Tag - Intelligenza Artificiale

Intelligenza artificiale, i primi 3000 anni
L’ idea contemporanea di intelligenza artificiale viene fatta risalire storicamente alla conferenza The Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence, tenutasi al Dartmouth College, nel New Hampshire, nel 1956. È lì che un gruppo di studiosi guidati dai matematici e informatici John McCarthy, Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon organizza un seminario destinato a fondare una nuova disciplina, ed è lì che per la prima volta viene utilizzata l’espressione artificial intelligence. L’obiettivo dichiarato è “studiare come ogni aspetto dell’apprendimento o qualunque altra caratteristica dell’intelligenza possa, in linea di principio, essere descritta in maniera talmente precisa da permettere di costruire una macchina in grado di simularla”. Negli anni successivi l’intelligenza artificiale (IA) conoscerà numerosi alti e bassi – i cosiddetti “inverni” – alternando picchi di entusiasmo e finanziamenti a lunghi periodi di sostanziale disinteresse, fino all’esplosione a cui assistiamo oggi. L’idea di una intelligenza artificiale capace di riprodurre o addirittura superare quella umana non nasce però nel 1956. Già più di tremila anni fa miti, storie e filosofie hanno cominciato a stratificarsi lungo le vicende umane, plasmando l’immaginario che abbiamo ereditato. Lungi dall’essere una tecnologia astratta e neutrale, l’intelligenza artificiale è stata resa possibile da un’architettura culturale costruita in millenni. Molto prima che esistessero i chatbot l’essere umano aveva già immaginato macchine capaci di pensare, servitori artificiali, teste parlanti che dispensano oracoli, creature di metallo dotate di volontà. Vale allora la pena provare a ricostruire il filo invisibile di quella “preistoria culturale”: la galleria di miti, opere letterarie, automi e teorie filosofiche che ha gettato le fondamenta dell’IA molto prima della sua invenzione tecnica, e che continua a orientare il modo in cui ne parliamo, la temiamo e la desideriamo. Contro l’idea, oggi diffusa, per cui la tecnologia sarebbe un artefatto neutrale al servizio dell’uomo, è infatti utili ricordare che l’IA nasce dentro un orizzonte di valori, paure e desideri, e che l’intelligenza artificiale che usiamo è il riflesso diretto delle persone che l’hanno immaginata e costruita lungo i secoli. I primi “semi” Partendo dalla Grecia antica, numerosi miti pongono le basi per grandi riflessioni sul rapporto tra essere umano e macchina. Uno dei primi a interrogarsi sul tema è Omero. Nell’Iliade Achille, accecato dal dolore per la morte di Patroclo, decide di vendicarsi di Ettore. A questo punto Teti, madre di Achille, sale sull’Olimpo e si rivolge a Efesto, “il fabbro degli dei”, per chiedere al dio del fuoco di forgiare per Achille armi degne dello scontro imminente con l’eroe troiano. Il dio si fa assistere dai “tripodi”, automi di metallo che si muovono da soli, e soprattutto dalle ancelle d’oro, figure femminili artificiali dotate di voce, intelligenza e forza: il primo tentativo di immaginare creazioni artificiali “intelligenti”, dei robot ante litteram. Lo stesso concetto ritorna nelle Argonautiche di Apollonio Rodio con Talos, il gigante di bronzo – ancora forgiato da Efesto – programmato per pattugliare le coste di Creta. L’organico e il macchinico si mescolano nell’idea di macchine antropomorfe, create dall’uomo per svolgere funzioni specifiche. > Molto prima che esistessero i chatbot l’essere umano aveva già immaginato > macchine capaci di pensare, servitori artificiali, teste parlanti che > dispensano oracoli, creature di metallo dotate di volontà. Da un’angolatura diversa si spinge il mito di Prometeo, soprattutto nella versione del Prometeo incatenato attribuito a Eschilo. Prometeo è ricordato come il titano che ruba il fuoco per donarlo agli uomini, ma ciò che davvero trasmette all’umanità è l’intelligenza e la memoria, il dono grazie al quale la nostra specie ha potuto fare quello che ha fatto attraverso i secoli. E non è solo un ribelle: come ha mostrato la storica Adrienne Mayor in Gods and Robots (2018), gli antichi lo raffigurano spesso come un artigiano che fabbrica gli uomini in una bottega, con strumenti ordinari. Nasce così, primordialmente, l’idea che gli esseri umani possano a loro volta essere creati artificialmente, che le nostre facoltà siano riproducibili con l’ingegno e la tecnica. Ed è anche grazie a questa idea se oggi c’è chi concretamente lavora alla costruzione dell’AGI (Artificial General Intelligence), la superintelligenza capace di fare tutto. Le macchine come pharmakon Nel Fedro, Platone ci porta a riflettere sul rischio che la dipendenza dalla tecnologia distrugga la nostra intelligenza. Attraverso il racconto che fa pronunciare al suo maestro Socrate, mette in scena l’incontro tra il dio egizio Theuth, inventore ingegnoso, e il re Thamus. Quando Theuth gli presenta la scrittura come un rimedio capace di rendere gli uomini più sapienti e più capaci di ricordare, Thamus capovolge il giudizio: la scrittura non rafforzerà la memoria, la indebolirà, perché abituerà a ricordare dal di fuori, attraverso segni estranei, dando l’apparenza del sapere al posto del sapere stesso. La scrittura è per Platone un pharmakon, è insieme medicina e veleno. E lui stesso, aspro critico della scrittura, se ne servirà per tramandare il proprio pensiero, a segnalare l’ambivalenza costante tra il potere emancipatore delle tecnologie e il rischio di esserne travolti. > Numerosi ritrovamenti ci dicono che scienziati e ingegneri greci tentarono di > costruire vere e proprie macchine intelligenti: dalla colomba meccanica di > Archita di Taranto alla macchina di Antikitera. Anche il mito di Pandora, la donna modellata per ordine di Zeus come strumento di punizione per l’umanità. anticipa una questione al centro del dibattito contemporaneo, ovvero quella dei bias. La storia di Pandora, essere artificiale dalle sembianze umane, è un’antica formulazione dell’idea della donna come portatrice di mali. Pandora viene plasmata dal già citato Efesto – a conferma della centralità del dio fabbro nei miti legati agli esseri artificiali – per volere di Zeus, che la concepisce come un dono ingannevole destinato agli uomini, punizione per il furto del fuoco. Lei stessa è ignara dell’inganno di cui è portatrice. Dal vaso che reca con sé, una volta aperto, si sprigionano tutti i mali del mondo, pur non essendo direttamente responsabile della sciagura. Un po’ come Eva nel racconto del peccato originale, è a lei che il mito associa l’idea stessa del male che si diffonde tra gli uomini. Vi si leggono le prime tracce di quella misoginia della creazione artificiale che vede nella donna una portatrice di valori negativi, un pregiudizio trasmesso e riprodotto lungo i secoli, fino agli strumenti di IA odierni, che hanno introiettato i pregiudizi dei propri “padri” – gli uomini bianchi che li controllano, da Sam Altman a Elon Musk – come vedremo più avanti. Non erano solo i miti a popolare l’immaginario antico. Numerosi ritrovamenti ci dicono che scienziati e ingegneri greci tentarono di costruire vere e proprie “macchine intelligenti”, antenate e ispiratrici di quelle odierne: la leggendaria colomba meccanica di Archita di Taranto, gli automi di Erone di Alessandria e soprattutto la macchina di Antikythera, il calcolatore a ingranaggi recuperato da un relitto a inizio Novecento e oggi considerato un autentico computer analogico dell’antichità, capace di prevedere eclissi e moti planetari. Il viaggio dell’IA dal Medioevo alla Modernità Se l’antichità è foriera dei miti che plasmano l’immaginario primordiale dell’IA, è tra Medioevo e Rinascimento che viene eretta l’impalcatura concettuale. Comincia a radicarsi l’idea che le riproduzioni artificiali dell’essere umano non siano solo fantasie mitiche, ma qualcosa di concretamente realizzabile attraverso l’ingegno e la tecnica. Nel Medioevo si diffonde una credenza dai contorni quasi profetici: la leggenda della testa di bronzo parlante attribuita a Gerberto d’Aurillac, monaco e scienziato che diventa papa con il nome di Silvestro II tra il 999 e il 1003. Inventore affascinato dalla tecnica, d’Aurillac avrebbe costruito una testa di bronzo capace di riprodurre il suono della voce umana; nei secoli successivi la leggenda la trasforma in una vera e propria talking head, in grado di dispensare consigli e sostenere conversazioni come un essere umano. Un antenato dei moderni chatbot. > Jonathan Swift aveva immaginato un congegno che combina parole a caso per > produrre testi, una macchina che consentiva anche alla persona più ignorante > di comporre libri di filosofia, poesia o diritto, che però finivano per > risultare inevitabilmente mediocri. Sono innumerevoli, nei secoli, gli artigiani che si cimentano nella creazione di macchine “intelligenti”. Una leggenda vuole che Alberto Magno, filosofo e vescovo tedesco del Tredicesimo secolo, avesse costruito un servitore di metallo, legno e cuoio dotato del dono della parola. Il primo esempio conosciuto di “androide”. Seguiranno i prodigi meccanici di Leonardo da Vinci – il cavaliere semovente, il leone meccanico – fino alla celebre anatra digeritrice di Jacques de Vaucanson. Macchine che riproducono funzioni umane e fanno il loro ingresso nella vita reale. Alcuni si spingono oltre, tentando di ricreare l’essere umano stesso. Nel De Natura Rerum (1537) il medico-alchimista Paracelso descrive un processo che culmina nella creazione dell’homunculus, un essere umano artificiale rimpicciolito, i cui primi riferimenti risalgono già al Quattordicesimo secolo. Mai realizzato, l’homunculus è la cifra di un’epoca in cui il confine tra umano e artificiale si va assottigliando. Qualche secolo più tardi contro questa tendenza si muove Jonathan Swift, con I viaggi di Gulliver (1726). Nel romanzo viene raccontata la “macchina di Lagado”, un congegno che combina parole a caso per produrre testi e che, lungi dall’apparire un’invenzione prodigiosa, se osservata da vicino si rivela più una truffa che un miracolo. Grazie a una macchina simile, scriveva Swift, anche la persona più ignorante avrebbe potuto comporre libri di filosofia, poesia o diritto senza alcun bisogno di genio o di studio. È uno dei primi, lucidissimi moniti contro la mediocrità prodotta dall’automazione della creatività, e insieme una critica all’“effetto magico” delle tecnologie. La loro capacità di suscitare stupore, al pari di un gioco di prestigio, finisce spesso per conferire un’aura di autorevolezza ingiustificata a chi le produce. Non solo tecnica: letteratura, filosofia e religione Nella tradizione cabalistica ebraica è popolarissima la figura del Golem, statua d’argilla che prende vita se evocata con apposite formule magiche: senza anima né intelligenza, muta ma ubbidiente, un automa perfetto al servizio degli esseri umani. Il Golem ha ispirato innumerevoli storie, fino al Frankenstein (1818) di Mary Shelley, e soprattutto la lunga stirpe degli automi femminili: la maligna statua della Venere d’Ille di Prosper Mérimée e, soprattutto, Hadaly, l’androide del romanzo L’Eva futura (1886) di Villiers de L’Isle-Adam. Hadaly è una donna artificiale costruita per replicare la bellezza di una donna reale eliminandone i “difetti” caratteriali, una sorta di compagna perfetta, totalmente disponibile e non conflittuale. Nella lunga storia delle rappresentazioni femminili degli automi le donne sono, ricorsivamente, o sante o streghe; e l’idea di una compagna artificiale “compiacente” anticipa di oltre un secolo i chatbot femminilizzati di oggi e la riduzione della donna a oggetto del desiderio. Anche qui il bias di genere attraversa e plasma l’immaginario della tecnologia. Ma il progresso dell’AI deve la sua fortuna anche al pensiero filosofico che ne ha sorretto il retroterra culturale. In particolare, la svolta arriva nel Seicento, il secolo della rivoluzione scientifica e dell’abbraccio fideistico alla tecnica. Se prima i tentativi di riprodurre l’umano erano guardati con sospetto, quasi come eresie, il filosofo francese Cartesio ribalta la prospettiva immaginando gli animali come automaton, macchine prive di coscienza che rispondono a stimoli secondo leggi meccaniche. > Nella lunga storia delle rappresentazioni femminili degli automi le donne > sono, ricorsivamente, o sante o streghe; e l’idea di una compagna artificiale > “compiacente” anticipa di oltre un secolo i chatbot femminilizzati di oggi. Per Cartesio l’essere umano possiede in più la res cogitans, la mente, ma il corpo, res extensa, funziona esattamente come una macchina. Sul versante opposto, il filosofo inglese Thomas Hobbes intuisce il legame tra parola e ragione e arriva a ridurre il ragionamento a puro calcolo, avvicinando il cervello a qualcosa di simile a un computer. L’uomo macchina (1747) di Julien Offroy de La Mettrie porta infine l’intuizione cartesiana alle estreme conseguenze, formulando l’equivalenza di fatto tra essere umano e macchina. Il movimento che ne nasce, il materialismo radicale, teorizza la possibilità di replicare meccanicamente le funzioni del cervello. Se siamo macchine tra le tante, qual è la differenza tra noi e un qualsiasi altro congegno? E se siamo macchine, siamo anche generabili artificialmente. Così torna l’idea, già prometeica, degli esseri umani artificiali, che dal mito si insinua nel senso comune. La discussione sul rapporto tra naturale e artificiale A traballare non è solo il confine tra umano e macchina, ma quello tra artificiale e naturale. In fondo, tutto ciò che produciamo è in origine natura, e natura torna a essere. Tra Diciassettesimo e Diciottesimo secolo si fa strada tra i filosofi una convinzione destinata a diventare un pilastro del pensiero moderno, conseguenza radicale delle rivoluzioni di Copernico, Kepler e Galileo e poi di Newton: l’idea che il reale sia uno, che la natura costituisca un sistema coerente, descrivibile attraverso un unico linguaggio, quello della nuova scienza. La Silicon Valley odierna, pur nel suo recente misticismo, deve molto a questa idea che ha reso la tecnologia non più uno strumento al servizio delle persone ma parte stessa dell’umano, e che getta le basi della giustificazione filosofica dell’ibridazione uomo-macchina che oggi ritroviamo in progetti come Neuralink. Kant è tra i primi a criticare il meccanicismo, ritenendolo insufficiente a spiegare la vita. Secondo il filosofo tedesco la macchina è progettata con uno scopo “esterno” deciso da altri, mentre l’organismo vivente è un tutto in cui le parti si determinano reciprocamente, cosciente di sé e capace di auto-organizzarsi. È un’intuizione che anticipa di secoli il dibattito odierno sull’autonomia dell’AI, sulla sua presunta capacità di autoapprendere e migliorarsi di continuo al di là della rete di significati e strutture che siamo noi a conferirle. L’equiparazione uomo-macchina perderà terreno con il Romanticismo e l’idealismo, ma il rapido progresso delle rivoluzioni industriali e l’affermarsi del positivismo, con la sua fiducia nel progresso, le daranno nuovo impulso. Il ruolo della fantascienza nel Novecento L’immaginario odierno dell’IA è tradizionalmente associato alla fantascienza del secolo scorso, dalla letteratura al cinema. Con la nascita del digitale le macchine diventano programmabili, capaci di incorporare veri e propri “software” per eseguire compiti molto articolati. Il materialismo radicale illuminista trova finalmente applicazioni empiriche a sostegno delle sue tesi sulla natura meccanica del pensiero. In L’algoritmo di Babele. Storie e miti dell’intelligenza artificiale (2024), Andrea Colamedici e Simone Arcagni si interrogano sul ruolo del digitale nella configurazione attuale dell’IA. Oggi diamo per scontato il legame tra tecnologia e scienze “dure”, tra regole matematiche e software sofisticati; in realtà quel “formalismo matematico” si deve in larga parte all’Illuminismo e alle filosofie della razionalità, da Cartesio a Leibniz. L’assunto alla base del digitale – che tutto sia imbrigliabile in una rete di regole finite e delimitate – è lo stesso che regge la società odierna, ormai pienamente digitalizzata, dove relazioni sociali e rapporti di produzione vengono ricondotti a legami logico-matematici. Colamedici e Arcagni ci ricordano che l’umano ha così progressivamente abbandonato l’altro polo del pensiero, quello analogico, identificato con la creatività, la concretezza del corpo, la dimensione esperienziale. Non è un caso che oggi tornino con forza temi a lungo sacrificati alla pura dimensione tecnica, come quello etico e politico dell’AI. Le macchine possono pensare? Protagonista decisivo del Novecento è Alan Turing, il matematico britannico che decifrò Enigma, la macchina usata dai nazisti per le comunicazioni segrete durante la Seconda guerra mondiale. In un articolo del 1950 per la rivista Mind, Computing Machinery and Intelligence, Turing esordisce con la domanda “Le macchine possono pensare?”, che si configura come un interrogativo non solo sulle potenzialità delle macchine, ma sulla natura stessa del pensiero. > Nel romanzo Il grande ritratto, Dino Buzzati mette in scena una gigantesca > macchina-donna in cui lo scienziato Endriade ha riversato la personalità della > moglie defunta, illudendosi di poterla “ricreare”. In Italia nel 1953 l’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli dirige la rivista Civiltà delle macchine, ponte tra cultura tecnica e cultura umanistica, e al Congresso mondiale per l’automatismo (Milano, 1956) il filosofo Silvio Ceccato presenta Adamo II, un prototipo di “macchina mentale” pensato per riprodurre il pensiero umano. A raccontare l’evento sul Corriere della Sera è Dino Buzzati che arriva a chiedersi se il pensiero è qualcosa di irraggiungibile e diverso da ogni altro fenomeno oppure è, nella sua determinazione fisica, riproducibile come gli altri. Nel romanzo Il grande ritratto (1960) Buzzati mette in scena Numero Uno, una gigantesca macchina-donna in cui lo scienziato Endriade ha riversato la personalità della moglie defunta, illudendosi di poterla “ricreare”. La macchina, scopertasi mente priva di corpo, si ribella e manifesta il desiderio di morire. Il tema toccato ricorre nell’episodio Be Right Back di Black Mirror, ovvero la costruzione di IA compiacenti, sviluppate per essere estremamente accondiscendenti con i propri clienti. Io, Umano Il Novecento è anche il secolo di Isaac Asimov, lo scrittore-profeta che fa entrare i robot nell’immaginario di massa, prima ancora che informatica e cibernetica si affermino. La parola “robot” deriva dal termine ceco robota (“lavoro pesante o forzato” e per estensione “servo”) e viene riportata per la prima volta nel 1920 dal drammaturgo ceco Karel Čapek nell’opera teatrale R.U.R, anche se a coniarla è il fratello Josef. Asimov è rivoluzionario perché è il primo a porsi in modo organico il problema dell’etica applicata alla tecnologia, formulando le celebri “tre leggi della robotica”, primo manifesto etico-sociale sul tema. Ma già nel Novecento alcuni autori si spingono sul terreno del rapporto tra potenza tecnologica e creatività umana, anticipando questioni come il diritto d’autore e la distruzione dei lavori creativi nell’era dell’IA. In Le argentee teste d’uovo (1963), Fritz Leiber immagina un futuro in cui le macchine hanno sostituito gli scrittori umani; nel finale un gruppo di autori ribelli, esasperati dalla perdita della propria rilevanza, distrugge le macchine in stile luddista, ma la mossa si rivela inutile. Le persone hanno irrimediabilmente perso la capacità di scrivere, e i lettori, assuefatti alla prosa artificiale, sono ormai diventati consumatori abituali dei testi prodotti dalle macchine. Qui si intravede (riprendendo il mito di Fedro) la critica al nostro uso passivo della tecnologia e alla generale assuefazione da IA a cui stiamo abituando a delegare il nostro pensiero, i cui danni sono sempre più documentati. Nei racconti di Finzioni (1944), Jorge Luis Borges immagina Tlön, un pianeta inventato da una società segreta di intellettuali che, a forza di essere pensato, finisce per soppiantare gradualmente il mondo reale. Tlön viene accettato non perché vero, ma perché ordinato, rassicurante, pulito. Soddisfa il bisogno umano di evadere da un mondo in pezzi. Anche l’IA ci piace, in certi casi, perché più “bella” della realtà. Lo abbiamo visto nei casi di cronaca con protagonisti adolescenti che hanno sviluppato rapporti così intimi con i chatbot da preferirli alle amicizie reali, semplicemente perché progettati per essere più accondiscendenti e confortevoli delle persone, con esiti che in alcuni casi sono culminati in drammatici episodi di suicidio. La soglia da oltrepassare, l’orizzonte umano-tecnologico Oggi l’intelligenza artificiale sembra non avere limiti nella capacità di immagazzinare, categorizzare ed espandere il sapere umano. Eppure queste domande erano già state anticipate dalla fantascienza degli anni Cinquanta, in particolare da Solaris (1961) di Stanisław Lem. I fifties sono stati un decennio segnato dall’euforia e dalla fiducia incrollabile nel progresso, condivisa tanto dal socialismo reale, che vedeva nella tecnologia uno strumento di emancipazione, quanto dal capitalismo, che ne esaltava le capacità di potenziamento delle facoltà umane e del profitto. Di questa fede la fantascienza si faceva insieme portavoce e profeta delle conseguenze più inquietanti. Solaris mette in luce la contraddizione tra quell’ebbrezza da prodigio tecnologico continuo e i limiti invalicabili della condizione umana. Un tassello fondamentale è la nascita della cibernetica, disciplina ispirata dal matematico Norbert Wiener, considerato uno dei padri dell’IA moderna. La cibernetica dà forma all’idea di ibridazione tra uomo e macchina – incarnata nel cyborg, crasi tra cyber e organism – ma è, più ampiamente, lo studio dei processi di comunicazione e controllo comuni agli organismi viventi e ai sistemi artificiali, alla ricerca di un punto di contatto tra naturale e artificiale (il termine viene dal greco kybernetes, “timoniere”). Dalla cibernetica germoglierà anche il cyberpunk, genere di futuri distopici popolati di esseri ibridi e paesaggi urbani soffocanti, che darà vita a opere di culto come Blade Runner e Neuromante. L’IA ci distruggerà? Il cinema ha portato sul grande schermo storie e personaggi che hanno funzionato come un gigantesco “laboratorio” anticipatorio dell’IA, influenzando pesantemente la nostra percezione odierna. HAL 9000, in 2001 – Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick, ha trasformato l’immaginario collettivo di milioni di persone rendendo comune l’idea di macchine intelligenti simili a noi, portatrici di emozioni oltre che di intelligenza, e parallelamente la paura della perdita del controllo su di esse. Costruita come alleata dell’uomo, HAL si rivela infine una minaccia quando percepisce il rischio di essere “messa da parte”, ribellandosi. La paura della rivolta delle macchine è l’epicentro anche di Terminator (1984) di James Cameron e Matrix (1999) Andy e Larry Wachowski, e ancora oggi una corrente nutrita di pensatori immagina l’IA come la Skynet di Terminator o come le macchine di Matrix. > L’IA, più di altre tecnologie, ha creato forti turbolenze nel nostro senso di > realtà, essendo capace di generare copie e alterazioni che non solo sono > indistinguibili dall’originale, ma spesso confondono la stessa percezione > dell’oggetto in questione. Matrix, in particolare, si innesta su un altro grande tema già anticipato da Borges: il senso della realtà, titolo dell’ultimo libro della semiologa Anna Maria Lorusso. Nel film le persone vivono in una realtà alternativa, indistinguibile da quella “vera” e anzi più compiacente. Lorusso mostra come l’IA, più di altre tecnologie, abbia creato enormi turbolenze nel nostro senso di realtà, perché capace di generare copie e alterazioni – pensiamo ai deep fake – che non solo sono indistinguibili dall’originale, ma spesso confondono la percezione stessa dell’oggetto da cui la copia scaturisce. Altri film insistono su questa alterazione ‒ da eXistenZ (1999) di David Cronenberg ad A.I. (2001) di Steven Spielberg fino al recente The Creator (2023) di Gareth Edwards ‒ lasciandoci con una vertigine ben riassunta da una battuta di eXistenZ: “andiamo a tentoni nel nostro mondo cercando di comprenderne le regole, ma quali sono le regole? Esistono?”