
La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman
Il Tascabile - Friday, July 17, 2026I n un tempo in cui l’innovazione tecnologica vive in maniera aderente al concetto di progresso all’interno di logiche sempre più accelerazioniste e turbocapitaliste ecco che l’Europa ‒ oggi bloccata a mezza strada tra un passato colmo di contraddizioni e un futuro che pare decisamente meno roseo e ancor meno progressivo per i propri abitanti ‒ sembra iniziare a elaborare quanto meno cosa sia per lei il progresso, partendo da quando ancora l’innovazione tecnologica aveva alla sua base l’uso di un’industria pesante, quella dell’acciaio come quella del cemento.
Solitamente questi temi vengono affrontati e declinati all’interno di discussioni tra manager ed economisti che devono tirare le fila di fronte a una produzione industriale desueta e sempre più difficilmente in grado di convivere con quelli che sono gli standard ambientali e sociali europei, ma ecco che proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a dover fare i conti con un passato che reclama giustizia, ma soprattutto che riporta a un presente dentro al quale il gioco al ribasso ha ormai consumato ogni ambizione e ancor più ogni desiderio.
Proprio la letteratura ‒ oggi sempre più considerata come uno strumento desueto per comprendere l’esistente ‒ sembra cogliere invece alla radice lo sconforto, la malinconia e lo smarrimento di una generazione che si trova a dover fare i conti con un passato che reclama giustizia.La diga (pubblicato dall’eroico e virtuoso Prehistorica Editore, con la puntuale traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella) ‒ scritto a quattro mani da due autrici francesi di primo piano come Maylis De Kerangal, già autrice tra gli altri dei romanzi Riparare i viventi (2015) e Corniche Kennedy (2018), e da Joy Sorman di cui sempre Prehistorica Editore porterà in libreria a breve Il testimone ‒ è un romanzo sull’assenza e sulla perdita di quel qui e ora su cui si basa ossessivamente la nostra quotidianità, tra tracciabilità assoluta e connessione permanente.
Il protagonista, l’ingegnere Tomi Motz è stato mandato dalla sua ditta a fare dei sopralluoghi alla diga di Seyvoz (ispirata alla vera diga di Chevril, come indica Luca Scarlini in postfazione al volume), ma subito avverte che qualcosa non torna. Il suo appuntamento viene rimandato senza una chiara spiegazione e anzi si trova ad inseguire una macchina con a bordo una giovane donna dai capelli rossi che svanisce come nel nulla lungo la provinciale. Ma questo è solo l’inizio di una lenta e inesorabile perdita di ogni riferimento. La contemporaneità si scioglie davanti agli occhi di Motz, dando vita a visioni lisergiche e a improvvise perdite di coscienza e soprattutto alla scomparsa di quel sonno regolare su cui si basa da sempre la sua vita.
Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre a Metz inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni prese nel proprio passato. Ecco che ritornano attorno alla montagna deformata dall’uomo, a quel villaggio cancellato dalla costruzione della diga che ne ha comportato l’allagamento, le ragioni del passato, non meno urgenti e attuali di quelle di un futuro che ancora non esiste.
Una tragedia è in corso, ma sembra non palesarsi mai per davvero, come un peso nel fondo dell’anima che confonde il sonno con la veglia e apre al protagonista inedite riflessioni sulla propria esistenza e sulle decisioni prese nel proprio passato.Passato e futuro sono due immaginari che colgono alla sprovvista l’animo di Tomi Motz, lettore di Flaubert e ora insonne senza pace: “Al risveglio, Tomi ha aperto le tende con apprensione. Anche se lì fuori tutto era tornato in ordine, un certo malessere aleggiava nella stanza”. E con quel malessere deve iniziare a convivere l’ingegnere. Davanti a lui si pone la fine di un mondo nella sua forma di realtà. Il romanzo vive su un doppio binario e con l’uso di due colori. Se da un lato si assiste alla ricerca di un senso e di una possibilità di fuga che sia anche una nuova forma del reale da parte di Motz che tra l’altro ricorda in parte gli eroi del Nouveau roman, ecco che improvvisamente s’inseriscono ‒ in quello che appare come un lungo monologo interiore ‒ pagine in inchiostro blu. Lì riemergono infatti le storie di chi fu costretto a fuggire e ad abbandonare il paese in seguito alla costruzione della diga: “Il lago si riempie al ritmo di un metro al giorno, il livello sale, qua e là compaiono pozzanghere sospette, modesti bacini d’acqua che si espandono, crescono, riempiono le buche e preannunciano l’inondazione ormai prossima. L’indomani il cielo è di un blu scuro slavato, striato da nuvole filiformi, è la fine”.
