C alifornia suburbana, proletaria. Acciaierie, ferrovie, autostrade. Una camicia
di flanella da boscaiolo. Baffi folti e arruffati. Lo scorso 10 marzo
l’eccentrico marxista Mike Davis avrebbe compiuto ottant’anni. La sua è una di
quelle vite che sembrano uscite da un romanzo. A sedici anni muore il padre. Per
vivere si arrangia come macellaio, camionista, muratore. Inizia quindi
l’attivismo politico che non abbandonerà mai. In mezzo, alcool, macchine rubate
e corse clandestine. Una di queste gli costa un grave incidente e una cicatrice
di trenta centimetri.
Poi arriva l’incontro della vita, un amore a prima vista: Marx (altro che Martin
Eden). Quasi trentenne torna all’università e completa gli studi. Più tardi
otterrà una cattedra alla University of California. Nel frattempo cinque
matrimoni e venti libri tradotti in tutto il mondo – tra cui i celebri City of
Quartz, Ecology of Fear, Late Victorian Holocaust. Poco prima di morire
confessa, tra rimorso e incazzatura, un rammarico: non essere morto in battaglia
o su una barricata. Insomma, il barometro segnala un livello di street
credibility particolarmente elevato.
Recentemente DeriveApprodi ha ripubblicato, nella collana Materialismi, uno dei
suoi testi più singolari: Città morte. Storie dal sottosuolo metropolitano, in
un’edizione che aggiorna e amplia quella uscita nel 2004 per Feltrinelli. Il
libro è pletorico. Si tratta di diciotto capitoli, originariamente saggi
autonomi, che accumulano immagini da romanzo di fantascienza sovraccarico di
inverosimiglianza: crisi economiche, ecocidi, proliferazioni nucleari, pulizie
etniche, riscaldamento globale, peste, carestie, siccità, incendi. Tra tutti gli
sconvolgimenti ambientali, ciò che più ha colpito Davis sono gli orsi polari
ermafroditi: meno appariscenti e spettacolari, gli orsi rappresentano, secondo
l’autore, uno dei segnali più spaventosi dell’alterazione della biosfera.
A tenere magistralmente insieme estensioni ed escursioni contenutistiche è una
regia attenta, curata, pulita. Il ritmo narrativo è incalzante. Pur trattandosi
di un testo vasto, Città morte si legge, come suol dirsi, d’un fiato: cadenzato
da sequenze narrative brevi e cariche emotivamente, innervate da espressioni
giocose se non irriverenti. È in questo senso che Giovanni Semi, nella
prefazione, coglie bene uno dei tratti essenziali di Davis quando lo descrive
come uno dei narratori più potenti e affascinanti di un mondo urbano impastato
di incubi e speranze, devastazione e rinascita, controllo sociale e zone
autonome. Insomma, troviamo in Davis un repertorio non strettamente academically
correct che spazia dal lapidario e di gaddiana memoria “nano maligno” per
Goebbels, a costruzioni più ampie: “Las Vegas è un campo base importante per le
divisioni corazzate di giocattoli motorizzati (dune-buggies, motociclette da
cross, speed-boats, moto d’acqua e simili) che ogni fine settimana dichiarano
guerra al fragile ecosistema del deserto”.
Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in
Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla
vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: il momento
in cui non esiste più un altrove dove scaricare gli scarti del sistema.
L’illusione dello scarico non funziona più e la merda galleggia tra di noi.
Benvenuti nella discarica del reale.
> Davis scrive in un momento storico in cui, per usare un’immagine zizekiana, in
> Occidente è ancora possibile tirare lo sciacquone ed eliminare i rifiuti dalla
> vista. Ma ciò che descrive come il suo futuro è il nostro presente: benvenuti
> nella discarica del reale.
Il centro della sua analisi resta anche qui, come in tutta la sua opera, la
metropoli americana. Los Angeles e Las Vegas (“il capolinea della storia
dell’Occidente”) sono il suo laboratorio privilegiato, epitomi delle
trasformazioni del capitalismo urbano, “un immenso gioco, una partita infinita
tra giocatori privilegiati in cui lo Stato interviene soprattutto in veste di
croupier”. Si tratta di città assunte alla stregua di frattali teorici
attraverso cui captare le logiche e gli effetti dell’avanzare del neoliberalismo
di cui, già negli anni Novanta quando Davis scrive questi saggi, appare evidente
la disfunzionalità. Contro i dogmi dell’economia neoclassica e contro la moda
della public choice theory, l’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo
economico controllato dalle corporation, in un mercato frammentato da governi
locali deboli e in competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente.
Una disfunzionalità che innesca un ciclo vizioso, entro cui si colloca, appunto,
la profonda crisi che tuttora contrassegna le metropoli postindustriali. In
questo movimento di liberalizzazione e disinvestimenti federali, Davis vede la
causa della ghettizzazione postmoderna, nonché la crescita della criminalità,
degli scontri razziali, ecc. Gettata in uno stato hobbesiano, la città finisce
per avere come “unica strada per la redenzione”, nelle idee dei fan del libero
mercato, “una combinazione di militarizzazione e privatizzazione”.
Insomma, tra tagli della spesa pubblica (se “non esiste un college pubblico
nelle vicinanze e, a livello procapite, lo spazio ricreativo è una frazione
minima […], non sorprende che molti ragazzi, traditi da scuole inadeguate e
predestinati a lavori di sfruttamento, scelgano, invece, di unirsi alla fiorente
sottocultura delle gang”) e crescenti polarizzazioni sociali (“è il decadimento
accelerato del settore pubblico che spiega meglio le crescenti tensioni tra le
diverse comunità etniche”), la soluzione conservatrice porta dritto all’economia
della paura, ovvero “il complesso delle aziende militari e di sicurezza che si
affrettano a sfruttare l’esaurimento nervoso nazionale, ingrasserà in mezzo alla
carestia generale”.
La paura, naturalmente, ha rimodellato la vita delle città americane, facendo
della sicurezza un servizio urbano a tutti gli effetti, come l’acqua, l’energia
elettrica e le telecomunicazioni (a tal proposito si pensi all’uso razzista
della parola maranza in atto soprattutto da parte della destra italiana). Siamo
nei paraggi di quel processo che Étienne Balibar ha definito “neo-colonizzazione
del centro”: una riproduzione sociale e un controllo di un esercito a basso
salario che come effetto ha una perversa “reindustrializzazione” frutto della
combinazione fra offerta infinita di manodopera immigrata dal Messico e
dall’America Centrale e terrorismo ambientale; il rifiuto sdegnoso cioè
“dell’ipotesi di non vivere al di sopra dei propri mezzi” esternalizzando i
danni.
> L’autore insiste su un punto decisivo: lo sviluppo economico controllato dalle
> corporation, in un mercato frammentato da governi locali deboli e in
> competizione tra loro, è intrinsecamente inefficiente.
Riprendendo e variando il tema dell’apprendista stregone, il capitale appare qui
come un’entità che ha dispiegato forze che ora gli si rivoltano contro in quella
che Davis (rifacendosi a James O’Connor) chiama la “seconda contraddizione del
capitalismo”, una contraddizione effetto dell’“esternalizzazione, da parte dei
singoli capitali, dei costi sociali e ambientali che, come un esercito di
fantasmi, ritornano a perseguitare il Capitale nel suo complesso. Sebbene le
comunità locali di lavoratori siano le prime vittime del degrado ambientale,
O’Connor sostiene che l’espansione urbana incontrollata, l’inquinamento, la
deforestazione e il riscaldamento globale diventano infine vincoli alla
redditività globale”.
Ma l’orizzonte di Città morte è assai ampio: non mancando studi della
distruzione programmaticamente classista di Berlino voluta da Churchill (il 95%
degli iscritti al partito nazista è sopravvissuto alla guerra, riporta
l’autore), oppure indagini su genealogie alternative dei movimenti di protesta
degli anni Sessanta. Con agilità funambolica e sfavillio proteiforme, Davis
attraversa continuamente scale diverse, dal sociale all’economia e dall’ecologia
alla storia, setacciando i capolavori del cinema e della letteratura. Il
risultato è una vera e propria macchina analitica costruita per accerchiare il
capitalismo nel suo movimento totalizzante. Davis rischiara la caligine
depositata sui concetti che utilizziamo per fare esperienza del reale,
dissolvendo immagini incrostate, taken for granted – quello che Bourdieu
chiamerebbe “inconscio culturale” o “trascendentale storico”.
Non stupisce che gli sia stato rimproverato un certo eclettismo. Eppure ciò che
tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un marxista
tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza alcun rispetto
per il lindore mitteleuropeo. È una scrittura che viola deliberatamente il bon
ton della scrittura accademica per mettere il lettore di fronte al mondo nella
sua brutalità, nella sua mancanza di alternative, in cui la luce che
intravediamo in fondo al tunnel non è altro che un treno in collisione d’arrivo.
Il principale obiettivo che Davis si pone in questo assemblaggio caleidoscopico,
così appassionato e polemico, è dimostrare che fenomeni apparentemente naturali
– dai disastri ambientali alla crisi delle città post-industriali – non sono
“catastrofi, eventi insoliti, eccezionali”, ma risultati di precise strutture
socioeconomiche. In altre parole, Davis non ha paura di fare ciò che Fredric
Jameson ha sempre indicato come il gesto critico fondamentale: storicizzare
sempre. E tutto. La sua operazione potrebbe essere definita, con un apparente
ossimoro, una ”de-naturalizzazione della Natura”. L’ontico ecologico non viene,
pertanto, trattato semplicemente come risultato naturale inevitabile, ma come
prodotto storico, esito di specifiche trasformazioni economiche nell’epoca in
cui l’uomo è diventato il “principale agente geomorfico”. Non sorprende, dunque,
che su questa via Davis si scontri apertamente con il pensiero liberale,
antimaterialista, la cui ”strategia dominante è quella di reificare [il
particolare evento climatico-storico] come una forza virtualmente soprannaturale
che è esterna alla storia e le cui conseguenze umane non hanno alcuna matrice
sociale”, che fa tutt’uno con “il rifiuto neoliberale di riconoscere le reali
condizioni di disuguaglianza”.
> Ciò che tiene insieme il libro è uno stile peculiare: la scrittura di un
> marxista tamarro, le cui pagine trasudano la realtà che raccontano, senza
> alcun rispetto per il lindore mitteleuropeo.
