Q uando si parla di biodiversità alpina, la prima cosa che viene in mente
probabilmente sono gli animali. Solo in un secondo momento alberi e fiori,
forse, a causa della cosiddetta plant blindness, la nostra tendenza a prestare
meno attenzione alle piante rispetto a umani e animali. Ma a pochi verrà da
pensare agli ortaggi che coltiviamo. Il che è un problema, perché le valli
alpine custodiscono un tesoro spesso dimenticato: centinaia di varietà agricole
tradizionali che rappresentano non solo un patrimonio agroalimentare, ma anche
una risorsa strategica per l’agricoltura del futuro.
Le montagne come scrigni di biodiversità
La maggior parte di queste varietà si concentra nelle aree montane, in
particolare lungo l’Appennino e nelle grandi valli alpine come la Valtellina e
la Valle Camonica. Mentre le pianure sono state progressivamente destinate a
colture intensive con ibridi moderni, le montagne hanno conservato in misura
maggiore queste risorse genetiche. Per ibridi si intendono quelle varietà
vegetali ottenute attraverso l’incrocio controllato di due linee parentali
geneticamente diverse, selezionate per combinare caratteristiche desiderabili.
Il processo sfrutta il fenomeno del “vigore ibrido”: la prima generazione (F1)
spesso mostra prestazioni superiori in termini di resa, uniformità, resistenza a
malattie e parassiti rispetto a entrambi i genitori. C’è, però, un aspetto
particolarmente critico: gli agricoltori devono riacquistare i semi ogni anno,
poiché le generazioni successive (F2) perdono il vigore ibrido e presentano
caratteri sostanzialmente imprevedibili. Questo crea dipendenza dalle aziende
sementiere e aumenta i costi di produzione annuali. Le varietà locali
tradizionali di montagna, invece, non presentano questo problema.
> Le valli alpine custodiscono un tesoro spesso dimenticato: centinaia di
> varietà agricole tradizionali che rappresentano non solo un patrimonio
> agroalimentare, ma anche una risorsa strategica per l’agricoltura del futuro.
Le principali famiglie botaniche di queste varietà locali tradizionali che si
trovano in montagna sono le Graminacee ‒ ovvero i cereali ‒, le Leguminose e le
Solanacee. La segale è il cereale che cresce a quota più elevata, seguita da
mais e orzo. Particolarmente interessante è il mais, coltivato tradizionalmente
anche sopra i 500 metri di quota. Con Leguminose si fa riferimento soprattutto
ai fagioli, che in passato rappresentavano la principale fonte proteica di
origine vegetale per le popolazioni montane, mentre le Graminacee fornivano
energia sotto forma di amido. La famiglia delle Solanacee è abbastanza vasta, ma
nel caso delle montagne non si può non pensare alle patate, alimento tipico di
queste aree.
Cosa rende queste varietà diverse da quelle più “commerciali”? “Innanzitutto c’è
bisogno di caratterizzarle”, spiega Luca Giupponi, ricercatore nell’ambito della
botanica ambientale applicata dell’Università degli studi di Milano, presso il
Polo Unimont di Edolo, in Alta Valle Camonica: “meno del 10% di quello che
abbiamo trovato e mappato è stato oggetto di studi scientifici”. E questo, per
varietà potenzialmente a rischio, è un grosso problema, che può sfociare in
quella che viene chiamata dark extinction: rischiamo di perdere specie ancora
prima di conoscerne l’esistenza, specie che potrebbero avere caratteristiche
utili, che meriterebbero di essere rivalorizzate. Ci sono varietà che sono state
scartate in passato perché producevano poco. Alla fine delle due guerre mondiali
la priorità era proprio quella di sfamare la popolazione: gli agronomi e i
genetisti, da quel punto di vista, hanno ottenuto risultati eccellenti. Per il
mais, ad esempio, si è passati da una produzione di 12-14 quintali per ettaro a
superare oggi i 100 quintali. Ma ora, almeno in Italia, l’attenzione si è
spostata dalla quantità alla qualità.
> Ci sono varietà che sono state scartate in passato perché producevano poco, in
> un periodo in cui la priorità era sfamare la popolazione. Ma queste varietà
> talvolta offrono caratteristiche nutrizionali superiori.
