Q uando si parla di biodiversità alpina, la prima cosa che viene in mente
probabilmente sono gli animali. Solo in un secondo momento alberi e fiori,
forse, a causa della cosiddetta plant blindness, la nostra tendenza a prestare
meno attenzione alle piante rispetto a umani e animali. Ma a pochi verrà da
pensare agli ortaggi che coltiviamo. Il che è un problema, perché le valli
alpine custodiscono un tesoro spesso dimenticato: centinaia di varietà agricole
tradizionali che rappresentano non solo un patrimonio agroalimentare, ma anche
una risorsa strategica per l’agricoltura del futuro.
Le montagne come scrigni di biodiversità
La maggior parte di queste varietà si concentra nelle aree montane, in
particolare lungo l’Appennino e nelle grandi valli alpine come la Valtellina e
la Valle Camonica. Mentre le pianure sono state progressivamente destinate a
colture intensive con ibridi moderni, le montagne hanno conservato in misura
maggiore queste risorse genetiche. Per ibridi si intendono quelle varietà
vegetali ottenute attraverso l’incrocio controllato di due linee parentali
geneticamente diverse, selezionate per combinare caratteristiche desiderabili.
Il processo sfrutta il fenomeno del “vigore ibrido”: la prima generazione (F1)
spesso mostra prestazioni superiori in termini di resa, uniformità, resistenza a
malattie e parassiti rispetto a entrambi i genitori. C’è, però, un aspetto
particolarmente critico: gli agricoltori devono riacquistare i semi ogni anno,
poiché le generazioni successive (F2) perdono il vigore ibrido e presentano
caratteri sostanzialmente imprevedibili. Questo crea dipendenza dalle aziende
sementiere e aumenta i costi di produzione annuali. Le varietà locali
tradizionali di montagna, invece, non presentano questo problema.
> Le valli alpine custodiscono un tesoro spesso dimenticato: centinaia di
> varietà agricole tradizionali che rappresentano non solo un patrimonio
> agroalimentare, ma anche una risorsa strategica per l’agricoltura del futuro.
Le principali famiglie botaniche di queste varietà locali tradizionali che si
trovano in montagna sono le Graminacee ‒ ovvero i cereali ‒, le Leguminose e le
Solanacee. La segale è il cereale che cresce a quota più elevata, seguita da
mais e orzo. Particolarmente interessante è il mais, coltivato tradizionalmente
anche sopra i 500 metri di quota. Con Leguminose si fa riferimento soprattutto
ai fagioli, che in passato rappresentavano la principale fonte proteica di
origine vegetale per le popolazioni montane, mentre le Graminacee fornivano
energia sotto forma di amido. La famiglia delle Solanacee è abbastanza vasta, ma
nel caso delle montagne non si può non pensare alle patate, alimento tipico di
queste aree.
Cosa rende queste varietà diverse da quelle più “commerciali”? “Innanzitutto c’è
bisogno di caratterizzarle”, spiega Luca Giupponi, ricercatore nell’ambito della
botanica ambientale applicata dell’Università degli studi di Milano, presso il
Polo Unimont di Edolo, in Alta Valle Camonica: “meno del 10% di quello che
abbiamo trovato e mappato è stato oggetto di studi scientifici”. E questo, per
varietà potenzialmente a rischio, è un grosso problema, che può sfociare in
quella che viene chiamata dark extinction: rischiamo di perdere specie ancora
prima di conoscerne l’esistenza, specie che potrebbero avere caratteristiche
utili, che meriterebbero di essere rivalorizzate. Ci sono varietà che sono state
scartate in passato perché producevano poco. Alla fine delle due guerre mondiali
la priorità era proprio quella di sfamare la popolazione: gli agronomi e i
genetisti, da quel punto di vista, hanno ottenuto risultati eccellenti. Per il
mais, ad esempio, si è passati da una produzione di 12-14 quintali per ettaro a
superare oggi i 100 quintali. Ma ora, almeno in Italia, l’attenzione si è
spostata dalla quantità alla qualità.
> Ci sono varietà che sono state scartate in passato perché producevano poco, in
> un periodo in cui la priorità era sfamare la popolazione. Ma queste varietà
> talvolta offrono caratteristiche nutrizionali superiori.
Le varietà tradizionali producono meno, è vero, ma talvolta offrono
caratteristiche nutrizionali superiori. Il mais nero spinoso di Valle Camonica,
ad esempio, deve il suo colore a molecole antiossidanti ‒ proprio quelle che
conferiscono il colore scuro ‒ presenti in concentrazioni molto elevate,
caratteristica assente nei mais ibridi moderni, coltivati nelle pianure degli
Stati Uniti o della Cina. Sono alimenti che vengono definiti nutraceutici per le
loro proprietà benefiche. L’obiettivo ultimo è proprio quello di valorizzare
queste eccellenze, anche perché puntare sulla quantità in montagna sarebbe
fallimentare: non si parla di ettari di terreno, ma di metri quadri; non ci
sarebbe competizione.
La genetica della resilienza
Un altro vantaggio fondamentale è la rusticità: queste varietà sono adattate a
terreni montani meno profondi e meno ricchi di nutrienti, spesso resistenti alla
siccità. Studiarle dal punto di vista genetico per il miglioramento delle
colture, in vista dei cambiamenti climatici, potrebbe essere una strategia
vincente. Si tratta di risorse che non possiamo permetterci di perdere: se
manteniamo ampia la diversità di cibi che possiamo consumare è un bene per
l’essere umano, per gli animali e per la biodiversità in sé. Un esempio
emblematico è il mais delle Fiorine di Clusone: produce solo 10 quintali per
ettaro, ma durante la siccità dell’estate 2022, quando il mais in pianura è
andato completamente perso, ha continuato a produrre la sua unica spiga per
pianta senza essere irrigato.
> Queste varietà sono adattate a terreni montani meno profondi e meno ricchi di
> nutrienti, spesso resistenti alla siccità. Considerando l’impatto crescente
> dei cambiamenti climatici, potrebbero rivelarsi cruciali.
A differenza degli ibridi moderni, che sono linee genetiche pure e uniformi, le
varietà tradizionali sono popolazioni con un’ampia variabilità genetica. “In
campo puoi trovare una pianta alta e una bassa, una spiga di un colore e
un’altra di colore diverso”, spiega Giupponi: “Se un anno sopravvive meglio la
pianta resistente alla siccità, l’anno dopo, con più pioggia, sopravvive meglio
un’altra variante. Questa diversità le rende più resilienti ai cambiamenti
ambientali”.
Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante nel contesto del cambiamento
climatico e non è, tutto sommato, così intuitivo. Trattandosi di varietà locali,
infatti, si potrebbe pensare che siano molto più sensibili alle variazioni, ma è
proprio la diversità genetica a fare la differenza. Gli ibridi sono tarati per
ambienti di pianura, richiedono condizioni molto più specifiche e possono avere
difficoltà nell’ambiente montano, le varietà tradizionali invece si adattano
gradualmente alle variazioni ambientali locali, generazione dopo generazione.
Una ricchezza minacciata
Le principali minacce a questo patrimonio sono chiare: l’abbandono delle terre
alte e la mancanza di conoscenza. Pur essendoci numerose università nel nostro
Paese, infatti, sono poche a occuparsi di queste tematiche: oltre a Unimont
possiamo citare la libera Università di Bolzano e l’Università della Tuscia.
Mancano ricerca, disseminazione e divulgazione, che comunque da sole non
bastano. Occorre anche un supporto a livello di governance, norme che preservino
le varietà, ne promuovano l’utilizzo, tutelando al tempo stesso il territorio e
chi lo abita.
La questione è complessa e si traduce nel vivere in montagna, far sapere quali
sono le sue risorse, come si coltivano, cosa contengono e come puoi valorizzarle
e trasformarle. Anche e soprattutto perché serve continuità: queste varietà
vanno coltivate annualmente, se i semi vengono dimenticati per 5-10 anni vanno
persi. Ed è un vero e proprio patrimonio che se ne va. “Ognuna di queste varietà
è legata anche a un concetto di storia, uso tradizionale, ricette tipiche”,
aggiunge Giupponi: “Se vogliamo c’è di mezzo anche il turismo:
l’agrobiodiversità è una ricchezza strategica per le aree montane”. In ogni
caso, i cambiamenti climatici non sono da dimenticare: si osserva uno sfasamento
dei periodi di fioritura e di maturazione dei frutti, ma queste varietà
incontrano meno difficoltà rispetto a quelle vissute dalle specie ibride.
> Le principali minacce a questo patrimonio sono l’abbandono delle terre alte e
> la mancanza di conoscenza. Anche e soprattutto perché serve continuità: queste
> varietà vanno coltivate annualmente, se i semi vengono dimenticati per 5-10
> anni vanno persi.
L’abbandono e il mancato ricambio generazionale hanno, tra l’altro, un effetto
diretto sul paesaggio: negli ultimi decenni si è osservata un’espansione
incontrollata del bosco a discapito dei prati, dei pascoli e dei campi. A ciò si
aggiunge l’impatto del ritorno della fauna selvatica, in particolare gli
ungulati ‒ come cervi, caprioli e cinghiali. Per gli agricoltori, questo ritorno
è una difficoltà e un costo aggiuntivo: raccolti preziosi come lo zafferano
rendono necessarie costose recinzioni.
Prima di progettare il futuro delle comunità montane, occorre guardarsi dagli
errori del passato: “Buona parte delle varietà moderne che ci vengono fornite
sono studiate per ambienti di pianura”, spiega in proposito Giupponi: “Vale
anche per la zootecnia: in pianura abbiamo creato vacche che producono enormi
quantità di latte con mangimi super calorici, poi abbiamo imposto questo modello
alla montagna”. Ma per poter allevare quel tipo di animale o coltivare quel tipo
di pianta in montagna era necessario modificare l’ambiente rendendolo più simile
possibile alla pianura, con costi ambientali insostenibili”. Oggi, però,
assistiamo a un cambio di paradigma: non si cerca più la varietà con la migliore
resa assoluta, ma quella meglio adattata a ogni specifico territorio.
Il valore economico della qualità
Fino a pochi anni fa ‒ ma in alcuni casi ancora oggi ‒ questi saperi venivano
tramandati di padre in figlio. Ora, però, esistono anche i social, che
permettono di trovare video in cui, per esempio, viene spiegato come coltivare
il mais nero. Il problema non riguarda, di solito, come coltivare, ma perché, e
nel momento in cui ci sono così grandi differenze dal punto di vista della
produttività, non si tratta di una questione banale.
La vera comprensione, infatti, è nel valore intrinseco: un chilo di farina di
mais locale tradizionale può arrivare a costare anche 5-6 euro, rispetto a un
chilo di farina prodotta magari in Cina o negli Stati Uniti, che al supermercato
si trova a 1 euro, o, in alcuni casi, anche a prezzo inferiore. Quindi è vero
che si produce meno, ma si vende a un prezzo maggiore. Se poi si è pure in grado
di trasformare il prodotto vuol dire che al posto di vendere la farina si
producono biscotti, grissini, birra o altri prodotti. A quel punto, quel chilo
di farina non vale più 5-6 euro, ma molto, molto di più.
Si tende, poi, a pensare alle vallate alpine come a luoghi chiusi, eppure, come
spiega Giupponi, “in passato gli agricoltori delle diverse valli si scambiavano
i semi, c’è sempre stato un flusso genetico. Avere i semi significava essere
detentori di ricchezza. Oggi, quando qualcuno ha i soldi si dice che ‘ha la
grana’, ma questa definizione viene dal fatto che chi aveva ‘i grani’ era
potente, aveva una risorsa, in prezzo valeva più dei soldi. Quando le persone si
sposavano, nella dote degli sposi si includevano i semi ‒ era come fare un
assegno di migliaia di euro”. C’era il baratto, c’era la compravendita. Questo
scambio ha creato una rete di biodiversità che supera i confini delle singole
valli: “abbiamo trovato un fagiolo, che noi chiamiamo ‘Copafam’ ‒ significa
ammazzafame ‒ che è diffuso su tutte le Alpi con nomi diversi ‒ logicamente ogni
valle ha il suo dialetto ‒ ma è sempre lo stesso fagiolo, con piccolissime
differenze genetiche e impercettibili differenze morfologiche”.
Il quadro normativo
L’Italia è da sempre riconosciuta come un Paese ricco di biodiversità
agroalimentare, ma solo di recente ha cominciato a quantificare questa
ricchezza. Dall’inizio degli anni Duemila alcune regioni hanno iniziato a
promulgare leggi regionali volte alla tutela delle risorse genetiche autoctone
di interesse agrario. Altre, come per esempio la Lombardia, hanno deciso di
preservare il proprio patrimonio utilizzando strumenti nazionali come il
registro varietale sezione “varietà da conservazione” o il registro dei PAT
(Prodotti Agroalimentari Tradizionali).