Vediamo così in azione il doppio movimento dell’ideologia come descritto da
György Lukács nel primo capitolo di Storia e coscienza di classe. L’ideologia,
afferma Lukács, non solo eleva qualcosa di contingente a necessità, ma respinge
come deviazione contingente qualcosa che appartiene alla necessità costitutiva
di un dato spazio. Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che il
liberalismo rivolge verso il “fascismo archeologico” (Pasolini) e al
“post-fascismo” (Enzo Traverso), anch’essi, così come i disastri ecologici,
trattati come anomalie e incidenti di percorso evitabili purché si revisioni di
volta in volta la macchina. Ma è proprio qui che si annida l’errore. Non si
tratta di malfunzionamenti del sistema. Al contrario: si tratta di esiti
immanenti allo stesso modo di produzione, quando questo è, per dirla con Adorno,
“all’altezza del suo concetto”. E, per completare il duo, Horkheimer affermava
che non si può parlare del fascismo (o, nel nostro caso, di disastri ambientali)
senza parlare del capitalismo.
Da qui il bisogno di tracciare un quadro riportando i fenomeni alla loro
matrice, vale a dire totalizzando e indicando i rapporti di potere, in una
“ricapitolazione parziale” (Sartre), nel tempo in cui a egemonizzare il campo
epistemologico è un’idea destrutturante, de-dialettizzante, e così via, in
un’ostilità verso il concetto di “totalizzazione” che Fredric Jameson leggeva
come un rifiuto sistematico dei concetti e degli ideali della prassi come tale,
o del progetto collettivo. Davis sa bene che su questo terreno l’accusa di
economicismo è dietro l’angolo. Ma il suo obiettivo non è quello di costruire
una teoria della conoscenza (così come non lo era né per Lenin, né per Engels,
né tantomeno per Marx). Ci si dovrebbe invece interrogare sulle posizioni da cui
muovono tali critiche, spesso esito di quell’accademizzazione del marxismo
causata dall’annichilimento della dialettica dall’ideologia neoliberale. Se
infatti Marx aveva spostato l’attenzione della filosofia all’economia politica,
da Lukács e dalla Scuola di Francoforte in poi il rapporto si è nuovamente
invertito. Contro questa tendenza, la straordinarietà di Città morte non è da
rintracciare in un tema piuttosto che in un altro, ma nell’interazione delle
molteplici analisi condotte che, scrive l’autore, “convergono nell’obiettivo
politico e materialistico di una comprensione oggettiva della situazione storica
e sociale”.
D’altronde, Gramsci docet, il compito della teoria è proprio questo: rendere la
pratica più omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè
potenziandola al massimo. Non a caso l’autore della working class chiude la
raccolta con una frase che suona come un manifesto teorico:
“Quello che sta davvero succedendo è una sporca controrivoluzione ambientale.
[…] I successivi interventi statunitensi in Afghanistan e Colombia, così come lo
sventato colpo di Stato sponsorizzato da Washington in Venezuela, hanno
sfacciatamente seguito i percorsi (esistenti o desiderati) degli oleodotti. Per
quanto l’accademia possa ancora preferire la relatività esoterica del
testualismo postmoderno, il volgare determinismo economico – che inizia e
finisce con i superprofitti del settore energetico – detiene oggi i veri posti
di potere. Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il
vento o perché il ghiaccio stia scomparendo”.
Da un certo punto in poi, come nota Slavoj Zizek, l’affermazione “È più
complicato di così”› può segnalare una mistificazione in corso. Si relativizza
un fatto evidente invocando contesti sempre più complessi, chiamando in causa
rapporti non lineari, causalità multiple e intrecciate, e così via, fino a che
non si neutralizza la portata del problema e delle sue soluzioni, cancellando
cioè le tracce della produzione. Per questo, a volte, l’operazione critica deve
fare il contrario: ignorare la falsa complessità e guardare ai numeri e ai
fatti, dialettizzare prassi e teoria. E in fondo il militante Davis non fa altro
che rimettere al centro la materialità dell’intero divenire economico-sociale,
cercando al tempo stesso di ricucire la frattura tra teoria e prassi prodotta
dal processo di totalizzazione del capitale medesimo.
L'articolo Città morte di Mike Davis proviene da Il Tascabile.
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L os Angeles, gennaio 2025. Nel quartiere Pacific Palisades le case bruciano per
diversi giorni. Le immagini che circolano sembrano uscite da un film
catastrofico, con file di auto abbandonate sulle strade in fiamme, ville ridotte
a scheletri anneriti, il fumo che oscura il Pacifico. Quarantaquattro morti
accertati, tra 76 e 131 miliardi di dollari di danni stimati. Nel frattempo, su
Polymarket, piattaforma che si autodefinisce il più grande mercato predittivo
del mondo, sono attivi contratti per 831.000 dollari. Le domande in gioco:
quando sarà contenuto al 50% l’incendio di Palisades? Quanti acri brucerà in
totale? Tutti i roghi saranno spenti entro febbraio?
La reazione sui social è immediata, c’è indignazione diffusa, qualcuno parla di
gamification of disaster. Poi il ciclo delle notizie gira, e tutto finisce lì.
Ma fermarsi all’indignazione sarebbe un errore. Le puntate per 831.000 dollari
non sono un’anomalia né un guasto del sistema. Sono il sistema che funziona
esattamente come previsto. I mercati predittivi non scommettono nonostante la
catastrofe, ma scommettono attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del
mondo reale, purché misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un
asset. Una casa che brucia è un contratto aperto. Un’elezione è un’opportunità
di arbitraggio. Un’epidemia è una serie di quote in movimento. Un bombardamento
è un’opportunità di timing. Cosa succede quando l’incertezza smette di essere
una condizione dell’esistenza e diventa una materia prima da estrarre?
L’idea di base su cui si fondano i prediction market ha più di trent’anni. Nel
1988, un gruppo di economisti dell’Università dello Iowa lancia Iowa Electronic
Markets, una piattaforma sperimentale in cui gli utenti possono acquistare
contratti legati all’esito delle elezioni presidenziali americane. L’obiettivo
dichiarato è scientifico, per verificare se i prezzi di mercato aggregano
informazioni meglio dei sondaggi tradizionali. I risultati sono interessanti, il
modello resta di nicchia, per un paio di decenni i mercati predittivi rimangono
un territorio frequentato principalmente da accademici e appassionati di teoria
dei giochi.
Polymarket e Kalshi arrivano nel 2020 e il panorama cambia completamente. Oggi
Polymarket si descrive con una semplicità programmatica: “1. Pick a market. 2.
Place a bet. 3. Profit”. Kalshi sceglie un registro più sobrio e si definisce
“una borsa valori per gli eventi”. Il suo cofondatore Tarek Mansour, ex trader
di Goldman Sachs, ha dichiarato a Bloomberg che la visione a lungo termine è di
“finanziarizzare tutto e creare un asset scambiabile da qualsiasi differenza di
opinione”. La differenza tra le due piattaforme è superficiale: entrambe sono
guidate da giovani miliardari, valgono rispettivamente 11 e 9 miliardi di
dollari, operano in un clima regolatorio favorevole a Washington. La distinzione
tra investimento speculativo e scommessa, su cui Kalshi insiste molto, è una
questione di posizionamento di mercato, non di sostanza.
> I mercati predittivi non scommettono nonostante la catastrofe, ma scommettono
> attraverso la catastrofe, perché qualsiasi evento del mondo reale, purché
> misurabile e risolvibile in un esito binario, diventa un asset.
L’ideologia che legittima tutto questo si chiama wisdom of crowds, per cui la
saggezza di una folla di scommettitori motivati produce previsioni più accurate
degli esperti. Il meccanismo è semplice e in alcuni contesti sembra funzionare.
Ogni contratto vale tra 0 e 1 dollaro e il prezzo riflette la probabilità
collettivamente attribuita a quell’evento. La consacrazione coincide con le
elezioni statunitensi del 2024. La mattina del voto, Polymarket quota Trump al
65%, mentre i sondaggi lo danno in sostanziale parità con Harris. Trump vince e
i mercati predittivi entrano nei telegiornali di mezzo mondo come oracoli della
nuova era.
L’interesse dei mercati si amplia. Intercontinental Exchange, gruppo che
controlla il New York Stock Exchange (NYSE) investe due miliardi di dollari in
Polymarket a ottobre del 2025. Due mesi dopo, CNN e CNBC ufficializzano la
partnership con Kalshi per fornire le quote in diretta nelle loro trasmissioni.
In brevissimo tempo i prediction market sono diventati infrastruttura mediatica,
uscendo dalla nicchia finanziaria. Le probabilità di un evento non vengono più
solo calcolate, ma trasmesse in modo continuativo, commentate, citate come
fatti.
C’è una parola che descrive quello a cui stiamo assistendo: gamblification, in
italiano talvolta resa con “azzardificazione”. Non va confusa con gamification,
termine ormai consumato dal marketing, che indica l’applicazione di meccaniche
ludiche a contesti non ludici, dai badge delle app di fitness ai punti fedeltà
della carta del supermercato, dalle classifiche di Duolingo alle sfide per la
produttività proposte nelle aziende o nelle catene commerciali. La gamification
rende il mondo più simile a un gioco. La gamblification rende il mondo più
simile a una scommessa, trasformando l’azzardo in paradigma chiave della
contemporaneità
La distinzione, elaborata sistematicamente da Joseph Macey e Juho Hamari nel
2022, non è solo terminologica. La gamblification descrive la progressiva
espansione e colonizzazione da parte delle logiche strutturali dell’azzardo: la
ricompensa incerta, il rinforzo variabile, la monetizzazione dell’esito, la
trasformazione di qualsiasi evento in un contratto con un risultato binario. La
posta in gioco non è l’intrattenimento ludico, ma la costruzione di architetture
del desiderio in cui l’incertezza è la materia prima e la speranza è il
carburante che muove tutto. Una slot machine non è attrattiva perché fa vincere,
ma perché potrebbe far vincere, e lo spazio tra l’inserimento della puntata e
l’attesa del risultato ancora ignoto è il luogo in cui il cervello produce
dopamina e il casinò produce profitto.
> La gamblification rende il mondo più simile a una scommessa, trasformando
> l’azzardo in paradigma chiave della contemporaneità.
Nel suo fondamentale studio sulle slot machines di Las Vegas, Natasha Dow Schüll
ha spiegato come questo meccanismo non sia una caratteristica accidentale del
gioco d’azzardo, ma il suo principio ingegneristico fondante. Le macchine sono
progettate per massimizzare il tempo nella zone, quello stato di sospensione in
cui il giocatore non vuole vincere né perdere, vuole solo continuare a giocare.