Le varietà tradizionali producono meno, è vero, ma talvolta offrono
caratteristiche nutrizionali superiori. Il mais nero spinoso di Valle Camonica,
ad esempio, deve il suo colore a molecole antiossidanti ‒ proprio quelle che
conferiscono il colore scuro ‒ presenti in concentrazioni molto elevate,
caratteristica assente nei mais ibridi moderni, coltivati nelle pianure degli
Stati Uniti o della Cina. Sono alimenti che vengono definiti nutraceutici per le
loro proprietà benefiche. L’obiettivo ultimo è proprio quello di valorizzare
queste eccellenze, anche perché puntare sulla quantità in montagna sarebbe
fallimentare: non si parla di ettari di terreno, ma di metri quadri; non ci
sarebbe competizione.
La genetica della resilienza
Un altro vantaggio fondamentale è la rusticità: queste varietà sono adattate a
terreni montani meno profondi e meno ricchi di nutrienti, spesso resistenti alla
siccità. Studiarle dal punto di vista genetico per il miglioramento delle
colture, in vista dei cambiamenti climatici, potrebbe essere una strategia
vincente. Si tratta di risorse che non possiamo permetterci di perdere: se
manteniamo ampia la diversità di cibi che possiamo consumare è un bene per
l’essere umano, per gli animali e per la biodiversità in sé. Un esempio
emblematico è il mais delle Fiorine di Clusone: produce solo 10 quintali per
ettaro, ma durante la siccità dell’estate 2022, quando il mais in pianura è
andato completamente perso, ha continuato a produrre la sua unica spiga per
pianta senza essere irrigato.
> Queste varietà sono adattate a terreni montani meno profondi e meno ricchi di
> nutrienti, spesso resistenti alla siccità. Considerando l’impatto crescente
> dei cambiamenti climatici, potrebbero rivelarsi cruciali.
A differenza degli ibridi moderni, che sono linee genetiche pure e uniformi, le
varietà tradizionali sono popolazioni con un’ampia variabilità genetica. “In
campo puoi trovare una pianta alta e una bassa, una spiga di un colore e
un’altra di colore diverso”, spiega Giupponi: “Se un anno sopravvive meglio la
pianta resistente alla siccità, l’anno dopo, con più pioggia, sopravvive meglio
un’altra variante. Questa diversità le rende più resilienti ai cambiamenti
ambientali”.
Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante nel contesto del cambiamento
climatico e non è, tutto sommato, così intuitivo. Trattandosi di varietà locali,
infatti, si potrebbe pensare che siano molto più sensibili alle variazioni, ma è
proprio la diversità genetica a fare la differenza. Gli ibridi sono tarati per
ambienti di pianura, richiedono condizioni molto più specifiche e possono avere
difficoltà nell’ambiente montano, le varietà tradizionali invece si adattano
gradualmente alle variazioni ambientali locali, generazione dopo generazione.
Una ricchezza minacciata
Le principali minacce a questo patrimonio sono chiare: l’abbandono delle terre
alte e la mancanza di conoscenza. Pur essendoci numerose università nel nostro
Paese, infatti, sono poche a occuparsi di queste tematiche: oltre a Unimont
possiamo citare la libera Università di Bolzano e l’Università della Tuscia.
Mancano ricerca, disseminazione e divulgazione, che comunque da sole non
bastano. Occorre anche un supporto a livello di governance, norme che preservino
le varietà, ne promuovano l’utilizzo, tutelando al tempo stesso il territorio e
chi lo abita.
La questione è complessa e si traduce nel vivere in montagna, far sapere quali
sono le sue risorse, come si coltivano, cosa contengono e come puoi valorizzarle
e trasformarle. Anche e soprattutto perché serve continuità: queste varietà
vanno coltivate annualmente, se i semi vengono dimenticati per 5-10 anni vanno
persi. Ed è un vero e proprio patrimonio che se ne va. “Ognuna di queste varietà
è legata anche a un concetto di storia, uso tradizionale, ricette tipiche”,
aggiunge Giupponi: “Se vogliamo c’è di mezzo anche il turismo:
l’agrobiodiversità è una ricchezza strategica per le aree montane”. In ogni
caso, i cambiamenti climatici non sono da dimenticare: si osserva uno sfasamento
dei periodi di fioritura e di maturazione dei frutti, ma queste varietà
incontrano meno difficoltà rispetto a quelle vissute dalle specie ibride.
