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Città morte di Mike Davis
C alifornia suburbana, proletaria. Acciaierie, ferrovie, autostrade. Una camicia di flanella da boscaiolo. Baffi folti e arruffati. Lo scorso 10 marzo l’eccentrico marxista Mike Davis avrebbe compiuto ottant’anni. La sua è una di quelle vite che sembrano uscite da un romanzo. A sedici anni muore il padre. Per vivere si arrangia come macellaio, camionista, muratore. Inizia quindi l’attivismo politico che non abbandonerà mai. In mezzo, alcool, macchine rubate e corse clandestine. Una di queste gli costa un grave incidente e una cicatrice di trenta centimetri. Poi arriva l’incontro della vita, un amore a prima vista: Marx (altro che Martin Eden). Quasi trentenne torna all’università e completa gli studi. Più tardi otterrà una cattedra alla University of California. Nel frattempo cinque matrimoni e venti libri tradotti in tutto il mondo – tra cui i celebri City of Quartz, Ecology of Fear, Late Victorian Holocaust. Poco prima di morire confessa, tra rimorso e incazzatura, un rammarico: non essere morto in battaglia o su una barricata. Insomma, il barometro segnala un livello di street credibility particolarmente elevato. Recentemente DeriveApprodi ha ripubblicato, nella collana Materialismi, uno dei suoi testi più singolari: Città morte. Storie dal sottosuolo metropolitano, in un’edizione che aggiorna e amplia quella uscita nel 2004 per Feltrinelli. Il libro è pletorico. Si tratta di diciotto capitoli, originariamente saggi autonomi, che accumulano immagini da romanzo di fantascienza sovraccarico di inverosimiglianza: crisi economiche, ecocidi, proliferazioni nucleari, pulizie etniche, riscaldamento globale, peste, carestie, siccità, incendi. Tra tutti gli sconvolgimenti ambientali, ciò che più ha colpito Davis sono gli orsi polari ermafroditi: meno appariscenti e spettacolari, gli orsi rappresentano, secondo l’autore, uno dei segnali più spaventosi dell’alterazione della biosfera. A tenere magistralmente insieme estensioni ed escursioni contenutistiche è una regia attenta, curata, pulita. Il ritmo narrativo è incalzante. Pur trattandosi di un testo vasto, Città morte si legge, come suol dirsi, d’un fiato: cadenzato da sequenze narrative brevi e cariche emotivamente, innervate da espressioni giocose se non irriverenti. È in questo senso che Giovanni Semi, nella prefazione, coglie bene uno dei tratti essenziali di Davis quando lo descrive come uno dei narratori più potenti e affascinanti di un mondo urbano impastato di incubi e speranze, devastazione e rinascita, controllo sociale e zone autonome. Insomma, troviamo in Davis un repertorio non strettamente academically correct che spazia dal lapidario e di gaddiana memoria “nano maligno” per Goebbels, a costruzioni più ampie: “Las Vegas è un campo base importante per le divisioni corazzate di giocattoli motorizzati (dune-buggies, motociclette da cross, speed-boats, moto d’acqua e simili) che ogni fine settimana dichiarano guerra al fragile ecosistema del deserto”. Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: il momento in cui non esiste più un altrove dove scaricare gli scarti del sistema. L’illusione dello scarico non funziona più e la merda galleggia tra di noi. Benvenuti nella discarica del reale. > Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in > Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla > vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: benvenuti > nella discarica del reale. Il centro della sua analisi resta anche qui, come in tutta la sua opera, la metropoli americana. Los Angeles e Las Vegas (“il capolinea della storia dell’Occidente”) sono il suo laboratorio privilegiato, epitomi delle trasformazioni del capitalismo urbano, “un immenso gioco, una partita infinita tra giocatori privilegiati in cui lo Stato interviene soprattutto in veste di croupier”. Si tratta di città assunte alla stregua di frattali teorici attraverso cui captare le logiche e gli effetti dell’avanzare del neoliberalismo di cui, già negli anni Novanta quando Davis scrive questi saggi, appare evidente la disfunzionalità. Contro i dogmi dell’economia neoclassica e contro la moda della public choice theory, l’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente. Una disfunzionalità che innesca un ciclo vizioso, entro cui si colloca, appunto, la profonda crisi che tuttora contrassegna le metropoli postindustriali. In questo movimento di liberalizzazione e disinvestimenti federali, Davis vede la causa della ghettizzazione postmoderna, nonché la crescita della criminalità, degli scontri razziali, ecc. Gettata in uno stato hobbesiano, la città finisce per avere come “unica strada per la redenzione”, nelle idee dei fan del libero mercato, “una combinazione di militarizzazione e privatizzazione”. Insomma, tra tagli della spesa pubblica (se “non esiste un college pubblico nelle vicinanze e, a livello procapite, lo spazio ricreativo è una frazione minima […], non sorprende che molti ragazzi, traditi da scuole inadeguate e predestinati a lavori di sfruttamento, scelgano, invece, di unirsi alla fiorente sottocultura delle gang”) e crescenti polarizzazioni sociali (“è il decadimento accelerato del settore pubblico che spiega meglio le crescenti tensioni tra le diverse comunità etniche”), la soluzione conservatrice porta dritto all’economia della paura, ovvero “il complesso delle aziende militari e di sicurezza che si affrettano a sfruttare l’esaurimento nervoso nazionale, ingrasserà in mezzo alla carestia generale”. La paura, naturalmente, ha rimodellato la vita delle città americane, facendo della sicurezza un servizio urbano a tutti gli effetti, come l’acqua, l’energia elettrica e le telecomunicazioni (a tal proposito si pensi all’uso razzista della parola maranza in atto soprattutto da parte della destra italiana). Siamo nei paraggi di quel processo che Étienne Balibar ha definito “neo-colonizzazione del centro”: una riproduzione sociale e un controllo di un esercito a basso salario che come effetto ha una perversa “reindustrializzazione” frutto della combinazione fra offerta infinita di manodopera immigrata dal Messico e dall’America Centrale e terrorismo ambientale; il rifiuto sdegnoso cioè “dell’ipotesi di non vivere al di sopra dei propri mezzi” esternalizzando i danni. > L’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle > corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in > competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente. Riprendendo e variando il tema dell’apprendista stregone, il capitale appare qui come un’entità che ha dispiegato forze che ora gli si rivoltano contro in quella che Davis (rifacendosi a James O’Connor) chiama la “seconda contraddizione del capitalismo”, una contraddizione effetto dell’“esternalizzazione, da parte dei singoli capitali, dei costi sociali e ambientali che, come un esercito di fantasmi, ritornano a perseguitare il Capitale nel suo complesso. Sebbene le comunità locali di lavoratori siano le prime vittime del degrado ambientale, O’Connor sostiene che l’espansione urbana incontrollata, l’inquinamento, la deforestazione e il riscaldamento globale diventano infine vincoli alla redditività globale”. Ma l’orizzonte di Città morte è assai ampio: non mancando studi della distruzione programmaticamente classista di Berlino voluta da Churchill (il 95% degli iscritti al partito nazista è sopravvissuto alla guerra, riporta l’autore), oppure indagini su genealogie alternative dei movimenti di protesta degli anni Sessanta. Con agilità funambolica e sfavillio proteiforme, Davis attraversa continuamente scale diverse, dal sociale all’economia e dall’ecologia alla storia, setacciando i capolavori del cinema e della letteratura. Il risultato è una vera e propria macchina analitica costruita per accerchiare il capitalismo nel suo movimento totalizzante. Davis rischiara la caligine depositata sui concetti che utilizziamo per fare esperienza del reale, dissolvendo immagini incrostate, taken for granted – quello che Bourdieu chiamerebbe “inconscio culturale” o “trascendentale storico”. Non stupisce che gli sia stato rimproverato un certo eclettismo. Eppure ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo. È una scrittura che viola deliberatamente il bon ton della scrittura accademica per mettere il lettore di fronte al mondo nella sua brutalità, nella sua mancanza di alternative, in cui la luce che intravediamo in fondo al tunnel non è altro che un treno in collisione d’arrivo. Il principale obiettivo che Davis si pone in questo assemblaggio caleidoscopico, così appassionato e polemico, è dimostrare che fenomeni apparentemente naturali – dai disastri ambientali alla crisi delle città post-industriali – non sono “catastrofi, eventi insoliti, eccezionali”, ma risultati di precise strutture socioeconomiche. In altre parole, Davis non ha paura di fare ciò che Fredric Jameson ha sempre indicato come il gesto critico fondamentale: storicizzare sempre. E tutto. La sua operazione potrebbe essere definita, con un apparente ossimoro, una ”de-naturalizzazione della Natura”. L’ontico ecologico non viene, pertanto, trattato semplicemente come risultato naturale inevitabile, ma come prodotto storico, esito di specifiche trasformazioni economiche nell’epoca in cui l’uomo è diventato il “principale agente geomorfico”. Non sorprende, dunque, che su questa via Davis si scontri apertamente con il pensiero liberale, antimaterialista, la cui ”strategia dominante è quella di reificare [il particolare evento climatico-storico] come una forza virtualmente soprannaturale che è esterna alla storia e le cui conseguenze umane non hanno alcuna matrice sociale”, che fa tutt’uno con “il rifiuto neoliberale di riconoscere le reali condizioni di disuguaglianza”. > Ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un > marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza > alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo. Vediamo così in azione il doppio movimento dell’ideologia come descritto da György Lukács nel primo capitolo di Storia e coscienza di classe. L’ideologia, afferma Lukács, non solo eleva qualcosa di contingente a necessità, ma respinge come deviazione contingente qualcosa che appartiene alla necessità costitutiva di un dato spazio. Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che il liberalismo rivolge verso il “fascismo archeologico” (Pasolini) e al “post-fascismo” (Enzo Traverso), anch’essi, così come i disastri ecologici, trattati come anomalie e incidenti di percorso evitabili purché si revisioni di volta in volta la macchina. Ma è proprio qui che si annida l’errore. Non si tratta di malfunzionamenti del sistema. Al contrario: si tratta di esiti immanenti allo stesso modo di produzione, quando questo è, per dirla con Adorno, “all’altezza del suo concetto”. E, per completare il duo, Horkheimer affermava che non si può parlare del fascismo (o, nel nostro caso, di disastri ambientali) senza parlare del capitalismo. Da qui il bisogno di tracciare un quadro riportando i fenomeni alla loro matrice, vale a dire totalizzando e indicando i rapporti di potere, in una “ricapitolazione parziale” (Sartre), nel tempo in cui a egemonizzare il campo epistemologico è un’idea destrutturante, de-dialettizzante, e così via, in un’ostilità verso il concetto di “totalizzazione” che Fredric Jameson leggeva come un rifiuto sistematico dei concetti e degli ideali della prassi come tale, o del progetto collettivo. Davis sa bene che su questo terreno l’accusa di economicismo è dietro l’angolo. Ma il suo obiettivo non è quello di costruire una teoria della conoscenza (così come non lo era né per Lenin, né per Engels, né tantomeno per Marx). Ci si dovrebbe invece interrogare sulle posizioni da cui muovono tali critiche, spesso esito di quell’accademizzazione del marxismo causata dall’annichilimento della dialettica dall’ideologia neoliberale. Se infatti Marx aveva spostato l’attenzione della filosofia all’economia politica, da Lukács e dalla Scuola di Francoforte in poi il rapporto si è nuovamente invertito. Contro questa tendenza, la straordinarietà di Città morte non è da rintracciare in un tema piuttosto che in un altro, ma nell’interazione delle molteplici analisi condotte che, scrive l’autore, “convergono nell’obiettivo politico e materialistico di una comprensione oggettiva della situazione storica e sociale”. D’altronde, Gramsci docet, il compito della teoria è proprio questo: rendere la pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo.  Non a caso l’autore della working class chiude la raccolta con una frase che suona come un manifesto teorico: “Quello che sta davvero succedendo è una sporca controrivoluzione ambientale. […] I successivi interventi statunitensi in Afghanistan e Colombia, così come lo sventato colpo di Stato sponsorizzato da Washington in Venezuela, hanno sfacciatamente seguito i percorsi (esistenti o desiderati) degli oleodotti. Per quanto l’accademia possa ancora preferire la relatività esoterica del testualismo postmoderno, il volgare determinismo economico – che inizia e finisce con i superprofitti del settore energetico – detiene oggi i veri posti di potere. Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il vento o perché il ghiaccio stia scomparendo”. Da un certo punto in poi, come nota Slavoj Zizek, l’affermazione “È più complicato di così”› può segnalare una mistificazione in corso. Si relativizza un fatto evidente invocando contesti sempre più complessi, chiamando in causa rapporti non lineari, causalità multiple e intrecciate, e così via, fino a che non si neutralizza la portata del problema e delle sue soluzioni, cancellando cioè le tracce della produzione. Per questo, a volte, l’operazione critica deve fare il contrario: ignorare la falsa complessità e guardare ai numeri e ai fatti, dialettizzare prassi e teoria. E in fondo il militante Davis non fa altro che rimettere al centro la materialità dell’intero divenire economico-sociale, cercando al tempo stesso di ricucire la frattura tra teoria e prassi prodotta dal processo di totalizzazione del capitale medesimo. L'articolo Città morte di Mike Davis proviene da Il Tascabile.
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L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco: quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio? La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì. Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre? L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel 1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria dei giochi. Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2. Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce “una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di “finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una questione di posizionamento di mercato, non di sostanza. > I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono > attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché > misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset. L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare. Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al 65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della nuova era. L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni. In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica, uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come fatti. C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification, termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel 2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere, ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce dopamina e il casinò produce profitto. > La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando > l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità. Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare. Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per premiare. I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa fatica a riconoscerlo. È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza. Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì” a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato. Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non sufficiente a celare tre problemi complessi. Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto all’utente medio. > I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, > stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si > traveste da epistemologia. Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi; ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a 200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è costruita esattamente per non permettere di saperlo. L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket, la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla giurisdizione americana. Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo qualcuno ci guadagna. > I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È > una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo > qualcuno ci guadagna. Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente dall’esito. Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6 aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa 260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama modello di business. I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende verificarne i limiti. Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del rischio non finisce sempre bene. I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni. > Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza > informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura > ideologica. Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare. Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di 119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà, ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui si scommette. L’epistemologia si mangia la coda. Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente. C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri. In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore. Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente, anche la narrazione. > La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire > interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere > posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri. Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione, come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design, per citare nuovamente Dow Schüll. Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo, come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale. I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box, nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle previsioni come prodotti. Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato. In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi, qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a orientare la tua percezione del futuro. > La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui > sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità, > ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per questo è così difficile da vedere. L'articolo Oracoli a pagamento proviene da Il Tascabile.
