C orreva l’anno 2015 quando su Internet cominciò a circolare una foto che mandò
in crisi milioni di persone in tutto il mondo. Ritraeva un abito da cerimonia:
c’era chi guardandolo lo vedeva colorato di bianco e oro, chi invece giurava che
fosse nero e blu (che erano poi i suoi colori originali). Diventata virale su
Facebook e sulla piattaforma che allora si chiamava ancora Twitter, la foto
generò decine di milioni di post e altrettante accese discussioni tra il team
#blueandblack e il team #whiteandgold, e persino serissime testate
giornalistiche lo definirono “il dramma che sta dividendo il pianeta”. Indicato
fin da allora come esempio perfetto di come un’apparente sciocchezza possa
raggiungere fama mondiale grazie alla giusta combinazione di fattori, il
dressgate servì anche per dimostrare una scomoda verità sulla nostra specie:
abbiamo un problema con i colori. Ne vediamo pochi, tanto per cominciare, e
anche su quelli non riusciamo a metterci d’accordo; basta la luce sbagliata per
confonderci, e due cervelli diversi possono interpretare in modo altrettanto
differente lo stesso stimolo; ci sono intere fette dello spettro luminoso che
altri animali usano per orientarsi e dare un senso al mondo e che a noi umani
sono precluse. È una condizione che ci portiamo dietro da milioni di anni, ed è
tutta colpa dei dinosauri.
Tutta colpa dei dinosauri
Cominciata 66 milioni di anni fa grazie a un asteroide, l’era cenozoica (dal
greco καινός, “nuova”, e ζωή, “vita”) è nota informalmente come età dei
Mammiferi, nella quale la classe a cui apparteniamo anche noi ha conosciuto
un’esplosione di diversità che l’ha portata a colonizzare ogni angolo e ogni
nicchia ecologica del pianeta. Si tratta però di una parentesi nella lunga
storia dei mammiferi, e neanche della più lunga. I Cynodontia, il clade che
comprende il gruppo da cui si è evoluta la nostra classe, compaiono 260 milioni
di anni fa; i primi mammiferi veri e propri risalgono invece a circa 225 milioni
di anni fa, durante il Triassico.
> La teoria del “collo di bottiglia” notturno proposta da Gordon Lynn Wells nel
> 1942, sostiene che i mammiferi siano nati come animali notturni e rimasti tali
> per gran parte della loro evoluzione, e le conseguenze si vedono ancora oggi.
In quel periodo, però, un altro gruppo stava approfittando di un evento
catastrofico avvenuto 30 milioni di anni prima, l’estinzione di massa avvenuta
tra Permiano e Triassico, la più grave mai verificatasi sulla Terra, che portò
alla scomparsa dell’80% delle specie marine e del 70% di quelle terrestri. Erano
gli arcosauri, che oggi sono rappresentati da coccodrilli e uccelli e che
comprendevano anche (e così ci arriviamo) i dinosauri non aviani e gli
pterosauri. Durante quello che è noto come Triassic Takeover, durato circa 30
milioni di anni, gli arcosauri crebbero di dimensioni e divennero i predatori
dominanti sulla Terra. I primi mammiferi si videro così costretti ad adattarsi a
un mondo popolato da grossi rettili carnivori, e intrapresero una strada
evolutiva che ha conseguenze ancora oggi.
