C orreva l’anno 2015 quando su Internet cominciò a circolare una foto che mandò
in crisi milioni di persone in tutto il mondo. Ritraeva un abito da cerimonia:
c’era chi guardandolo lo vedeva colorato di bianco e oro, chi invece giurava che
fosse nero e blu (che erano poi i suoi colori originali). Diventata virale su
Facebook e sulla piattaforma che allora si chiamava ancora Twitter, la foto
generò decine di milioni di post e altrettante accese discussioni tra il team
#blueandblack e il team #whiteandgold, e persino serissime testate
giornalistiche lo definirono “il dramma che sta dividendo il pianeta”. Indicato
fin da allora come esempio perfetto di come un’apparente sciocchezza possa
raggiungere fama mondiale grazie alla giusta combinazione di fattori, il
dressgate servì anche per dimostrare una scomoda verità sulla nostra specie:
abbiamo un problema con i colori. Ne vediamo pochi, tanto per cominciare, e
anche su quelli non riusciamo a metterci d’accordo; basta la luce sbagliata per
confonderci, e due cervelli diversi possono interpretare in modo altrettanto
differente lo stesso stimolo; ci sono intere fette dello spettro luminoso che
altri animali usano per orientarsi e dare un senso al mondo e che a noi umani
sono precluse. È una condizione che ci portiamo dietro da milioni di anni, ed è
tutta colpa dei dinosauri.
Tutta colpa dei dinosauri
Cominciata 66 milioni di anni fa grazie a un asteroide, l’era cenozoica (dal
greco καινός, “nuova”, e ζωή, “vita”) è nota informalmente come età dei
Mammiferi, nella quale la classe a cui apparteniamo anche noi ha conosciuto
un’esplosione di diversità che l’ha portata a colonizzare ogni angolo e ogni
nicchia ecologica del pianeta. Si tratta però di una parentesi nella lunga
storia dei mammiferi, e neanche della più lunga. I Cynodontia, il clade che
comprende il gruppo da cui si è evoluta la nostra classe, compaiono 260 milioni
di anni fa; i primi mammiferi veri e propri risalgono invece a circa 225 milioni
di anni fa, durante il Triassico.
> La teoria del “collo di bottiglia” notturno proposta da Gordon Lynn Wells nel
> 1942, sostiene che i mammiferi siano nati come animali notturni e rimasti tali
> per gran parte della loro evoluzione, e le conseguenze si vedono ancora oggi.
In quel periodo, però, un altro gruppo stava approfittando di un evento
catastrofico avvenuto 30 milioni di anni prima, l’estinzione di massa avvenuta
tra Permiano e Triassico, la più grave mai verificatasi sulla Terra, che portò
alla scomparsa dell’80% delle specie marine e del 70% di quelle terrestri. Erano
gli arcosauri, che oggi sono rappresentati da coccodrilli e uccelli e che
comprendevano anche (e così ci arriviamo) i dinosauri non aviani e gli
pterosauri. Durante quello che è noto come Triassic Takeover, durato circa 30
milioni di anni, gli arcosauri crebbero di dimensioni e divennero i predatori
dominanti sulla Terra. I primi mammiferi si videro così costretti ad adattarsi a
un mondo popolato da grossi rettili carnivori, e intrapresero una strada
evolutiva che ha conseguenze ancora oggi.
