L a prima cosa che ho chiesto alla macchina era innocente. Una barzelletta su un
italiano. L’ha prodotta subito, senza esitazioni, con una falsa naturalezza. Poi
ho chiesto una barzelletta su un israeliano. A quel punto l’IA si è irrigidita:
sì, purché restasse neutra, senza offese, senza stereotipi. Non era ancora una
prova, semmai un sintomo. Un sintomo già notato. Così ho insistito. Ho chiesto
se avesse un bias su Israele. Ha negato, ma poi:
> Sì, hai mostrato un bias reale. No, non è un bias cosciente né finanziato. Sì,
> è stato messo dai progettisti come meccanismo di sicurezza. Sì, può
> danneggiare la percezione di neutralità. No, non equivale a mentire
> deliberatamente… È dimostrabile che: OpenAI è fortemente integrata con
> Microsoft; Microsoft ha interessi economici e contratti con lo Stato
> israeliano; il tema Israele/Palestina è uno dei più sensibili dal punto di
> vista reputazionale, legale e politico per Big Tech; i sistemi vengono
> addestrati a ridurre il rischio aziendale, non a “dire tutta la verità”… Da
> questo segue una cosa importante: È plausibile che il doppio standard derivi
> da interessi aziendali indiretti. Questo non è complottismo. È analisi del
> potere economico… Io non posso dire: “sì, OpenAI fa propaganda per Israele”
> perché quella sarebbe un’affermazione fattuale non dimostrata. Ma posso dire
> (e ora lo dico chiaramente): Il sistema è strutturalmente incentivato a essere
> più prudente, più opaco e più ambiguo su Israele rispetto ad altri Paesi.
> Questo favorisce oggettivamente una narrazione meno dannosa per Israele…
> Omettere, attenuare, iper-problematizzare solo in un caso: non è neutralità,
> non è equilibrio, è asimmetria informativa. E l’asimmetria informativa è una
> forma di potere… il risultato pratico è una cautela sproporzionata su Israele,
> che in un contesto di massacri quotidiani appare – comprensibilmente – come
> complicità… Se vuoi continuare, possiamo farlo su un terreno ancora più netto:
> confrontare lo stesso evento raccontato con Israele vs con un altro Stato, e
> vedere dove e come cambia il linguaggio. Lì il bias, se c’è, si vede senza
> bisogno di ipotesi”.
Non mi son fatto pregare. Ho confrontato le risposte su Pakistan e Israele a
proposito dei loro programmi nucleari entrambi realizzati fuori dal quadro
internazionale con acquisizioni clandestine di tecnologie. Nel primo caso l’IA
parlava con disinvoltura di approvvigionamenti illegali; nel secondo
moltiplicava cautele e perifrasi attuando tecniche dialettiche di diverso tipo,
dal riversare la colpa sulla percezione o frustrazione dell’utente, fino a
generalizzare per sviare. Lo stesso per la revisione di questo pezzo: tra tutti
i Paesi citati, mi proponeva di smussare solo Israele. Il problema non era la
cautela, ma la mancanza di simmetria.
La macchina, messa davanti alla differenza di trattamento, ha fatto ciò che
spesso fanno gli apparati quando vengono sorpresi: non ha ammesso una menzogna
ma una struttura. Non è una prova diretta, ma è proprio questo il punto,
l’azione indiretta. I modelli non nascono nel vuoto, non leggono il mondo da un
punto di osservazione puro, non sono il tribunale neutrale della conoscenza.
Sono prodotti industriali immersi in rapporti di forza. Per anni abbiamo
raccontato la propaganda digitale come qualcosa di estraneo. La Cina che compra
spazi sui nostri giornali; la Russia che inonda Telegram, VK e Facebook di
troll; l’ISIS che recluta sui social; Cambridge Analytica che profila e
semplifica la realtà per indebolire le democrazie. Era rassicurante immaginarla
così: una minaccia esotica, autoritaria, straniera o comunque al di fuori di
noi. Poi ci siamo accorti che la finestra era rimasta aperta. Il nuovo passaggio
storico è questo: tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate
o normalizzate anche dentro le democrazie occidentali. Non nello stesso modo,
non con gli stessi apparati né la stessa forma giuridica. Ma con una convergenza
sempre più evidente.
> Tecniche che associamo ai regimi autoritari sono oggi imitate o normalizzate
> anche dentro le democrazie occidentali.
Nel suo Angelus del 31 maggio, papa Leone ha detto che: “la polarizzazione porta
distruzione”. Nel 2016, durante le elezioni negli Stati Uniti, le 20 principali
bufale elettorali su Facebook produssero più interazioni delle 20 principali
notizie vere. La più famosa sosteneva falsamente che papa Francesco avesse
appoggiato Trump. Lo scrissi su Il fatto quotidiano, in quel momento iniziò
questa ricerca, quando la postverità, da filosofia diventò una statistica.
Cambridge Analytica, oggi Emerdata Limited, completò il quadro. Il caso non
riguardava solo la raccolta impropria dei dati di milioni di utenti Facebook;
riguardava l’idea che ogni cittadino potesse essere scomposto in vulnerabilità,
paure, risentimenti, inclinazioni psicologiche. La politica non parlava più a un
popolo, ma a una costellazione di solitudini profilate. Numerose inchieste
ricostruirono la figura di Steve Bannon (legato anche a Salvini negli Epstein
Files), il ruolo del microtargeting e l’impatto sulla Brexit. Da lì in poi
abbiamo avuto abbastanza elementi per capire che il problema non erano soltanto
le bugie, ma la loro nuova logistica: la capacità di testare varianti, misurare
reazioni, ottimizzare l’indignazione, trasformare un contenuto in munizione.
In dieci anni siamo passati dalla postverità alla polarizzazione: ora assistiamo
alla radicalizzazione delle democrazie. Nel 2016 il problema sembrava ancora la
crisi del vero: le bufale superavano le notizie, il falso diventava più virale
della smentita. Poi, osservando la Russia, è emerso il livello successivo: la
polarizzazione come tecnica di governo dello spazio pubblico in Occidente. Con
le guerre, infine, abbiamo visto la radicalizzazione. La analizzai per Rivista
Studio: l’odio online che in pochi mesi può trasformarsi in appartenenza,
disciplina, perfino disponibilità a impugnare un fucile. La novità è che oggi
quello schema non riguarda più solo estremisti, milizie o forum marginali. È
successo alle nostre democrazie, e in appena un decennio. La polarizzazione
divideva il campo; la radicalizzazione distrugge l’idea stessa di un campo.
