A febbraio 2020, vivevo in Austria e ho deciso di iscrivermi a una Winter School
dell’Università di Vienna sul modernismo. Su cinquanta studenti almeno la metà
veniva dalla Cina, erano in Europa apposta per seguire quel corso, alcuni non
avevano potuto viaggiare per via delle restrizioni pandemiche che lì il governo
aveva già iniziato ad applicare. Il professore di letteratura contemporanea fece
una lunga lezione introduttiva che partiva dai fondamenti del cristianesimo e
arrivava agli inizi del Novecento: stava tentando di riassumere un paio di
millenni di cultura occidentale a servizio degli studenti non europei – c’erano
anche australiani, giapponesi, indiani, americani che non conoscevano la storia
d’Europa. Nei giorni successivi abbiamo studiato Freud, Schnitzler, Otto Wagner,
Klimt, Schiele. Ho dialogato con i miei compagni cinesi e mi sono reso conto che
di loro non sapevo niente, mentre loro sapevano molto di me.
Per caso, pochi mesi dopo, confinato in casa per via del Covid ho letto Red
Mirror, il saggio di Simone Pieranni appena pubblicato da Laterza. Il nostro
futuro si scrive in Cina, dobbiamo guardare la Cina per sapere cosa ne sarà
almeno in parte della nostra società, studiare la Cina significa anche studiare
noi stessi, era la sintesi del libro. Red Mirror era una citazione della quasi
omonima serie Netflix sulle distorsioni della tecnologia, su quello schermo nero
su cui, specchiandoci quando è spento, possiamo vedere noi stessi e
contemporaneamente il vuoto. In quel periodo Simone Pieranni dirigeva la
redazione esteri del manifesto. Aveva già pubblicato cinque saggi sulla Cina e
fondato China Files, un’agenzia di stampa nata a Pechino nel 2008 per parlare di
affari cinesi e asiatici tramite il contributo di giornalisti, sinologi ed
esperti di comunicazione. Più tardi avrebbe pubblicato altri tre saggi, l’ultimo
dei quali, 2100 (2026), è stato finalista del premio Strega Saggistica.
Oggi Pieranni lavora per Chora Media, per cui dirige la sezione Chora News, cura
e realizza podcast. Il 7 aprile è uscito per Mondadori il suo ultimo saggio Lo
specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti. Pieranni riusa la
metafora dello specchio per mettere a fuoco lo sguardo opposto, quello della
Cina sull’Occidente. Il saggio approfondisce il modo in cui la Cina e i cinesi
hanno accolto, studiato e interiorizzato la cultura liberale e capitalista
americana dalla rivoluzione maoista a oggi, raccontando come il capitalismo ha
influito sulle volontà di potenza cinesi e come si configura oggi il rapporto
ambivalente con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ho parlato con Simone Pieranni
del suo lavoro di giornalista, per capire cosa significa per lui raccontare la
Cina oggi.
PARTIAMO DALLA METAFORA DELLO SPECCHIO. NEI TUOI SAGGI HAI INQUADRATO IL
RAPPORTO TRA L’OCCIDENTE E LA CINA DA VARI PUNTI DI VISTA: LA TECNOLOGIA, IL
CIBO, L’ORGANIZZAZIONE SOCIALE E DEL LAVORO. NELLO SPECCHIO AMERICANO PARLI DI
COME IL GOVERNO E LA SOCIETÀ CINESI SI SONO RELAZIONATI ALLE DEMOCRAZIE LIBERALI
E ALLE SOCIETÀ CAPITALISTE NELL’ULTIMO SECOLO, DEL RAPPORTO OSCILLANTE TRA
FASCINAZIONE ECONOMICA E CATTIVO GIUDIZIO MORALE CHE LA CONOSCENZA APPROFONDITA
DELLA SOCIETÀ AMERICANA HA GENERATO IN CINA. HO LETTO IL TUO SAGGIO USANDO, IN
MODO UN PO’ INCONSAPEVOLE, LE MIE LENTI DI EUROPEO, DI PERSONA CHE VIVE IN UNA
PARTE DI MONDO DOVE PREVALE UN’IDEA DI DEMOCRAZIA MOLTO DIVERSA DA QUELLA
AMERICANA, PIÙ TENDENTE AL WELFARE STATE CHE ALLO STATO ULTRA-LIBERALE. SAPPIAMO
CHE L’UNIONE EUROPEA COME SOGGETTO POLITICO RISCHIA DI DIVENTARE UN NEMICO DEGLI
INTERESSI DI TRUMP. LA CINA, INVECE, COME CI PERCEPISCE?