È solo del 2015 la legge n. 194 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione
della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”, operativa dal 2018, che
dovrebbe far convogliare tutti i diversi sforzi fatti dalle varie regioni in un
unico strumento: l’anagrafe della biodiversità di interesse agricolo e
alimentare, che raccoglie le varietà locali tradizionali ‒ quelle che
tecnicamente vengono chiamate landraces ‒ presenti sul territorio nazionale. Nel
2016 la Regione Lombardia ha coinvolto Unimont in un progetto con il fine di
censire le landraces lombarde: in due anni si è passati da uno scarno elenco con
una decina di specie a scoprirne una settantina. In seguito, grazie a un
progetto finanziato dal Dipartimento degli affari regionali della Presidenza del
Consiglio dei ministri, il censimento è stato esteso a livello nazionale,
individuando oltre 1600 varietà locali tradizionali.
> Una specie locale tradizionale viene definita tale quando è coltivata nello
> stesso territorio per almeno 50 anni: potrebbe sembrare poco tempo, ma
> parliamo di 50 generazioni successive. Il nostro equivalente di oltre 1200
> anni.
Questo patrimonio si concentra in gran parte sull’Appennino e nelle grandi valli
alpine come la Valtellina e la Valle Camonica; in contrasto con le aree di
pianura, dove il territorio è stato adibito a coltivare principalmente ibridi e
varietà moderne, oltre che dedicato all’urbanizzazione.
Guardare al futuro
Oggi, la ricerca si concentra non solo sulle specie autoctone in senso stretto,
ma anche su quelle che si sono adattate nel tempo: basti pensare che molte
piante ormai tipiche nel nostro Paese (mais, patate, fagioli, pomodori) vengono
dall’America. Una specie locale tradizionale viene definita tale quando è
coltivata in uno stesso territorio per almeno 50 anni: potrebbe sembrare poco
tempo, ma quando si parla di piante annuali significa fare riferimento a 50
generazioni. Che per noi umani corrisponderebbero a circa 1250 anni.
Un esempio è la caigua (o cetriolo andino), trovata in Valle Camonica. Questa
varietà, pur essendo originaria di un altro continente, si è adattata al
territorio camuno, sviluppando caratteri propri e producendo molto di più (tanti
piccoli frutti) rispetto alla caigua americana coltivata a fini sperimentali in
Valle Camonica (un unico frutto che non arriva a maturazione). “Le piante si
sono sempre mosse, l’uomo le ha sempre trasportate e quindi siamo invasi da
vegetali che non sono tipici dei nostri territori”, chiosa Giupponi: “Non ha
alcun senso fare delle discussioni sulla ‘proprietà’ di queste piante da parte
di un territorio in base a dove queste si sono originate o erano coltivate
secoli fa: guardiamo cosa sono diventate, quali potenziali possono avere oggi
per i territori in cui si trovano”.
Le varietà tradizionali delle valli alpine sono, in sostanza, una cassetta degli
attrezzi genetica. Se quelle moderne sono attrezzi specializzati, perfetti per
la massima resa in condizioni ideali, le varietà rustiche sono l’insieme
completo e variegato di strumenti che, grazie al loro ampio pool genetico,
consentono all’agricoltura di affrontare e adattarsi a ogni imprevisto e
cambiamento ambientale, garantendo la resilienza necessaria per il futuro.
L'articolo Il patrimonio nascosto delle valli alpine proviene da Il Tascabile.
Tag - biodiversità
A lla parola paesaggio comunemente associamo la vista su delle colline, il verde
dei boschi, una pianura nella nebbia: molto dipende da dove siamo cresciuti,
qual è il posto a cui siamo legati in modo particolare, ma tendenzialmente il
paesaggio, nella nostra testa, somiglia molto a un quadro, è un panorama legato
quasi esclusivamente alla vista. Eppure un aspetto fondamentale dei luoghi è
quello sonoro: ogni posto ha un suo soundscape, un paesaggio sonoro specifico,
che varia, esattamente come l’aspetto visivo, allo scorrere delle ore del giorno
e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare degli anni.
Per chi vive in città il soundscape è un assedio di rumori incessanti, ma anche
quei luoghi che consideriamo più silenziosi – la cima di una montagna, una
spiaggia deserta – sono intessuti di suoni.
Fra questi due estremi, dal fastidio violento alla piacevolezza pacifica, si
muove la considerazione quasi puramente estetica che abbiamo del paesaggio
sonoro: ma prestare attenzione a cosa ci dicono i suoni può essere fondamentale
per accorgerci dei cambiamenti avvenuti in un ambiente, della riduzione della
biodiversità, della salute di un territorio, e dei benefici o danni che i suoni
possono apportare agli esseri viventi che lo abitano. A volte, infatti, è
proprio tendendo l’orecchio al paesaggio che ci arriva un segnale di allarme.
Primavera silenziosa, il famoso saggio di Rachel Carson pubblicato nel 1962 che
in qualche modo ha dato avvio al movimento ecologista statunitense, si apre con
una domanda: “Perché tacciono le voci della primavera in innumerevoli contrade
d’America?”. Il silenzio che improvvisamente dominava la primavera, al posto del
canto di innumerevoli specie di uccelli e del ronzio delle api, è l’aspetto
scelto dalla biologa per presentare, fin dal titolo, la sua indagine sulle
conseguenze dell’uso indiscriminato del DDT e di altri fitofarmaci.
Qualche anno dopo, all’incirca dalla fine degli anni Sessanta, alcuni studiosi
hanno cominciato a occuparsi di ecologia acustica, o ecologia dei paesaggi
sonori – ossia quella branca dell’ecologia che studia le relazioni fra i suoni
di un paesaggio e gli esseri viventi che lo abitano – nella convinzione che
l’aspetto sonoro delle questioni ambientali sia un tassello importante, che ci
può dire molto sullo stato di salute degli ecosistemi, sulla progettazione degli
spazi urbani, sui modi di condurre la transizione, sulle vite che vogliamo,
perfino sulla pace che desideriamo.
> Quando parliamo di paesaggio tendenzialmente pensiamo a un panorama legato
> quasi esclusivamente alla vista. Eppure, un aspetto fondamentale dei luoghi è
> quello sonoro: un paesaggio altrettanto specifico, che varia allo scorrere
> delle ore del giorno e della notte, nell’alternarsi delle stagioni, al passare
> degli anni.