La teoria, proposta per la prima volta da Gordon Lynn Wells nel 1942, è quella
del nocturnal bottleneck, il “collo di bottiglia” notturno. Nel suo libro The
Vertebrate Eye And Its Adaptive Radiation, Walls sosteneva che i mammiferi
fossero nati come animali notturni e rimasti tali per gran parte della loro
evoluzione – almeno fino a quanto l’estinzione K-T (Cretaceo-Terziario) non
offrì loro una serie di nicchie ecologiche lasciate libere da dinosauri e
pterosauri. I primi mammiferi erano quindi piccoli insettivori o frugivori che
abitavano un mondo pericoloso, e restringere la propria attività alle ore
notturne era il modo più sicuro per sopravvivere. Vivere al buio, però, richiede
una serie di adattamenti e anche di sacrifici: il nocturnal bottleneck definì
molte delle caratteristiche dei mammiferi, dall’omeotermia (utile se non ci si
può affidare al sole per riscaldarsi) al miglioramento di udito e olfatto, dalla
pelliccia (che aiuta nella termoregolazione) a un metabolismo più rapido. Più di
ogni altra cosa, però, la vita notturna ebbe un effetto trasformativo sulla
vista e sul rapporto dei mammiferi con i colori.
Di coni e bastoncelli
La storia evolutiva degli occhi è vecchia quanto quella della vita sulla Terra,
e altrettanto complicata. Ci sono però alcune caratteristiche della vista e
della percezione del colore che sono comuni a tutti gli animali. La prima è
costituita dalle opsine, una famiglia di proteine che comprende cinque diversi
gruppi fotosensibili, in grado di convertire i fotoni in segnali elettrici che
vengono poi interpretati dal cervello (o, nel caso di organismi più primitivi,
da organelli dedicati). Tutti gli animali sensibili alla luce usano le opsine
per “leggere” lo spettro luminoso.
Tutti i vertebrati, poi, usano le stesse due cellule presenti nella retina per
percepire la luce. I coni, probabilmente la struttura più antica delle due,
usano le opsine per la cosiddetta visione fotopica, cioè quella che funziona in
condizioni di luce “normale”; permettono quindi di vedere i colori, e ancora
oggi la maggior parte dei vertebrati ha quattro tipi di coni differenti. Pesci,
rettili e uccelli sono quindi generalmente tri- o tetracromati: possiedono tre o
quattro canali separati per analizzare la luce, incluso uno dedicato
all’ultravioletto. È una condizione molto antica, probabilmente presente già nei
primi vertebrati terrestri. I bastoncelli, invece, sono un’invenzione più
moderna, e permettono la visione scotopica, cioè quella in condizioni di bassa
illuminazione; tutti i vertebrati li hanno, ma i mammiferi ne hanno fatto il
fotorecettore principale, a scapito dei coni.
> La maggior parte dei mammiferi oggi è dicromatica. Cani, gatti e topi, per
> dire, faticano a separare colori che a noi appaiono nettamente diversi, come
> molte sfumature di rosso e verde. L’essere umano, però, ha un equipaggiamento
> cromatico migliore.
Milioni di anni di vita al buio resero obsolete molte opsine: a cosa serve saper
distinguere il rosso dal verde in piena notte? La capacità di penetrare
l’oscurità era più importante per i primi mammiferi, e con il tempo gli occhi
dei nostri antenati persero un gran numero di coni e due delle quattro succitate
opsine. La maggior parte dei mammiferi moderni è ancora oggi dicromatica: cani,
gatti, cavalli, conigli, mucche, topi; percepiscono tutti il mondo attraverso
due soli canali cromatici principali. Distinguono bene alcune tonalità,
soprattutto nella regione blu-gialla dello spettro, ma faticano a separare
colori che a noi appaiono nettamente diversi, come molte sfumature di rosso e
verde.
Il collo di bottiglia notturno, quindi, è la causa principale del dicromatismo
di gran parte dei mammiferi, e il motivo per cui moltissime specie ancora oggi
hanno mantenuto abitudini notturne; e anche quelli diurni, nella maggior parte
dei casi, hanno ancora due soli tipi di coni: gli elefanti, per esempio, non
vedono il verde e il rosso, che per loro sono entrambi grigi. La visione dei
colori della classe alla quale apparteniamo, insomma, è tra le più limitate nei
vertebrati, il che fa sorgere spontanea la domanda: perché noi umani ci vediamo
meglio?