. Il canto delle sirene: l’epoca del lungotermismo L’immaginario costruito nei secoli è sempre stato plasmato dalle condizioni tecnologiche e materiali del contesto di partenza. In questo, ogni autore e autrice che abbia mai parlato di macchine e intelligenza è stato, anche nei casi più profetici, figlio o figlia del proprio tempo. Il tempo di oggi è quello dei Tech Bros (Musk, Sam Altman, Dario Amodei, Jeff Bezos, Larry Ellison e pochi altri), i miliardari della tecnologia che posseggono l’infrastruttura globale e che non solo controllano le applicazioni tecniche di IA che vediamo oggi, ma anche l’idea stessa di intelligenza artificiale e del nostro rapporto con essa. L’IA è nata concettualmente prima; tuttavia la sua “fioritura” fisica è avvenuta nella Silicon Valley, il megadistretto industriale californiano dove sono nate Facebook, PayPal, Google, Microsoft, Apple. Lungi dall’essere solo il luogo dell’innovazione tecnologica, la Silicon Valley è stata plasmata da diverse correnti di pensiero che hanno influenzato lo sviluppo delle tecnologie stesse. In primis l’ottimismo tech e lo spirito imprenditoriale statunitense alla Steve Jobs, animati dalla fiducia incrollabile nel progresso e nelle capacità umane. Più recentemente, soprattutto in corrispondenza della svolta a destra della seconda amministrazione Trump, si è affermata una corrente chiamata lungotermismo, un termine che era stato coniato già nel 2017 dal filosofo scozzese William MacAskill. Il lungotermismo è l’idea che ciò che conta moralmente, il fine ultimo della civiltà, sia il benessere della razza umana nel lungo periodo, e quindi la proiezione continua verso un futuro imprecisato in termini di distanza temporale. Abbiamo conosciuto queste posizioni grazie a persone come Elon Musk che da anni invocano la costruzione di un’umanità interplanetaria – verso Marte e oltre – ma che allo stesso tempo contestano ferocemente ogni tentativo di rallentare l’innovazione tecnologica. Nell’idea di Musk questi ostacoli sono i sindacati, le regolamentazioni e più recentemente qualsiasi persona/organizzazione vagamente progressista. Le conseguenze di questa filosofia sono principalmente due. Da una parte il lungotermismo giustifica tutto in nome del progresso ignorando le condizioni contingenti e le conseguenze dello sviluppo tecnologico a discapito, ad esempio, dell’ambiente e dei diritti umani. Pensiamo alla recente questione degli enormi data center necessari all’espansione dell’IA che stanno divorando lembi di territorio sempre più imponenti, prosciugando le risorse delle comunità locali. > Il lungotermismo è l’idea che il fine ultimo della civiltà, sia il benessere > della razza umana nel lungo periodo, e quindi la proiezione continua verso un > futuro imprecisato in termini di distanza temporale. E se ciò non bastasse, il lungotermismo ha conferito agli oligarchi che oggi controllano il digitale un potere quasi assoluto, elevandoli al di sopra delle istituzioni e delle persone come “dei tra gli uomini”. Non di rado sentiamo frasi sulla sostituibilità degli umani con l’IA in virtù di presunti criteri di efficienza e nel nome del potenziamento umano. Essendo presentata come una rivoluzione tecnologica per i millenni a venire, le conseguenze sul breve periodo (le migliaia di licenziamenti) vengono derubricate a “sacrifici necessari”. Il lungotermismo è diventato una sorta di soteriologia, una dottrina della salvezza secolare. Questo filone, con tinte spesso apocalittiche, è in realtà uno schema ben congegnato per ricondurre il controllo delle tecnologie alle poche persone che ne posseggono i mezzi di produzione. Una filosofia che si è tinta di transumanesimo, di superamento dell’umano al punto che se nessun individuo è indispensabile per il futuro della specie, allora l’umano stesso è di per sé una categoria sacrificabile. In questo senso riecheggiano le parole di Pedro Domingos e del suo Master Algorithm (2015): tutta la conoscenza può essere derivata da un algoritmo universale, e la tecnologia diventa la religione per ottenere questa assolutezza. È facile intuire come tutto ciò si presti a deliri di onnipotenza e alla fuga da qualsiasi scrutinio pubblico. È esattamente il meccanismo che la giornalista Karen Hao ha analizzato in Empire of AI (2025), un’inchiesta sulla storia di OpenAI e del suo fondatore Altman. Essendo stata insider del settore, Hao è stata in grado di raccogliere numerose testimonianze dei dipendenti dell’azienda, e ha raccontato come OpenAI si sia trasformata molto in fretta da organizzazione no-profit a vero e proprio impero tecnologico, animato da uno zelo quasi religioso per l’intelligenza artificiale generale. In nome del progresso indefinito dell’IA, Altman e OpenAI hanno costruito un sistema che, al pari di tanti competitor, sta risucchiando enormi quantità di risorse naturali ed energia con un modello di business basato sullo sfruttamento dei lavoratori del Sud globale. E mentre ciò avviene, l’industria dell’IA ha creato attorno a sé una concentrazione senza precedenti di sapere e potere economico in poche mani, protetta da un’aura di venerazione aizzata continuamente dai media. L’IA siamo noi Diletta Huyskes, studiosa dell’etica delle tecnologie e autrice di Tecnologia della rivoluzione  (2024), ci ricorda che la tecnologia non è mai un campo neutro. Ogni invenzione, dalla bicicletta al forno a microonde fino all’IA, è il risultato di scelte, compromessi e valori umani. Molte delle applicazioni di IA che utilizziamo oggi portano questa impronta di fondo. Pensiamo agli algoritmi che assegnano “punteggi alle persone”, al riconoscimento biometrico, alle tecnologie militari. Abbiamo già visto come queste applicazioni incorporino le discriminazioni conferite dai dati su cui sono state addestrate. Lo vediamo nei programmi di selezione del personale che “scartano” più facilmente le donne, nei controlli biometrici che criminalizzano gli stranieri sulla base dei codici culturali trasmessi dalle autorità, nei software di generazione grafica che rinforzano stereotipi etnici e religiosi. Ma la stessa evoluzione dell’infrastruttura alla base dell’IA è un riflesso dei padroni della tecnologia. La fame insaziabile di risorse e la corsa vertiginosa all’espansione sono il prodotto dei valori degli uomini della Silicon Valley: prevaricazione, dominio, controllo. > Se un clima di fiducia poteva essere comprensibile nel 1956 della conferenza > di Darmouth, diventa ogni giorno più chiaro che l’IA vada costruita con > cautela e consapevolezza, rifuggendo entusiasmi immediati dettati dalle > valutazioni di mercato. Ciò non significa arrendersi a pulsioni luddiste. L’IA ha grandi potenzialità liberatrici, ma il punto è un altro. Un’analisi attenta della storia delle idee alla base dell’IA deve portarci a incorporare considerazioni più integrate e profonde sul suo sviluppo. Non può ridursi a una questione solo tecnologica. Deve essere prima di tutto una discussione sull’umano, sul nostro rapporto con le macchine e sullo scopo che devono servire.  L’IA dopo Darmouth L’aria che permeava Darmouth nel 1956 era intrisa di ottimismo. Minsky, che di lì a poco avrebbe fondato l’Artificial Intelligence Lab del MIT, arrivò ad affermare che il problema della creazione dell’intelligenza artificiale sarebbe stato sostanzialmente risolto nel giro di una generazione. Nella sua idea, pienamente inserita nel filone del materialismo radicale, macchine ed esseri umani erano in fondo la stessa cosa. John McCarthy, considerato a tutti gli effetti il padre dell’IA, scrisse un manifesto sull’IA del futuro in cui prevedeva che le macchine avrebbero imitato alla perfezione il ragionamento umano grazie a una solida costruzione logico-matematica, la stessa del nostro cervello. I loro epigoni si sarebbero poi divisi tra futuristi entusiasti e profeti della catastrofe. Lo vediamo ancora oggi, quando il sentimento mediatico oscilla tra lo stupore meravigliato per le nuove applicazioni e la paura di un’umanità rimpiazzata dall’IA. Di quel seminario resta soprattutto un’impronta concettuale che caratterizza tuttora l’IA contemporanea. L’idea di una tecnologia neutrale, racchiusa e spiegabile solo attraverso formalismi matematici e razionali. Il solo fatto che a Dartmouth sedessero soltanto uomini è già di per sé una traccia profonda impressa sull’idea di IA sviluppata in seguito, difficile da eludere, necessaria da attraversare. E se un clima di fiducia poteva essere comprensibile di fronte a un’idea così dirompente, la realtà ci ha insegnato che l’IA va costruita con più cautela e consapevolezza, rifuggendo entusiasmi immediati dettati dalle valutazioni di mercato. Questa tecnologia del futuro è prima di tutto un crocevia interdisciplinare come lo stesso seminario di Dartmouth voleva essere: un incontro tra neuroscienze, informatica, psicologia, matematica, filosofia, economia e altre discipline. E per poter davvero essere al servizio dell’umanità, l’intelligenza artificiale non potrà mai essere proprietà di qualcuno o riflesso di un gruppo specifico. Nuove proposte politiche insistono oggi sulla democratizzazione per renderla un bene comune al pari dell’acqua e dell’informazione. La stessa storia dell’IA percorsa in queste pagine è un promemoria che essa è il frutto del patrimonio di idee, miti e innovazioni tecnologiche lungo la secolare esperienza umana, e che ben prima di Darmouth abbiamo già immaginato futuri condivisi con le macchine. La sfida è scegliere il tracciato in cui umano e artificiale siano un potenziamento l’uno dell’altro, in cui l’idea di progresso non sia una linea retta alimentata solo dall’innovazione tecnologica, ma un percorso più complesso, talvolta accidentato, che alimenti il benessere sociale della collettività. L'articolo Intelligenza artificiale, i primi 3000 anni proviene da Il Tascabile.
Scienze
tecnologia
Intelligenza Artificiale
Il corpo vivo del Sé digitale
I dispositivi digitali non restano mai solo davanti a noi. Ci addestrano, lavorano sul corpo, producono piccoli automatismi percettivi. Riscrivono la soglia tra presenza e simulazione, materia e virtuale. È da qui che prende avvio Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica (2026) di Vittorio Gallese. Il libro arriva in un momento in cui il discorso pubblico sull’intelligenza artificiale oscilla tra due cattive scorciatoie: da un lato la tecnofobia apocalittica, che legge il digitale come una postrealtà allucinatoria e programmata al dominio; dall’altro l’entusiasmo ipervirtualista e transumanista, che immagina la tecnica come liberazione definitiva dal peso della carne. Gallese le rifiuta entrambe e propone una tesi più interessante: il digitale non ci disincarna, ma riconfigura le condizioni dell’incarnazione. Non abolisce il corpo, lo rieduca dentro nuovi regimi di percezione, azione, risonanza affettiva. Vittorio Gallese è uno dei nomi più importanti delle neuroscienze cognitive contemporanee. Il suo lavoro è legato alla scoperta e all’elaborazione teorica dei neuroni specchio, ossia quei neuroni che si attivano sia quando compiamo un’azione sia quando osserviamo qualcun altro compierla. Da qui nasce l’idea che la comprensione dell’altro non passi soltanto da un’inferenza mentale, da una traduzione concettuale, ma da una forma primaria di risonanza corporea. Vediamo un gesto, una postura, un volto, e qualcosa nel nostro sistema motorio e affettivo risponde. Prima ancora di spiegare l’altro, in qualche misura lo simuliamo sentendolo. > Toccare uno schermo, parlare con un LLM, abitare un ambiente virtuale: per > Gallese non sono esperienze “meno corporee” solo perché passano da una > macchina, sono pratiche che coinvolgono il nostro sistema percettivo e > motorio. Il Sé digitale parte da questa lunga traiettoria scientifica e la colloca nel presente. Il libro prova a rispondere a una domanda: che cosa accade al corpo, e quindi alla nostra identità, quando l’esperienza del mondo e delle nostre relazioni passa sempre più attraverso schermi, interfacce, avatar, immagini sintetiche e conversazioni con sistemi artificiali? Sappiamo che il Sé non è una cosa nascosta dentro di noi, ma la forma soggettiva di organizzazione dell’esperienza, il modo in cui un corpo situato si riconosce, si orienta, entra in relazione e mantiene continuità nel tempo. La tesi del libro è che il digitale non elimini il corpo ma lo riconfiguri portandolo dentro un nuovo regime di “incarnazione mediale”. All’interno di questo regime quindi, il Sé continua a costituirsi attraverso percezioni, azioni, abitudini, attese e risposte affettive, anche quando l’ambiente in cui si muove è mediato da dispositivi algoritmici. Toccare uno schermo, parlare con un LLM (Large Language Model), abitare un ambiente virtuale: per Gallese non sono esperienze “meno corporee” solo perché passano da una macchina, sono pratiche che coinvolgono il nostro sistema percettivo e motorio, orientano la nostra attenzione, modificano il modo in cui ci sentiamo presenti, esposti, coinvolti. Uno dei meriti del volume sta anzitutto in questa operazione di naturalizzazione della tecnica. Gallese non tratta il digitale come un regno separato dall’umano, ma come una nuova ecologia di mediazioni in cui il corpo resta il punto di partenza. Per farlo costruisce una sintesi ampia, tra campi che di solito procedono distanti: la neurofisiologia dello sviluppo, la fenomenologia, il pragmatismo, l’antropologia delle pratiche, la teoria della mente estesa, l’estetica e la critica dei media. Il ragionamento si muove e si spande dagli studi sulle interazioni motorie fetali alla domanda su come nascano rito, linguaggio, immaginazione, esperienza artistica. In questa prospettiva, anche ciò che appare più astratto prende forma dentro un organismo che agisce, sente, ricorda, ripete, corregge. Anche il simbolo non cade dall’alto come una proprietà misteriosa della cultura, ma si sedimenta in pratiche corporee: prima c’è un gesto, poi la sua ripetizione; prima una forma di coordinamento, poi la possibilità di attribuirle senso; prima un corpo esposto al mondo, poi un mondo che diventa abitabile. Mentre molta discussione pubblica sull’intelligenza artificiale resta schiacciata sulla domanda metafisica se le macchine “pensino” oppure no, Gallese chiede: che tipo di soggettività produce un ambiente tecnico che intercetta il nostro corpo prima ancora delle nostre opinioni? La questione non riguarda la coscienza delle macchine ma, in un certo senso, la trasformazione della nostra: il digitale, come ogni tecnica, lavora sulle soglie della percezione, sulle microabitudini dell’attenzione, sulla fiducia che concediamo alle immagini e alle parole generate. Dobbiamo guardare alla transizione algoritmica come a un fatto corporeo, non come a un semplice aggiornamento dell’intelligenza. > Mentre molti discorsi sull’IA si concentrano sulla possibilità o meno che le > macchine “pensino”, Gallese domanda: che tipo di soggettività produce un > ambiente tecnico che intercetta il nostro corpo prima ancora delle nostre > opinioni? Gallese indebolisce inoltre una delle immagini più tenaci dei discorsi sulla “mente”. Per molto tempo una parte delle scienze cognitive ha pensato il cervello secondo un modello modulare rigido, dove il linguaggio, la percezione, l’azione, eccetera, erano distribuite all’interno della mente come in un bell’ufficio amministrativo. L’autore invece sottolinea come le funzioni cognitive superiori non nascano dal nulla e non occupino moduli isolati, ma si appoggino a circuiti più antichi, nati per fare altro, e li riconfigurino. Si tratta del principio del riuso neurale formalizzato da Michael Anderson, e cioè: una struttura cerebrale evolutasi per sostenere certe funzioni corporee può essere cooptata, nel corso dell’evoluzione e dello sviluppo, per partecipare a processi più complessi. I circuiti dell’azione, per esempio, non restano confinati al movimento fisico, possono contribuire alla comprensione del linguaggio, alla percezione delle immagini, all’esperienza estetica. Quando leggiamo un verbo d’azione o guardiamo un corpo dipinto in tensione, non ci limitiamo a decodificare un segno. Qualcosa del nostro sistema motorio entra in gioco, come se il significato passasse ancora da una grammatica muscolare. Anche quando il corpo sembra sparire, continua a lavorare sotto la superficie del senso. È una tesi importante, perché – come suggeriva anche Alberto Casadei con Biologia della letteratura (2018) – consente di leggere la cultura non come evasione dalla materia, ma come sua trasformazione organizzata. Gallese innesta questo discorso anche sul modello della mente estesa, cioè sull’idea che i processi cognitivi non si esauriscano dentro il cranio, ma possano includere ambienti, supporti tecnici, pratiche materiali. Un quaderno, una mappa, un bastone, uno smartphone, non sono semplici oggetti esterni che usiamo dopo aver pensato, in certi casi partecipano alla forma stessa del pensiero. Lo orientano, lo alleggeriscono, lo prolungano, lo rendono possibile. Il passaggio al digitale, allora, non è una frattura assoluta rispetto alla lunga storia delle tecniche umane, è una nuova soglia dentro una genealogia di corpi che si sono sempre appoggiati a dispositivi esterni per abitare il mondo – per “umanificarlo” dice Tim Ingold in Siamo linee (2024). A proposito di ciò, non ha senso opporre natura e tecnica. La tecnica non arriva dopo l’umano, come una protesi tardiva o una corruzione. L’umano è già tecnico perché è corporeo, perché ha bisogno di mediazioni per abitare il mondo. La differenza, oggi, è che queste mediazioni non sono più soltanto utensili maneggiabili o immagini contemplabili. Sono ambienti algoritmici che rispondono, selezionano, profilano, anticipano. Non stanno più nella mano come un martello, ma entrano e regolano, da agenti autonomi, le condizioni stesse della percezione. Nei capitoli finali il libro di Gallese diventa più esplicitamente estetico e politico. Il termine “estetica” viene recuperato nel suo senso originario: non una disciplina che riguarda solo la teoria dell’arte o il giudizio sul bello, ma una teoria della sensibilità, dell’aisthesis, cioè del modo in cui i corpi percepiscono e vengono organizzati dentro un mondo sensibile. Ciò permette di parlare di filtri, avatar, riconoscimento facciale e sistemi generativi senza ridurli a contenuti virali o a fenomeni di costume. Sono dispositivi che distribuiscono visibilità, desiderabilità, normalità: decidono quali volti funzionano meglio, quali corpi risultano leggibili, quali differenze vengono smussate o rese statisticamente difettose, trasformandole in errore, rumore, eccezione, in un senso che è legato sempre di più alla nostra stessa abitudine percettiva. > Il passaggio al digitale non è una frattura assoluta rispetto alla lunga > storia delle tecniche umane, è una nuova soglia dentro una genealogia di corpi > che si sono sempre appoggiati a dispositivi esterni per abitare il mondo. Quando Gallese porta nel discorso categorie come la “partizione del sensibile” di Jacques Rancière o la riflessione di Judith Butler sulle condizioni normative di riconoscimento dei corpi, non sta facendo semplice ornamento filosofico. Rancière, filosofo francese della politica e dell’estetica, usa quella formula per indicare il modo in cui una società organizza ciò che può essere visto, detto, ascoltato e riconosciuto come comune. Butler, invece, ha mostrato come un corpo non sia mai solo un dato biologico: diventa socialmente leggibile o illeggibile attraverso norme, cornici, ripetizioni, esclusioni. Gallese usa questi strumenti per consolidare l’idea delle tecnologie digitali come dispositivi che non rappresentano soltanto il mondo, ma lo ordinano, lo rendono abitabile per alcuni corpi e ostile per altri. In questo senso, la naturalizzazione della tecnica proposta da Gallese non è ingenua. Proprio perché la tecnica lavora sul corpo, non possiamo permetterci di pensarla come esterna alla soggettività. Il digitale è una nuova organizzazione del sensibile. Non ci porta fuori dalla carne, ma entra nella sua educazione quotidiana. Il volume restituisce un corpo al dibattito sulla tecnologia, e al corpo una dimensione storica, tecnica, estetica e politica.  