Q uando si parla di biodiversità alpina, la prima cosa che viene in mente
probabilmente sono gli animali. Solo in un secondo momento alberi e fiori,
forse, a causa della cosiddetta plant blindness, la nostra tendenza a prestare
meno attenzione alle piante rispetto a umani e animali. Ma a pochi verrà da
pensare agli ortaggi che coltiviamo. Il che è un problema, perché le valli
alpine custodiscono un tesoro spesso dimenticato: centinaia di varietà agricole
tradizionali che rappresentano non solo un patrimonio agroalimentare, ma anche
una risorsa strategica per l’agricoltura del futuro.
Le montagne come scrigni di biodiversità
La maggior parte di queste varietà si concentra nelle aree montane, in
particolare lungo l’Appennino e nelle grandi valli alpine come la Valtellina e
la Valle Camonica. Mentre le pianure sono state progressivamente destinate a
colture intensive con ibridi moderni, le montagne hanno conservato in misura
maggiore queste risorse genetiche. Per ibridi si intendono quelle varietà
vegetali ottenute attraverso l’incrocio controllato di due linee parentali
geneticamente diverse, selezionate per combinare caratteristiche desiderabili.
Il processo sfrutta il fenomeno del “vigore ibrido”: la prima generazione (F1)
spesso mostra prestazioni superiori in termini di resa, uniformità, resistenza a
malattie e parassiti rispetto a entrambi i genitori. C’è, però, un aspetto
particolarmente critico: gli agricoltori devono riacquistare i semi ogni anno,
poiché le generazioni successive (F2) perdono il vigore ibrido e presentano
caratteri sostanzialmente imprevedibili. Questo crea dipendenza dalle aziende
sementiere e aumenta i costi di produzione annuali. Le varietà locali
tradizionali di montagna, invece, non presentano questo problema.
> Le valli alpine custodiscono un tesoro spesso dimenticato: centinaia di
> varietà agricole tradizionali che rappresentano non solo un patrimonio
> agroalimentare, ma anche una risorsa strategica per l’agricoltura del futuro.
Le principali famiglie botaniche di queste varietà locali tradizionali che si
trovano in montagna sono le Graminacee ‒ ovvero i cereali ‒, le Leguminose e le
Solanacee. La segale è il cereale che cresce a quota più elevata, seguita da
mais e orzo. Particolarmente interessante è il mais, coltivato tradizionalmente
anche sopra i 500 metri di quota. Con Leguminose si fa riferimento soprattutto
ai fagioli, che in passato rappresentavano la principale fonte proteica di
origine vegetale per le popolazioni montane, mentre le Graminacee fornivano
energia sotto forma di amido. La famiglia delle Solanacee è abbastanza vasta, ma
nel caso delle montagne non si può non pensare alle patate, alimento tipico di
queste aree.
Cosa rende queste varietà diverse da quelle più “commerciali”? “Innanzitutto c’è
bisogno di caratterizzarle”, spiega Luca Giupponi, ricercatore nell’ambito della
botanica ambientale applicata dell’Università degli studi di Milano, presso il
Polo Unimont di Edolo, in Alta Valle Camonica: “meno del 10% di quello che
abbiamo trovato e mappato è stato oggetto di studi scientifici”. E questo, per
varietà potenzialmente a rischio, è un grosso problema, che può sfociare in
quella che viene chiamata dark extinction: rischiamo di perdere specie ancora
prima di conoscerne l’esistenza, specie che potrebbero avere caratteristiche
utili, che meriterebbero di essere rivalorizzate. Ci sono varietà che sono state
scartate in passato perché producevano poco. Alla fine delle due guerre mondiali
la priorità era proprio quella di sfamare la popolazione: gli agronomi e i
genetisti, da quel punto di vista, hanno ottenuto risultati eccellenti. Per il
mais, ad esempio, si è passati da una produzione di 12-14 quintali per ettaro a
superare oggi i 100 quintali. Ma ora, almeno in Italia, l’attenzione si è
spostata dalla quantità alla qualità.
