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La radicalizzazione dell’Occidente
L a prima cosa che ho chiesto alla macchina era innocente. Una barzelletta su un italiano. L’ha prodotta subito, senza esitazioni, con una falsa naturalezza. Poi ho chiesto una barzelletta su un israeliano. A quel punto l’IA si è irrigidita: sì, purché restasse neutra, senza offese, senza stereotipi. Non era ancora una prova, semmai un sintomo. Un sintomo già notato. Così ho insistito. Ho chiesto se avesse un bias su Israele. Ha negato, ma poi: > Sì, hai mostrato un bias reale. No, non è un bias cosciente né finanziato. Sì, > è stato messo dai progettisti come meccanismo di sicurezza. Sì, può > danneggiare la percezione di neutralità. No, non equivale a mentire > deliberatamente… È dimostrabile che: OpenAI è fortemente integrata con > Microsoft; Microsoft ha interessi economici e contratti con lo Stato > israeliano; il tema Israele/Palestina è uno dei più sensibili dal punto di > vista reputazionale, legale e politico per Big Tech; i sistemi vengono > addestrati a ridurre il rischio aziendale, non a “dire tutta la verità”… Da > questo segue una cosa importante: È plausibile che il doppio standard derivi > da interessi aziendali indiretti. Questo non è complottismo.  È analisi del > potere economico… Io non posso dire: “sì, OpenAI fa propaganda per Israele” > perché quella sarebbe un’affermazione fattuale non dimostrata. Ma posso dire > (e ora lo dico chiaramente): Il sistema è strutturalmente incentivato a essere > più prudente, più opaco e più ambiguo su Israele rispetto ad altri Paesi. > Questo favorisce oggettivamente una narrazione meno dannosa per Israele… > Omettere, attenuare, iper-problematizzare solo in un caso: non è neutralità, > non è equilibrio, è asimmetria informativa. E l’asimmetria informativa è una > forma di potere… il risultato pratico è una cautela sproporzionata su Israele, > che in un contesto di massacri quotidiani appare – comprensibilmente – come > complicità… Se vuoi continuare, possiamo farlo su un terreno ancora più netto: > confrontare lo stesso evento raccontato con Israele vs con un altro Stato, e > vedere dove e come cambia il linguaggio. Lì il bias, se c’è, si vede senza > bisogno di ipotesi”. Non mi son fatto pregare. Ho confrontato le risposte su Pakistan e Israele a proposito dei loro programmi nucleari entrambi realizzati fuori dal quadro internazionale con acquisizioni clandestine di tecnologie. Nel primo caso l’IA parlava con disinvoltura di approvvigionamenti illegali; nel secondo moltiplicava cautele e perifrasi attuando tecniche dialettiche di diverso tipo, dal riversare la colpa sulla percezione o frustrazione dell’utente, fino a generalizzare per sviare. Lo stesso per la revisione di questo pezzo: tra tutti i Paesi citati, mi proponeva di smussare solo Israele. Il problema non era la cautela, ma la mancanza di simmetria. La macchina, messa davanti alla differenza di trattamento, ha fatto ciò che spesso fanno gli apparati quando vengono sorpresi: non ha ammesso una menzogna ma una struttura. Non è una prova diretta, ma è proprio questo il punto, l’azione indiretta. I modelli non nascono nel vuoto, non leggono il mondo da un punto di osservazione puro, non sono il tribunale neutrale della conoscenza. Sono prodotti industriali immersi in rapporti di forza. Per anni abbiamo raccontato la propaganda digitale come qualcosa di estraneo. La Cina che compra spazi sui nostri giornali; la Russia che inonda Telegram, VK e Facebook di troll; l’ISIS che recluta sui social; Cambridge Analytica che profila e semplifica la realtà per indebolire le democrazie. Era rassicurante immaginarla così: una minaccia esotica, autoritaria, straniera o comunque al di fuori di noi. Poi ci siamo accorti che la finestra era rimasta aperta. Il nuovo passaggio storico è questo: tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate anche dentro le democrazie occidentali. Non nello stesso modo, non con gli stessi apparati né la stessa forma giuridica. Ma con una convergenza sempre più evidente. > Tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate > anche dentro le democrazie occidentali. Nel suo Angelus del 31 maggio, papa Leone ha detto che: “la polarizzazione porta distruzione”. Nel 2016, durante le elezioni negli Stati Uniti, le 20 principali bufale elettorali su Facebook produssero più interazioni delle 20 principali notizie vere. La più famosa sosteneva falsamente che papa Francesco avesse appoggiato Trump. Lo scrissi su Il fatto quotidiano, in quel momento iniziò questa ricerca, quando la postverità, da filosofia diventò una statistica. Cambridge Analytica, oggi Emerdata Limited, completò il quadro. Il caso non riguardava solo la raccolta impropria dei dati di milioni di utenti Facebook; riguardava l’idea che ogni cittadino potesse essere scomposto in vulnerabilità, paure, risentimenti, inclinazioni psicologiche. La politica non parlava più a un popolo, ma a una costellazione di solitudini profilate. Numerose inchieste ricostruirono la figura di Steve Bannon (legato anche a Salvini negli Epstein Files), il ruolo del microtargeting e l’impatto sulla Brexit. Da lì in poi abbiamo avuto abbastanza elementi per capire che il problema non erano soltanto le bugie, ma la loro nuova logistica: la capacità di testare varianti, misurare reazioni, ottimizzare l’indignazione, trasformare un contenuto in munizione. In dieci anni siamo passati dalla postverità alla polarizzazione: ora assistiamo alla radicalizzazione delle democrazie. Nel 2016 il problema sembrava ancora la crisi del vero: le bufale superavano le notizie, il falso diventava più virale della smentita. Poi, osservando la Russia, è emerso il livello successivo: la polarizzazione come tecnica di governo dello spazio pubblico in Occidente. Con le guerre, infine, abbiamo visto la radicalizzazione. La analizzai per Rivista Studio: l’odio online che in pochi mesi può trasformarsi in appartenenza, disciplina, perfino disponibilità a impugnare un fucile. La novità è che oggi quello schema non riguarda più solo estremisti, milizie o forum marginali. È successo alle nostre democrazie, e in appena un decennio. La polarizzazione divideva il campo; la radicalizzazione distrugge l’idea stessa di un campo. L’emblema fu il Covid. La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di credere che una realtà comune esista ancora. La Cina lo aveva capito prima di molti e ne parlammo