> Le principali minacce a questo patrimonio sono l’abbandono delle terre alte e
> la mancanza di conoscenza. Anche e soprattutto perché serve continuità: queste
> varietà vanno coltivate annualmente, se i semi vengono dimenticati per 5-10
> anni vanno persi.
L’abbandono e il mancato ricambio generazionale hanno, tra l’altro, un effetto
diretto sul paesaggio: negli ultimi decenni si è osservata un’espansione
incontrollata del bosco a discapito dei prati, dei pascoli e dei campi. A ciò si
aggiunge l’impatto del ritorno della fauna selvatica, in particolare gli
ungulati ‒ come cervi, caprioli e cinghiali. Per gli agricoltori, questo ritorno
è una difficoltà e un costo aggiuntivo: raccolti preziosi come lo zafferano
rendono necessarie costose recinzioni.
Prima di progettare il futuro delle comunità montane, occorre guardarsi dagli
errori del passato: “Buona parte delle varietà moderne che ci vengono fornite
sono studiate per ambienti di pianura”, spiega in proposito Giupponi: “Vale
anche per la zootecnia: in pianura abbiamo creato vacche che producono enormi
quantità di latte con mangimi super calorici, poi abbiamo imposto questo modello
alla montagna”. Ma per poter allevare quel tipo di animale o coltivare quel tipo
di pianta in montagna era necessario modificare l’ambiente rendendolo più simile
possibile alla pianura, con costi ambientali insostenibili”. Oggi, però,
assistiamo a un cambio di paradigma: non si cerca più la varietà con la migliore
resa assoluta, ma quella meglio adattata a ogni specifico territorio.
Il valore economico della qualità
Fino a pochi anni fa ‒ ma in alcuni casi ancora oggi ‒ questi saperi venivano
tramandati di padre in figlio. Ora, però, esistono anche i social, che
permettono di trovare video in cui, per esempio, viene spiegato come coltivare
il mais nero. Il problema non riguarda, di solito, come coltivare, ma perché, e
nel momento in cui ci sono così grandi differenze dal punto di vista della
produttività, non si tratta di una questione banale.
La vera comprensione, infatti, è nel valore intrinseco: un chilo di farina di
mais locale tradizionale può arrivare a costare anche 5-6 euro, rispetto a un
chilo di farina prodotta magari in Cina o negli Stati Uniti, che al supermercato
si trova a 1 euro, o, in alcuni casi, anche a prezzo inferiore. Quindi è vero
che si produce meno, ma si vende a un prezzo maggiore. Se poi si è pure in grado
di trasformare il prodotto vuol dire che al posto di vendere la farina si
producono biscotti, grissini, birra o altri prodotti. A quel punto, quel chilo
di farina non vale più 5-6 euro, ma molto, molto di più.
Si tende, poi, a pensare alle vallate alpine come a luoghi chiusi, eppure, come
spiega Giupponi, “in passato gli agricoltori delle diverse valli si scambiavano
i semi, c’è sempre stato un flusso genetico. Avere i semi significava essere
detentori di ricchezza. Oggi, quando qualcuno ha i soldi si dice che ‘ha la
grana’, ma questa definizione viene dal fatto che chi aveva ‘i grani’ era
potente, aveva una risorsa, in prezzo valeva più dei soldi. Quando le persone si
sposavano, nella dote degli sposi si includevano i semi ‒ era come fare un
assegno di migliaia di euro”. C’era il baratto, c’era la compravendita. Questo
scambio ha creato una rete di biodiversità che supera i confini delle singole
valli: “abbiamo trovato un fagiolo, che noi chiamiamo ‘Copafam’ ‒ significa
ammazzafame ‒ che è diffuso su tutte le Alpi con nomi diversi ‒ logicamente ogni
valle ha il suo dialetto ‒ ma è sempre lo stesso fagiolo, con piccolissime
differenze genetiche e impercettibili differenze morfologiche”.
Il quadro normativo
L’Italia è da sempre riconosciuta come un Paese ricco di biodiversità
agroalimentare, ma solo di recente ha cominciato a quantificare questa
ricchezza. Dall’inizio degli anni Duemila alcune regioni hanno iniziato a
promulgare leggi regionali volte alla tutela delle risorse genetiche autoctone
di interesse agrario. Altre, come per esempio la Lombardia, hanno deciso di
preservare il proprio patrimonio utilizzando strumenti nazionali come il
registro varietale sezione “varietà da conservazione” o il registro dei PAT
(Prodotti Agroalimentari Tradizionali).