> Ci sono varietà che sono state scartate in passato perché producevano poco, in
> un periodo in cui la priorità era sfamare la popolazione. Ma queste varietà
> talvolta offrono caratteristiche nutrizionali superiori.
Le varietà tradizionali producono meno, è vero, ma talvolta offrono
caratteristiche nutrizionali superiori. Il mais nero spinoso di Valle Camonica,
ad esempio, deve il suo colore a molecole antiossidanti ‒ proprio quelle che
conferiscono il colore scuro ‒ presenti in concentrazioni molto elevate,
caratteristica assente nei mais ibridi moderni, coltivati nelle pianure degli
Stati Uniti o della Cina. Sono alimenti che vengono definiti nutraceutici per le
loro proprietà benefiche. L’obiettivo ultimo è proprio quello di valorizzare
queste eccellenze, anche perché puntare sulla quantità in montagna sarebbe
fallimentare: non si parla di ettari di terreno, ma di metri quadri; non ci
sarebbe competizione.
La genetica della resilienza
Un altro vantaggio fondamentale è la rusticità: queste varietà sono adattate a
terreni montani meno profondi e meno ricchi di nutrienti, spesso resistenti alla
siccità. Studiarle dal punto di vista genetico per il miglioramento delle
colture, in vista dei cambiamenti climatici, potrebbe essere una strategia
vincente. Si tratta di risorse che non possiamo permetterci di perdere: se
manteniamo ampia la diversità di cibi che possiamo consumare è un bene per
l’essere umano, per gli animali e per la biodiversità in sé. Un esempio
emblematico è il mais delle Fiorine di Clusone: produce solo 10 quintali per
ettaro, ma durante la siccità dell’estate 2022, quando il mais in pianura è
andato completamente perso, ha continuato a produrre la sua unica spiga per
pianta senza essere irrigato.
> Queste varietà sono adattate a terreni montani meno profondi e meno ricchi di
> nutrienti, spesso resistenti alla siccità. Considerando l’impatto crescente
> dei cambiamenti climatici, potrebbero rivelarsi cruciali.
A differenza degli ibridi moderni, che sono linee genetiche pure e uniformi, le
varietà tradizionali sono popolazioni con un’ampia variabilità genetica. “In
campo puoi trovare una pianta alta e una bassa, una spiga di un colore e
un’altra di colore diverso”, spiega Giupponi: “Se un anno sopravvive meglio la
pianta resistente alla siccità, l’anno dopo, con più pioggia, sopravvive meglio
un’altra variante. Questa diversità le rende più resilienti ai cambiamenti
ambientali”.
Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante nel contesto del cambiamento
climatico e non è, tutto sommato, così intuitivo. Trattandosi di varietà locali,
infatti, si potrebbe pensare che siano molto più sensibili alle variazioni, ma è
proprio la diversità genetica a fare la differenza. Gli ibridi sono tarati per
ambienti di pianura, richiedono condizioni molto più specifiche e possono avere
difficoltà nell’ambiente montano, le varietà tradizionali invece si adattano
gradualmente alle variazioni ambientali locali, generazione dopo generazione.
Una ricchezza minacciata
Le principali minacce a questo patrimonio sono chiare: l’abbandono delle terre
alte e la mancanza di conoscenza. Pur essendoci numerose università nel nostro
Paese, infatti, sono poche a occuparsi di queste tematiche: oltre a Unimont
possiamo citare la libera Università di Bolzano e l’Università della Tuscia.
Mancano ricerca, disseminazione e divulgazione, che comunque da sole non
bastano. Occorre anche un supporto a livello di governance, norme che preservino
le varietà, ne promuovano l’utilizzo, tutelando al tempo stesso il territorio e
chi lo abita.