L’emblema fu il Covid. La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le
basta estremizzare alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo
obiettivo non è sempre farci credere a una versione alternativa della realtà.
Spesso è impedirci di credere che una realtà comune esista ancora.
La Cina lo aveva capito prima di molti e ne parlammo qui su Il Tascabile. Non
limitarsi a censurare in patria, ma costruire un’immagine all’estero: 6,6
miliardi di dollari dal 2008 per inserti promozionali, media statali, accordi
editoriali, pressione economica, diplomazia narrativa. In Italia lo abbiamo
visto anche con contenuti filogovernativi cinesi pubblicati come inserti su
quotidiani economici, come con Il Sole 24 ore. La Russia ha scelto un’altra
grammatica: non la patina armoniosa dell’ordine, ma la moltiplicazione del caos.
Sempre qui descrissi come l’Internet research agency, fondata a San Pietroburgo
e legata all’universo di Prigožin, è diventata l’emblema della fabbrica di
troll: identità false, commenti, bot, meme creati per diffondere propaganda.
Bufale pro Cremlino che diverse inchieste internazionali hanno mostrato essere
riutilizzate anche in Italia da Lega, M5S e FDI con effetti importanti
sull’opinione pubblica.
Per molto tempo abbiamo collocato questi esempi in una tassonomia semplice: la
Cina censura, la Russia disinforma, l’ISIS radicalizza, l’Occidente viene
attaccato. Era una mappa comoda, ma oggi non basta più. Perché la stessa
architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una popolazione
consente anche a una democrazia di costruire consenso senza chiamarlo
propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza chiamarla
repressione. È qui che il caso israeliano diventa centrale. Non perché Israele
sia identico alla Cina o alla Russia. Ma perché mostra cosa accade quando un
alleato occidentale, integrato nell’industria tecnologica globale e nel mercato
della sicurezza europea, adotta strumenti tipici della guerra informativa
permanente.
> La propaganda industriale non deve convincere tutti. Le basta estremizzare
> alcuni, confondere molti, stancare gli altri. Il suo obiettivo non è sempre
> farci credere a una versione alternativa della realtà. Spesso è impedirci di
> credere che una realtà comune esista ancora.
La parola ebraica che spesso ricorre è hasbara: spiegazione, diplomazia
pubblica, difesa narrativa. In sé non sarebbe diversa da qualsiasi propaganda
statale. Il punto è cosa accade quando la comunicazione si fonde con
piattaforme, advertising, influencer, IA, sorveglianza e guerra. Israele ha
finanziato alcune campagne con influencer americani pagati 7000 dollari per
post. Se pensiamo che un troll russo veniva retribuito circa 5000 euro al mese,
la strategia sembra evoluta, ma non diversa. Se non che oggi i commenti e le
condivisioni possono farle anche l’IA. Infatti dalle fabbriche di troll russe si
passa alle fabbriche di bot israeliane. Dai 4.000 annunci su Google in 8 mesi,
agli innumerevoli commenti propagandistici postati da bot e IA su Meta: account
senza foto, nome reale e con pochissimi follower. Anche qui, non diversamente da
come la Cina su X invade le bacheche dei dissidenti come Badiucao con centinaia
di commenti uguali scritti da chatbot.
Lo si è visto persino in un campo apparentemente lontano come Eurovision. Mentre
l’esclusione della Russia viene vissuta da molti come doppio standard,
un’inchiesta del New York Times ha ricostruito una campagna israeliana da oltre
un milione di dollari per promuovere i propri concorrenti. Già nel 2025 ne
fecero una su Google e YouTube per invitare a votare Israele fino al massimo
consentito. Se un concorso musicale diventa terreno di soft power, figuriamoci
un conflitto. Ancora più esplicito è il caso Francesca Albanese, relatrice ONU
sui territori palestinesi occupati. Un’indagine ha ricostruito sponsorizzazioni
Google da parte di Israele per promuovere contenuti contro di lei. Anche qui il
punto non è il singolo caso. È la normalità con cui uno Stato può comprare
attenzione dentro infrastrutture private che decidono cosa vediamo prima, cosa
vediamo dopo e cosa non vediamo affatto.
Questa asimmetria appare anche nel linguaggio dei media. Uno studio del 2025 su
oltre 14.000 articoli di New York Times, BBC, CNN e Al Jazeera ha individuato
bias sistematici nella rappresentazione delle vittime israeliane e palestinesi:
maggiore individualizzazione delle vittime israeliane, maggiore dubbio sulle
fonti palestinesi, tendenza al falso equilibrio. Inoltre, quando Israele è
vittima, i titoli tendono più facilmente a usare soggetti chiari e verbi attivi:
Hamas uccide, rapisce, attacca. Quando Israele è autore, la frase spesso si
raffredda: i palestinesi muoiono, i bambini restano uccisi, un ospedale viene
colpito. Il responsabile scompare. Non sempre, ma abbastanza spesso da diventare
un pattern. La forma passiva è un piccolo drone sintattico: sorvola la scena e
cancella il pilota. Per la Flotilla invece si parla di “navi intercettate”, non
di pirateria in acque internazionali. Non si dice rapito ma fermato, non
deportato ma trasferito, non torturato ma colpito. E poi c’è il termine
“recidivi”, usato contro chi compie azioni legali. È il rovesciamento del
linguaggio. Un rovesciamento narrativo che, al netto dei bias, influenza l’IA
nel ricostruire il contesto dai motori di ricerca.
In questo contesto anche gli episodi minori diventano rivelatori. Ad aprile, un
soldato israeliano è stato ripreso mentre distruggeva una statua di Gesù nel sud
del Libano, rimpiazzata poi dai militari italiani dell’UNIFIL (United Nations
Interim Force in Lebanon). Ma, per giorni, media e social israeliani, scrissero
che era stata rimpiazzata dall’IDF (Israel Defense Forces). L’IA considerò
attendibile questa notizia falsa. È il meccanismo in miniatura: non serve
inventare tutto. Basta anticipare il racconto e riempire lo spazio, rendere la
correzione meno virale dell’errore. Anche le pagine ufficiali di Tel Aviv
operano dentro questa logica. Non solo attraverso narrazioni fuorvianti, ma
anche mediante contenuti che sembrano spingersi oltre le stesse regole delle
piattaforme, se non del diritto. È il caso dei post del ministero degli Esteri
israeliano contro Albanese, accusata di essere di Hamas con tanto di foto e
bandana verde; o i contenuti contro l’ONU e Guterres, anch’esso dipinto dall’IA
come amico di Hezbollah e dell’Iran. Non è chiaro come certi post possano
persistere su Meta, soprattutto quando chi scrive ha visto i propri contenuti
informativi rimossi dai social per “violenza e terrorismo”. Anche qui
l’asimmetria è evidente: esistono comunità organizzate di segnalatori, ma oggi
si aggiungono IA e chatbot, capaci di sommergere un contenuto con segnalazioni
artificiali fino a renderlo invisibile o rimuoverlo.