Addiction by design, recita il titolo originale del libro, che ben sintetizza la
progettazione di ambienti costruiti per trattenere e creare dipendenza, non per
premiare.
I prediction market sono gli eredi più sofisticati di questa logica, con una
differenza cruciale che li rende più insidiosi. Le slot vendono l’emozione di
poter vincere. I mercati predittivi vendono qualcosa di più prezioso e più
difficile da contestare: l’illusione di sapere. Non stai scommettendo, stai
analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. Il contratto su Polymarket
non è una puntata, è una “posizione informata”. L’azzardo si traveste da
epistemologia, e il travestimento è così ben riuscito che persino chi lo indossa
fatica a riconoscerlo.
È questa, attualmente, la forma più compiuta della gamblification nell’era
digitale: non quando l’azzardo imita il gioco, ma quando imita la conoscenza.
Per cogliere in che modo i prediction market trasformano la cronaca in una
scommessa, va compresa la dinamica che li caratterizza. Se compro una quota “sì”
a 65 centesimi su un mercato che chiede “Trump vincerà le elezioni?”, sto
implicitamente affermando che la probabilità che accada è del 65%. Se ho
ragione, incasso un dollaro. Se ho torto, perdo i 65 centesimi che ho puntato.
Questa semplicità è la scenografia formale, in apparenza trasparente, ma non
sufficiente a celare tre problemi complessi.
Il primo problema riguarda chi muove davvero i prezzi. I prediction market non
sono mercati di persone ordinarie che mettono in comune le proprie opinioni, ma
sono ambienti in cui operatori istituzionali, fondi speculativi e grandi
scommettitori, in gergo balene (whale), detengono volumi tali da orientare le
quote in modo significativo. La presunta saggezza della folla presupponeva un
gruppo numeroso composto da attori con informazioni distribuite e pesi
comparabili. Nei prediction market quella folla non esiste, sostituita da una
struttura asimmetrica in cui chi ha più capitali, più dati e più accesso alle
informazioni rilevanti parte da una posizione di vantaggio sistematico rispetto
all’utente medio.
> I mercati predittivi vendono l’illusione di sapere. Non stai scommettendo,
> stai analizzando. Non stai giocando, stai facendo ricerca. L’azzardo si
> traveste da epistemologia.
Il caso di Don Trump Jr., figlio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, è
emblematico. A gennaio 2025 è nominato advisor strategico retribuito di Kalshi;
ad agosto dello stesso anno, tramite il suo fondo 1789 Capital, investe decine
di milioni di dollari in Polymarket e entra nel suo board consultivo, sedendo
contemporaneamente ai tavoli delle due piattaforme teoricamente rivali, mentre
le decisioni politiche di suo padre muovono ogni giorno le quote di decine di
mercati aperti. Il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’annuncio ufficiale della
tregua con l’Iran, su Polymarket compaiono una cinquantina di nuovi account che
piazzano scommesse sul cessate il fuoco, generando profitti documentati fino a
200.000 dollari per singolo portafoglio. Il 9 aprile, anticipando di poco
l’annuncio della sospensione dei dazi, i contratti su Polymarket registrano
picchi anomali di attività. Il 23 marzo, un minuto prima che Trump annunciasse
la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, qualcuno
ha scommesso 500 milioni di dollari sui futures del petrolio. Chi aveva quelle
informazioni? Nessuno lo sa con certezza. Ma la struttura del sistema è
costruita esattamente per non permettere di saperlo.
L’accesso privilegiato all’informazione non è un’eccezione al sistema, ma una
caratteristica strutturale di qualsiasi mercato in cui le asimmetrie informative
non vengono regolate. I prediction market, in questo, non sono diversi dalla
finanza tradizionale, con la differenza che quest’ultima ha un quadro normativo
sull’insider trading, per quanto imperfetto. I mercati predittivi per ora
operano in un quadro normativo indefinito. L’autorità federale sui mercati dei
derivati (CFTC, Commodity Futures Trading Commission) ha formalmente rivendicato
competenza sull’insider trading in questo settore solo nel febbraio 2026, con un
advisory che ha sanzionato due casi per poche migliaia di dollari. Polymarket,
la piattaforma più grande al mondo, opera formalmente offshore, fuori dalla
giurisdizione americana.
Il secondo problema è più sottile. I mercati predittivi non si limitano a
osservare la realtà, la modificano. Quando le quote di Polymarket vengono citate
in diretta su CNN e CNBC, smettono di essere una previsione e diventano
un’informazione. Un elettore indeciso che vede Trump quotato al 65% non sta
leggendo un’analisi, ma percepisce qualcosa che assomiglia a un dato. La quota
trasmessa in diretta orienta percezioni, rinforza aspettative, alimenta le
scommesse. Il mercato predice l’evento e, nel farlo, contribuisce a produrlo. È
una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
qualcuno ci guadagna.
> I mercati predittivi non si limitano a osservare la realtà, la modificano. È
> una profezia che si autoavvera, con la differenza che durante il processo
> qualcuno ci guadagna.
Il terzo problema è il più vecchio di tutti, e riguarda chi vince davvero. Le
piattaforme guadagnano una commissione su ogni transazione, indipendentemente
dall’esito.
Polymarket nel 2025 non ha applicato commissioni dirette agli utenti, per
conquistare volumi e liquidità globale, finanziandosi attraverso investitori
disposti a scommettere sulla piattaforma prima ancora che fosse attiva. Le
commissioni sono arrivate solo nel 2026, con ricavi che nella settimana del 6
aprile 2026 hanno registrato il massimo storico, con 6,8 milioni di dollari di
commissioni incassate nella singola settimana. Kalshi applica invece commissioni
variabili calcolate sul prezzo del contratto, più alte quando la probabilità
dell’evento è intorno al 50%, più basse agli estremi, per un’incidenza media
intorno all’1,2% del volume totale, che nel 2025 ha generato ricavi per circa
260 milioni di dollari. Il banco vince sempre, non perché abbia una posizione
sul risultato, ma perché il risultato, qualunque esso sia, porta profitto. In un
casinò questa struttura si chiama house edge. Nei prediction market si chiama
modello di business.
I prediction market vengono presentati come strumenti di conoscenza superiori ai
sondaggi tradizionali. Ma i dati più recenti raccontano un’altra storia. In un
recente studio di ricercatori della London Business School e di Yale emerge che
tutta l’accuratezza previsionale è concentrata nel 3% dei trader, mentre il
restante 97% finanzia semplicemente i loro profitti. Non è la saggezza della
folla, è la folla che paga il conto a una minoranza informata. Questa pretesa
epistemica continua a funzionare come copertura ideologica. Appare credibile
perché funziona in parte, risulta inattaccabile se chi partecipa non intende
verificarne i limiti.
Lo stesso meccanismo era alla base della finanza creativa negli ultimi decenni
del Novecento, presentata come ingegneria del rischio. I derivati complessi non
apparivano scommesse, ma strumenti sofisticati per distribuire e gestire
l’incertezza attraverso il mercato. Il ragionamento di fondo si basava
sull’idea, elaborata da Friedrich von Hayek negli anni Quaranta, che i prezzi di
mercato incorporino informazioni distribuite che nessun singolo attore potrebbe
raccogliere centralmente. La teoria non è infondata, ma il problema sorge se
viene usata per legittimare pratiche che hanno poco a che fare con la gestione
del rischio e molto con la sua moltiplicazione. La crisi dei subprime alla fine
del primo decennio degli anni Duemila ha certificato che la moltiplicazione del
rischio non finisce sempre bene.
I prediction market ereditano la stessa struttura argomentativa. L’idea
hayekiana applicata ai mercati delle merci o ai tassi di interesse può apparire
ragionevole. Applicarla a un contratto binario su chi vincerà le primarie del
Partito democratico nel 2028 è un salto logico che piega un principio economico
in una distorsione ideologica. L’informazione aggregata nelle quote di una
scommessa su un evento politico non è la stessa cosa dell’informazione aggregata
nei prezzi del grano. La prima dipende da percezioni, narrazioni, asimmetrie di
potere e, soprattutto, da chi ha accesso privilegiato alle stanze dei bottoni.
> Non è la saggezza della folla, è la folla che paga il conto a una minoranza
> informata, ma la pretesa epistemica continua a funzionare come copertura
> ideologica.
Il problema più profondo non è l’accuratezza, ma il tipo di incentivi che i
prediction market creano nei confronti della realtà che pretendono di misurare.
Nell’aprile 2026, all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, un utente di
Polymarket ha manipolato fisicamente il sensore meteorologico di Météo-France
posto sul perimetro della pista, verosimilmente con un phon, facendo impennare
la temperatura di sei gradi in pochi secondi durante la finestra di risoluzione
del contratto. La scommessa ha permesso di incassare 21.398 dollari a fronte di
119 puntati. Météo-France ha sporto denuncia alla gendarmeria dell’aeroporto, ma
l’utente aveva già cancellato il proprio account. In questo caso, il mercato non
ha previsto il futuro, ma ha creato un incentivo economico preciso per
distorcere la realtà che pretendeva di misurare. Questo episodio dimostra la
contraddizione strutturale di un sistema che si propone di misurare la realtà,
ma costruisce incentivi economici per distorcerla. Più un mercato predittivo
diventa liquido e rilevante, più cresce il valore di influenzare l’evento su cui
si scommette. L’epistemologia si mangia la coda.
Gli effetti dei prediction market non si limitano a chi partecipa direttamente.
C’è un danno sociale e culturale più diffuso e meno visibile, che riguarda il
modo in cui una società elabora collettivamente l’incertezza. Quando le quote di
un mercato predittivo diventano il formato dominante con cui i media raccontano
un’elezione, una guerra, una catastrofe ambientale o un’emergenza sanitaria, la
realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire interpretazioni e
diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere posizione individuale,
possibilmente prima e meglio degli altri.
In questo modo si trasforma la postura cognitiva, non solo il formato e
l’oggetto della conoscenza. La gamblification si integra sempre più con
l’informazione pubblica, ma non produce post-verità nel senso classico del
termine. Trasforma i fatti in asset speculativo, non li nega. Rispetto a un
evento, non appare più importante definire se sia vero o falso, ma probabile o
improbabile, e quella probabilità ha sempre un prezzo. Chi non ha capitali da
investire nel mercato non partecipa alla costruzione della realtà condivisa. Chi
ha capitali è incentivato a orientare la realtà a proprio favore.