Lo specchio è una metafora su cui torno spesso perché parlare di Cina per me è
guardarsi allo specchio, è un riflesso sulle nostre considerazioni sull’altro,
sul diverso, sul lontano. Simon Leys, uno dei miei sinologi preferiti, diceva
che scrivere di Cina significa scrivere di sé stessi. Il dibattito sulle
democrazie europee in Cina è quasi assente. Secondo me la “nuova scuola” di
commentatori cinesi semplifica un po’ il rapporto tra USA ed Europa: le
distinguono, ma identificano un po’ tutto l’Occidente con gli Stati Uniti. I
discorsi cinesi sul funzionamento delle democrazie sono quasi sempre in
riferimento a Trump. L’Unione Europea in questo momento è considerata dalla Cina
più un mercato che un soggetto politico. Peraltro, Pechino organizza la propria
diplomazia sulla base di rapporti bilaterali allo scopo di far valere il proprio
peso economico. Quello che noto quando sto in Cina è che l’Unione Europea non è
percepita come soggetto forte, forse anche perché noi trasmettiamo molto poco il
nostro ruolo all’esterno: se non siamo in grado di agire come soggetto unitario,
tantomeno i cinesi sono in grado di percepirci così.
Non è un caso, inoltre, che in Cina si facciano discorsi sulle democrazie sulla
base delle loro amicizie diplomatiche: l’Ungheria di Orbán, la Serbia, quelle
che noi definiamo “democrazie imperfette”, che i cinesi sentono più in sintonia
con la loro organizzazione sociale. Nel saggio racconto di alcuni americanisti
cinesi che cercano di dimostrare che si può essere una potenza economica anche
senza essere una democrazia: lo scopo della loro ricerca è giustificare il fatto
che la Cina non sia una democrazia, quindi cercano i propri simili in giro per
il mondo.
A PROPOSITO DELLA BILATERALITÀ DEI RAPPORTI DI CUI PARLAVI, ALLA CINA INTERESSA
TRATTARE GLI STATI EUROPEI COME SOGGETTI SINGOLI PIUTTOSTO CHE COME UNIONE?
NEGLI ULTIMI MESI ABBIAMO ASSISTITO VARIE VOLTE AI TENTATIVI DI TRUMP E DELLE
DESTRE NOSTRANE DI SMONTARE L’UNITÀ DEGLI STATI EUROPEI PER DIFENDERE I PROPRI
INTERESSI ECONOMICI. LA CINA HA LO STESSO INTERESSE?
Nell’opinione pubblica cinese l’Unione Europea è considerata poco rilevante,
quasi non rientra nel dibattito. Da un punto di vista istituzionale, invece, la
Cina fa un passaggio ulteriore rispetto agli Stati Uniti: quando Angela Merkel
era al suo ultimo mandato in Germania e negli USA governava Biden l’Unione
Europea era un soggetto un po’ più forte e i dialoghi con la Cina erano più
intensi; e tuttavia i cinesi si chiedevano se per parlare con i leader europei
dovessero chiamare Biden o qualcuno di loro. I cinesi ci considerano totalmente
assoggettati al volere di Washington, una visione peraltro condivisa da una
parte dell’opinione pubblica italiana. Non è un caso che la Cina spinga per una
maggiore autonomia dell’Unione Europea. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi
ha detto qualche tempo fa che quando parla con l’Unione Europea gli sembra di
essere di fronte a un semaforo di cui il rosso, l’arancione e il verde si
accendono contemporaneamente; ha parlato di una sorta di disturbo cognitivo
dell’Unione Europea, che dal canto suo ha definito la Cina allo stesso tempo
partner, competitor e rivale sistemica. I cinesi dicono, insomma, “Decidetevi su
cosa siamo per voi”.
A PROPOSITO DI PARTNERSHIP E COMPETIZIONE: NEL CONTESTO DI GUERRA MULTIPOLARE IN
CUI L’UNIONE EUROPEA SI TROVA QUASI TRASCINATA A FORZA DAGLI STATI UNITI, LA
CINA SEMBRA PROPORSI COME UN SOGGETTO PIÙ STABILE, MENO CAOTICO E IMPREVEDIBILE,
PIÙ AFFIDABILE, AD ECCEZIONE DELLA PRESSIONE MILITARE SUI TERRITORI CHE
CONSIDERA “SUOI” COME TAIWAN. È UNO STRUMENTO DI SOFT POWER IDEOLOGICO?
Credo che questa immagine di stabilità sia già presente nella nostra opinione
pubblica; non penso però che dipenda dal soft power cinese ma dal nostro
antiamericanismo. Abbiamo idee molto rigide sulla Cina. Per farti un esempio, il
mio podcast Zoom China ora è diventato un video-podcast e YouTube è un ambiente
in cui si esprimono opinioni molto forti e polarizzate; quindi se ad esempio
racconto che la Cina ha problemi politici interni sono accusato di essere un
suprematista occidentale che parla a sproposito di quel Paese. C’è una
polarizzazione nell’opinione pubblica per cui la Cina o è una feroce dittatura o
una specie di paradiso che si contrappone al capitalismo predatorio degli USA.