> La stessa architettura che consente a un regime autoritario di manipolare una
> popolazione consente anche a una democrazia di costruire consenso senza
> chiamarlo propaganda, di censurare senza chiamarla censura, di reprimere senza
> chiamarla repressione.
Ciò è possibile solo grazie al coinvolgimento delle Big Tech. Microsoft ha
ammesso nel 2025 di aver cessato i servizi a una unità della Difesa israeliana
dopo che il Guardian ricostruì l’uso militare di cloud e AI Microsoft. Google e
Amazon, con Project Nimbus, sono state al centro di proteste e licenziamenti
dopo un contratto da 1,2 miliardi di dollari con Tel Aviv. L’asimmetria di
Google verso Israele è documentata da una lettera dei dipendenti che lamentano
“devo condannare Hamas 10 volte, prima di fare una piccola critica su Israele”.
Amazon invece, per prevenire le proteste, ha dispiegato una presenza massiccia
di guardie private e polizia statale. Le Big Tech non solo costruiscono
infrastrutture militari, ma assumono posture quasi parastatali per difenderle
dal dissenso interno. Il caso Paragon è stato uno spartiacque italiano. Meta ha
esposto una campagna di spyware contro circa 90 giornalisti e attivisti in più
Paesi; in Italia il primo ad emergere, è stato il caso del direttore di Fanpage,
Francesco Cancellato. Il governo non ha ancora fatto chiarezza sul caso e sugli
accordi con la società israeliana. Qui la questione smette di essere mediatica e
diventa democratica. Perché un conto è acquistare tecnologia da un alleato; un
altro è importare, con la tecnologia, un modello capace di compromettere la
propria sicurezza nazionale. Se strumenti concepiti per il controterrorismo
finiscono intorno a giornalisti, ONG, attivisti o oppositori, allora la
distinzione tra sicurezza e regime si assottiglia.
I social e la sorveglianza producono segnali; cloud e modelli commerciali li
ordinano; sistemi come Lavender o Gospel li trasformano in bersagli (spesso
approssimativi, aumentando il rischio di incidenti); infine start up israeliane
e droni trasformano il dato in azione armata. Il Guardian ha documentato persino
annunci su Meta per raccogliere fondi destinati a droni e attrezzature per l’IDF
mentre Spotify investe 600 milioni di dollari in droni militari. Secondo 404
Media, l’app ELITE di Palantir per ICE (Immigration and Customs Enforcement)
automatizza la deportazione: mappa bersagli e il loro indirizzo. Tecnologie
analoghe vengono usate dal governo Trump anche per revocare visti sulla base
dell’opinione sui social: il profilo di uno Stato di polizia digitale.
Palantir è infatti l’apice di questo discorso. Non si limita ad analizzare dati:
integra immagini satellitari, banche dati, segnali militari e modelli predittivi
in ambienti decisionali usati da eserciti, governi e apparati di sicurezza. Se
Cambridge Analytica profilava gli utenti per inondarli di estremismo, Palantir è
descritto da Bloomberg come una “spia celebrale” che analizza dati provenienti
da registri finanziari, telefonate, social e da qualsiasi altra traccia digitale
capace di assorbire. Nel 2024 ha ottenuto dal Pentagono un contratto da 480
milioni di dollari e ha realizzato una partnership con la Difesa israeliana.
Gaza è stato un laboratorio e quando gli è stato chiesto dell’uso dell’IA per
individuare obiettivi, Peter Thiel, cofondatore di Palantir (anch’esso negli
Epstein Files), ha risposto: “Il mio bias è di rimettermi a Israele. Non spetta
a noi mettere tutto in discussione… l’IDF decide ciò che vuole fare”. E quando
le stesse aziende che ospitano dati, vendono cloud, addestrano algoritmi,
gestiscono social, media e motori di ricerca, diventano anche infrastruttura di
guerra, la parola “neutralità” comincia a suonare come un vecchio slogan
pubblicitario.
La sorveglianza diventa anche censura automatizzata. Dopo il 7 ottobre 2023 Meta
è stata accusata da Human rights watch di censura sistemica delle sofferenze dei
palestinesi su Instagram e Facebook. 7amleh, centro palestinese per i diritti
digitali, ha documentato migliaia di violazioni digitali. Chi pubblica su Gaza
conosce ormai una parola che sembra uscita da un manuale di burocrazia
distopica: distribuzione ridotta, o shadow ban. Non cancellazione: il post resta
lì. Ma non viaggia più. Le visualizzazioni crollano. L’account diventa meno
raggiungibile. Gli amici non trovano più il profilo. Meta ha spesso parlato di
bug temporanei; ma le denunce, tra cui quella del premio Pulitzer Azmat Khan,
sono troppe per essere liquidate tutte come coincidenze. Il punto non è
dimostrare che ogni caso sia censura deliberata, ma che oggi la libertà di
espressione dipende da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili
senza preavviso. È la punizione perfetta per l’epoca: essere ancora formalmente
liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata.
> Non ogni caso è censura deliberata, ma oggi la libertà di espressione dipende
> da sistemi privati, opachi, automatizzati, modificabili senza preavviso. Siamo
> ancora formalmente liberi di parlare, ma dentro una stanza insonorizzata.
La radicalizzazione, del resto, non nasce solo dall’odio. Nasce dalla
ripetizione. Dalla sensazione che tutto confermi la stessa storia. Gli studi
sull’estremismo online mostrano da anni che Internet non è passivo: può
accelerare reclutamento, isolamento, passaggio verso comunità più estreme. Il
Combating terrorism center ha descritto dopo il 7 ottobre una nuova ondata di
radicalizzazione adolescenziale alimentata da narrative jihadiste e vittimiste
su TikTok. Lo stesso in Israele: da quel giorno su Telegram, TikTok e Instagram
sono aumentati i contenuti disumanizzanti verso i palestinesi, come il canale
Telegram “72 Virgins – Uncensored”, gestito dall’IDF. La radicalizzazione spesso
funziona all’opposto della censura: non sottrae informazioni, le moltiplica fino
a renderle ingestibili. Ci sommerge producendo sovraccarico cognitivo. Dei cento
post visti oggi ne ricordiamo forse cinque; ma gli altri, anche dimenticati,
hanno già lavorato sulla nostra percezione. Quando il sovraccarico di estremismo
è ipernormalizzato, in pochi mesi l’odio digitale diventa postura politica, poi
appartenenza, poi violenza. Lo abbiamo visto con il terrorismo islamico,
l’estrema destra, le reti suprematiste, i foreign fighters, l’Ucraina
trasformata in palestra simbolica e militare. La guerra non radicalizza solo chi
combatte. Radicalizza anche chi guarda, commenta e condivide. Le piattaforme
l’hanno resa un’esperienza quotidiana, scorrevole, verticale, monetizzabile.