Occuparsi di ecologia richiede spesso di impegnarsi a prestare attenzione a ciò
che alla nostra attenzione sfugge, perché difficile da comprendere, perché
invisibile, perché su scala troppo grande per averne una visione completa,
perché ha una dimensione temporale sfasata rispetto agli interessi politici e
alla nostra capacità di proiettarci nel futuro: a queste difficoltà, nel caso
dell’ecologia dei paesaggi sonori, si aggiunge il fatto che la vista, per gli
umani, è il senso a cui affidiamo gran parte delle nostre valutazioni, l’udito
ha un posto secondario, almeno a livello conscio, ed è così che sottovalutiamo
gli effetti dell’inquinamento acustico sulla nostra salute, i danni provocati
dai rumori delle guerre, la ricchezza sonora che stiamo perdendo assieme alla
biodiversità, e quanto sia importante, nell’immaginare il futuro, pensare anche
a come questo suonerà.
L’antropofonia e l’inquinamento acustico
Per cominciare a indagare di cosa è fatto un paesaggio sonoro possiamo partire
dalla divisione dei suoni in tre macrocategorie, o domini. Il primo è la
geofonia, ossia l’insieme dei suoni naturali provenienti da fonti abiotiche – il
mare, un fiume, il vento, un tuono, il brontolio selvaggio di un terremoto,
l’eruzione di un vulcano: ed è proprio l’eruzione del Krakatoa nel 1883 ad aver
generato l’onda sonora più potente mai registrata, con un boato di 310 decibel
(dB). C’è poi la biofonia, tutti quei suoni naturali emessi dagli esseri
viventi, animali e vegetali. Infine, l’antropofonia, cioè ogni nota, rumore,
boato o scricchiolio prodotti dagli umani, dalla musica più raffinata
all’insopportabile rombo di un aereo in decollo.
> Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di
> esposizione al rumore, per quanto riguarda le città esistono solo delle
> raccomandazioni dell’OMS che vengono in larghissima parte disattese.
È proprio l’insieme dei rumori artificiali prodotti dalle attività umane a
costituire il tappeto sonoro predominante per chi vive nelle aree urbane: nel
mondo circa il 55% della popolazione, che si stima diventerà il 68% entro il
2050; in Italia la percentuale si aggira già attorno al 70% e sale al 91%,
secondo i dati Istat, che però comprendono anche i centri abitati più piccoli.
Se sul posto di lavoro esistono, in Italia, norme precise sui limiti di
esposizione che fissano a 80 dB la soglia media di attenzione (con picchi non
oltre i 135 dB) e a 87 dB la media massima che non può essere superata (con
picchi di 140 dB), per i rumori degli ambienti urbani in cui siamo immersi
esistono solo delle raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della
Sanità) che vengono in larghissima parte disattese. Secondo le linee guida sul
rumore ambientale per l’Europa dell’OMS, infatti, il limite di esposizione al
rumore del traffico su strada sarebbe di 53 dB di giorno, 45 dB di notte. Quasi
un cittadino su tre, in Europa, vive in ambienti che superano, spesso anche di
molto, questi limiti: sono circa novantadue milioni di persone. Diciotto milioni
di persone, sempre in Europa, vivono in zone in cui il traffico ferroviario
produce rumori oltre la soglia prevista; e due milioni e mezzo di persone sono
esposte al rumore del traffico aereo.
Effetti dell’inquinamento acustico
La scarsa attenzione che prestiamo agli aspetti sonori dell’ambiente in cui
viviamo si riflette anche nella poca considerazione che abbiamo per i danni che
l’esposizione al rumore può avere: l’inquinamento acustico è fra le minacce
ambientali più pericolose per la salute, dopo quello atmosferico e il caldo
estremo. Lo scorso giugno, l’EEA (l’agenzia europea per l’ambiente) ha
presentato il rapporto Environmental noise in Europe, secondo il quale
l’inquinamento acustico è la causa di circa 66.000 decessi prematuri all’anno in
Europa, 50.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e 22.000 casi di diabete
di tipo 2. Oltre agli effetti diretti, ci sono quelli indiretti o a lungo
termine, come acufeni, stress, ansia, disturbi del sonno e difficoltà di
concentrazione, fino a depressione e demenza. Sono preoccupanti anche gli
effetti sui più piccoli: pare che l’esposizione continua al rumore del traffico
provochi difficoltà e ritardi nella lettura in circa mezzo milione di bambini e
disturbi del comportamento su circa 60.000. Si stima anche che circa 272.000
casi di sovrappeso infantile possano essere associati a livelli alti di rumore.
> L’inquinamento acustico è fra le minacce ambientali più pericolose per la
> salute: basti pensare che ogni anno, solo in Europa, causa 66.000 decessi
> prematuri. Per non parlare degli effetti indiretti su acufene, ansia, disturbi
> del sonno, difficoltà di concentrazione e depressione.
In complesso, sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa perdiamo ogni anno
1,3 miliardi di anni di vita in buona salute (è l’indice DALY che somma gli anni
di vita persi per morti premature a quelli vissuti con malattie o disturbi
invalidanti). Un numero che fa impressione, ma forse non abbastanza da muoverci
all’azione: stando alle proiezioni dell’agenzia europea, senza forti misure
aggiuntive e senza nuovi investimenti non riusciremo a raggiungere l’obiettivo
di ridurre del 30% entro il 2030 il numero di persone che subiscono alti livelli
di inquinamento acustico (nello specifico, quello generato dal sistema dei
trasporti). Eppure i danni elencati hanno un costo elevato, stimato in 95,6
miliardi di euro l’anno: un numero da citare non perché serva assegnare un
valore economico alla nostra salute, ma per dare concretezza a qualcosa che ci
sembra semplice tappeto sonoro – il rumore del traffico nelle città – e che
solitamente consideriamo come secondario, incapace di produrre effetti concreti,
quando invece è perfino misurabile, sui nostri corpi e sui bilanci degli Stati.
Il rumore delle armi, il rumore come arma
Se il rumore del traffico è diventato una presenza costante e pervasiva del
paesaggio sonoro in cui siamo immersi, nel dominio dell’antropofonia in cima
alla lista dell’intensità si trovano i suoni prodotti da armi e mezzi di guerra:
il suono antropico più potente è quello generato dall’esplosione di una bomba
atomica, che supera i 200 dB. Anche in questi casi l’aspetto acustico ci sembra
marginale – e chiaramente di fronte a strumenti che producono morte il fatto che
producano anche dei rumori è marginale – ma essere sottoposti continuamente a
rumori così forti e innaturali, dal ronzio costante dei droni, al rombo degli
aerei militari, e poi le esplosioni, gli spari, gli allarmi, le urla, ha degli
impatti a lungo termine: in chi sopravvive; le conseguenze dell’esposizione
prolungata a questo tipo di rumori sono una parte importante dei disturbi
post-traumatici da stress, che spesso comprendono ipersensibilità ai rumori,
specie se forti e improvvisi.