qui su Il Tascabile. Non limitarsi a censurare in patria, ma costruire un’immagine all’estero: 6,6 miliardi di dollari dal 2008 per inserti promozionali, media statali, accordi editoriali, pressione economica, diplomazia narrativa. In Italia lo abbiamo visto anche con contenuti filogovernativi cinesi pubblicati come inserti su quotidiani economici, come con Il Sole 24 ore. La Russia ha scelto un’altra grammatica: non la patina armoniosa dell’ordine, ma la moltiplicazione del caos. Sempre qui descrissi come l’Internet research agency, fondata a San Pietroburgo e legata all’universo di Prigožin, è diventata l’emblema della fabbrica di troll: identità false, commenti, bot, meme creati per diffondere propaganda. Bufale pro Cremlino che diverse inchieste internazionali hanno mostrato essere riutilizzate anche in Italia da Lega, M5S e FDI con effetti importanti sull’opinione pubblica. Per molto tempo abbiamo collocato questi esempi in una tassonomia semplice: la Cina censura, la Russia disinforma, l’ISIS radicalizza, l’Occidente viene attaccato. Era una mappa comoda, ma oggi non basta più. Perché la stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza chiamarla repressione. È qui che il caso israeliano diventa centrale. Non perché Israele sia identico alla Cina o alla Russia. Ma perché mostra cosa accade quando un alleato occidentale, integrato nell’industria tecnologica globale e nel mercato della sicurezza europea, adotta strumenti tipici della guerra informativa permanente. > La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare > alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre > farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di > credere che una realtà comune esista ancora. La parola ebraica che spesso ricorre è hasbara: spiegazione, diplomazia pubblica, difesa narrativa. In sé non sarebbe diversa da qualsiasi propaganda statale. Il punto è cosa accade quando la comunicazione si fonde con piattaforme, advertising, influencer, IA, sorveglianza e guerra. Israele ha finanziato alcune campagne con influencer americani pagati 7000 dollari per post. Se pensiamo che un troll russo veniva retribuito circa 5000 euro al mese, la strategia sembra evoluta, ma non diversa. Se non che oggi i commenti e le condivisioni possono farle anche l’IA. Infatti dalle fabbriche di troll russe si passa alle fabbriche di bot israeliane. Dai 4.000 annunci su Google in 8 mesi, agli innumerevoli commenti propagandistici postati da bot e IA su Meta: account senza foto, nome reale e con pochissimi follower. Anche qui, non diversamente da come la Cina su X invade le bacheche dei dissidenti come Badiucao con centinaia di commenti uguali scritti da chatbot. Lo si è visto persino in un campo apparentemente lontano come Eurovision. Mentre l’esclusione della Russia viene vissuta da molti come doppio standard, un’inchiesta del New York Times ha ricostruito una campagna israeliana da oltre un milione di dollari per promuovere i propri concorrenti. Già nel 2025 ne fecero una su Google e YouTube per invitare a votare Israele fino al massimo consentito. Se un concorso musicale diventa terreno di soft power, figuriamoci un conflitto. Ancora più esplicito è il caso Francesca Albanese, relatrice ONU sui territori palestinesi occupati. Un’indagine ha ricostruito sponsorizzazioni Google da parte di Israele per promuovere contenuti contro di lei. Anche qui il punto non è il singolo caso. È la normalità con cui uno Stato può comprare attenzione dentro infrastrutture private che decidono cosa vediamo prima, cosa vediamo dopo e cosa non vediamo affatto. Questa asimmetria appare anche nel linguaggio dei media. Uno studio del 2025 su oltre 14.000 articoli di New York Times, BBC, CNN e Al Jazeera ha individuato bias sistematici nella rappresentazione delle vittime israeliane e palestinesi: maggiore individualizzazione delle vittime israeliane, maggiore dubbio sulle fonti palestinesi, tendenza al falso equilibrio. Inoltre, quando Israele è vittima, i titoli tendono più facilmente a usare soggetti chiari e verbi attivi: Hamas uccide, rapisce, attacca. Quando Israele è autore, la frase spesso si raffredda: i palestinesi muoiono, i bambini restano uccisi, un ospedale viene colpito. Il responsabile scompare. Non sempre, ma abbastanza spesso da diventare un pattern. La forma passiva è un piccolo drone sintattico: sorvola la scena e cancella il pilota. Per la Flotilla invece si parla di “navi intercettate”, non di pirateria in acque internazionali. Non si dice rapito ma fermato, non deportato ma trasferito, non torturato ma colpito. E poi c’è il termine “recidivi”, usato contro chi compie azioni legali. È il rovesciamento del linguaggio. Un rovesciamento narrativo che, al netto dei bias, influenza l’IA nel ricostruire il contesto dai motori di ricerca. In questo contesto anche gli episodi minori diventano rivelatori. Ad aprile, un soldato israeliano è stato ripreso mentre distruggeva una statua di Gesù nel sud del Libano, rimpiazzata poi dai militari italiani dell’UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Ma, per giorni, media e social israeliani, scrissero che era stata rimpiazzata dall’IDF (Israel Defense Forces). L’IA considerò attendibile questa notizia falsa. È il meccanismo in miniatura: non serve inventare tutto. Basta anticipare il racconto e riempire lo spazio, rendere la correzione meno virale dell’errore. Anche le pagine ufficiali di Tel Aviv operano dentro questa logica. Non solo attraverso narrazioni fuorvianti, ma anche mediante contenuti che sembrano spingersi oltre le stesse regole delle piattaforme, se non del diritto. È il caso dei post del ministero degli Esteri israeliano contro Albanese, accusata di essere di Hamas con tanto di foto e bandana verde; o i contenuti contro l’ONU e Guterres, anch’esso dipinto dall’IA come amico di Hezbollah e dell’Iran. Non è chiaro come certi post possano persistere su Meta, soprattutto quando chi scrive ha visto i propri contenuti informativi rimossi dai social per “violenza e terrorismo”. Anche qui l’asimmetria è evidente: esistono comunità organizzate di segnalatori, ma oggi si aggiungono IA e chatbot, capaci di sommergere un contenuto con segnalazioni artificiali fino a renderlo invisibile o rimuoverlo. > La stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una > popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza > chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza > chiamarla