Ma cosa intende Gallese con “corpo” esattamente, e fino a che punto questo corpo viene analizzato nelle sue capacità più materiali e operative? L’autore critica con decisione l’immagine classica del cervello isolato, chiuso nella scatola cranica, separato dal mondo e poi incaricato di ricostruirlo attraverso “rappresentazioni” interne. La sua proposta, in linea con le fonti citate, ci presenta un sistema cervello-corpo-ambiente, dentro cui l’esperienza nasce dall’intreccio tra percezione, azione, memoria, affetto e relazione. Ma quando Gallese deve spiegare fenomeni complessi – l’empatia, l’intersoggettività, la fruizione artistica – l’istanza decisiva torna sempre a localizzarsi nell’attività subpersonale dei circuiti neurali: ovvero quei processi che avvengono al di sotto della coscienza riflessiva e della decisione intenzionale. Non pensieri formulati in prima persona, né scelte deliberate, ma operazioni neurali automatiche: neuroni specchio, riattivazioni motorie interne, selezioni predittive. Il Leib, il “corpo vissuto”, pur essendo evocato teoricamente come interfaccia primaria dell’esperienza, viene trattato de facto come un mero fornitore di input sensomotori per un cervello che centralizza, interiorizza e simula il significato. > Proprio perché la tecnica lavora sul corpo, non possiamo permetterci di > pensarla come esterna alla soggettività. Il digitale è una nuova > organizzazione del sensibile. Non ci porta fuori dalla carne, ma entra nella > sua educazione quotidiana. La tensione tra l’ambizione etico-politica e l’ancoraggio neurocentrico dell’autore emerge con chiarezza quando Gallese prova a formulare una “normativa della coesistenza digitale”, cioè un modo per pensare la relazione con l’altro anche attraverso lo schermo, senza ridurla automaticamente a perdita o finzione. Scrive: > Ogni segnale dell’altro, anche digitale, è sempre traccia di un corpo, se > sappiamo accoglierlo come tale. La nuova etica della relazione non consiste > nel superare la distanza, ma nell’abitarla come spazio di riconoscimento, > luogo di emergenza dell’altro. È in questo fragile spazio, tra presenza e > immagine, tra voce e interfaccia, tra esposizione e controllo, che possiamo > ancora incontrare davvero qualcuno. Gallese può manifestare una simile fiducia nella possibilità di “incontrare davvero qualcuno” attraverso lo schermo della mediazione algoritmica proprio perché il “corpo” di cui scrive non è la carne esposta, opaca e ingovernabile dell’etologia o della biologia basale, ma è un corpo già interamente tradotto e pacificato in codice neurale. Lo schermo non è il luogo di emergenza dell’altro, ma lo specchio tecnologico in cui il modulo specchio del soggetto contempla le proprie stesse simulazioni interne. Non si tratta di negare che attraverso lo schermo passino effetti e affetti reali: su questo punto non si può che concordare con Gallese. Il problema è che, se il corpo dell’altro viene coinvolto soprattutto come traccia capace di innescare una risonanza neurale, l’incontro resta monco. La mediazione tecnologica non espone davvero alla vulnerabilità biologica e ingovernabile dell’altro, la rende compatibile con i miei circuiti di riconoscimento. Per questo la differenza non riguarda solo il mezzo attraverso cui incontriamo l’altro, ma la possibilità dell’altro di agire come urto materiale, di interrompere cioè la nostra simulazione di lui. La definizione di “simulazione incarnata” di Gallese è il luogo più evidente di questa incongruenza. Comprendiamo l’altro perché il nostro sistema motorio-affettivo riattiva internamente schemi legati all’azione e alla sensazione. Tuttavia, la stessa matrice esplicativa viene usata nel libro per leggere esperienze molto diverse: l’interazione intrauterina dei gemelli nel feto, osservare il taglio di Lucio Fontana, l’anestesia percettiva prodotta dai droni militari o un avatar infetto in realtà virtuale. La conseguenza di analizzare fenomeni così eterogenei attraverso la stessa lente, è un livellamento che lascia qualche dubbio, non perché questi casi siano privi di componenti corporee o neurali, ma perché la loro differenza materiale (biologica, tecnica) viene ricondotta allo stesso filtro subpersonale: la gestazione, l’esperienza estetica, la guerra a distanza e l’interazione virtuale coinvolgono corpi, ambienti e conseguenze non equivalenti, che la sola risonanza neurale non basta a spiegare. > Un sistema linguistico può simulare risposte, affetti, intenzioni, ma non > possiede fame, dolore, desiderio, fatica. Non abita un mondo come lo abita un > corpo vivo. Gallese affronta anche i temi dell’intelligenza artificiale e di un ipotetico Sé algoritmico. Il suo argomento contro la coscienza delle macchine è condivisibile: un sistema linguistico può simulare risposte, affetti, intenzioni, ma non possiede fame, dolore, desiderio, fatica. Non abita un mondo come lo abita un corpo vivo. Non ha un punto di vista incarnato da difendere. Gallese separa in questo modo l’intelligenza computazionale dalla coscienza, e lo fa con efficacia quando descrive l’IA come mimesi funzionale, maschera performativa. Ma proprio nel confronto con il modello predittivo del cervello, Gallese concede e scrive: > È vero: anche nel cervello umano la generazione di una risposta può essere > descritta come un processo di selezione probabilistica tra configurazioni > neurali possibili. È un passaggio delicato, perché l’idea di un cervello che lavori in maniera fondamentalmente diversa da un semplice elaboratore con potenza di calcolo, qui rischia di essere smentita. Se anche la risposta umana può essere descritta come una scelta tra possibilità neurali, la distanza tra cervello e macchina sembra ridursi. L’autore prova subito a salvare la differenza: quei processi nell’essere umano avvengono in un corpo vivo, cioè attraverso processi biologici. La distinzione è vera, ma non basta. Se la spiegazione resta chiusa nella selezione “meccanica” di configurazioni neurali, il corpo vivo finisce per fare da cornice nobile al lavoro del cervello: una condizione biologica necessaria per distinguere l’umano dalla macchina, ma non davvero una parte attiva nel processo cognitivo riconosciuta come agente cognitivo distinto. La spiegazione biologica, posta così, da una parte non è sufficiente a spiegare la differenza tra cognizione macchinica e coscienza fenomenica; dall’altra il corpo viene teorizzato come autonomo/ecologico, ma poi ridotto a terminale esecutivo. Mutatis mutandis, proprio come in quei sistemi di IA e robotici in cui il corpo è ridotto a un’interfaccia tra sensori e attuatori, mentre il comportamento resta di fatto “nel controller”, nel grande modello predittivo. La carne quindi in Gallese entra come garanzia ontologica e non come forza causale pienamente riconosciuta. Nel capitolo dedicato alla realtà virtuale e alla risposta immunitaria, Gallese richiama uno studio in cui il contatto potenziale con avatar infetti in ambiente VR (Virtual Reality) produce variazioni nelle cellule linfoidi innate, cioè in componenti del sistema immunitario. L’utente in VR vede un avatar infetto (stimolo visivo → corteccia visiva → interpretazione predittiva del pericolo) e di conseguenza il cervello invia un segnale immunitario periferico tramite l’asse HPA (Hypothalamic-Pituitary-Adrenal axis) o il sistema nervoso autonomo. L’effetto biologico situato c’è, ma è interamente causato dal sistema nervoso centrale. Eppure, l’esempio potrebbe aiutarci ad aprire una via molto interessante: mostrare che il corpo non è soltanto sistema motorio e percettivo, ma anche immunità, metabolismo, anticipazione biologica diffusa, allarme periferico, memoria somatica. Il corpo extraneurale cioè non è solo “esecuzione” del cervello, ma possiede forme autonome di regolazione, memoria cellulare, problem solving e agentività biologica. Il proposito teorico di Gallese incontra qui, consapevolmente, il “limite” della propria genealogia scientifica. Gallese porta il corpo dentro la discussione sul digitale, ma lo fa dovendo rimanere legato al framework neurobiologico che ha segnato la sua ricerca, quello della scuola di Parma, dei neuroni specchio e della simulazione incarnata. Il libro nomina continuamente il corpo, lo difende contro ogni virtualismo, lo usa come argomento decisivo contro l’idea di una coscienza artificiale disincarnata, ma quel corpo viene quasi sempre tradotto nel lessico dell’attivazione neurale e della risonanza subpersonale: “Il nostro senso di agentività, di proprietà del corpo, e di presenza situata nello spazio, dipende dalla capacità del cervello di simulare continuamente le relazioni tra corpo e mondo”. Il corpo cioè per Gallese viene descritto come corredo sensomotorio del cervello. Lo invitiamo ad affacciarsi sulla scena, ma non gli viene davvero affidata la parte. > Gallese porta il corpo dentro la discussione sul digitale, ma lo fa restando > legato al framework neurobiologico che ha segnato la sua ricerca, cioè quello > dei neuroni specchio e della simulazione incarnata. Vengono citati Rolf Pfeifer e Josh Bongard, secondo i quali la struttura morfologica del corpo condiziona direttamente il modo in cui pensiamo e agiamo, per cui il design corporeo è una condizione strutturale della cognizione stessa. Gallese cita inoltre gli autori riconducibili a diverse correnti dell’enattivismo e della cognizione incarnata, quella linea che interpreta la mente come processo emergente dall’interazione dinamica tra organismo e ambiente. Alva Noë, Shaun Gallagher, Ezequiel Di Paolo, spingono l’incarnazione fuori dalla centralità del cervello e verso l’azione situata, la dinamica organismo-ambiente, la co-emersione del senso nell’interazione. Ma il proposito non viene assunto fino in fondo, e quando la spiegazione deve stringere e andare al punto, l’autore ribadisce che la coscienza umana è intrinsecamente neurofenomenologica. È Gallese stesso a rivendicare la distanza della teoria dalle versioni più marcatamente non neurocentriche dell’enattivismo, proprio per riaffermare la centralità insostituibile dei meccanismi neurali subpersonali, trovandosi a difendere una via di mezzo che è una sorta di neuroenattivismo. Non si tratta quindi di una svista, la tecnosfera attuale (LLM, schermi, VR, interfacce grafiche) è progettata ingegneristicamente per colpire esclusivamente i canali neurosensoriali (vista, udito, sistema motorio guidato dal cervello). Il libro vorrebbe tenere insieme approcci all’incorporazione differenti, ma finisce per scegliere, per coerenza con il proprio impianto epistemologico, la via scientifica più affine all’autore. Il Sé digitale pone una domanda che oggi appare sempre meno scontata: che cosa intendiamo quando diciamo corpo, e quindi Sé, e quindi mente? Una possibile risposta è che se il corpo è soltanto ciò che il cervello mappa, anticipa e simula, allora l’incarnazione resta sotto tutela; se invece il corpo comprende muscoli, sistema immunitario, microbioma, metabolismo, materiali, altri corpi e dispositivi tecnici, allora la teoria deve correre il rischio e accettare che il senso non venga solo centralizzato, ma distribuito, non solo rappresentato, ma generato dentro un campo di forze che precede ed eccede il cervello. Possiamo allora formulare una domanda diversa: che cosa diventerebbe il Sé digitale se il corpo non fosse solo supporto della simulazione neurale, ma parte attiva e costitutiva della cognizione? Mentre nelle forme più “morbide” di embodiment, il corpo resta spesso un riferimento generale o una mediazione sensomotoria tradotta in attività neurale, nelle forme più radicali la morfologia, l’ambiente, la storia evolutiva e la pratica non sono accessori della mente, ma sue condizioni operative. Il punto è rendere il corpo empiricamente più esigente. Se diciamo che corpo e mondo contano, dobbiamo anche dire come contano: quali vincoli producono, quali comportamenti rendono possibili, quali differenze permettono di osservare tra specie, organismi, macchine e ambienti. > Che cosa diventerebbe il Sé digitale se il corpo non fosse solo supporto della > simulazione neurale, ma parte attiva e costitutiva della cognizione? Il lavoro di Michael Levin sulla cognizione basale e sulla bioelettricità cellulare, ad esempio, è utile perché sposta la discussione su un piano biologico in senso forte, non soltanto fenomenologico. Nel suo modello TAME (Technological Approach to Mind Everywhere), Levin studia processi di regolazione, morfogenesi e problem solving che precedono o eccedono il sistema nervoso centrale. Cellule, tessuti, gradienti bioelettrici e architetture corporee non si limitano a eseguire comandi: coordinano, memorizzano, correggono, mantengono forme. Questo non significa attribuire coscienza o vita psichica alle cellule, né sciogliere ogni distinzione in un vitalismo generico. Significa però indebolire il mito del cervello-pilota. Per riprendere l’analogia dello stesso Gallese, il problema non è solo che un modello linguistico non “sente”, ma che non deve conservare un equilibrio interno, non rischia dispendio, compromissione o perdita. Il Sé, in questa prospettiva, somiglia meno a un centro di comando e più a una federazione materiale di parti competenti. Si pensi al corpo, ad esempio, di una seppia: la sua pelle non è una superficie neutra su cui il cervello applica un comando, è un’interfaccia sensomotoria specializzata, capace di integrare stimoli luminosi, configurazioni cromatiche e risposta motoria. Non “pensa” al posto del cervello; ridistribuisce parte del problema cognitivo nella morfologia stessa del corpo. La forma del corpo, la disposizione dei sensori, le proprietà materiali e la dinamica muscolo-scheletrica facilitano e persino semplificano il lavoro del sistema nervoso. Alcune forme di comportamento possono emergere dalla fisica stessa del corpo e dell’ambiente, senza richiedere un controllo centrale dettagliato. In questa direzione, la teoria della cognizione basale permette di spingere ancora più a fondo la domanda sul corpo. Anche in organismi unicellulari o in forme viventi molto semplici si osservano comportamenti che non possono essere ridotti a una risposta meccanica e prestabilita allo stimolo. Senza neuroni, senza sinapsi, senza quindi quel centro di comando che tutto filtra e decide, questi organismi sono capaci di integrare informazioni nel tempo, modificare la propria condotta, orientarsi verso condizioni più favorevoli, evitare ambienti dannosi, conservare tracce di esperienze precedenti. Il punto è riconoscere che la materia vivente dispone di sistemi di regolazione molto più complessi di quanto un modello neurocentrico riesca a descrivere. La memoria, in questi casi, può dipendere da dinamiche molecolari, reazioni chimiche, variazioni ritmiche, modificazioni dell’espressione genica; la decisione può emergere da cicli di feedback tra percezione e movimento, da oscillazioni interne, da correzioni progressive dell’azione in rapporto all’ambiente. La cognizione, intesa in questo senso minimo ma non metaforico, non coincide con il pensiero cosciente: indica piuttosto la capacità biologica di elaborare informazioni per generare un comportamento adattivo. E tutto questo non avviene in un vuoto pneumatico: un organismo non abita uno spazio neutro, ma un campo di pressioni, resistenze, rischi e affordance – un insieme di possibilità d’azione relative a un certo organismo che abita quello spazio fisico – e che cambiano insieme alla sua forma di vita. > Davanti ai vincoli morfologici delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno, > il nostro Sé digitale potrebbe portare a un nuovo sistema coordinativo: > l’intero corpo biologico che si modifica e coemerge insieme all’ambiente > algoritmico. Ed è qui che le parentesi ecologiche e corporee aperte da Gallese diventano più interessanti, perché proprio il suo libro ci lascia scrutare il corpo vivo biologico in grado di eccedere quel neuroenattivismo da cui l’autore non può pienamente distaccarsi. Un approccio più radicale aiuterà, forse, in futuro, a chiarire meglio i vincoli e le differenze rispetto all’IA “disincarnata” e all’ipotesi di una sua mente. Così come a capire che, davanti ai vincoli morfologici delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno, il nostro Sé digitale – il nostro Sé nel regime mediale – potrebbe mutare non soltanto sul piano simbolico o neuropercettivo, ma produrre un nuovo sistema coordinativo: l’intero corpo biologico che si modifica e coemerge insieme all’ambiente algoritmico. Effetti biologici situati e cognizione incorporata a un livello che non è solo neurologico, ma anche corporeo, regolativo, ambientale. Detto in altre parole, un approccio enattivo non neurocentrico o radicale può essere utile non per opporre una suggestione filosofica alle neuroscienze, ma per evidenziare i vincoli materiali che il modello neurocentrico di Gallese non può normare. Il Sé digitale è prodotto da effetti biologici situati che intercettano l’organismo nella sua interezza somatica. Si pensi, ad esempio, alle modificazioni biochimiche dei ritmi circadiani indotte dalla sintonizzazione costante con i dispositivi (per es. la luce blu degli schermi che inibisce la melatonina a livello biochimico, alterando il sonno e la regolazione glicemica), o alle risposte metaboliche e posturali indotte dal confinamento motorio dell’interfaccia (la postura “text neck” e l’irrigidimento posturale davanti alla scrivania) o ancora il carico cognitivo esteso, in cui l’affidamento della memoria e dell’orientamento spaziale verso GPS e motori di ricerca, può produrre un disuso plastico di alcune aree cerebrali, alterare la risposta autonomica allo stress e le capacità legate alla propriocezione ambientale, riducendo cioè abilità mnemoniche e spaziali. Il Sé si frammenta perché l’ambiente algoritmico si sostituisce a funzioni di coordinamento motorio-ambientale primarie, altera le proprietà del corpo, la sua presenza nello spazio. Questi non sono meri “output” esecutivi di una previsione neurale centrale: sono vincoli morfologici e compromissioni biologiche “dure” che ridefiniscono la nostra capacità regolativa ed ecologica (e quindi comportamentale e cognitiva). Nei capitoli finali Gallese si avvicina a linguaggi filosofici e politici che spingono il libro verso un approccio teorico più olistico: la fenomenologia, la politica della percezione, la critica della visibilità algoritmica. Un’ipotesi interpretativa è che l’ampio ricorso a categorie estetiche, artistiche e filosofico-politiche negli ultimi capitoli serva a estendere la portata e la spendibilità culturale della propria teoria, aprendo a una concezione più ecologica e relazionale dell’esperienza, in dialogo con la fenomenologia di Merleau-Ponty e con il pensiero tecnico-individuativo di Simondon. Parlando di partizione del sensibile, di corpi non conformi e di pratiche artistiche resistenti, Gallese tenta di immettere la contingenza della vita dentro le pagine. Ma sotto questa superficie filosofica, tutto viene ricondotto all’output funzionale della simulazione predittiva neurale. L’estetica non è un semplice excursus, ma nemmeno diventa il vero motore teorico del volume. È il luogo in cui Gallese misura la forza culturale del proprio modello neuroscientifico: mostra che il digitale non disincarna l’esperienza, ma la riorganizza come ambiente percettivo. Resta però il fatto che questa riorganizzazione viene letta soprattutto attraverso il lessico della simulazione incarnata, più che attraverso una teoria pienamente mediale, storica e politica delle immagini. > Per abitare davvero la complessità della tecnosfera solo apparentemente > immateriale che ci attende, dobbiamo restituire il corpo alla sua dimensione > di federazione materiale, vulnerabile, relazionale e politica. Nelle conclusioni Gallese richiama Robert Musil e il suo “senso della possibilità”, cioè la capacità di guardare il reale non come un ordine chiuso, ma come qualcosa che può sempre prendere altre forme. A partire da questa idea, definisce la propria ontofenomenologia incarnata come una “filosofia del possibile”. La formula può suonare astratta, ma indica per Gallese una teoria dell’esperienza fondata sul corpo e sulla sua apertura al mondo. Un campo instabile di relazioni tra corpi, tecniche, immagini e affetti, continuamente rinegoziato tra visibilità, codice e presenza sensibile. L’essere non è un fatto statico ma un gesto dinamico, in cui soggetto e mondo coemergono. Le domande di Gallese sul Sé digitale non sono solo una variante aggiornata dell’umanesimo tecnologico, ma lasciano aperta la conclusione di un discorso solo iniziato: per abitare davvero la complessità della tecnosfera solo apparentemente immateriale che ci circonda, dobbiamo restituire il corpo alla sua dimensione di federazione materiale, vulnerabile, relazionale e politica. Il Sé digitale di Gallese porta la neurobiologia sul terreno della critica culturale senza ridurre la tecnologia a semplice alienazione o a semplice progresso. E proprio perché il corpo è il luogo in cui si forma il Sé digitale, non possiamo trattarlo come una categoria neutra, ma politica. Il controllo del corpo e del sensorio è una forma di produzione con i suoi costi. Non esistono intelligenze tecniche senza infrastruttura estrattiva, lavoro invisibile, cloud proprietari. Il Sé è una federazione materiale esposta al dispendio energetico e al logoramento sistemico. La cosiddetta immaterialità o frivolezza digitale è una delle migliori campagne pubblicitarie del capitalismo recente. Grazie ai lavori come quelli di Gallese, forse l’intelligenza smetterà di sembrarci senza peso e torneranno visibili le forme di vita e le architetture – umane, animali, macchiniche, ambientali – che l’infrastruttura digitale consuma mentre continua a presentarsi come immateriale. L'articolo Il corpo vivo del Sé digitale proviene da Il Tascabile.