Quando le quote di Polymarket vengono trasmesse in diretta su CNN e CNBC come
indicatori dell’andamento politico, il flusso dell’informazione cambia
struttura. I sondaggi, con tutti i loro limiti, misurano le percezioni o i
comportamenti di un campione rappresentativo della popolazione. Le quote di un
mercato predittivo misurano invece le aspettative di chi ha capitali sufficienti
per partecipare e incentivi finanziari precisi per orientare la percezione
collettiva. Non è la stessa cosa, ma nella velocità del ciclo informativo
contemporaneo, la differenza scompare e ciò che viene trasmesso diventa realtà
di riferimento. L’agenda pubblica si ridefinisce attraverso la logica della
scommessa, e chi controlla la liquidità del mercato controlla, indirettamente,
anche la narrazione.
> La realtà smette di essere il terreno condiviso su cui costruire
> interpretazioni e diventa una sequenza di eventi binari su cui prendere
> posizione individuale, possibilmente prima e meglio degli altri.
Chi sono le persone più a rischio nell’uso in questa tipologia di
gamblification? Non i giocatori patologici classici, che perdono lo stipendio
alle slot e, si spera, sono presi in carico dai servizi per le dipendenze. Il
profilo prevalente è rappresentato da chi è attratto dall’idea di trasformare la
propria presunta capacità di analisi in vantaggio competitivo. In un’epoca in
cui il mercato del lavoro appare sempre più strutturato sulla precarietà, gli
stipendi sono stagnanti e si fa fatica a intravedere le prospettive di medio e
lungo termine, la speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche
arene in cui sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie
capacità, ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno. È un’illusione,
come abbiamo visto prima, ma l’azzardo appare così una risposta razionale a un
futuro che non promette quasi nulla. Il problema non è l’irrazionalità di chi
partecipa, ma la razionalità del sistema che li coinvolge. Addiction by design,
per citare nuovamente Dow Schüll.
Il modo in cui trattiamo collettivamente l’incertezza sta cambiando e i
prediction market ne sono la forma più compiuta e più presentabile. La critica
ai mercati predittivi non va centrata solo sull’architettura basata sull’azzardo
che li caratterizza in profondità. Questo è evidente e continuare a negarlo,
come fanno le piattaforme con artifici di creatività retorica, è semplicemente
disonesto. La vera criticità sta nel fatto che progressivamente si propongano
come l’unica forma razionale di fare i conti con ciò che non sappiamo. Il
disegno sembra orientato a diffondere e normalizzare l’idea che qualsiasi evento
del mondo debba essere prima di tutto prezzato, poi scommesso, infine risolto in
un esito binario, per cui si vince o si perde. Il futuro diventa così una
sequenza di contratti aperti, in cui però la trasparenza è solo nominale.
I prediction market portano a compimento la logica già presente nelle loot box,
nei like dei social, nei feed algoritmici, per cui l’unica risposta sensata
all’imprevedibile è puntarci sopra da soli, prima degli altri. In questa
accezione, i prediction market non sono un’anomalia nel panorama del capitalismo
digitale, ne sono il compimento più emblematico, in piena coerenza con quello
che Shoshana Zuboff definisce il capitalismo della sorveglianza, un sistema che
estrae dati dal comportamento umano, li trasforma in previsioni e vende quelle
previsioni come prodotti.
Siamo ormai consapevoli e abituati alla datificazione operata dalle piattaforme
digitali che strutturano ogni nostra esperienza quotidiana, che non ci chiedono
esplicitamente di scommettere, ma ci osservano, profilano e ci rendono
prevedibili. I prediction market portano in superficie questa logica e la
rendono più complessa: tu non sei solo il dato, ma sei anche chi compra il dato.
In apparenza non reagisci passivamente all’algoritmo, ma partecipi attivamente
al mercato. È un’illusione di agency costruita sul medesimo substrato, la
monetizzazione sistematica dell’incertezza che genera la trasformazione di ogni
comportamento, opinione o aspettativa in un segnale con un prezzo. La differenza
tra chi ti profila per venderti pubblicità e chi ti invita a scommettere sul
risultato delle elezioni è più sottile di quanto sembri. In entrambi i casi,
qualcuno guadagna dalla tua relazione con il futuro e ha un grande interesse a
orientare la tua percezione del futuro.
> La speculazione sull’incertezza diffusa diventa una delle poche arene in cui
> sembra ancora possibile esercitare agency, misurare le proprie capacità,
> ottenere una ricompensa proporzionale all’impegno.
Questa non è più epistemologia, ma diventa una cosmologia. Un modo di stare al
mondo che trasforma l’incertezza da condizione condivisa in materia prima
individuale, da problema collettivo in opportunità personale. L’alternativa non
è sapere di più. È riconoscere e difendere l’idea che l’incertezza si può anche
abitare insieme, costruirla, negoziarla, distribuirne il peso, senza ridurla a
una quota su uno schermo. Ma questa possibilità non ha un ticker, un codice di
borsa a cui agganciare un prezzo in tempo reale. Non genera commissioni. Per
questo è così difficile da vedere.
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N ell’ormai decennale sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti, è capitato già
più di una volta che fossero gli USA ad arrivare secondi. È successo con il 5G,
dove la Repubblica popolare ha dominato a livello infrastrutturale e di
diffusione. È avvenuto più di recente con le auto elettriche, il 53% delle quali
circola in Cina, patria anche del marchio più di successo al mondo (BYD, la cui
quota di mercato è oltre il doppio di quella di Tesla).
Un altro fondamentale settore in cui la sfida è ancora aperta è quello dei
supercomputer: oggi gli Stati Uniti sono tornati a dominare la classifica
specialistica Top500 con i loro tre computer exascale (in grado cioè di svolgere
un miliardo di miliardi di operazioni al secondo), ma è noto come la Cina,
nell’ormai lontano 2021, sia stata la prima nazione al mondo a sviluppare questi
sistemi. La ragione per cui i computer exascale cinesi non compaiono nella
classifica è legata alla scelta di Pechino di smettere di divulgare i risultati
ottenuti, perdendo di conseguenza il primato ufficiale.
Si potrebbero inoltre citare le tecnologie quantistiche: nel 2017 la Cina è
stata la prima nazione al mondo a portare a termine con successo una
comunicazione satellitare quantistica e oggi, secondo parecchie analisi, sarebbe
in vantaggio anche nello sviluppo dei computer quantistici.
E per quanto invece riguarda l’intelligenza artificiale (IA)? È davvero
possibile che la Repubblica popolare conquisti un primato tecnologico che – per
parafrasare Vladimir Putin – le consentirebbe di “dominare il mondo”? Fino a
questo momento, e nonostante i grandi progressi, non ci sono dubbi sul fatto che
gli Stati Uniti abbiano mantenuto un vantaggio: “Dopo tutto, la tecnologia e la
proprietà intellettuale statunitense dominano ogni livello dell’industria
dell’intelligenza artificiale”, ha scritto Reva Goujon di Rhodium Group: “I
processori Nvidia aumentano la potenza di calcolo di vari ordini di grandezza,
alimentando la rivoluzione della IA; i fornitori di servizi cloud statunitensi,
come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud Platform,
distribuiscono enormi risorse computazionali; aziende come Google, Meta, OpenAI,
Anthropic e xAI hanno sviluppato i modelli fondativi su cui le aziende di tutto
il mondo fanno affidamento per adattare e ottimizzare le proprie applicazioni”.
L’avanzata dei chip cinesi
I numeri confermano queste affermazioni: per quanto riguarda l’infrastruttura,
al momento i Big Three statunitensi (AWS, Microsoft, Google) detengono il 63%
del mercato cloud globale, mentre il principale fornitore cinese, Alibaba,
arriva soltanto al 4%. Per quanto riguarda la proprietà intellettuale, l’AI
Index Report 2025 di Stanford mostra come la ricerca statunitense sia ancora
dominante nei paper più citati, nonostante la Cina sia avanti per quanto
riguarda la quantità totale di pubblicazioni scientifiche (riproponendo in
chiave accademica il classico scontro qualità vs quantità).
Nel fondamentale settore dei chip, le GPU (Graphics Processing Unit) più
avanzate – progettate da Nvidia e stampate dalla taiwanese TSMC (Taiwan
Semiconductor Manufacturing Company, e che, per effetto delle sanzioni volte a
ostacolarne la crescita tecnologica, non possono essere vendute in Cina) – sono
realizzate con processo produttivo a 4 nanometri e potrebbero a breve scendere
addirittura a 2 nanometri. Nel mentre, la Cina ha raggiunto, grazie alla sua
azienda specializzata SMIC (Semiconductor Manufacturing International
Corporation), chip da 7 nanometri e starebbe lavorando insieme a Huawei, ma non
senza difficoltà, alla produzione di una nuova generazione di chip da 5
nanometri. Nel complesso, si può affermare che la produzione dei chip cinesi sia
indietro di circa 5 anni rispetto agli Stati Uniti.
> Le sanzioni USA hanno obbligato la Cina a trovare una via autarchica
> all’intelligenza artificiale, senza poter fare affidamento né sui chip
> statunitensi, né sui macchinari olandesi per produrli in autonomia. E i
> risultati iniziano a vedersi.
La decisione degli Stati Uniti di vietare l’esportazione dei chip più avanzati e
dei macchinari necessari per produrli (come quelli per la litografia
dell’olandese ASML) ha quindi rallentato lo sviluppo cinese e permesso agli
Stati Uniti di mantenere la loro leadership. Allo stesso tempo, questa strategia
si sta in parte rivelando un boomerang. Come scrive ancora Goujon, “gli
ingegneri cinesi sono sommersi da risorse statali, allo scopo di innovare la
produzione di chip nonostante le restrizioni imposte dagli Stati Uniti”.
In poche parole, le sanzioni USA hanno obbligato la Cina a trovare una via
autarchica all’intelligenza artificiale, senza poter fare affidamento né sui
chip statunitensi, né sui macchinari dell’olandese ASML che avrebbero permesso
di produrli in autonomia. I risultati iniziano a vedersi: HiSilicon (società di
Huawei per la progettazione di chip) e la già citata SMIC (che invece li stampa)
sono ormai in grado di produrre processori – come Ascend 910C – capaci di
prestazioni quasi assimilabili a quelle di A100, la terzultima generazione di
GPU Nvidia (ma sono ancora lontani dai più avanzati H100 e H200, di penultima
generazione, per non parlare della nuova generazione Blackwell).
La distillazione di DeepSeek
Per quanto ancora lontana dalle performance dei chip statunitensi, la Cina sta
quindi dimostrando di essere in grado di fare importanti e autonomi progressi.