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La guerra fredda dell’intelligenza artificiale
N ell’ormai decennale sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti, è capitato già più di una volta che fossero gli USA ad arrivare secondi. È successo con il 5G, dove la Repubblica popolare ha dominato a livello infrastrutturale e di diffusione. È avvenuto più di recente con le auto elettriche, il 53% delle quali circola in Cina, patria anche del marchio più di successo al mondo (BYD, la cui quota di mercato è oltre il doppio di quella di Tesla). Un altro fondamentale settore in cui la sfida è ancora aperta è quello dei supercomputer: oggi gli Stati Uniti sono tornati a dominare la classifica specialistica Top500 con i loro tre computer exascale (in grado cioè di svolgere un miliardo di miliardi di operazioni al secondo), ma è noto come la Cina, nell’ormai lontano 2021, sia stata la prima nazione al mondo a sviluppare questi sistemi. La ragione per cui i computer exascale cinesi non compaiono nella classifica è legata alla scelta di Pechino di smettere di divulgare i risultati ottenuti, perdendo di conseguenza il primato ufficiale. Si potrebbero inoltre citare le tecnologie quantistiche: nel 2017 la Cina è stata la prima nazione al mondo a portare a termine con successo una comunicazione satellitare quantistica e oggi, secondo parecchie analisi, sarebbe in vantaggio anche nello sviluppo dei computer quantistici. E per quanto invece riguarda l’intelligenza artificiale (IA)? È davvero possibile che la Repubblica popolare conquisti un primato tecnologico che – per parafrasare Vladimir Putin – le consentirebbe di “dominare il mondo”? Fino a questo momento, e nonostante i grandi progressi, non ci sono dubbi sul fatto che gli Stati Uniti abbiano mantenuto un vantaggio: “Dopo tutto, la tecnologia e la proprietà intellettuale statunitense dominano ogni livello dell’industria dell’intelligenza artificiale”, ha scritto Reva Goujon di Rhodium Group: “I processori Nvidia aumentano la potenza di calcolo di vari ordini di grandezza, alimentando la rivoluzione della IA; i fornitori di servizi cloud statunitensi, come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud Platform, distribuiscono enormi risorse computazionali; aziende come Google, Meta, OpenAI, Anthropic e xAI hanno sviluppato i modelli fondativi su cui le aziende di tutto il mondo fanno affidamento per adattare e ottimizzare le proprie applicazioni”. L’avanzata dei chip cinesi I numeri confermano queste affermazioni: per quanto riguarda l’infrastruttura, al momento i Big Three statunitensi (AWS, Microsoft, Google) detengono il 63% del mercato cloud globale, mentre il principale fornitore cinese, Alibaba, arriva soltanto al 4%. Per quanto riguarda la proprietà intellettuale, l’AI Index Report 2025 di Stanford mostra come la ricerca statunitense sia ancora dominante nei paper più citati, nonostante la Cina sia avanti per quanto riguarda la quantità totale di pubblicazioni scientifiche (riproponendo in chiave accademica il classico scontro qualità vs quantità). Nel fondamentale settore dei chip, le GPU (Graphics Processing Unit) più avanzate – progettate da Nvidia e stampate dalla taiwanese TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, e che, per effetto delle sanzioni volte a ostacolarne la crescita tecnologica, non possono essere vendute in Cina) – sono realizzate con processo produttivo a 4 nanometri e potrebbero a breve scendere addirittura a 2 nanometri. Nel mentre, la Cina ha raggiunto, grazie alla sua azienda specializzata SMIC (Semiconductor Manufacturing International Corporation), chip da 7 nanometri e starebbe lavorando insieme a Huawei, ma non senza difficoltà, alla produzione di una nuova generazione di chip da 5 nanometri. Nel complesso, si può affermare che la produzione dei chip cinesi sia indietro di circa 5 anni rispetto agli Stati Uniti. > Le sanzioni USA hanno obbligato la Cina a trovare una via autarchica > all’intelligenza artificiale, senza poter fare affidamento né sui chip > statunitensi, né sui macchinari olandesi per produrli in autonomia. E i > risultati iniziano a vedersi. La decisione degli Stati Uniti di vietare l’esportazione dei chip più avanzati e dei macchinari necessari per produrli (come quelli per la litografia dell’olandese ASML) ha quindi rallentato lo sviluppo cinese e permesso agli Stati Uniti di mantenere la loro leadership. Allo stesso tempo, questa strategia si sta in parte rivelando un boomerang. Come scrive ancora Goujon, “gli ingegneri cinesi sono sommersi da risorse statali, allo scopo di innovare la produzione di chip nonostante le restrizioni imposte dagli Stati Uniti”. In poche parole, le sanzioni USA hanno obbligato la Cina a trovare una via autarchica all’intelligenza artificiale, senza poter fare affidamento né sui chip statunitensi, né sui macchinari dell’olandese ASML che avrebbero permesso di produrli in autonomia. I risultati iniziano a vedersi: HiSilicon (società di Huawei per la progettazione di chip) e la già citata SMIC (che invece li stampa) sono ormai in grado di produrre processori – come Ascend 910C – capaci di prestazioni quasi assimilabili a quelle di A100, la terzultima generazione di GPU Nvidia (ma sono ancora lontani dai più avanzati H100 e H200, di penultima generazione, per non parlare della nuova generazione Blackwell). La distillazione di DeepSeek Per quanto ancora lontana dalle performance dei chip statunitensi, la Cina sta quindi dimostrando di essere in grado di fare importanti e autonomi progressi. Ma a dare ulteriore fiducia alla Repubblica popolare è il fatto che, negli ultimi mesi, il focus nel campo dell’intelligenza artificiale – e in particolare dei large language model – abbia iniziato a spostarsi dalle dimensioni all’ottimizzazione. In sintesi estrema: lo sviluppo dei large language model ha fino a oggi seguito la cosiddetta “legge di scala”, secondo la quale la capacità dei modelli linguistici aumenta proporzionalmente al crescere dei parametri, dei dati e del potere computazionale. Una legge che quindi premia chi ha a disposizione, tra le altre cose, i chip più avanzati da impiegare in fase di addestramento. > L’arrivo di DeepSeek potrebbe segnare l’inizio di un nuovo ciclo, in cui i > modelli vengono costruiti sulla base di quelli pre-esistenti, in un processo > che accelera la fase di sviluppo e riduce i costi computazionali. Da qualche tempo, questa legge ha però iniziato a mostrare dei ritorni decrescenti: a fronte di spese in costante aumento, i large language model ottengono miglioramenti sempre più ridotti. Per questa ragione, e anche alla luce dell’insostenibilità economica della legge di scala, l’attenzione si è spostata dalla massimizzazione della potenza di calcolo verso l’ottimizzazione di modelli preaddestrati e già disponibili, al fine di ottenere da essi delle prestazioni più avanzate. Il simbolo di questa transizione è DeepSeek, la startup cinese che è stata in grado di sviluppare modelli dalle performance vicine a quelle dei sistemi statunitensi investendo però una frazione dei soldi. Per riuscire in questa impresa, DeepSeek ha sfruttato un processo noto come distillazione, che consente a modelli più piccoli di apprendere da quelli già esistenti e più grandi. Tramite la distillazione, la conoscenza di un modello linguistico di grandi dimensioni (ribattezzato “insegnante”) viene trasferita a uno più piccolo (lo “studente”), mantenendo prestazioni simili ma con minori costi computazionali. In questo processo, il modello più piccolo viene esposto alle risposte e ai ragionamenti del modello più grande – per DeepSeek sono stati impiegati Qwen di Alibaba, Llama di Meta e o1 di OpenAI – invece che ai soli dati grezzi, apprendendo più rapidamente anche schemi complessi. L’arrivo di DeepSeek potrebbe quindi segnare l’inizio di un nuovo ciclo nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. I modelli non nascono più isolati, ma vengono costruiti sulla base di quelli pre-esistenti, in un processo che accelera la fase di sviluppo e riduce i costi computazionali. Il vecchio sistema, in cui una singola azienda raccoglieva i dati, addestrava e rifiniva il proprio modello da zero (con costi esorbitanti), potrebbe lasciare sempre più spazio a questo nuovo meccanismo. La