A ll’orario in cui arrivo il mercato dell’usato di Mauerpark a Berlino sta
vivendo le sue ultime ore di vita prima di finire inscatolato al buio per
un’altra settimana. Ma la luce del tardo pomeriggio di maggio e la temperatura
dell’aria così piacevole si accaniscono per prolungare la sua vita il più a
lungo possibile. C’è ancora qualcuno che si aggira tra le file di scatoloni,
pieni di oggetti non assortiti e allevamenti di polvere. Materia inerte. Poi,
d’un tratto, un altro inizio diventa possibile, “a voice comes to one in the
dark, imagine… “. Un cucchiaino è estratto dalla paccottiglia e scava intorno a
sé un abbozzo di mondo, ciò che resta di un boccone che è già stato inghiottito.
Generatio aequivoca della materia, che trama nuove relazioni mentre fermenta
negli scatoloni, insieme a fotografie di ricordi putrefatti e altre
incrostazioni. Ma quando inizia esattamente questa sorta di donazione di senso?
Siamo noi a donarlo o piuttosto “noi” non siamo altro che l’effetto di un dono
non richiesto? E poi dove andrà a finire tutto questo quando nessuno saprà più
riconoscerlo?
Forse per un po’ quel senso si conserva e ci sostiene attraverso quel dato
oggetto. D’altronde il mondo è pieno di oggetti del genere, custoditi al sicuro
nelle case, nelle teche dei musei grazie al loro valore certificato o nelle
nicchie delle chiese dove a volte basta inserire una monetina per farli
illuminare. Eppure anche quella luce che sembrava ormai così garantita a un
certo punto si spegne: per esempio qualcuno muore e la casa resta piena di
oggetti di cui non riconosciamo più la trama. Le cose smettono di essere
metafore e tornano a essere cose, come dei giocattoli che non sono stati messi a
posto e restano ad impicciare in mezzo alla stanza dopo la fine del gioco. Non
si tratta di inezie: mischiare la storia naturale con quella umana è
vertiginoso, le cose a un tratto perdono la loro unicità e diventano una massa
indistinta che semmai può essere prezzata al chilo, che va scaricata e spostata.
Ma in questa confusione di ordini di grandezza diventa anche chiaro che non c’è
mai stata una vera discontinuità: il quadro che eravamo abituati a vedere
attaccato alla parete (era [di] un antenato?) e che ci rassicurava o minacciava
con la sua presenza non è lì da sempre, anzi è stato trovato per caso e poteva
non essere mai trovato e, anche se non sembra, lotta ogni giorno per restare
attaccato a quella parete. Poi un giorno il peso diventa eccessivo per quel
piccolo chiodo e il chiodo si piega, il quadro cade, la cornice si spezza e
forse nessuno lo farà più incorniciare lasciando gli eredi orfani.
> Ma quando inizia esattamente questa sorta di donazione di senso? Siamo noi a
> donarlo o piuttosto “noi” non siamo altro che l’effetto di un dono non
> richiesto? E poi dove andrà a finire tutto questo quando nessuno saprà più
> riconoscerlo?
Questo insondabile punto in cui la vita prova ad agganciarsi alla materia per
colmare l’assenza da cui è attraversata è al centro del romanzo Il Messia di
Stoccolma, della scrittrice americana Cynthia Ozick, originariamente pubblicato
in inglese nel 1987 e ripubblicato in italiano di recente da La Nave di Teseo.
Il protagonista, Lars, è un critico letterario di serie B per un giornale di
Stoccolma che si è impegnato per sfrondare la sua vita da qualsiasi imprevisto.
Così Lars passa le sue giornate indisturbato e immerso in una placida calma che
potrebbe essere resa bene da un regista come Aki Kaurismaki. Tra pigrizie
pomeridiane e articoli scritti malvolentieri un’immagine continua però a
perseguitarlo, irrompendo nell’atmosfera lattiginosa: un occhio trucidato.
