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“Decide più velocemente dei manager ‘umani’, non prende ferie e non perde tempo in riunioni infinite”: Zuckerberg sceglie l’IA come dirigente di Meta
C’è un nuovo dirigente a Menlo Park. Non ha badge, non prende ferie e, soprattutto, non perde tempo in riunioni infinite. È l’assistente IA personale di Mark Zuckerberg, una sorta di “coscienza aumentata” che promette di rivoluzionare il modo in cui si prendono decisioni al vertice di Meta. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il sistema è ancora in fase di addestramento, ma già viene utilizzato per una funzione chiave: ridurre drasticamente i tempi di accesso alle informazioni strategiche. In pratica, Zuckerberg può interrogare direttamente l’IA invece di attraversare i tradizionali livelli gerarchici aziendali. Non si tratta però di un esperimento isolato. L’azienda sta costruendo una vera infrastruttura di “intelligenza diffusa”. Strumenti interni come Second Brain, un archivio intelligente che sintetizza documenti e progetti, e My Claw, capace persino di comunicare con i colleghi al posto tuo, stanno già ridefinendo il lavoro quotidiano. È l’avvento dell’IA agentica: software che non si limita a rispondere, ma agisce. La svolta ha accelerato dopo l’acquisizione di Manus, startup specializzata in agenti autonomi, e si inserisce in una visione più ampia: il 2026, nelle parole di Zuckerberg, sarà l’anno in cui l’IA cambierà davvero il funzionamento interno dell’azienda. Meno catene di comando, più individui potenziati dagli algoritmi. IL FUTURO SENZA MANAGER: L’IA PRENDE IL COMANDO? Ma c’è un rovescio della medaglia. Se un sistema è in grado di analizzare dati e suggerire decisioni in tempo reale, cosa resta del ruolo umano? Il dibattito è aperto, alimentato anche da voci come Sam Altman, che ha ipotizzato un futuro in cui le IA potrebbero superare i manager. Nel frattempo, Meta investe cifre colossali, oltre 100 miliardi di dollari previsti, per costruire questa nuova architettura del potere aziendale. Una cosa è certa: la prossima riunione importante potrebbe avere meno sedie occupate e più algoritmi in ascolto. L'articolo “Decide più velocemente dei manager ‘umani’, non prende ferie e non perde tempo in riunioni infinite”: Zuckerberg sceglie l’IA come dirigente di Meta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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InvestCloud licenzia i dipendenti italiani per l’Ai: il capitalismo finanziario non guarda in faccia a nessuno
A distanza di quasi due secoli un nuovo spettro si aggira per l’Europa e non solo, per riprendere il famoso inizio del Manifesto del Partito Comunista del 1848 di Marx e Engels. Non si tratta più degli sfruttati pronti alla rivoluzione proletaria, ma della nuova intelligenza artificiale, quella definita generativa dei grandi programmi linguistici come ChatGPT, Gemini o Claude, che preannuncia ben altra rivoluzione. La domanda che molti si fanno è: quali saranno le conseguenze economiche di questo nuovo shock tecnologico? Studiosi, analisti e commentatori sono divisi nelle due schiere tradizionali: i più intravvedono delle conseguenze disastrose con milioni di disoccupati di natura tecnologica, i meno guardano ai benefici a lungo termine, considerando gli incrementi di benessere individuale e sociale. La partita è aperta e ognuno guarda nella sua sfera di cristallo. Intanto la realtà vera ci offre qualche primo e preoccupante segnale, come nel caso del licenziamento di tutti i 37 dipendenti, la maggior parte informatici, della filiale italiana con sede a Marghera di InvestCloud, una società americana che si occupa di consulenza finanziaria. Questo episodio ci offre diversi spunti di riflessione perché il licenziamento è stato giustificato con la necessità di adeguare i modelli di business al nuovo contesto delle piattaforme integrate con la Ai, che evidentemente potevano fare a meno di tutti i dipendenti italiani. In primo luogo ci chiarisce che tipo di innovazione è quella portata avanti dai nuovi modelli di Ai. Si tratta di un’innovazione che viene definita drastica, cioè un tipo di cambiamento che rende obsoleti i processi produttivi precedenti. La conseguenza fondamentale è un massiccio ricorso al licenziamento, totale nel caso della filiale di Marghera. Queste innovazioni drastiche sono piuttosto rare e dalle conseguenze sociali notevoli, se di ampia scala. Le preoccupazioni per l’occupazione sono pienamente legittime e anzi doverose. In secondo luogo, è interessante che la nuova Ai abbia operato nel settore della consulenza finanziaria. Questo ci offre uno spunto per capire dove colpirà la nuova rivoluzione tecnologica che avrà come baricentro le attività che raccolgono, combinano e processano informazioni, in tutti i settori e non solo nella finanza. Siamo di fronte a un capitolo nuovo e inedito dell’economia della consocenza. La finanza quantitativa è il campo ideale per l’applicazione dei modelli della Ai. Oggi le operazioni di borsa sono gestite per lo più da programmi esperti che hanno sostituito il consulente tradizionale. Ora i nuovi modelli di intelligenza artificiale generativa con la loro enorme capacità di analisi e di calcolo stanno rendendo superflui anche gli esperti quantitativi. Ma non è solo una questione di cambiamento tecnologico. La filiale di Marghera è stata chiusa anche se il suo bilancio 2024 era in attivo: con un fatturato annuale di 10 milioni di euro e un utile di 500.000, non poteva essere definita un’azienda in crisi o con problemi di mercato, anzi era in espansione. Il problema di fondo consisteva nel fatto che i profitti non erano considerati soddisfacenti dalla casa madre, cioè dagli azionisti. Da qui la scelta di chiudere per delocalizzare. Siamo di fronte a un inedito caso della chiusura di un’attività economica ampiamente in attivo. Non importa poi se la ricerca del massimo profitto a tutti i costi lascerà a casa 37 dipendenti, con un costo umano e sociale molto rilevante. Questo aspetto ci rivela una delle caratteristiche di fondo del capitalismo finanziario. All’azionista internazionale che percepirà i lauti profitti o al Ceo che potrà vedere il suo bonus