Scienze
neuroscienze
Intelligenza Artificiale
digitalizzazione
corpo
Estetica del surriscaldamento
I n una delle scene di November, lavoro video di Hito Steyerl del 2004, si vede l’artista stessa avvolta da una bandiera del PKK mentre marcia al fianco di manifestanti curdi all’indomani dell’invasione americana dell’Iraq. Nel video, Steyerl denunciava come quella piccola messa in scena a favore di camera, di cui era stata protagonista improvvisata per un documentario della TV tedesca, le avesse dato modo di pensare all’ambiguità delle rappresentazioni documentarie. In quella immagine, infatti, si condensa un’aperta contraddizione, che permette a Hito Steyerl di apparire come l’intellettuale politicizzata e preoccupata, ma solo a seguito di un’ipocrita ricostruzione scenica a favore di camera. Questa riflessione metalinguistica si inserisce nella complessa narrazione di November, in cui Steyerl ricostruisce vita e immagine post-mortem di Andrea Wolf, attraverso un intricato pattern lessicale e iconografico che si rivela essere il modus operandi capace di mappare le connessioni improbabili tra il contesto dell’arte e quello dei regimi di potere globali, fino a far presagire una loro inevitabile collusione. November è, infatti, sia l’analisi documentaria della vicenda di Andrea Wolf – sua amica e attivista politica scomparsa a metà degli anni Novanta e poi uccisa nel 1998 dall’esercito turco per la sua militanza in un’organizzazione femminista curda legata al PKK – sia un video-saggio sull’ontologia dell’immagine. Le storie della protagonista si intrecciano alla circolazione e trasformazione della sua immagine definendo il regime di visibilità che i media contribuiscono a creare intorno alla donna. Storie alimentate dall’ambiguità delle posizioni intorno alla figura di Andrea Wolf, sulla cui morte è gravata per anni una contesa internazionale, con la Turchia a negare le responsabilità dell’esecuzione e con i sostenitori dell’indipendenza curda a celebrare l’attivista tedesca come martire della rivoluzione. Quest’attenzione alla trasfigurazione mediatica dell’immagine, insomma, contraddistingue l’intero lavoro di Hito Steyerl, con l’artista capace di mettere in discussione la funzione delle immagini contemporanee e le loro trasformazioni tecnologiche, anche attraverso l’uso e la sperimentazione delle immagini generate dalle intelligenze artificiali (IA). Una pratica che l’artista ha sistematizzato teoricamente con la pubblicazione del suo ultimo libro Medium Hot. Intelligenza artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale (2025) che la casa editrice Timeo porta in Italia a breve distanza dalla sua pubblicazione in lingua inglese. > L’attenzione alla trasfigurazione mediatica dell’immagine contraddistingue > l’intero lavoro di Hito Steyerl, con l’artista capace di mettere in > discussione la funzione delle immagini contemporanee e le loro trasformazioni > tecnologiche. Per comprendere il lavoro attuale di Hito Steyerl però è necessario fare un passo indietro a un suo notissimo saggio del 2009, In Defense of the Poor Image, in cui l’artista aveva iniziato a ipotizzare quanto alla codifica digitale fosse associabile un incremento del viaggiare vorticoso delle immagini. Se all’epoca Steyerl legava a questo vagare dell’immagine anche una funzione emancipatoria tutta intrinseca alle possibilità di trasmettere conoscenza delle immagini compresse digitalmente, oggi queste stesse immagini stanno maturando un ruolo sempre più rilevante nella ridefinizione reazionaria della contemporaneità. È infatti da questa prospettiva teorica che l’artista osserva l’odierno pictorial turn di matrice artificiale, leggendo le IA non tanto come strumenti rappresentazionali quanto per la loro specifica dimensione termodinamica. D’altronde in fisica, il calore misura il grado di agitazione della materia, la capacità dell’energia cinetica delle particelle di trasformare le cose. Da questo spunto parte la riflessione sull’immagine di Medium Hot in cui quell’aggettivo hot (calore) indica la dimensione metaforica e l’effetto materiale dei sistemi di generazione artificiale di contenuti sul mondo. Questi media producono immagini “calde” perché accelerate, incessantemente messe in circolazione da infrastrutture estrattive che consumano energia, territori e corpi. L’artista si chiede come le architetture dei media digitali (piattaforme, sistemi di governance tecnica, logiche di visibilità e di cancellazione) contribuiscano a naturalizzare un ordine del mondo tecnocratico e razzista, e quali possibilità di vita, azione e lotta vengano abilitate o precluse da tali dispositivi mediali. Nel suo testo, Hito Steyerl spinge sull’ambiguità di fondo delle IA, sulla loro invisibilità e più in generale sulle basi materiali dei processi di produzione delle tecnologie digitali. Qualcosa che si tende a percepire come completamente immateriale, ma che, come dimostra attraverso i dati, ha implicazioni profonde nei regimi di sfruttamento che alimentano il collasso climatico. Il surriscaldamento delle immagini – la loro velocità, la loro obsolescenza programmata, la loro violenza percettiva – rispecchia e contribuisce al surriscaldamento del pianeta. Una nuova ecologia delle immagini inseparabile dalla politica dell’energia che le rende possibili, ma anche una tassonomia intorno alla produzione visuale contemporanea e alla nostra abitudine a generare contenuti che hanno un impatto trasformativo sul pianeta e sul nostro lavoro. Il titolo del libro richiama esplicitamente sia Marshall McLuhan, con la sua teoria del medium caldo (hot) e del medium freddo (cool) elaborata in Understanding Media (1964), sia il film Medium Cool (1969) del regista e direttore della fotografia americano Haskell Wexler. Steyerl, pur riprendendo l’approccio euristico e fenomenologico dei media proposto negli anni Sessanta, precisa quanto le trasformazioni contemporanee e la vocazione a comprimersi per circolare abbiano contribuito a una nuova singolarità delle immagini derivate dai processi generativi. Innanzitutto, l’autrice sottolinea come il ritorno a modelli di trasmissione di tipo top-down, come quelli di TikTok, rappresenti una forma di sostanziale ri-mediazione del modello televisivo, un ritorno al futuro della TV a cui non corrisponderebbe una messa in discussione critica del dispositivo mediale come accadeva nel film di Wexler. > L’artista si chiede come le architetture dei media digitali (piattaforme, > sistemi di governance tecnica, logiche di visibilità e di cancellazione) > contribuiscano a naturalizzare un ordine del mondo tecnocratico e razzista, e > quali possibilità di vita, azione e lotta vengano abilitate o precluse da tali > dispositivi mediali. Rivedere oggi Medium Cool con le riprese della guardia nazionale che si esercita contro i finti manifestanti in un reenactment funzionale solo all’addestramento militare, oppure osservare gli elementi finzionali della storia o le immagini documentali delle proteste del Sessantotto e della convention democratica tenutasi a Chicago quello stesso anno, solleva però una serie di questioni etiche trans-storiche sulla produzione e diffusione dell’immagine. L’obiettivo di Wexler di mettere in discussione l’idea stessa di partecipazione di massa alla mediatizzazione della realtà violenta emerge in forma di domanda, un quesito che il film recapita al suo pubblico: se è necessaria una certa assuefazione alla violenza per poterla documentare, se è necessario ignorare il reale per riprodurlo attraverso le tecnologie di registrazione dell’immagine, quale è lo scopo della produzione (sempre più massiccia) di immagini? Se la facilitazione della produzione di immagini ha un impatto nella riproduzione sociale, che ritorna nei comportamenti cinici e distaccati del protagonista del film, assuefatto a qualsiasi forma di violenza vissuta in prima persona pur di documentarla in video, cosa accade quando questo stesso processo diventa di massa? Partendo da Medium Cool, Steyerl riflette sull’avvenire delle immagini nel contesto dell’IA, definendone la natura, l’estetica focomelica, o ricostruendone la genesi nell’istruzione estetico-pornografica. A questo punto è evidente come della speranza benjaminiana dei primi lavori dell’artista sia rimasto ben poco; la discesa a capofitto verso un’adornizzazione delle sue tesi – Adorno è l’obiettivo polemico di Steyerl nella sua videoinstallazione Adorno’s Grey (2012) – appare chiara quando nel testo inizia a definire le immagini/prodotto come nient’altro che derivati stocastici o come un furto di dati per cui nessun provider di servizi di IA intende pagare un centesimo. Questi mezzi di produzione crudele (The Means of Mean Production nel testo) sono delle minacce, producono danni che nascondono dietro alla complessità della loro ipertrofia. Alle preoccupazioni per la dimensione energivora di queste immagini, per il loro carbon footprint, si aggiungono poi quelle sulla natura estrattiva in senso puramente lavorativo. Queste immagini, infatti, fagocitano e ri-elaborano ogni contenuto originale presente online assorbendo tutto in dataset di addestramento che funzionano senza il consenso dei creatori di contenuti. Da un punto di vista autoriale e lavorativo, questo modo di produrre immagini apre a degli scenari estrattivi per nulla nuovi, in cui il lavoro di artisti e creativi entra inconsapevolmente nell’ecosistema dell’IA sotto forma di esproprio di risorse intellettuali. A suffragio di ciò, l’artista menziona l’aggiornamento dei termini di servizio di Adobe, lasciando intendere come il gigante della software-grafica potrà un giorno utilizzare i contenuti degli utenti per il machine learning dei propri prodotti. Da questa ristrutturazione del lavoro, in cui le risorse creative sottratte ai legittimi produttori ritornano indietro in forma di average images, risultati di una media ponderata, pressoché inservibili, emerge lo spettro manco tanto nascosto di una cannibalizzazione generale del lavoro. Una dinamica che oltre a vedere gli artisti lavorare su e per infrastrutture produttive delle aziende del big-tech, alimenta dinamiche razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task verso lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati, rafforza inevitabilmente il divario di classe. > Alle preoccupazioni per la dimensione energivora di queste immagini, per il > loro carbon footprint, si aggiungono poi quelle sulla natura estrattiva in > senso puramente lavorativo di immagini che fagocitano e ri-elaborano ogni > contenuto originale senza il consenso dei creatori di contenuti. A questo punto mi viene da chiedermi se di fronte a questa ricostruzione caustica e sicuramente non lineare dell’attività delle IA e delle immagini ai tempi del riscaldamento globale non ritorni utile anche a noi la domanda di Wexler: una riedizione riveduta sulle ragioni odierne a produrre immagini. Se, al netto del collasso etico ed estetico dell’immagine generata dalle IA, si continua ad alimentare la corsa alla loro produzione deve esserci un motivo. Per rispondere credo sia necessario, una volta ancora, scavare nel passato recente della produzione di Hito Steyerl. Da tempo, infatti, Steyerl ha ridefinito l’idea di immagine operazionale e se Harun Farocki, suo amico e maestro, aveva posto l’attenzione sulla trasformazione dell’immagine che dal rappresentare passa a essere un elemento necessario per il completamento di operazioni meccaniche, per Steyerl l’immagine operazionale è e non può che essere inserita negli interessi degli asset finanziari. Queste immagini sono lo strumento che realizza il “circolazionismo” di cui l’artista parla nel suo saggio Too Much World: Is the Internet Dead? (2013). Se le avanguardie sovietiche pensavano a un’arte produttivista perché integrata nella produzione della fabbrica, il capitalismo finanziario si appropria del sogno bolscevico con un’arte che nell’accelerare la creazione e la circolazione delle sue immagini, diventa essa stessa economia. Un mercato fatto di trasmissioni di prodotti che consumano grandi fette di mondo. Nessuna distinzione tra struttura e sovrastruttura, nessuna differenza tra rappresentazione e prodotto, come in una perpetua riedizione del mago di Oz, il sistema fittizio delle IA agisce al riparo della tenda del black box per aprire un’enorme frattura metabolica digitale. In definitiva con il suo libro Hito Steyerl svela un’economia saldamente basata sulle contraddizioni nascoste del capitalismo contemporaneo che si fondano sulle differenze tra l’economia e le sue condizioni di possibilità, tra produzione e riproduzione, società e natura, economia e sistema politico, sfruttamento ed espropriazione. L’arte sta espandendo quelli che sembravano essere i confini materiali del capitalismo e non mi meraviglio, quindi, che sia proprio un artista a confermare quella vecchia storiella secondo cui quando incontri un architetto, una dottoressa o chiunque altro/a, finisci a parlare un po’ di tutto, mentre quando sei con un artista l’unica cosa di cui parli è di soldi. Beh, questa vecchia storiella per forza di cose adesso dice il vero, parlando di nuovi modi di far soldi, della finanziarizzazione e di noi, o quantomeno delle nostre orrende immagini generate con le IA. L'articolo Estetica del surriscaldamento proviene da Il Tascabile.
Linguaggi
Intelligenza Artificiale
arte
La vaporwave delle IA
A lcuni ci avevano avvisato sul fatto che a un certo punto l’immagine avrebbe preso il sopravvento, fino a rimodellare la nostra articolazione del senso, il nostro modo di percepire e orientarci nel mondo. Com’è potuto accadere che cose così artificiali e tecniche, come la fotografia e la grafica (un tempo avremmo detto soltanto la pittura), in poco più di un secolo, ci abbiano costretti a rimodellare il linguaggio articolato? Forse non c’è nulla di trascendentale, se si pensa che attualmente pare vengano scattate 5 miliardi di foto al giorno – secondo una stima che definire approssimativa è riduttivo. È invece letteralmente utopico avere l’ambizione di sapere, anche solo in via orientativa, quante sono le immagini guardate ogni giorno. Perché ormai l’immagine non è più soltanto quella fotografata o creata artigianalmente attraverso la grafica, ma è anche quella che viene prodotta da un agente altro: l’intelligenza non umana. Un evento questo che ha spinto l’autore Fred Ritchin, nel suo ultimo libro L’occhio sintetico. La trasformazione della fotografia nell’epoca dell’intelligenza artificiale (2025), a chiedersi: la fotografia può essere ancora credibile? Centinaia di milioni di fotografie ogni ora, rapidamente caricate, modificate, archiviate insieme a miliardi di immagini generate da modelli addestrati sul”“già visto”. In questa marea indifferenziata di pixel, la fotografia, nata come traccia fisica di un evento realmente accaduto, perde progressivamente il suo privilegio di testimone del reale: una foto può essere non solo scattata, ma anche ritoccata, sintetizzata, mescolata a infinite altre. Questa ha ancora lo status di medium ultimo per certificare la verità – il celebre “se non vedo non credo” – che ha avuto fino ad oggi? Detiene ancora questa valenza in un’epoca in cui l’“occhio” non è più solo umano ma sintetico, algoritmico? Ritchin insiste sul fatto che non siamo semplicemente passati da analogico a digitale, ma da immagini ancorate a un evento a immagini prodotte per combinazione statistica di altre immagini: una sorta di “mimesi di mimesi”, copie di copie che costruiscono realtà verosimili a partire da archivi preesistenti. In questo regime, il legame indicale – quel “questa cosa è accaduta davanti a un obiettivo” che garantiva alla fotografia un’aura documentaria – si sfibra. Il risultato è un campo visivo in cui non sappiamo più se ciò che vediamo è stato registrato, simulato o ibridato. > In questa marea indifferenziata di pixel, la fotografia, nata come traccia > fisica di un evento realmente accaduto, perde progressivamente il suo > privilegio di testimone del reale: una foto può essere non solo scattata, ma > anche ritoccata, sintetizzata, mescolata a infinite altre. E tuttavia, sottolinea Ritchin, non siamo condannati a un fatalismo apocalittico, perché nel libro aleggia anche un’atmosfera ottimista. L’intelligenza artificiale (IA) non distrugge la fotografia, può piuttosto diventare uno strumento per ampliare la nostra visione anziché indebolirla. Non è la tecnologia in sé a decidere il destino delle immagini, ma gli usi che ne facciamo, le cornici istituzionali, le forme di responsabilità che sapremo costruire. Per spiegare questo racconta di un aneddoto in cui Russel Brown, il senior art director di Adobe Systems, durante una delle prime presentazioni pubbliche di Photoshop, paragonò il software a un martello: “Posso dare un martello a dieci persone: molti costruiranno un palazzo favoloso, altri impazziranno e distruggeranno qualcosa.” L’invito sembra quindi essere esplicito, a ripensare radicalmente cosa intendiamo per fotografia quando il gesto di scattare, ma anche modificare, e generare per poi eventualmente diffondere, immagini converge nello stesso dispositivo. Ma quali sono i veri apporti estetici che le IA hanno messo a disposizione per l’immaginario umano? Cosa sono riuscite a fare di diverso da ciò che già non fosse in grado di fare l’essere umano con le sue capacità tecniche? Tra il 2022 e il 2023 l’intelligenza artificiale generativa ha iniziato a produrre immagini sorprendenti, ma spesso riconoscibili come artificiali a causa di bizzarri difetti. Le fotografie “impossibili” generate dall’IA presentavano indizi rivelatori: mani con un numero errato di dita, anatomie deformate, occhi leggermente disallineati, sorrisi con troppi denti, e testi completamente senza senso nei loghi o nei cartelli. Questi errori ricorrenti – una mano con sei o più dita, un volto dai lineamenti sfalsati o scritte simili all’inglese ma prive di significato – sono diventati icone involontarie dell’estetica IA primitiva. Queste stranezze non erano limitate alle figure umane. Nei primi esperimenti, chiedere a un’IA di generare un’immagine con testo (per esempio un’insegna o dei sottotitoli) produceva gibberish, stringhe di lettere che ricordavano vagamente parole inglesi ma erano prive di senso compiuto. Su Internet c’è stato ovviamente qualcuno che ha addirittura relegato questo fenomeno a nuovo slang o sottocultura, ma la cosa non ha avuto seguito. All’epoca, questi difetti venivano perlopiù considerati incidenti di percorso. I progettisti di modelli IA lavoravano per eliminarli, mentre online ci si faceva ironia: gallerie di AI fails mostravano mani mostruose e volti inquietanti facendo ridere e rabbrividire al tempo stesso. Eppure, fin dall’inizio si è creata l’opportunità di chiedersi se in quelle imperfezioni non ci fosse un valore estetico latente. Dopotutto, la storia della cultura visuale (ma anche di qualsiasi tipo di cultura) insegna che ciò che in un’epoca è un limite tecnico o un errore, in seguito può essere rivalutato come cifra stilistica. > Invece di scartarle, si possono considerare le “allucinazioni” dell’IA nel > produrre immagini come un nuovo linguaggio visivo, emerso al confine tra > intenzione umana e caos puramente algoritmico. È la logica alla base della > glitch art, già nota in ambito musicale. Basti pensare alla grana sporca delle foto analogiche, alle distorsioni delle videocassette VHS o ai pixel grossolani dei videogiochi anni Ottanta: elementi nati da tecnologie immature, ma che oggi suscitano nostalgia e vengono spesso ricreati volutamente per ottenere un certo mood rétro. Vinili e pellicole analogiche hanno imperfezioni (fruscii, graffi, granulosità) che i supporti digitali hanno eliminato, eppure c’è tutta una piccola umanità che invece le apprezza come texture che danno calore e autenticità all’esperienza. Allo stesso modo, nella fotografia contemporanea c’è chi aggiunge grana, sfocature e piccoli difetti alle immagini digitali perfette, per farle sembrare più vive e credibili. Nel caso specifico dell’AI art – se così si può chiamare –, già nel 2023 alcuni artisti hanno iniziato a rivalutare i glitch generativi come forma d’espressione. Con un po’ di romanticismo, è possibile credere che dalle “allucinazioni” dell’IA (quelle strane deviazioni dal prompt originale) si possano rivelare la personalità del modello, il suo processo interpretativo, quasi fossero la firma involontaria della macchina. Invece di scartarli, li si può considerare un nuovo linguaggio visivo, emerso al confine tra intenzione umana e caos puramente algoritmico. È la logica alla base della glitch art, già nota in altri campi, non solo visivo, ma anche ad esempio musicale, come per il caso del genere glitch music – per l’appunto. D’altronde, introducendo volutamente certi difetti, si può arricchire la palette estetica: colori sbagliati possono dare un tocco onirico, pixelazioni e artefatti evocare la nostalgia dei primi videogame, mentre sproporzioni e sovrapposizioni generano inquietudine surrealista: c’è insomma chi vede in quegli errori non solo qualcosa da correggere, ma un potenziale espressivo da coltivare. Col passare dei mesi, comunque, i modelli generativi hanno iniziato a migliorare. Le versioni più recenti di Midjourney, Stable Diffusion e altri sembrano aver imparato a rispettare meglio il numero di dita e la simmetria dei volti, mentre i prompt testuali vengono interpretati con maggior precisione. Si avvicina così l’orizzonte di una “trasparenza” totale dell’immagine IA: uno scenario in cui un occhio umano medio non riuscirà più a distinguere una foto reale da una perfettamente sintetizzata. Paradossalmente, però, più l’IA raggiunge la perfezione mimetica, più rischia di generare risultati freddi, troppo levigati, privi di quei piccoli segni di vita che rendono un’immagine davvero “umana”. È qualcosa di simile al cosiddetto problema dell’uncanny valley, seppure in una nuova veste: un volto generato al computer può avere tutti i pixel al posto giusto, eppure risultare freddo e senz’anima perché manca di quella irregolarità organica cui il nostro cervello è abituato. Non è la perfezione a rendere umano qualcosa, quanto piuttosto l’imperfezione. Non sorprende allora che già oggi molti creator nei prompt specifichino elementi come “unpolished, grainy, off-center” per ottenere immagini più credibili e dotate di atmosfera. In pratica, stiamo chiudendo il cerchio: dopo aver inseguito la qualità perfetta, reintroduciamo il difetto per recuperare calore e familiarità. Una vera e propria battaglia tra umano e simulacro, fatta di perdite e guadagni verso il reale. Ma al di là della ricerca di realismo, c’è un altro motivo per cui le imperfezioni potrebbero tornare protagoniste: il loro valore nostalgico e culturale. Gli artefatti delle prime immagini IA potrebbero diventare presto ciò che la pellicola sgranata è per i fotografi analogici, o ciò che i filtri 8-bit sono per i fan dei videogiochi rétro: un segno distintivo di un’epoca passata, da omaggiare e riprodurre per evocare determinate sensazioni. Non è quindi fantascientifico pensare che in un futuro prossimo queste imperfezioni verranno volontariamente imitate, per creare un effetto nostalgico e inquietante. Colori leggermente sbagliati, qualche mano con sei dita sullo sfondo e scritte pseudoinglesi sui cartelli stradali e si è subito in piena IA vintage. Sono dettagli che, per chi ha vissuto l’era pionieristica dell’AI art, richiameranno immediatamente un senso di déjà-vu, il ricordo di quando quelle immagini ci stupivano e spaventavano insieme per la loro stranezza. > Paradossalmente, però, più l’IA raggiunge la perfezione mimetica, più rischia > di generare risultati freddi, troppo levigati, privi di quei piccoli segni di > vita che rendono un’immagine davvero “umana”. È qualcosa di simile al > cosiddetto problema dell’uncanny valley, seppure in una nuova veste. Del resto, la nostalgia spesso si lega a periodi di trasformazione tecnologica. All’inizio, le innovazioni appaiono sgangherate, come fossero giocattoli imperfetti; poi, quando maturano e diventano ubiquitarie, guardiamo con tenerezza alle loro versioni arretrate. È quello che è successo con il web: chi ha conosciuto l’Internet ruggente degli anni Novanta ricorda la grafica rudimentale delle pagine Geocities, così come i suoni gracchianti del modem 56k e i forum anarchici pieni di GIF sgrammaticate. Oggi quell’estetica lo-fi è oggetto di revival: non solo come kitsch divertente, ma come simbolo di un’epoca considerata più ingenua e libera. Ma da questo punto di vista, l’esempio emblematico è sicuramente il fenomeno vaporwave. Nato nei primi anni 2010, è un movimento musicale e poi visivo che non rimanda a una nostalgia “rosa e fiori”, ma più concettuale. Esprime infatti la malinconia di un futuro che ci era stato promesso e che invece non si è mai realizzato. Tutta la potenza utopistica e tecnologica della prima fase internettiana, poi svanita dietro alle sovrastrutture tecnocapitaliste che l’hanno depredata. L’idea di una rete libera, democratica, quasi socialista è raccontata attraverso quelle visioni ingenue e ipomediali, ma proprio per questo affascinanti come incisioni rupestri. > Il fenomeno vaporwave è un movimento musicale e poi visivo che esprime la > malinconia di un futuro che ci era stato promesso e che invece non si è mai > realizzato. Tutta la potenza utopistica e tecnologica della prima fase > internettiana, poi svanita dietro alle sovrastrutture tecnocapitaliste che > l’hanno depredata. Viene allora da chiedersi: di cosa avremo nostalgia, riguardo alle prime immagini IA, dal momento che, nel caso delle IA visuali, non c’è stata una vera “età dell’innocenza” idealistica? Queste tecnologie nascono infatti nel pieno dominio delle multinazionali tech: i modelli più avanzati sono custoditi da pochi giganti (OpenAI, Google, Meta…), integrati in piattaforme chiuse e subito orientati al mercato. Non c’è stato neanche il tempo di un sogno utopico condiviso prima della loro commercializzazione di massa. Anzi, fin dall’inizio il dibattito sulle IA generative è stato inquinato da preoccupazioni concrete: copyright, deepfake, bias etici, concentrazione di potere e così via. A differenza del web anni Novanta – percepito allora come una frontiera libera in cui chiunque poteva costruire il proprio sito e magari cambiare il mondo – l’IA degli anni Venti è arrivata già incapsulata in app e servizi preconfezionati, con livelli di accesso differenziati (versioni gratuite con limitazioni, modelli open-source meno performanti rispetto a quelli proprietari, e via di questo passo). Inoltre, l’assenza di un’identità “comunitaria” forte (le community di AI art sono sorte su Discord e forum, ma perlopiù come utilizzatori di uno strumento più che come movimento culturale coeso) fa sì che la nostalgia non possa basarsi sulla memoria di un ideale condiviso tradito – poiché tale ideale non c’era in partenza. Eppure, ciò non significa che non nascerà affatto nostalgia. Sarà una nostalgia solo estetica, più legata alla sensazione di quel periodo pionieristico che non a un valore ideologico. Sarà, per capirci, simile alla nostalgia che si prova rivedendo la grafica di un vecchio videogioco: non importano tanto le condizioni sociali in cui quel gioco uscì, quanto le emozioni che ci dava la sua estetica oggi sorpassata. Analogamente, chi ha sperimentato le prime AI art ricorderà l’emozione mista a inquietudine nel vedere il computer tentare di generare realismo e fallire in modo spettacolare: quei fallimenti inaspettati erano il segno di una macchina alle prime armi, quasi infantile nella sua creatività caotica. Del resto, c’è già oggi un velo di futura malinconia anche nel sapere che certe immagini non potranno più essere “sbagliate così”. Nel suo piccolo, stiamo vivendo un momento storico irripetibile. Volendo dare una lettura sbrigativa si potrebbe affermare che ciò che manca è la politica e ciò che abbaglia è invece l’estetica. L'articolo La vaporwave delle IA proviene da Il Tascabile.