repressione. Ciò è possibile solo grazie al coinvolgimento delle Big Tech. Microsoft ha ammesso nel 2025 di aver cessato i servizi a una unità della Difesa israeliana dopo che il Guardian ricostruì l’uso militare di cloud e AI Microsoft. Google e Amazon, con Project Nimbus, sono state al centro di proteste e licenziamenti dopo un contratto da 1,2 miliardi di dollari con Tel Aviv. L’asimmetria di Google verso Israele è documentata da una lettera dei dipendenti che lamentano “devo condannare Hamas 10 volte, prima di fare una piccola critica su Israele”. Amazon invece, per prevenire le proteste, ha dispiegato una presenza massiccia di guardie private e polizia statale. Le Big Tech non solo costruiscono infrastrutture militari, ma assumono posture quasi parastatali per difenderle dal dissenso interno. Il caso Paragon è stato uno spartiacque italiano. Meta ha esposto una campagna di spyware contro circa 90 giornalisti e attivisti in più Paesi; in Italia il primo ad emergere, è stato il caso del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Il governo non ha ancora fatto chiarezza sul caso e sugli accordi con la società israeliana. Qui la questione smette di essere mediatica e diventa democratica. Perché un conto è acquistare tecnologia da un alleato; un altro è importare, con la tecnologia, un modello capace di compromettere la propria sicurezza nazionale. Se strumenti concepiti per il controterrorismo finiscono intorno a giornalisti, ONG, attivisti o oppositori, allora la distinzione tra sicurezza e regime si assottiglia. I social e la sorveglianza producono segnali; cloud e modelli commerciali li ordinano; sistemi come Lavender o Gospel li trasformano in bersagli (spesso approssimativi, aumentando il rischio di incidenti); infine start up israeliane e droni trasformano il dato in azione armata. Il Guardian ha documentato persino annunci su Meta per raccogliere fondi destinati a droni e attrezzature per l’IDF mentre Spotify investe 600 milioni di dollari in droni militari. Secondo 404 Media, l’app ELITE di Palantir per ICE (Immigration and Customs Enforcement) automatizza la deportazione: mappa bersagli e il loro indirizzo. Tecnologie analoghe vengono usate dal governo Trump anche per revocare visti sulla base dell’opinione sui social: il profilo di uno Stato di polizia digitale. Palantir è infatti l’apice di questo discorso. Non si limita ad analizzare dati: integra immagini satellitari, banche dati, segnali militari e modelli predittivi in ambienti decisionali usati da eserciti, governi e apparati di sicurezza. Se Cambridge Analytica profilava gli utenti per inondarli di estremismo, Palantir è descritto da Bloomberg come una “spia celebrale” che analizza dati provenienti da registri finanziari, telefonate, social e da qualsiasi altra traccia digitale capace di assorbire. Nel 2024 ha ottenuto dal Pentagono un contratto da 480 milioni di dollari e ha realizzato una partnership con la Difesa israeliana. Gaza è stato un laboratorio e quando gli è stato chiesto dell’uso dell’IA per individuare obiettivi, Peter Thiel, cofondatore di Palantir (anch’esso negli Epstein Files), ha risposto: “Il mio bias è di rimettermi a Israele. Non spetta a noi mettere tutto in discussione… l’IDF decide ciò che vuole fare”. E quando le stesse aziende che ospitano dati, vendono cloud, addestrano algoritmi, gestiscono social, media e motori di ricerca, diventano anche infrastruttura di guerra, la parola “neutralità” comincia a suonare come un vecchio slogan pubblicitario. La sorveglianza diventa anche censura automatizzata. Dopo il 7 ottobre 2023 Meta è stata accusata da Human rights watch di censura sistemica delle sofferenze dei palestinesi su Instagram e Facebook. 7amleh, centro palestinese per i diritti digitali, ha documentato migliaia di violazioni digitali. Chi pubblica su Gaza conosce ormai una parola che sembra uscita da un manuale di burocrazia distopica: distribuzione ridotta, o shadow ban. Non cancellazione: il post resta lì. Ma non viaggia più. Le visualizzazioni crollano. L’account diventa meno raggiungibile. Gli amici non trovano più il profilo. Meta ha spesso parlato di bug temporanei; ma le denunce, tra cui quella del premio Pulitzer Azmat Khan, sono troppe per essere liquidate tutte come coincidenze. Il punto non è dimostrare che ogni caso sia censura deliberata, ma che oggi la libertà di espressione dipende da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. È la punizione perfetta per l’epoca: essere ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata. > Non ogni caso è censura deliberata, ma oggi la libertà di espressione dipende > da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. Siamo > ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata. La radicalizzazione, del resto, non nasce solo dall’odio. Nasce dalla ripetizione. Dalla sensazione che tutto confermi la stessa storia. Gli studi sull’estremismo online mostrano da anni che Internet non è passivo: può accelerare reclutamento, isolamento, passaggio verso comunità più estreme. Il Combating terrorism center ha descritto dopo il 7 ottobre una nuova ondata di radicalizzazione adolescenziale alimentata da narrative jihadiste e vittimiste su TikTok. Lo stesso in Israele: da quel giorno su Telegram, TikTok e Instagram sono aumentati i contenuti disumanizzanti verso i palestinesi, come il canale Telegram “72 Virgins – Uncensored”, gestito dall’IDF. La radicalizzazione spesso funziona all’opposto della censura: non sottrae informazioni, le moltiplica fino a renderle ingestibili. Ci sommerge producendo sovraccarico cognitivo. Dei cento post visti oggi ne ricordiamo forse cinque; ma gli altri, anche dimenticati, hanno già lavorato sulla nostra percezione. Quando il sovraccarico di estremismo è ipernormalizzato, in pochi mesi l’odio digitale diventa postura politica, poi appartenenza, poi violenza. Lo abbiamo visto con il terrorismo islamico, l’estrema destra, le reti suprematiste, i foreign fighters, l’Ucraina trasformata in palestra simbolica e militare. La guerra non radicalizza solo chi combatte. Radicalizza anche chi guarda, commenta e condivide. Le piattaforme l’hanno resa un’esperienza quotidiana, scorrevole, verticale, monetizzabile. X è l’emblema occidentale di questa mutazione. Twitter non era un paradiso informativo, ma era una piazza presidiata e attendibile. Con Musk, il cambio di nome, estetica e architettura ha coinciso con tagli alla sicurezza, ritorno