È solo del 2015 la legge n. 194 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione
della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”, operativa dal 2018, che
dovrebbe far convogliare tutti i diversi sforzi fatti dalle varie regioni in un
unico strumento: l’anagrafe della biodiversità di interesse agricolo e
alimentare, che raccoglie le varietà locali tradizionali ‒ quelle che
tecnicamente vengono chiamate landraces ‒ presenti sul territorio nazionale. Nel
2016 la Regione Lombardia ha coinvolto Unimont in un progetto con il fine di
censire le landraces lombarde: in due anni si è passati da uno scarno elenco con
una decina di specie a scoprirne una settantina. In seguito, grazie a un
progetto finanziato dal Dipartimento degli affari regionali della Presidenza del
Consiglio dei ministri, il censimento è stato esteso a livello nazionale,
individuando oltre 1600 varietà locali tradizionali.
> Una specie locale tradizionale viene definita tale quando è coltivata nello
> stesso territorio per almeno 50 anni: potrebbe sembrare poco tempo, ma
> parliamo di 50 generazioni successive. Il nostro equivalente di oltre 1200
> anni.
Questo patrimonio si concentra in gran parte sull’Appennino e nelle grandi valli
alpine come la Valtellina e la Valle Camonica; in contrasto con le aree di
pianura, dove il territorio è stato adibito a coltivare principalmente ibridi e
varietà moderne, oltre che dedicato all’urbanizzazione.
Guardare al futuro
Oggi, la ricerca si concentra non solo sulle specie autoctone in senso stretto,
ma anche su quelle che si sono adattate nel tempo: basti pensare che molte
piante ormai tipiche nel nostro Paese (mais, patate, fagioli, pomodori) vengono
dall’America. Una specie locale tradizionale viene definita tale quando è
coltivata in uno stesso territorio per almeno 50 anni: potrebbe sembrare poco
tempo, ma quando si parla di piante annuali significa fare riferimento a 50
generazioni. Che per noi umani corrisponderebbero a circa 1250 anni.
Un esempio è la caigua (o cetriolo andino), trovata in Valle Camonica. Questa
varietà, pur essendo originaria di un altro continente, si è adattata al
territorio camuno, sviluppando caratteri propri e producendo molto di più (tanti
piccoli frutti) rispetto alla caigua americana coltivata a fini sperimentali in
Valle Camonica (un unico frutto che non arriva a maturazione). “Le piante si
sono sempre mosse, l’uomo le ha sempre trasportate e quindi siamo invasi da
vegetali che non sono tipici dei nostri territori”, chiosa Giupponi: “Non ha
alcun senso fare delle discussioni sulla ‘proprietà’ di queste piante da parte
di un territorio in base a dove queste si sono originate o erano coltivate
secoli fa: guardiamo cosa sono diventate, quali potenziali possono avere oggi
per i territori in cui si trovano”.
Le varietà tradizionali delle valli alpine sono, in sostanza, una cassetta degli
attrezzi genetica. Se quelle moderne sono attrezzi specializzati, perfetti per
la massima resa in condizioni ideali, le varietà rustiche sono l’insieme
completo e variegato di strumenti che, grazie al loro ampio pool genetico,
consentono all’agricoltura di affrontare e adattarsi a ogni imprevisto e
cambiamento ambientale, garantendo la resilienza necessaria per il futuro.
L'articolo Il patrimonio nascosto delle valli alpine proviene da Il Tascabile.
Tag - agricoltura
A prile del 2019, siamo nel Gujarat, uno Stato dell’India occidentale che guarda
in faccia l’Oman dall’altra parte del Mar Arabico. La PepsiCo fa causa a nove
contadini per aver coltivato patate “FC5”, una varietà che l’azienda aveva
introdotto nel 2009 e brevettato nel 2016 perché il basso contenuto idrico la
rendeva ideale per produrre patatine fritte. I contadini rispondono che si sono
semplicemente scambiati dei semi, come per secoli hanno sempre fatto, e sono
cresciute quelle. Il processo dura due anni e viene vinto dai contadini. Grazie
all’attivista Kavitha Kuraganti viene anche revocato il brevetto a PepsiCo. Fra
le varie motivazioni addotte (per lo più relative a vizi di forma), il tribunale
osservò che la registrazione del seme era contraria “all’interesse pubblico”, in
quanto i processi per infrazione avevano danneggiato i coltivatori di patate.