Ma a dare ulteriore fiducia alla Repubblica popolare è il fatto che, negli
ultimi mesi, il focus nel campo dell’intelligenza artificiale – e in particolare
dei large language model – abbia iniziato a spostarsi dalle dimensioni
all’ottimizzazione.
In sintesi estrema: lo sviluppo dei large language model ha fino a oggi seguito
la cosiddetta “legge di scala”, secondo la quale la capacità dei modelli
linguistici aumenta proporzionalmente al crescere dei parametri, dei dati e del
potere computazionale. Una legge che quindi premia chi ha a disposizione, tra le
altre cose, i chip più avanzati da impiegare in fase di addestramento.
> L’arrivo di DeepSeek potrebbe segnare l’inizio di un nuovo ciclo, in cui i
> modelli vengono costruiti sulla base di quelli pre-esistenti, in un processo
> che accelera la fase di sviluppo e riduce i costi computazionali.
Da qualche tempo, questa legge ha però iniziato a mostrare dei ritorni
decrescenti: a fronte di spese in costante aumento, i large language model
ottengono miglioramenti sempre più ridotti. Per questa ragione, e anche alla
luce dell’insostenibilità economica della legge di scala, l’attenzione si è
spostata dalla massimizzazione della potenza di calcolo verso l’ottimizzazione
di modelli preaddestrati e già disponibili, al fine di ottenere da essi delle
prestazioni più avanzate.
Il simbolo di questa transizione è DeepSeek, la startup cinese che è stata in
grado di sviluppare modelli dalle performance vicine a quelle dei sistemi
statunitensi investendo però una frazione dei soldi. Per riuscire in questa
impresa, DeepSeek ha sfruttato un processo noto come distillazione, che consente
a modelli più piccoli di apprendere da quelli già esistenti e più grandi.
Tramite la distillazione, la conoscenza di un modello linguistico di grandi
dimensioni (ribattezzato “insegnante”) viene trasferita a uno più piccolo (lo
“studente”), mantenendo prestazioni simili ma con minori costi computazionali.
In questo processo, il modello più piccolo viene esposto alle risposte e ai
ragionamenti del modello più grande – per DeepSeek sono stati impiegati Qwen di
Alibaba, Llama di Meta e o1 di OpenAI – invece che ai soli dati grezzi,
apprendendo più rapidamente anche schemi complessi.
L’arrivo di DeepSeek potrebbe quindi segnare l’inizio di un nuovo ciclo nello
sviluppo dell’intelligenza artificiale. I modelli non nascono più isolati, ma
vengono costruiti sulla base di quelli pre-esistenti, in un processo che
accelera la fase di sviluppo e riduce i costi computazionali. Il vecchio
sistema, in cui una singola azienda raccoglieva i dati, addestrava e rifiniva il
proprio modello da zero (con costi esorbitanti), potrebbe lasciare sempre più
spazio a questo nuovo meccanismo.
La guerra dei talenti
Da un lato, i progressi nel campo dei chip; dall’altro, la vantaggiosa
trasformazione della fase di addestramento dei modelli linguistici. Un terzo
fondamentale fattore è invece rappresentato dai talenti: gli ingegneri e le
ingegnere in grado di teorizzare, progettare e dare vita ai più avanzati sistemi
di intelligenza artificiale.
> A causa delle politiche migratorie sempre più rigide – e dell’incertezza in
> cui le persone che emigrano negli USA sono costrette a vivere – la percentuale
> di ingegneri del deep learning che decide di fare carriera nella Silicon
> Valley è in costante diminuzione.
Nientemeno che Mark Zuckerberg può aiutarci a capire quanto siano importanti i
talenti in questo settore. Nel tentativo di potenziare l’intelligenza
artificiale di Meta, Zuckerberg ha “rubato” a OpenAI e ad altri colossi del
settore alcuni dei loro principali ingegneri, offrendo compensi che
supererebbero anche quelli delle superstar NBA, toccando vette da 100 milioni di
dollari all’anno. Una cifra mostruosa. Che ci aiuta a capire quanto sia
importante avere a disposizione i migliori talenti a livello mondiale e che ci
porta a parlare di uno dei tasti dolenti, in questo ambito, degli Stati Uniti
dell’amministrazione Trump. A causa delle politiche migratorie sempre più rigide
– e dell’incertezza in cui le persone che emigrano negli Stai Uniti sono
costrette a vivere – la percentuale di ingegneri del deep learning che decide di
fare carriera nella Silicon Valley è in costante diminuzione.
“Dopo aver completato il suo ciclo di laurea nel 2015 in una delle più
prestigiose università cinesi, e dopo aver lavorato come ingegnere del software
a HSBC, Zhou Yijun, 31 anni, sperava di trovare una città nordamericana in cui
prendere il PhD e potenzialmente sistemarsi una volta per tutte”, racconta
Yvonne Lau. “Le politiche di Trump hanno reso la sua scelta facile: ‘Ho pensato:
ok, il Canada è la scommessa più sicura per ricevere il permesso di soggiorno’”.
In verità, il secondo mandato Trump ha solo contribuito ad accelerare una
tendenza già in atto: la percentuale di esperti top tier di intelligenza
artificiale (quelli citati nei paper più importanti) che lavorano negli Stati
Uniti aveva infatti già da qualche tempo iniziato a calare, passando dal 59% del
2019 al 42% del 2022.
Se si considera che la Cina forma circa la metà dei talenti globali
dell’intelligenza artificiale (mentre gli USA sono al 18%), quanto Pechino sta
investendo in questo settore (finanziando anche i laboratori di ricerca
universitari), quanto sta puntando su una narrazione patriottica per riportare a
casa chi lavora all’estero (con tutto il bagaglio di competenze nel frattempo
appreso) e quanto abbia aumentato gli stipendi offerti (per quanto ancora una
frazione di quelli della Silicon Valley), si intuisce quale sia la nazione che
più di ogni altra si stia avvantaggiando della crescente diffidenza
internazionale nei confronti degli Stati Uniti di Trump.
Anche da questo punto di vista, la vicenda di DeepSeek è stata esemplare. Alcuni
ricercatori di Stanford hanno analizzato la biografia degli oltre 200 autori dei
vari paper tecnici pubblicati dalla startup cinese, concludendo come il successo
di DeepSeek “sia fondamentalmente una storia di talento autoctono”: metà del
team di DeepSeek non ha infatti mai lasciato la Cina per motivi di studio o
lavoro, e la metà che lo ha fatto è poi tornata per dedicarsi allo sviluppo
dell’intelligenza artificiale made in China.
> Se si considera quanto Pechino stia investendo in questo settore e quanto stia
> lavorando per riportare a casa chi lavora all’estero, si intuisce quale
> nazione più di ogni altra stia mettendo a frutto la crescente diffidenza
> internazionale nei confronti degli USA di Trump.
Gli sforzi cinesi per colmare il divario con gli Stati Uniti, insomma, stanno
dando i loro frutti. Secondo alcune stime, anche solo fino a un paio di anni fa
i principali modelli statunitensi superavano abbondantemente quelli cinesi in
termini di accuratezza. La Cina ha rapidamente colmato il divario grazie a
iniziative governative (come il Next Generation AI Development Plan),
investimenti nell’educazione, nella formazione e nella ricerca, una stretta
collaborazione tra Pechino e l’industria tecnologica e massicci finanziamenti
pubblici in data center, infrastrutture energetiche e produzione di
semiconduttori.
Il vantaggio degli Stati Uniti
A questo punto, è importante fare una precisazione: gli Stati Uniti sono ancora
leader globali dell’intelligenza artificiale e i punti deboli della Cina sono
ancora da superare. Nonostante i progressi nel campo dei chip, e nonostante
l’attenzione crescente all’ottimizzazione invece che alla massimizzazione delle
prestazioni, resta il fatto che HiSilicon e SMIC sono ancora parecchi anni
indietro rispetto a Nvidia e TSMC, con il risultato che al momento, e nonostante
la “rivoluzione DeepSeek”, tutti i modelli di frontiera sono ancora di
provenienza statunitense.
C’è poi la questione dei soldi: non sono solo i salari della Silicon Valley a
essere molto più elevati, ma anche gli investimenti privati USA rispetto a
quelli cinesi. L’AI Index di Stanford segnala come nel 2024 gli investitori
statunitensi abbiano riversato nel settore dell’intelligenza artificiale
qualcosa come 109,1 miliardi di dollari contro i 9,3 miliardi della Cina: quasi
12 volte tanto.
A causa della differente struttura economica di Cina e Stati Uniti è però
difficile fare un confronto preciso. Secondo TechWire, per esempio, nel 2025 gli
investimenti complessivi cinesi – compresi quindi quelli pubblici –
raggiungeranno i 98 miliardi di dollari. È invece difficile stimare con
precisione l’investimento pubblico statunitense, spesso in partnership con il
mondo privato, più frammentato e meno pianificato (ma che potrebbe comunque
valere svariate centinaia di miliardi di dollari). Nel complesso, in ogni caso,
il mercato statunitense dell’intelligenza artificiale viene stimato a circa 150
miliardi di dollari per il 2025, oltre il doppio di quello cinese.
> Quella in corso è una guerra fredda dell’intelligenza artificiale, con buona
> parte del Sud globale che sta integrando i sistemi e le infrastrutture di
> intelligenza artificiale di provenienza cinese.
L’unica certezza, in questo mare di numeri, è che la Cina si sta comunque
avvicinando a grandi passi agli Stati Uniti, mentre i perduranti ostacoli
incontrati in questa rincorsa possono essere considerati il prezzo da pagare per
conquistare una crescente e inedita autonomia tecnologica. Quella in corso è
insomma una guerra fredda dell’intelligenza artificiale, attorno alla quale si
stanno inoltre creando dei blocchi politici digitali, con Africa, Sudest
asiatico e parecchie nazioni del Sudamerica (a partire dal Brasile) che stanno
integrando i sistemi e le infrastrutture di intelligenza artificiale di
provenienza cinese.
Di fronte all’avanzata internazionale della tecnologia cinese (sperimentata
anche da aziende di nazioni alleate degli Stati Uniti come Saudi Aramco,
Standard Chartered o HSBC), il “selling point” principale dei colossi della
Silicon Valley si è fatto ideologico ed è stato recentemente riassunto dal
fondatore di OpenAI, Sam Altman: “Vogliamo assicurarci che l’intelligenza
artificiale democratica vinca su quella autoritaria”. Una narrazione in cui
vengono sottolineati i rischi legati all’adozione di una tecnologia che potrebbe
disseminare propaganda pro-Cina, censurare contenuti critici nei confronti del
Partito comunista cinese, essere impiegata a fini di spionaggio, facilitare la
diffusione della sorveglianza di massa nei confronti della popolazione e altro
ancora.