L’idea della Cina come punto di riferimento è ovviamente un’immagine che anche
la Cina stessa cerca di dare, ma deriva dal fatto che di fronte a tutto quello
che sta succedendo, è essenzialmente ferma. Questo immobilismo a volte è solo
presunto: di fronte all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, ad esempio,
la Cina ha rappresentato un supporto fondamentale per Putin da un punto di vista
economico. Sull’Iran e sul Venezuela non si è mossa per necessità di stabilità
sia interna che esterna, e in più perché stare fermi di fronte alle politiche
aggressive di Trump può rivelarsi la mossa vincente proprio in relazione agli
Stati Uniti.
D’altronde, come questo immobilismo esercita fascino su di noi, così rischia di
essere un boomerang verso i Paesi del Sud globale che vedono nella Cina un
alleato. Banalizzando, se sei un alleato della Cina e pensi che potresti avere
problemi con gli Stati Uniti sai già che Pechino non ti aiuterà in nessun modo:
viene giù Bashar al-Assad e non succede nulla, prendono Maduro e non succede
niente, idem quando bombardano l’Iran. Questo perché la Cina non ha alleanze
come le concepiamo noi, rapporti che prevedono sostegno militare automatico in
caso di guerra. È un Paese molto centrato su sé stesso: quello che succede nel
mondo è osservato dal governo cinese soltanto come lente per capire se avranno
vantaggi o svantaggi interni. Sull’Iran, ad esempio, è stata fatta scena muta
perché le priorità al momento dello scoppio della guerra erano l’Assemblea
nazionale e l’incontro previsto con Trump. A livello internazionale, al massimo,
per la Cina può essere importante quello che succede in Myanmar o nelle
Filippine.
L’ELETTORATO PROFONDO AMERICANO È MOLTO CONCENTRATO SUGLI AFFARI INTERNI DEL
PROPRIO PAESE E POCO SU QUELLO CHE SUCCEDE ALL’ESTERNO, A DISPETTO DELLE
POLITICHE INTERVENTISTE DEI VARI GOVERNI. ANCHE IN CINA È COSÌ?
La Cina è un Paese molto diversificato al suo interno, sia a livello etnico – ci
sono più di 50 etnie – sia per le condizioni di vita – si va da zone tropicali a
regioni al confine con la Siberia. Però sì, semplificando molto potremmo dire
che alla persona comune non interessa molto di quello che succede all’estero.
Trump, della cui immagine in Cina racconto anche nel libro, fa ovviamente
parlare di sé, ma in periodi in cui non c’è una personalità così “effervescente”
la politica internazionale conta ben poco. Anche sui social, se non fosse che in
questo momento gli Stati Uniti stanno davvero occupando la scena mondiale, si
parla quasi sempre di affari interni come le pensioni, le questioni legate alla
sanità o alle governance locali. La politica internazionale magari occupa canali
specifici, ad esempio alcuni podcast appannaggio per lo più di élite urbane.
PARLANDO DELLA TUA ATTIVITÀ DI GIORNALISTA CHE RACCONTA LA CINA, TI DO TRE
VERBI: INFORMARE, RACCONTARE, SPIEGARE. QUALI PENSI CHE DESCRIVANO MEGLIO IL TUO
LAVORO? QUALE DELLE TRE DIMENSIONI È PIÙ FORTE, MAGARI A SECONDA DEL MEZZO CHE
USI – ARTICOLI, SAGGI, PODCAST – O DELL’ARGOMENTO DI CUI PARLI?
Privilegio le prime due. In qualità di giornalista, la mia priorità è informare
su quello che succede. Aggiungerei poi la dimensione del racconto, che è
arrivata soprattutto da quando faccio i podcast. Scrivere podcast ha cambiato la
mia scrittura in generale, nell’ultimo saggio ho dovuto lavorare molto sulla
forma. Quando scrivo mi piace inserire elementi di narrazione vera e propria,
strumenti letterari della lingua. Non userei “spiegare” perché non è un elemento
che mi attira, penso che molte cose di cui mi occupo non possano essere
spiegate, si possono raccontare passando delle informazioni in relazione alle
quali il lettore o l’ascoltatore deve avere una parte attiva. Mi piace pensare
di dare a chi mi legge o ascolta degli strumenti in una forma fruibile, che è la
forma del racconto. Per farti un esempio, per me che sono un appassionato
dell’hard boiled, un racconto in bello stile può essere lo strumento per
informare il pubblico su questioni molto noiose come un summit del partito
comunista cinese, magari lavorando sui personaggi.
COM’È CAMBIATA LA TUA PERCEZIONE DEL PUBBLICO ITALIANO SUGLI AFFARI CINESI DA
QUANDO HAI FONDATO CHINA FILES A OGGI? PENSI CHE OGGI RISPETTO A PRIMA IL
PUBBLICO GENERALISTA SIA PIÙ CONSAPEVOLE SU CERTI ARGOMENTI?
