non un oggetto di culto: vanno
utilizzati, non contemplati. Leggere è l’occasione per testare le proprie
opinioni, per riflettere sul mondo e sulla vita, per innescare catene di
pensieri che trascendano i limiti della pagina e trovino applicazione nella
realtà; è una pratica che trova il suo senso più profondo nello scambio con gli
amici, nella seduzione, nella politica e nei viaggi. In una parola, nella
mondanità: che è sempre incarnata, legata a un vivere quotidiano, a un qui e ora
che sfugge a ogni catalogazione possibile.
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