Timori assolutamente realistici, ma che nell’epoca delle pulsioni autoritarie di
Donald Trump – e in una fase in cui Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata
da xAI di Elon Musk, si lascia andare a deliri neonazisti e a propaganda
complottista – è fin troppo facile rivolgere anche agli Stati Uniti. Di tutte le
ragioni per cui la sfida tecnologica tra Cina e Stati Uniti è di fondamentale
importanza, la cornice narrativa “libertà vs dittatura” diventa ogni giorno che
passa meno credibile.
L'articolo La guerra fredda dell’intelligenza artificiale proviene da Il
Tascabile.
M ikkel Bolt Rasmussen, professore di estetica politica al Dipartimento di arte
e studi culturali dell’Università di Copenhagen, in La controrivoluzione di
Trump (2019) e Fasciocapitalismo (2024), produce un’analisi della politica
(anche delle immagini) di Trump e in generale dei nuovi movimenti, partiti e
leader neofascisti come una politica di alleanza rinnovata tra tardo-capitalismo
e fascismo. Il suo obiettivo è trattare il fascismo all’insegna del suo
adattamento, dunque come un’ideologia che ha aggiornato tanto gli strumenti
quanto il fine. Il neofascismo può servirsi della democrazia liberale (nelle sue
possibilità illiberali) per costruire un’utopia più modesta: la riproduzione
della società del dopoguerra, più semplice e dunque più comprensibile, più
spensierata, profondamente razziale, patriarcale. Insomma, i nuovi fascismi
vogliono restringere il campo delle libertà e della partecipazione democratiche
per difendere il benessere dei Paesi Occidentali, in un momento di crisi
economica, politica, migratoria, bellica, climatica, sanitaria.
Nei testi di Rasmussen non si trova, per programma, un approfondimento della
politica danese, più volte invece portata ad esempio per descrivere il “razzismo
di Stato liberale” delle democrazie occidentali, nonostante un certo
antirazzismo morale: la Danimarca, negli ultimi vent’anni, ha portato avanti
politiche estremamente restrittive nei confronti delle persone ritenute
straniere (con vere e proprie ghettizzazioni, incarcerazioni coatte,
sfruttamento, eradicazione culturale) e per contrastare la migrazione, regolare
o irregolare che sia (con addirittura l’esternalizzazione delle pratiche di
richiesta d’asilo). Dal momento che la Danimarca viene più volte mobilitata come
modello a cui aspirare nel contesto Europeo, in termini anche sociali,
soprattutto in quanto avanguardia in sostenibilità e welfare (per le persone
danesi), ho deciso di contattare direttamente Rasmussen, per ospitare qui la sua
critica.
Ne ho approfittato per chiedergli anche un aggiornamento della sua analisi su
Trump, alla luce del secondo mandato. Ne viene fuori una sorta di profezia dei
futuri noti (possibili) dei Paesi del Nord Globale e, ovviamente, anche
dell’Italia. Il governo Meloni ha approvato una serie di decreti e disegni di
legge culminata con il decreto sicurezza (risultato di una decretazione
d’urgenza del precedente DDL), che secondo molti osservatori rappresenta un
pacchetto repressivo verso il dissenso e oppressivo verso le persone
marginalizzate. Per combattere le realizzazioni storiche del neofascismo
nazionale, bisogna studiare le realizzazioni storiche in altri Paesi.
PROFESSOR RASMUSSEN, NEI SUOI LIBRI, E ANCHE SU EFLUX, PARLA PER LA DANIMARCA DI
“RAZZISMO DI STATO LIBERALE”, UN CONCETTO SIMILE, CREDO, A QUELLO DI “STATO
RAZZIALE INTEGRALE” DI HOURIA BOUTELDJA, APPROFONDITO IN BEAUFS ET BARBARES
(2023). STIAMO PARLANDO DI CONCEPIRE IL RAZZISMO COME UNO STRUMENTO SOCIOTECNICO
(UN “COMPLESSO DI ATTIVITÀ PRATICHE E TEORICHE”) CON CUI L’ESTABLISHMENT
“GIUSTIFICA E MANTIENE IL SUO DOMINIO” RIUSCENDO ANCHE A OTTENERE IL CONSENSO
ATTIVO DEI GOVERNATI. MI PERMETTA UNA PROVOCAZIONE CHE POTREBBE ARRIVARE DA
DESTRA: SE I RISULTATI DI QUESTE POLITICHE, PER ESEMPIO IN DANIMARCA, SONO
“POSITIVI”, CIOÈ PORTANO BENESSERE DIFFUSO, SOPRATTUTTO PER QUELLA PORZIONE DI
POPOLAZIONE RITENUTA “CITTADINA” LEGITTIMA, NON SI TRATTA FORSE DI POLITICHE A
CUI ALTRI GOVERNI POTREBBERO O DOVREBBERO GUARDARE, VISTO CHE L’ALTERNATIVA È
UNA RIVOLUZIONE CHE LO STESSO STATO DEMOCRATICO NON PUÒ VOLERE, OPPURE LA GUERRA
CIVILE?
La situazione danese rende manifesto che la riemersione del fascismo come
fenomeno politico fa parte di una storia molto più lunga e complessa, che non
può essere limitata alla gestione della crisi finanziaria da parte delle élite
politiche delle nazioni europee, e sicuramente non a un presunto aumento del
numero di migranti arrivati in Europa. Nel contesto danese, l’introduzione di
politiche migratorie estremamente dure deve essere inquadrata in una traiettoria
storica ben più lunga, che riguarda il modo in cui la classe lavoratrice è stata
concettualizzata nelle prime fasi della costruzione della versione danese del
cosiddetto Stato sociale scandinavo, cioè nel periodo tra le due guerre e nei
primi anni del dopoguerra. Fin da subito, i socialdemocratici danesi
identificarono la classe lavoratrice con la classe lavoratrice danese. Questa
identificazione si consolidò dopo la Seconda guerra mondiale, quando le classi
lavoratrici locali furono integrate nel processo di nazionalizzazione del
popolo, un processo che ebbe luogo in tutta l’Europa occidentale, compresa la
Danimarca, ma anche in Paesi come Gran Bretagna, Francia e Italia. La
combinazione tra democrazia nazionale e Stato costituzionale spostò il conflitto
tra proletariato e borghesia ‒ che aveva caratterizzato la ‘guerra dei
trent’anni’ del 20° secolo (dal 1914 al 1945) ‒ su un altro piano. Dopo il 1945,
la relazione tra capitale e lavoro fu riorganizzata sulla base di un compromesso
sociale in cui le masse lavoratrici non solo ottennero salari più alti, ma anche
accesso a un’enorme varietà di beni di consumo, istruzione e cultura; ma, cosa
importante, abbandonarono la precedente speranza in un mondo oltre il lavoro
salariato. Questa è la storia dell’abbandono dell’internazionalismo da parte del
movimento operaio consolidato.
Possiamo raccontare questo sviluppo storico come la storia di una straordinaria
conquista del movimento operaio occidentale, come fa ad esempio Geoff Eley in
Forging Democracy: The History of the Left in Europe, 1850-2000 (2002). Ma è,
ovviamente, anche la storia di come il movimento operaio dimenticò più o meno
rapidamente la violenza razziale nelle colonie e il legame tra questa violenza e
quella fascista in Europa. Aimé Césaire e molti altri militanti anticoloniali
cercarono disperatamente ‒ spesso dall’interno dei partiti comunisti delle
nazioni dell’Europa occidentale ‒ di affermare che la spinta rivoluzionaria
doveva affrontare due problemi e non solo uno. Lo sfruttamento era certamente
l’alfa e l’omega, ma la questione coloniale non poteva essere ignorata e doveva
anch’essa essere affrontata. Il fascismo era stato sconfitto in Europa ‒ e
questo era ovviamente fondamentale ‒ ma era un errore considerare il fascismo
come un’eccezione storica: esisteva un legame diretto tra la barbarie delle
colonie e la violenza dei regimi fascisti dell’Europa tra le due guerre.
Analizzare questo legame era cruciale.
L’antifascismo “limitato” (nell’originale “limited anti-fascism”, ndr) che
prevalse nell’Europa occidentale dopo il 1945 non collegò il fascismo come
fenomeno politico alla persistenza della violenza razziale-coloniale nelle
colonie, nelle ex colonie indipendenti e nelle metropoli occidentali, compresa
la feroce opposizione ai movimenti anticoloniali. La prospettiva
antinazionalista e internazionalista, cuore del marxismo rivoluzionario, fu
soppiantata da vari tipi di nazionalismo. È questa una ragione storica per cui
fu così facile per la maggior parte dei partiti socialdemocratici dell’Europa
occidentale abbandonare ogni forma di solidarietà internazionale, sia in tempi
di crisi economica sia in tempi di crescita.
Il periodo dalla fine degli anni Settanta in poi è stato caratterizzato da
un’economia in declino nell’Europa occidentale, rispetto al boom del dopoguerra.
L’epoca della globalizzazione neoliberale ha visto brevi fasi di crescita
seguite da numerose crisi. Guardando da lontano e concentrandosi sulla
riproduzione sociale, tutto il periodo dalla fine degli anni Settanta appare
come un lento declino, anche in economie come quella danese. Un argomento
brutalmente “materialista” potrebbe essere che, dopo un periodo di forte
crescita negli anni Cinquanta e Sessanta, durante il quale l’economia danese ‒
come molte altre in Europa occidentale ‒ era in grado di integrare lavoratori
migranti, l’economia in crisi della globalizzazione neoliberale è stata
un’economia dell’espulsione o dell’assorbimento differenziato, in cui solo
alcuni lavoratori stranieri più qualificati erano benvenuti, mentre molti altri
no.
Il primo cambiamento significativo nel contesto danese è avvenuto a metà degli
anni Novanta: mentre rappresentanti della borghesia danese, tra cui i leader
delle organizzazioni imprenditoriali nazionali, continuavano a sostenere la
necessità di manodopera migrante, i politici iniziarono a opporsi. Inizialmente
erano partiti marginali dell’estrema destra a opporsi a ciò che loro chiamavano
“frontiere aperte” ‒ benché la Danimarca non abbia mai avuto frontiere aperte e,
trovandosi nel Nord dell’Unione Europea, abbia ricevuto un numero
significativamente più basso di rifugiati e migranti ‒, ma ben presto anche i
partiti del centrodestra adottarono questa linea. Dopo alcune iniziali
resistenze tra i leader socialdemocratici della vecchia generazione, anche il
Partito socialdemocratico danese cominciò a competere per il voto razzista. Gli
ultimi 25 anni sono stati un lungo spostamento verso destra.