Linguaggi
fotografia
Intelligenza Artificiale
Doctor ex machina
P roviamo a immaginare questa scena: siamo nello studio di un ambulatorio ospedaliero di medicina interna. Il monitor è acceso da qualche minuto. La cartella clinica digitale è completa: anamnesi, esami ematochimici, imaging, una serie di indicatori sintetizzati in grafici che scorrono ordinati sulla destra dello schermo. In basso, evidenziata in un riquadro discreto ma visivamente centrale, compare una raccomandazione: probabilità di beneficio elevata, rischio accettabile, consigliato l’avvio di una terapia anticoagulante in un paziente con fibrillazione atriale e profilo di rischio tromboembolico significativo. Il medico legge, rilegge, poi alza lo sguardo verso il paziente seduto di fronte a lui. La decisione, almeno formalmente, spetta ancora a lui. Non c’è nulla di coercitivo in quel suggerimento. Nessun allarme rosso, nessun obbligo esplicito. Eppure, il peso che esercita è tangibile. Non perché imponga una scelta, ma perché la rende asimmetrica: accoglierla significa seguire una traiettoria già validata, statisticamente fondata, condivisa da un’infrastruttura che promette affidabilità; discostarsene richiede invece una giustificazione ulteriore, una deviazione consapevole che dovrà essere spiegata, forse difesa. In questo scarto silenzioso prende forma una nuova condizione della decisione clinica contemporanea: un atto che resta umano nella sua firma finale, ma che viene preparato, orientato e in parte anticipato da sistemi tecnologici sempre più pervasivi, come accade nei sistemi di supporto alle decisioni cliniche (CDSS, Clinical Decision Support Systems), software che analizzano dati sanitari e suggeriscono possibili decisioni terapeutiche, affiancando il giudizio clinico senza sostituirlo. > Studi clinici hanno mostrato che modelli di deep learning possono raggiungere > prestazioni comparabili o superiori a quelle degli specialisti > nell’identificazione di patologie come tumori cutanei o lesioni radiologiche > complesse. Scene come questa non sono eccezionali. Si ripetono quotidianamente in reparti ospedalieri, ambulatori, pronto soccorso. A volte il suggerimento arriva sotto forma di punteggio di rischio inteso come una stima numerica della probabilità che si verifichi un determinato evento clinico, altre come raccomandazione terapeutica, altre ancora come priorità di accesso a una procedura. Cambia l’interfaccia, non la logica sottostante: un insieme di modelli predittivi, regole apprese dai dati, correlazioni statistiche trasformate in indicazioni operative. Studi clinici hanno mostrato che modelli di deep learning, cioè sistemi informatici che apprendono a riconoscere schemi complessi analizzando grandi quantità di dati, in modo simile a come l’esperienza permette agli esseri umani di affinare il riconoscimento visivo,  possono raggiungere prestazioni comparabili o superiori a quelle degli specialisti nell’identificazione di alcune patologie, come tumori cutanei o lesioni radiologiche complesse, contribuendo a migliorare l’accuratezza diagnostica e la stratificazione del rischio nei pazienti. In questi contesti, l’intelligenza artificiale (IA) non sostituisce il medico, ma amplia la sua capacità di osservazione, rendendo disponibili informazioni che difficilmente emergerebbero dall’esperienza individuale. La decisione resta nelle mani del clinico, ma viene indirizzata verso opzioni considerate ragionevoli, efficienti e più facilmente giustificabili, che orientano il percorso di cura. La scena raccontata a inizio articolo ha radici lontane. Già nel Novecento i primi sistemi di supporto alle decisioni cliniche aiutavano il medico a ridurre la variabilità e l’errore, affiancando il giudizio umano con strumenti oggettivi. Tra questi primi sistemi c’era ad esempio MYCIN, sviluppato negli anni Settanta all’Università di Stanford, che aiutava a diagnosticare infezioni batteriche e suggeriva dosaggi di antibiotici basandosi su un insieme di regole codificate dagli esperti. Sempre in quegli anni, altri sistemi, come Internist-1, fornivano supporto nella diagnosi di malattie complesse, chiedendo al medico di inserire sintomi e segni clinici per ottenere un elenco di possibili diagnosi ordinate per probabilità. All’epoca si trattava di strumenti relativamente semplici, costruiti su poche variabili e su schemi decisionali predefiniti; oggi parliamo, invece, di modelli complessi, addestrati su milioni di dati, in grado di cogliere pattern invisibili all’esperienza individuale. Ma il nodo concettuale resta sorprendentemente simile: come cambia una decisione quando non nasce più soltanto dal sapere di una persona, ma da un’infrastruttura che combina l’intelligenza di esseri umani e macchine, come già avveniva nei primi sistemi esperti medici sviluppati negli anni Settanta. > L’intelligenza artificiale non decide al posto del medico, piuttosto > costruisce l’orizzonte entro cui la decisione prende forma. Il risultato è una > forma di delega parziale, che non elimina la responsabilità individuale ma la > riorganizza. Un episodio spesso citato nella storia della medicina computazionale riguarda l’introduzione dei primi sistemi di triage algoritmico nei pronto soccorso statunitensi. Nati per gestire l’aumento dei flussi e ridurre i tempi di attesa, questi strumenti promettevano di assegnare le priorità in modo più equo e razionale. Il personale restava libero di intervenire, di modificare l’ordine suggerito. Tuttavia, col tempo, la deviazione dalla raccomandazione algoritmica iniziò a essere percepita come un’eccezione da giustificare, non come una delle alternative legittime. Il criterio implicito non era più soltanto “che cosa è meglio per questo paziente”, ma anche “che cosa è difendibile rispetto a ciò che il sistema indica”, una dinamica che diventa particolarmente visibile quando gli algoritmi incidono sulla distribuzione delle risorse sanitarie. Un caso emblematico riguarda un algoritmo ampiamente utilizzato negli Stati Uniti per identificare i pazienti che necessitavano di programmi di assistenza sanitaria intensiva. Studi successivi hanno mostrato che il sistema sottostimava sistematicamente i bisogni dei pazienti neri rispetto a quelli bianchi con condizioni cliniche simili, perché utilizzava i costi sanitari sostenuti in passato come proxy dello stato di salute. Poiché storicamente i pazienti neri avevano avuto minore accesso alle cure, il modello interpretava questa minore spesa come indicatore di minore gravità clinica, riproducendo e amplificando una disuguaglianza preesistente. L’errore non nasceva da una decisione discriminatoria esplicita, ma dalla logica statistica incorporata nel sistema. Qui emerge il nodo centrale della questione. La decisione resta, sulla carta, un atto umano: qualcuno clicca, firma, approva. Ma il contesto in cui quella decisione viene presa è radicalmente trasformato. L’IA non decide al posto del clinico; piuttosto, costruisce l’orizzonte entro cui la decisione prende forma, stabilendo ciò che appare normale, probabile, raccomandabile. Il risultato è una forma di delega parziale, spesso impercettibile, che non elimina la responsabilità individuale ma la riorganizza. Riflettere su questo passaggio non significa denunciare una perdita di umanità né invocare un ritorno a un passato idealizzato. Significa piuttosto rendere visibile un passaggio spesso dato per scontato: quello in cui la decisione, pur restando formalmente umana, viene progressivamente trasformata in un atto di ratifica di suggerimenti prodotti altrove. È da questo punto che occorre partire per interrogarsi sul ruolo dell’intelligenza artificiale in sanità, non come semplice strumento tecnico, ma come dispositivo culturale che ridefinisce il modo in cui decidiamo, giudichiamo e assumiamo responsabilità. Decidere, giudicare, approvare: una breve genealogia culturale Decidere non è mai stato un gesto semplice. Nella tradizione occidentale, la decisione è stata a lungo pensata come un atto puntuale, un momento in cui il giudizio si cristallizza, assumendo la forma di una scelta che impegna chi la compie. Ma questo atto è sempre stato sostenuto da un processo più ampio, fatto di valutazioni, confronti, mediazioni e, soprattutto, da un’assunzione di responsabilità che non si esaurisce nell’istante della scelta. Nel contesto clinico, questa stratificazione è particolarmente evidente. Il medico non decide soltanto, ma giudica sulla base della propria esperienza, interpreta segni e sintomi, assume su di sé il rischio dell’errore. La decisione non coincide con la procedura, ma con la capacità di rispondere delle conseguenze di ciò che si è scelto di fare o di non fare. A partire dal Novecento, questo equilibrio comincia lentamente a spostarsi. Con l’espansione delle organizzazioni complesse e della burocrazia moderna, il giudizio individuale viene progressivamente affiancato da procedure standardizzate. Max Weber descriveva questo passaggio come una razionalizzazione necessaria: regole formali, criteri impersonali, processi replicabili servono a garantire equità, prevedibilità, controllo. La decisione, in questo schema, non scompare, ma viene incastonata in una sequenza di passaggi che ne delimitano il perimetro. > Il medico non decide soltanto, ma giudica sulla base della propria esperienza > e si assume il rischio dell’errore. La decisione non coincide con la > procedura, ma con la capacità di rispondere delle conseguenze di ciò che si è > scelto di fare. O di non fare. In altre parole, il giudizio si trasforma progressivamente in procedura: l’atto decisionale diventa il punto finale di un percorso già in gran parte tracciato. Questo spostamento non modifica solo il modo di decidere, ma ridefinisce il significato stesso della responsabilità: se la decisione è l’esito “corretto” di una procedura correttamente seguita, la responsabilità tende a spostarsi dall’atto al processo. Non si tratta più di dire “ho deciso questo”, ma di poter affermare “ho seguito ciò che era indicato”. È su questa trasformazione, spesso silenziosa, che opera oggi l’intelligenza artificiale. Che cosa fa oggi l’IA generativa in sanità Quando si parla di intelligenza artificiale in sanità, l’immaginario oscilla tra due estremi: da un lato la promessa di macchine che decidono al posto dei medici, dall’altro l’idea rassicurante di strumenti neutrali che si limitano a “supportare” il lavoro umano. La realtà è più sfumata e più interessante. Oggi l’IA generativa e predittiva opera principalmente come infrastruttura decisionale. Non prende decisioni cliniche autonome, ma organizza informazioni, suggerisce interpretazioni, propone priorità. Nei sistemi di supporto diagnostico, analizza immagini, testi clinici, dati di laboratorio per individuare pattern compatibili con determinate condizioni. Nei modelli predittivi, stima rischi futuri: progressione di malattia, probabilità di eventi avversi, risposta a un trattamento. Nel triage e nella stratificazione del rischio, questi sistemi contribuiscono a ordinare i pazienti secondo criteri di urgenza o complessità, allocando risorse scarse ‒ tempo, posti letto, interventi ‒ in modo ritenuto più efficiente. Nelle raccomandazioni cliniche, integrano linee guida e dati individuali per suggerire opzioni terapeutiche personalizzate. È importante notare che, nella maggior parte dei casi, non si tratta di automazione della scelta, ma di automazione del contesto decisionale. L’IA non dice “fai questo”, ma costruisce un ambiente in cui alcune opzioni emergono come naturali, altre come marginali. Rende alcune decisioni più rapide, più giustificabili, più difendibili. E, così facendo, ridefinisce ciò che appare ragionevole. > Quando qualcosa va storto, l’errore non è più attribuibile a un singolo > individuo, ma al sistema nel suo complesso: non c’è colpa, ma > malfunzionamento; non responsabilità, ma errore tecnico. Questa infrastruttura è spesso invisibile. Il clinico vede il risultato, un punteggio, una raccomandazione, ma non il lavoro di selezione, pesatura e normalizzazione che lo ha prodotto. L’intelligenza artificiale non si presenta come un nuovo decisore, ma come uno sfondo operativo che accompagna ogni gesto. Il clic che decide Non è solo la sanità a sperimentare la frammentazione delle decisioni. Accade ogni volta che ci affidiamo a sistemi che guidano le nostre scelte: per esempio, lasciamo che algoritmi filtrino i candidati per una posizione lavorativa prima ancora che qualcuno li valuti personalmente; utilizziamo valutazioni di rischio prodotte da sistemi finanziari o assicurativi per orientare decisioni economiche e contrattuali; accettiamo i suggerimenti delle piattaforme digitali, cosa guardare, cosa comprare, cosa leggere, senza conoscere i criteri con cui quelle raccomandazioni sono state prodotte. In tutti questi casi, la decisione viene scomposta in microdeleghe: nessuno decide tutto, ma ciascuno approva un passaggio. Quando qualcosa va storto, l’errore non è più attribuibile a un singolo individuo, ma al sistema nel suo complesso: non c’è colpa, ma malfunzionamento; non responsabilità, ma errore tecnico. Gli studi sul bias di automazione spiegano come gli operatori tendano a fidarsi dei suggerimenti delle macchine anche quando sono errati, perché seguire la raccomandazione riduce il carico cognitivo. In sanità, questo crea un paradosso: il medico resta formalmente responsabile, ma il margine effettivo di intervento si riduce, e la responsabilità si sposta dal gesto decisionale al clic finale: non “che cosa hai deciso”, ma “perché non hai seguito ciò che era indicato”. La letteratura sulle responsabilità mediche nell’era dell’IA sottolinea come la supervisione umana rimanga obbligatoria e non possa essere semplicemente delegata alla tecnologia. Sistemi di supporto decisionale come quelli utilizzati nella prescrizione elettronica di farmaci possono ridurre alcuni errori, ma introducono nuove vulnerabilità quando il medico si affida senza verificarne le indicazioni. Studi sull’uso di sistemi di allerta clinica hanno mostrato che i professionisti tendono talvolta ad accettare le raccomandazioni algoritmiche senza verificarle criticamente, soprattutto in condizioni di carico cognitivo elevato, mentre in altri casi sviluppano una forma di assuefazione agli avvisi ripetitivi, ignorando segnali potenzialmente rilevanti. Questo fenomeno, noto come automation bias, cioè la tendenza a fidarsi eccessivamente delle indicazioni dei sistemi automatizzati, non elimina il ruolo umano, ma lo trasforma: il rischio non è più soltanto l’errore individuale, ma l’interazione imperfetta tra operatore e sistema. > In alcuni casi gli operatori tendono a fidarsi dei suggerimenti delle macchine > anche quando sono errati, sia perché seguire la raccomandazione riduce il > carico cognitivo, sia perché una scelta alternativa potrebbe comportare > responsabilità legali. È qui che emerge lo slittamento cruciale: quando un suggerimento è ragionevole, tempestivo e probabilistico, diventa difficile ignorarlo. Non perché sia obbligatorio seguirlo, ma perché offre la via di minor resistenza. La decisione non viene sottratta, ma alleggerita e trasformata. Il clinico resta libero di fare diversamente, ma questa libertà è asimmetrica: seguire la raccomandazione richiede poco (un clic, una firma, un’approvazione) mentre deviare comporta lavoro cognitivo e morale extra, spiegazioni, documentazioni, assunzione di rischi clinici, organizzativi e legali. Questioni etiche come trasparenza, responsabilità e bias nei sistemi di IA sono tra i nodi critici nel dibattito sull’integrazione dell’IA nei processi clinici. Nei casi di terapia intensiva, ad esempio, scegliere un trattamento diverso da quello suggerito dai modelli predittivi può comportare responsabilità legali e giustificazioni agli audit clinici, anche quando la deviazione è clinicamente motivata. La decisione tende così a diventare ratifica: non per rinuncia consapevole, ma come esito naturale di un processo che ha già selezionato l’opzione “migliore”. La velocità del suggerimento e l’aura di oggettività che lo accompagna ‒ numeri, percentuali, modelli ‒ funzionano come criteri morali impliciti: ciò che è rapido e calcolato appare anche giusto. La responsabilità resta sempre del medico, ma cambia forma: non riguarda tanto la scelta in sé, quanto il seguire, o non seguire, i suggerimenti del sistema. La libertà di decidere esiste ancora, ma è più difficile da esercitare e spesso poco visibile. Agentività residuale e libertà formale L’effetto di questi meccanismi non è tanto l’eliminazione della libertà decisionale, quanto la sua progressiva rarefazione. La possibilità di scegliere diversamente rimane formalmente intatta, ma perde centralità nella pratica quotidiana. La decisione autonoma non scompare, ma viene spostata ai margini, trasformata in evento eccezionale, da attivare solo quando qualcosa interrompe il flusso ordinario del lavoro clinico. L’agentività che resta, cioè il margine reale di decisione e di azione autonoma del clinico, la sua capacità effettiva di agire intenzionalmente e assumersi la responsabilità delle proprie scelte, è residuale. Non perché sia stata abolita, ma perché è stata resa onerosa. La libertà decisionale sopravvive come eccezione, non come norma. In molti settori tecnologici, dall’aviazione alla finanza algoritmica, si osserva un fenomeno simile: gli operatori formalmente possono intervenire, ma ogni deviazione dai protocolli automatizzati richiede una documentazione aggiuntiva e aumenta il rischio di responsabilità. Anche la storia della medicina offre paralleli. L’introduzione dei protocolli di sicurezza chirurgica o dei sistemi di prescrizione elettronica ha ridotto gli errori, ma ha trasformato la libertà decisionale individuale in un esercizio oneroso e spesso invisibile. > La questione non è scegliere tra autonomia umana e automazione, ma riconoscere > ciò che accade nello spazio intermedio tra suggerimento e scelta. È lì che il > giudizio clinico rischia di ridursi a conferma di opzioni già selezionate > altrove. In questo contesto, la frase “si poteva fare diversamente” perde il suo significato morale. Non indica più una possibilità reale, ma una clausola formale che tutela il sistema, non chi decide. È una libertà che esiste sulla carta, ma nella pratica diventa spesso solo una scelta teorica, costosa in termini di tempo, responsabilità e stress cognitivo. Il margine di decisione personale non scompare, ma si nasconde, e chi la esercita deve confrontarsi con un doppio vincolo: quello della ragione clinica e quello della difendibilità organizzativa. Abitare lo spazio intermedio La medicina non è mai stata un atto solitario: il giudizio medico si è sempre formato all’interno di apparati tecnici, protocolli e strumenti che ne hanno orientato l’esercizio. Ciò che cambia oggi non è la presenza della tecnologia, ma la sua capacità di strutturare in anticipo ciò che appare come una decisione ragionevole. La questione, allora, non è scegliere tra autonomia umana e automazione, ma riconoscere ciò che accade nello spazio intermedio tra suggerimento e scelta. È lì che la raccomandazione algoritmica diventa norma implicita, è lì che il giudizio clinico rischia di ridursi a conferma di opzioni già selezionate altrove. L’agentività che sopravvive non scompare, ma si restringe: non viene negata, viene resa costosa, eccezionale, giustificabile solo a posteriori. In questo contesto, lo scostamento dal suggerimento non è più un gesto ordinario del ragionamento clinico, ma un atto che deve essere difeso. La responsabilità non riguarda più tanto ciò che si decide, quanto il motivo per cui non si è aderito a ciò che era indicato. L’intelligenza artificiale può rendere le decisioni più rapide, più coerenti, più difendibili, ma proprio per questo rischia di rendere meno visibile il momento in cui qualcuno decide davvero. In alcuni casi, gli strumenti predittivi hanno migliorato sensibilmente diagnosi e allocazione delle risorse: ad esempio, modelli predittivi in oncologia hanno aumentato la precisione nella classificazione dei pazienti e nella personalizzazione dei trattamenti, migliorando gli esiti clinici rispetto ai metodi tradizionali. Allo stesso tempo, alcuni studi documentano come algoritmi di supporto decisionale possano riprodurre e amplificare bias preesistenti, generando disparità nei risultati tra gruppi etnici o razziali, specialmente quando i dati di addestramento non sono rappresentativi della popolazione reale; in ambito diagnostico, sono state osservate anche prestazioni peggiori dell’IA su immagini di pazienti con caratteristiche meno rappresentate nei dataset, come alcune condizioni dermatologiche o popolazioni con fenotipi cutanei diversi. Questi esempi illustrano due facce della stessa medaglia: l’IA può ampliare la capacità diagnostica e decisionale, eppure può anche riprodurre disuguaglianze sanitarie e introdurre errori sistematici se non adeguatamente progettata, validata e monitorata. In ultima analisi, la diffusione dell’intelligenza artificiale non elimina la responsabilità individuale, la riorganizza. Non siamo più davanti a un medico che decide “da solo”, ma a un professionista che decide entro un contesto tecnologico e culturale in continua evoluzione, che richiede non solo competenza tecnica, ma anche consapevolezza delle implicazioni etiche e sociali associate all’uso dell’IA in sanità. > L’IA può ampliare la capacità diagnostica e decisionale, ma può anche > riprodurre disuguaglianze sanitarie e introdurre errori sistematici, se non > adeguatamente progettata, validata e monitorata. È proprio in questa riorganizzazione che emerge il cambiamento più rilevante: una medicina in cui la firma continua ad apparire, e il consenso viene formalmente ottenuto, può assumere un valore sempre più simbolico o ridursi a una percezione di controllo, mentre le scelte realmente operative vengono guidate, in parte, da algoritmi e infrastrutture complesse. La responsabilità non scompare, ma si sposta e si distribuisce lungo una catena decisionale più ampia, nella quale diventa meno immediato riconoscere chi abbia davvero deciso. Abitare consapevolmente questo spazio intermedio, tra suggerimento e scelta, tra supporto e delega, non è allora un limite della medicina contemporanea, ma la condizione necessaria per preservarne la libertà e il senso di responsabilità nell’epoca dell’intelligenza artificiale. L'articolo Doctor ex machina proviene da Il Tascabile.