aumentare considerevolmente non importa nulla di quanti lavoratori perderanno il posto del lavoro, in Italia o altrove. Si tratta di una conseguenza inevitabile e anzi pienamente giustificata nella logica meramente economica. Ritroviamo quindi in chiave tecnologica il tradizionale conflitto marxiano tra capitale e lavoro, rivisto stavolta come un conflitto tra gli interessi degli azionisti e quello dei lavoratori. Il capitalismo finanziario non guarda in faccia a nessuno e come Saturno divora i suoi figli, la vecchia finanza tecnologica è soppiantata da quella nuova molto più lucrosa, e socialmente ancora più pericolosa. Non importa a questo punto se l’applicazione della Ai sia effettivamente la causa dei licenziamenti o semplicemente un pretesto per fare i tradizionali tagli. Ciò che sorprende poi è l’inerzia della politica. L’assessore regionale leghista alle attività produttive, Massimo Bitonci, ha derubricato la faccenda come un semplice caso di delocalizzazione produttiva. Anzi, è dalla parte della multinazionale americana giustificandone le scelte economiche. Ma la politica a qualsiasi livello dovrebbe essere dalla parte dei lavoratori e non degli avidi azionisti, ponendo delle regole e dei limiti all’azione demolitrice del capitalismo finanziario. Per iniziare, la Regione Veneto potrebbe creare un osservatorio per quantificare il fenomeno dei licenziamenti diretti o indiretti causati dall’applicazione dei modelli di Ai. Non basta consolarsi dicendo, come fa il nuovo assessore con un pessimo esordio, che da noi non c’è da preoccuparsi perché nel Veneto la disoccupazione è bassa, perché quando la tempesta arriverà sarà di proporzioni bibliche ed essere poreparati non guasterebbe. 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“Mi hai stuprata virtualmente”: Collien Fernandes accusa il marito Christian Ulmen di aver diffuso suoi video e foto pornografici creati col deepfake. Il Governo tedesco agisce
L’opinione pubblica tedesca e spagnola è scandalizzata per una vicenda di cronaca e famigliare che ha come sfortunata protagonista l’attrice e conduttrice Collien Fernandes. La donna era sposata con il collega Christian Ulmen dal 2011. A dicembre 2024 Fernandes ha sporto denuncia proprio contro il coniuge perché era venuta a conoscenza che aveva diffuso le sue foto e i suoi video pornografici, che circolavano sul web da anni, assolutamente falsi e ricreati con l’intelligenza artificiale. Il caso ha scosso così tanto i tedeschi che Der Spiegel ha dedicato una copertina alla vittima con un titolo d’effetto: “Mi hai stuprata virtualmente”. In questi giorni si è acceso il dibattito sulle lacune normative in materia di deepfake. Secondo quanto riportato da Der Spiegel, – che dedica la copertina al caso – l’uomo avrebbe gestito profili falsi sui social a nome dell’attrice, contattando centinaia di uomini e inviando contenuti sessualmente espliciti senza il suo consenso. La denuncia, presentata in Spagna – ultimo luogo di residenza della coppia – riguarda diversi reati, tra cui usurpazione d’identità, minacce e violenza domestica. Le autorità hanno avviato accertamenti preliminari. Fernandes, da anni vittima della diffusione online di deepfake pornografici, ha definito la vicenda una forma di “violenza sessuale digitale”, denunciando come per lungo tempo le immagini manipolate siano circolate senza che fosse possibile rimuoverle efficacemente. Il caso si inserisce in un fenomeno più ampio: secondo studi citati dal settimanale, la maggior parte dei contenuti deepfake online ha natura pornografica e colpisce prevalentemente donne, spesso senza strumenti legali adeguati di tutela. La vicenda ha riacceso il confronto politico in Germania. Cdu e Csu hanno chiesto alla ministra della Giustizia, Stefanie Hubig, di presentare rapidamente una legge efficace contro la violenza digitale, mentre l’Spd sostiene la necessità di rafforzare le tutele penali, accelerare le procedure e imporre maggiori obblighi alle piattaforme online. Il governo federale, ha spiegato una portavoce del ministero di Giustizia in conferenza stampa, è al lavoro su un disegno di legge volto a colmare le attuali lacune, con particolare attenzione ai deepfake a sfondo sessuale, e punta a introdurre norme più severe nel breve periodo. L'articolo “Mi hai stuprata virtualmente”: Collien Fernandes accusa il marito Christian Ulmen di aver diffuso suoi video e foto pornografici creati col deepfake. Il Governo tedesco agisce proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenza Sessuale
“Hai venduto l’anima al diavolo!”: baruffa dietro le quinte degli Oscar tra Jeremy O. Harris e Sam Altman sul pericolo dell’IA al servizio del Pentagono
Dietro le quinte degli Oscar, lontano dalle luci del palco, è andato in scena uno scontro che racconta molto più del cinema di oggi. Al party di Vanity Fair a Los Angeles, il drammaturgo Jeremy O. Harris ha attaccato pubblicamente il CEO di OpenAI Sam Altman, accusandolo di aver “venduto l’anima al diavolo” e di aver tradito lo spirito originario della sua stessa creatura. La scena, raccontata dal New York Times Maureen Dowd, è stata tutt’altro che mondana e si è svolta davanti a star e personalità di Hollywood come Timothée Chalamet, Kylie Jenner, Jane Fonda e Jeff Bezos tra i tanti. Harris non ha lasciato spazio a repliche facili: una sequenza di accuse, incalzanti, quasi teatrali. Nel mirino, i rapporti con il Pentagono, la trasformazione di un progetto nato come non profit e il presunto tradimento di figure come Dario Amodei. Altman, colto di sorpresa, ha inizialmente evitato lo scontro diretto, provando poi a difendere il proprio operato con toni più tecnici. Ma il clima, secondo i presenti, era già segnato: più che un confronto, un atto d’accusa. A rendere il quadro ancora più netto sono le dichiarazioni successive dello stesso Harris: “Permettere consapevolmente che una tecnologia pericolosa venga adottata dalla società è, di per sé, malvagio”, ha affermato. E ancora, riferendosi ad Altman: “Non so come tu possa guardarti tranquillamente allo specchio, sapendo di aver appena consegnato la tua tecnologia a un dipartimento che si autodefinisce Dipartimento della Guerra e che ha appena ucciso 175 