Non è un occhio qualsiasi, è l’occhio di suo padre, o meglio di quello che Lars
crede assolutamente che sia suo padre: lo scrittore polacco Bruno Schulz. Per
una serie di vicende biografiche Lars è orfano e non ha mai potuto conoscere
direttamente suo padre, così si è convinto senza troppi impacci di essere figlio
proprio di Schulz. Ad aver reso possibile l’operazione contribuisce la vita
singolare di Schulz: cresciuto e vissuto incapsulato nella piccola cittadina
polacca di Drohobycz (Ozick lo descrive come “una gargolla sulla fiancata di
Drohobycz, una escrescenza sul suo nervo più segreto”), ha insegnato disegno al
ginnasio e pubblicato vari racconti tra il 1933 e il 1938, tradotti oggi tutti
quanti in italiano in Le botteghe color cannella, pubblicazione che include
anche vari disegni realizzati dallo scrittore e alcune lettere, che scambia con
Gombrowicz e altri esponenti della cultura polacca del periodo. Schulz traduce
anche in polacco Il processo di Kafka, fino a che viene relegato nel ghetto per
le sue origini ebraiche per poi ritrovarsi improvvisamente fucilato da un
ufficiale tedesco della Gestapo. Era il 1942, Schulz aveva cinquant’anni e stava
tornando a casa con una pagnotta di pane; il suo corpo finì in una fossa comune
e non fu mai più ritrovato. Prima che la sua vita fosse interrotta bruscamente
stava lavorando a un romanzo probabilmente illustrato, Il Messia, andato anche
lui perduto. Il materiale è insomma più che sufficiente per chi, come il Lars di
Cynthia Ozick, volesse fabbricarsi una discendenza letteraria su misura.
Lars è uno che viene definito “maestro di inconsistenza”, uno che “si aspetta
sempre che ci sia quello che non c’è”, per cui non è difficile immaginare come
si possa legare alla figura di Schulz e in particolare alla ricerca del
manoscritto dell’ultimo romanzo andato perduto del fantomatico padre. Le sue
ricerche passano per una piccola libreria di Stoccolma, gestita dalla signora
Heidi, sposata con un certo dottor Eklund che resta sempre nell’ombra. Heidi
inizialmente è scettica e fa sentire Lars ancora più inconsistente, d’altronde è
difficile per lui comunicare certe visioni… come quando nel cielo notturno di
Stoccolma, durante una nevicata, intravede il corpo di suo padre sotto forma di
“un’apparizione incandescente, fluttuante di luce, gonfia, con la luce che
tendeva la pelle di suo padre fino a renderla della più pallida trasparenza.
Questo padre-pallone, emanando luminosità, si allontanò lentamente nel flusso
bianco e scomparve: dapprima una macchia confusa, poi una chiazza, poi nulla”.
Ma Heidi finisce sempre di più per invischiarsi con Lars nella ricerca di
informazioni e la situazione raggiunge un punto di svolta quando compare Adela.
È una donna improvvisamente arrivata a Stoccolma non si sa bene come, “emersa
dalla neve”, che sostiene di essere anche lei figlia di Schulz e che, a
differenza di Lars, ha una storia ben precisa e piena di dettagli da raccontare.
Lars inizialmente la guarda come se fosse una sorella ritrovata, crede di
intravedere nel suo volto un particolare tipo di somiglianza che “consisteva in
ciò che era assente, in una sorta di espressione che lei non aveva. Non aveva
un’espressione soddisfatta”. Ma via via che Adela snocciola la sua storia, Lars
si rende conto che non c’è alcun posto per lui in quel racconto. Non sa più che
cosa credere: o salvaguarda la sua discendenza giudicandola una profuga
impositrice, o le crede facendo vanificare in un istante tutta la sua
consistenza genealogica. Il punto più delicato è che Adela ha con sé un
sacchetto di plastica in cui sostiene ci sia l’unica copia manoscritta del
Messia. Il double bind è evidente: perdere la discendenza per guadagnare Il
Messia o perdere Il Messia per conservare la discendenza: “il racconto
continuava: lui ci credeva, non ci credeva”.
> Lars è uno che viene definito “maestro di inconsistenza”, uno che “si aspetta
> sempre che ci sia quello che non c’è”, per cui non è difficile immaginare come
> si possa legare alla figura di Schulz e in particolare alla ricerca del
> manoscritto dell’ultimo romanzo andato perduto del fantomatico padre.