La toppa evolutiva
I più antichi primati sono comparsi quando ancora i dinosauri dominavano la
Terra, circa 85 milioni di anni fa, ma come molti altri gruppi di mammiferi non
hanno conosciuto un’esplosione fino a dopo l’estinzione di massa causata
dall’asteroide Chicxulub. I primati moderni risalgono invece a 40 milioni di
anni fa: in Africa con il parvordine Catarrhini (al quale apparteniamo anche noi
umani), in Sud America con i Platyrrhini, le “scimmie del nuovo mondo”. Entrambi
questi gruppi si trovarono a colonizzare regioni ricchissime, di cibo ma anche
di sfide evolutive, la più importante delle quali fu la necessità di abituarsi a
un ambiente forestale. Qui, all’improvviso, saper distinguere tra il verde e il
rosso, quindi tra una banale foglia e un frutto maturo, divenne fondamentale per
procurarsi il cibo. Di più: molte di queste specie si nutrivano anche di foglie,
e saperne distinguere la tonalità di verde aiutava a selezionare quelle più
nutrienti. E ancora: molti segnali sociali nei primati dipendono dal colore
rosso (pensate per esempio a un umano che arrossisce) e saperlo individuare con
certezza aiuta a navigare la complessità dei rapporti in un gruppo sociale.
> La tricromia dei primati non ha molto a che fare con la quadricromia che
> permette a molti uccelli di vedere anche nell’ultravioletto. Assomiglia
> piuttosto a una soluzione evolutiva abborracciata, premiata perché per questi
> animali distinguere il rosso e il verde era diventato fondamentale.
Insomma: le prime scimmie si ritrovarono a ereditare una visione cromatica
insufficiente e inadatta alle loro necessità, e circa 35 milioni di anni fa, nei
loro occhi, cominciò a succedere qualcosa. Tramite due meccanismi evolutivi
diversi ma convergenti nei loro scopi, le scimmie del Vecchio e del Nuovo Mondo
andarono incontro a una duplicazione delle opsine responsabili
dell’individuazione del verde: il nuovo tipo si specializzò nel rosso, facendo
nascere un nuovo tipo di cono e trasformando le scimmie da dicromatiche a
tricromatiche. Nelle scimmie del Nuovo Mondo questo passaggio fu parziale: in
alcuni generi, come Saguinus (il tamarino) e Saimiri (la scimmia scoiattolo),
solo alcune femmine sono tricromatiche, mentre le altre, e tutti i maschi, sono
dicromatici. Nelle scimmie del Vecchio Mondo, invece, umani compresi, il
tricromatismo divenne una caratteristica fissa (al netto di mutazioni delle
quali parleremo tra poco). In entrambi i gruppi, comunque, la comparsa di un
terzo tipo di cono comportò cambiamenti radicali nella percezione del colore, e
di conseguenza nel comportamento, con un ritorno parziale o totale a uno stile
di vita diurno.
La tricromia dei primati, però, non ha molto a che fare con l’originaria
quadricromia degli altri vertebrati, quella che permette per esempio a molti
uccelli di vedere anche nell’ultravioletto. Assomiglia piuttosto a una soluzione
abborracciata, improvvisata evolutivamente con il materiale a disposizione. Lo
dimostra il fatto che abbiamo tre tipi di opsine negli occhi: quelle che si
occupano del colore blu stanno sul gene S, collocato sul cromosoma 7; quelle che
percepiscono il rosso e il verde, M e L, si trovano invece sul cromosoma X. I
geni M e L, peraltro, sono uguali al 96%, e durante la formazione dei gameti
possono essere facilmente scambiati, cancellati o ricombinati in modo anomalo.