La teoria, proposta per la prima volta da Gordon Lynn Wells nel 1942, è quella
del nocturnal bottleneck, il “collo di bottiglia” notturno. Nel suo libro The
Vertebrate Eye And Its Adaptive Radiation, Walls sosteneva che i mammiferi
fossero nati come animali notturni e rimasti tali per gran parte della loro
evoluzione – almeno fino a quanto l’estinzione K-T (Cretaceo-Terziario) non
offrì loro una serie di nicchie ecologiche lasciate libere da dinosauri e
pterosauri. I primi mammiferi erano quindi piccoli insettivori o frugivori che
abitavano un mondo pericoloso, e restringere la propria attività alle ore
notturne era il modo più sicuro per sopravvivere. Vivere al buio, però, richiede
una serie di adattamenti e anche di sacrifici: il nocturnal bottleneck definì
molte delle caratteristiche dei mammiferi, dall’omeotermia (utile se non ci si
può affidare al sole per riscaldarsi) al miglioramento di udito e olfatto, dalla
pelliccia (che aiuta nella termoregolazione) a un metabolismo più rapido. Più di
ogni altra cosa, però, la vita notturna ebbe un effetto trasformativo sulla
vista e sul rapporto dei mammiferi con i colori.
Di coni e bastoncelli
La storia evolutiva degli occhi è vecchia quanto quella della vita sulla Terra,
e altrettanto complicata. Ci sono però alcune caratteristiche della vista e
della percezione del colore che sono comuni a tutti gli animali. La prima è
costituita dalle opsine, una famiglia di proteine che comprende cinque diversi
gruppi fotosensibili, in grado di convertire i fotoni in segnali elettrici che
vengono poi interpretati dal cervello (o, nel caso di organismi più primitivi,
da organelli dedicati). Tutti gli animali sensibili alla luce usano le opsine
per “leggere” lo spettro luminoso.
Tutti i vertebrati, poi, usano le stesse due cellule presenti nella retina per
percepire la luce. I coni, probabilmente la struttura più antica delle due,
usano le opsine per la cosiddetta visione fotopica, cioè quella che funziona in
condizioni di luce “normale”; permettono quindi di vedere i colori, e ancora
oggi la maggior parte dei vertebrati ha quattro tipi di coni differenti. Pesci,
rettili e uccelli sono quindi generalmente tri- o tetracromati: possiedono tre o
quattro canali separati per analizzare la luce, incluso uno dedicato
all’ultravioletto. È una condizione molto antica, probabilmente presente già nei
primi vertebrati terrestri. I bastoncelli, invece, sono un’invenzione più
moderna, e permettono la visione scotopica, cioè quella in condizioni di bassa
illuminazione; tutti i vertebrati li hanno, ma i mammiferi ne hanno fatto il
fotorecettore principale, a scapito dei coni.
> La maggior parte dei mammiferi oggi è dicromatica. Cani, gatti e topi, per
> dire, faticano a separare colori che a noi appaiono nettamente diversi, come
> molte sfumature di rosso e verde. L’essere umano, però, ha un equipaggiamento
> cromatico migliore.
Milioni di anni di vita al buio resero obsolete molte opsine: a cosa serve saper
distinguere il rosso dal verde in piena notte? La capacità di penetrare
l’oscurità era più importante per i primi mammiferi, e con il tempo gli occhi
dei nostri antenati persero un gran numero di coni e due delle quattro succitate
opsine. La maggior parte dei mammiferi moderni è ancora oggi dicromatica: cani,
gatti, cavalli, conigli, mucche, topi; percepiscono tutti il mondo attraverso
due soli canali cromatici principali. Distinguono bene alcune tonalità,
soprattutto nella regione blu-gialla dello spettro, ma faticano a separare
colori che a noi appaiono nettamente diversi, come molte sfumature di rosso e
verde.
Il collo di bottiglia notturno, quindi, è la causa principale del dicromatismo
di gran parte dei mammiferi, e il motivo per cui moltissime specie ancora oggi
hanno mantenuto abitudini notturne; e anche quelli diurni, nella maggior parte
dei casi, hanno ancora due soli tipi di coni: gli elefanti, per esempio, non
vedono il verde e il rosso, che per loro sono entrambi grigi. La visione dei
colori della classe alla quale apparteniamo, insomma, è tra le più limitate nei
vertebrati, il che fa sorgere spontanea la domanda: perché noi umani ci vediamo
meglio?