La questione è complessa e si traduce nel vivere in montagna, far sapere quali
sono le sue risorse, come si coltivano, cosa contengono e come puoi valorizzarle
e trasformarle. Anche e soprattutto perché serve continuità: queste varietà
vanno coltivate annualmente, se i semi vengono dimenticati per 5-10 anni vanno
persi. Ed è un vero e proprio patrimonio che se ne va. “Ognuna di queste varietà
è legata anche a un concetto di storia, uso tradizionale, ricette tipiche”,
aggiunge Giupponi: “Se vogliamo c’è di mezzo anche il turismo:
l’agrobiodiversità è una ricchezza strategica per le aree montane”. In ogni
caso, i cambiamenti climatici non sono da dimenticare: si osserva uno sfasamento
dei periodi di fioritura e di maturazione dei frutti, ma queste varietà
incontrano meno difficoltà rispetto a quelle vissute dalle specie ibride.
> Le principali minacce a questo patrimonio sono l’abbandono delle terre alte e
> la mancanza di conoscenza. Anche e soprattutto perché serve continuità: queste
> varietà vanno coltivate annualmente, se i semi vengono dimenticati per 5-10
> anni vanno persi.
L’abbandono e il mancato ricambio generazionale hanno, tra l’altro, un effetto
diretto sul paesaggio: negli ultimi decenni si è osservata un’espansione
incontrollata del bosco a discapito dei prati, dei pascoli e dei campi. A ciò si
aggiunge l’impatto del ritorno della fauna selvatica, in particolare gli
ungulati ‒ come cervi, caprioli e cinghiali. Per gli agricoltori, questo ritorno
è una difficoltà e un costo aggiuntivo: raccolti preziosi come lo zafferano
rendono necessarie costose recinzioni.
Prima di progettare il futuro delle comunità montane, occorre guardarsi dagli
errori del passato: “Buona parte delle varietà moderne che ci vengono fornite
sono studiate per ambienti di pianura”, spiega in proposito Giupponi: “Vale
anche per la zootecnia: in pianura abbiamo creato vacche che producono enormi
quantità di latte con mangimi super calorici, poi abbiamo imposto questo modello
alla montagna”. Ma per poter allevare quel tipo di animale o coltivare quel tipo
di pianta in montagna era necessario modificare l’ambiente rendendolo più simile
possibile alla pianura, con costi ambientali insostenibili”. Oggi, però,
assistiamo a un cambio di paradigma: non si cerca più la varietà con la migliore
resa assoluta, ma quella meglio adattata a ogni specifico territorio.
Il valore economico della qualità
Fino a pochi anni fa ‒ ma in alcuni casi ancora oggi ‒ questi saperi venivano
tramandati di padre in figlio. Ora, però, esistono anche i social, che
permettono di trovare video in cui, per esempio, viene spiegato come coltivare
il mais nero. Il problema non riguarda, di solito, come coltivare, ma perché, e
nel momento in cui ci sono così grandi differenze dal punto di vista della
produttività, non si tratta di una questione banale.
La vera comprensione, infatti, è nel valore intrinseco: un chilo di farina di
mais locale tradizionale può arrivare a costare anche 5-6 euro, rispetto a un
chilo di farina prodotta magari in Cina o negli Stati Uniti, che al supermercato
si trova a 1 euro, o, in alcuni casi, anche a prezzo inferiore. Quindi è vero
che si produce meno, ma si vende a un prezzo maggiore. Se poi si è pure in grado
di trasformare il prodotto vuol dire che al posto di vendere la farina si
producono biscotti, grissini, birra o altri prodotti. A quel punto, quel chilo
di farina non vale più 5-6 euro, ma molto, molto di più.