> In cima alla lista dei suoni più potenti prodotti dall’essere umano ci sono
> quelli generati da armi e mezzi di guerra: l’esplosione di una bomba atomica,
> per dire, provoca un rumore che supera i 200 dB.
Esiste inoltre un’intera categoria di armi che usano proprio le onde sonore come
strumento di offesa: sono le armi soniche, o LRAD – Longe-Rage Acustic Device,
dispositivi acustici a lungo raggio –, vietate in molti Paesi, fra cui la
Serbia, che però è sospettata di averle utilizzate per disperdere la folla di
manifestanti in piazza il 15 marzo 2025. Le autorità di Belgrado negano di aver
utilizzato armi soniche, anche se hanno ammesso di averne acquistate. La
popolazione ha richiesto delle indagini indipendenti per chiarire i fatti, ma
quello che colpisce dei video diffusi in rete è l’invisibilità dell’onda che si
abbatte sul corteo, che si divide in due, con le persone che scappano dal centro
della strada, un’immagine che somiglia molto al rapporto che abbiamo con il
suono: qualcosa che sfugge alla nostra attenzione, ma di cui subiamo l’impatto.
Nel documentario Vibrations from Gaza, dell’artista Rehab Nazzal, il suono della
guerra oltre che invisibile diventa anche inudibile: i protagonisti sono bambini
sordomuti della Striscia di Gaza – una di loro, Amani, dice che “è una
benedizione essere sorda, così sono la meno terrorizzata quando bombardano” –, e
per tutto il film gli unici rumori sono il ronzio dei droni e le onde del mare.
I bambini raccontano quello che percepiscono degli aerei da guerra e delle bombe
che cadono: le vibrazioni dell’aria, del pavimento e dei loro corpi: la fisicità
del rumore, che rende impossibile il silenzio, finché non c’è pace, perfino per
chi non è in grado di udire la guerra.
Il silenzio: non solo un’assenza di suoni
Pace e silenzio sono due parole spesso associate: e come non si può definire la
pace per negazione, come solo assenza di guerra, così non si può definire il
silenzio per pura sottrazione del rumore.
> Un esempio chiaro del modo antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è
> che abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma
> sulla soglia minima di percezione umana.
Eppure una prima idea di silenzio che ci viene alla mente è l’assenza di rumori
umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente auto, aerei e navi,
niente bombe, niente fuochi d’artificio, niente allarmi, sirene e suonerie,
niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente cantieri, demolizioni e
costruzioni. In breve, potremmo definire l’idea comune di silenzio come un
paesaggio sonoro in cui manca tutto l’insieme dell’antropofonia: sottraendo i
suoni di origine umana, rimangono quelli degli altri esseri viventi, o biofonia,
e degli elementi naturali non viventi, come quelli prodotti dai movimenti
dell’aria, dell’acqua o della terra, ossia la geofonia. Non è un silenzio
assoluto, ma un silenzio naturale, che non ha niente a che vedere con un vuoto,
ma è uno spazio sonoro pieno delle voci che altrimenti sono sopraffatte dai
rumori artificiali: canti degli uccelli, frinire di insetti, onde del mare,
scrosciare di fiumi e frusciare di foglie.
In Storia naturale del silenzio (2024) Jérôme Sueur va a indagare proprio cosa
c’è dentro il silenzio naturale, rendendo evidente che, se già prestiamo poca
attenzione agli aspetti sonori delle nostre vite, ancora meno ne prestiamo al
silenzio, che non è affatto univoco, né assoluto, né vuoto o assenza. Un esempio
chiaro del modo tutto antropocentrico che abbiamo di intendere il mondo è che
abbiamo fissato lo zero decibel non su un valore di reale silenzio, ma sulla
soglia minima di percezione umana: esistono in realtà suoni che misurano decibel
negativi perfettamente udibili da molte specie, ciascuna con una sua soglia di
silenzio differente.
> La nostra idea comune di silenzio è un paesaggio sonoro in cui mancano del
> tutto i rumori umani: niente rombi di motori o stridore dei freni, niente
> allarmi, sirene e suonerie, niente annunci, megafoni e altoparlanti, niente
> cantieri, demolizioni e costruzioni.
Nei linguaggi animali il silenzio non è vuoto, può essere un segnale amoroso, di
allerta o di sfida, ma può essere anche un segnale di morte e perdita: quando
una specie scompare, scompare anche il suono che è in grado di produrre. Così,
come “il silenzio nelle contrade di America” indicava che qualcosa stava
accadendo alle popolazioni di uccelli, registrare suoni e vibrazioni può dare
indicazioni precise sullo stato di salute degli ecosistemi e sulla biodiversità
che li abita.
Il silenzio dell’estinzione: l’ecoacustica per il monitoraggio della
biodiversità
È da questo proposito – monitorare la biodiversità attraverso il suono – che,
circa mezzo secolo dopo quell’intuizione di Rachel Carson, l’ecoacustica nasce
ufficialmente come disciplina, nel 2014, in Francia, al Muséum national
d’Histoire naturelle, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori, fra cui lo
stesso Jérôme Sueur. Alcuni ecosistemi sono nascosti alla vista: è il caso dei
ricercatori della Flinders University di Adelaide, nell’Australia meridionale,
che hanno registrato i suoni prodotti dalle comunità sotterranee di invertebrati
per monitorare lo stato di salute e di fertilità del suolo; oppure di specie
indistinguibili all’occhio, ma non all’orecchio, come alcune specie di rane; o
ancora di ecosistemi così vasti e difficili da raggiungere – l’oceano più
aperto, le profondità marine più inaccessibili – dove poter semplicemente
registrare e analizzare i suoni diventa il metodo più praticabile, e meno
invasivo, di monitoraggio.
I suoni prodotti da ciascuna specie sono un indicatore della biodiversità ma
anche, e soprattutto, una ricchezza in sé: e quando una specie scompare, quando
l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i suoi richiami d’amore rivolti ormai a
nessuno, perdiamo per sempre delle note, un gorgoglio, delle vibrazioni, una
melodia che nessun altro essere vivente potrà replicare. Ogni singola specie non
solo produce dei suoni caratteristici ma ha un diverso modo di percepirli,
diversi spettri uditivi, diversi organi predisposti e diversi modi in cui le
vibrazioni sonore vengono percepite ed elaborate. Così quando una specie
scompare, non scompare solo il suono che produce, ma anche il suono che ascolta.
> Quando una specie scompare, quando l’ultimo esemplare rinuncia a mandare i
> suoi richiami d’amore rivolti ormai a nessuno, perdiamo per sempre delle note,
> un gorgoglio, delle vibrazioni, una melodia che nessun altro essere vivente
> potrà replicare.