Nelle scimmie del Nuovo Mondo, questo determina il fatto che i maschi sono
generalmente dicromatici e solo alcune femmine sono tricromatiche, mentre negli
umani il risultato di questi errori di trascrizione è la condizione chiamata
daltonismo, in particolare la cosiddetta discromatopsia (l’acromatopsia è invece
un deficit totale che porta a vedere il mondo in bianco, nero e grigio, ed è una
condizione rarissima). Circa l’8% dei maschi umani sono daltonici, percentuale
che scende molto nel caso delle femmine (che avendo due cromosomi X hanno una
“copia di sicurezza”) ma che ci ricorda come la nostra visione sia non solo
limitata ma anche in continua evoluzione: è possibile che in futuro vedremo i
colori in modo diverso?
I colori del futuro
Qui è dove abbandoniamo il campo dell’evoluzione per entrare in quello della
scienza (o della fantascienza): scoprire che gli altri animali vedono il mondo
meglio di noi ha fatto scattare una competizione con loro, e una corsa a
migliorare il nostro apparato visivo con tutti i mezzi possibili. Come si può
pensare di capire davvero le altre specie se non sappiamo neanche come vedono il
mondo? Prendete il piumaggio degli uccelli. C’è chi ha suggerito che quello che
a noi sembra coloratissimo sia in realtà solo una parte di quello che vedono i
volatili, e su cui si basano per decisioni fondamentali come la scelta del
partner: ai nostri occhi manca tutta la porzione UV dello spettro, e quello che
vediamo sulle loro ali è solo una pallida eco dei loro veri colori. E non è solo
una questione di confronto con gli altri vertebrati: anche le api, per esempio,
vedono nell’ultravioletto, e per loro i fiori hanno una ricchezza cromatica che
possiamo solo immaginare.
> Come avevano previsto gli X-Men, i mutanti sono già tra di noi, ci vedono
> meglio di noi e, soprattutto, sono tutte femmine.
Il gap tra noi e il resto del mondo animale sta venendo parzialmente colmato
negli ultimi anni grazie alla tecnologia: appena un anno fa, un gruppo di
ricercatori di Berkeley è riuscito a mostrare ad alcuni volontari un colore mai
visto prima, “olo”, ottenuto stimolando esclusivamente le opsine M. Lo sviluppo
di telecamere a UV ci sta aiutando a scoprire il mondo dei colori che non
vediamo: se volete un esempio imperdibile a livello divulgativo, la serie della
BBC Life in Color, narrata ovviamente da David Attenborough, è una raccolta di
immagini straordinarie che mostrano il modo in cui gli occhi di molti animali,
dai pavoni ai mandrilli ai granchi violinisti, vedono il mondo. Ma se chiedete a
me, non c’è nulla di più interessante del fatto che, come avevano previsto gli
X-Men, i mutanti sono già tra di noi, ci vedono meglio di noi e soprattutto sono
tutte femmine.
Se infatti la presenza di due opsine sul cromosoma X può generare confusione nei
maschi, può in teoria portare una femmina a ereditare due varianti dell’opsina
leggermente diverse: questa persona si ritroverebbe con quattro tipi di
fotorecettori invece dei soliti tre. Un’idea nata già negli anni Quaranta come
esercizio mentale, che è stata confermata nel 2010 dalla neuroscienziata
Gabriele Jordan: da allora, gli studi sulle donne tetracromatiche si sono
moltiplicati, soprattutto grazie al lavoro del Tetrachromacy Project
dell’università di Newcastle. L’idea dietro al progetto è affascinante: in un
mondo in cui tutto ciò che ha a che fare con il colore (dai tessuti alle
stampanti, dagli schermi alle vernici), è creato da e per tricromatici, una
persona tetracromatica rischia di non trovarsi mai davanti alle condizioni
necessarie per scoprire la sua peculiarità. Forse tutte quelle barzellette e
quei meme sul fatto che le donne distinguono i colori meglio degli uomini
potrebbero avere una solida base scientifica, e investigarla potrebbe dirci
qualcosa su come vedranno gli umani che verranno dopo di noi.
L'articolo L’illusione dei colori proviene da Il Tascabile.