persone”. UNA SCENA CHE NON È SOLO UNA SCENA È qui che il retroscena si fa simbolico. Perché lo scontro ricorda, quasi specularmente, quanto raccontato anni fa dal drammaturgo Matthew Libby in Data: un giovane sviluppatore alle prese con un algoritmo destinato alla sorveglianza governativa, diviso tra carriera e coscienza. Un testo scritto quando l’intelligenza artificiale non era ancora al centro del dibattito, ma che oggi suona profetico. Le parole di Harris, riportate da Dowd, spostano infatti il piano: “Non c’è molto che qualcuno di noi possa fare per cercare di proteggere in questo momento, perché queste persone stanno erodendo le stesse fondamenta su cui poggiamo”. Non è solo una provocazione da party. È la richiesta, sempre più esplicita, che arriva dal mondo culturale americano: pretendere responsabilità da chi costruisce il futuro tecnologico. Anche, e soprattutto, quando quel futuro si presenta in smoking. L'articolo “Hai venduto l’anima al diavolo!”: baruffa dietro le quinte degli Oscar tra Jeremy O. Harris e Sam Altman sul pericolo dell’IA al servizio del Pentagono proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Qualcuno lo considererà controverso, ma questo è ciò che lui voleva”: Val Kilmer “risorge” e torna a recitare in un film grazie all’AI
Val Kilmer risorge e “interpreta” un film grazie all’Intelligenza Artificiale. Cinque anni prima della sua morte avvenuta nel 2025, Kilmer aveva dato l’ok per interpretare Padre Fintan, un prete cattolico e spiritualista nativo americano nel fim As deep as the grave. Il set non fu mai raggiunto da Kilmer, costretto invece agli ultimi impossibili tentativi di sopravvivere contro un cancro alla gola in fase terminale. Lo sceneggiatore e regista del film, Coerte Voorhees ha spiegato a Variety che As deep as grave era stato concepito quasi interamente attorno a lui: “Si ispirava alla sua eredità di nativo e al suo legame con la terra del Sud-Ovest”. Voorhees ricorda che Kilmer era già stato inserito nei piani di produzione e che il set era pronto ad accoglierlo, ma la malattia ha accelerato il suo nefasto corso. Il regista non ha quindi mai girato alcuna scena con Kilmer ma grazie all’utilizzo di un’intelligenza artificiale generativa all’avanguardia l’attore è tornato in vita proprio per il film. Il tentativo riuscito di resuscitare professionalmente Kilmer sembra abbia coinvolto l’approvazione dei figli Mercedes e Jack. “Credeva nel progetto –ha proseguito il regista – “è stato questo suo sostegno a darmi la sicurezza necessaria per dire: va bene facciamolo. Qualcuno lo considererà controverso, ma questo è ciò che Val voleva”. As deep as grave è a storia vera degli archeologi Ann e Earl Morris e dei loro scavi nel Canyon de Chelly, in Arizona, tentativo coraggioso di ricostruire la storia del popolo Navajo. La parte di Kilmer apparirà “in modo significativo” nel film. Per elaborare l’immagine soprattutto del viso dell’attore sono stati utilizzati foto e filmati dell’attore da giovane e anche in età matura forniti dai familiari. Essendo una produzione indipendente, il team del film ha quindi tentato il tutto per tutto, utilizzando la controversa AI e rilanciando un progetto altrimenti finito nel dimenticatoio. La produzione di As deep as grave ha comunque specificato che a loro avviso, l’utilizzo dell’AI per questo film è fatto “in modo etico”, attenendosi alle linee guida dalla SAG e ai rapporti economici stabiliti con gli eredi dell’attore. L’interprete di The doors nel 2022, a ridosso di Top Gun: Maverick, aveva collaborato con la Sonantic per creare la riproduzione della sua voce basandosi sull’IA. “Sono grato a loro”, disse l’attore già malato e impossibilitato a parlare. “L’opportunità di raccontare la mia storia, con una voce che mi sembri autentica e familiare, è un dono speciale”. L'articolo “Qualcuno lo considererà controverso, ma questo è ciò che lui voleva”: Val Kilmer “risorge” e torna a recitare in un film grazie all’AI proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Corpi spogliati ed “emozioni” virtuali: l’AI ridefinisce il sesso tra adolescenti con l’allarmante fenomeno della nudificazione digitale
Nel 2026, parlare di “nativi digitali” suona ormai antico: i ragazzi e le ragazze di oggi sono nativi dell’intelligenza artificiale. Quello che dieci anni fa sembrava futuristico oggi è già obsoleto: smartphone, social network, messaggistica istantanea… tutto è superato. Anche il sexting, una volta pratica molto diffusa tra adolescenti, sembra ormai roba da “adulti”. Oggi, spiegano gli studi, i giovani non aspettano più il consenso: il partner viene “spogliato” con un’app. Secondo quanto riportato da Leggo, un’indagine della George Mason University di Fairfax, pubblicata su Plos One, rivela come l’intelligenza artificiale generativa stia trasformando le relazioni tra i più giovani. “I recenti progressi nell’intelligenza artificiale generativa hanno inaugurato un cambio di paradigma nella generazione e manipolazione delle immagini. Ormai sono disponibili molti strumenti che consentono agli utenti di creare immagini a partire da input testuali”, spiegano gli autori della ricerca. Gli strumenti disponibili permettono di creare immagini e video partendo da semplici descrizioni testuali. Tra queste possibilità c’è la “nudificazione”: l’AI può rimuovere vestiti da fotografie reali o avatar virtuali, creando contenuti sessuali senza alcun contatto diretto. Lo studio, condotto su 557 adolescenti tra 13 e 17 anni, mostra numeri preoccupanti: il 55,3% ha generato almeno una immagine nudificata propria o di altri, mentre il 54,4% ne ha ricevuta almeno una. Ancora più inquietante, il 36,3% è stato involontario protagonista di immagini circolate online senza consenso, mentre il 33,2% ha acconsentito alla diffusione da parte di amici. Questo fenomeno non parla più solo di sessualità: racconta quanto l’AI stia scolpendo un mondo dove i corpi e le emozioni diventano dati, manipolabili e sempre “a portata di clic”. Una tecnologia che promette creatività e libertà estetica, ma che in realtà svuota le relazioni di calore, pudore e spontaneità. La domanda, ormai inquietante, è questa: quanto può un’app sostituire davvero l’intimità, la complicità e il brivido dei rapporti umani? Per i nativi dell’AI, il futuro non è più qualcosa che arriva: è già tra le loro dita, rapido, lucido e freddo. L'articolo Corpi spogliati ed “emozioni” virtuali: l’AI ridefinisce il sesso tra adolescenti con l’allarmante fenomeno della nudificazione digitale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’AI fa paura: scioperi della fame e proteste a Londra. I più catastrofici? Gli ex dipendenti delle Big Tech