Con China Files partivamo dall’ignoto più totale, non sapevamo cosa avremmo
fatto né a chi avremmo parlato. Era il 2008, c’era un interesse crescente nei
confronti della Cina ma non sapevamo quale pubblico ci avrebbe letto. Abbiamo
avuto poi occasione di presentare il nostro progetto in contesti in cui anche
professori universitari ci hanno dato fiducia – noi non eravamo quasi niente nel
panorama mediatico italiano. Le regole che mi do adesso quando lavoro sono le
stesse dei tempi di China Files: raccontare cose in una maniera comprensibile
anche da chi non è esperto di Cina e allo stesso tempo essere rigorosi, in modo
che anche un sinologo possa accedere alle informazioni con interesse,
bilanciando le informazioni accademiche con l’interesse verso la
contemporaneità.
Nella programmazione editoriale mi immagino di avere un dialogo costante con chi
ascolta, mi faccio meno problemi a selezionare temi di nicchia: qualche tempo fa
abbiamo fatto una puntata sul Buthan ad esempio. Il pubblico nuovo si inserisce
nel discorso a mano a mano, e comunque concepisco il mio lavoro giornalistico
come una grande narrazione unica in cui le informazioni nuove si tengono insieme
con quello che ho detto prima, ad esempio con un episodio del podcast del
passato. Il podcast, che è una forma di comunicazione un po’ autoritaria e
verticale – uno parla, gli altri ascoltano –, si nutre del confronto con il
pubblico che avviene tramite i social, tramite i commenti, tramite gli incontri.
È come se fosse un discorso costante che incrocia podcast, libri, commenti e
presentazioni.
NELL’ACCADEMIA ITALIANA VEDO UN SOGGETTO CAPACE DI PRODURRE LE FORME PIÙ
COMPLESSE E APPROFONDITE DI CULTURA E ALLO STESSO TEMPO INADATTO A COMUNICARE
CON L’ESTERNO, RACCONTARE LA RICERCA. SENTI DI SVOLGERE UNA FUNZIONE DI
MEDIAZIONE TRA L’ACCADEMIA E IL PUBBLICO?
Io mi sento molto nel mezzo tra l’accademia e il fuori, devo studiare molto e
allo stesso tempo “divulgare”, per dirla in maniera un po’ semplicistica.
L’accademia italiana continua ad avere una serie di problemi riguardo ai
linguaggi che usa: leggo moltissimi accademici stranieri che scrivono come
scrivo io, pur avendo una base di ricerca molto più ampia della mia. Ad esempio,
Daniel Bell, ex preside della Scuola di Scienze politiche e Pubblica
amministrazione all’Università di Shandong, ha pubblicato un libro di dialoghi
fra filosofi cinesi su temi contemporanei, scritto in un linguaggio
contemporaneo, un approccio impensabile in Italia. In parte credo ci sia anche
una questione generazionale legata ai nuovi linguaggi. Probabilmente l’accademia
dovrebbe prendere più parola, soprattutto sui temi complessi o sui pregiudizi
sulla Cina che sono molto difficili da scardinare, ma mi sembra che sia indietro
sulle forme più recenti di comunicazione.
CON ALTRI ORIENTI ALLARGHI LO SGUARDO DALLA CINA ALL’ASIA INTERA. QUALI SONO I
FILTRI CHE USI PER RACCONTARE I DIVERSI PAESI DELL’ASIA DA UN PUNTO DI VISTA
LOCALE E NON CON LO SGUARDO OCCIDENTALE? IL SISTEMA INFORMATIVO ITALIANO HA GLI
STRUMENTI PER RACCONTARE VICENDE DI PAESI CHE MEDIAMENTE NON SONO PRESI IN
CONSIDERAZIONE DAL NOSTRO SGUARDO?
La base del buon lavoro giornalistico sono le fonti. Io uso sempre fonti
giornalistiche provenienti dai Paesi di cui parlo, considerando che quasi tutti
i Paesi ormai hanno siti di informazione in inglese. Anche gli studiosi e le
studiose locali si occupano di attualità e per me sono un’ottima fonte di
informazione. Prendere il loro punto di vista è essenziale, ovviamente cercando
sempre di contestualizzarlo. Inserire nel discorso analisti occidentali può
essere utile a fare un confronto, se usare un punto di vista occidentale
permette di contestualizzare meglio un fenomeno, ma il mio punto di partenza
sono sempre le fonti asiatiche. Con la Cina chiaramente sono avvantaggiato,
perché conosco anche i meandri e le sottoculture, mentre in altri contesti cerco
di arrivarci tramite i magazine o la lettura di libri. Le buone fonti
distinguono il giornalismo dalla semplice informazione. Per questo è
fondamentale conoscere persone del posto, intessere relazioni e allo stesso
tempo saper tenere le distanze critiche da ogni fonte a seconda della
provenienza.