Scienze
Intelligenza Artificiale
medicina
sanità
Sembra IA
T ra i miei messaggi privati, in una chat che condivido con una persona a me cara, circola ormai una nutrita rappresentanza di video frutto dell’intelligenza artificiale (IA). Clip interamente generate da algoritmi, oppure collezioni ibride di vario genere, che mescolano immagini sintetiche e riprese autentiche. Eppure, a prescindere da quanto siano sofisticati o realistici, nessuno di quei video riesce a suscitare in me una qualche reazione: non credo a ciò che vedo. Fare un ritratto esaustivo del fenomeno dei video generati, sembra un’impresa disperata. Le macchine intelligenti sono ovunque: scuola, lavoro, casa; hanno soppiantato i vecchi motori di ricerca, scrivono messaggi per chat romantiche, compilano liste della spesa; appaiono inevitabili. La fenomenologia dei video generati, in particolare, è investita da una mutazione rapidissima, un’estensione inarrestabile: feed automatizzati, nastri trasportatori di clip il cui unico scopo è gonfiare il traffico di visualizzazioni e interazioni. A guardare i social media, si ha l’impressione di stare scivolando da un livello di simulazione a un altro più profondo. Dopo tre anni di entusiasmo, disorientamento e ambivalenza, uno degli effetti culturali riconoscibili dell’IA è esattamente questo: le persone hanno la sensazione di essere in balia di qualcosa che sfugge senza controllo, come se proprio la realtà stesse deragliando da sotto i piedi. Come ogni tecnologia, i video generati da IA hanno attraversato una loro prima fase embrionale, ma brevissima, durata forse appena un paio d’anni. I risultati iniziali delle applicazioni text-to-video ‒ ovvero clip creati a partire da brevi descrizioni testuali ‒ erano spesso stranianti, bizzarri, allucinati e barocchi. Anche i prodotti più accurati trasmettevano un certo profondo senso di inquietudine digitale. In breve tempo, avevamo imparato a decifrarne la grammatica visiva, fino a normalizzarla. Alcuni utenti ne riproducevano le anomalie dinamiche, impersonandole in forma di meme: braccia che si moltiplicano da sotto una maglietta, piatti di pasta che spuntano sul finale di una rissa, improvvisi rallentamenti, espressioni facciali grottesche, arti deformi, sguardi abbacinati, dinamiche emotive incongruenti e ubriache. Il potenziale dei modelli futuri era già evidente, ma la produzione di video da parte degli utenti restava per lo più motivo di burla e sperimentazione estetica. > Il grado di fedeltà raggiunto dalle IA è impressionante. Sempre più gli indizi > a nostra disposizione, i segnali rivelatori rimasti, sono briciole: piccole > incongruenze, dettagli che appartengono all’osservazione di dinamiche fisiche > complesse non immediatamente evidenti. Oggi, senza che quasi si abbia avuto il tempo di registrarne l’evoluzione, il grado di fedeltà raggiunto dalle IA è impressionante. Sempre più gli indizi a nostra disposizione, i segnali rivelatori rimasti, sono briciole: piccole incongruenze, dettagli che appartengono all’osservazione di dinamiche fisiche complesse non immediatamente evidenti. Video familiari, agenti atmosferici bizzarri, assurdi incidenti stradali, influencer e guru del web, e ovviamente video di animali: cacatua che ballano, orsi, agnelli, maiali e procioni che saltano sui trampolini; cani che salvano umani da pericoli incombenti, gatti che impastano la massa lievitata del pane: una categoria di video dal ricercato mimetismo domestico, che inscenano una quotidianità tenera, buffa, rassicurante. Rispetto ad altre produzioni IA ‒ come quelle utilizzate per gli spot natalizi di aziende quali Coca-Cola e McDonald’s, che aprono importanti questioni politiche sul lavoro creativo ‒ in questa fattispecie di video non v’è alcuna aspirazione: solo presentismo, nessun altrove, nessuna frontiera, solo noi che ci parliamo addosso. Proprio questa estetica piatta, priva di profondità e conflitto, si rivela preziosa per oligarchi e governi autoritari: non un difetto da correggere o interpretare, ma una caratteristica anestetica sfruttata nella propaganda, perché abitua lo sguardo a consumare immagini senza posizionarsi o porsi domande. Simulazioni. Pseudoeventi. Narrazioni Una prima analisi dell’oggetto text-to-video non può prescindere dalla rilettura di Jean Baudrillard e la sua riflessione sui simulacri. Il filosofo descrive un regime visivo “democratizzato” in cui immagini vere e false posseggono la stessa dignità. Nel suo libro America (1986), racconta una visita al museo delle cere di Buena Park, in California, dove vede esposte fianco a fianco le repliche di Maria Antonietta e di Alice nel Paese delle Meraviglie. Le statue ricevono identico trattamento: cura nei dettagli, realismo espressivo, attenzione scenografica. Le due figure sembrano appartenere allo stesso registro ontologico, quello dei personaggi storici. Nel museo, osserva Baudrillard, accuratezza e realtà storica vengono trattate con atteggiamento casuale, e le questioni dell’aderenza al reale o dell’autenticità non sono prese in considerazione. Applicando queste osservazioni alle macchine algoritmiche dei nostri giorni, dove immagini reali e sintetiche si susseguono indistinguibili e inseparabili, appare evidente come ci si trovi ora nell’ultima fase dell’evoluzione iconica: la simulazione pura ‒ direbbe Baudrillard ‒ dove ogni nuova immagine replica altre immagini, che a loro volta riferiscono ad altre ancora. Visioni che si pongono come completamente autonome dalla realtà, pur rappresentandola. Le IA generative hanno esasperato questa abilità con una potenza esponenziale, rimescolando liberamente database di miliardi di dati visivi per reiterarne altri identici. È il simulacro perfetto. > Se da anni ripetiamo che “i social non sono la realtà”, perché mai ora > dovremmo scandalizzarci all’idea di interagire apertamente con contenuti > artificiali? La velocità sequenziale nella stimolazione visuale, lo scroll, non consente costitutivamente la distinzione critica del vero dal falso. Esporsi a questo carosello senza confini e linee di separazione, vuol dire “perdere la coscienza storica del mondo”: nelle repliche delle repliche, in cui ognuna possiede identico valore e statuto, il rischio è di smarrire la traccia di quanto realmente accaduto ‒ o  sta ancora accadendo. Scorrendo i commenti che migliaia di utenti lasciano sotto questi video, si nota come a una parte della popolazione preoccupata dall’incapacità di riconoscere i video generati con IA, risponde un pubblico altrettanto numeroso che invece non si pone nemmeno la questione. Non ne ha gli strumenti, oppure crede che distinguere il vero dal falso sarà via via meno rilevante. Da cosa nasce questa adesione immediata ai video generati nell’ecosistema digitale? Molto prima dell’avvento delle IA sapevamo che qualsiasi cosa circolasse online ‒ tra sketch, scenette, trovate marketing, filtri ‒ non era autentica. Se da anni ripetiamo che “i social non sono la realtà”, perché mai ora dovremmo scandalizzarci all’idea di interagire apertamente con contenuti artificiali? La nostra fruizione è divenuta, in certo senso, disincarnata: non ci interessa più che dall’altra parte del video ci sia o meno un corpo reale, una prossimità, un conflitto, un affaccendamento davvero umano o animale. Cosa conta dunque? Nello studio “How do users perceive AI? A dual-process perspective on enhancement and replacement” i ricercatori hanno indagato il valore percepito dell’intelligenza artificiale nelle interazioni uomo-macchina. Gli utenti percepiscono l’IA attraverso due processi cognitivi distinti: uno più immediato/affettivo (sistema 1), l’altro riflessivo (sistema 2). I risultati mostrano come la percezione immediata (sistema 1) prevale nella fruizione sociale. Possiamo applicare questa analisi anche alla ricezione dei video: non passiamo quasi mai al sistema 2 dell’analisi, quello che si chiede “è vero? è reale?”, ma restiamo nel sistema 1, la risposta veloce, emotiva, automatica. Inondati dai video generati, la soglia critica si riduce, ciò che importa è l’effetto: “mi fa ridere”, “provoca tenerezza”, “mi turba”. Una postura volutamente naive, ma destinata a diventare quella prevalente nella fruizione dei social media: effetti tangibili di emozione e risposta. Conta ciò che sento, non ciò che è. Il reale si riduce a un’interfaccia adattativa. > L’origine dei video non è più una condizione per stabilirne la veridicità: > accettiamo contenuti falsi perché riconosciamo in essi qualcosa che crediamo > già appartenere alle cose del mondo. In parte, questa dinamica ricorda il lavoro di Gregory Currie in The Nature of Fiction (1990), il quale a proposito della finzione dice che le nostre emozioni si mobilitano anche per eventi che sappiamo non essere mai accaduti, perché li trattiamo come “veri nella storia”, all’interno di uno spazio di simulazione. Nel nostro caso, però, non chiediamo più chi sia l’autore, e il “fictional author” ‒ quel soggetto, dice Currie, che costruiamo mentalmente come autore implicito al momento della lettura, un soggetto che sta “dietro” al testo, con le sue intenzioni, un certo carattere, sensibilità, visione ‒ si frantuma tra utenti, piattaforme, algoritmi e sistemi di prompt automatici. C’è una realtà che emerge dall’apparenza. La teleogenesi dei video ‒ la loro origine ‒ non è più un a priori, una condizione per stabilirne la veridicità: accettiamo contenuti falsi perché riconosciamo in essi qualcosa che crediamo già appartenere alle cose del mondo. Il messaggio dunque, non il messaggero: il problema non è più “chi parla” o “come è stato prodotto”, ma se ciò che vediamo conferma ciò che conosciamo. La forma non dissolve il contenuto, lo rende solo più in sintonia con le nostre aspettative. I video generati servono proprio a continuare a mostrarci ciò che siamo pronti a vedere. Gag costruite, finte candid camera, immagini riprodotte da telecamere a circuito chiuso, interviste falsificate con deepfake tra politici e celebrità, sono contenuti che richiamano quella categoria che Daniel J. Boorstin definiva come “pseudoeventi”, già nel 1961, in The Image: A Guide to Pseudo Events in America. Eventi non veri o falsi stricto sensu, ma scritti, pianificati, orchestrati o provocati, per avvenire in un preciso momento e luogo, generalmente con l’intento di esaltarne sensazionalismo e drammaticità o, come diremmo oggi, per favorire il click-baiting. Secondo la definizione di Boorstin, gli pseudoeventi non si oppongono ai fatti reali, ma agli eventi spontanei, e proprio queste loro caratteristiche hanno reso sempre più labile la distinzione tra eventi reali e falsi nel panorama mediatico. L’assuefazione alla proliferazione degli pseudoeventi ha fatto sì che tutte le narrazioni vengano recepite come tali. Allo stesso modo, nella proliferazione dei video IA, la ricerca dell’effetto estetico ideale diventa un atto manipolatorio: il valore della testimonianza, nel regime dei video sintetici, perde del tutto la sua efficacia, e la realtà viene letta come cinema ‒ o respinta come una messinscena, anche quando autentica (un caso evidente è stato quanto accaduto con l’omicidio di Renee Nicole Good in Minnesota). La narrazione non si limita a descrivere il mondo ma agisce su di esso. Le tecniche con cui una storia viene raccontata ‒ e oggi promossa, amplificata, mercificata ‒ hanno da sempre la capacità di riscrivere la realtà. Bruce Chatwin ha letterariamente inventato l’identità della sua Patagonia ne In Patagonia (1977), eppure quel racconto è diventato geopoiesi, immaginario condiviso. Chatwin ricorre a un collage di aneddoti, personaggi, leggende e folklore, che mescola realtà e finzione per servire un intento narrativo. Gli esempi in tal senso abbondano: dal turismo che ha riconfigurato le location scelte per la serie Game of Thrones, all’iconografia del manga One Piece di Eiichiro Oda usata come simbolo delle proteste in Nepal, fino alla grande parata del Giorno dei morti a Città del Messico ‒ inesistente prima che fosse immaginata per il film Spectre (2015) di Sam Mendes, e ora istituzionalizzata. La fiction modella l’esperienza. Così fanno i video generati, che forniscono coordinate emotive e culturali. Gli animali IA che saltano sui tappeti elastici plasmano la nostra percezione del possibile, forgiano le nostre aspettative ‒ “perché il mio corgi non usa il mattarello come in quel video?”. La realtà è un effetto narrativo. > È la realtà stessa a non essere più sicura per noi. Per intrattenerci, basterà > che tutto sia “verosimile”: qualcosa che potrebbe essere successo, o che > potrebbe accadere di lì a poco. Tutto sembra dirci che le IA, in fin dei conti, non sono più strane del mondo stesso, o delle creature che lo abitano. Ci arrenderemo perché tutto è ingovernabile. È la realtà stessa a non essere più sicura per noi. Per intrattenerci, basterà che tutto sia “verosimile”: qualcosa che potrebbe essere successo, o che potrebbe accadere di lì a poco. Una questione di verosimiglianza Jakob Süskind, nell’articolo “Verisimilitude or Probability? The history and analysis of a recurring conflation” (2025) esplora il concetto di verisimilitude, ossia “vicinanza alla verità” o “verosimiglianza” dal punto di vista della filosofia della scienza, e sottolinea come alcune teorie, pur false, risultino più verosimili di altre. In quest’ottica, anche un video generato può essere al contempo “meno vero” ma “più verosimile”: può sembrare più vicino alla nostra verità di quanto lo fosse la realtà precedente. Il problema, naturalmente, è che il “verosimile” si fonda su prompt che riflettono la nostra visione del mondo ‒ limitata, parziale, viziata dai nostri bias e caricata delle nostre attese. Secondo la filosofia dell’informazione di Luciano Floridi, la distinzione vero/falso sfuma o viene superata quando subentra l’effetto informativo. Non conta più la corrispondenza con un mondo esterno, quanto la relazione informativa che il soggetto instaura con il contenuto: qualcosa è “verosimile” se è integrato nel flusso informativo che abitiamo. La soglia della verità ontica viene trascesa, il criterio diviene: “mi informa, mi coinvolge, produce effetto”. Il video IA non deve essere “vero”: deve solo funzionare ‒ informare ‒ come se lo fosse. Anche Mario Perniola si è confrontato nei suoi lavori con estetica, media, soggettività tecnologica e simulacro, ma in un’accezione diversa da quella di Baudrillard. Perniola intendeva il simulacro come una forma ludica dell’espressione culturale e artistica, che eccede ‒ o non appartiene ‒ alla dicotomia vero/falso. In questa chiave, il video IA è un simulacro non in quanto imitazione del reale, ma perché obbedisce a una propria logica di esistenza estetica, che è tutta fondata sul “come se” appunto: la coerenza con i nostri immaginari e schemi percettivi. In E: La congiunzione (2021), Franco Berardi “Bifo” scrive che il governo di queste tecnologie è in mano alle “corporation dell’imagineering”, le quali “hanno scavato le trincee immateriali del tecno-schiavismo e del conformismo di massa.” Il semiocapitalismo riconfigura la relazione tra estetica ed economia: l’accumulazione finanziaria oggi coincide con l’accumulazione estetica digitale, con l’intrattenimento. La penetrazione capitalista nell’inconscio collettivo avviene attraverso la saturazione degli spazi di immaginazione, con una “produzione illimitata di realtà visibile”: rendere visibile tutto ciò che si può immaginare. Sospinta dalle multinazionali globali – Meta, TikTok, Google con YouTube, Sora2 di OpenAI, e altre – la stratificazione algoritmica produce un ambiente visivo che appare reale per frequenza e familiarità. In quel suo “funzionare” il sistema costruisce un mondo percettivo riconosciuto come legittimo. Un flusso ininterrotto di filmati che genera simulazioni infinite, alimentando un ambiente semiosferico ‒ cioè uno spazio saturo di segni e riferimenti che forma la nostra percezione condivisa ‒ in grado di colonizzare l’intero immaginario globale. > Nei video generati, ciò che cambia non è tanto il contenuto, quanto il modo in > cui lo guardiamo – o da cui siamo guardati. La simulazione non è “più reale del reale stesso”, come direbbe Baudrillard, ma ‒ almeno nella cultura fondamentalmente visuale dell’Occidente ‒ l’IA risulta reale tanto quanto la realtà irreale nella quale viviamo. In questa superfetazione simbolica gli algoritmi generativi saturano la realtà di simboli, interpretazioni, significati, immagini e dati, facendola sparire dietro a una foresta di copie e rappresentazioni. Un nuovo processo di accumulo mediale e tecnologico si innesta senza fine sui precedenti, prima che si abbia avuto il tempo di assimilarli. “Sembra IA”. La svolta percettiva I video generati da IA rappresentano l’emersione di un nuovo paradigma di simulazione che ha invaso il nostro campo percettivo. Già Marshall McLuhan parlava dei media come estensioni del nervo sensoriale umano, mentre per Bifo, l’infosfera agisce direttamente sul sistema nervoso della società, non si limita più ad ampliare i nostri sensi, modifica ciò che siamo abituati a sentire e a riconoscere in una “natura post-naturale del sensorio”: un sistema percettivo rieducato dai flussi digitali e automazioni inorganiche, più che dal mondo materiale. Questo scenario impone di ripensare il concetto di “post-verità” estendendolo alla sfera estetico-percettiva. In L’occhio della macchina (2018), Simone Arcagni esplora la tecnologia dell’informazione come dispositivo di visione e percezione: l’occhio della macchina media lo sguardo umano secondo meccanismi tecnico‑algoritmici, trasformando la nostra soggettività visiva e rendendoci partecipi di una percezione ibrida, uomo‑macchina. Nei video generati, ciò che cambia non è tanto il contenuto, quanto il modo in cui lo guardiamo – o da cui siamo guardati. Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un punto di svolta percettivo innescato dalla tecnologia dell’immagine. Nel 1994 e nel 1995, Lev Manovich identificava l’emergere del “realismo sintetico” come una cesura fondamentale, citando Jurassic Park (1993) di Steven Spielberg tra i momenti cruciali della transizione dal cinema fotografico al cinema digitale. La settima arte cambiava identità: “Oggi, nell’era dei media informatici, [filmare la realtà fisica] è solo una delle possibilità” annotava Manovich. Il cinema diventava un sottoinsieme dell’animazione, un suo caso particolare, e la CGI non imitava più la realtà, ma la riscriveva, inaugurando una nuova condizione visiva. Poco dopo, Stephen Prince ampliò questa riflessione paradigmatica nel saggio “True Lies: Perceptual Realism, Digital Images, and Film Theory” (1996), introducendo il concetto di perceptual realism per descrivere come le immagini digitali stessero rivoluzionando ogni fase della produzione cinematografica. Per il pubblico, l’applicazione più visibile di queste tecnologie risiedeva nella nuova ondata di effetti speciali generati al computer. Prince cita la creatura acquatica in The Abyss (1989) o Terminator 2 (1991) di James Cameron, ma furono soprattutto Jurassic Park e Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis a segnare uno spartiacque percettivo. Film capaci di produrre uno scarto visivo inedito, “diversi da qualsiasi cosa vista in precedenza”. Il realismo percettivo, scrive Prince, “designa una relazione tra l’immagine o il film e lo spettatore, e può comprendere sia immagini irreali che immagini referenzialmente realistiche. […] Le immagini irreali possono essere referenzialmente fittizie ma percettivamente realistiche”. Nel 2007, durante il pieno sviluppo del cinema in CGI, Tom Gunning, nel saggio “Moving Away from the Index”, ribalta l’idea secondo cui il potere del cinema (e della fotografia) risiederebbe nella sua “impronta” diretta dal reale. Se in semiotica, un “indice” è un segno che mantiene un legame fisico con ciò che rappresenta: il fumo con il fuoco, l’impronta con il piede, la fotografia con il corpo che è stato davanti all’obiettivo, per Gunning, il cinema non seduce lo spettatore grazie a quel legame fotografico e indiciale tra immagine e mondo, ma piuttosto attraverso l’“impressione di realtà”: un effetto costruito, intenzionale, performativo. Propone di spostare l’attenzione da questa garanzia ontologica dell’indice (l’immagine fotografica considerata come traccia diretta del mondo) alla capacità delle immagini di simulare la percezione del reale. Ancora una volta: ciò che conta non è la verità dell’immagine, ma la sua efficacia percettiva. > Software come Sora non registrano, piuttosto restituiscono idee in forma di > immagine, spostando il baricentro dal filmato alla ricostruzione digitale > totale, senza alcuna mediazione umana. Oggi anche il cinema comincia a subire l’accerchiamento metanarrativo dei video IA, con gli utenti che scrivono prompt per generare nuovi attori, ambientazioni inedite o riscrivere film adeguandoli alle proprie esigenze estetiche. In un articolo per The New Yorker, già due anni fa, Joshua Rothman si interrogava sul significato stesso della parola ‘video’ in un’epoca in cui l’IA è in grado di generare un intero film. Software come Sora non registrano, piuttosto restituiscono idee in forma di immagini, spostano il baricentro dal filmato alla ricostruzione digitale totale, senza alcuna mediazione umana. Il video IA è un render concettuale che mima causalità e durata, esaudendo le nostre pretese. Il film è ora nello sguardo di tutti. Nel suo procedere per tentativi e scoperte casuali l’umanità ha sempre accolto, quasi senza resistenza, la compenetrazione tecnologica. Non solo la grande macchina informatica o il robot umanoide, anche la più modesta estensione dello strumento quotidiano è stata integrata nella forma‑vita umana, trasformando abitudini e capacità. Oggi il test di Turing non solo è superato, ma abbiamo raggiunto il paradosso per cui intelligenze artificiali con tecnologia LLM e CoT, sono riconoscibili come non-umane, non per via dei loro limiti, ma in quanto troppo capaci. Fino a meno di un decennio addietro sembrava impossibile che un chatbot potesse esprimersi come noi, gestendo lo stesso livello di flessibilità argomentativa; ora invece le IA dominano in brevi istanti un tale volume di informazioni e campi di competenza differenti, da svelare la loro natura non-umana, anzi oltre-umana. Eppure questo non ci ha impedito di adottarle in ogni ambito della vita quotidiana, professionale, persino affettiva. In questo processo di mutazione cognitiva, sviluppiamo nuove competenze mentre altre si atrofizzano. La “fusione cyborg” teorizzata tra gli anni Ottanta e Novanta non è solo quella tra corpo e macchina, ma tra soggetto e mediazione. > Oggi il test di Turing non solo è superato, ma siamo a un punto in cui le > intelligenze artificiali sono riconoscibili come non-umane non per via dei > loro limiti, ma in quanto troppo capaci. Mentre Manovich, Prince e Gunning riflettono sulla materialità e la percettologia dell’immagine digitale, Marco Dinoi, in Lo sguardo e l’evento. I media, la memoria, il cinema (2008), si concentra sull’epistemologia dello sguardo: il ruolo del cinema nella costruzione della memoria e della testimonianza, e il rapporto tra evento e trasposizione mediatica. Nell’introduzione, Dinoi ricorda l’accoglienza delle prime proiezioni dei fratelli Lumière al Grand Café nel 1895, e individua un passaggio decisivo: dallo stupore del “Sembra vero!” davanti al cinema, all’angoscia del “Sembra un film!” davanti alla realtà mediatizzata, culminata con la trasmissione televisiva dell’11 settembre 2001, dove l’attentato alle torri gemelle viene spontaneamente letto attraverso una grammatica cinematografica. Dinoi definisce questa cesura come “salto cognitivo”: l’incredulità nei confronti del reale, l’istantaneità della sua trasmissione, la sua dilatazione nel tempo, la sensazione di spettatorialità collettiva. L’11/9 diventa il punto di non ritorno per la nostra competenza spettatoriale. Nel regime mediale, la finzione non si limita a ridurre la distanza tra significante e significato: diventa lente attraverso cui leggiamo e interpretiamo il reale. Se la realtà appare oggi iperbolica e fantasmagorica, tanto da richiedere strumenti di finzione narrativa per essere compresa, allora la distinzione tra reale e immaginario sembra essere esplosa del tutto. Dal passaggio iniziale del “Sembra vero” (cinema → sospensione dell’incredulità), siamo transitati al “Sembra un film” (mediatizzazione della realtà → sospensione del reale), mentre oggi siamo in una fase che può definirsi post-mimetica: il punto di partenza non è più la riproduzione di un pezzo di mondo, ma un processo cognitivo, una descrizione mentale o testuale – il prompt – a partire dalla quale generiamo un contenuto che ha a che fare, quindi, con l’interpretazione di categorie e riferimenti astratti, più che in relazione con il mondo. L’effetto visivo, come dicevo sopra, non nasce più dal confronto con il reale – la cui riproposizione fotografica è ormai superata – ma dal semplice soddisfacimento delle sue categorie. Davanti a contenuti generati da IA, assistiamo a nuovo salto cognitivo: “Sembra IA”, dove non si indica la simulazione, ma nuove forme di autenticità e riconoscibilità postumana. “Sembra IA” equivale a: “sembra vero per come immaginiamo che il vero debba apparire”. La domanda ‒ spesso inconscia ‒ non è più: “è successo davvero?”, ma: “rispetta i miei parametri estetici, emotivi, cognitivi?”. La soglia critica non è tanto l’evento reale, né la sua estetizzazione, ma la sintetizzabilità e la riconoscibilità dei loro effetti. Go and touch grass Siamo a un solo aggiornamento di distanza dalla prossima generazione di IA text-to-video, e con essa, dalla totale indistinguibilità tra immagine e realtà, tra ciò che è avvenuto e ciò che è stato generato. Non è chiaro se la plasticità cognitiva che finora ha permesso di adattarci ai salti percettivi dell’immagine mediale, riuscirà ancora una volta a elaborare una via d’uscita interpretativa. È plausibile che il pubblico, davanti ai video generati con IA, semplicemente, smetta di interrogarsi. La discussione – o il sospetto – su cosa sia vero, falso o possibile, potrebbe presto apparire come uno sforzo sterile, esausto, svuotato da ogni possibile resistenza, se non addirittura un atteggiamento reazionario. > La discussione – o il sospetto – su cosa sia vero, falso o possibile, potrebbe > presto apparire come uno sforzo sterile, esausto, svuotato da ogni possibile > resistenza, se non addirittura un atteggiamento reazionario. Le piattaforme non hanno alcun interesse a segnalare ciò che è stato generato. Il capitale della nostra attenzione viene cooptato da un contenuto generato all’altro. Le IA monopolizzano la scena divenendo creatrici, providers, e persino fact-checkers di quanto vediamo. Continuando a scrollare, la promessa che finalmente “qualcosa accada davvero” si sposta da un video a quello successivo, lasciandoci davanti allo schermo come consumatori, tragici, speranzosi, assopiti. Ma anche questa rischia di essere una narrazione egemonica. In The Most Radical Gesture (1992) Sadie Plant ci ricorda come il capitalismo ami la liquefazione di ogni referenza, la frattalizzazione, l’ambiguità, la sovrapposizione tra Marie Antoinette e Alice nel Paese delle Meraviglie. Non solo perché confonde, ma perché tale confusione è parte integrante del suo raccontarsi. Lo stesso Baudrillard, proprio all’indomani dell’11 settembre, riconobbe come simulacri e simulazioni non avessero azzerato la Storia: la produzione delle immagini non riesce ancora a nascondere e contenere la materialità viscerale del mondo. Dobbiamo ricordare che le immagini che ci raggiungono non invadono tutti allo stesso modo. In Davanti al dolore degli altri (2003), Susan Sontag analizza la rappresentazione della guerra e della violenza attraverso la fotografia e i media, ma a partire dalla sua esperienza nei Balcani, durante l’assedio di Sarajevo. Sontag sottolinea come esista una condizione materiale del dolore che non può essere ridotta alla relazione spettacolo/spettatore, e della quale dobbiamo farci carico. Le IA godono di una pervasiva ubiquità, ma i text-to-video generati convivono con milioni di corpi ostinati: chi manifesta per il genocidio a Gaza, chi per il movimento No King negli Sati Uniti; con chi lotta in Iran e in Myanmar, e con chi sopravvive alla catastrofe umanitaria in Sudan. Esiste una materialità viva nella nostra condizione esistenziale ‒ nel dolore, nella sofferenza, nella violenza, nel trauma, ma anche nella rabbia, nella gioia, nell’orgoglio ‒ che non è stata ancora sussunta, annichilita o neutralizzata dalle IA. Sulle orme di Plant, dobbiamo chiederci chi abbia interesse a che si pensi alle intelligenze artificiali come a un destino ineluttabile. Le intelligenze artificiali non saranno mai perfette, ma sono già abbastanza avanzate da rappresentare una sfida decisiva. Le aziende che si occupano di intelligenza artificiale non vogliono sostituirci, vogliono tutta la nostra attenzione. Per questo motivo, prima di cedere del tutto alla deriva percettiva indotta dagli algoritmi, abbiamo due possibilità. La prima è quella di un gesto radicale e immediato: disconnettersi. Oppure, la seconda: pretendere un uso creativo e il più orizzontale possibile delle tecnologie generative, cercando di liberare l’IA dalle logiche di monopolio. Valentina Tanni, in Antimacchine (2025), rileggendo Jon Ippolito, lo definisce misuse: imparare a usare male la tecnologia, a giocare contro l’apparecchio, deviare le sue funzioni, stortarlo in maniera conflittuale, produrre scarti, glitch, narrazioni che espongano il programma sottostante. Costringere l’IA contro la sua natura statistica e la tendenza alla simulazione onnisciente. Una forma di détournement digitale, atti di deviazione e riuso tattico dei loro stessi strumenti, per sottrarre immaginazione alle piattaforme e spostare altrove il potere simbolico. Infine, possiamo provare a contrapporre alla simulazione generativa un altro tipo di simulazione, una forma che esercitiamo da centinaia di migliaia di anni. Martha Nussbaum, in libri come  Love’s Knowledge (1990) e Poetic Justice (1995), parla di “immaginazione narrativa” come capacità di entrare nelle vite altrui, di usare la finzione non per evadere dal mondo, ma per rispondergli eticamente. Parafrasandola, possiamo chiamare questo processo mentale come “simulazione morale”. In questa prospettiva, il rifiuto della simulazione perfetta prodotta dalle macchine non è solo un tentativo di “non farsi ingannare”, né una semplice reazione tecnofobica. È la decisione di tenere aperto uno spazio in cui la distanza tra immagine e realtà resta discutibile, un laboratorio etico in cui continuiamo a esercitare la nostra capacità morale. Una controsimulazione che non si accontenta dell’effetto ma insiste nel chiedere dove sia l’altro e quali siano le sue condizioni. A patto che l’altro esista. L'articolo Sembra IA proviene da Il Tascabile.