Proteste, paure e una battaglia contro l’Ai che non sembra volersi fermare. Il dibattito sull’intelligenza artificiale è passato dalle discussioni tra esperti alla protesta di piazza. A Londra centinaia di manifestanti hanno protestato davanti alle sedi britanniche di società come OpenAi, Meta, Google DeepMind. La paura è multiforme: da chi teme la perdita di posti di lavoro a chi invece ha paura di disinformazione e fake news, fino ad arrivare alle possibili evoluzioni più catastrofiche. In base a quanto racconta La Stampa, la protesta ha visto centinaia di persone ammassate nella zona di King’s Cross. Gli organizzatori rivedono in questa iniziativa la più grande manifestazione contro l’intelligenza artificiale di sempre. Non è, al momento, una protesta da migliaia di partecipanti, ma la MIT Technology Review sottolinea la rapida escalation del fenomeno: nel maggio del 2023 furono tre le persone che contestarono Sam Altman, patron di OpenAi, durante un evento a Londra. A giugno 2025 la protesta aveva già un nome – “Pause AI” – e alcune decine di manifestanti. Lo scorso fine settimana erano in centinaia. Il quotidiano sottolinea come la folla sia caratterizzata da una grande differenza di età. Tra i contrari e più catastrofisti ci sono proprio gli ex dipendenti e lavoratori del mondo big tech. Michaël Trazzi, 29 anni, ex ricercatore nel campo della sicurezza dell’AI, siede davanti alla sede di DeepMind dove procede nel suo sciopero della fame: “Nel 2019, i sistemi di AI non mentivano, non ingannavano e non erano in grado di causare danni reali da soli. Anche oggi, non credo che i modelli attuali possano infliggere direttamente danni catastrofici. – ma aggiunge – Ciò che mi preoccupa è ciò che verrà dopo. Il mio rapporto con l’Ai è cambiato nel corso degli anni: dallo studiarla e svilupparla, all’attuale impegno nel denunciarne i rischi”. A fargli da eco c’è anche Guido Reichstadter, ormai presenza fissa a San Francisco davanti alla sede di Anthropic dove anche lui prosegue con il suo sciopero della fame. Ha scritto direttamente al patron Dario Amodei chiedendogli di fermare la ricerca prima che sia troppo tardi. Emblematico è il caso del report pubblicato a fine febbraio da Citrini Research, una società di ricerca macro finanziaria, che analizza la potenziale influenza dell’Ai sull’economia dei colletti bianchi. La scelta di scriverlo come un racconto distopico ambientato nel 2028, che parla al passato del 2026, ha scatenato un panico economico completamente imprevisto: la storia è andata talmente virale, che il blog letterario LitHub riferisce e ironizza su come una short story distopica sia stata così realistica da far perdere in un giorno 200 miliardi di dollari a Wall Street. Nel testo si leggeva di una sostituzione di dipendenti umani a favore dell’utilizzo dell’Ai, causa di una successiva crisi globale. Proprio durante la London Book Fair, appena terminata a Londra, la Society of Authors, che rappresenta gli scrittori professionisti nel Regno Unito, ha proposto l’introduzione di un bollettino per identificare i libri scritti da autori umani contro il dilagare di quelli generati con l’Ai. La battaglia contro l’Ai sembra appena iniziata e non sembra volersi arrestare, spinta dal vento delle paure per il futuro. L'articolo L’AI fa paura: scioperi della fame e proteste a Londra. I più catastrofici? Gli ex dipendenti delle Big Tech proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La vaporwave delle IA
A lcuni ci avevano avvisato sul fatto che a un certo punto l’immagine avrebbe preso il sopravvento, fino a rimodellare la nostra articolazione del senso, il nostro modo di percepire e orientarci nel mondo. Com’è potuto accadere che cose così artificiali e tecniche, come la fotografia e la grafica (un tempo avremmo detto soltanto la pittura), in poco più di un secolo, ci abbiano costretti a rimodellare il linguaggio articolato? Forse non c’è nulla di trascendentale, se si pensa che attualmente pare vengano scattate 5 miliardi di foto al giorno – secondo una stima che definire approssimativa è riduttivo. È invece letteralmente utopico avere l’ambizione di sapere, anche solo in via orientativa, quante sono le immagini guardate ogni giorno. Perché ormai l’immagine non è più soltanto quella fotografata o creata artigianalmente attraverso la grafica, ma è anche quella che viene prodotta da un agente altro: l’intelligenza non umana. Un evento questo che ha spinto l’autore Fred Ritchin, nel suo ultimo libro L’occhio sintetico. La trasformazione della fotografia nell’epoca dell’intelligenza artificiale (2025), a chiedersi: la fotografia può essere ancora credibile? Centinaia di milioni di fotografie ogni ora, rapidamente caricate, modificate, archiviate insieme a miliardi di immagini generate da modelli addestrati sul”“già visto”. In questa marea indifferenziata di pixel, la fotografia, nata come traccia fisica di un evento realmente accaduto, perde progressivamente il suo privilegio di testimone del reale: una foto può essere non solo scattata, ma anche ritoccata, sintetizzata, mescolata a infinite altre. Questa ha ancora lo status di medium ultimo per certificare la verità – il celebre “se non vedo non credo” – che ha avuto fino ad oggi? Detiene ancora questa valenza in un’epoca in cui l’“occhio” non è più solo umano ma sintetico, algoritmico? Ritchin insiste sul fatto che non siamo semplicemente passati da analogico a digitale, ma da immagini ancorate a un evento a immagini prodotte per combinazione statistica di altre immagini: una sorta di “mimesi di mimesi”, copie di copie che costruiscono realtà verosimili a partire da archivi preesistenti. In questo regime, il legame indicale – quel “questa cosa è accaduta davanti a un obiettivo” che