Sembra una grande vittoria, non solo concreta ma anche di principio: brevettare
una varietà ortofrutticola danneggia gli agricoltori locali, il materiale
genetico non può essere proprietà privata. Vandana Shiva la chiamerebbe
“sovranità dei semi”: il diritto dei contadini a conservare, scambiare e
propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze chimico-industriali.
Ma lo scorso anno i vizi di forma sono stati risolti e una parte del brevetto è
stato reintegrato, a ricordare che, contro le multinazionali, i principi
faticano a vincere.
Una quindicina di anni prima, nel Java Orientale, in Indonesia, alcuni contadini
avevano salvato dei semi da un raccolto. Li avevano selezionati, li avevano
rivenduti, ed erano stati perseguiti da BY BISI (filiale del gruppo thailandese
Charoen Pokphand) per “seed piracy”. Qualcuno era stato punito con il divieto di
usare semi per un anno, qualcun altro condannato al carcere. Nel 2012 una
coalizione di ONG e agricoltori si mosse a loro difesa, contestando il fatto che
piccoli contadini potessero essere trattati come grandi aziende. Ma nel 2019 una
nuova legge rese obbligatorio per tutti dichiarare eventuali nuove raccolte di
semi e illegale distribuirli al di fuori di gruppi chiusi.
> Per “sovranità dei semi” si intende il diritto dei contadini a conservare,
> scambiare e propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze
> chimico-industriali. Un diritto che è messo sempre più spesso a repentaglio da
> aziende che brevettano sementi OGM.
Da millenni l’agricoltura funziona così: i semi si provano, si usano, si
selezionano osservando a occhio nudo quali sono più resistenti a certe malattie
o insetti, quali si adattano meglio a un certo terreno. È un’attività empirica e
in continua trasformazione, fatta di tentativi e scambi fra vicini, di
riutilizzo di semi dell’anno prima, di conoscenze specifiche e situate, di
soluzioni mai del tutto replicabili altrove, di scoperte fortuite sulle spalle
di conoscenze maturate nei secoli.
Circa dagli anni Ottanta, e ancor di più dall’inizio degli anni Duemila, le
grandi aziende agroalimentari e farmaceutiche hanno cominciato a brevettare i
semi. Come si è detto, PepsiCo, ad esempio, ha depositato sementi
particolarmente adatte a produrre patatine fritte, ma ci sono innumerevoli casi
simili, da cui possono scaturire infinite controversie e una messa in
discussione delle pratiche stesse con cui da sempre l’agricoltura funziona.
Negli anni Novanta Monsanto ha brevettato sementi OGM (Organismo Geneticamente
Modificato) resistenti agli erbicidi, come i Roundup Ready, semi ingegnerizzati
in modo da tollerare erbicidi a base di glifosato: quando un contadino
acquistava questi semi firmava un contratto in cui si impegnava a non
riutilizzarli nel raccolto successivo trovandosi poi costretto a ricomprare i
semi ogni anno anziché vivere almeno in parte di eredità, come è sempre stato
naturale fare. Fra il 1998 e il 2004 sempre Monsanto ha citato in giudizio
l’agricoltore canadese Percy Schmeiser per aver coltivato colza OGM da loro
brevettata senza aver pagato la licenza. Secondo la difesa, il polline in
questione era arrivato accidentalmente e il contadino l’aveva trovato e dunque
usato, senza domandarsi a chi dovesse pagare pegno, perché i semi non hanno mai
avuto padroni. Data l’assenza di profitti illegittimi, Schmeiser non ha ricevuto
condanne ma ha perso comunque la causa. Insomma: in qualsiasi momento un seme
OGM può arrivare nel campo di un agricoltore tradizionale o biologico, portato
da un impollinatore o dal vento, e se il contadino lo usa o lascia anche solo
che cresca, rischia una causa.