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C’ è un momento, nel saggio Come sono, suona. La musica racconta chi siamo
(2026), in cui l’autrice rivela di preferire i Rolling Stones ai Beatles. Una
considerazione talmente inaccettabile, per il sottoscritto, che tutta la fiducia
che avevo riposto fino a quel punto in Susan Rogers, tecnica del suono di Prince
e produttrice discografica di hit su scala globale, ha rischiato di vacillare.
Com’era possibile che una persona scelta personalmente dal Genio di Minneapolis
per il suo Purple Rain, a cui Miles Davis diede del tu, con una tale capacità di
intercettare l’immaginario collettivo, potesse preferire una band nettamente
inferiore al quartetto di Liverpool? Ho trattenuto il giudizio per un po’, poi
mi sono ricordato che il volume che avevo fra le mani poteva già fornirmi una
spiegazione. Ma facciamo un passo indietro.
Come sono, suona è l’opera prima di una decana della produzione musicale, ora
diventata direttrice del Music Perception and Cognition Laboratory del Berklee
College of Music, scritta a quattro mani con il neuroscienziato Ogi Ogas.
L’ambizioso sottotitolo chiarisce gli intenti divulgativi del duo: far conoscere
al grande pubblico quali elementi influenzino ‒ in positivo o in negativo ‒ la
percezione di un brano e come la comprensione di queste dinamiche possa rivelare
che tipo di persone siamo. Se riesce nel primo intento è grazie a un racconto in
prima persona a tinte autobiografiche (è sempre Rogers a parlare, mentre Ogas
viene relegato a consulente scientifico dietro le quinte), un linguaggio
informale e una struttura espositiva rigorosa. Chi invece nutriva aspettative
sul più suggestivo secondo intento, resterà deluso.
Il nostro profilo uditivo è il risultato di una sfumata combinazione di
variabili, che questo saggio articola in capitoli specifici: genuinità,
realismo, originalità, melodia, testi, ritmo e timbro. La genuinità indica la
capacità dell’artista di comunicare la propria autenticità (concetto spinoso, su
cui rimando al bell’approfondimento del giornalista musicale Federico Pucci):
immaginiamo un asse ai cui estremi ci sono la musica “dal collo in giù” (di
pancia, come lo strambo trio di sorelle che inaugura il saggio, le Shaggs), e
quella “dal collo in su” (di testa, come le metodiche partiture di Bach). Il
realismo di un brano può dipendere dal suo grado di astrazione: il rock
sanguigno dei Creedence Clearwater Revival e le tessiture elettroniche dei Daft
Punk si trovano agli opposti di questo asse. L’originalità definisce la capacità
della canzone di suonare come “nuova”: anche in questo caso, il livello di
sorpresa che un pezzo è in grado di suscitare varia da individuo a individuo
sulla base delle sue inclinazioni e dei suoi ascolti pregressi. Per uno Sting
che dichiara di cercare voracemente lo stupore nelle prime otto battute, c’è un
Pharrell che “firma” le sue hit esordendo con quattro battute identiche,
generando subito una complice familiarità con chi ascolta.
> Il nostro profilo uditivo è il risultato di una sfumata combinazione di
> variabili, che questo saggio articola in capitoli specifici: genuinità,
> realismo, originalità, melodia, testi, ritmo e timbro.
Melodia, testi, ritmo e timbro presentano a loro volta uno spettro espressivo
sul quale ci si può divertire a collocare qualsiasi brano (rispettivamente:
stretto/ampio, personale/generico, regolare/sincopato, acustico/elettronico).