La diga è un romanzo che coglie il vuoto di un’esperienza tecnologica che ha a lungo messo sotto scacco la natura sotto forma di progresso, ma ora che proprio quei gesti non solo hanno spazzato via e distrutto comunità secolari, ma hanno prodotto una natura ancora più avversa di quella che si voleva dominare, ecco che comprendere la realtà e le sue dinamiche appare come un salto nel vuoto. Una perdita totale di riferimenti là dove il bene e il male sembrano confondersi in continuazione. L’umano viene così costretto a ritornare in relazione con il mondo naturale, perché a guastarsi non è in realtà l’ambiente, ma tutto quello a cui l’umano ha dato forma per deformare e assoggettare a sé il mondo riducendolo al proprio servizio. Questo schema salta e appare ancora più evidente là dove la tecnologia degli anni Sessanta, del ricco boom europeo post Seconda guerra mondiale, s’imponeva con le cosiddette e ancora oggi tanto desiderate grandi opere. Ecco che questi elementi introdotti nel mondo naturale arrivano ora a generare, se non dei veri e propri disastri o tragedie, una distonia che si riflette nell’incapacità di riconoscere sé e il mondo e di conseguenza sé stessi all’interno del mondo stesso.
Sono minimi slittamenti quelli che influiscono sullo stato percettivo di Tomi Motz, come se piano piano vivesse all’interno di un lungo scivolamento dove il sonno finisce per coincidere con la veglia e viceversa. La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza alcuna possibile distinzione. Si tratterà così di quattro giorni dentro i quali Tomi Metz perde totalmente il controllo di sé davanti al blu opaco e buio del lago, come una gelatina da cui appare chiaro che sarà impossibile uscire una volta immersi: “La paura gli batte nel corpo, picchia dalle tempie allo stomaco, sto diventando pazzo? Il sogno che ho dimenticato, sarà mica quest’incubo? Per le strade non un rumore, nulla si muove, e i muri sono sempre lì, a tappare gli edifici, hanno nascosto gli abitanti, e non c’è un buco che sia sfuggito alla scomparsa”.
La diga ha la forma di un breviario, un romanzo filosofico capace di contenere un disagio che non ha bisogno di esplodere per denunciare la tragedia, perché la tragedia è già in corso e vi si è tutti immersi, aguzzini e vittime senza alcuna possibile distinzione.Basterà tornare a Parigi perché Tomi Motz possa rimettere tutto in ordine nella propria testa? La diga chiama a un’analisi collettiva, a una presa in carico di una responsabilità che sia nuovamente pubblica e sociale in un tempo in cui l’individualità prevale con l’unico risultato di consumare ogni individuo piano piano, uno alla volta. Un romanzo importante, un testo capace di mostrare in maniera plastica e matura la mutazione dentro cui siamo immersi, ma che probabilmente non abbiamo mai voluto o a cui non prestiamo la dovuta attenzione. La fine non riguarderà mai il mondo sembra indicare La diga, ma solo ogni umano fino a trasformare l’intera umanità in un coacervo di esseri fragili e totalmente incapaci di comprendere il senso stesso della propria vita.
L'articolo La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman proviene da Il Tascabile.