Fra i vari compiti della tutela della biodiversità c’è anche fare in modo che le
altre specie animali possano continuare ad ascoltarsi fra loro: ridurre il
nostro peso sugli ecosistemi comprende quindi anche la riduzione del nostro
impatto sonoro – come, per esempio, l’inquinamento acustico del trasporto
marittimo, delle trivellazioni offshore e del deep-sea mining che stressa e
disorienta, provocando danni uditivi e a volte anche la morte, nei pesci e nei
mammiferi marini.
Immaginare un futuro silenzioso
Possiamo ripensare il nostro impatto sui paesaggi sonori; ripensare le città
tenendo a mente anche la necessità di contenere l’inquinamento acustico, per il
benessere di chi in città ci vive; ripensare la pace: “far tacere le armi” non
significa solo smettere di combattere, ma è un modo di lasciare spazio alla voce
dei popoli che con le armi vengono sottomessi, soggiogati, silenziati,
annientati; ripensare il silenzio: tacere, ridurre il rumore, non è creare un
vuoto ma creare spazio, così come quella che chiamiamo decrescita non è una
riduzione ma un modo diverso di crescere, dove alla crescita del PIL si
sostituisce quella del benessere, della salute e della giustizia.
Abbassare il livello, e il peso, dell’antropofonia sull’ambiente significa
quindi dare la possibilità di espressione ad altre specie animali, dar loro la
possibilità di tornare a comunicare, a quell’ultimo esemplare di scoprire magari
di non essere rimasto solo, e intercettare il verso di un suo simile prima che
entrambi smettano di cantare. Significa dare a noi, specie umana, la possibilità
di ascolto – delle altre specie, uscendo dal nostro antropocentrismo acustico, e
di chi, all’interno della nostra, è stato meno ascoltato –, e di immaginare un
cambiamento che tenga presente anche come potrebbe suonare il futuro che
vorremmo, una transizione non solo ecologica, non solo energetica, non solo
giusta socialmente, ma anche silenziosa, non per creare un vuoto sonoro assoluto
ma per poter ascoltare tutta quella ricchezza di voci di cui è fatto il mondo,
prima di perderle per sempre.
L'articolo Il paesaggio che (non) ascoltiamo proviene da Il Tascabile.
A prile del 2019, siamo nel Gujarat, uno Stato dell’India occidentale che guarda
in faccia l’Oman dall’altra parte del Mar Arabico. La PepsiCo fa causa a nove
contadini per aver coltivato patate “FC5”, una varietà che l’azienda aveva
introdotto nel 2009 e brevettato nel 2016 perché il basso contenuto idrico la
rendeva ideale per produrre patatine fritte. I contadini rispondono che si sono
semplicemente scambiati dei semi, come per secoli hanno sempre fatto, e sono
cresciute quelle. Il processo dura due anni e viene vinto dai contadini. Grazie
all’attivista Kavitha Kuraganti viene anche revocato il brevetto a PepsiCo. Fra
le varie motivazioni addotte (per lo più relative a vizi di forma), il tribunale
osservò che la registrazione del seme era contraria “all’interesse pubblico”, in
quanto i processi per infrazione avevano danneggiato i coltivatori di patate.
Sembra una grande vittoria, non solo concreta ma anche di principio: brevettare
una varietà ortofrutticola danneggia gli agricoltori locali, il materiale
genetico non può essere proprietà privata. Vandana Shiva la chiamerebbe
“sovranità dei semi”: il diritto dei contadini a conservare, scambiare e
propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze chimico-industriali.
Ma lo scorso anno i vizi di forma sono stati risolti e una parte del brevetto è
stato reintegrato, a ricordare che, contro le multinazionali, i principi
faticano a vincere.
Una quindicina di anni prima, nel Java Orientale, in Indonesia, alcuni contadini
avevano salvato dei semi da un raccolto. Li avevano selezionati, li avevano
rivenduti, ed erano stati perseguiti da BY BISI (filiale del gruppo thailandese
Charoen Pokphand) per “seed piracy”. Qualcuno era stato punito con il divieto di
usare semi per un anno, qualcun altro condannato al carcere. Nel 2012 una
coalizione di ONG e agricoltori si mosse a loro difesa, contestando il fatto che
piccoli contadini potessero essere trattati come grandi aziende. Ma nel 2019 una
nuova legge rese obbligatorio per tutti dichiarare eventuali nuove raccolte di
semi e illegale distribuirli al di fuori di gruppi chiusi.
> Per “sovranità dei semi” si intende il diritto dei contadini a conservare,
> scambiare e propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze
> chimico-industriali. Un diritto che è messo sempre più spesso a repentaglio da
> aziende che brevettano sementi OGM.
Da millenni l’agricoltura funziona così: i semi si provano, si usano, si
selezionano osservando a occhio nudo quali sono più resistenti a certe malattie
o insetti, quali si adattano meglio a un certo terreno. È un’attività empirica e
in continua trasformazione, fatta di tentativi e scambi fra vicini, di
riutilizzo di semi dell’anno prima, di conoscenze specifiche e situate, di
soluzioni mai del tutto replicabili altrove, di scoperte fortuite sulle spalle
di conoscenze maturate nei secoli.
Circa dagli anni Ottanta, e ancor di più dall’inizio degli anni Duemila, le
grandi aziende agroalimentari e farmaceutiche hanno cominciato a brevettare i
semi. Come si è detto, PepsiCo, ad esempio, ha depositato sementi
particolarmente adatte a produrre patatine fritte, ma ci sono innumerevoli casi
simili, da cui possono scaturire infinite controversie e una messa in
discussione delle pratiche stesse con cui da sempre l’agricoltura funziona.
Negli anni Novanta Monsanto ha brevettato sementi OGM (Organismo Geneticamente
Modificato) resistenti agli erbicidi, come i Roundup Ready, semi ingegnerizzati
in modo da tollerare erbicidi a base di glifosato: quando un contadino
acquistava questi semi firmava un contratto in cui si impegnava a non
riutilizzarli nel raccolto successivo trovandosi poi costretto a ricomprare i
semi ogni anno anziché vivere almeno in parte di eredità, come è sempre stato
naturale fare. Fra il 1998 e il 2004 sempre Monsanto ha citato in giudizio
l’agricoltore canadese Percy Schmeiser per aver coltivato colza OGM da loro
brevettata senza aver pagato la licenza. Secondo la difesa, il polline in
questione era arrivato accidentalmente e il contadino l’aveva trovato e dunque
usato, senza domandarsi a chi dovesse pagare pegno, perché i semi non hanno mai
avuto padroni. Data l’assenza di profitti illegittimi, Schmeiser non ha ricevuto
condanne ma ha perso comunque la causa. Insomma: in qualsiasi momento un seme
OGM può arrivare nel campo di un agricoltore tradizionale o biologico, portato
da un impollinatore o dal vento, e se il contadino lo usa o lascia anche solo
che cresca, rischia una causa.