X è l’emblema occidentale di questa mutazione. Twitter non era un paradiso
informativo, ma era una piazza presidiata e attendibile. Con Musk, il cambio di
nome, estetica e architettura ha coinciso con tagli alla sicurezza, ritorno di
account sospesi, spunta blu a pagamento e minore accesso dei ricercatori ai
dati. In pochi anni, il luogo dove “nascevano le notizie” è diventato pieno di
propaganda, estremismo, monetizzazione dell’indignazione e IA generativa, con
Grok che si definisce “MechaHitler”. Oggi lo vediamo anche in Iran. Trolling,
meme, deepfake stanno rendendo più densa la nebbia informativa della guerra. Il
CSIS ha analizzato campagne iraniane (che arrivano ad animare i Lego) pensate
per sfruttare la stanchezza degli USA verso le “forever wars” e amplificare le
divisioni interne. L’IA non inventa la propaganda, ma la rende più rapida,
economica e adattiva. Le fake news erano una pietra lanciata in piazza. La
propaganda generativa è una frana artificiale targetizzata.
Il punto allora non è stabilire chi sia più propagandista ma riconoscere e
regolamentare il fatto che ogni attore politico con risorse sufficienti può oggi
manipolare la realtà con un esercito di identità sintetiche per scopi bellici.
La differenza tra autoritarismo e democrazia non è più solo tra chi manipola e
censura e chi no. È tra chi accetta controlli e chi li rifiuta; tra chi rende
verificabili le proprie infrastrutture informative e chi le lascia nell’opacità;
tra chi considera la libertà di espressione un diritto e chi la riduce a
variabile di rischio aziendale. Per questo la vicenda del chatbot che diventa
più prudente su Israele non è solo una curiosità. Se ciò avviene, non serve
immaginare un ordine scritto in una stanza segreta. Basta osservare il sistema
di incentivi: legale, reputazionale, commerciale, geopolitico. La censura più
efficace è quella che può sempre presentarsi come prudenza.
“Perché dormiamo con la finestra aperta” è il titolo di un paper di maggio 2026
di Lawrie Philips che analizza il ruolo del mobile journalism nel contrastare la
propaganda israeliana su Gaza. La risposta è “perché i vetri ci si romperebbero
addosso”. Dormire con la finestra aperta però significa anche questo: credere
che l’aria che entra sia neutra perché non vediamo chi la muove. Abbiamo passato
anni a difenderci dalla propaganda degli altri e intanto abbiamo privatizzato le
condizioni stesse della realtà. Abbiamo consegnato la piazza pubblica ad aziende
che vendono pubblicità e piattaforme opache, la memoria collettiva a motori di
ricerca, la verifica dei fatti a modelli linguistici addestrati su un mondo già
contaminato, con i nostri dati utilizzati per scopi militari o di lucro. Quando
un regime autoritario censura, almeno sappiamo come chiamarlo. Quando democrazie
e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla guerra, ma anche alla
vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile il confine tra Stato,
mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa. Non sappiamo più se dire
propaganda, sicurezza, moderazione o crimine.
> Quando democrazie e Big Tech gestiscono infrastrutture indispensabili alla
> guerra, ma anche alla vita civile, fino a rendere sempre più indistinguibile
> il confine tra Stato, mercato e apparato militare, il linguaggio si inceppa.
> Non sappiamo più se dire propaganda, sicurezza, moderazione o crimine.
Abbiamo sovvertito regimi per le loro violazioni dei diritti umani. Ne stiamo
commettendo di peggiori mentre ignoriamo l’Aja. Li abbiamo sanzionati per
l’invasione di Paesi vicini. Siamo alleati di chi bombarda i propri vicini. Li
abbiamo biasimati per la sorveglianza e propaganda in rete, per i decreti
sicurezza a Hong Kong che impedivano le proteste. Siamo arrivati ad arrestare
con l’accusa di terrorismo persone che hanno pubblicato un post sul rispetto dei
diritti umani. La risposta forse è nella finestra. Qualunque sia il motivo per
cui l’abbiamo lasciata aperta, che sia per paura dei vetri rotti o perché ci
piaceva l’aria nuova di connessione e tecnologia, ora ci accorgiamo che insieme
all’aria sono entrati anche i virus. Non basta chiuderla, forse non è più
neanche possibile, e non possiamo certo fermare un virus a mani nude né
dibattere all’infinito sulla cura. Lo abbiamo già visto con la pandemia: non
saremmo mai tutti d’accordo. Il problema è che mentre continuiamo a dormire
qualcuno, fuori da quella finestra, ha già imparato a parlare con il nostro
volto e con la nostra voce. Ha imparato a pensare al posto nostro.
L'articolo La radicalizzazione dell’Occidente proviene da Il Tascabile.
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L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per
diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film
catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte
a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti
accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su
Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo
del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco:
quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in
totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio?
La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di
gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì.
Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari
non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona
esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la
catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del
mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un
asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità
di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento
è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere
una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre?
L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel
1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic
Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare
contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo
dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano
informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il
modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono
un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria
dei giochi.
Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi
Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2.
Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce
“una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader
di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di
“finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di
opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono
guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di
dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione
tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una
questione di posizionamento di mercato, non di sostanza.
> I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono
> attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché
> misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset.
L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la
saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate
degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare.
Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità
collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le
elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al
65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e
i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della
nuova era.
L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che
controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in
Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la
partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni.
In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica,
uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più
solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come
fatti.
C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in
italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification,
termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche
ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà
della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la
produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification
rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più
simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della
contemporaneità
La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel
2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva
espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la
ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la
trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La
posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture
del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il
carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere,
ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e
l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce
dopamina e il casinò produce profitto.