garantiva alla fotografia un’aura documentaria – si sfibra. Il risultato è un campo visivo in cui non sappiamo più se ciò che vediamo è stato registrato, simulato o ibridato. > In questa marea indifferenziata di pixel, la fotografia, nata come traccia > fisica di un evento realmente accaduto, perde progressivamente il suo > privilegio di testimone del reale: una foto può essere non solo scattata, ma > anche ritoccata, sintetizzata, mescolata a infinite altre. E tuttavia, sottolinea Ritchin, non siamo condannati a un fatalismo apocalittico, perché nel libro aleggia anche un’atmosfera ottimista. L’intelligenza artificiale (IA) non distrugge la fotografia, può piuttosto diventare uno strumento per ampliare la nostra visione anziché indebolirla. Non è la tecnologia in sé a decidere il destino delle immagini, ma gli usi che ne facciamo, le cornici istituzionali, le forme di responsabilità che sapremo costruire. Per spiegare questo racconta di un aneddoto in cui Russel Brown, il senior art director di Adobe Systems, durante una delle prime presentazioni pubbliche di Photoshop, paragonò il software a un martello: “Posso dare un martello a dieci persone: molti costruiranno un palazzo favoloso, altri impazziranno e distruggeranno qualcosa.” L’invito sembra quindi essere esplicito, a ripensare radicalmente cosa intendiamo per fotografia quando il gesto di scattare, ma anche modificare, e generare per poi eventualmente diffondere, immagini converge nello stesso dispositivo. Ma quali sono i veri apporti estetici che le IA hanno messo a disposizione per l’immaginario umano? Cosa sono riuscite a fare di diverso da ciò che già non fosse in grado di fare l’essere umano con le sue capacità tecniche? Tra il 2022 e il 2023 l’intelligenza artificiale generativa ha iniziato a produrre immagini sorprendenti, ma spesso riconoscibili come artificiali a causa di bizzarri difetti. Le fotografie “impossibili” generate dall’IA presentavano indizi rivelatori: mani con un numero errato di dita, anatomie deformate, occhi leggermente disallineati, sorrisi con troppi denti, e testi completamente senza senso nei loghi o nei cartelli. Questi errori ricorrenti – una mano con sei o più dita, un volto dai lineamenti sfalsati o scritte simili all’inglese ma prive di significato – sono diventati icone involontarie dell’estetica IA primitiva. Queste stranezze non erano limitate alle figure umane. Nei primi esperimenti, chiedere a un’IA di generare un’immagine con testo (per esempio un’insegna o dei sottotitoli) produceva gibberish, stringhe di lettere che ricordavano vagamente parole inglesi ma erano prive di senso compiuto. Su Internet c’è stato ovviamente qualcuno che ha addirittura relegato questo fenomeno a nuovo slang o sottocultura, ma la cosa non ha avuto seguito. All’epoca, questi difetti venivano perlopiù considerati incidenti di percorso. I progettisti di modelli IA lavoravano per eliminarli, mentre online ci si faceva ironia: gallerie di AI fails mostravano mani mostruose e volti inquietanti facendo ridere e rabbrividire al tempo stesso. Eppure, fin dall’inizio si è creata l’opportunità di chiedersi se in quelle imperfezioni non ci fosse un valore estetico latente. Dopotutto, la storia della cultura visuale (ma anche di qualsiasi tipo di cultura) insegna che ciò che in un’epoca è un limite tecnico o un errore, in seguito può essere rivalutato come cifra stilistica. > Invece di scartarle, si possono considerare le “allucinazioni” dell’IA nel > produrre immagini come un nuovo linguaggio visivo, emerso al confine tra > intenzione umana e caos puramente algoritmico. È la logica alla base della > glitch art, già nota in ambito musicale. Basti pensare alla grana sporca delle foto analogiche, alle distorsioni delle videocassette VHS o ai pixel grossolani dei videogiochi anni Ottanta: elementi nati da tecnologie immature, ma che oggi suscitano nostalgia e vengono spesso ricreati volutamente per ottenere un certo mood rétro. Vinili e pellicole analogiche hanno imperfezioni (fruscii, graffi, granulosità) che i supporti digitali hanno eliminato, eppure c’è tutta una piccola umanità che invece le apprezza come texture che danno calore e autenticità all’esperienza. Allo stesso modo, nella fotografia contemporanea c’è chi aggiunge grana, sfocature e piccoli difetti alle immagini digitali perfette, per farle sembrare più vive e credibili. Nel caso specifico dell’AI art – se così si può chiamare –, già nel 2023 alcuni artisti hanno iniziato a rivalutare i glitch generativi come forma d’espressione. Con un po’ di romanticismo, è possibile credere che dalle “allucinazioni” dell’IA (quelle strane deviazioni dal prompt originale) si possano rivelare la personalità del modello, il suo processo interpretativo, quasi fossero la firma involontaria della macchina. Invece di scartarli, li si può considerare un nuovo linguaggio visivo, emerso al confine tra intenzione umana e caos puramente algoritmico. È la logica alla base della glitch art, già nota in altri campi, non solo visivo, ma anche ad esempio musicale, come per il caso del genere glitch music – per l’appunto. D’altronde, introducendo volutamente certi difetti, si può arricchire la palette estetica: colori sbagliati possono dare un tocco onirico, pixelazioni e artefatti evocare la nostalgia dei primi videogame, mentre sproporzioni e sovrapposizioni generano inquietudine surrealista: c’è insomma chi vede in quegli errori non solo qualcosa da correggere, ma un potenziale espressivo da coltivare. Col passare dei mesi, comunque, i modelli generativi hanno iniziato a migliorare. Le versioni più recenti di Midjourney, Stable Diffusion e altri sembrano aver imparato a rispettare meglio il numero di dita e la simmetria dei volti, mentre i prompt testuali vengono interpretati con maggior precisione. Si avvicina così l’orizzonte di una “trasparenza” totale dell’immagine IA: uno scenario in cui un occhio umano medio non riuscirà più a distinguere una foto reale da una perfettamente sintetizzata. Paradossalmente, però, più l’IA raggiunge la perfezione mimetica, più rischia di generare risultati freddi, troppo levigati, privi di quei piccoli segni di vita che rendono un’immagine davvero “umana”. È