Gli impatti della digitalizzazione e brevettazione delle sementi sono tanti,
variegati, complessi. C’è la contaminazione involontaria dei terreni ma anche la
dipendenza economica obbligata degli agricoltori, costretti ogni anno a
ricomprare i semi dalle aziende. C’è la criminalizzazione di pratiche contadine
secolari e anche una pericolosissima riduzione della biodiversità: si scelgono
poche varietà di semi, si piantano sempre quelle, magari perché resistenti a
certi insetti o malattie, o particolarmente adatte a una data produzione. E così
si impoverisce il terreno, si perdono varietà, diminuisce la resistenza dei
raccolti ai cambiamenti climatici o a nuove malattie.
> In qualsiasi momento un seme OGM può arrivare nel campo di un agricoltore
> tradizionale o biologico, portato da un impollinatore o dal vento, e se il
> contadino lo usa, o lascia anche solo che cresca, rischia una causa.
Ma c’è un altro aspetto da considerare. I brevetti su cui si arricchiscono le
multinazionali farmaceutiche o agroalimentari si basano su una materia prima, il
seme, delle cui proprietà l’azienda in questione non ha alcun merito, mentre
alla comunità che ha avuto se non altro il merito di aver trascorso secoli a
studiare, coltivare e proteggere quella pianta, non arriva nulla. Non solo. Se
tradizionalmente c’era bisogno di recarsi fisicamente sul campo (spesso in una
foresta), per trovare una varietà vegetale con le caratteristiche che servivano
e da lì ricavare un principio per un qualche farmaco su cui costruire un impero
commerciale, oggi il seme fisico non è più indispensabile, ne può bastare uno
digitale, ossia la rappresentazione digitale di un seme reale.
Un seme digitale contiene la sequenza del DNA, metadati genetici come marcatori
e fenotipi, dati agronomici e altre informazioni che consentono facilmente di
riprodurre e migliorare una certa varietà; o di sfruttare gli strumenti
bioinformatici per progettarne di nuove, senza alcun bisogno del seme fisico:
basterà una stampa in 3D biologica del suo “gemello digitale”.
“Una volta le aziende andavano in Amazzonia o Papua a prelevare materiale
genetico da cui estrarre principi per brevetti. Oggi, con la digitalizzazione,
tutto avviene tramite banche dati: si assemblano informazioni e si brevettano
prodotti senza nemmeno toccare la fonte reale. I nuovi OGM portano brevetti e
royalties, limitando il diritto degli agricoltori a conservare semi, a farsi una
propria ‘banca dei semi’” mi spiega Federica Ferrario, responsabile campagne
dell’associazione Terra!. Che ci siano in gioco biologi che prelevano campioni
in una foresta tropicale, o che si tratti di bioinformatici in laboratorio, il
risultato è sempre una forma di biocolonialismo che col tempo cambia, si affina,
diventa più difficile da riconoscere e regolare.
> Il Fondo Cali, approvato nel 2025, prevede che i privati che guadagnano dai
> semi digitali, in particolare le aziende farmaceutiche, possano versare l’1%
> del fatturato o lo 0,1% dei profitti derivanti dall’uso di queste sequenze.
> Una novità importante, non fosse che si tratta di una misura non vincolante.
Pochi mesi fa, alla COP 16 sulla Biodiversità, cominciata a Cali in Colombia nel
novembre 2024 e terminata fra il 24 e il 27 febbraio 2025 a Roma, è stato
approvato, fra critiche ed entusiasmi, il Fondo Cali. Si tratta di una
microtassa volontaria sull’estrazione digitale della natura, un fondo
internazionale “per la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti
dall’uso delle informazioni di sequenza digitale sulle risorse genetiche”. In
sostanza i privati che guadagnano dai semi digitali, in particolare le aziende
farmaceutiche, possono versare l’1% del fatturato o lo 0,1% dei profitti
derivanti dall’uso di queste DSI (Digital Sequence Information). Il fondo è
gestito dalle Nazioni Unite e metà delle risorse andrà direttamente alle
comunità locali. Ma, attenzione: possono, non devono. Un discrimine importante
con risvolti diversi a seconda del periodo storico. È principalmente sul
guadagno reputazionale che si baserebbe questo meccanismo e in anni come il
2019, in cui tutti gli occhi erano sul clima, versare qualche spicciolo avrebbe
contribuito a un buon ritorno di immagine. Oggi invece il rischio che il
salvadanaio rimanga quasi vuoto è alto.