C’è chi dà più peso ai testi (l’impalcatura su cui si regge la discografia
italiana) e chi alla melodia (eccomi: tuttora ignoro il significato di gran
parte dei miei pezzi preferiti ‒ felice di avere trovato una spiegazione
neuroscientifica). Chi trova irresistibile la tipica “clave” su cui ruotano il
reggaeton moderno e il conto in banca di Bad Bunny, e chi preferisce adagiarsi
su mid tempo coordinati con il nostro battito cardiaco a riposo. Ma, ancora più
interessante: sembra che il primo filtro con cui creiamo una connessione con un
brano sia il suo timbro, quell’insondabile componente che rappresenta la voce
unica di uno strumento, il suo colore, che ci fa distinguere una chitarra da un
sax o, in una dimensione più ampia, il mondo etereo-folk di Aaron Dessner da
quello acido-punk di Steve Albini (per citare due produttori profondamente
influenti, in misura diversa: il primo nel trasferire autenticità al
cantautorato mainstream come la diade Folklore-Evermore di Taylor Swift, il
secondo nel perseguire una radicalità priva di cosmesi, ai limiti del buon senso
sonoro).
Secondo Rogers e Ogas, il mix che risulta da tutte queste variabili determina il
modo specifico in cui intercetterà il nostro gusto; oppure, dal punto di vista
di chi produce una canzone, può consentire di prevedere come verrà recepita e da
che tipo di pubblico. Fino a qui, tutto chiaro: il saggio confida molto nella
capacità di formalizzare e categorizzare le componenti in gioco, per
identificare con facilità cosa funziona, e perché, nelle canzoni che ascoltiamo.
Questo desiderio di accessibilità tuttavia finisce per sacrificare un maggiore
approfondimento delle questioni che solleva: in primis, come si costruisce ed
evolve il nostro gusto personale sul piano neuroscientifico, e cosa ciò che ci
piace racconta di noi (appunto, la promessa non mantenuta del sottotitolo).
In questo senso, benché il taglio fosse in quel caso antropologico, era
risultata più illuminante, sfaccettata ed esaustiva la celebre indagine compiuta
dal critico musicale Carl Wilson nel suo Let’s talk about love (in italiano era
uscito nel 2007 con il titolo Musica di merda): un saggio che si interrogava su
cosa portasse ad amare in massa la musica di Céline Dion, per l’autore
respingente, arrivando a perimetrare il gusto come un complesso intreccio di
eredità culturale (la radicata passione dei Québécois per le melodie schmaltz,
melense), influenze private (una chiave di lettura femminista in cui è la madre
a dotare i propri figli del primo filtro estetico sulle cose) e alfabetizzazione
intellettuale (quanto piacere genera il riconoscere metodi e tecniche che hanno
portato a quel risultato). A ciò si aggiungeva anche, e soprattutto, il
desiderio più o meno tacito di differenziazione o di omologazione rispetto ad
altre nicchie. Il volume si concludeva con una onesta e informata recensione da
parte di Wilson dell’ultimo album della cantante canadese.
> Il primo gancio con cui creiamo una connessione con un brano è il suo timbro,
> quell’insondabile componente che conferisce a uno strumento una voce unica,
> ciò che ci fa distinguere una chitarra da un sax, ma anche Aaron Dessner da
> Steve Albini.
Rimanendo in tema di innamoramenti, nella variegata playlist composta da Rogers,
reperibile integralmente sul sito collegato a questa pubblicazione, entrano
anche i pezzi proposti nell’ultimo capitolo da una cerchia esterna ed eterogenea
di ascoltatori: simulando la dinamica del record pull (ascolto condiviso di
dischi del cuore), ogni ospite cita il suo brano preferito. Ovviamente, nessuna
canzone indicata come preferita ha nulla in comune con un’altra. Si tratta di un
espediente finale e ad alta trazione emotiva per spiegare il ruolo decisivo del
fenomeno del mind-wandering nel provocare piacere estetico. Questo fenomeno è
sostenuto dalla cosiddetta rete neurale di default (default mode network) che si
attiva in modo spontaneo quando l’attenzione si distoglie dagli stimoli esterni
e ripiega su contenuti interni, secondo criteri direttamente collegati al nostro
senso di identità. Un funzionamento che ci ha evolutivamente portato a filtrare
e riconoscere le qualità di un suono, per poter discernere più velocemente se
reca un’informazione positiva o negativa:
> È possibile che determinate opere d’arte possano entrare in risonanza con il
> senso dell’io di un individuo, in un modo che ha correlazioni ben definite e
> conseguenze fisiologiche, in particolare per le aree della rete neurale di
> default.