COM’È CAMBIATO IL TUO LAVORO QUOTIDIANO DI GIORNALISTA NEL PASSAGGIO DALLA
DIREZIONE DELLA REDAZIONE ESTERI DEL MANIFESTO A CHORA?
La vita di un caporedattore degli esteri è un inferno, prima di tutto per i
tempi: dai giornali esci tardi e lavori sempre. Il manifesto ha una grande
tradizione di esteri ed era un lavoro per il quale ho imparato a seguire sempre
quello che succede, a curare il lavoro degli altri, ma anche ad avere un’agenda
mia, sapere quali sono gli argomenti sui quali i lettori e le lettrici si
aspettano che il giornale tenga il punto. Il mio lavoro di curatela dei podcast
di Chora News non si differenzia molto da quello che facevo al manifesto, ma se
penso soltanto ai podcast fatti da me posso dilatare i tempi, curare meglio i
contenuti, approfondire. Il metodo è completamente diverso. Ho un processo molto
lungo di lettura e uno abbastanza veloce di scrittura.
PIÙ IN GENERALE, PENSI CHE LA FORMA PODCAST PERMETTA UN’INFORMAZIONE PIÙ ADATTA
ALL’ORGANIZZAZIONE DELLA VITA CONTEMPORANEA?
Sicuramente. Essendo costretti al multitasking il podcast è uno strumento utile.
Io ad esempio ne ascolto tanti e sempre mentre faccio altro. L’audio mi permette
di informarmi senza dover fare solo quello, senza usare le mani che servono a
tenere un giornale, banalmente.
È UNO STRUMENTO PIÙ SOSTENIBILE DAL PUNTO DI VISTA ECONOMICO?
Diciamo che a Chora la parte che porta i soldi è quella branded. Chora News,
facendo informazione e quindi ascolti, magari permette alle aziende di
accorgersi di Chora come ecosistema. Credo che non ci sia davvero sostenibilità
economica per questo tipo di prodotti finché la loro fruizione sarà mediata da
piattaforme non gestite da chi li produce. È diverso per i media che possono
permettersi di avere una piattaforma propria. Un altro fattore da tenere in
considerazione nel nostro caso è la lingua: i podcast in italiano sono fruibili
da un pubblico più ristretto di altri. Infine, in Italia non siamo educati a
pagare volentieri i contenuti informativi e culturali, perché i grandi media, da
noi, non hanno fatto come quelli americani che hanno abituato il pubblico a
pagare la qualità.
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N ell’ormai decennale sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti, è capitato già
più di una volta che fossero gli USA ad arrivare secondi. È successo con il 5G,
dove la Repubblica popolare ha dominato a livello infrastrutturale e di
diffusione. È avvenuto più di recente con le auto elettriche, il 53% delle quali
circola in Cina, patria anche del marchio più di successo al mondo (BYD, la cui
quota di mercato è oltre il doppio di quella di Tesla).
Un altro fondamentale settore in cui la sfida è ancora aperta è quello dei
supercomputer: oggi gli Stati Uniti sono tornati a dominare la classifica
specialistica Top500 con i loro tre computer exascale (in grado cioè di svolgere
un miliardo di miliardi di operazioni al secondo), ma è noto come la Cina,
nell’ormai lontano 2021, sia stata la prima nazione al mondo a sviluppare questi
sistemi. La ragione per cui i computer exascale cinesi non compaiono nella
classifica è legata alla scelta di Pechino di smettere di divulgare i risultati
ottenuti, perdendo di conseguenza il primato ufficiale.
Si potrebbero inoltre citare le tecnologie quantistiche: nel 2017 la Cina è
stata la prima nazione al mondo a portare a termine con successo una
comunicazione satellitare quantistica e oggi, secondo parecchie analisi, sarebbe
in vantaggio anche nello sviluppo dei computer quantistici.
E per quanto invece riguarda l’intelligenza artificiale (IA)? È davvero
possibile che la Repubblica popolare conquisti un primato tecnologico che – per
parafrasare Vladimir Putin – le consentirebbe di “dominare il mondo”? Fino a
questo momento, e nonostante i grandi progressi, non ci sono dubbi sul fatto che
gli Stati Uniti abbiano mantenuto un vantaggio: “Dopo tutto, la tecnologia e la
proprietà intellettuale statunitense dominano ogni livello dell’industria
dell’intelligenza artificiale”, ha scritto Reva Goujon di Rhodium Group: “I
processori Nvidia aumentano la potenza di calcolo di vari ordini di grandezza,
alimentando la rivoluzione della IA; i fornitori di servizi cloud statunitensi,
come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud Platform,
distribuiscono enormi risorse computazionali; aziende come Google, Meta, OpenAI,
Anthropic e xAI hanno sviluppato i modelli fondativi su cui le aziende di tutto
il mondo fanno affidamento per adattare e ottimizzare le proprie applicazioni”.