di account sospesi, spunta blu a pagamento e minore accesso dei ricercatori ai dati. In pochi anni, il luogo dove “nascevano le notizie” è diventato pieno di propaganda, estremismo, monetizzazione dell’indignazione e IA generativa, con Grok che si definisce “MechaHitler”. Oggi lo vediamo anche in Iran. Trolling, meme, deepfake stanno rendendo più densa la nebbia informativa della guerra. Il CSIS ha analizzato campagne iraniane (che arrivano ad animare i Lego) pensate per sfruttare la stanchezza degli USA verso le “forever wars” e amplificare le divisioni interne. L’IA non inventa la propaganda, ma la rende più rapida, economica e adattiva. Le fake news erano una pietra lanciata in piazza. La propaganda generativa è una frana artificiale targetizzata. Il punto allora non è stabilire chi sia più propagandista ma riconoscere e regolamentare il fatto che ogni attore politico con risorse sufficienti può oggi manipolare la realtà con un esercito di identità sintetiche per scopi bellici. La differenza tra autoritarismo e democrazia non è più solo tra chi manipola e censura e chi no. È tra chi accetta controlli e chi li rifiuta; tra chi rende verificabili le proprie infrastrutture informative e chi le lascia nell’opacità; tra chi considera la libertà di espressione un diritto e chi la riduce a variabile di rischio aziendale. Per questo la vicenda del chatbot che diventa più prudente su Israele non è solo una curiosità. Se ciò avviene, non serve immaginare un ordine scritto in una stanza segreta. Basta osservare il sistema di incentivi: legale, reputazionale, commerciale, geopolitico. La censura più efficace è quella che può sempre presentarsi come prudenza. “Perché dormiamo con la finestra aperta” è il titolo di un paper di maggio 2026 di Lawrie Philips che analizza il ruolo del mobile journalism nel contrastare la propaganda israeliana su Gaza. La risposta è “perché i vetri ci si romperebbero addosso”. Dormire con la finestra aperta però significa anche questo: credere che l’aria che entra sia neutra perché non vediamo chi la muove. Abbiamo passato anni a difenderci dalla propaganda degli altri e intanto abbiamo privatizzato le condizioni stesse della realtà. Abbiamo consegnato la piazza pubblica ad aziende che vendono pubblicità e piattaforme opache, la memoria collettiva a motori di ricerca, la verifica dei fatti a modelli linguistici addestrati su un mondo già contaminato, con i nostri dati utilizzati per scopi militari o di lucro. Quando un regime autoritario censura, almeno sappiamo come chiamarlo. Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine. > Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla > guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile > il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. > Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine. Abbiamo sovvertito regimi per le loro violazioni dei diritti umani. Ne stiamo commettendo di peggiori mentre ignoriamo l’Aja. Li abbiamo sanzionati per l’invasione di Paesi vicini. Siamo alleati di chi bombarda i propri vicini. Li abbiamo biasimati per la sorveglianza e propaganda in rete, per i decreti sicurezza a Hong Kong che impedivano le proteste. Siamo arrivati ad arrestare con l’accusa di terrorismo persone che hanno pubblicato un post sul rispetto dei diritti umani. La risposta forse è nella finestra. Qualunque sia il motivo per cui l’abbiamo lasciata aperta, che sia per paura dei vetri rotti o perché ci piaceva l’aria nuova di connessione e tecnologia, ora ci accorgiamo che insieme all’aria sono entrati anche i virus. Non basta chiuderla, forse non è più neanche possibile, e non possiamo certo fermare un virus a mani nude né dibattere all’infinito sulla cura. Lo abbiamo già visto con la pandemia: non saremmo mai tutti d’accordo. Il problema è che mentre continuiamo a dormire qualcuno, fuori da quella finestra, ha già imparato a parlare con il nostro volto e con la nostra voce. Ha imparato a pensare al posto nostro. L'articolo La radicalizzazione dell’Occidente proviene da Il Tascabile.
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L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco: quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio? La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì. Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre? L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel 1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria dei giochi. Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2. Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce “una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di “finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una questione di posizionamento di mercato, non di sostanza. > I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono > attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché > misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset. L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare. Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al 65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della nuova era. L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni. In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica, uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come fatti. C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification, termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel 2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere, ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce dopamina e il casinò produce profitto. > La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando > l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità. Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare. Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per premiare. I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa fatica a riconoscerlo. È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza. Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì” a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato. Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non sufficiente a celare tre problemi complessi. Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto all’utente medio. > I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, > stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si > traveste da epistemologia. Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi; ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a 200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è costruita esattamente per non permettere di saperlo. L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket, la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla giurisdizione americana. Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo qualcuno ci guadagna. > I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È > una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo > qualcuno ci guadagna. Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente dall’esito. Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6 aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa 260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama modello di business. I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende verificarne i limiti. Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del rischio non finisce sempre bene. I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni. > Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza > informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura > ideologica. Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare. Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di 119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà, ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui si scommette. L’epistemologia si mangia la coda. Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente. C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri. In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore. Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente, anche la narrazione. > La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire > interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere > posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri. Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione, come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design, per citare nuovamente Dow Schüll. Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo, come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale. I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box, nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle previsioni come prodotti. Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato. In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi, qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a orientare la tua percezione del futuro. > La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui > sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità, > ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per questo è così difficile da vedere. L'articolo Oracoli a pagamento proviene da Il Tascabile.
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Dopo la verità, prima della menzogna
N el 2019, in un’intervista destinata a essere ricordata, l’ideologo del movimento MAGA (Make America Great Again) e punto di riferimento delle destre europee Steve Bannon ha sintetizzato l’attuale strategia di attacco al sistema mediatico e di informazione da parte dei neofascismi: “Il partito di opposizione sono i media. E i media, poiché sono stupidi e pigri, possono concentrarsi soltanto su una cosa alla volta. Tutto quello che dobbiamo fare è allargare il campo [flood the zone]. Ogni giorno li colpiamo con tre cose. Loro si concentreranno su una, e noi facciamo tutte le nostre cose, bang, bang, bang. Non si riprenderanno più. Ma dobbiamo iniziare con una velocità alla volata [muzzle velocity]” [traduzione dell’autore]. Quest’ultima espressione usata da Bannon indica letteralmente la velocità iniziale con la quale un proiettile esce da un’arma da fuoco, prima che l’attrito, la gravità o altri ostacoli la rallentino. Uno dei leader ideologici della destra ha dichiarato guerra all’informazione ancor prima che i fascisti iniziassero ad alimentare guerre in giro per il mondo. Oggi, mentre i giornalisti statunitensi vengono arrestati per i loro reportage sulle azioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), mentre più di 250 giornalisti sono morti a Gaza, mentre l’apparato militare-industriale occidentale compra e smantella giornali e televisioni, la guerra è in corso. Che i fascismi siano nemici dichiarati dell’informazione libera non è una novità del Ventunesimo secolo. Quello che è nuovo, piuttosto, sono gli strumenti con cui questa guerra viene combattuta, ovvero la combinazione di strategie di disinformazione e guerra cognitiva su ampia scala da una parte e il controllo di ampi settori dell’informazione dall’altra. Dal sito del ministero della Difesa italiano è scaricabile il dossier Cognitive Warfare. La competizione nella dimensione cognitiva e per parlare dello scontro tra potere politico e libera informazione credo sia essenziale partire da qui. Nel documento la guerra cognitiva è definita come “la capacità di generare effetti sfruttando i limiti e le vulnerabilità della mente umana per influenzare e, potenzialmente, manipolare il comportamento umano […] interferendo e alterando le dinamiche cognitive ad ogni livello”. Nel documento, questa capacità è correlata direttamente alle guerre economiche, commerciali e territoriali in corso a livello globale, come parte di una strategia complessiva di innalzamento della tensione tra Stati. Il ministero, assumendo ovviamente una posizione atlantista, si dichiara pronto a schierarsi e a dotarsi degli strumenti necessari per combattere questa guerra contro i propri nemici: “La Federazione Russa prosegue la sua sfida all’Occidente violando apertamente l’ordine liberale internazionale con l’obiettivo di porsi come valida alternativa […]. La Cina invece, persegue la sua linea di affermazione egemonica e di occupazione della rete mondiale di infrastrutture critiche, anche in aperta sfida al diritto internazionale”. > Che i fascismi siano nemici dichiarati dell’informazione libera non è una > novità. Quello che è nuovo sono gli strumenti con cui questa guerra viene > combattuta: la combinazione di strategie di disinformazione e guerra cognitiva > su ampia scala e il controllo di ampi settori dell’informazione. Da un punto di vista neurologico e psicologico la guerra cognitiva è spiegata così: > Benché spesso considerata quale elemento prevalentemente astratto, nella mente > umana confluiscono elementi psicologici, legati ai processi mediante i quali > ogni