Gli impatti della digitalizzazione e brevettazione delle sementi sono tanti,
variegati, complessi. C’è la contaminazione involontaria dei terreni ma anche la
dipendenza economica obbligata degli agricoltori, costretti ogni anno a
ricomprare i semi dalle aziende. C’è la criminalizzazione di pratiche contadine
secolari e anche una pericolosissima riduzione della biodiversità: si scelgono
poche varietà di semi, si piantano sempre quelle, magari perché resistenti a
certi insetti o malattie, o particolarmente adatte a una data produzione. E così
si impoverisce il terreno, si perdono varietà, diminuisce la resistenza dei
raccolti ai cambiamenti climatici o a nuove malattie.
> In qualsiasi momento un seme OGM può arrivare nel campo di un agricoltore
> tradizionale o biologico, portato da un impollinatore o dal vento, e se il
> contadino lo usa, o lascia anche solo che cresca, rischia una causa.
Ma c’è un altro aspetto da considerare. I brevetti su cui si arricchiscono le
multinazionali farmaceutiche o agroalimentari si basano su una materia prima, il
seme, delle cui proprietà l’azienda in questione non ha alcun merito, mentre
alla comunità che ha avuto se non altro il merito di aver trascorso secoli a
studiare, coltivare e proteggere quella pianta, non arriva nulla. Non solo. Se
tradizionalmente c’era bisogno di recarsi fisicamente sul campo (spesso in una
foresta), per trovare una varietà vegetale con le caratteristiche che servivano
e da lì ricavare un principio per un qualche farmaco su cui costruire un impero
commerciale, oggi il seme fisico non è più indispensabile, ne può bastare uno
digitale, ossia la rappresentazione digitale di un seme reale.
Un seme digitale contiene la sequenza del DNA, metadati genetici come marcatori
e fenotipi, dati agronomici e altre informazioni che consentono facilmente di
riprodurre e migliorare una certa varietà; o di sfruttare gli strumenti
bioinformatici per progettarne di nuove, senza alcun bisogno del seme fisico:
basterà una stampa in 3D biologica del suo “gemello digitale”.
“Una volta le aziende andavano in Amazzonia o Papua a prelevare materiale
genetico da cui estrarre principi per brevetti. Oggi, con la digitalizzazione,
tutto avviene tramite banche dati: si assemblano informazioni e si brevettano
prodotti senza nemmeno toccare la fonte reale. I nuovi OGM portano brevetti e
royalties, limitando il diritto degli agricoltori a conservare semi, a farsi una
propria ‘banca dei semi’” mi spiega Federica Ferrario, responsabile campagne
dell’associazione Terra!. Che ci siano in gioco biologi che prelevano campioni
in una foresta tropicale, o che si tratti di bioinformatici in laboratorio, il
risultato è sempre una forma di biocolonialismo che col tempo cambia, si affina,
diventa più difficile da riconoscere e regolare.
> Il Fondo Cali, approvato nel 2025, prevede che i privati che guadagnano dai
> semi digitali, in particolare le aziende farmaceutiche, possano versare l’1%
> del fatturato o lo 0,1% dei profitti derivanti dall’uso di queste sequenze.
> Una novità importante, non fosse che si tratta di una misura non vincolante.
Pochi mesi fa, alla COP 16 sulla Biodiversità, cominciata a Cali in Colombia nel
novembre 2024 e terminata fra il 24 e il 27 febbraio 2025 a Roma, è stato
approvato, fra critiche ed entusiasmi, il Fondo Cali. Si tratta di una
microtassa volontaria sull’estrazione digitale della natura, un fondo
internazionale “per la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti
dall’uso delle informazioni di sequenza digitale sulle risorse genetiche”. In
sostanza i privati che guadagnano dai semi digitali, in particolare le aziende
farmaceutiche, possono versare l’1% del fatturato o lo 0,1% dei profitti
derivanti dall’uso di queste DSI (Digital Sequence Information). Il fondo è
gestito dalle Nazioni Unite e metà delle risorse andrà direttamente alle
comunità locali. Ma, attenzione: possono, non devono. Un discrimine importante
con risvolti diversi a seconda del periodo storico. È principalmente sul
guadagno reputazionale che si baserebbe questo meccanismo e in anni come il
2019, in cui tutti gli occhi erano sul clima, versare qualche spicciolo avrebbe
contribuito a un buon ritorno di immagine. Oggi invece il rischio che il
salvadanaio rimanga quasi vuoto è alto.
Ma, imperfezioni più o meno gravi a parte, il Fondo Cali arriva per rispondere a
un vuoto normativo. Le informazioni genetiche digitali non sono né propriamente
dati né propriamente materiale biologico: normare questo campo è molto
difficile, siamo estremamente indietro, e come raccontano le associazioni che
seguono da vicino il tema, fra cui WWF (World Wildlife Fund) e Terra!, le
innovazioni tecnologiche complicano le cose evolvendosi con rapidità
impressionante.
“Non è mai esistito un meccanismo di compensazione per i benefici derivanti
dall’uso dei dati genetici digitali da parte dei Paesi che li detengono. Il
nuovo fondo multilaterale nato alla COP16, seppur volontario, è un primo passo
per colmare questo vuoto, anche normativo: dovrebbe aiutare Stati e comunità
indigene a tutelare la biodiversità e a promuovere la ricerca scientifica, è un
atto di giustizia ambientale. Alcune aziende si sono dette interessate, ma
restano nodi aperti: le modalità di accesso ai fondi, la governance, e
soprattutto l’assenza di una gestione organica delle DSI, su cui manca ancora un
accordo tra Nord e Sud globale” spiega Bernardo Tarantino, specialista Affari
europei e internazionali del WWF.
Ma si sono sentite anche voci più critiche, come il Centro Internazionale
Crocevia che vede questo fondo come una sorta di “legalizzazione della
biopirateria”, un modo per trasformare i popoli indigeni in lavoratori
sottopagati della conoscenza, mentre Susana Muhamad, ministra dell’Ambiente
della Colombia e guida del negoziato sulla biodiversità, lo aveva festeggiato
come un compromesso necessario, l’unico possibile in un mondo in cui la
tecnologia corre molto più veloce delle regole. Il problema a monte è che come
società, fuori dalle aule universitarie e dall’attivismo, non è mai stata
intavolata una vera discussione pubblica per stabilire se del materiale genetico
possa effettivamente appartenere a un privato o se non debba invece,
necessariamente, essere pubblico, gestito e protetto come bene comune. Le
pratiche vanno più veloci delle leggi e il biocolonialismo ha avuto tutto il
tempo per affinarsi, adattarsi ai tempi e mascherarsi.