guerra dei talenti Da un lato, i progressi nel campo dei chip; dall’altro, la vantaggiosa trasformazione della fase di addestramento dei modelli linguistici. Un terzo fondamentale fattore è invece rappresentato dai talenti: gli ingegneri e le ingegnere in grado di teorizzare, progettare e dare vita ai più avanzati sistemi di intelligenza artificiale. > A causa delle politiche migratorie sempre più rigide – e dell’incertezza in > cui le persone che emigrano negli USA sono costrette a vivere – la percentuale > di ingegneri del deep learning che decide di fare carriera nella Silicon > Valley è in costante diminuzione. Nientemeno che Mark Zuckerberg può aiutarci a capire quanto siano importanti i talenti in questo settore. Nel tentativo di potenziare l’intelligenza artificiale di Meta, Zuckerberg ha “rubato” a OpenAI e ad altri colossi del settore alcuni dei loro principali ingegneri, offrendo compensi che supererebbero anche quelli delle superstar NBA, toccando vette da 100 milioni di dollari all’anno. Una cifra mostruosa. Che ci aiuta a capire quanto sia importante avere a disposizione i migliori talenti a livello mondiale e che ci porta a parlare di uno dei tasti dolenti, in questo ambito, degli Stati Uniti dell’amministrazione Trump. A causa delle politiche migratorie sempre più rigide – e dell’incertezza in cui le persone che emigrano negli Stai Uniti sono costrette a vivere – la percentuale di ingegneri del deep learning che decide di fare carriera nella Silicon Valley è in costante diminuzione. “Dopo aver completato il suo ciclo di laurea nel 2015 in una delle più prestigiose università cinesi, e dopo aver lavorato come ingegnere del software a HSBC, Zhou Yijun, 31 anni, sperava di trovare una città nordamericana in cui prendere il PhD e potenzialmente sistemarsi una volta per tutte”, racconta Yvonne Lau. “Le politiche di Trump hanno reso la sua scelta facile: ‘Ho pensato: ok, il Canada è la scommessa più sicura per ricevere il permesso di soggiorno’”. In verità, il secondo mandato Trump ha solo contribuito ad accelerare una tendenza già in atto: la percentuale di esperti top tier di intelligenza artificiale (quelli citati nei paper più importanti) che lavorano negli Stati Uniti aveva infatti già da qualche tempo iniziato a calare, passando dal 59% del 2019 al 42% del 2022. Se si considera che la Cina forma circa la metà dei talenti globali dell’intelligenza artificiale (mentre gli USA sono al 18%), quanto Pechino sta investendo in questo settore (finanziando anche i laboratori di ricerca universitari), quanto sta puntando su una narrazione patriottica per riportare a casa chi lavora all’estero (con tutto il bagaglio di competenze nel frattempo appreso) e quanto abbia aumentato gli stipendi offerti (per quanto ancora una frazione di quelli della Silicon Valley), si intuisce quale sia la nazione che più di ogni altra si stia avvantaggiando della crescente diffidenza internazionale nei confronti degli Stati Uniti di Trump. Anche da questo punto di vista, la vicenda di DeepSeek è stata esemplare. Alcuni ricercatori di Stanford hanno analizzato la biografia degli oltre 200 autori dei vari paper tecnici pubblicati dalla startup cinese, concludendo come il successo di DeepSeek “sia fondamentalmente una storia di talento autoctono”: metà del team di DeepSeek non ha infatti mai lasciato la Cina per motivi di studio o lavoro, e la metà che lo ha fatto è poi tornata per dedicarsi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale made in China. > Se si considera quanto Pechino stia investendo in questo settore e quanto stia > lavorando per riportare a casa chi lavora all’estero, si intuisce quale > nazione più di ogni altra stia mettendo a frutto la crescente diffidenza > internazionale nei confronti degli USA di Trump. Gli sforzi cinesi per colmare il divario con gli Stati Uniti, insomma, stanno dando i loro frutti. Secondo alcune stime, anche solo fino a un paio di anni fa i principali modelli statunitensi superavano abbondantemente quelli cinesi in termini di accuratezza. La Cina ha rapidamente colmato il divario grazie a iniziative governative (come il Next Generation AI Development Plan), investimenti nell’educazione, nella formazione e nella ricerca, una stretta collaborazione tra Pechino e l’industria tecnologica e massicci finanziamenti pubblici in data center, infrastrutture energetiche e produzione di semiconduttori. Il vantaggio degli Stati Uniti A questo punto, è importante fare una precisazione: gli Stati Uniti sono ancora leader globali dell’intelligenza artificiale e i punti deboli della Cina sono ancora da superare. Nonostante i progressi nel campo dei chip, e nonostante l’attenzione crescente all’ottimizzazione invece che alla massimizzazione delle prestazioni, resta il fatto che HiSilicon e SMIC sono ancora parecchi anni indietro rispetto a Nvidia e TSMC, con il risultato che al momento, e nonostante la “rivoluzione DeepSeek”, tutti i modelli di frontiera sono ancora di provenienza statunitense. C’è poi la questione dei soldi: non sono solo i salari della Silicon Valley a essere molto più elevati, ma anche gli investimenti privati USA rispetto a quelli cinesi. L’AI Index di Stanford segnala come nel 2024 gli investitori statunitensi abbiano riversato nel settore dell’intelligenza artificiale qualcosa come 109,1 miliardi di dollari contro i 9,3 miliardi della Cina: quasi 12 volte tanto. A causa della differente struttura economica di Cina e Stati Uniti è però difficile fare un confronto preciso. Secondo TechWire, per esempio, nel 2025 gli investimenti complessivi cinesi – compresi quindi quelli pubblici – raggiungeranno i 98 miliardi di dollari. È invece difficile stimare con precisione l’investimento pubblico statunitense, spesso in partnership con il mondo privato, più frammentato e meno pianificato (ma che potrebbe comunque valere svariate centinaia di miliardi di dollari). Nel complesso, in ogni caso, il mercato statunitense dell’intelligenza artificiale viene stimato a circa 150 miliardi di dollari per il 2025, oltre il doppio di quello cinese. > Quella in corso è una guerra fredda dell’intelligenza artificiale, con buona > parte del Sud globale che sta integrando i sistemi e le infrastrutture di > intelligenza artificiale di provenienza cinese. L’unica certezza, in questo mare di numeri, è che la Cina si sta comunque avvicinando a grandi passi agli Stati Uniti, mentre i perduranti ostacoli incontrati in questa rincorsa possono essere considerati il prezzo da pagare per conquistare una crescente e inedita autonomia tecnologica. Quella in corso è insomma una guerra fredda dell’intelligenza artificiale, attorno alla quale si stanno inoltre creando dei blocchi politici digitali, con Africa, Sudest asiatico e parecchie nazioni del Sudamerica (a partire dal Brasile) che stanno integrando i sistemi e le infrastrutture di intelligenza artificiale di provenienza cinese. Di fronte all’avanzata internazionale della tecnologia cinese (sperimentata anche da aziende di nazioni alleate degli Stati Uniti come Saudi Aramco, Standard Chartered o HSBC), il “selling point” principale dei colossi della Silicon Valley si è fatto ideologico ed è stato recentemente riassunto dal fondatore di OpenAI, Sam Altman: “Vogliamo assicurarci che l’intelligenza artificiale democratica vinca su quella autoritaria”.  Una narrazione in cui vengono sottolineati i rischi legati all’adozione di una tecnologia che potrebbe disseminare propaganda pro-Cina, censurare contenuti critici nei confronti del Partito comunista cinese, essere impiegata a fini di spionaggio, facilitare la diffusione della sorveglianza di massa nei confronti della popolazione e altro ancora. Timori assolutamente realistici, ma che nell’epoca delle pulsioni autoritarie di Donald Trump – e in una fase in cui Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da xAI di Elon Musk, si lascia andare a deliri neonazisti e a propaganda complottista – è fin troppo facile rivolgere anche agli Stati Uniti. Di tutte le ragioni per cui la sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti è di fondamentale importanza, la cornice narrativa “libertà vs dittatura” diventa ogni giorno che passa meno credibile. L'articolo La guerra fredda dell’intelligenza artificiale proviene da Il Tascabile.