Ma, imperfezioni più o meno gravi a parte, il Fondo Cali arriva per rispondere a
un vuoto normativo. Le informazioni genetiche digitali non sono né propriamente
dati né propriamente materiale biologico: normare questo campo è molto
difficile, siamo estremamente indietro, e come raccontano le associazioni che
seguono da vicino il tema, fra cui WWF (World Wildlife Fund) e Terra!, le
innovazioni tecnologiche complicano le cose evolvendosi con rapidità
impressionante.
“Non è mai esistito un meccanismo di compensazione per i benefici derivanti
dall’uso dei dati genetici digitali da parte dei Paesi che li detengono. Il
nuovo fondo multilaterale nato alla COP16, seppur volontario, è un primo passo
per colmare questo vuoto, anche normativo: dovrebbe aiutare Stati e comunità
indigene a tutelare la biodiversità e a promuovere la ricerca scientifica, è un
atto di giustizia ambientale. Alcune aziende si sono dette interessate, ma
restano nodi aperti: le modalità di accesso ai fondi, la governance, e
soprattutto l’assenza di una gestione organica delle DSI, su cui manca ancora un
accordo tra Nord e Sud globale” spiega Bernardo Tarantino, specialista Affari
europei e internazionali del WWF.
Ma si sono sentite anche voci più critiche, come il Centro Internazionale
Crocevia che vede questo fondo come una sorta di “legalizzazione della
biopirateria”, un modo per trasformare i popoli indigeni in lavoratori
sottopagati della conoscenza, mentre Susana Muhamad, ministra dell’Ambiente
della Colombia e guida del negoziato sulla biodiversità, lo aveva festeggiato
come un compromesso necessario, l’unico possibile in un mondo in cui la
tecnologia corre molto più veloce delle regole. Il problema a monte è che come
società, fuori dalle aule universitarie e dall’attivismo, non è mai stata
intavolata una vera discussione pubblica per stabilire se del materiale genetico
possa effettivamente appartenere a un privato o se non debba invece,
necessariamente, essere pubblico, gestito e protetto come bene comune. Le
pratiche vanno più veloci delle leggi e il biocolonialismo ha avuto tutto il
tempo per affinarsi, adattarsi ai tempi e mascherarsi.
> Il “seme digitale” non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce
> anche la circolazione delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio
> reame privato delle sementi.
La digitalizzazione è il nodo centrale e con il rapido evolvere delle
intelligenze artificiali le direzioni che può prendere il settore sono
“difficili da immaginare”, mi racconta Federica Ferrario di Terra!:
“L’agricoltura intensiva fa sprofondare il settore in un sistema talmente
industrializzato da dover comprare tutto in pacchetti preconfezionati: semi
ibridi, sostanze chimiche, calendari precisi delle lavorazioni. Questo modello
in pochi decenni ci ha portato a un impoverimento preoccupante dei suoli, che
oggi dipendono da fertilizzanti chimici, con conseguenze gravi come
l’inquinamento delle acque. Ma con l’introduzione degli OGM brevettati si alza
ulteriormente l’asticella: il seme diventa proprietà privata. Il ‘seme digitale’
non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce anche la circolazione
delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio reame privato delle
sementi. E con l’intelligenza artificiale non esiste nemmeno più il pretesto di
contribuire a un fondo di compensazione per l’uso di dati genetici: le
informazioni vengono raccolte e usate senza alcun rimborso, nemmeno simbolico.
Questo non significa che la digitalizzazione sia da rifiutare, ma è fondamentale
che i dati restino pubblici e accessibili, non proprietà esclusiva delle grandi
piattaforme”.