L’avanzata dei chip cinesi
I numeri confermano queste affermazioni: per quanto riguarda l’infrastruttura,
al momento i Big Three statunitensi (AWS, Microsoft, Google) detengono il 63%
del mercato cloud globale, mentre il principale fornitore cinese, Alibaba,
arriva soltanto al 4%. Per quanto riguarda la proprietà intellettuale, l’AI
Index Report 2025 di Stanford mostra come la ricerca statunitense sia ancora
dominante nei paper più citati, nonostante la Cina sia avanti per quanto
riguarda la quantità totale di pubblicazioni scientifiche (riproponendo in
chiave accademica il classico scontro qualità vs quantità).
Nel fondamentale settore dei chip, le GPU (Graphics Processing Unit) più
avanzate – progettate da Nvidia e stampate dalla taiwanese TSMC (Taiwan
Semiconductor Manufacturing Company, e che, per effetto delle sanzioni volte a
ostacolarne la crescita tecnologica, non possono essere vendute in Cina) – sono
realizzate con processo produttivo a 4 nanometri e potrebbero a breve scendere
addirittura a 2 nanometri. Nel mentre, la Cina ha raggiunto, grazie alla sua
azienda specializzata SMIC (Semiconductor Manufacturing International
Corporation), chip da 7 nanometri e starebbe lavorando insieme a Huawei, ma non
senza difficoltà, alla produzione di una nuova generazione di chip da 5
nanometri. Nel complesso, si può affermare che la produzione dei chip cinesi sia
indietro di circa 5 anni rispetto agli Stati Uniti.
> Le sanzioni USA hanno obbligato la Cina a trovare una via autarchica
> all’intelligenza artificiale, senza poter fare affidamento né sui chip
> statunitensi, né sui macchinari olandesi per produrli in autonomia. E i
> risultati iniziano a vedersi.
La decisione degli Stati Uniti di vietare l’esportazione dei chip più avanzati e
dei macchinari necessari per produrli (come quelli per la litografia
dell’olandese ASML) ha quindi rallentato lo sviluppo cinese e permesso agli
Stati Uniti di mantenere la loro leadership. Allo stesso tempo, questa strategia
si sta in parte rivelando un boomerang. Come scrive ancora Goujon, “gli
ingegneri cinesi sono sommersi da risorse statali, allo scopo di innovare la
produzione di chip nonostante le restrizioni imposte dagli Stati Uniti”.
In poche parole, le sanzioni USA hanno obbligato la Cina a trovare una via
autarchica all’intelligenza artificiale, senza poter fare affidamento né sui
chip statunitensi, né sui macchinari dell’olandese ASML che avrebbero permesso
di produrli in autonomia. I risultati iniziano a vedersi: HiSilicon (società di
Huawei per la progettazione di chip) e la già citata SMIC (che invece li stampa)
sono ormai in grado di produrre processori – come Ascend 910C – capaci di
prestazioni quasi assimilabili a quelle di A100, la terzultima generazione di
GPU Nvidia (ma sono ancora lontani dai più avanzati H100 e H200, di penultima
generazione, per non parlare della nuova generazione Blackwell).
La distillazione di DeepSeek
Per quanto ancora lontana dalle performance dei chip statunitensi, la Cina sta
quindi dimostrando di essere in grado di fare importanti e autonomi progressi.
Ma a dare ulteriore fiducia alla Repubblica popolare è il fatto che, negli
ultimi mesi, il focus nel campo dell’intelligenza artificiale – e in particolare
dei large language model – abbia iniziato a spostarsi dalle dimensioni
all’ottimizzazione.
In sintesi estrema: lo sviluppo dei large language model ha fino a oggi seguito
la cosiddetta “legge di scala”, secondo la quale la capacità dei modelli
linguistici aumenta proporzionalmente al crescere dei parametri, dei dati e del
potere computazionale. Una legge che quindi premia chi ha a disposizione, tra le
altre cose, i chip più avanzati da impiegare in fase di addestramento.
> L’arrivo di DeepSeek potrebbe segnare l’inizio di un nuovo ciclo, in cui i
> modelli vengono costruiti sulla base di quelli pre-esistenti, in un processo
> che accelera la fase di sviluppo e riduce i costi computazionali.
Da qualche tempo, questa legge ha però iniziato a mostrare dei ritorni
decrescenti: a fronte di spese in costante aumento, i large language model
ottengono miglioramenti sempre più ridotti. Per questa ragione, e anche alla
luce dell’insostenibilità economica della legge di scala, l’attenzione si è
spostata dalla massimizzazione della potenza di calcolo verso l’ottimizzazione
di modelli preaddestrati e già disponibili, al fine di ottenere da essi delle
prestazioni più avanzate.
Il simbolo di questa transizione è DeepSeek, la startup cinese che è stata in
grado di sviluppare modelli dalle performance vicine a quelle dei sistemi
statunitensi investendo però una frazione dei soldi. Per riuscire in questa
impresa, DeepSeek ha sfruttato un processo noto come distillazione, che consente
a modelli più piccoli di apprendere da quelli già esistenti e più grandi.