Leggendo un po’ tra le righe, si inizia a intravedere quanto sia alta e delicata
la posta in gioco della vicenda narrata da Ozick: “il Messia” è il nome di un
testo di cui non si sa nulla, ma è anche il nome di Gesù, ovvero di un Dio che
si fa uomo per salvare gli esseri umani, incarnando una contraddizione
impossibile: umano e divino allo stesso tempo. Paolo di Tarso, nella seconda
lettera ai Filippesi, scrive infatti che Gesù “pur essendo nella condizione di
Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo
una condizione di servo, diventando simile agli uomini”. Questo “abbassamento”
di Dio è stato il movimento specifico che il cristianesimo ha operato
sull’impianto sacrale precedente, dando avvio a un processo di vera e propria
desacralizzazione del divino in cui, secondo alcuni interessanti studi, risiede
la vera matrice della secolarizzazione occidentale. Si trattava insomma di
superare la Legge del Vecchio Testamento, che impediva di farsi un’immagine di
Dio, qualsiasi essa sia, a partire da quella di Cristo. Nella nostra storia Il
Messia, scritto in corsivo come se fosse un testo esistente, ma di fatto
assente, condensa il paradosso di questo passaggio dal Padre al Figlio, dal
divino all’umano.
Fino a quel momento Lars si era crogiolato in un’immagine delle sue origini
distante e intoccabile come una scena primaria eternamente vista attraverso il
buco della serratura. Mentre ora quell’originale assente gli si materializza
improvvisamente di fronte, con una donna in carne ed ossa che sostiene di essere
figlia di suo Padre e un manoscritto ingarbugliato che evidentemente viola il
comandamento veterotestamentario di non farsi immagine di Dio già dal nome, per
non parlare delle condizioni in cui è ridotto: Adela dice addirittura che ha
tirato fuori le pagine del manoscritto da delle scarpe in cui erano state messe
per non farle sformare. Sembra quasi di trovarsi di fronte a una versione
contemporanea della storia del grande inquisitore raccontata da Ivan Karamazov
al fratello Alëša: lì il Messia si manifestava “ancora una volta fra gli uomini
in quella stessa forma umana, in cui si era aggirato tra loro per trentatré anni
quindici secoli prima”, apparendo a Siviglia, durante i roghi dell’Inquisizione
spagnola. L’inquisitore era giustamente terrorizzato, avendo ormai messo a
fondamento della chiesa “il miracolo, il mistero e l’autorità” e quando alla
fine del racconto apre la porta della cella dove Gesù è tenuto prigioniero non
riesce a dirgli altro che: “Va’, e non venire mai più”. Nel nostro caso, ma non
senza suscitare meno terrore, il Messia salta fuori di nuovo a Stoccolma,
rovesciato da Adela in una cascata di fogli sul letto di Lars.
Ma cosa contenevano questi fogli sciupati? La domanda forse è sbagliata perché
il Messia non viene avvicinato tanto a partire dal suo contenuto quanto dalla
sua azione. Sono fogli numerati in modo irregolare che fluiscono come un vortice
in un altro vortice, assomigliano “a quelle catene di montagne che si ergono
dall’abisso del mondo lungo la più profonda spina dorsale del mare”, a una
“sputacchiera rovesciata” in cui “vi sono fiumi che s’intersecano, gorghi che
torcono i loro colli spumeggianti, correnti multiple che salgono verso l’alto
intrecciandosi, cascate che buttano ruscelli come capelli, e mille getti e
spruzzi che bombardano i picchi di quel paesaggio oceanico”. Insomma, per farla
breve, un’opera di “cosmogonia”, che trabocca da una “preternaturale
cornucopia”.
Se il Messia parla di qualcosa, allora parla della sua stessa azione sul mondo,
capace di attrarre, risucchiare e convogliare i flussi e generare un mondo a
partire dalla sua azione. Funziona come un idolo o un simulacro: questi concetti
infatti indicano non tanto un’immagine adeguata, che rappresenta fedelmente una
realtà fuori di sé, piuttosto ci parlano di “un’immagine che suscita la cosa”,
“che ha la cosa dentro di sé, che è l’insorgere della cosa”, come ha descritto
bene Federico Leoni a proposito delle immagini bergsoniane. Si tratta di
immagini smisurate che, come una statua colossale, ci trascinano nel loro
spazio, o magari immagini minute, come le scatole di Joseph Cornell, in cui
scampoli di oggetti qualsiasi si coagulano per disporre uno spazio, una certa
tonalità. Oppure ancora, seguendo di nuovo Leoni, immagini simili ai “feticci di
certi popoli lontani, potenze numinose costruite assemblando alla buona, con un
chiodo o una cordicella di canapa, cose raccolte alla meno peggio nei posti meno
sacri”. Che questi feticci non rappresentino nulla di semplicemente esistente
fuori o prima di essi è evidente, dato che è semmai soltanto attraverso di essi
e tramite la loro azione che si acquisiscono occhi per vedere e orecchie per
sentire una qualche intelligenza del mondo.