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I futuri noti del fascismo
M ikkel Bolt Rasmussen, professore di estetica politica al Dipartimento di arte e studi culturali dell’Università di Copenhagen, in La controrivoluzione di Trump (2019) e Fasciocapitalismo (2024), produce un’analisi della politica (anche delle immagini) di Trump e in generale dei nuovi movimenti, partiti e leader neofascisti come una politica di alleanza rinnovata tra tardo-capitalismo e fascismo. Il suo obiettivo è trattare il fascismo all’insegna del suo adattamento, dunque come un’ideologia che ha aggiornato tanto gli strumenti quanto il fine. Il neofascismo può servirsi della democrazia liberale (nelle sue possibilità illiberali) per costruire un’utopia più modesta: la riproduzione della società del dopoguerra, più semplice e dunque più comprensibile, più spensierata, profondamente razziale, patriarcale. Insomma, i nuovi fascismi vogliono restringere il campo delle libertà e della partecipazione democratiche per difendere il benessere dei Paesi Occidentali, in un momento di crisi economica, politica, migratoria, bellica, climatica, sanitaria. Nei testi di Rasmussen non si trova, per programma, un approfondimento della politica danese, più volte invece portata ad esempio per descrivere il “razzismo di Stato liberale” delle democrazie occidentali, nonostante un certo antirazzismo morale: la Danimarca, negli ultimi vent’anni, ha portato avanti politiche estremamente restrittive nei confronti delle persone ritenute straniere (con vere e proprie ghettizzazioni, incarcerazioni coatte, sfruttamento, eradicazione culturale) e per contrastare la migrazione, regolare o irregolare che sia (con addirittura l’esternalizzazione delle pratiche di richiesta d’asilo). Dal momento che la Danimarca viene più volte mobilitata come modello a cui aspirare nel contesto Europeo, in termini anche sociali, soprattutto in quanto avanguardia in sostenibilità e welfare (per le persone danesi), ho deciso di contattare direttamente Rasmussen, per ospitare qui la sua critica. Ne ho approfittato per chiedergli anche un aggiornamento della sua analisi su Trump, alla luce del secondo mandato. Ne viene fuori una sorta di profezia dei futuri noti (possibili) dei Paesi del Nord Globale e, ovviamente, anche dell’Italia. Il governo Meloni ha approvato una serie di decreti e disegni di legge culminata con il decreto sicurezza (risultato di una decretazione d’urgenza del precedente DDL), che secondo molti osservatori rappresenta un pacchetto repressivo verso il dissenso e oppressivo verso le persone marginalizzate. Per combattere le realizzazioni storiche del neofascismo nazionale, bisogna studiare le realizzazioni storiche in altri Paesi. PROFESSOR RASMUSSEN, NEI SUOI LIBRI, E ANCHE SU EFLUX, PARLA PER LA DANIMARCA DI “RAZZISMO DI STATO LIBERALE”, UN CONCETTO SIMILE, CREDO, A QUELLO DI “STATO RAZZIALE INTEGRALE” DI HOURIA BOUTELDJA, APPROFONDITO IN BEAUFS ET BARBARES (2023). STIAMO PARLANDO DI CONCEPIRE IL RAZZISMO COME UNO STRUMENTO SOCIOTECNICO (UN “COMPLESSO DI ATTIVITÀ PRATICHE E TEORICHE”) CON CUI L’ESTABLISHMENT “GIUSTIFICA E MANTIENE IL SUO DOMINIO” RIUSCENDO ANCHE A OTTENERE IL CONSENSO ATTIVO DEI GOVERNATI. MI PERMETTA UNA PROVOCAZIONE CHE POTREBBE ARRIVARE DA DESTRA: SE I RISULTATI DI QUESTE POLITICHE, PER ESEMPIO IN DANIMARCA, SONO “POSITIVI”, CIOÈ PORTANO BENESSERE DIFFUSO, SOPRATTUTTO PER QUELLA PORZIONE DI POPOLAZIONE RITENUTA “CITTADINA” LEGITTIMA, NON SI TRATTA FORSE DI POLITICHE A CUI ALTRI GOVERNI POTREBBERO O DOVREBBERO GUARDARE, VISTO CHE L’ALTERNATIVA È UNA RIVOLUZIONE CHE LO STESSO STATO DEMOCRATICO NON PUÒ VOLERE, OPPURE LA GUERRA CIVILE? La situazione danese rende manifesto che la riemersione del fascismo come fenomeno politico fa parte di una storia molto più lunga e complessa, che non può essere limitata alla gestione della crisi finanziaria da parte delle élite politiche delle nazioni europee, e sicuramente non a un presunto aumento del numero di migranti arrivati in Europa. Nel contesto danese, l’introduzione di politiche migratorie estremamente dure deve essere inquadrata in una traiettoria storica ben più lunga, che riguarda il modo in cui la classe lavoratrice è stata concettualizzata nelle prime fasi della costruzione della versione danese del cosiddetto Stato sociale scandinavo, cioè nel periodo tra le due guerre e nei primi anni del dopoguerra. Fin da subito, i socialdemocratici danesi identificarono la classe lavoratrice con la classe lavoratrice danese. Questa identificazione si consolidò dopo la Seconda guerra mondiale, quando le classi lavoratrici locali furono integrate nel processo di nazionalizzazione del popolo, un processo che ebbe luogo in tutta l’Europa occidentale, compresa la Danimarca, ma anche in Paesi come Gran Bretagna, Francia e Italia. La combinazione tra democrazia nazionale e Stato costituzionale spostò il conflitto tra proletariato e borghesia ‒ che aveva caratterizzato la ‘guerra dei trent’anni’ del 20° secolo (dal 1914 al 1945) ‒ su un altro piano. Dopo il 1945, la relazione tra capitale e lavoro fu riorganizzata sulla base di un compromesso sociale in cui le masse lavoratrici non solo ottennero salari più alti, ma anche accesso a un’enorme varietà di beni di consumo, istruzione e cultura; ma, cosa importante, abbandonarono la precedente speranza in un mondo oltre il lavoro salariato. Questa è la storia dell’abbandono dell’internazionalismo da parte del movimento operaio consolidato. Possiamo raccontare questo sviluppo storico come la storia di una straordinaria conquista del movimento operaio occidentale, come fa ad esempio Geoff Eley in Forging Democracy: The History of the Left in Europe, 1850-2000 (2002). Ma è, ovviamente, anche la storia di come il movimento operaio dimenticò più o meno rapidamente la violenza razziale nelle colonie e il legame tra questa violenza e quella fascista in Europa. Aimé Césaire e molti altri militanti anticoloniali cercarono disperatamente ‒ spesso dall’interno dei partiti comunisti delle nazioni dell’Europa occidentale ‒ di affermare che la spinta rivoluzionaria doveva affrontare due problemi e non solo uno. Lo sfruttamento era certamente l’alfa e l’omega, ma la questione coloniale non poteva essere ignorata e doveva anch’essa essere affrontata. Il fascismo era stato sconfitto in Europa ‒ e questo era ovviamente fondamentale ‒ ma era un errore considerare il fascismo come un’eccezione storica: esisteva un legame diretto tra la barbarie delle colonie e la violenza dei regimi fascisti dell’Europa tra le due guerre. Analizzare questo legame era cruciale. L’antifascismo “limitato” (nell’originale “limited anti-fascism”, ndr) che prevalse nell’Europa occidentale dopo il 1945 non collegò il fascismo come fenomeno politico alla persistenza della violenza razziale-coloniale nelle colonie, nelle ex colonie indipendenti e nelle metropoli occidentali, compresa la feroce opposizione ai movimenti anticoloniali. La prospettiva antinazionalista e internazionalista, cuore del marxismo rivoluzionario, fu soppiantata da vari tipi di nazionalismo. È questa una