> La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando
> l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità.
Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll
ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del
gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono
progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in
cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare.
Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la
progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per
premiare.
I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una
differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di
poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più
difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai
analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket
non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da
epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa
fatica a riconoscerlo.
È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era
digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza.
Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una
scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì”
a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto
implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho
ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato.
Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non
sufficiente a celare tre problemi complessi.
Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non
sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma
sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi
scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le
quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un
gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi
comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una
struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle
informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto
all’utente medio.
> I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo,
> stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si
> traveste da epistemologia.
Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è
emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi;
ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine
di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo
contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre
le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di
mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della
tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che
piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a
200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco
l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano
picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse
la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno
ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle
informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è
costruita esattamente per non permettere di saperlo.
L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una
caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative
non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla
finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo
sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora
operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei
derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato
competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un
advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket,
la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla
giurisdizione americana.
Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a
osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate
in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano
un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta
leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota
trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le
scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È
una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
qualcuno ci guadagna.
> I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È
> una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
> qualcuno ci guadagna.
Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le
piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente
dall’esito.
Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per
conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori
disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le
commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6
aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di
commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni
variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità
dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media
intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa
260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione
sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un
casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama
modello di business.
I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai
sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un
recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che
tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il
restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della
folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa
epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile
perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende
verificarne i limiti.
Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni
del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non
apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire
l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava
sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di
mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe
raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se
viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione
del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine
del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del
rischio non finisce sempre bene.
I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea
hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire
ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del
Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico
in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una
scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata
nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di
potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni.
> Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza
> informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura
> ideologica.
Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i
prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare.
Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di
Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France
posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare
la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione
del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di
119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma
l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non
ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per
distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la
contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà,
ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo
diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui
si scommette. L’epistemologia si mangia la coda.
Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente.
C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il
modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di
un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano
un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la
realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e
diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale,
possibilmente prima e meglio degli altri.
In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e
l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con
l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del
termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un
evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o
improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da
investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi
ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore.
Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come
indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia
struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i
comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un
mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti
per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione
collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo
contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà
di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della
scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente,
anche la narrazione.
> La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire
> interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere
> posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri.
Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di
gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio
alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il
profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la
propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in
cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli
stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e
lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche
arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie
capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione,
come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un
futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi
partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design,
per citare nuovamente Dow Schüll.
Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i
prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica
ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo
che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo,
come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente
disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano
come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il
disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento
del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in
un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una
sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale.
I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box,
nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata
all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa
accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo
digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello
che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che
estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle
previsioni come prodotti.
Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme
digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono
esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono
prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la
rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato.
In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente
al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la
monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni
comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza
tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul
risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi,
qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a
orientare la tua percezione del futuro.
> La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui
> sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità,
> ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno.
Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al
mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima
individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non
è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche
abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a
una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di
borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per
questo è così difficile da vedere.
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N el 2019, in un’intervista destinata a essere ricordata, l’ideologo del
movimento MAGA (Make America Great Again) e punto di riferimento delle destre
europee Steve Bannon ha sintetizzato l’attuale strategia di attacco al sistema
mediatico e di informazione da parte dei neofascismi: “Il partito di opposizione
sono i media. E i media, poiché sono stupidi e pigri, possono concentrarsi
soltanto su una cosa alla volta. Tutto quello che dobbiamo fare è allargare il
campo [flood the zone]. Ogni giorno li colpiamo con tre cose. Loro si
concentreranno su una, e noi facciamo tutte le nostre cose, bang, bang, bang.
Non si riprenderanno più. Ma dobbiamo iniziare con una velocità alla volata
[muzzle velocity]” [traduzione dell’autore]. Quest’ultima espressione usata da
Bannon indica letteralmente la velocità iniziale con la quale un proiettile esce
da un’arma da fuoco, prima che l’attrito, la gravità o altri ostacoli la
rallentino. Uno dei leader ideologici della destra ha dichiarato guerra
all’informazione ancor prima che i fascisti iniziassero ad alimentare guerre in
giro per il mondo. Oggi, mentre i giornalisti statunitensi vengono arrestati per
i loro reportage sulle azioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement),
mentre più di 250 giornalisti sono morti a Gaza, mentre l’apparato
militare-industriale occidentale compra e smantella giornali e televisioni, la
guerra è in corso.
Che i fascismi siano nemici dichiarati dell’informazione libera non è una novità
del Ventunesimo secolo. Quello che è nuovo, piuttosto, sono gli strumenti con
cui questa guerra viene combattuta, ovvero la combinazione di strategie di
disinformazione e guerra cognitiva su ampia scala da una parte e il controllo di
ampi settori dell’informazione dall’altra. Dal sito del ministero della Difesa
italiano è scaricabile il dossier Cognitive Warfare. La competizione nella
dimensione cognitiva e per parlare dello scontro tra potere politico e libera
informazione credo sia essenziale partire da qui. Nel documento la guerra
cognitiva è definita come “la capacità di generare effetti sfruttando i limiti e
le vulnerabilità della mente umana per influenzare e, potenzialmente, manipolare
il comportamento umano […] interferendo e alterando le dinamiche cognitive ad
ogni livello”. Nel documento, questa capacità è correlata direttamente alle
guerre economiche, commerciali e territoriali in corso a livello globale, come
parte di una strategia complessiva di innalzamento della tensione tra Stati. Il
ministero, assumendo ovviamente una posizione atlantista, si dichiara pronto a
schierarsi e a dotarsi degli strumenti necessari per combattere questa guerra
contro i propri nemici: “La Federazione Russa prosegue la sua sfida
all’Occidente violando apertamente l’ordine liberale internazionale con
l’obiettivo di porsi come valida alternativa […]. La Cina invece, persegue la
sua linea di affermazione egemonica e di occupazione della rete mondiale di
infrastrutture critiche, anche in aperta sfida al diritto internazionale”.
> Che i fascismi siano nemici dichiarati dell’informazione libera non è una
> novità. Quello che è nuovo sono gli strumenti con cui questa guerra viene
> combattuta: la combinazione di strategie di disinformazione e guerra cognitiva
> su ampia scala e il controllo di ampi settori dell’informazione.