CON IL SECONDO E IL TERZO GOVERNO DI
Lars Løkke Rasmussen (dal 2015 al 2019), leader del centrodestra, vengono
intraprese politiche migratorie davvero securitarie: per dirne una, subito nel
novembre 2015 sono state adottate 34 restrizioni all’asilo, tra cui il rinvio
del diritto al ricongiungimento familiare.
Per fare due esempi ancora più significativi, abbiamo la cosiddetta legge sui
gioielli (Jewelery Law), che obbligava le persone migranti a consegnare beni di
valore contestualmente alla richiesta di asilo; e il cosiddetto Piano ghetto
(Ghetto Plan), che prevedeva controlli di polizia intensificati, sfratti e pene
doppie nei quartieri con alta disoccupazione ed elevata presenza di minoranze
etniche (una multa di 1000 corone danesi diventava automaticamente di 2000 se il
reato avveniva in uno di quei “ghetti”, e lo stesso valeva per le pene
detentive).
PREVEDE ANCHE L’OBBLIGO PER I BAMBINI DI FREQUENTARE UN PROGRAMMA “PRESCOLARE”
PER APPRENDERE LA LINGUA E I VALORI DANESI, OPPURE LA RIALLOCAZIONE DELLE
PERSONE CONSIDERATE “STRANIERE” (PER “DE-GHETTIZZARE” IL QUARTIERE, CON ANNESSA
RISTRUTTURAZIONE O RICOSTRUZIONE, PER FAVORIRE LA SPECULAZIONE IMMOBILIARE). IN
ITALIA, IL GOVERNO MELONI HA SUGGERITO L’ISTITUZIONE DI “ZONE ROSSE” NELLE
PRINCIPALI CITTÀ ITALIANE. IN QUESTI QUARTIERI, LE FORZE DELL’ORDINE HANNO
POTERI SPECIALI E POSSONO AGIRE PER REPRIMERE LE PERSONE CONSIDERATE
“PERICOLOSE” SECONDO CRITERI MOLTO VAGHI (CHE CON QUESTA DISCREZIONALITÀ SI
PRESTANO DI FATTO A ESSERE APPLICATI A SOGGETTI RAZZIALIZZATI). OVVIAMENTE ANCHE
CITTÀ AMMINISTRATE DA PARTITI DI SINISTRA (COME MILANO E ROMA) NON HANNO ESITATO
AD ACCOGLIERE IL SUGGERIMENTO.
È una tendenza naturale. Oggi tutti i partiti del Parlamento danese hanno di
fatto adottato una posizione estremamente xenofoba nei confronti dei migranti.
Incluso il partito di sinistra, l’Alleanza Rosso-Verde, che magari critica la
retorica dei socialdemocratici, ma che comunque sostiene sempre il governo
socialdemocratico, indipendentemente dalle politiche vili che adotta. Dai primi
anni Duemila, vari governi di centrodestra e centrosinistra hanno portato avanti
una lunga lista di misure muscolari finalizzate non solo a limitare il numero di
persone migranti e rifugiate, ma a porre fine alla migrazione. Come ha detto la
prima ministra Mette Frederiksen nel 2019: “Non possiamo promettere zero
richiedenti asilo, ma possiamo sicuramente proporre una visione in tal senso£.
Questa visione ha preso forma in una serie di iniziative bizzarre, tutte con
l’obiettivo di stigmatizzare ed emarginare non solo migranti o richiedenti
asilo, ma anche figli di migranti, cittadini danesi nati o cresciuti in
Danimarca.
Oggi è impossibile distinguere la posizione sull’immigrazione del Partito
popolare danese (di stampo fascista) da quella dei socialdemocratici. Sono
completamente allineati. E ciò non è un caso: è stata una strategia esplicita
del Partito socialdemocratico adottare ogni proposta del Partito popolare
danese, anche le più folli. Elettoralmente ha funzionato: oggi il Partito
popolare danese ha meno del 5% dei voti, mentre in passato aveva oltre il 25%.
Per decenni il Partito popolare danese ha parlato insistentemente di auto
bruciate, pompieri attaccati e ragazze danesi stuprate da uomini musulmani. Oggi
sono i socialdemocratici a portare avanti quella retorica, stigmatizzando
continuamente gli “stranieri” e dipingendoli come una minaccia al futuro del
Paese, arrivando perfino a suggerire che costituiscano un esercito segreto di
infiltrati.
Nel 2024, Frederik Vad, portavoce del Partito socialdemocratico
sull’immigrazione, ha annunciato “un nuovo fronte nella politica migratoria” con
l’obiettivo di combattere “gruppi di immigrati che minano a destabilizzare la
società danese dall’interno”. Se fino ad allora i socialdemocratici avevano
almeno cercato di distinguere tra “immigrati ben integrati” e “indesiderabili”,
Vad ha abbandonato questa distinzione, dichiarando che non si può mai essere
sicuri che un immigrato abbia realmente adottato i valori danesi. Anche se un
immigrato conduce apparentemente “una vita normale”, facendo il medico o il
poliziotto, come possiamo essere certi che non stia in realtà usando la sua
posizione per minare la società danese?
ESPRIMERE QUESTO DUBBIO SIGNIFICA AMMETTERE DI ESSERE RAZZISTI.
“Una società parallela [così si definisce uno spazio in cui i musulmani
ignorerebbero le regole e i valori danesi] non è più solo un quartiere
residenziale a Ishøj [uno dei distretti etichettati come ghetto]. Può essere
anche un tavolo della mensa in un’agenzia governativa. Può essere anche una
farmacia in North Zeland”. Questa dichiarazione di Vad è stata solo l’ultima di
una lista apparentemente infinita di affermazioni islamofobe e xenofobe, che non
solo mettono in dubbio il valore morale di cittadini specifici, ma legittimano
ogni tipo di politica escludente. Se un tempo la Danimarca veniva citata come
uno dei migliori esempi di stato sociale socialdemocratico ‒ lo stesso Bernie
Sanders, nel 2016, parlava con ammirazione della Danimarca durante la sua
campagna elettorale ‒, oggi il Paese è all’avanguardia nella reazione
nazionalista, ammirato da politici fascisti di tutta Europa ansiosi di imparare
dal “modello danese”.
NEL SUO LIBRO LA CONTRORIVOLUZIONE DI TRUMP LEI ANALIZZA LA CAMPAGNA ELETTORALE
PARTENDO DAL PRIMO MANDATO DI TRUMP. GIÀ ALLORA, BEN PRIMA DELL’OPINIONE
PUBBLICA, RICONOSCEVA IN TRUMP UN FASCISTA. IN QUESTO SECONDO MANDATO, GIÀ MOLTO
PIÙ AGGRESSIVO, LA SUA ANALISI È CAMBIATA?
Il periodo del compromesso sociale tra capitale e lavoro nei centri
dell’accumulazione, sotto l’egemonia statunitense, è definitivamente finito.
Siamo entrati in un periodo di transizione, in cui è difficile avere una visione
d’insieme. Le certezze precedenti stanno scomparendo, e non è chiaro cosa ci
attende. Trump è una scorciatoia per questo cambiamento. Molti concetti politici
tradizionali chiaramente non funzionano più, ed è difficile applicarli. Per
questo tante persone fanno riferimento alle frasi di Gramsci sull’interregno, in
cui il vecchio sta morendo ma il nuovo non è ancora nato. Con Stuart Hall, che
si ispirava molto a Gramsci ma combinava le sue teorie con quelle di Althusser e
altri, possiamo forse comprendere la situazione storica attuale come una
congiuntura, cioè una situazione storica specifica, aperta, che richiede
un’analisi dettagliata, focalizzata sulle caratteristiche del momento presente,
ma radicata in un processo storico più lungo. Questo tipo di analisi della
situazione è ciò che ho cercato di sviluppare in La controrivoluzione di Trump,
dove mi sono concentrato sugli elementi distintamente nuovi del fenomeno Trump,
indicando al contempo le condizioni storiche che lo hanno reso possibile e ciò
di cui può essere considerato una continuazione. Mi sono mosso quindi tra
l’analisi della congiuntura, di un periodo e del modo di produzione
capitalistico. È per questo che è diventata una descrizione del ritorno di una
nuova forma paradossale di fascismo, ciò che chiamo fasciocapitalismo (late
capitalism fascism) sullo sfondo del crollo della globalizzazione neoliberale e
di una crisi profonda e persistente dell’economia globale.
Una delle sfide poste da fenomeni politici come Trump, nel 2016 e ora di nuovo
nel 2024-2025, è che egli è chiaramente un fascista – la sua politica è un
ultranazionalismo palingenetico, nei termini di Roger Griffin – ma non rientra
in tutte le caratteristiche che comunemente associamo ai movimenti fascisti
dell’epoca tra le due guerre. È quindi importante sviluppare nuovi concetti per
descrivere il nuovo fascismo, per cogliere ciò che c’è di nuovo nel fascismo
contemporaneo. Per questo dedico un intero capitolo alla lettura del discorso
inaugurale di Trump in La controrivoluzione di Trump. Cerco di analizzare i
tropi fondamentali della sua visione politica, per quanto incoerente possa
apparire. Questa analisi ravvicinata si radica in un’analisi di un processo
politico ed economico più ampio, caratterizzato da una lunga crisi delle
economie dei Paesi avanzati, soprattutto degli Stati Uniti. Mi rifaccio a Ernst
Mandel e Loren Goldner, e descrivo gli ultimi 50 anni come un lungo atterraggio
forzato economico, in cui il boom del dopoguerra è stato sostituito dalla
globalizzazione neoliberale sotto forma di delocalizzazione, privatizzazioni,
ritorno del lavoro precario e crescita del credito e del debito.
COME RIESCE TRUMP IN QUESTA CONTRORIVOLUZIONE? HA AVUTO UN RUOLO
L’AMMINISTRAZIONE BIDEN? E LA CANDIDATURA DI HARRIS?
Trump riconosce e indica costantemente la miseria economica che molti americani
vivono. La crisi finanziaria ha messo in evidenza una tendenza fatta di decenni
di tagli alla riproduzione sociale negli Stati Uniti. Per lungo tempo, questa
realtà è stata mascherata da debiti e prestiti, ma dopo la crisi finanziaria è
diventato evidente che l’economia cresceva sempre meno, e soprattutto quanto
fosse distribuita in modo ineguale la ricchezza, e quanto fosse difficile per
molte famiglie arrivare a fine mese. Mentre Obama, Clinton, Biden e Harris
continuavano a ripetere che andava tutto bene e che si sarebbe proseguito con le
stesse politiche per altri quattro anni, Trump gridava che tutto stava andando
in malora – e molti americani si identificavano in questa percezione. È così che
si vive in molte città di cui i media americani ed europei parlano raramente.