Tramite la distillazione, la conoscenza di un modello linguistico di grandi
dimensioni (ribattezzato “insegnante”) viene trasferita a uno più piccolo (lo
“studente”), mantenendo prestazioni simili ma con minori costi computazionali.
In questo processo, il modello più piccolo viene esposto alle risposte e ai
ragionamenti del modello più grande – per DeepSeek sono stati impiegati Qwen di
Alibaba, Llama di Meta e o1 di OpenAI – invece che ai soli dati grezzi,
apprendendo più rapidamente anche schemi complessi.
L’arrivo di DeepSeek potrebbe quindi segnare l’inizio di un nuovo ciclo nello
sviluppo dell’intelligenza artificiale. I modelli non nascono più isolati, ma
vengono costruiti sulla base di quelli pre-esistenti, in un processo che
accelera la fase di sviluppo e riduce i costi computazionali. Il vecchio
sistema, in cui una singola azienda raccoglieva i dati, addestrava e rifiniva il
proprio modello da zero (con costi esorbitanti), potrebbe lasciare sempre più
spazio a questo nuovo meccanismo.
La guerra dei talenti
Da un lato, i progressi nel campo dei chip; dall’altro, la vantaggiosa
trasformazione della fase di addestramento dei modelli linguistici. Un terzo
fondamentale fattore è invece rappresentato dai talenti: gli ingegneri e le
ingegnere in grado di teorizzare, progettare e dare vita ai più avanzati sistemi
di intelligenza artificiale.
> A causa delle politiche migratorie sempre più rigide – e dell’incertezza in
> cui le persone che emigrano negli USA sono costrette a vivere – la percentuale
> di ingegneri del deep learning che decide di fare carriera nella Silicon
> Valley è in costante diminuzione.
Nientemeno che Mark Zuckerberg può aiutarci a capire quanto siano importanti i
talenti in questo settore. Nel tentativo di potenziare l’intelligenza
artificiale di Meta, Zuckerberg ha “rubato” a OpenAI e ad altri colossi del
settore alcuni dei loro principali ingegneri, offrendo compensi che
supererebbero anche quelli delle superstar NBA, toccando vette da 100 milioni di
dollari all’anno. Una cifra mostruosa. Che ci aiuta a capire quanto sia
importante avere a disposizione i migliori talenti a livello mondiale e che ci
porta a parlare di uno dei tasti dolenti, in questo ambito, degli Stati Uniti
dell’amministrazione Trump. A causa delle politiche migratorie sempre più rigide
– e dell’incertezza in cui le persone che emigrano negli Stai Uniti sono
costrette a vivere – la percentuale di ingegneri del deep learning che decide di
fare carriera nella Silicon Valley è in costante diminuzione.
“Dopo aver completato il suo ciclo di laurea nel 2015 in una delle più
prestigiose università cinesi, e dopo aver lavorato come ingegnere del software
a HSBC, Zhou Yijun, 31 anni, sperava di trovare una città nordamericana in cui
prendere il PhD e potenzialmente sistemarsi una volta per tutte”, racconta
Yvonne Lau. “Le politiche di Trump hanno reso la sua scelta facile: ‘Ho pensato:
ok, il Canada è la scommessa più sicura per ricevere il permesso di soggiorno’”.
In verità, il secondo mandato Trump ha solo contribuito ad accelerare una
tendenza già in atto: la percentuale di esperti top tier di intelligenza
artificiale (quelli citati nei paper più importanti) che lavorano negli Stati
Uniti aveva infatti già da qualche tempo iniziato a calare, passando dal 59% del
2019 al 42% del 2022.
Se si considera che la Cina forma circa la metà dei talenti globali
dell’intelligenza artificiale (mentre gli USA sono al 18%), quanto Pechino sta
investendo in questo settore (finanziando anche i laboratori di ricerca
universitari), quanto sta puntando su una narrazione patriottica per riportare a
casa chi lavora all’estero (con tutto il bagaglio di competenze nel frattempo
appreso) e quanto abbia aumentato gli stipendi offerti (per quanto ancora una
frazione di quelli della Silicon Valley), si intuisce quale sia la nazione che
più di ogni altra si stia avvantaggiando della crescente diffidenza
internazionale nei confronti degli Stati Uniti di Trump.
Anche da questo punto di vista, la vicenda di DeepSeek è stata esemplare. Alcuni
ricercatori di Stanford hanno analizzato la biografia degli oltre 200 autori dei
vari paper tecnici pubblicati dalla startup cinese, concludendo come il successo
di DeepSeek “sia fondamentalmente una storia di talento autoctono”: metà del
team di DeepSeek non ha infatti mai lasciato la Cina per motivi di studio o
lavoro, e la metà che lo ha fatto è poi tornata per dedicarsi allo sviluppo
dell’intelligenza artificiale made in China.