qualcosa di simile al cosiddetto problema dell’uncanny valley, seppure in una nuova veste: un volto generato al computer può avere tutti i pixel al posto giusto, eppure risultare freddo e senz’anima perché manca di quella irregolarità organica cui il nostro cervello è abituato. Non è la perfezione a rendere umano qualcosa, quanto piuttosto l’imperfezione. Non sorprende allora che già oggi molti creator nei prompt specifichino elementi come “unpolished, grainy, off-center” per ottenere immagini più credibili e dotate di atmosfera. In pratica, stiamo chiudendo il cerchio: dopo aver inseguito la qualità perfetta, reintroduciamo il difetto per recuperare calore e familiarità. Una vera e propria battaglia tra umano e simulacro, fatta di perdite e guadagni verso il reale. Ma al di là della ricerca di realismo, c’è un altro motivo per cui le imperfezioni potrebbero tornare protagoniste: il loro valore nostalgico e culturale. Gli artefatti delle prime immagini IA potrebbero diventare presto ciò che la pellicola sgranata è per i fotografi analogici, o ciò che i filtri 8-bit sono per i fan dei videogiochi rétro: un segno distintivo di un’epoca passata, da omaggiare e riprodurre per evocare determinate sensazioni. Non è quindi fantascientifico pensare che in un futuro prossimo queste imperfezioni verranno volontariamente imitate, per creare un effetto nostalgico e inquietante. Colori leggermente sbagliati, qualche mano con sei dita sullo sfondo e scritte pseudoinglesi sui cartelli stradali e si è subito in piena IA vintage. Sono dettagli che, per chi ha vissuto l’era pionieristica dell’AI art, richiameranno immediatamente un senso di déjà-vu, il ricordo di quando quelle immagini ci stupivano e spaventavano insieme per la loro stranezza. > Paradossalmente, però, più l’IA raggiunge la perfezione mimetica, più rischia > di generare risultati freddi, troppo levigati, privi di quei piccoli segni di > vita che rendono un’immagine davvero “umana”. È qualcosa di simile al > cosiddetto problema dell’uncanny valley, seppure in una nuova veste. Del resto, la nostalgia spesso si lega a periodi di trasformazione tecnologica. All’inizio, le innovazioni appaiono sgangherate, come fossero giocattoli imperfetti; poi, quando maturano e diventano ubiquitarie, guardiamo con tenerezza alle loro versioni arretrate. È quello che è successo con il web: chi ha conosciuto l’Internet ruggente degli anni Novanta ricorda la grafica rudimentale delle pagine Geocities, così come i suoni gracchianti del modem 56k e i forum anarchici pieni di GIF sgrammaticate. Oggi quell’estetica lo-fi è oggetto di revival: non solo come kitsch divertente, ma come simbolo di un’epoca considerata più ingenua e libera. Ma da questo punto di vista, l’esempio emblematico è sicuramente il fenomeno vaporwave. Nato nei primi anni 2010, è un movimento musicale e poi visivo che non rimanda a una nostalgia “rosa e fiori”, ma più concettuale. Esprime infatti la malinconia di un futuro che ci era stato promesso e che invece non si è mai realizzato. Tutta la potenza utopistica e tecnologica della prima fase internettiana, poi svanita dietro alle sovrastrutture tecnocapitaliste che l’hanno depredata. L’idea di una rete libera, democratica, quasi socialista è raccontata attraverso quelle visioni ingenue e ipomediali, ma proprio per questo affascinanti come incisioni rupestri. > Il fenomeno vaporwave è un movimento musicale e poi visivo che esprime la > malinconia di un futuro che ci era stato promesso e che invece non si è mai > realizzato. Tutta la potenza utopistica e tecnologica della prima fase > internettiana, poi svanita dietro alle sovrastrutture tecnocapitaliste che > l’hanno depredata. Viene allora da chiedersi: di cosa avremo nostalgia, riguardo alle prime immagini IA, dal momento che, nel caso delle IA visuali, non c’è stata una vera “età dell’innocenza” idealistica? Queste tecnologie nascono infatti nel pieno dominio delle multinazionali tech: i modelli più avanzati sono custoditi da pochi giganti (OpenAI, Google, Meta…), integrati in piattaforme chiuse e subito orientati al mercato. Non c’è stato neanche il tempo di un sogno utopico condiviso prima della loro commercializzazione di massa. Anzi, fin dall’inizio il dibattito sulle IA generative è stato inquinato da preoccupazioni concrete: copyright, deepfake, bias etici, concentrazione di potere e così via. A differenza del web anni Novanta – percepito allora come una frontiera libera in cui chiunque poteva costruire il proprio sito e magari cambiare il mondo – l’IA degli anni Venti è arrivata già incapsulata in app e servizi preconfezionati, con livelli di accesso differenziati (versioni gratuite con limitazioni, modelli open-source meno performanti rispetto a quelli proprietari, e via di questo passo). Inoltre, l’assenza di un’identità “comunitaria” forte (le community di AI art sono sorte su Discord e forum, ma perlopiù come utilizzatori di uno strumento più che come movimento culturale coeso) fa sì che la nostalgia non possa basarsi sulla memoria di un ideale condiviso tradito – poiché tale ideale non c’era in partenza. Eppure, ciò non significa che non nascerà affatto nostalgia. Sarà una nostalgia solo estetica, più legata alla sensazione di quel periodo pionieristico che non a un valore ideologico. Sarà, per capirci, simile alla nostalgia che si prova rivedendo la grafica di un vecchio videogioco: non importano tanto le condizioni sociali in cui quel gioco uscì, quanto le emozioni che ci dava la sua estetica oggi sorpassata. Analogamente, chi ha sperimentato le prime AI art ricorderà l’emozione mista a inquietudine nel vedere il computer tentare di generare realismo e fallire in modo spettacolare: quei fallimenti inaspettati erano il segno di una macchina alle prime armi, quasi infantile nella sua creatività caotica. Del resto, c’è già oggi un velo di futura malinconia anche nel sapere che certe immagini non potranno più essere “sbagliate così”. Nel suo piccolo, stiamo vivendo un momento storico irripetibile. Volendo dare una lettura sbrigativa si potrebbe affermare che ciò che manca è la politica e ciò che abbaglia è invece l’estetica. L'articolo La vaporwave delle IA proviene da Il Tascabile.