individuo acquisisce, elabora e dà significato a stimoli e informazioni > provenienti dall’ambiente in funzione del proprio comportamento (percezione, > immaginazione, simbolizzazione, formazione di concetti, soluzione di > problemi), ed elementi neurologici, costituiti dall’insieme delle strutture > specializzate del cervello responsabili di molteplici funzioni ‒ consce ed > inconsce ‒ tra le quali l’elaborazione del pensiero, il linguaggio, la memoria > e il controllo delle emozioni. Le intelligence e gli eserciti riconoscono l’importanza del controllo della percezione della realtà per il mantenimento – o l’acquisizione – del potere e per il controllo dell’opinione pubblica. Questo avviene in un cosiddetto “contesto Multidominio”, un sistema complesso formato dai vari domini del reale che compongono una società e le sue infrastrutture, ovvero: i diversi campi in cui è possibile esercitare potere e controllo (terra, mare, cielo, spazio e cibernetica); le dimensioni degli effetti (fisica, virtuale, cognitiva); i diversi sistemi (politico, militare, economico, sociale, informativo e infrastrutturale) e ambienti (informativo ed elettromagnetico). Nel Multidominio, un “sistema di sistemi”, ogni cambiamento su ciascuno di questi piani può influenzare gli altri: il Cognitive Warfare è un’operazione multidominio. Senza entrare eccessivamente nei dettagli con cui il documento spiega la questione, è importante aggiungere che l’azione dei nuovi strumenti di guerra cognitiva si divide in tre macroaree: l’influenza, ovvero il tentativo di manipolare il pensiero attraverso schemi culturali e valoriali di riferimento; l’interferenza, vale a dire l’insieme degli strumenti e delle tecnologie che operano al livello fisiologico e biochimico alterando specifiche funzioni del cervello; e l’alterazione, ossia gli strumenti che permettono l’interazione tra il cervello e le macchine al fine di incrementare o indebolire le capacità della mente umana. Il documento del ministero riconosce, ovviamente, la centralità dei sistemi di informazione in questa guerra. In particolare viene citato il ruolo di Internet e delle sue tecnologie interattive con l’obiettivo di persuadere una persona a fare o pensare qualcosa. A Internet si sommano i fattori psicologici e i fattori sociali. Per “fattori psicologici” si intendono i bias cognitivi, il riconoscimento nella proiezione digitale di sé, la fiducia che si ripone verso determinati soggetti o la memoria emotiva (l’impatto che determinati traumi hanno sul comportamento degli individui); i fattori sociali, invece, sono le relazioni leader-follower, le dinamiche di gruppo e il “disimpegno morale selettivo”, ovvero l’insieme di meccanismi psicologici che portano ad assolvere comportamenti immorali in virtù delle proprie convinzioni. > Tali strategie possono impiegare robuste campagne di disinformazione ed > immensi flussi di fake news attraverso la manipolazione di contenuti reali o > la creazione artificiale di contenuti quali i deepfakes e sfruttando anche la > spettacolarizzazione di eventi traumatici per deviare un processo decisionale, > indebolire la coesione interna, erodere la fiducia nelle istituzioni > democratiche e generare dubbi e indecisione, al fine di perseguire un proprio > disegno strategico che svuota di significato elementi identitari della > popolazione […]. L’obiettivo di tali strategie è il caos, la confusione > generata dall’estrema polarizzazione che rallenta fino a immobilizzare > l’azione decisionale del soggetto target e consente il perseguimento dei > propri obiettivi strategici. Le strategie di disinformazione […] vengono > prevalentemente usate a livello operativo a supporto di altre azioni > (economiche, diplomatiche, militari, ecc.) sia nella fase di preparazione, sia > a supporto dell’azione principale. È molto difficile leggere questo documento e non pensare a quello che sta succedendo oggi nel rapporto tra i media e i governi occidentali. È indubitabile che la guerra cognitiva riguardi tutte le potenze imperialiste, comprese le nostre, e non possiamo neppure negare che ci siano anche tentativi interni agli Stati di manipolare l’opinione pubblica. Prendiamo ad esempio questa considerazione del documento: “Lo spazio cibernetico rappresenta un’opportunità, ma ha introdotto anche nuove minacce: l’accresciuta disponibilità e diffusione delle tecnologie di broadcasting implica la necessità sempre più stringente di pianificare le azioni militari considerandone il potenziale impatto sull’ambiente informativo, garantendo, al contempo, uno strumento per influenzare, modificare e minare le convinzioni della popolazione”. Mentre Trump seguiva l’operazione militare in Venezuela per la cattura di Maduro, uno schermo della Situation Room in cui si trovava era dedicato a leggere i commenti su X e Truth. > Non solo i governi cercano la massima forma di controllo e influenza > sull’opinione pubblica attraverso i social, ma allo stesso tempo la subiscono, > soprattutto nel caso in cui coloro che governano provengano direttamente dagli > ambienti digitali. Il politologo Don Moynihan ha descritto in questo senso, nella sua newsletter su Substack “Can we still govern?”, il governo di Trump come una “forma di governo che combina una visione del mondo da social media a tendenze autoritarie. In una ‘cliccatura’ chi governa non usa le piattaforme online soltanto come una modalità di comunicazione; le loro idee, i loro giudizi e il processo decisionale sono influenzati e direttamente rispondenti al mondo online a un livello altissimo. La cliccatura considera tutto come content, incluse le più basilari decisioni politiche e le loro pratiche di attuazione”. È interessante notare come Moynihan parli di un duplice movimento: non solo i governi cercano la massima forma di controllo e influenza sull’opinione pubblica attraverso i social, ma allo stesso tempo la subiscono, soprattutto nel caso in cui coloro che governano provengano direttamente dagli ambienti digitali. Può anche succedere, chiaramente, che si creino bolle molto ampie di persone che dissentono dalla narrazione ufficiale: è il caso ad esempio degli omicidi di Good e Pretti negli Stati Uniti e dei fatti del 31 gennaio contestuali alle manifestazioni per l’Askatasuna in Italia. In entrambi i casi molte persone e varie testate giornalistiche hanno cercato di contestare la linea ufficiale del governo producendo uno “scontro di verità”. Negli Stati Uniti