Nell’elezione del 2024, l’inflazione è stata un tema centrale per molti, ma
l’inflazione maschera una tendenza più lunga di declino e di collasso. Trump ha
parlato costantemente di questo collasso. Indubbiamente lo sta accelerando, ma
lo ha indicato e riconosciuto. I democratici no.
Le soluzioni proposte da Trump sono guerre commerciali e protezionismo, ma
ancora di più l’attacco a specifici gruppi di persone identificati come nemici
della comunità nazionale. Make America Great Again è la visione di un popolo
minacciato che deve tornare forte attraverso l’esclusione e il ripiegamento su
sé stesso, politicamente, culturalmente ed economicamente. I nemici di questa
comunità sono gli stranieri, dai messicani ai cinesi, ma anche i “leftist” e le
persone transgender, chiunque possa essere rappresentato come una minaccia alla
supremazia maschile bianca o che faccia sentire insicuri gli uomini bianchi.
Nel libro, affianco alle analisi del neoliberismo anche spunti da varie
generazioni di analisi marxiste del fascismo, che sottolineano la connessione
tra capitalismo come sistema politico-economico e totalità sociale, e fascismo
come movimento politico e culturale che emerge in situazioni di crisi per
evitare un cambiamento socio-materiale – in altre parole, per evitare una
rivoluzione. La dimensione controrivoluzionaria di Trump è diventata ancora più
evidente da quando ho scritto La controrivoluzione di Trump. Ricordiamo quanto
furono grandi le proteste dopo l’uccisione di George Floyd nell’estate 2020:
sono state le più estese proteste nella storia americana degli ultimi decenni.
Le immagini della stazione di polizia in fiamme a Minneapolis hanno
profondamente spaventato la classe dirigente statunitense. Più di duemila grandi
città sono state teatro di manifestazioni e rivolte. Interi quartieri sono stati
liberati dalla polizia. È stata una protesta che ha messo in discussione
l’ordine dominante. Come ha descritto anche Idris Robinson, la folla che ha
partecipato alle proteste era molto più eterogenea rispetto al passato. Occupy
era un movimento composto perlopiù da studenti bianchi delle grandi città; BLM
(Black Lives Matter) nel 2013 e 2014 era principalmente afroamericano. Le
proteste del 2020 sono state sicuramente guidate da neri americani, ma hanno
coinvolto una moltitudine di persone. La rivolta per George Floyd ha mostrato la
possibilità di una rottura radicale. Ogni analisi della rielezione di Trump nel
2024 deve tenere conto di quella rivolta.
Seguendo Karl Korsch e Amadeo Bordiga, in La controrivoluzione di Trump descrivo
la politica di Trump come una controrivoluzione preventiva, volta a far
deragliare una potenziale rivoluzione. Il progetto è bloccare la formulazione di
una nuova visione. Impedire che prenda forma e diventi un’alternativa. Non siamo
ancora a quel punto; non abbiamo un movimento rivoluzionario, e difficilmente
sappiamo cosa significhi oggi “rivoluzione”, né teoricamente né praticamente.
Questo è, naturalmente, uno dei maggiori problemi. Ma il secondo mandato di
Trump serve soprattutto a evitare che ciò accada, a impedire l’emersione di
un’altra partizione del sensibile, come direbbe Jacques Rancière.
IL RUOLO DI MUSK QUAL È?
Centrale. La dimensione controrivoluzionaria era già evidente nel 2016, e oggi
lo è ancora di più. Come il fascismo interbellico, Trump si nutre di
disgregazione e resistenza, ma le devia verso altrove. Cerca di presentarsi come
un’alternativa a Washington D.C., come un outsider rispetto alla classe
politica, e in questo modo cerca di cannibalizzare e mediare l’enorme
insoddisfazione e paura che permeano la società americana. Vuole «prosciugare la
palude», come dice lui. Gli attacchi di Trump ai media mainstream americani,
come CNN e MSNBC, sono ora qualificati come illegali da lui stesso, parte di una
lotta contro i tribunali, e il progetto DOGE (Department of Government
Efficiency) di Musk è la forma che sta assumendo questa lotta. Nel suo primo
mandato era relativamente impreparato, anche se all’inizio aveva Stephen Bannon
al suo fianco. Ma ora è molto più preparato. Il Project 2025 della Heritage
Foundation sembra un vero e proprio manuale operativo; nel primo mese del
secondo mandato Trump ha emesso una raffica di ordini esecutivi che anticipano
espulsioni di massa e guerre commerciali. Allo stesso tempo, Musk e la sua task
force DOGE stanno facendo irruzione nella macchina dello Stato federale per
cercare modi di tagliare il bilancio statale e licenziare dipendenti pubblici.
L’obiettivo è minare il funzionamento standard dello Stato americano.
L’amministrazione americana deve essere distrutta, sia concretamente sia
simbolicamente.
Il contributo di Trump al movimento controrivoluzionario è che esiste una sorta
di contrappeso integrato nella democrazia nazionale che permette l’introduzione
di uno stato d’emergenza. Per questo non basta rispolverare un antifascismo
d’altri tempi che si oppone al fascismo e alla democrazia nazionale. Dobbiamo
anche parlare di capitalismo – come ha detto emblematicamente Horkheimer nel
1939 – e di anticapitalismo. Ecco perché insisto nell’includere l’intero nuovo
ciclo di proteste dal 2011 in poi. Una delle costanti di queste proteste è il
rifiuto della violenza poliziesca. Molte proteste sono scoppiate dopo
l’uccisione da parte della polizia dell’ennesima persona proletaria. Abbiamo una
sequenza che va da Mohamed Bouazizi in Tunisia nel 2010 a Mark Duggan in
Inghilterra nel 2011, da Eric Garner negli Stati Uniti nel 2014 a George Floyd
nel 2020, Giovanni López in Messico nello stesso anno, fino a Nahel Merzouk in
Francia nel 2023. Le nuove proteste rifiutano l’apparato repressivo dello Stato.
Anche perché, più le economie si restringono, più devono controllare chi è
destinato a sopravvivere ai margini delle stesse. Oggi, sempre più proletari si
scontrano direttamente con lo Stato.
P
erò abbiamo tutti grande difficoltà nel dire Trump un fascista, se guardiamo ai
leader del fascismo della prima metà del Novecento.
Se confrontiamo Trump con i leader fascisti interbellici come Hitler e
Mussolini, Trump appare stranamente vuoto. È così contraddittorio che è
difficile attribuirgli una ideologia politica coerente. Naturalmente dobbiamo
ricordare che anche il fascismo interbellico era già caratterizzato da
contraddizioni e frammentazioni. Il fascismo era sia moderno sia nostalgico,
prendeva in prestito elementi estetici dal movimento operaio pur combattendolo
con ogni mezzo.
La paura del comunismo giocò un ruolo importante per Mussolini e Hitler. Ma
mentre il fascismo italiano riuscì ad assorbire buona parte dell’impulso
rivoluzionario e a parassitarlo, il nazismo tedesco era finale [Rasmussen scrive
letteralmente “was final”: intende dire che giunse al potere alla fine di un
processo di crisi durante il quale l’impulso rivoluzionario era già parzialmente
esaurito, ndr] e dovette confrontarsi con una profonda crisi economica. Ma
allora come oggi il fascismo è un fenomeno della sovrastruttura, cioè si
manifesta soprattutto come progetto politico-culturale. Ed è per questo che oggi
è così politicamente efficace. La lunga depoliticizzazione neoliberale, per cui
la democrazia rappresentativa nazionale è stata svuotata di contenuto e
trasformata in amministrazione, fornisce un terreno fertile ai nuovi fascisti,
che – come pochi altri – sanno mobilitare elettori che faticano a vedere
differenze tra i partiti tradizionali, che da decenni si alternano nell’imporre
politiche di austerità. Oggi, solo i fascisti riescono ad attivare le masse.
MA INSOMMA, QUAL È L’OBIETTIVO DI TRUMP?
Trump vuole salvare la democrazia, la vera democrazia, ovviamente. Una
democrazia che negli Stati Uniti non include tutti. Molte persone devono essere
eliminate. Devono finire a Guantanamo o semplicemente essere espulse. Perché
tutto – dai migranti agli attivisti pro-Palestina – è una minaccia per la
democrazia americana, e quindi va deportato. È per questo che l’ICE (Immigration
and Customs Enforcement) detiene Mahmoud Khalil e deporta 238 venezuelani in El
Salvador, appellandosi a vecchie leggi usate solo in tempi di guerra, per
esempio durante la Seconda guerra mondiale. Con Claude Lefort possiamo
comprendere il fenomeno Trump come una risposta totalitaria al paradosso
fondamentale della democrazia: il fatto che il luogo del potere sia vuoto. La
democrazia è caratterizzata dalla sospensione di ogni nozione tradizionale di
gerarchia naturale e di criteri di inclusione. Quando si decapita il re, nessuno
può più rivendicare un diritto speciale al potere. Ma in situazioni di crisi,
questo vuoto diventa un problema, che si tenta di risolvere attraverso una
scorciatoia totalitaria, per cui un leader invoca un principio di
identificazione per colmare quel vuoto.
È ciò che vediamo nella retorica stranamente autoerotica che Trump articola
costantemente: Trump è ricco quindi può rendere forte l’America; l’America è
forte perché Trump è forte e sa fare buoni affari; gli americani amano Trump
perché è forte; gli altri stanno imbrogliando l’America, quindi Trump deve
ripulire e costruire muri; Trump è accusato di tutto perché gli altri vogliono
mantenere l’America debole, ecc. L’America è la comunità immaginaria che
permette a Trump di unire gli opposti. Riesce a rappresentare sia gran parte
della classe operaia americana, sia quella che Davis ha chiamato «classe media
lumpen», che trae reddito da immobili, casinò, compagnie di sicurezza e prestiti
privati, e ovviamente parti significative della classe capitalista come quella a
capo dell’industria dell’energia, delle armi e ora della tecnologia. Parla a
tutti quei lavoratori che si identificano nell’immagine del lavoratore bianco,
anche se non sono razzializzati come bianchi.
L'articolo I futuri noti del fascismo proviene da Il Tascabile.