ragione storica per cui fu così facile per la maggior parte dei partiti socialdemocratici dell’Europa occidentale abbandonare ogni forma di solidarietà internazionale, sia in tempi di crisi economica sia in tempi di crescita. Il periodo dalla fine degli anni Settanta in poi è stato caratterizzato da un’economia in declino nell’Europa occidentale, rispetto al boom del dopoguerra. L’epoca della globalizzazione neoliberale ha visto brevi fasi di crescita seguite da numerose crisi. Guardando da lontano e concentrandosi sulla riproduzione sociale, tutto il periodo dalla fine degli anni Settanta appare come un lento declino, anche in economie come quella danese. Un argomento brutalmente “materialista” potrebbe essere che, dopo un periodo di forte crescita negli anni Cinquanta e Sessanta, durante il quale l’economia danese ‒ come molte altre in Europa occidentale ‒ era in grado di integrare lavoratori migranti, l’economia in crisi della globalizzazione neoliberale è stata un’economia dell’espulsione o dell’assorbimento differenziato, in cui solo alcuni lavoratori stranieri più qualificati erano benvenuti, mentre molti altri no. Il primo cambiamento significativo nel contesto danese è avvenuto a metà degli anni Novanta: mentre rappresentanti della borghesia danese, tra cui i leader delle organizzazioni imprenditoriali nazionali, continuavano a sostenere la necessità di manodopera migrante, i politici iniziarono a opporsi. Inizialmente erano partiti marginali dell’estrema destra a opporsi a ciò che loro chiamavano “frontiere aperte” ‒ benché la Danimarca non abbia mai avuto frontiere aperte e, trovandosi nel Nord dell’Unione Europea, abbia ricevuto un numero significativamente più basso di rifugiati e migranti ‒, ma ben presto anche i partiti del centrodestra adottarono questa linea. Dopo alcune iniziali resistenze tra i leader socialdemocratici della vecchia generazione, anche il Partito socialdemocratico danese cominciò a competere per il voto razzista. Gli ultimi 25 anni sono stati un lungo spostamento verso destra. CON IL SECONDO E IL TERZO GOVERNO DI Lars Løkke Rasmussen (dal 2015 al 2019), leader del centrodestra, vengono intraprese politiche migratorie davvero securitarie: per dirne una, subito nel novembre 2015 sono state adottate 34 restrizioni all’asilo, tra cui il rinvio del diritto al ricongiungimento familiare. Per fare due esempi ancora più significativi, abbiamo la cosiddetta legge sui gioielli (Jewelery Law), che obbligava le persone migranti a consegnare beni di valore contestualmente alla richiesta di asilo; e il cosiddetto Piano ghetto (Ghetto Plan), che prevedeva controlli di polizia intensificati, sfratti e pene doppie nei quartieri con alta disoccupazione ed elevata presenza di minoranze etniche (una multa di 1000 corone danesi diventava automaticamente di 2000 se il reato avveniva in uno di quei “ghetti”, e lo stesso valeva per le pene detentive). PREVEDE ANCHE L’OBBLIGO PER I BAMBINI DI FREQUENTARE UN PROGRAMMA “PRESCOLARE” PER APPRENDERE LA LINGUA E I VALORI DANESI, OPPURE LA RIALLOCAZIONE DELLE PERSONE CONSIDERATE “STRANIERE” (PER “DE-GHETTIZZARE” IL QUARTIERE, CON ANNESSA RISTRUTTURAZIONE O RICOSTRUZIONE, PER FAVORIRE LA SPECULAZIONE IMMOBILIARE). IN ITALIA, IL GOVERNO MELONI HA SUGGERITO L’ISTITUZIONE DI “ZONE ROSSE” NELLE PRINCIPALI CITTÀ ITALIANE. IN QUESTI QUARTIERI, LE FORZE DELL’ORDINE HANNO POTERI SPECIALI E POSSONO AGIRE PER REPRIMERE LE PERSONE CONSIDERATE “PERICOLOSE” SECONDO CRITERI MOLTO VAGHI (CHE CON QUESTA DISCREZIONALITÀ SI PRESTANO DI FATTO A ESSERE APPLICATI A SOGGETTI RAZZIALIZZATI). OVVIAMENTE ANCHE CITTÀ AMMINISTRATE DA PARTITI DI SINISTRA (COME MILANO E ROMA) NON HANNO ESITATO AD ACCOGLIERE IL SUGGERIMENTO. È una tendenza naturale. Oggi tutti i partiti del Parlamento danese hanno di fatto adottato una posizione estremamente xenofoba nei confronti dei migranti. Incluso il partito di sinistra, l’Alleanza Rosso-Verde, che magari critica la retorica dei socialdemocratici, ma che comunque sostiene sempre il governo socialdemocratico, indipendentemente dalle politiche vili che adotta. Dai primi anni Duemila, vari governi di centrodestra e centrosinistra hanno portato avanti una lunga lista di misure muscolari finalizzate non solo a limitare il numero di persone migranti e rifugiate, ma a porre fine alla migrazione. Come ha detto la prima ministra Mette Frederiksen nel 2019: “Non possiamo promettere zero richiedenti asilo, ma possiamo sicuramente proporre una visione in tal senso£. Questa visione ha preso forma in una serie di iniziative bizzarre, tutte con l’obiettivo di stigmatizzare ed emarginare non solo migranti o richiedenti asilo, ma anche figli di migranti, cittadini danesi nati o cresciuti in Danimarca. Oggi è impossibile distinguere la posizione sull’immigrazione del Partito popolare danese (di stampo fascista) da quella dei socialdemocratici. Sono completamente allineati. E ciò non è un caso: è stata una strategia esplicita del Partito socialdemocratico adottare ogni proposta del Partito popolare danese, anche le più folli. Elettoralmente ha funzionato: oggi il Partito popolare danese ha meno del 5% dei voti, mentre in passato aveva oltre il 25%. Per decenni il Partito popolare danese ha parlato insistentemente di auto bruciate, pompieri attaccati e ragazze danesi stuprate da uomini musulmani. Oggi sono i socialdemocratici a portare avanti quella retorica, stigmatizzando continuamente gli “stranieri” e dipingendoli come una minaccia al futuro del Paese, arrivando perfino a suggerire che costituiscano un esercito segreto di infiltrati. Nel 2024, Frederik Vad, portavoce del Partito socialdemocratico sull’immigrazione, ha annunciato “un nuovo fronte nella politica migratoria” con l’obiettivo di combattere “gruppi di immigrati che minano a destabilizzare la società danese dall’interno”. Se fino ad allora i socialdemocratici avevano almeno cercato di distinguere tra “immigrati ben integrati” e “indesiderabili”, Vad ha abbandonato questa distinzione, dichiarando che non si può mai essere sicuri che un immigrato abbia realmente adottato i valori danesi. Anche se un immigrato conduce apparentemente “una vita normale”, facendo il medico o il poliziotto, come possiamo essere certi che non stia in realtà usando la sua posizione per minare la società danese? ESPRIMERE QUESTO DUBBIO SIGNIFICA AMMETTERE DI ESSERE RAZZISTI. “Una società parallela [così si definisce uno spazio in cui i musulmani ignorerebbero le regole e i valori danesi] non è più solo un quartiere residenziale a Ishøj [uno dei distretti etichettati come ghetto]. Può essere anche un tavolo della mensa in un’agenzia governativa. Può essere anche una farmacia in North Zeland”. Questa dichiarazione di Vad è stata solo l’ultima di una lista apparentemente infinita di affermazioni islamofobe e xenofobe, che non solo mettono in dubbio il valore morale di cittadini specifici, ma legittimano ogni tipo di politica escludente. Se un tempo la Danimarca veniva citata come uno dei migliori esempi di stato sociale socialdemocratico ‒ lo stesso Bernie Sanders, nel 2016, parlava con ammirazione della