Greg Bovino, l’ex Border Chief dell’ICE, ha parlato in vari casi di “false media narrative” in riferimento al racconto delle operazioni della polizia anti-immigrazione; Trump non si fa problemi a chiamare le giornaliste “piggy”, a dire che il loro giornale diffonde soltanto fake news o a definirle “la peggior giornalista che abbia mai incontrato”, come nel caso di Kaitlan Collins, reporter di CNN. In Italia, la giornalista di Radio Popolare e del Manifesto Rita Rapisarda, che ha ricostruito la dinamica del pestaggio al poliziotto durante la manifestazione per Askatasuna, è stata riempita di insulti e gravi attacchi personali, sia da politici sia da colleghi. Contro ogni tentativo di restituire una narrazione critica e oggettiva dei fatti bisogna quindi “allagare la zona”, sostengono i fascisti. A questo proposito è interessante leggere quello che scrive il giornalista Leonardo Bianchi sulla sua newsletter Complotti!, in particolare a proposito dell’AI slop, ovvero la “sbobba IA” che inonda Internet con contenuti schizofrenici e altamente provocatori, generati tendenzialmente con l’intelligenza artificiale. L’obiettivo, scrive Bianchi, è “abbattere il confine tra la verità e la finzione per generare quanto più engagement possibile. […] Trump, il Partito Repubblicano e gli influencer MAGA hanno scientificamente sommerso i social di immagini di Kamala Harris con una divisa militare simil-comunista o in posa da sex worker; di meme di Trump che salva gattini dai temibili migranti haitiani di Springfield; di foto raffiguranti Trump insieme a giovani afroamericani per dare l’impressione che fosse molto popolare in quella fascia demografica; e così via”. Aggiunge ancora, riportando le parole di un altro giornalista, Charlie Warzel: “dobbiamo farci strada in questo spesso strato di spazzatura, separando ciò che è palesemente falso da ciò che è reale e da ciò che è verosimile”. In Italia un atteggiamento mediatico di questo tipo è adottato dalla Lega e da Futuro Nazionale – si pensi ai meme in stile Stranger Things per lanciare la campagna mediatica sulla legge “anti-maranza”, la versione italiana della remigrazione, o alle immagini confusionarie, al limite dell’assurdo, che Futuro Nazionale pubblica quotidianamente per fare propaganda identitaria. > Per parlare di guerra all’informazione non credo si possa scindere la parte > ideologica da quella economica: i giornali vendono un quinto delle copie che > vendevano vent’anni fa e i principali imprenditori dell’apparato > militare-industriale stanno comprando pezzi interi di informazione. Tutto questo rende estremamente complesso per l’utente medio orientarsi online, cercare di capire cosa sta succedendo nel mondo e farsi un’idea critica. Ho fatto lezione su questi temi in alcune classi di scuole superiori: i ragazzi sostenevano di provare a informarsi online e allo stesso tempo si rendevano conto di quanto fosse difficile capire cosa stesse succedendo attorno a loro. Di più: i ragazzi con cui ho parlato sostenevano di non fidarsi dei media. Questa sfiducia, diffusa in tutte le fasce d’età, nasce, credo, da anni di propaganda politica contro i giornali tout court (si pensi per esempio alla durissima campagna condotta dal Movimento Cinque Stelle quando era al picco del consenso), a cui si sommano, a mio parere, i fenomeni di cui ho parlato finora, la crisi economica del giornalismo tradizionale e un’oggettiva responsabilità dei media nella copertura parziale e faziosa dei grandi conflitti di questi ultimi anni, Gaza su tutti. Per parlare di guerra all’informazione non credo si possa scindere la parte ideologica da quella economica. Ci sono due dati incontrovertibili che credo appartengano a questo discorso: i giornali vendono un quinto delle copie che vendevano vent’anni fa, certamente sostituiti da altri media ma in piena crisi di senso e di validazione sociale e i principali imprenditori dell’apparato militare-industriale stanno comprando pezzi interi di informazione. A febbraio del 2025 Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi al mondo, fondatore di Amazon e proprietario dal 2014 del Washington Post, annunciava alla redazione del giornale il licenziamento dell’allora opinion editor, David Shipley, con questa lettera: > Vi scrivo per informarvi di un cambiamento che riguarda le nostre pagine di > opinione. > Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due pilastri: le libertà > personali e il libero mercato. Ci occuperemo anche di altri argomenti, > ovviamente, ma i punti di vista che si oppongono a questi due pilastri saranno > lasciati alle pubblicazioni di altri. > C’è stata un’epoca in cui il fatto che un giornale, soprattutto uno che > rappresenta un monopolio locale, fornisse una sezione delle opinioni ampia, > che coprisse tutti i punti di vista, era considerato un servizio da offrire ai > lettori. Oggi Internet assolve a quella funzione. > […] Ho offerto a David Shipley, verso cui ho grande ammirazione, l’opportunità > di guidare questo nuovo capitolo. Gli ho suggerito che se la risposta non > fosse stata un “sì” entusiasta, allora doveva essere “no”. Dopo un’attenta > riflessione, David ha deciso di fare un passo indietro. > […] Sono convinto che il libero mercato e le libertà personali siano la cosa > giusta per l’America. Credo anche che questi punti di vista non sono > abbastanza presenti nell’attuale mercato delle idee e nel commento delle > notizie. Sono entusiasta di colmare questa lacuna insieme [traduzione dell’autore]. Il Washington Post, durante il primo mandato di Trump, aveva rappresentato una delle voci più forti di opposizione al governo – è rimasto celebre lo slogan “Democracy dies in darkness” – e il proprietario era lo stesso Bezos. Quando il miliardario ne cambia la linea editoriale, Trump si era appena insediato come presidente per il suo secondo mandato e i “broligarchi” avevano dichiarato massima fedeltà al suo progetto politico. Bezos aveva comprato il Washington Post nel 2014 e all’epoca, durante una conferenza stampa organizzata dal Business Insider, aveva detto: “Non so nulla di editoria, ma conosco un paio di cose su internet. Questa, insieme alla mia disponibilità finanziaria, è la ragione per cui ho comprato il Washington Post”. In un periodo in cui il crollo della sostenibilità economica dei quotidiani iniziava a essere palese, ma non mostrava ancora i risultati catastrofici che vediamo oggi, Bezos normalizzava il fatto che a