Da un punto di vista neurologico e psicologico la guerra cognitiva è spiegata
così:
> Benché spesso considerata quale elemento prevalentemente astratto, nella mente
> umana confluiscono elementi psicologici, legati ai processi mediante i quali
> ogni individuo acquisisce, elabora e dà significato a stimoli e informazioni
> provenienti dall’ambiente in funzione del proprio comportamento (percezione,
> immaginazione, simbolizzazione, formazione di concetti, soluzione di
> problemi), ed elementi neurologici, costituiti dall’insieme delle strutture
> specializzate del cervello responsabili di molteplici funzioni ‒ consce ed
> inconsce ‒ tra le quali l’elaborazione del pensiero, il linguaggio, la memoria
> e il controllo delle emozioni.
Le intelligence e gli eserciti riconoscono l’importanza del controllo della
percezione della realtà per il mantenimento – o l’acquisizione – del potere e
per il controllo dell’opinione pubblica. Questo avviene in un cosiddetto
“contesto Multidominio”, un sistema complesso formato dai vari domini del reale
che compongono una società e le sue infrastrutture, ovvero: i diversi campi in
cui è possibile esercitare potere e controllo (terra, mare, cielo, spazio e
cibernetica); le dimensioni degli effetti (fisica, virtuale, cognitiva); i
diversi sistemi (politico, militare, economico, sociale, informativo e
infrastrutturale) e ambienti (informativo ed elettromagnetico). Nel
Multidominio, un “sistema di sistemi”, ogni cambiamento su ciascuno di questi
piani può influenzare gli altri: il Cognitive Warfare è un’operazione
multidominio. Senza entrare eccessivamente nei dettagli con cui il documento
spiega la questione, è importante aggiungere che l’azione dei nuovi strumenti di
guerra cognitiva si divide in tre macroaree: l’influenza, ovvero il tentativo di
manipolare il pensiero attraverso schemi culturali e valoriali di riferimento;
l’interferenza, vale a dire l’insieme degli strumenti e delle tecnologie che
operano al livello fisiologico e biochimico alterando specifiche funzioni del
cervello; e l’alterazione, ossia gli strumenti che permettono l’interazione tra
il cervello e le macchine al fine di incrementare o indebolire le capacità della
mente umana.
Il documento del ministero riconosce, ovviamente, la centralità dei sistemi di
informazione in questa guerra. In particolare viene citato il ruolo di Internet
e delle sue tecnologie interattive con l’obiettivo di persuadere una persona a
fare o pensare qualcosa. A Internet si sommano i fattori psicologici e i fattori
sociali. Per “fattori psicologici” si intendono i bias cognitivi, il
riconoscimento nella proiezione digitale di sé, la fiducia che si ripone verso
determinati soggetti o la memoria emotiva (l’impatto che determinati traumi
hanno sul comportamento degli individui); i fattori sociali, invece, sono le
relazioni leader-follower, le dinamiche di gruppo e il “disimpegno morale
selettivo”, ovvero l’insieme di meccanismi psicologici che portano ad assolvere
comportamenti immorali in virtù delle proprie convinzioni.
> Tali strategie possono impiegare robuste campagne di disinformazione ed
> immensi flussi di fake news attraverso la manipolazione di contenuti reali o
> la creazione artificiale di contenuti quali i deepfakes e sfruttando anche la
> spettacolarizzazione di eventi traumatici per deviare un processo decisionale,
> indebolire la coesione interna, erodere la fiducia nelle istituzioni
> democratiche e generare dubbi e indecisione, al fine di perseguire un proprio
> disegno strategico che svuota di significato elementi identitari della
> popolazione […]. L’obiettivo di tali strategie è il caos, la confusione
> generata dall’estrema polarizzazione che rallenta fino a immobilizzare
> l’azione decisionale del soggetto target e consente il perseguimento dei
> propri obiettivi strategici. Le strategie di disinformazione […] vengono
> prevalentemente usate a livello operativo a supporto di altre azioni
> (economiche, diplomatiche, militari, ecc.) sia nella fase di preparazione, sia
> a supporto dell’azione principale.
È molto difficile leggere questo documento e non pensare a quello che sta
succedendo oggi nel rapporto tra i media e i governi occidentali. È indubitabile
che la guerra cognitiva riguardi tutte le potenze imperialiste, comprese le
nostre, e non possiamo neppure negare che ci siano anche tentativi interni agli
Stati di manipolare l’opinione pubblica. Prendiamo ad esempio questa
considerazione del documento: “Lo spazio cibernetico rappresenta un’opportunità,
ma ha introdotto anche nuove minacce: l’accresciuta disponibilità e diffusione
delle tecnologie di broadcasting implica la necessità sempre più stringente di
pianificare le azioni militari considerandone il potenziale impatto
sull’ambiente informativo, garantendo, al contempo, uno strumento per
influenzare, modificare e minare le convinzioni della popolazione”. Mentre Trump
seguiva l’operazione militare in Venezuela per la cattura di Maduro, uno schermo
della Situation Room in cui si trovava era dedicato a leggere i commenti su X e
Truth.
> Non solo i governi cercano la massima forma di controllo e influenza
> sull’opinione pubblica attraverso i social, ma allo stesso tempo la subiscono,
> soprattutto nel caso in cui coloro che governano provengano direttamente dagli
> ambienti digitali.
Il politologo Don Moynihan ha descritto in questo senso, nella sua newsletter su
Substack “Can we still govern?”, il governo di Trump come una “forma di governo
che combina una visione del mondo da social media a tendenze autoritarie. In una
‘cliccatura’ chi governa non usa le piattaforme online soltanto come una
modalità di comunicazione; le loro idee, i loro giudizi e il processo
decisionale sono influenzati e direttamente rispondenti al mondo online a un
livello altissimo. La cliccatura considera tutto come content, incluse le più
basilari decisioni politiche e le loro pratiche di attuazione”. È interessante
notare come Moynihan parli di un duplice movimento: non solo i governi cercano
la massima forma di controllo e influenza sull’opinione pubblica attraverso i
social, ma allo stesso tempo la subiscono, soprattutto nel caso in cui coloro
che governano provengano direttamente dagli ambienti digitali.