Danimarca durante la sua campagna elettorale ‒, oggi il Paese è all’avanguardia nella reazione nazionalista, ammirato da politici fascisti di tutta Europa ansiosi di imparare dal “modello danese”. NEL SUO LIBRO LA CONTRORIVOLUZIONE DI TRUMP LEI ANALIZZA LA CAMPAGNA ELETTORALE PARTENDO DAL PRIMO MANDATO DI TRUMP. GIÀ ALLORA, BEN PRIMA DELL’OPINIONE PUBBLICA, RICONOSCEVA IN TRUMP UN FASCISTA. IN QUESTO SECONDO MANDATO, GIÀ MOLTO PIÙ AGGRESSIVO, LA SUA ANALISI È CAMBIATA? Il periodo del compromesso sociale tra capitale e lavoro nei centri dell’accumulazione, sotto l’egemonia statunitense, è definitivamente finito. Siamo entrati in un periodo di transizione, in cui è difficile avere una visione d’insieme. Le certezze precedenti stanno scomparendo, e non è chiaro cosa ci attende. Trump è una scorciatoia per questo cambiamento. Molti concetti politici tradizionali chiaramente non funzionano più, ed è difficile applicarli. Per questo tante persone fanno riferimento alle frasi di Gramsci sull’interregno, in cui il vecchio sta morendo ma il nuovo non è ancora nato. Con Stuart Hall, che si ispirava molto a Gramsci ma combinava le sue teorie con quelle di Althusser e altri, possiamo forse comprendere la situazione storica attuale come una congiuntura, cioè una situazione storica specifica, aperta, che richiede un’analisi dettagliata, focalizzata sulle caratteristiche del momento presente, ma radicata in un processo storico più lungo. Questo tipo di analisi della situazione è ciò che ho cercato di sviluppare in La controrivoluzione di Trump, dove mi sono concentrato sugli elementi distintamente nuovi del fenomeno Trump, indicando al contempo le condizioni storiche che lo hanno reso possibile e ciò di cui può essere considerato una continuazione. Mi sono mosso quindi tra l’analisi della congiuntura, di un periodo e del modo di produzione capitalistico. È per questo che è diventata una descrizione del ritorno di una nuova forma paradossale di fascismo, ciò che chiamo fasciocapitalismo (late capitalism fascism) sullo sfondo del crollo della globalizzazione neoliberale e di una crisi profonda e persistente dell’economia globale. Una delle sfide poste da fenomeni politici come Trump, nel 2016 e ora di nuovo nel 2024-2025, è che egli è chiaramente un fascista – la sua politica è un ultranazionalismo palingenetico, nei termini di Roger Griffin – ma non rientra in tutte le caratteristiche che comunemente associamo ai movimenti fascisti dell’epoca tra le due guerre. È quindi importante sviluppare nuovi concetti per descrivere il nuovo fascismo, per cogliere ciò che c’è di nuovo nel fascismo contemporaneo. Per questo dedico un intero capitolo alla lettura del discorso inaugurale di Trump in La controrivoluzione di Trump. Cerco di analizzare i tropi fondamentali della sua visione politica, per quanto incoerente possa apparire. Questa analisi ravvicinata si radica in un’analisi di un processo politico ed economico più ampio, caratterizzato da una lunga crisi delle economie dei Paesi avanzati, soprattutto degli Stati Uniti. Mi rifaccio a Ernst Mandel e Loren Goldner, e descrivo gli ultimi 50 anni come un lungo atterraggio forzato economico, in cui il boom del dopoguerra è stato sostituito dalla globalizzazione neoliberale sotto forma di delocalizzazione, privatizzazioni, ritorno del lavoro precario e crescita del credito e del debito. COME RIESCE TRUMP IN QUESTA CONTRORIVOLUZIONE? HA AVUTO UN RUOLO L’AMMINISTRAZIONE BIDEN? E LA CANDIDATURA DI HARRIS? Trump riconosce e indica costantemente la miseria economica che molti americani vivono. La crisi finanziaria ha messo in evidenza una tendenza fatta di decenni di tagli alla riproduzione sociale negli Stati Uniti. Per lungo tempo, questa realtà è stata mascherata da debiti e prestiti, ma dopo la crisi finanziaria è diventato evidente che l’economia cresceva sempre meno, e soprattutto quanto fosse distribuita in modo ineguale la ricchezza, e quanto fosse difficile per molte famiglie arrivare a fine mese. Mentre Obama, Clinton, Biden e Harris continuavano a ripetere che andava tutto bene e che si sarebbe proseguito con le stesse politiche per altri quattro anni, Trump gridava che tutto stava andando in malora – e molti americani si identificavano in questa percezione. È così che si vive in molte città di cui i media americani ed europei parlano raramente. Nell’elezione del 2024, l’inflazione è stata un tema centrale per molti, ma l’inflazione maschera una tendenza più lunga di declino e di collasso. Trump ha parlato costantemente di questo collasso. Indubbiamente lo sta accelerando, ma lo ha indicato e riconosciuto. I democratici no. Le soluzioni proposte da Trump sono guerre commerciali e protezionismo, ma ancora di più l’attacco a specifici gruppi di persone identificati come nemici della comunità nazionale. Make America Great Again è la visione di un popolo minacciato che deve tornare forte attraverso l’esclusione e il ripiegamento su sé stesso, politicamente, culturalmente ed economicamente. I nemici di questa comunità sono gli stranieri, dai messicani ai cinesi, ma anche i “leftist” e le persone transgender, chiunque possa essere rappresentato come una minaccia alla supremazia maschile bianca o che faccia sentire insicuri gli uomini bianchi. Nel libro, affianco alle analisi del neoliberismo anche spunti da varie generazioni di analisi marxiste del fascismo, che sottolineano la connessione tra capitalismo come sistema politico-economico e totalità sociale, e fascismo come movimento politico e culturale che emerge in situazioni di crisi per evitare un cambiamento socio-materiale – in altre parole, per evitare una rivoluzione. La dimensione controrivoluzionaria di Trump è diventata ancora più evidente da quando ho scritto La controrivoluzione di Trump. Ricordiamo quanto furono grandi le proteste dopo l’uccisione di George Floyd nell’estate 2020: sono state le più estese proteste nella storia americana degli ultimi decenni. Le immagini della stazione di polizia in fiamme a Minneapolis hanno profondamente spaventato la classe dirigente statunitense. Più di duemila grandi città sono state teatro di manifestazioni e rivolte. Interi quartieri sono stati liberati dalla polizia. È stata una protesta che ha messo in discussione l’ordine dominante. Come ha descritto anche Idris Robinson, la folla che ha partecipato alle proteste era molto più eterogenea rispetto al passato. Occupy era un movimento composto perlopiù da studenti bianchi delle grandi città; BLM (Black Lives Matter) nel 2013 e 2014 era principalmente afroamericano. Le proteste del 2020 sono state sicuramente guidate da neri americani, ma hanno coinvolto una moltitudine di persone. La rivolta per George Floyd ha mostrato la possibilità di una rottura radicale. Ogni analisi della rielezione di Trump nel 2024 deve tenere conto di quella rivolta. Seguendo Karl Korsch e Amadeo Bordiga, in La controrivoluzione di Trump descrivo la politica di Trump come una controrivoluzione preventiva, volta a far deragliare una potenziale rivoluzione. Il progetto è bloccare la formulazione di una nuova visione. Impedire che