Nella sua imperfezione il Fondo Cali ci racconta che viviamo in una fase ibrida,
dove la governance dei dati non è ancora chiara e l’IA (Intelligenza
Artificiale), sempre più impiegata per la sua potenza ed efficienza
nell’elaborare i dati, assume un ruolo sempre più importante nella gestione di
miliardi di sequenze genetiche. Il rischio è duplice: da una parte un mercato
delle sementi sempre più concentrato e meno vario (le aziende che possiedono gli
algoritmi e i dati genetici controllano direttamente l’accesso alle sementi
influenzando così la filiera agroalimentare globale), dall’altra una perdita
sempre maggiore di biodiversità, di resilienza ai cambiamenti climatici, di
tutele e autonomia per gli agricoltori. Già oggi, e ormai da decenni, poche
multinazionali detengono una fetta enorme del settore, le sacche di resistenza e
protezione della biodiversità sono sempre più assediate: dagli anni Ottanta
questo è il campo di battaglia ideologico e concreto del lavoro di ambientaliste
e attiviste come Vandana Shiva, soprattutto nel Sud globale. Con l’inasprirsi
della crisi climatica la questione si fa ancora più urgente, abbiamo più bisogno
che mai di una biodiversità in salute.
Se da una parte gli OGM sono una delle frontiere esplorate per mitigare la crisi
climatica, permangono profonde criticità. L’utilizzo di semi modificati può
infatti sia ridurre l’uso di agrofarmaci, sia aumentare le rese e dunque
limitare l’estensione delle terre coltivate. Questo potrebbe comportare minori
emissioni di gas serra e maggiore tutela degli ecosistemi. Secondo uno studio
dell’Università di Bonn, in Europa, l’adozione di colture GM potrebbe ridurre le
emissioni agricole del 7,5% annuo (33 milioni di tonnellate di CO2) e migliorare
la sostenibilità e l’autosufficienza alimentare.
Ma, come spiega Federica Ferrario di Terra!, la questione non è così semplice:
“Affrontare la scarsità d’acqua, la siccità e gli effetti della crisi climatica
richiede adattamenti reali, che non si possono creare in laboratorio con OGM:
fuori non ci sono condizioni controllate, è la biodiversità che garantisce la
resilienza. Ogni territorio è diverso, bastano 400 metri perché cambi tutto; in
ogni terreno tradizionalmente si usano miscugli di semi per osservare quali
varietà si adattano meglio. È l’esatto contrario dell’approccio da laboratorio”.
Il rischio è che varietà meno “redditizie” spariscano, perché non conviene più
produrle. Ma perdere varietà vuol dire anche perdere adattabilità. “Se ho dieci
varietà di fagioli che si evolvono con l’ambiente, ho una garanzia di
resilienza. Se invece le conservo solo in una banca del germoplasma e le tiro
fuori dopo vent’anni, saranno estranee al contesto attuale. La biodiversità non
si conserva in laboratorio, perché gli ecosistemi cambiano troppo in fretta”
racconta ancora Ferrario. “E in effetti dovremmo averlo imparato dopo la crisi
delle patate in Irlanda fra il 1845 e il 1848”, quando l’alimentazione
dell’intera isola dipendeva da un unico tipo di coltura, e quando un nuovo
patogeno (la peronospora) si diffuse tra le coltivazioni, distruggendo
interamente il raccolto. Morì circa un milione di persone.
Le grandi aziende puntano sul seme brevettato perché garantisce profitti a breve
termine, ma il prezzo, per la società e per l’ambiente, è altissimo. Con il
rischio ulteriore, nel Sud globale, di perdere moltissima informazione genetica
locale, e anche questa è una forma di erosione della biodiversità: selezionare
vuol dire scartare, in una sorta di pericolosa eugenetica agraria, di perdita di
cultura, di sapere e di varietà. Eppure decenni di biopirateria, di
biocolonialismo, di concentramento di saperi, diritti, brevetti, ci hanno
assuefatti a una risposta che come società non ci eravamo mai dati davvero: il
materiale genetico può appartenere a un’azienda, a un privato? Gli echi delle
lotte di Vandana Shiva si sentivano più forti negli anni Ottanta e Novanta,
quando ancora la domanda era aperta e la consuetudine non era del tutto
stabilita. Il Fondo Cali nel bene o nel male è una spinta a riportare
l’attenzione sulla questione, a farci domande, a riflettere anche come società
su un interrogativo che riguarda tutti ma che è rimasto confinato all’interno
delle accademie o all’attivismo. Torna in mente la sentenza di quel tribunale
indiano secondo cui la registrazione del seme delle patate FC5 era contraria
“all’interesse pubblico”: è dall’interesse pubblico e da un’idea aggiornata di
bene comune, che bisognerebbe ricostruire un dibattito.
L'articolo I semi della discordia proviene da Il Tascabile.