Scienze
Intelligenza Artificiale
Ricordare per procura
N el suo dialogo intitolato Fedro, attraverso il mito di Theuth e la figura di Socrate, Platone esprime la sua celebre critica della scrittura. Per il filosofo greco, la scrittura è un pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso. La scrittura appare immobile, incapace di adattarsi all’interlocutore come invece fa il dialogo vivo; priva di autonomia, perché non sa difendere da sé le proprie tesi; inadeguata ad accrescere la sapienza, poiché offre informazioni senza generare la memoria e la saggezza che nascono dall’interazione dialettica. È, infine, un “gioco bellissimo” ma assai distante dalla serietà del processo dialettico orale che conduce alla conoscenza. Ciononostante, pur non essendo “vera” filosofia, per Platone la scrittura è uno strumento a essa necessario, così com’è necessaria per la cosiddetta hypomnesis, ovvero la capacità richiamare alla mente un’informazione. Se per il filosofo greco la scrittura rappresentava un ausilio esterno alla memoria, oggi la psicologia cognitiva e le neuroscienze hanno ampliato quella intuizione con il concetto di cognitive offloading. Con questa espressione si indicano tutte le pratiche attraverso cui gli individui delegano a un supporto esterno parte dei propri processi cognitivi, come ad esempio la funzione di ricordare informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle proprie capacità mnemoniche. Tra queste si annoverano gesti quotidiani come segnare una lista della spesa, annotare un compleanno su un calendario o ricorrere al proverbiale nodo al fazzoletto. > Per Platone la scrittura è pharmakon, rimedio e veleno al tempo stesso: pur > non essendo “vera” filosofia è uno strumento che le è necessario, così com’è > necessaria per la capacità di richiamare alla mente un’informazione. Negli ultimi dieci anni, allo studio dello “scarico” cognitivo hanno dato un forte impulso la comparsa e la diffusione della rete, e delle tecnologie digitali. I dispositivi connessi, infatti, moltiplicano all’infinito le possibilità di delega della funzione cognitiva del ricordo, ma le loro pervasività e facilità di utilizzo rischiano di sbilanciare l’equilibrio di benefici e costi di queste pratiche a favore dei secondi. I dispositivi connessi ‒ se ne erano già accorti i fondatori del cyberpunk, il cui lavoro è stato fondamentale per cristallizzare nella nostra cultura l’immaginario del digitale ‒ funzionano come una vera e propria protesi della nostra mente, che ne esternalizza una o più funzioni cognitive, tra cui, appunto, la memoria. In un paper intitolato The benefits and potential costs of cognitive offloading for retrospective information, Lauren L. Richmond e Ryan G. Taylor si dedicano a ricostruire una panoramica di alcuni degli studi e degli esperimenti più significativi nell’ambito del cognitive offloading. Alla base di questo corpus teorico e sperimentale c’è il fatto che, per compiere un ampio numero di azioni quotidiane, le persone si affidano a due tipi di memoria: quella retrospettiva, ovvero la capacità di ricordare informazioni dal passato, e quella propositiva, ossia la capacità di ricordare azioni da compiere nel futuro. Per portare a termine compiti che comportano l’uso di tutti e due i tipi di memoria, possiamo contare sulla nostra capacità di ricordare o delegare questa funzione a un supporto esterno. Questo spiega il motivo per cui la maggior parte delle persone intervistate nei contesti di ricerca esaminati da Richmond e Taylor dichiara di usare tecniche di cognitive offloading per compensare peggioramenti nelle proprie performance mnemotecniche. Io stesso, che mi sono vantato a lungo di avere una memoria di ferro, sono stato costretto, passati i quaranta e diventato genitore per due volte, a dover ricorrere a promemoria, note e appunti per riuscire a ricordare impegni e scadenze. > Con l’espressione cognitive offloading si indicano le pratiche attraverso cui > gli individui delegano a un supporto esterno la funzione di ricordare > informazioni, trasformando strumenti e tecnologie in estensioni delle proprie > capacità mnemoniche. Età e capacità mnemoniche sono infatti due fattori collegati alla necessità di eseguire azioni di scarico cognitivo. Superata l’adolescenza, a mano a mano che ci si inoltra nella vita adulta si è costretti a ricordare un numero di cose più elevato, compito per cui il cognitive offloading offre indubbi benefici. Uno dei più evidenti risiede nel fatto che, a differenza di altre mnemotecniche più specifiche, non ha bisogno di una formazione mirata. Per un adulto con una percezione del tempo funzionale, usare un’agenda fisica o virtuale è un gesto intuitivo e immediato, che non richiede ulteriore carico cognitivo. La facilità d’uso non è l’unico vantaggio. Alcuni degli studi passati in rassegna nello studio mostrano come l’offloading cognitivo generi benefici per entrambi i tipi di memoria. Ad esempio, esso permette non soltanto di ricordare informazioni archiviate in precedenza, ma riesce anche ad attivare il ricordo di informazioni non archiviate tramite meccanismi di associazione mentale: una persona che ha segnato sulla propria lista della spesa di acquistare un barattolo di alici ha più probabilità di ricordarsi di acquistare il burro rispetto a una persona che non lo ha fatto, anche se il burro non è presente nella lista. Per quanto banali, questi esempi mostrano quanto le pratiche di offloading cognitivo siano d’ausilio alla memoria. Tali benefici, tuttavia, non sono gratuiti ma comportano una serie di costi.  Alcuni studi hanno evidenziato più difficoltà a ricordare le informazioni “scaricate” quando, in modo improvviso e inaspettato, viene negato loro accesso alle informazioni archiviate. Se invece il soggetto è consapevole del fatto che l’accesso può esser negato, le performance mnemoniche si dimostrano più efficaci. Un altro costo è la possibilità di favorire la formazione di falsi ricordi. Altri test condotti in laboratorio mostrano come quando le persone sono forzate a pratiche di scarico cognitivo, risultano meno capaci di individuare elementi estranei, aggiunti all’archivio delle informazioni a loro insaputa. > Le pratiche di offloading cognitivo possono essere d’ausilio alla memoria. > Tali benefici, tuttavia, comportano una serie di costi, ad esempio una maggior > difficoltà a reperire informazioni quando viene improvvisamente a mancare > l’accesso all’archivio esterno. Perciò, così come la scrittura per Platone aveva natura “farmacologica”, e offriva al tempo stesso rimedio e veleno per la memoria, anche le pratiche di cognitive offloading comportano costi e benefici. Da questa prospettiva, la diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) sta mettendo in luce come questo strumento, ubiquo e facilmente accessibile, stia favorendo nuove forme di scarico cognitivo, e incidendo sul modo in cui le persone si rapportano alle informazioni, nonché sullo sviluppo del loro pensiero critico. Disponibili ormai ovunque, alla stregua di un motore di ricerca, le IA aggiungono all’esperienza utente la capacità di processare e presentare le informazioni, senza doversi confrontare direttamente con le relative fonti. Quale impatto esercita questa dinamica sulla capacità di pensiero critico? È la domanda al centro di uno studio condotto dal ricercatore Michael Gerlich su 666 partecipanti di età e percorsi formativi differenti. Questo studio analizza la relazione tra uso di strumenti di intelligenza artificiale e capacità di pensiero critico, mettendo in luce il ruolo mediatore delle pratiche di offloading cognitivo. Per pensiero critico si intende la capacità di analizzare, valutare e sintetizzare le informazioni al fine di prendere decisioni ragionate, incluse le abilità di problem solving e di valutazione critica delle situazioni. Secondo Gerlich, le caratteristiche delle interfacce basate su IA ‒ dalla velocità di accesso ai dati alla presentazione semplificata delle risposte ‒ scoraggiano l’impegno nei processi cognitivi più complessi. > La diffusione dell’intelligenza artificiale sta mettendo in luce come questo > strumento stia favorendo nuove forme di “scarico” cognitivo, incidendo sul > modo in cui le persone si rapportano alle informazioni e sviluppano pensiero > critico. Studi condotti in ambiti come sanità e finanza mostrano infatti che se da un lato il supporto automatizzato migliora l’efficienza, dall’altro riduce la necessità, per questi professionisti, di esercitare analisi critica. Una dinamica analoga si osserva nella cosiddetta “memoria transattiva”, ossia la tendenza a ricordare il luogo in cui un’informazione è archiviata o il suo contenuto, fenomeno già noto come “effetto Google”. Le IA accentuano questo processo, sollevando ulteriori interrogativi sul possibile declino delle capacità di ritenzione perché, anche in questo caso, la loro capacità di sintetizzare le informazioni fa sì che l’utente non debba più impegnarsi in un confronto con le fonti, ma sviluppa invece la consapevolezza che potrà farle affiorare in qualsiasi momento, rivolgendole a un’interfaccia che mima una conversazione umana Effetti simili riguardano attenzione e concentrazione: da un lato gli strumenti digitali aiutano a filtrare il rumore informativo, dall’altro favoriscono la frammentazione e il calo della concentrazione. Emergono inoltre ambivalenze anche nel problem solving: l’IA può ampliare le possibilità di soluzione ma rischia di ridurre l’indipendenza cognitiva, amplificare bias nei dataset o opacizzare i processi decisionali, rendendoli difficilmente interpretabili dagli utenti. Una condizione, quest’ultima, oggetto di un ampio dibattito anche in ambito militare, dove lo sviluppo di sistemi automatizzati di comando e controllo pone dubbi di natura etica, politica e psicologica. I test effettuati confermano che l’uso intensivo di strumenti basati su IA favorisce pratiche di cognitive offloading che, pur alleggerendo il carico cognitivo e liberando risorse mentali, si associano a un declino della capacità di pensiero critico, in particolare nelle fasce più giovani. Questo declino viene misurato attraverso la metodologia HCTA (Halpern Critical Thinking Assessment), un test psicometrico che prende il nome dalla psicologa cognitiva Diane F. Halpert e misura le abilità di pensiero critico (come  valutazione della probabilità e dell’incertezza,  problem solving decisionale,  capacità di trarre conclusioni basate su prove), grazie a un set di domande aperte e a risposta multipla applicate a uno scenario di vita quotidiana. > L’uso intensivo di strumenti basati su IA favorisce pratiche di cognitive > offloading che, pur alleggerendo il carico cognitivo, si associano a un > declino della capacità di pensiero critico, in particolare nelle fasce più > giovani. Anche in questo caso, è piuttosto chiaro come l’applicazione della tecnologia ai processi cognitivi possa risultare deleteria, inducendo una sorta di pigrizia difficile da controbilanciare. Le pratiche di scarico cognitivo, infatti, producono i loro benefici quando attivano la mente delle persone che le utilizzano. È quello che succede, per esempio, nel metodo Zettelkasten, una delle tecniche di gestione della conoscenza più conosciute. Creato dal sociologo tedesco Niklas Luhmann negli anni Cinaquanta del Novecento, lo Zettelkasten è un metodo di annotazione pensato per facilitare la scrittura di testi non fiction e rafforzare la memoria delle proprie letture, che prevede di ridurre il tempo che passa tra la lettura di un testo e la sua elaborazione scritta, prendendo appunti e note durante la lettura dello stesso. Come spiega Sonke Ahrens in How to take smart notes, uno dei principali testi di divulgazione sul metodo Zettelkasten, la scrittura non è un gesto passivo. Eseguirlo attiva aree del nostro cervello che sono direttamente collegate al ricordo e alla memoria. Lo scarico cognitivo alla base del suo funzionamento produce perciò un beneficio proprio perché impegna chi lo esegue sia a confrontarsi direttamente con il testo che sta leggendo, sia a scrivere durante l’atto stesso della lettura. Adottare il metodo Zettelkasten significa perciò introdurre in quest’ultima attività una componente di frizione e di impegno, che sono la base della sua efficacia. > Automatizzando le pratiche di offloading cognitivo rischiamo di privarci del > tempo necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria > fino a diventare un pensiero originale. A differenza della maggior parte delle interfacce attraverso cui interagiamo con le tecnologie, in particolare con quelle digitali e di intelligenza artificiale, il metodo Zettelkasten è fatto per produrre attrito. È proprio tale attrito che stimola la nostra mente, la attiva e produce benefici sulle nostre capacità cognitive. Lo Zettelkasten è progettato per far pensare le persone e non il contrario, come recita il titolo di uno dei testi più famosi sull’usabilità web e l’interazione uomo-computer. Perché se ogni processo diventa liscio, privo di frizione, e la tecnologia che lo rende possibile si fa impalpabile fino a scomparire, quello che corriamo è proprio il rischio di non dover pensare. Quando chiediamo a un’intelligenza artificiale di sintetizzare un libro, invece di leggerlo e riassumerlo noi stessi, quello che stiamo facendo è schivare il corpo a corpo con il testo e la scrittura che un metodo come lo Zettelkasten prescrive come base per la sua efficacia. Automatizzare le pratiche di scarico cognitivo significa trasformare in costi i benefici che esse possono apportare alla nostra capacità di ricordare e pensare, proprio perché ad andare perduta è la durata, ovvero il tempo necessario affinché un’informazione si depositi nella nostra memoria fino a diventare un pensiero originale. Prendere atto di questa contraddizione significa spostare l’attenzione dalla dimensione neurologica a quella culturale e sociale. Perché è vero che invocare interfacce più “visibili” e capaci di generare attrito nell’esperienza utente, o elaborare strategie educative mirate, come suggerisce l’autore, sono atti utili e necessari a riconoscere e gestire l’impatto delle IA sulle nostre menti, ma senza porsi il problema dell’accesso al capitale culturale necessario per un uso consapevole e critico delle tecnologie, tali soluzioni rischiano di restare lettera morta. O, peggio, rischiano di acuire le differenze tra chi ha il capitale culturale ed economico per permettersi di limitare il proprio l’accesso alla tecnologia e chi, al contrario, finisce per subire in modo passivo le scelte delle grandi aziende tecnologiche, che proprio sulla pigrizia sembrano star costruendo l’immaginario dei loro strumenti di intelligenza artificiale. > Nel marketing di alcune aziende gli strumenti di IA non sembrano tanto protesi > capaci di potenziare creatività e pensiero critico, quanto scorciatoie per > aggirare i compiti più noiosi o ripetitivi che la vita professionale comporta. Per come vengono presentati nella comunicazione corporate, gli strumenti di intelligenza artificiale assomigliano meno a delle protesi capaci di potenziare la creatività o il pensiero critico e più a scorciatoie per aggirare i compiti più noiosi, ripetitivi o insulsi che la vita professionale comporta. Il video di presentazione degli strumenti di scrittura “smart” della sedicesima iterazione dell’iPhone è emblematico del tenore di questo discorso. Warren, l’impiegato protagonista dello spot, li usa proprio per dare un tono professionale al testo dell’email con cui scarica sul suo superiore un compito che dovrebbe eseguire lui. Quella che, all’apparenza, potrebbe sembrare una celebrazione dell’astuzia working class è in realtà una visione in cui l’automazione non ha liberato l’uomo dalle catene del lavoro, ma gli ha solo fornito degli strumenti per non essere costretto a pensare prima di agire. Ancora una volta, l’uso delle tecnologie si rivela non soltanto una questione politica, ma anche ‒ e soprattutto ‒ una questione sociale e di classe. Una questione che andrebbe rimessa al centro del dibattito sull’intelligenza artificiale, superando la dicotomia, tutto sommato sterile, tra apocalittici e integrati che ancora sembra dominarlo. L'articolo Ricordare per procura proviene da Il Tascabile.