La toppa evolutiva
I più antichi primati sono comparsi quando ancora i dinosauri dominavano la
Terra, circa 85 milioni di anni fa, ma come molti altri gruppi di mammiferi non
hanno conosciuto un’esplosione fino a dopo l’estinzione di massa causata
dall’asteroide Chicxulub. I primati moderni risalgono invece a 40 milioni di
anni fa: in Africa con il parvordine Catarrhini (al quale apparteniamo anche noi
umani), in Sud America con i Platyrrhini, le “scimmie del nuovo mondo”. Entrambi
questi gruppi si trovarono a colonizzare regioni ricchissime, di cibo ma anche
di sfide evolutive, la più importante delle quali fu la necessità di abituarsi a
un ambiente forestale. Qui, all’improvviso, saper distinguere tra il verde e il
rosso, quindi tra una banale foglia e un frutto maturo, divenne fondamentale per
procurarsi il cibo. Di più: molte di queste specie si nutrivano anche di foglie,
e saperne distinguere la tonalità di verde aiutava a selezionare quelle più
nutrienti. E ancora: molti segnali sociali nei primati dipendono dal colore
rosso (pensate per esempio a un umano che arrossisce) e saperlo individuare con
certezza aiuta a navigare la complessità dei rapporti in un gruppo sociale.
> La tricromia dei primati non ha molto a che fare con la quadricromia che
> permette a molti uccelli di vedere anche nell’ultravioletto. Assomiglia
> piuttosto a una soluzione evolutiva abborracciata, premiata perché per questi
> animali distinguere il rosso e il verde era diventato fondamentale.
Insomma: le prime scimmie si ritrovarono a ereditare una visione cromatica
insufficiente e inadatta alle loro necessità, e circa 35 milioni di anni fa, nei
loro occhi, cominciò a succedere qualcosa. Tramite due meccanismi evolutivi
diversi ma convergenti nei loro scopi, le scimmie del Vecchio e del Nuovo Mondo
andarono incontro a una duplicazione delle opsine responsabili
dell’individuazione del verde: il nuovo tipo si specializzò nel rosso, facendo
nascere un nuovo tipo di cono e trasformando le scimmie da dicromatiche a
tricromatiche. Nelle scimmie del Nuovo Mondo questo passaggio fu parziale: in
alcuni generi, come Saguinus (il tamarino) e Saimiri (la scimmia scoiattolo),
solo alcune femmine sono tricromatiche, mentre le altre, e tutti i maschi, sono
dicromatici. Nelle scimmie del Vecchio Mondo, invece, umani compresi, il
tricromatismo divenne una caratteristica fissa (al netto di mutazioni delle
quali parleremo tra poco). In entrambi i gruppi, comunque, la comparsa di un
terzo tipo di cono comportò cambiamenti radicali nella percezione del colore, e
di conseguenza nel comportamento, con un ritorno parziale o totale a uno stile
di vita diurno.
La tricromia dei primati, però, non ha molto a che fare con l’originaria
quadricromia degli altri vertebrati, quella che permette per esempio a molti
uccelli di vedere anche nell’ultravioletto. Assomiglia piuttosto a una soluzione
abborracciata, improvvisata evolutivamente con il materiale a disposizione. Lo
dimostra il fatto che abbiamo tre tipi di opsine negli occhi: quelle che si
occupano del colore blu stanno sul gene S, collocato sul cromosoma 7; quelle che
percepiscono il rosso e il verde, M e L, si trovano invece sul cromosoma X. I
geni M e L, peraltro, sono uguali al 96%, e durante la formazione dei gameti
possono essere facilmente scambiati, cancellati o ricombinati in modo anomalo.