Insomma, a persone diverse piacciono canzoni diverse perché il nostro ascolto è
partecipato: richiede cioè che il suono che ci arriva sia in grado di risuonare
con il nostro io, fatto di vissuto, cultura e genetica. Senza di noi, il pezzo è
incompleto. Come scriveva anche David Byrne nel celebre Come funziona la musica:
“Il pubblico adora vedere l’artista che cammina sulla corda davanti ai suoi
occhi; come gli appassionati di sport, ha la sensazione che sia il suo sostegno
a far vincere la squadra”.
> A persone diverse piacciono canzoni diverse perché il nostro ascolto è
> partecipato: richiede cioè che il suono che ci arriva sia in grado di
> risuonare con il nostro io, fatto di vissuto, cultura e genetica. Senza di
> noi, il pezzo è incompleto.
Uno dei miei vezzi, ad esempio, è ascoltare canzoni tristi. Nel suo articolo
“The Reason People Listen to Sad Songs” (2023), Oliver Whang ha spiegato come,
sebbene la tristezza non sia certo la nostra massima ambizione personale, è
paradossalmente una componente che cerchiamo nelle opere che fruiamo. L’articolo
ha molti punti in comune con l’interpretazione di Rogers e Ogas, e cita alcuni
test empirici che hanno ribadito come sia universalmente possibile simulare
un’emozione usando opportunamente melodia, testi, ritmo e timbro; nonché come,
fra qualità dell’esecuzione e percezione di autenticità, la maggior parte del
pubblico prediliga la seconda per la capacità di generare una reazione empatica.
Ancora una volta, è la nostra capacità di sentirci in qualche modo partecipi
dell’ascolto a determinare l’impatto che il brano avrà su di noi. Non ascoltiamo
canzoni tristi per rattristarci ancora di più, ma per sentirci meno soli
attraverso la connessione che sono in grado di innescare: con l’artista che sta
raccontando un’esperienza a noi familiare o realistica, con una versione passata
di noi stessi, o con una persona immaginaria che stiamo conoscendo per la prima
volta.
> Il libro si pone il duplice obiettivo di far conoscere al grande pubblico
> quali elementi influenzino la percezione di un brano, e come la comprensione
> di queste dinamiche possa rivelare che tipo di persone siamo. Ma l’impresa
> riesce solo a metà.
Insomma, giudicare a colpo sicuro la bontà dei gusti musicali altrui è
un’operazione poco affrontabile, perché molto probabilmente ci mancano dei
tasselli fondamentali sulla persona e il contesto che stiamo valutando. È la
ragione per cui a un appassionato di math rock anni Novanta mancano gli
strumenti per accettare di veder diventare gli Angine de Poitrine più mainstream
dei Primus grazie a TikTok.
Tornando al mio avventato giudizio iniziale: l’indole mercuriale degli Stones
evoca precisi tratti della personalità dell’autrice, che forse proprio in virtù
del suo passato “tecnico” e del suo sguardo “neuroscientifico” cerca
controintuitivamente un liberatorio escapismo nelle canzoni a briglia sciolta di
Keef e Jagger. Forse io preferisco i Beatles perché nelle cose do più importanza
alla progettualità anziché all’impulsività. Forse quel “band nettamente
inferiore” con cui ho esordito me lo sarei proprio potuto risparmiare. In fondo,
nella situazione giusta, magari guidando in auto sulla provinciale col
finestrino abbassato e il sole negli occhi, i Rolling Stones sono la cosa
migliore che si possa ascoltare.
L'articolo Come sono, suona di Susan Rogers e Ogi Ogas proviene da Il Tascabile.