prenda forma e diventi un’alternativa. Non siamo ancora a quel punto; non abbiamo un movimento rivoluzionario, e difficilmente sappiamo cosa significhi oggi “rivoluzione”, né teoricamente né praticamente. Questo è, naturalmente, uno dei maggiori problemi. Ma il secondo mandato di Trump serve soprattutto a evitare che ciò accada, a impedire l’emersione di un’altra partizione del sensibile, come direbbe Jacques Rancière. IL RUOLO DI MUSK QUAL È? Centrale. La dimensione controrivoluzionaria era già evidente nel 2016, e oggi lo è ancora di più. Come il fascismo interbellico, Trump si nutre di disgregazione e resistenza, ma le devia verso altrove. Cerca di presentarsi come un’alternativa a Washington D.C., come un outsider rispetto alla classe politica, e in questo modo cerca di cannibalizzare e mediare l’enorme insoddisfazione e paura che permeano la società americana. Vuole «prosciugare la palude», come dice lui. Gli attacchi di Trump ai media mainstream americani, come CNN e MSNBC, sono ora qualificati come illegali da lui stesso, parte di una lotta contro i tribunali, e il progetto DOGE (Department of Government Efficiency) di Musk è la forma che sta assumendo questa lotta. Nel suo primo mandato era relativamente impreparato, anche se all’inizio aveva Stephen Bannon al suo fianco. Ma ora è molto più preparato. Il Project 2025 della Heritage Foundation sembra un vero e proprio manuale operativo; nel primo mese del secondo mandato Trump ha emesso una raffica di ordini esecutivi che anticipano espulsioni di massa e guerre commerciali. Allo stesso tempo, Musk e la sua task force DOGE stanno facendo irruzione nella macchina dello Stato federale per cercare modi di tagliare il bilancio statale e licenziare dipendenti pubblici. L’obiettivo è minare il funzionamento standard dello Stato americano. L’amministrazione americana deve essere distrutta, sia concretamente sia simbolicamente. Il contributo di Trump al movimento controrivoluzionario è che esiste una sorta di contrappeso integrato nella democrazia nazionale che permette l’introduzione di uno stato d’emergenza. Per questo non basta rispolverare un antifascismo d’altri tempi che si oppone al fascismo e alla democrazia nazionale. Dobbiamo anche parlare di capitalismo – come ha detto emblematicamente Horkheimer nel 1939 – e di anticapitalismo. Ecco perché insisto nell’includere l’intero nuovo ciclo di proteste dal 2011 in poi. Una delle costanti di queste proteste è il rifiuto della violenza poliziesca. Molte proteste sono scoppiate dopo l’uccisione da parte della polizia dell’ennesima persona proletaria. Abbiamo una sequenza che va da Mohamed Bouazizi in Tunisia nel 2010 a Mark Duggan in Inghilterra nel 2011, da Eric Garner negli Stati Uniti nel 2014 a George Floyd nel 2020, Giovanni López in Messico nello stesso anno, fino a Nahel Merzouk in Francia nel 2023. Le nuove proteste rifiutano l’apparato repressivo dello Stato. Anche perché, più le economie si restringono, più devono controllare chi è destinato a sopravvivere ai margini delle stesse. Oggi, sempre più proletari si scontrano direttamente con lo Stato. P erò abbiamo tutti grande difficoltà nel dire Trump un fascista, se guardiamo ai leader del fascismo della prima metà del Novecento. Se confrontiamo Trump con i leader fascisti interbellici come Hitler e Mussolini, Trump appare stranamente vuoto. È così contraddittorio che è difficile attribuirgli una ideologia politica coerente. Naturalmente dobbiamo ricordare che anche il fascismo interbellico era già caratterizzato da contraddizioni e frammentazioni. Il fascismo era sia moderno sia nostalgico, prendeva in prestito elementi estetici dal movimento operaio pur combattendolo con ogni mezzo. La paura del comunismo giocò un ruolo importante per Mussolini e Hitler. Ma mentre il fascismo italiano riuscì ad assorbire buona parte dell’impulso rivoluzionario e a parassitarlo, il nazismo tedesco era finale [Rasmussen scrive letteralmente “was final”: intende dire che giunse al potere alla fine di un processo di crisi durante il quale l’impulso rivoluzionario era già parzialmente esaurito,  ndr] e dovette confrontarsi con una profonda crisi economica. Ma allora come oggi il fascismo è un fenomeno della sovrastruttura, cioè si manifesta soprattutto come progetto politico-culturale. Ed è per questo che oggi è così politicamente efficace. La lunga depoliticizzazione neoliberale, per cui la democrazia rappresentativa nazionale è stata svuotata di contenuto e trasformata in amministrazione, fornisce un terreno fertile ai nuovi fascisti, che – come pochi altri – sanno mobilitare elettori che faticano a vedere differenze tra i partiti tradizionali, che da decenni si alternano nell’imporre politiche di austerità. Oggi, solo i fascisti riescono ad attivare le masse. MA INSOMMA, QUAL È L’OBIETTIVO DI TRUMP? Trump vuole salvare la democrazia, la vera democrazia, ovviamente. Una democrazia che negli Stati Uniti non include tutti. Molte persone devono essere eliminate. Devono finire a Guantanamo o semplicemente essere espulse. Perché tutto – dai migranti agli attivisti pro-Palestina – è una minaccia per la democrazia americana, e quindi va deportato. È per questo che l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) detiene Mahmoud Khalil e deporta 238 venezuelani in El Salvador, appellandosi a vecchie leggi usate solo in tempi di guerra, per esempio durante la Seconda guerra mondiale. Con Claude Lefort possiamo comprendere il fenomeno Trump come una risposta totalitaria al paradosso fondamentale della democrazia: il fatto che il luogo del potere sia vuoto. La democrazia è caratterizzata dalla sospensione di ogni nozione tradizionale di gerarchia naturale e di criteri di inclusione. Quando si decapita il re, nessuno può più rivendicare un diritto speciale al potere. Ma in situazioni di crisi, questo vuoto diventa un problema, che si tenta di risolvere attraverso una scorciatoia totalitaria, per cui un leader invoca un principio di identificazione per colmare quel vuoto. È ciò che vediamo nella retorica stranamente autoerotica che Trump articola costantemente: Trump è ricco quindi può rendere forte l’America; l’America è forte perché Trump è forte e sa fare buoni affari; gli americani amano Trump perché è forte; gli altri stanno imbrogliando l’America, quindi Trump deve ripulire e costruire muri; Trump è accusato di tutto perché gli altri vogliono mantenere l’America debole, ecc. L’America è la comunità immaginaria che permette a Trump di unire gli opposti. Riesce a rappresentare sia gran parte della classe operaia americana, sia quella che Davis ha chiamato «classe media lumpen», che trae reddito da immobili, casinò, compagnie di sicurezza e prestiti privati, e ovviamente parti significative della classe capitalista come quella a capo dell’industria dell’energia, delle armi e ora della tecnologia. Parla a tutti quei lavoratori che si identificano nell’immagine del lavoratore bianco, anche se non sono razzializzati come bianchi. L'articolo I futuri noti del fascismo proviene da Il Tascabile.
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