> Se il Messia parla di qualcosa, allora parla della sua stessa azione sul
> mondo, capace di attrarre, risucchiare e convogliare i flussi e generare un
> mondo a partire dalla sua azione. Funziona come un idolo o un simulacro.
Se il Messia non può che parlare della sua stessa azione, allora l’unica storia
che può raccontare è una storia di idoli e simulacri, e infatti le poche scene
che Lars è riuscito a trarre da quei fogli stropicciati e disordinati raccontano
di uno strano scenario in cui a Drhobycz non resta più neanche un essere umano e
la cittadina diventa interamente popolata da idoli:
> Alcuni erano grassi Buddha nella posizione del loto, incapaci di camminare o
> di muoversi; venivano trasportati su lettighe da figurine egizie in miniatura,
> svariate dozzine per ogni lettiga. Altri erano mastodontiche teste dell’Isola
> di Pasqua. Un altro era Ikahnaton, il monolatro, la faccia e le membra
> deformate dalla malattia, egli stesso elevato ad idolo. Moltissimi avevano la
> forma di grandi uccelli di pietra: falchi, aquile, avvoltoi, sparvieri,
> giganteschi corvi scolpiti in marmo nero. […] Alcuni erano indegni, rozzi e
> malfatti, ma per la maggior parte rappresentavano l’ispirata fatica di
> eserciti d’ingegnosi artigiani, e v’era addirittura un piccolo gruppo di
> capolavori. Strade e botteghe straripavano e formicolavano di quei
> straordinari totem di legno, di pietra, di ceramica, d’argento e d’oro. Poiché
> non v’erano esseri umani ad adorarli, non era molto chiaro quale fosse il loro
> fine.
È come se tutti gli abitanti della città si fossero prima convertiti all’ateismo
e poi fossero fuggiti, lasciando gli idoli a loro stessi, privati di quella luce
speciale che la religione gli conferiva. Era quella luce che permetteva di
coglierli a partire da una distanza che nascondeva tutta la loro goffaggine e i
vari acciacchi che si portano dietro. D’altronde è inevitabile che anche questi
oggetti, essendo prodotti da mani umane, vadano incontro al deterioramento e al
malfunzionamento. O forse gli esseri umani sono fuggiti da Drohobycz perché,
iniziando a vedere negli idoli lo specchio del loro lavoro artigianale
imperfetto, sono rimasti terrorizzati e non sono stati più disposti a
riconoscergli alcun valore, essendo abituati a credere che fossero fatti
piuttosto da mani divine e a negare in quegli idoli il lavoro delle loro stesse
mani. Riprendendo il parallelismo con la nascita del cristianesimo, potremmo
dire che gli idoli di Drohobycz assomigliano alle immagini paleocristiane.
Queste infatti, in consonanza con il rivoluzionario svuotamento di Dio promosso
da Paolo, utilizzano uno stile disadorno e una trascuratezza formale non per
incapacità tecnica, ma per esplorare la nuova possibilità di rappresentare le
cose più alte in modo umile e dismesso.
Nel caos di idoli che popolano la cittadina, in cui questi idoli iniziano a
sedursi a vicenda, fino ad appiccare fuochi di idoli che bruciano altri idoli,
una cosa diventa sicuramente chiara: non è possibile sbarazzarsi delle immagini,
non c’è alcun prototipo da raggiungere perché la verità è immagine, ma non c’è
immagine della verità. A Drohobycz regna allora un tipo di iconofilia in linea
con la descrizione che ne ha dato Bruno Latour, cioè con la consapevolezza che
“l’unico modo di avere accesso alla verità, all’oggettività e alla santità è
spostarsi velocemente da un’immagine all’altra, e non vagheggiare l’impossibile
sogno di raggiungere un inesistente originale”.