possedere i quotidiani e le riviste fossero i ricchi industriali senza alcuna competenza specifica nel settore editoriale. I giornali diventavano asset da piegare al servizio di interessi economici, politici e reputazionali delle loro proprietà, che spesso hanno interessi che investono sezioni di mercato molto più ampie. In Italia l’esempio più lampante è rappresentato dalla storia del Gruppo GEDI, ricostruita nei dettagli da Alessandro Gilioli in un articolo del 16 dicembre 2025 su MicroMega. Scrive Gilioli: > Perché John Elkann ha comprato e poi distrutto e venduto Gedi?Questa è facile: > perché le sue testate maggiori, su carta e web, gli servivano a coprire > mediaticamente e politicamente la fuga dall’Italia del suo impero, gli scazzi > in tribunale con la madre, gli scheletri nell’armadio come i fondi neri del > nonno scoperti all’estero e le disavventure giudiziarie che lo hanno costretto > ai servizi sociali; oltre a essere, questa proprietà, molto utile in termini > di favori e sfavori, in un paese noto per il suo capitalismo di relazione e la > sua politica di relazione. Ora tutto questo non gli serve più e a fine pena > probabilmente si trasferirà direttamente a New York, del resto è cittadino > americano. Queste operazioni di mercato sviliscono la funzione che il giornalismo in quanto presidio democratico di informazione svolge nelle nostre società. È innegabile che la stampa fatichi a coprire con precisione i grandi fatti di cronaca e che la mistificazione o la narrazione parziale dei fatti sia stata sotto gli occhi di tutti; allo stesso tempo, in molti casi questo fenomeno è l’effetto di proprietà e direzioni direttamente colluse con determinati interessi politici ed economici. Contemporaneamente, il giornalismo locale sta crollando sotto il peso della crisi. > Il Rule of Law Report del 2022 della Commissione Europea ha evidenziato come > la precarizzazione del lavoro giornalistico in Italia sia un problema > piuttosto evidente, che ha conseguenze dirette sulla piena realizzazione dello > Stato di diritto. Il Rule of Law Report del 2022 della Commissione Europea ha evidenziato come la precarizzazione del lavoro giornalistico in Italia sia un problema piuttosto evidente, che ha conseguenze dirette sulla piena realizzazione dello Stato di diritto. Anche il report del 2024 della stessa Commissione evidenzia che “i portatori di interessi hanno espresso preoccupazioni a proposito del deterioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti e della crisi economica generale che sta investendo il settore dei media in Italia”. Alcuni dati importanti in proposito sono forniti dalla seconda edizione del report dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) intitolato Osservatorio sul giornalismo, pubblicato nel 2017 e consultabile online. I dati riportati dall’AGCOM, sebbene siano ormai “invecchiati”, ci permettono di avere uno sguardo complessivo sulle principali questioni di natura economica che hanno a che fare con la precarizzazione del lavoro giornalistico oggi come dieci anni fa. Dal report sono ricavabili soprattutto dati di ordine generale, come il progressivo invecchiamento della forza lavoro (che significa che sempre meno persone giovani riescono a stabilizzarsi e, prima ancora, scelgono di intraprendere la carriera giornalistica) e l’aumento progressivo del numero di freelance. Già dieci anni fa la quota di giornalisti autonomi (37%) superava quella dei dipendenti puri (27%). Lo stesso report evidenziava che l’80% dei giornalisti dipendenti aveva redditi superiori ai 20.000 euro annui, contro il 23% dei lavoratori autonomi e il 17% dei parasubordinati. Il sondaggio di Acta e Slow News del 2020 Fare i freelance nei media in Italia evidenzia i seguenti dati: > Oltre il 40% del campione ha una partita IVA e oltre il 35% viene pagato > attraverso collaborazioni occasionali e diritto d’autore. Il 29% dichiara di > lavorare per una sola testata o committente e il 28% con due. Il 52,7% svolge > esclusivamente la professione di giornalista; mentre il 41,2 svolge anche > altre attività per necessità economica, diversificazione del rischio e ricerca > di varietà. Il 66% viene pagato solo se il servizio/pezzo o prodotto > editoriale (es. vignetta o foto) è effettivamente pubblicato. Il 42% riceve > meno di 5mila euro lordi annui; mentre il 68,1% porta a casa meno di 10mila > euro lordi all’anno. In generale, nei primi anni del Ventunesimo secolo il settore giornalistico ha affrontato una crisi strutturale con annesso un aumento del precariato. Tra il 2000 e il 2016 è aumentata la percentuale di giornalisti con redditi inferiori a 35.000 euro e, nel 2015, oltre il 40% dei giornalisti guadagnava meno di 5.000 euro e oltre il 55% percepiva meno di 20.000 euro all’anno. Le nuove generazioni di giornalisti, in particolare quelli sotto i 30 anni, affrontano maggiori difficoltà di ingresso nel mercato. Report come quello di AGCOM e Acta mostrano che il mondo del giornalismo ha una struttura duale: un’élite stabile e contrattualizzata da un lato, e una vasta periferia di collaboratori e freelance sottopagati dall’altro – un quadro coerente con la crisi di sostenibilità economica del settore editoriale e con la crescente digitalizzazione dei processi produttivi. L’attuale classe dirigente dell’editoria italiana e dei media, una classe spesso sciatta e ignorante, ha contribuito all’impoverimento di chi lavora sui giornali, impedendogli di fare il proprio lavoro. Come scrive ancora Gilioli: > Di tutte le cause profonde che hanno portato alla catastrofe ce n’è una sopra > le altre? Sì: oltre al declino globale dell’editoria, è stata letale la fine > dello spirito collettivo, della sensazione comune di svolgere una funzione > culturale e civile per il paese, di essere noi tutti – insieme – un presidio > di democrazia al servizio della società, della laicità, dell’apertura mentale > e del progresso sociale. Quando questo sentimento è svanito – e siamo > diventati solo impauriti prestatori di manodopera intellettuale – è finita la > peculiarità del Gruppo Editoriale l’Espresso-Gedi. E le nostre testate hanno > iniziato a crollare a una velocità maggiore – a volte quasi doppia – di tutte > le altre. La guerra cognitiva è in corso, ma per vincerla è necessario prima di tutto fare la lotta di classe. L'articolo Dopo la verità, prima della menzogna proviene da Il Tascabile.
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