> Il “seme digitale” non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce
> anche la circolazione delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio
> reame privato delle sementi.
La digitalizzazione è il nodo centrale e con il rapido evolvere delle
intelligenze artificiali le direzioni che può prendere il settore sono
“difficili da immaginare”, mi racconta Federica Ferrario di Terra!:
“L’agricoltura intensiva fa sprofondare il settore in un sistema talmente
industrializzato da dover comprare tutto in pacchetti preconfezionati: semi
ibridi, sostanze chimiche, calendari precisi delle lavorazioni. Questo modello
in pochi decenni ci ha portato a un impoverimento preoccupante dei suoli, che
oggi dipendono da fertilizzanti chimici, con conseguenze gravi come
l’inquinamento delle acque. Ma con l’introduzione degli OGM brevettati si alza
ulteriormente l’asticella: il seme diventa proprietà privata. Il ‘seme digitale’
non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce anche la circolazione
delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio reame privato delle
sementi. E con l’intelligenza artificiale non esiste nemmeno più il pretesto di
contribuire a un fondo di compensazione per l’uso di dati genetici: le
informazioni vengono raccolte e usate senza alcun rimborso, nemmeno simbolico.
Questo non significa che la digitalizzazione sia da rifiutare, ma è fondamentale
che i dati restino pubblici e accessibili, non proprietà esclusiva delle grandi
piattaforme”.
Nella sua imperfezione il Fondo Cali ci racconta che viviamo in una fase ibrida,
dove la governance dei dati non è ancora chiara e l’IA (Intelligenza
Artificiale), sempre più impiegata per la sua potenza ed efficienza
nell’elaborare i dati, assume un ruolo sempre più importante nella gestione di
miliardi di sequenze genetiche. Il rischio è duplice: da una parte un mercato
delle sementi sempre più concentrato e meno vario (le aziende che possiedono gli
algoritmi e i dati genetici controllano direttamente l’accesso alle sementi
influenzando così la filiera agroalimentare globale), dall’altra una perdita
sempre maggiore di biodiversità, di resilienza ai cambiamenti climatici, di
tutele e autonomia per gli agricoltori. Già oggi, e ormai da decenni, poche
multinazionali detengono una fetta enorme del settore, le sacche di resistenza e
protezione della biodiversità sono sempre più assediate: dagli anni Ottanta
questo è il campo di battaglia ideologico e concreto del lavoro di ambientaliste
e attiviste come Vandana Shiva, soprattutto nel Sud globale. Con l’inasprirsi
della crisi climatica la questione si fa ancora più urgente, abbiamo più bisogno
che mai di una biodiversità in salute.
Se da una parte gli OGM sono una delle frontiere esplorate per mitigare la crisi
climatica, permangono profonde criticità. L’utilizzo di semi modificati può
infatti sia ridurre l’uso di agrofarmaci, sia aumentare le rese e dunque
limitare l’estensione delle terre coltivate. Questo potrebbe comportare minori
emissioni di gas serra e maggiore tutela degli ecosistemi. Secondo uno studio
dell’Università di Bonn, in Europa, l’adozione di colture GM potrebbe ridurre le
emissioni agricole del 7,5% annuo (33 milioni di tonnellate di CO2) e migliorare
la sostenibilità e l’autosufficienza alimentare.
Ma, come spiega Federica Ferrario di Terra!, la questione non è così semplice:
“Affrontare la scarsità d’acqua, la siccità e gli effetti della crisi climatica
richiede adattamenti reali, che non si possono creare in laboratorio con OGM:
fuori non ci sono condizioni controllate, è la biodiversità che garantisce la
resilienza. Ogni territorio è diverso, bastano 400 metri perché cambi tutto; in
ogni terreno tradizionalmente si usano miscugli di semi per osservare quali
varietà si adattano meglio. È l’esatto contrario dell’approccio da laboratorio”.
Il rischio è che varietà meno “redditizie” spariscano, perché non conviene più
produrle. Ma perdere varietà vuol dire anche perdere adattabilità. “Se ho dieci
varietà di fagioli che si evolvono con l’ambiente, ho una garanzia di
resilienza. Se invece le conservo solo in una banca del germoplasma e le tiro
fuori dopo vent’anni, saranno estranee al contesto attuale. La biodiversità non
si conserva in laboratorio, perché gli ecosistemi cambiano troppo in fretta”
racconta ancora Ferrario. “E in effetti dovremmo averlo imparato dopo la crisi
delle patate in Irlanda fra il 1845 e il 1848”, quando l’alimentazione
dell’intera isola dipendeva da un unico tipo di coltura, e quando un nuovo
patogeno (la peronospora) si diffuse tra le coltivazioni, distruggendo
interamente il raccolto. Morì circa un milione di persone.
Le grandi aziende puntano sul seme brevettato perché garantisce profitti a breve
termine, ma il prezzo, per la società e per l’ambiente, è altissimo. Con il
rischio ulteriore, nel Sud globale, di perdere moltissima informazione genetica
locale, e anche questa è una forma di erosione della biodiversità: selezionare
vuol dire scartare, in una sorta di pericolosa eugenetica agraria, di perdita di
cultura, di sapere e di varietà. Eppure decenni di biopirateria, di
biocolonialismo, di concentramento di saperi, diritti, brevetti, ci hanno
assuefatti a una risposta che come società non ci eravamo mai dati davvero: il
materiale genetico può appartenere a un’azienda, a un privato? Gli echi delle
lotte di Vandana Shiva si sentivano più forti negli anni Ottanta e Novanta,
quando ancora la domanda era aperta e la consuetudine non era del tutto
stabilita. Il Fondo Cali nel bene o nel male è una spinta a riportare
l’attenzione sulla questione, a farci domande, a riflettere anche come società
su un interrogativo che riguarda tutti ma che è rimasto confinato all’interno
delle accademie o all’attivismo. Torna in mente la sentenza di quel tribunale
indiano secondo cui la registrazione del seme delle patate FC5 era contraria
“all’interesse pubblico”: è dall’interesse pubblico e da un’idea aggiornata di
bene comune, che bisognerebbe ricostruire un dibattito.
L'articolo I semi della discordia proviene da Il Tascabile.