Nelle scimmie del Nuovo Mondo, questo determina il fatto che i maschi sono
generalmente dicromatici e solo alcune femmine sono tricromatiche, mentre negli
umani il risultato di questi errori di trascrizione è la condizione chiamata
daltonismo, in particolare la cosiddetta discromatopsia (l’acromatopsia è invece
un deficit totale che porta a vedere il mondo in bianco, nero e grigio, ed è una
condizione rarissima). Circa l’8% dei maschi umani sono daltonici, percentuale
che scende molto nel caso delle femmine (che avendo due cromosomi X hanno una
“copia di sicurezza”) ma che ci ricorda come la nostra visione sia non solo
limitata ma anche in continua evoluzione: è possibile che in futuro vedremo i
colori in modo diverso?
I colori del futuro
Qui è dove abbandoniamo il campo dell’evoluzione per entrare in quello della
scienza (o della fantascienza): scoprire che gli altri animali vedono il mondo
meglio di noi ha fatto scattare una competizione con loro, e una corsa a
migliorare il nostro apparato visivo con tutti i mezzi possibili. Come si può
pensare di capire davvero le altre specie se non sappiamo neanche come vedono il
mondo? Prendete il piumaggio degli uccelli. C’è chi ha suggerito che quello che
a noi sembra coloratissimo sia in realtà solo una parte di quello che vedono i
volatili, e su cui si basano per decisioni fondamentali come la scelta del
partner: ai nostri occhi manca tutta la porzione UV dello spettro, e quello che
vediamo sulle loro ali è solo una pallida eco dei loro veri colori. E non è solo
una questione di confronto con gli altri vertebrati: anche le api, per esempio,
vedono nell’ultravioletto, e per loro i fiori hanno una ricchezza cromatica che
possiamo solo immaginare.
> Come avevano previsto gli X-Men, i mutanti sono già tra di noi, ci vedono
> meglio di noi e, soprattutto, sono tutte femmine.
Il gap tra noi e il resto del mondo animale sta venendo parzialmente colmato
negli ultimi anni grazie alla tecnologia: appena un anno fa, un gruppo di
ricercatori di Berkeley è riuscito a mostrare ad alcuni volontari un colore mai
visto prima, “olo”, ottenuto stimolando esclusivamente le opsine M. Lo sviluppo
di telecamere a UV ci sta aiutando a scoprire il mondo dei colori che non
vediamo: se volete un esempio imperdibile a livello divulgativo, la serie della
BBC Life in Color, narrata ovviamente da David Attenborough, è una raccolta di
immagini straordinarie che mostrano il modo in cui gli occhi di molti animali,
dai pavoni ai mandrilli ai granchi violinisti, vedono il mondo. Ma se chiedete a
me, non c’è nulla di più interessante del fatto che, come avevano previsto gli
X-Men, i mutanti sono già tra di noi, ci vedono meglio di noi e soprattutto sono
tutte femmine.
Se infatti la presenza di due opsine sul cromosoma X può generare confusione nei
maschi, può in teoria portare una femmina a ereditare due varianti dell’opsina
leggermente diverse: questa persona si ritroverebbe con quattro tipi di
fotorecettori invece dei soliti tre. Un’idea nata già negli anni Quaranta come
esercizio mentale, che è stata confermata nel 2010 dalla neuroscienziata
Gabriele Jordan: da allora, gli studi sulle donne tetracromatiche si sono
moltiplicati, soprattutto grazie al lavoro del Tetrachromacy Project
dell’università di Newcastle. L’idea dietro al progetto è affascinante: in un
mondo in cui tutto ciò che ha a che fare con il colore (dai tessuti alle
stampanti, dagli schermi alle vernici), è creato da e per tricromatici, una
persona tetracromatica rischia di non trovarsi mai davanti alle condizioni
necessarie per scoprire la sua peculiarità. Forse tutte quelle barzellette e
quei meme sul fatto che le donne distinguono i colori meglio degli uomini
potrebbero avere una solida base scientifica, e investigarla potrebbe dirci
qualcosa su come vedranno gli umani che verranno dopo di noi.
L'articolo L’illusione dei colori proviene da Il Tascabile.