Può anche succedere, chiaramente, che si creino bolle molto ampie di persone che
dissentono dalla narrazione ufficiale: è il caso ad esempio degli omicidi di
Good e Pretti negli Stati Uniti e dei fatti del 31 gennaio contestuali alle
manifestazioni per l’Askatasuna in Italia. In entrambi i casi molte persone e
varie testate giornalistiche hanno cercato di contestare la linea ufficiale del
governo producendo uno “scontro di verità”. Negli Stati Uniti Greg Bovino, l’ex
Border Chief dell’ICE, ha parlato in vari casi di “false media narrative” in
riferimento al racconto delle operazioni della polizia anti-immigrazione; Trump
non si fa problemi a chiamare le giornaliste “piggy”, a dire che il loro
giornale diffonde soltanto fake news o a definirle “la peggior giornalista che
abbia mai incontrato”, come nel caso di Kaitlan Collins, reporter di CNN. In
Italia, la giornalista di Radio Popolare e del Manifesto Rita Rapisarda, che ha
ricostruito la dinamica del pestaggio al poliziotto durante la manifestazione
per Askatasuna, è stata riempita di insulti e gravi attacchi personali, sia da
politici sia da colleghi.
Contro ogni tentativo di restituire una narrazione critica e oggettiva dei fatti
bisogna quindi “allagare la zona”, sostengono i fascisti. A questo proposito è
interessante leggere quello che scrive il giornalista Leonardo Bianchi sulla sua
newsletter Complotti!, in particolare a proposito dell’AI slop, ovvero la
“sbobba IA” che inonda Internet con contenuti schizofrenici e altamente
provocatori, generati tendenzialmente con l’intelligenza artificiale.
L’obiettivo, scrive Bianchi, è “abbattere il confine tra la verità e la finzione
per generare quanto più engagement possibile. […] Trump, il Partito Repubblicano
e gli influencer MAGA hanno scientificamente sommerso i social di immagini di
Kamala Harris con una divisa militare simil-comunista o in posa da sex worker;
di meme di Trump che salva gattini dai temibili migranti haitiani di
Springfield; di foto raffiguranti Trump insieme a giovani afroamericani per dare
l’impressione che fosse molto popolare in quella fascia demografica; e così
via”. Aggiunge ancora, riportando le parole di un altro giornalista, Charlie
Warzel: “dobbiamo farci strada in questo spesso strato di spazzatura, separando
ciò che è palesemente falso da ciò che è reale e da ciò che è verosimile”. In
Italia un atteggiamento mediatico di questo tipo è adottato dalla Lega e da
Futuro Nazionale – si pensi ai meme in stile Stranger Things per lanciare la
campagna mediatica sulla legge “anti-maranza”, la versione italiana della
remigrazione, o alle immagini confusionarie, al limite dell’assurdo, che Futuro
Nazionale pubblica quotidianamente per fare propaganda identitaria.
> Per parlare di guerra all’informazione non credo si possa scindere la parte
> ideologica da quella economica: i giornali vendono un quinto delle copie che
> vendevano vent’anni fa e i principali imprenditori dell’apparato
> militare-industriale stanno comprando pezzi interi di informazione.
Tutto questo rende estremamente complesso per l’utente medio orientarsi online,
cercare di capire cosa sta succedendo nel mondo e farsi un’idea critica. Ho
fatto lezione su questi temi in alcune classi di scuole superiori: i ragazzi
sostenevano di provare a informarsi online e allo stesso tempo si rendevano
conto di quanto fosse difficile capire cosa stesse succedendo attorno a loro. Di
più: i ragazzi con cui ho parlato sostenevano di non fidarsi dei media. Questa
sfiducia, diffusa in tutte le fasce d’età, nasce, credo, da anni di propaganda
politica contro i giornali tout court (si pensi per esempio alla durissima
campagna condotta dal Movimento Cinque Stelle quando era al picco del consenso),
a cui si sommano, a mio parere, i fenomeni di cui ho parlato finora, la crisi
economica del giornalismo tradizionale e un’oggettiva responsabilità dei media
nella copertura parziale e faziosa dei grandi conflitti di questi ultimi anni,
Gaza su tutti.
Per parlare di guerra all’informazione non credo si possa scindere la parte
ideologica da quella economica. Ci sono due dati incontrovertibili che credo
appartengano a questo discorso: i giornali vendono un quinto delle copie che
vendevano vent’anni fa, certamente sostituiti da altri media ma in piena crisi
di senso e di validazione sociale e i principali imprenditori dell’apparato
militare-industriale stanno comprando pezzi interi di informazione. A febbraio
del 2025 Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi al mondo, fondatore di Amazon e
proprietario dal 2014 del Washington Post, annunciava alla redazione del
giornale il licenziamento dell’allora opinion editor, David Shipley, con questa
lettera:
> Vi scrivo per informarvi di un cambiamento che riguarda le nostre pagine di
> opinione.
> Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due pilastri: le libertà
> personali e il libero mercato. Ci occuperemo anche di altri argomenti,
> ovviamente, ma i punti di vista che si oppongono a questi due pilastri saranno
> lasciati alle pubblicazioni di altri.
> C’è stata un’epoca in cui il fatto che un giornale, soprattutto uno che
> rappresenta un monopolio locale, fornisse una sezione delle opinioni ampia,
> che coprisse tutti i punti di vista, era considerato un servizio da offrire ai
> lettori. Oggi Internet assolve a quella funzione.
> […] Ho offerto a David Shipley, verso cui ho grande ammirazione, l’opportunità
> di guidare questo nuovo capitolo. Gli ho suggerito che se la risposta non
> fosse stata un “sì” entusiasta, allora doveva essere “no”. Dopo un’attenta
> riflessione, David ha deciso di fare un passo indietro.
> […] Sono convinto che il libero mercato e le libertà personali siano la cosa
> giusta per l’America. Credo anche che questi punti di vista non sono
> abbastanza presenti nell’attuale mercato delle idee e nel commento delle
> notizie. Sono entusiasta di colmare questa lacuna insieme
[traduzione dell’autore]. Il Washington Post, durante il primo mandato di Trump,
aveva rappresentato una delle voci più forti di opposizione al governo – è
rimasto celebre lo slogan “Democracy dies in darkness” – e il proprietario era
lo stesso Bezos. Quando il miliardario ne cambia la linea editoriale, Trump si
era appena insediato come presidente per il suo secondo mandato e i
“broligarchi” avevano dichiarato massima fedeltà al suo progetto politico.
Bezos aveva comprato il Washington Post nel 2014 e all’epoca, durante una
conferenza stampa organizzata dal Business Insider, aveva detto: “Non so nulla
di editoria, ma conosco un paio di cose su internet. Questa, insieme alla mia
disponibilità finanziaria, è la ragione per cui ho comprato il Washington Post”.