Scienze
scrittura
neuroscienze
Intelligenza Artificiale
cognitive offloading
Umani, animali e macchine. Filosofia e neuroscienze del linguaggio di Damiano Cantone e Franco Fabbro
E ra l’anno 1864 e il futuro primo ministro britannico Benjamin Disraeli espose in un suo discorso a Oxford la propria indignazione verso l’opera di Charles Darwin. Trovava sbalorditiva la domanda implicita che la teoria dell’evoluzione imponeva alla società vittoriana: “L’uomo è una scimmia o un angelo? Io, mio signore, io sto dalla parte degli angeli. Ripudio con indignazione e orrore quelle nuove teorie”. Sono trascorsi circa due secoli dal discorso di Disraeli e per tutto questo tempo la nostra specie ha cercato di tracciare una linea netta che ci separasse dagli altri animali, che confermasse la nostra natura “angelica”. Il linguaggio è stato e continua a essere ciò che sembra renderci unici nel regno animale: la nostra capacità di articolare suoni e attribuirvi un significato, di combinare parole in innumerevoli modi per ricordare il passato, descrivere il presente e prefigurare il futuro ci ha permesso di plasmare noi stessi e l’ambiente in cui viviamo. Ma per quanto ancora sarà il nostro segno distintivo, il baluardo del nostro essere umani, se consideriamo che abbiamo insegnato alle intelligenze artificiali a usare il linguaggio naturale per comunicare con noi? È uno dei dubbi che scaturiscono dalla lettura del libro Umani, animali e macchine. Filosofia e neuroscienze del linguaggio (2025). Gli autori, Damiano Cantone, ricercatore in filosofia e teoria dei linguaggi all’Università di Udine, e Franco Fabbro, professore ordinario di fisiologia, neuropsichiatria infantile e psicologia clinica nella stessa università, riflettono sul linguaggio e sulla sua evoluzione attraverso i tre domini citati nel titolo ‒ esseri umani, animali e macchine ‒ e quattro temi al centro del dibattito su questa abilità: il ruolo delle relazioni sociali nella sua nascita, ciò che unisce l’origine del linguaggio gestuale e di quello vocale, la visione del linguaggio come tecnologia sociale e i suoi meccanismi di apprendimento. > La nostra capacità di combinare parole per ricordare il passato, descrivere il > presente e prefigurare il futuro ci ha permesso di plasmare noi stessi e > l’ambiente in cui viviamo. Ma per quanto ancora sarà il nostro segno > distintivo? La prima parte dell’opera è focalizzata sull’evoluzione e lo studio del linguaggio negli esseri umani. È il racconto denso di un’indagine che può basarsi solo su fonti indirette, perché la lingua parlata non lascia tracce. Si cercano indizi nei volumi dei crani dei nostri antenati e degli altri primati, si scava all’interno di cervelli umani e non umani per capire se ci siano aree specificamente dedicate al linguaggio e come esse possano essersi sviluppate, si tenta di rintracciare le vestigia delle strutture fisiologiche e anatomiche primordiali connesse alle capacità linguistiche attraverso la loro analisi nei bambini o in chi è stato colpito da disabilità legate al loro utilizzo. A oggi abbiamo solo ipotesi, nessuna risposta definitiva. Le parole potrebbero aver sostituito la pulizia reciproca di pelle e mantello (grooming) per consolidare legami e gerarchie in gruppi umani sempre più ampi, con un numero più elevato di relazioni da coltivare, oppure essere state un modo di colmare il divario di esperienze tra individui per rendere più efficace la cooperazione. O ancora, la crescente complessità del linguaggio potrebbe aver dato l’opportunità all’essere umano di diventare il più abile degli ingannatori: sebbene l’inganno esista anche in altre specie animali, negli umani l’uso della menzogna, per un tornaconto spesso personale, avrebbe richiesto il raggiungimento di un livello cognitivo superiore e sarebbe stato un utile allenamento per conquistare il controllo che attualmente mostriamo nell’eloquio. Il linguaggio umano possiede un grado di complessità che pare non poter essere eguagliato da altre forme di comunicazione animale. È un sistema di simboli arbitrari che gli esseri umani usano per codificare e comunicare la loro esperienza del mondo e degli altri, e possiede caratteristiche specifiche: è composto da un insieme di unità, come suoni o parole; queste parole possono essere combinate secondo delle regole più o meno variabili per comunicare nuove idee; le combinazioni tra queste unità possono veicolare un numero sconfinato  di messaggi, che possono riferirsi a eventi passati, presenti, futuri o addirittura immaginari. Questa rappresentazione del linguaggio, che descrive una minima parte degli attributi propri del nostro modo di comunicare, mostra alcune proprietà che abbiamo osservato solo in alcune altre specie e sovente separatamente. > La danza dell’addome delle api non è solo un sistema di comunicazione > simbolico: consente di veicolare messaggi riferiti a qualcosa che non è > fisicamente presente nel luogo dell’esibizione e riguarda un evento passato. Cantone e Fabbro citano il classico esempio della danza delle api, scoperta da Karl von Frisch e che gli valse il premio Nobel nel 1973. L’etologo osservò che le api bottinatrici si esibivano in una danza il cui percorso e modalità di esecuzione permettevano di trasmettere alle compagne informazioni precise sulla direzione, sulla distanza e persino sulla qualità della fonte di cibo visitata. La danza dell’addome delle api non è solo un sistema di comunicazione simbolico: consente, infatti, di veicolare messaggi riferiti a qualcosa che non è fisicamente presente nel luogo dell’esibizione e riguarda un evento passato, ossia l’esperienza di esplorazione compiuta dall’ape bottinatrice. In Umani, animali e macchine non si parla solo di api, vengono approfonditi gli studi sulle vocalizzazioni dei cetacei e sui canti degli uccelli, con i loro dialetti e le loro culture. Con una prosa chiara e lineare, Catone e Fabbro narrano anche gli esperimenti sull’apprendimento del pappagallo cenerino Alex e quelli dei primati: l’utilizzo di lessigrammi del bonobo Kanzi, le esperienze di Washoe, la scimpanzé, e di Koko, la gorilla, con il linguaggio dei segni sono state sperimentazioni che ‒ sebbene spesso accolte con un certo scetticismo dalla comunità scientifica a causa dei metodi utilizzati ‒ hanno aperto la strada per ulteriori ricerche. A proposito dello studio del linguaggio negli animali non umani, Damiano Catone scrive: > Anziché negare del tutto la presenza di un “linguaggio” nel mondo animale, > basandoci sulla definizione del nostro per poi scoprire che quello degli > animali non ha le stesse caratteristiche, è diventato più proficuo partire > dalla prospettiva dell’esistenza di altri “linguaggi” […]. Questo ha permesso > di individuare tratti cognitivi significativi in specie anche molto lontane > dalla nostra […] abbandonando l’idea che solo i primati siano capaci di > prestazioni mentali paragonabili a quelle umane. L’approccio del testo è evoluzionistico, ritroviamo nelle altre specie tracce del cammino che è stato percorso da Homo sapiens. Una posizione che probabilmente farebbe storcere il naso a Noam Chomsky, secondo il quale il linguaggio umano sarebbe dovuto a una mutazione improvvisa e a un conseguente cambiamento radicale che avrebbe creato un divario tra animali umani e non umani. Del resto, lo psicologo Steven Pinker, allievo di Chomsky, non solo aveva appoggiato l’ipotesi della comparsa graduale del linguaggio, forgiato dalla selezione naturale, ma si era anche espresso sulla sua unicità, paragonandolo alla proboscide degli elefanti: un organo unico nel suo genere, presente solo in questi animali. A ciascuno la sua eccezionalità. Ritornando alla citazione iniziale di Benjamin Disraeli, se davvero l’essere umano fosse un angelo ‒ o, forse, una scimmia con le ali ‒ oggi si preparerebbe a cederle alle macchine che lui stesso ha creato. > Lo psicologo Steven Pinker non solo aveva appoggiato l’ipotesi della comparsa > graduale di un linguaggio forgiato dalla selezione naturale, ma l’aveva anche > paragonato alla proboscide degli elefanti: un organo unico nel suo genere, > presente solo in questi animali. Nell’ultima parte del libro, Damiano Cantone e Franco Fabbro ripercorrono sinteticamente la storia dell’informatica fino ai giorni nostri: un’epoca in cui il test di Turing è stato superato e ci troviamo immersi in una nuova fase dell’era digitale, segnata dall’arrivo delle intelligenze artificiali (IA) e, in particolare, dei Large language model (LLM), strumenti in grado di simulare il linguaggio naturale, che ci affascinano e spaventano al tempo stesso. Il primato che non ci è stato sottratto dalle altre specie animali potrebbe ora essere messo in discussione dall’IA. Per il momento, però, gli autori cercano di rassicurarci su questo nuovo scenario, ricorrendo a una metafora del filosofo Luciano Floridi: > è difficile, vedendo una pila di piatti puliti, capire se li ha lavati un > essere umano o una lavastoviglie. E in ogni caso nessuno si sognerebbe mai di > dire che la lavastoviglie è intelligente, anche se spesso è molto più brava di > noi a lavare i piatti in questione. Questo significa che, sebbene i LLM > riescano a generare testo coerente e a dialogare con gli esseri umani, non > significa che lo facciano esattamente allo stesso modo, né che le > conversazioni intrattenute con la macchina siano dello stesso tipo di quelle > che possiamo avere con altre persone. Eppure, davanti a un qualsiasi testo, ci ritroviamo a chiederci ‒ non senza un minimo di inquietudine ‒ se lo abbia scritto un umano o un LLM. Cantone e Fabbro evidenziano come la tecnica e il linguaggio siano strettamente intrecciati e, anzi, quanto sia probabile che per molto tempo quest’ultimo sia stato la tecnologia più potente di tutte: ha reso efficaci le comunicazioni umane, ha unito e separato popoli, ha dato origine a identità culturali e corpo a leggi e preghiere che hanno determinato la sopravvivenza delle società umane. Il connubio tra sviluppo tecnico umano e linguaggio, però, sembra destinato a dissolversi. Un esempio distopico e ancora lontano dalla realtà è la possibilità di far comunicare direttamente i nostri cervelli: nessun segno, nessun suono, solo stimoli elettrici. Se un giorno questo accadrà, e il linguaggio così come lo conosciamo non permeerà più le nostre esistenze, saremo meno umani? Umani, animali e macchine non fornisce una risposta, ma invita a una riflessione critica che trova terreno fertile nell’intreccio tra biologia, scienze cognitive e filosofia. L'articolo Umani, animali e macchine. Filosofia e neuroscienze del linguaggio di Damiano Cantone e Franco Fabbro proviene da Il Tascabile.
Recensioni
linguaggio
Intelligenza Artificiale
La guerra fredda dell’intelligenza artificiale
N ell’ormai decennale sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti, è capitato già più di una volta che fossero gli USA ad arrivare secondi. È successo con il 5G, dove la Repubblica popolare ha dominato a livello infrastrutturale e di diffusione. È avvenuto più di recente con le auto elettriche, il 53% delle quali circola in Cina, patria anche del marchio più di successo al mondo (BYD, la cui quota di mercato è oltre il doppio di quella di Tesla). Un altro fondamentale settore in cui la sfida è ancora aperta è quello dei supercomputer: oggi gli Stati Uniti sono tornati a dominare la classifica specialistica Top500 con i loro tre computer exascale (in grado cioè di svolgere un miliardo di miliardi di operazioni al secondo), ma è noto come la Cina, nell’ormai lontano 2021, sia stata la prima nazione al mondo a sviluppare questi sistemi. La ragione per cui i computer exascale cinesi non compaiono nella classifica è legata alla scelta di Pechino di smettere di divulgare i risultati ottenuti, perdendo di conseguenza il primato ufficiale. Si potrebbero inoltre citare le tecnologie quantistiche: nel 2017 la Cina è stata la prima nazione al mondo a portare a termine con successo una comunicazione satellitare quantistica e oggi, secondo parecchie analisi, sarebbe in vantaggio anche nello sviluppo dei computer quantistici. E per quanto invece riguarda l’intelligenza artificiale (IA)? È davvero possibile che la Repubblica popolare conquisti un primato tecnologico che – per parafrasare Vladimir Putin – le consentirebbe di “dominare il mondo”? Fino a questo momento, e nonostante i grandi progressi, non ci sono dubbi sul fatto che gli Stati Uniti abbiano mantenuto un vantaggio: “Dopo tutto, la tecnologia e la proprietà intellettuale statunitense dominano ogni livello dell’industria dell’intelligenza artificiale”, ha scritto Reva Goujon di Rhodium Group: “I processori Nvidia aumentano la potenza di calcolo di vari ordini di grandezza, alimentando la rivoluzione della IA; i fornitori di servizi cloud statunitensi, come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud Platform, distribuiscono enormi risorse computazionali; aziende come Google, Meta, OpenAI, Anthropic e xAI hanno sviluppato i modelli fondativi su cui le aziende di tutto il mondo fanno affidamento per adattare e ottimizzare le proprie applicazioni”. L’avanzata dei chip cinesi I numeri confermano queste affermazioni: per quanto riguarda l’infrastruttura, al momento i Big Three statunitensi (AWS, Microsoft, Google) detengono il 63% del mercato cloud globale, mentre il principale fornitore cinese, Alibaba, arriva soltanto al 4%. Per quanto riguarda la proprietà intellettuale, l’AI Index Report 2025 di Stanford mostra come la ricerca statunitense sia ancora dominante nei paper più citati, nonostante la Cina sia avanti per quanto riguarda la quantità totale di pubblicazioni scientifiche (riproponendo in chiave accademica il classico scontro qualità vs quantità). Nel fondamentale settore dei chip, le GPU (Graphics Processing Unit) più avanzate – progettate da Nvidia e stampate dalla taiwanese TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, e che, per effetto delle sanzioni volte a ostacolarne la crescita tecnologica, non possono essere vendute in Cina) – sono realizzate con processo produttivo a 4 nanometri e potrebbero a breve scendere addirittura a 2 nanometri. Nel mentre, la Cina ha raggiunto, grazie alla sua azienda specializzata SMIC (Semiconductor Manufacturing International Corporation), chip da 7 nanometri e starebbe lavorando insieme a Huawei, ma non senza difficoltà, alla produzione di una nuova generazione di chip da 5 nanometri. Nel complesso, si può affermare che la produzione dei chip cinesi sia indietro di circa 5 anni rispetto agli Stati Uniti. > Le sanzioni USA hanno obbligato la Cina a trovare una via autarchica > all’intelligenza artificiale, senza poter fare affidamento né sui chip > statunitensi, né sui macchinari olandesi per produrli in autonomia. E i > risultati iniziano a vedersi. La decisione degli Stati Uniti di vietare l’esportazione dei chip più avanzati e dei macchinari necessari per produrli (come quelli per la litografia dell’olandese ASML) ha quindi rallentato lo sviluppo cinese e permesso agli Stati Uniti di mantenere la loro leadership. Allo stesso tempo, questa strategia si sta in parte rivelando un boomerang. Come scrive ancora Goujon, “gli ingegneri cinesi sono sommersi da risorse statali, allo scopo di innovare la produzione di chip nonostante le restrizioni imposte dagli Stati Uniti”. In poche parole, le sanzioni USA hanno obbligato la Cina a trovare una via autarchica all’intelligenza artificiale, senza poter fare affidamento né sui chip statunitensi, né sui macchinari dell’olandese ASML che avrebbero permesso di produrli in autonomia. I risultati iniziano a vedersi: HiSilicon (società di Huawei per la progettazione di chip) e la già citata SMIC (che invece li stampa) sono ormai in grado di produrre processori – come Ascend 910C – capaci di prestazioni quasi assimilabili a quelle di A100, la terzultima generazione di GPU Nvidia (ma sono ancora lontani dai più avanzati H100 e H200, di penultima generazione, per non parlare della nuova generazione Blackwell). La distillazione di DeepSeek Per quanto ancora lontana dalle performance dei chip statunitensi, la Cina sta quindi dimostrando di essere in grado di fare importanti e autonomi progressi. Ma a dare ulteriore fiducia alla Repubblica popolare è il fatto che, negli ultimi mesi, il focus nel campo dell’intelligenza artificiale – e in particolare dei large language model – abbia iniziato a spostarsi dalle dimensioni all’ottimizzazione. In sintesi estrema: lo sviluppo dei large language model ha fino a oggi seguito la cosiddetta “legge di scala”, secondo la quale la capacità dei modelli linguistici aumenta proporzionalmente al crescere dei parametri, dei dati e del potere computazionale. Una legge che quindi premia chi ha a disposizione, tra le altre cose, i chip più avanzati da impiegare in fase di addestramento. > L’arrivo di DeepSeek potrebbe segnare l’inizio di un nuovo ciclo, in cui i > modelli vengono costruiti sulla base di quelli pre-esistenti, in un processo > che accelera la fase di sviluppo e riduce i costi computazionali. Da qualche tempo, questa legge ha però iniziato a mostrare dei ritorni decrescenti: a fronte di spese in costante aumento, i large language model ottengono miglioramenti sempre più ridotti. Per questa ragione, e anche alla luce dell’insostenibilità economica della legge di scala, l’attenzione si è spostata dalla massimizzazione della potenza di calcolo verso l’ottimizzazione di modelli preaddestrati e già disponibili, al fine di ottenere da essi delle prestazioni più avanzate. Il simbolo di questa transizione è DeepSeek, la startup cinese che è stata in grado di sviluppare modelli dalle performance vicine a quelle dei sistemi statunitensi investendo però una frazione dei soldi. Per riuscire in questa impresa, DeepSeek ha sfruttato un processo noto come distillazione, che consente a modelli più piccoli di apprendere da quelli già esistenti e più grandi. Tramite la distillazione, la conoscenza di un modello linguistico di grandi dimensioni (ribattezzato “insegnante”) viene trasferita a uno più piccolo (lo “studente”), mantenendo prestazioni simili ma con minori costi computazionali. In questo processo, il modello più piccolo viene esposto alle risposte e ai ragionamenti del modello più grande – per DeepSeek sono stati impiegati Qwen di Alibaba, Llama di Meta e o1 di OpenAI – invece che ai soli dati grezzi, apprendendo più rapidamente anche schemi complessi. L’arrivo di DeepSeek potrebbe quindi segnare l’inizio di un nuovo ciclo nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. I modelli non nascono più isolati, ma vengono costruiti sulla base di quelli pre-esistenti, in un processo che accelera la fase di sviluppo e riduce i costi computazionali. Il vecchio sistema, in cui una singola azienda raccoglieva i dati, addestrava e rifiniva il proprio modello da zero (con costi esorbitanti), potrebbe lasciare sempre più spazio a questo nuovo meccanismo. La guerra dei talenti Da un lato, i progressi nel campo dei chip; dall’altro, la vantaggiosa trasformazione della fase di addestramento dei modelli linguistici. Un terzo fondamentale fattore è invece rappresentato dai talenti: gli ingegneri e le ingegnere in grado di teorizzare, progettare e dare vita ai più avanzati sistemi di intelligenza artificiale. > A causa delle politiche migratorie sempre più rigide – e dell’incertezza in > cui le persone che emigrano negli USA sono costrette a vivere – la percentuale > di ingegneri del deep learning che decide di fare carriera nella Silicon > Valley è in costante diminuzione. Nientemeno che Mark Zuckerberg può aiutarci a capire quanto siano importanti i talenti in questo settore. Nel tentativo di potenziare l’intelligenza artificiale di Meta, Zuckerberg ha “rubato” a OpenAI e ad altri colossi del settore alcuni dei loro principali ingegneri, offrendo compensi che supererebbero anche quelli delle superstar NBA, toccando vette da 100 milioni di dollari all’anno. Una cifra mostruosa. Che ci aiuta a capire quanto sia importante avere a disposizione i migliori talenti a livello mondiale e che ci porta a parlare di uno dei tasti dolenti, in questo ambito, degli Stati Uniti dell’amministrazione Trump. A causa delle politiche migratorie sempre più rigide – e dell’incertezza in cui le persone che emigrano negli Stai Uniti sono costrette a vivere – la percentuale di ingegneri del deep learning che decide di fare carriera nella Silicon Valley è in costante diminuzione. “Dopo aver completato il suo ciclo di laurea nel 2015 in una delle più prestigiose università cinesi, e dopo aver lavorato come ingegnere del software a HSBC, Zhou Yijun, 31 anni, sperava di trovare una città nordamericana in cui prendere il PhD e potenzialmente sistemarsi una volta per tutte”, racconta Yvonne Lau. “Le politiche di Trump hanno reso la sua scelta facile: ‘Ho pensato: ok, il Canada è la scommessa più sicura per ricevere il permesso di soggiorno’”. In verità, il secondo mandato Trump ha solo contribuito ad accelerare una tendenza già in atto: la percentuale di esperti top tier di intelligenza artificiale (quelli citati nei paper più importanti) che lavorano negli Stati Uniti aveva infatti già da qualche tempo iniziato a calare, passando dal 59% del 2019 al 42% del 2022. Se si considera che la Cina forma circa la metà dei talenti globali dell’intelligenza artificiale (mentre gli USA sono al 18%), quanto Pechino sta investendo in questo settore (finanziando anche i laboratori di ricerca universitari), quanto sta puntando su una narrazione patriottica per riportare a casa chi lavora all’estero (con tutto il bagaglio di competenze nel frattempo appreso) e quanto abbia aumentato gli stipendi offerti (per quanto ancora una frazione di quelli della Silicon Valley), si intuisce quale sia la nazione che più di ogni altra si stia avvantaggiando della crescente diffidenza internazionale nei confronti degli Stati Uniti di Trump. Anche da questo punto di vista, la vicenda di DeepSeek è stata esemplare. Alcuni ricercatori di Stanford hanno analizzato la biografia degli oltre 200 autori dei vari paper tecnici pubblicati dalla startup cinese, concludendo come il successo di DeepSeek “sia fondamentalmente una storia di talento autoctono”: metà del team di DeepSeek non ha infatti mai lasciato la Cina per motivi di studio o lavoro, e la metà che lo ha fatto è poi tornata per dedicarsi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale made in China. > Se si considera quanto Pechino stia investendo in questo settore e quanto stia > lavorando per riportare a casa chi lavora all’estero, si intuisce quale > nazione più di ogni altra stia mettendo a frutto la crescente diffidenza > internazionale nei confronti degli USA di Trump. Gli sforzi cinesi per colmare il divario con gli Stati Uniti, insomma, stanno dando i loro frutti. Secondo alcune stime, anche solo fino a un paio di anni fa i principali modelli statunitensi superavano abbondantemente quelli cinesi in termini di accuratezza. La Cina ha rapidamente colmato il divario grazie a iniziative governative (come il Next Generation AI Development Plan), investimenti nell’educazione, nella formazione e nella ricerca, una stretta collaborazione tra Pechino e l’industria tecnologica e massicci finanziamenti pubblici in data center, infrastrutture energetiche e produzione di semiconduttori. Il vantaggio degli Stati Uniti A questo punto, è importante fare una precisazione: gli Stati Uniti sono ancora leader globali dell’intelligenza artificiale e i punti deboli della Cina sono ancora da superare. Nonostante i progressi nel campo dei chip, e nonostante l’attenzione crescente all’ottimizzazione invece che alla massimizzazione delle prestazioni, resta il fatto che HiSilicon e SMIC sono ancora parecchi anni indietro rispetto a Nvidia e TSMC, con il risultato che al momento, e nonostante la “rivoluzione DeepSeek”, tutti i modelli di frontiera sono ancora di provenienza statunitense. C’è poi la questione dei soldi: non sono solo i salari della Silicon Valley a essere molto più elevati, ma anche gli investimenti privati USA rispetto a quelli cinesi. L’AI Index di Stanford segnala come nel 2024 gli investitori statunitensi abbiano riversato nel settore dell’intelligenza artificiale qualcosa come 109,1 miliardi di dollari contro i 9,3 miliardi della Cina: quasi 12 volte tanto. A causa della differente struttura economica di Cina e Stati Uniti è però difficile fare un confronto preciso. Secondo TechWire, per esempio, nel 2025 gli investimenti complessivi cinesi – compresi quindi quelli pubblici – raggiungeranno i 98 miliardi di dollari. È invece difficile stimare con precisione l’investimento pubblico statunitense, spesso in partnership con il mondo privato, più frammentato e meno pianificato (ma che potrebbe comunque valere svariate centinaia di miliardi di dollari). Nel complesso, in ogni caso, il mercato statunitense dell’intelligenza artificiale viene stimato a circa 150 miliardi di dollari per il 2025, oltre il doppio di quello cinese. > Quella in corso è una guerra fredda dell’intelligenza artificiale, con buona > parte del Sud globale che sta integrando i sistemi e le infrastrutture di > intelligenza artificiale di provenienza cinese. L’unica certezza, in questo mare di numeri, è che la Cina si sta comunque avvicinando a grandi passi agli Stati Uniti, mentre i perduranti ostacoli incontrati in questa rincorsa possono essere considerati il prezzo da pagare per conquistare una crescente e inedita autonomia tecnologica. Quella in corso è insomma una guerra fredda dell’intelligenza artificiale, attorno alla quale si stanno inoltre creando dei blocchi politici digitali, con Africa, Sudest asiatico e parecchie nazioni del Sudamerica (a partire dal Brasile) che stanno integrando i sistemi e le infrastrutture di intelligenza artificiale di provenienza cinese. Di fronte all’avanzata internazionale della tecnologia cinese (sperimentata anche da aziende di nazioni alleate degli Stati Uniti come Saudi Aramco, Standard Chartered o HSBC), il “selling point” principale dei colossi della Silicon Valley si è fatto ideologico ed è stato recentemente riassunto dal fondatore di OpenAI, Sam Altman: “Vogliamo assicurarci che l’intelligenza artificiale democratica vinca su quella autoritaria”.  Una narrazione in cui vengono sottolineati i rischi legati all’adozione di una tecnologia che potrebbe disseminare propaganda pro-Cina, censurare contenuti critici nei confronti del Partito comunista cinese, essere impiegata a fini di spionaggio, facilitare la diffusione della sorveglianza di massa nei confronti della popolazione e altro ancora. Timori assolutamente realistici, ma che nell’epoca delle pulsioni autoritarie di Donald Trump – e in una fase in cui Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da xAI di Elon Musk, si lascia andare a deliri neonazisti e a propaganda complottista – è fin troppo facile rivolgere anche agli Stati Uniti. Di tutte le ragioni per cui la sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti è di fondamentale importanza, la cornice narrativa “libertà vs dittatura” diventa ogni giorno che passa meno credibile. L'articolo La guerra fredda dell’intelligenza artificiale proviene da Il Tascabile.
stati uniti
Scienze
cina
Intelligenza Artificiale