> Con la descrizione del Messia il romanzo di Ozick raggiunge il suo punto più
> alto: la ricerca dell’origine viene risucchiata in un vortice frattale in cui
> non è possibile isolare alcun fermo immagine di cui accontentarsi.
Eppure, senza alcuna fanfara e come se niente fosse, in questo caos, tra idoli
spezzati, ammaccati e mezzi bruciati, a un certo punto, arriva il Messia. Che
forma potrà mai avere, viene proprio da chiedersi, dopo tutto quello che abbiamo
detto?
> All’apparenza sembrava fatto di vari, comuni materiali inerti, nessuno dei
> quali prezioso o in alcun modo prezioso: cotone, cartone, colla, filo, e
> neanche una manciata di fieno. La sua locomozione aveva un che di vagamente
> pauroso, ma era anche, in qualche modo, impedita e limitata: disponeva di
> svariate centinaia di vele a guisa di ali, che si agitavano in senso orario o
> antiorario come le pale di un mulino. Ma queste numerose “braccia” erano, se
> mai, più simili a delle pinne, completamente piatte, chiazzate dappertutto di
> segni color inchiostro, le quali davvero ricordavano delle pagine che
> venissero voltate. In effetti, peraltro, dei petali di quelle pinne avevano
> proprio la consistenza umidiccia; e non v’è dubbio che i loro strani tatuaggi
> facevano pensare a un qualche postulato annotato in un senso arcaico, un tipo
> di carattere cuneiforme forse, benché impossibile dire che cosa quel testo
> illeggibile proponesse come assioma. Se osservato con estrema attenzione […]
> quei segni color inchiostro si rivelavano essere dei disegni infinitamente
> minuscoli e di brillante esecuzione, di quegli stessi idoli che si erano
> impossessati della cittadina di Drhobycz.
Se pensiamo a Drohobycz come se fosse un organismo vivente e palpitante, allora
possiamo forse immaginare il Messia come una sorta di suo organo interno e
vitale che fosse uscito a vivere all’esterno, una sorta di creatura che abita il
rovescio ributtata sull’altro versante. Ma questo interno rivolto all’esterno
non fa che presentare nuove cavità e infinite nuove minuzie aderenti ad altri
ordini di grandezza. Con la descrizione del Messia il romanzo di Ozick raggiunge
il suo punto più alto: la ricerca dell’origine viene risucchiata in un vortice
frattale in cui non è possibile isolare alcun fermo immagine di cui
accontentarsi. Il fondamento è continuamente sfondato e ogni interno rivela un
interno più profondo in un gioco senza fine. La cosa più interessante è che una
storia inizialmente orientata dalla ricerca del romanzo perduto di Bruno Schulz
sfocia in una dimensione patafisica in cui l’ordinario si sbriciola nel
movimento dell’intero universo, che è probabilmente la caratteristica più
specifica della narrativa Schulz. La ricerca di Schulz come scrittore finisce in
una sorta di osmosi con lo stile della sua stessa scrittura.
Ma quando torna in stato di lucidità, Lars non ricorda più nulla del Messia,
resta soltanto “l’impronta muta di un rumore, una città che crollava, si
sgretolava, i propri gemiti, una lamentazione senza tregua”. Progressivamente si
rende conto di essere stato molto probabilmente sussunto nel complotto di un
club di falsari, che volevano far leva sulle sue ossessioni per far entrare in
circolazione una traduzione vera di un originale falso. Ma tra le interminabili
conversazioni intorno all’originalità del manoscritto, Heidi ad un certo punto
dice qualcosa di essenziale: “le persone così nascono, Dio sa come o da chi, a
compensazione di quello che non c’è. Versano nel vuoto le cose più strane. Come
sabbia in un sacco”. Lo sguardo gettato dentro il Messia ha rivelato un eterno
gioco di immagini che si fabbricano e smontano a vicenda, ma nelle parole di
Heidi risuona qualcosa come una consapevolezza meno ambiziosa: è il sentore che
la vita umana non possa fare a meno di selezionare e di attaccarsi ad alcune
immagini piuttosto che altre, fabbricandosi ogni volta un giaciglio personale
nella storia dell’universo, cercando strenuamente di difendere la differenza tra
una fotografia che si degrada su una tomba e il fiore che le fiorisce per caso
accanto.
L'articolo La vita impigliata nella materia proviene da Il Tascabile.