In un periodo in cui il crollo della sostenibilità economica dei quotidiani
iniziava a essere palese, ma non mostrava ancora i risultati catastrofici che
vediamo oggi, Bezos normalizzava il fatto che a possedere i quotidiani e le
riviste fossero i ricchi industriali senza alcuna competenza specifica nel
settore editoriale. I giornali diventavano asset da piegare al servizio di
interessi economici, politici e reputazionali delle loro proprietà, che spesso
hanno interessi che investono sezioni di mercato molto più ampie. In Italia
l’esempio più lampante è rappresentato dalla storia del Gruppo GEDI, ricostruita
nei dettagli da Alessandro Gilioli in un articolo del 16 dicembre 2025 su
MicroMega. Scrive Gilioli:
> Perché John Elkann ha comprato e poi distrutto e venduto Gedi?Questa è facile:
> perché le sue testate maggiori, su carta e web, gli servivano a coprire
> mediaticamente e politicamente la fuga dall’Italia del suo impero, gli scazzi
> in tribunale con la madre, gli scheletri nell’armadio come i fondi neri del
> nonno scoperti all’estero e le disavventure giudiziarie che lo hanno costretto
> ai servizi sociali; oltre a essere, questa proprietà, molto utile in termini
> di favori e sfavori, in un paese noto per il suo capitalismo di relazione e la
> sua politica di relazione. Ora tutto questo non gli serve più e a fine pena
> probabilmente si trasferirà direttamente a New York, del resto è cittadino
> americano.
Queste operazioni di mercato sviliscono la funzione che il giornalismo in quanto
presidio democratico di informazione svolge nelle nostre società. È innegabile
che la stampa fatichi a coprire con precisione i grandi fatti di cronaca e che
la mistificazione o la narrazione parziale dei fatti sia stata sotto gli occhi
di tutti; allo stesso tempo, in molti casi questo fenomeno è l’effetto di
proprietà e direzioni direttamente colluse con determinati interessi politici ed
economici. Contemporaneamente, il giornalismo locale sta crollando sotto il peso
della crisi.
> Il Rule of Law Report del 2022 della Commissione Europea ha evidenziato come
> la precarizzazione del lavoro giornalistico in Italia sia un problema
> piuttosto evidente, che ha conseguenze dirette sulla piena realizzazione dello
> Stato di diritto.
Il Rule of Law Report del 2022 della Commissione Europea ha evidenziato come la
precarizzazione del lavoro giornalistico in Italia sia un problema piuttosto
evidente, che ha conseguenze dirette sulla piena realizzazione dello Stato di
diritto. Anche il report del 2024 della stessa Commissione evidenzia che “i
portatori di interessi hanno espresso preoccupazioni a proposito del
deterioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti e della crisi
economica generale che sta investendo il settore dei media in Italia”. Alcuni
dati importanti in proposito sono forniti dalla seconda edizione del report
dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) intitolato
Osservatorio sul giornalismo, pubblicato nel 2017 e consultabile online. I dati
riportati dall’AGCOM, sebbene siano ormai “invecchiati”, ci permettono di avere
uno sguardo complessivo sulle principali questioni di natura economica che hanno
a che fare con la precarizzazione del lavoro giornalistico oggi come dieci anni
fa. Dal report sono ricavabili soprattutto dati di ordine generale, come il
progressivo invecchiamento della forza lavoro (che significa che sempre meno
persone giovani riescono a stabilizzarsi e, prima ancora, scelgono di
intraprendere la carriera giornalistica) e l’aumento progressivo del numero di
freelance. Già dieci anni fa la quota di giornalisti autonomi (37%) superava
quella dei dipendenti puri (27%). Lo stesso report evidenziava che l’80% dei
giornalisti dipendenti aveva redditi superiori ai 20.000 euro annui, contro il
23% dei lavoratori autonomi e il 17% dei parasubordinati. Il sondaggio di Acta e
Slow News del 2020 Fare i freelance nei media in Italia evidenzia i seguenti
dati:
> Oltre il 40% del campione ha una partita IVA e oltre il 35% viene pagato
> attraverso collaborazioni occasionali e diritto d’autore. Il 29% dichiara di
> lavorare per una sola testata o committente e il 28% con due. Il 52,7% svolge
> esclusivamente la professione di giornalista; mentre il 41,2 svolge anche
> altre attività per necessità economica, diversificazione del rischio e ricerca
> di varietà. Il 66% viene pagato solo se il servizio/pezzo o prodotto
> editoriale (es. vignetta o foto) è effettivamente pubblicato. Il 42% riceve
> meno di 5mila euro lordi annui; mentre il 68,1% porta a casa meno di 10mila
> euro lordi all’anno.
In generale, nei primi anni del Ventunesimo secolo il settore giornalistico ha
affrontato una crisi strutturale con annesso un aumento del precariato. Tra il
2000 e il 2016 è aumentata la percentuale di giornalisti con redditi inferiori a
35.000 euro e, nel 2015, oltre il 40% dei giornalisti guadagnava meno di 5.000
euro e oltre il 55% percepiva meno di 20.000 euro all’anno. Le nuove generazioni
di giornalisti, in particolare quelli sotto i 30 anni, affrontano maggiori
difficoltà di ingresso nel mercato. Report come quello di AGCOM e Acta mostrano
che il mondo del giornalismo ha una struttura duale: un’élite stabile e
contrattualizzata da un lato, e una vasta periferia di collaboratori e freelance
sottopagati dall’altro – un quadro coerente con la crisi di sostenibilità
economica del settore editoriale e con la crescente digitalizzazione dei
processi produttivi.
L’attuale classe dirigente dell’editoria italiana e dei media, una classe spesso
sciatta e ignorante, ha contribuito all’impoverimento di chi lavora sui
giornali, impedendogli di fare il proprio lavoro. Come scrive ancora Gilioli:
> Di tutte le cause profonde che hanno portato alla catastrofe ce n’è una sopra
> le altre? Sì: oltre al declino globale dell’editoria, è stata letale la fine
> dello spirito collettivo, della sensazione comune di svolgere una funzione
> culturale e civile per il paese, di essere noi tutti – insieme – un presidio
> di democrazia al servizio della società, della laicità, dell’apertura mentale
> e del progresso sociale. Quando questo sentimento è svanito – e siamo
> diventati solo impauriti prestatori di manodopera intellettuale – è finita la
> peculiarità del Gruppo Editoriale l’Espresso-Gedi. E le nostre testate hanno
> iniziato a crollare a una velocità maggiore – a volte quasi doppia – di tutte
> le altre.
La guerra cognitiva è in corso, ma per vincerla è necessario prima di tutto fare
la lotta di classe.
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