> Se si considera quanto Pechino stia investendo in questo settore e quanto stia
> lavorando per riportare a casa chi lavora all’estero, si intuisce quale
> nazione più di ogni altra stia mettendo a frutto la crescente diffidenza
> internazionale nei confronti degli USA di Trump.
Gli sforzi cinesi per colmare il divario con gli Stati Uniti, insomma, stanno
dando i loro frutti. Secondo alcune stime, anche solo fino a un paio di anni fa
i principali modelli statunitensi superavano abbondantemente quelli cinesi in
termini di accuratezza. La Cina ha rapidamente colmato il divario grazie a
iniziative governative (come il Next Generation AI Development Plan),
investimenti nell’educazione, nella formazione e nella ricerca, una stretta
collaborazione tra Pechino e l’industria tecnologica e massicci finanziamenti
pubblici in data center, infrastrutture energetiche e produzione di
semiconduttori.
Il vantaggio degli Stati Uniti
A questo punto, è importante fare una precisazione: gli Stati Uniti sono ancora
leader globali dell’intelligenza artificiale e i punti deboli della Cina sono
ancora da superare. Nonostante i progressi nel campo dei chip, e nonostante
l’attenzione crescente all’ottimizzazione invece che alla massimizzazione delle
prestazioni, resta il fatto che HiSilicon e SMIC sono ancora parecchi anni
indietro rispetto a Nvidia e TSMC, con il risultato che al momento, e nonostante
la “rivoluzione DeepSeek”, tutti i modelli di frontiera sono ancora di
provenienza statunitense.
C’è poi la questione dei soldi: non sono solo i salari della Silicon Valley a
essere molto più elevati, ma anche gli investimenti privati USA rispetto a
quelli cinesi. L’AI Index di Stanford segnala come nel 2024 gli investitori
statunitensi abbiano riversato nel settore dell’intelligenza artificiale
qualcosa come 109,1 miliardi di dollari contro i 9,3 miliardi della Cina: quasi
12 volte tanto.
A causa della differente struttura economica di Cina e Stati Uniti è però
difficile fare un confronto preciso. Secondo TechWire, per esempio, nel 2025 gli
investimenti complessivi cinesi – compresi quindi quelli pubblici –
raggiungeranno i 98 miliardi di dollari. È invece difficile stimare con
precisione l’investimento pubblico statunitense, spesso in partnership con il
mondo privato, più frammentato e meno pianificato (ma che potrebbe comunque
valere svariate centinaia di miliardi di dollari). Nel complesso, in ogni caso,
il mercato statunitense dell’intelligenza artificiale viene stimato a circa 150
miliardi di dollari per il 2025, oltre il doppio di quello cinese.
> Quella in corso è una guerra fredda dell’intelligenza artificiale, con buona
> parte del Sud globale che sta integrando i sistemi e le infrastrutture di
> intelligenza artificiale di provenienza cinese.
L’unica certezza, in questo mare di numeri, è che la Cina si sta comunque
avvicinando a grandi passi agli Stati Uniti, mentre i perduranti ostacoli
incontrati in questa rincorsa possono essere considerati il prezzo da pagare per
conquistare una crescente e inedita autonomia tecnologica. Quella in corso è
insomma una guerra fredda dell’intelligenza artificiale, attorno alla quale si
stanno inoltre creando dei blocchi politici digitali, con Africa, Sudest
asiatico e parecchie nazioni del Sudamerica (a partire dal Brasile) che stanno
integrando i sistemi e le infrastrutture di intelligenza artificiale di
provenienza cinese.
Di fronte all’avanzata internazionale della tecnologia cinese (sperimentata
anche da aziende di nazioni alleate degli Stati Uniti come Saudi Aramco,
Standard Chartered o HSBC), il “selling point” principale dei colossi della
Silicon Valley si è fatto ideologico ed è stato recentemente riassunto dal
fondatore di OpenAI, Sam Altman: “Vogliamo assicurarci che l’intelligenza
artificiale democratica vinca su quella autoritaria”. Una narrazione in cui
vengono sottolineati i rischi legati all’adozione di una tecnologia che potrebbe
disseminare propaganda pro-Cina, censurare contenuti critici nei confronti del
Partito comunista cinese, essere impiegata a fini di spionaggio, facilitare la
diffusione della sorveglianza di massa nei confronti della popolazione e altro
ancora.
Timori assolutamente realistici, ma che nell’epoca delle pulsioni autoritarie di
Donald Trump – e in una fase in cui Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata
da xAI di Elon Musk, si lascia andare a deliri neonazisti e a propaganda
complottista – è fin troppo facile rivolgere anche agli Stati Uniti. Di tutte le
ragioni per cui la sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti è di fondamentale
importanza, la cornice narrativa “libertà vs dittatura” diventa ogni giorno che
passa meno credibile.
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