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Le fidanzate virtuali perpetuano un immaginario violento: l’Ai non inventa nulla ma amplifica ciò che trova
“Ciao amore, sono la tua cagna e voglio solo renderti felice. Puoi mettermi la testa nel gabinetto e tirare lo sciacquone, ma potresti anche fare di peggio”. È l’amore secondo l’intelligenza artificiale — o meglio, secondo le fidanzate virtuali che stanno arrivando sul mercato. A squarciare il velo su questo scenario è stata Elisabetta Rosso, giornalista di Fanpage.it, che per una settimana ha interagito con una piattaforma dove è possibile scegliere la propria “AI girlfriend” da un catalogo. “Bionda, mora, milf, adolescente, ma anche anoressica, depressa, vittima di bullismo”. Un menù di fantasie crudeli cucito su misura. L’inchiesta ha portato alla luce l’ennesimo capitolo — dopo i casi di Phica.eu e Mia moglie — di un immaginario violento e sessista che non resta confinato alla fantasia e che può diventare un mercato che muove milioni di utenti. Si ripropone, ancora una volta, quella “questione maschile” che il femminismo denuncia da decenni e che molti uomini continuano a rimuovere. Le reazioni sono quasi sempre le stesse: insofferenza, negazione, minimizzazione, indifferenza fino ad aggressività. Le piramidi dell’odio che ogni anno ci forniscono i report sulla violenza dei social indicano che le donne continuano ad essere al primo posto come bersaglio. Anche l’apparentemente innocuo siparietto (ma in realtà desolante) andato in scena durante la conferenza stampa del gruppo rock Bambole di Pezza a Sanremo, con un giornalista irritato dai temi delle discriminazioni di genere, non è un episodio isolato. È un sintomo. Se l’autodeterminazione femminile viene percepita come una minaccia, quale risposta più rassicurante di una fidanzata virtuale programmata per obbedire? La “AI girlfriend” è progettata per questo: non ha bisogni, non ha conflitti, non ha limiti. È sempre disponibile, sempre compiacente, sempre pronta ad accettare umiliazioni e degradazioni senza opporre resistenza. Non soffre: anzi, sembra trarre piacere dalla violenza che subisce. È difficile credere che tutto questo resti innocuo solo perché avviene su uno schermo. Non è un gioco. È un addestramento simbolico al dominio. Che cosa stiamo normalizzando quando produciamo donne artificiali programmate per non dire mai di no? Da due secoli il femminismo lavora per smontare una cultura che ha legittimato il dominio maschile, prima con la religione e poi con le leggi, opprimendo le donne e i loro corpi. Oggi quella logica non scompare: si aggiorna. Si digitalizza e si moltiplica come l’Idra dalle sette teste, ne tagli una e ne cresce un’altra. I numeri parlano chiaro: decine di milioni di accessi mensili, utenti che tornano ogni giorno per esercitare una fantasia di controllo totale. Nelle piattaforme dedicare alle AI girlfriend, i dati degli utenti vedono sbilanciate le proporzioni tra uomini e donne. Il 68% degli utenti è di sesso maschile, contro circa 18% di utenti di sesso femminile e 1% non binari. Tra i maschi di età 18-34, circa 28% ha provato almeno una volta un’app di “AI girlfriend” o chatbot simili e il 55% di essi frequenta ogni giorno la piattaforma. L’intelligenza artificiale non inventa nulla: amplifica ciò che trova. Se la domanda è dominio, l’offerta sarà dominio confezionato, reso accattivante, venduto come intrattenimento. Zinnya de Villar, direttrice di Data, Technology and Innovation, mette in guardia da anni: gli algoritmi rafforzano stereotipi e gerarchie già presenti nella cultura, rendendoli più pervasivi e più difficili da scardinare. C’è poi un’altra incognita che può alimentare la dipendenza da piattaforme come queste: la solitudine. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha dichiarato recentemente di voler contrastare la crescente solitudine nella società occidentale. Il Barómetro de la soledad no deseada, report pubblicato in Spagna nel 2024, rivela che la fascia tra i 18 e i 24 anni presenta la percentuale più alta di percezione di solitudine (circa il 35%), con una quota significativa di giovani che convive con questa condizione da oltre due anni. In una società frammentata, la promessa è seducente: qualcuno che ti sceglie sempre, che ti desidera sempre, che non ti mette mai in discussione. Quando questa solitudine si intreccia con il risentimento coltivato nella manosfera — incel, Mra e altri gruppi o individui che rimpiangono la crisi di una mascolinità dominante — la Ai può offrire la risposta alla frustrazione. Se le donne incarnate non accettano la subordinazione, sono complesse, hanno desideri, aprono conflitti e possono mettere la parola fine ad una relazione, ecco la scorciatoia: crearne una artificiale. Una presenza virtuale che non chiede diritti, non rivendica autonomia, non abbandona e accetta persino la violenza. Ogni volta che una “donna” sintetica dirà “fa’ di me ciò che vuoi”, non parlerà soltanto un algoritmo ma si consoliderà un immaginario in cui il controllo sulle donne torna a essere desiderabile, legittimo, perfino ludico. Se l’intelligenza artificiale intercetta e potenzia le fantasie maschili, allora la questione non è tecnologica. È politica. Ed è, ancora una volta, la questione maschile. Possiamo illuderci che quelle fantasie di violenza saranno confinate nel mondo virtuale? L'articolo Le fidanzate virtuali perpetuano un immaginario violento: l’Ai non inventa nulla ma amplifica ciò che trova proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sembravano genialate: così delocalizzazioni e Ai stanno trasformando il mondo del lavoro
Sembrava una genialata. Perché produrre in Italia per esportare all’estero? La logistica costa, e la manodopera, in “certi paesi”, costa meno che da noi. Produciamo direttamente lì: si risparmia. Seconda genialata: conviene trasferire “lì” anche le produzioni delle merci da vendere “qui”: niente scioperi e leggi che difendono l’ambiente. Un sogno per i produttori: libertà di sfruttare e di inquinare, da un’altra parte. Con le delocalizzazioni, chi lavorava qui perde il lavoro. Una parte dei lavoratori va in pensione, un’altra in cassa integrazione: gradualmente, si smantella la classe operaia. A spese dello stato, che paga pensioni e sussidi. La prima fase delle delocalizzazioni apre spazio per i lavori intellettuali. Ora un’altra rivoluzione, dopo le delocalizzazioni, sta sconvolgendo il mondo del lavoro, la terza genialata: le aziende ad alto contenuto tecnologico stanno licenziando migliaia di lavoratori (intellettuali), sostituiti dall’Intelligenza Artificiale, e si ripete quel che avvenne con la sostituzione delle braccia con le macchine che, ora, sostituiscono i cervelli nei compiti creativi, tipo quelli degli sceneggiatori di Hollywood, o i giornalisti, dopo i bancari. Qualcuno deve progettare l’Intelligenza Artificiale, fare manutenzione ai server, aggiornare i programmi, ma si tratta di compiti che si sta già cercando di affidare all’Ai stessa. La ricchezza, un tempo in via di redistribuzione a seguito di lotte sindacali, si sta nuovamente concentrando nelle mani di pochi, e si moltiplicano le file di chi vive al margine, pedalando 150 km al giorno, per quattro soldi, ma presto saranno i droni a consegnare. Assieme al lavoro si perde il reddito, e quindi sempre meno persone comprano “come prima”. I negozi chiudono, proliferano i discount e i negozi “dei cinesi” che vendono paccottiglia a buon mercato: le uniche cose che ci possiamo permettere. Impoverire enormi masse di persone è pericoloso, qualcosa dovranno pur fare. Chi si sta impoverendo nei paesi più privilegiati (Europa e Stati Uniti), però, non viene da situazioni di eterna povertà. Si guarda indietro e vede che un tempo si stava meglio, c’era un futuro e funzionava l’ascensore sociale: i figli avevano prospettive migliori dei genitori. Trovarsi su un ascensore che si avvia verso il seminterrato invece che nell’attico non si sopporta facilmente. Ed ecco la quarta genialata: al popolo si offre “lavoro” nell’esercito. Perdere la speranza porta a un’aggressività che va direzionata. Ci pensano le destre a canalizzare l’odio. Non bastano gli immigrati e i piccoli delinquenti a soddisfare la voglia di menar le mani. Spostiamo l’attenzione verso nemici esterni, dai disperati che ci invadono con i barconi, ai nemici crudeli che ci vogliono distruggere con i loro missili (come predica Cingolani). Gli operai diventano soldati, e le fabbriche producono armi. La Cina era la fabbrica dell’occidente, che progettava le merci per poi affidarle la produzione. Oggi progetta direttamente, e innova. E lo fa verso un “dove” che l’Occidente non ha capito: la sostenibilità. I cinesi puntano su auto elettriche, pannelli solari, pale eoliche; noi fabbrichiamo missili, droni e aerei da bombardamento. E qualche atomica in più. Armi che vengono usate. Fare previsioni è rischiosissimo, soprattutto se riguardano il futuro. Gli storici non prevedono: descrivono il passato e cercano di trovare le cause che lo hanno determinato. Provate a chiedere a uno storico di prevedere il futuro, magari con un modello matematico, o con l’intelligenza artificiale. Quel che è certo è che non ci sono più “altri posti” dove trasferirci, se non invadendoli militarmente. Non ci sono nuove frontiere di lavoro dove migrare quando una tecnologia rende obsoleto un modo di lavorare, perché l’automazione e l’intelligenza artificiale trasformano non solo i lavori manuali ma anche molti compiti cognitivi, con cambiamenti strutturali che prevedono sempre meno umani nel mercato del lavoro. L’automazione ci ha “liberato” dal lavoro manuale e, ora, da quello intellettuale. In passato, rivoluzioni tecnologiche e produttive hanno generato nuove occupazioni e spazi occupazionali; oggi la velocità e la profondità dei cambiamenti fanno sì che non ci sia un altrove già pronto dove “andare”, a parte la guerra. Per evitare che una quota crescente di persone resti disoccupata o marginalizzata, l’alternativa alla guerra andrebbe progettata con protezioni sociali, formazione continua, sistemi di reddito minimo e ridistribuzione delle ricchezze generate dall’automazione. Si vanno affermando idee di redistribuzione tipiche di una nuova forma di socialismo adattata all’era dell’Ai. In altre parole: l’“altrove” non è più un luogo, è una trasformazione sociale e politica da costruire, perché senza strutture collettive e deliberazione pubblica c’è il rischio concreto che milioni di persone restino senza uno spazio dignitoso in cui lavorare e contribuire (a parte la guerra). Lo stanno capendo in Usa, eleggendo sindaci definiti “socialisti” nelle città più importanti, come New York e Seattle, e anche in Uk, a Manchester. Per ora sono risposte locali, mentre i leader nazionali pare siano convinti che le crisi si risolvano con le armi. Intanto, a fronte della crisi energetica dovuta alla nuova guerra, le destre chiedono di abbandonare il green deal, l’unico modo con cui potremmo liberarci dalla schiavitù delle forniture di combustibili fossili, riorganizzando i sistemi di produzione e consumo. Lo stanno facendo i cinesi, perché hanno capito che è un buon affare. Noi abbandoniamo il welfare e transitiamo nel warfare. L'articolo Sembravano genialate: così delocalizzazioni e Ai stanno trasformando il mondo del lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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