Si tende, poi, a pensare alle vallate alpine come a luoghi chiusi, eppure, come
spiega Giupponi, “in passato gli agricoltori delle diverse valli si scambiavano
i semi, c’è sempre stato un flusso genetico. Avere i semi significava essere
detentori di ricchezza. Oggi, quando qualcuno ha i soldi si dice che ‘ha la
grana’, ma questa definizione viene dal fatto che chi aveva ‘i grani’ era
potente, aveva una risorsa, in prezzo valeva più dei soldi. Quando le persone si
sposavano, nella dote degli sposi si includevano i semi ‒ era come fare un
assegno di migliaia di euro”. C’era il baratto, c’era la compravendita. Questo
scambio ha creato una rete di biodiversità che supera i confini delle singole
valli: “abbiamo trovato un fagiolo, che noi chiamiamo ‘Copafam’ ‒ significa
ammazzafame ‒ che è diffuso su tutte le Alpi con nomi diversi ‒ logicamente ogni
valle ha il suo dialetto ‒ ma è sempre lo stesso fagiolo, con piccolissime
differenze genetiche e impercettibili differenze morfologiche”.
Il quadro normativo
L’Italia è da sempre riconosciuta come un Paese ricco di biodiversità
agroalimentare, ma solo di recente ha cominciato a quantificare questa
ricchezza. Dall’inizio degli anni Duemila alcune regioni hanno iniziato a
promulgare leggi regionali volte alla tutela delle risorse genetiche autoctone
di interesse agrario. Altre, come per esempio la Lombardia, hanno deciso di
preservare il proprio patrimonio utilizzando strumenti nazionali come il
registro varietale sezione “varietà da conservazione” o il registro dei PAT
(Prodotti Agroalimentari Tradizionali).
È solo del 2015 la legge n. 194 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione
della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”, operativa dal 2018, che
dovrebbe far convogliare tutti i diversi sforzi fatti dalle varie regioni in un
unico strumento: l’anagrafe della biodiversità di interesse agricolo e
alimentare, che raccoglie le varietà locali tradizionali ‒ quelle che
tecnicamente vengono chiamate landraces ‒ presenti sul territorio nazionale. Nel
2016 la Regione Lombardia ha coinvolto Unimont in un progetto con il fine di
censire le landraces lombarde: in due anni si è passati da uno scarno elenco con
una decina di specie a scoprirne una settantina. In seguito, grazie a un
progetto finanziato dal Dipartimento degli affari regionali della Presidenza del
Consiglio dei ministri, il censimento è stato esteso a livello nazionale,
individuando oltre 1600 varietà locali tradizionali.
> Una specie locale tradizionale viene definita tale quando è coltivata nello
> stesso territorio per almeno 50 anni: potrebbe sembrare poco tempo, ma
> parliamo di 50 generazioni successive. Il nostro equivalente di oltre 1200
> anni.
Questo patrimonio si concentra in gran parte sull’Appennino e nelle grandi valli
alpine come la Valtellina e la Valle Camonica; in contrasto con le aree di
pianura, dove il territorio è stato adibito a coltivare principalmente ibridi e
varietà moderne, oltre che dedicato all’urbanizzazione.
Guardare al futuro
Oggi, la ricerca si concentra non solo sulle specie autoctone in senso stretto,
ma anche su quelle che si sono adattate nel tempo: basti pensare che molte
piante ormai tipiche nel nostro Paese (mais, patate, fagioli, pomodori) vengono
dall’America. Una specie locale tradizionale viene definita tale quando è
coltivata in uno stesso territorio per almeno 50 anni: potrebbe sembrare poco
tempo, ma quando si parla di piante annuali significa fare riferimento a 50
generazioni. Che per noi umani corrisponderebbero a circa 1250 anni.
Un esempio è la caigua (o cetriolo andino), trovata in Valle Camonica. Questa
varietà, pur essendo originaria di un altro continente, si è adattata al
territorio camuno, sviluppando caratteri propri e producendo molto di più (tanti
piccoli frutti) rispetto alla caigua americana coltivata a fini sperimentali in
Valle Camonica (un unico frutto che non arriva a maturazione). “Le piante si
sono sempre mosse, l’uomo le ha sempre trasportate e quindi siamo invasi da
vegetali che non sono tipici dei nostri territori”, chiosa Giupponi: “Non ha
alcun senso fare delle discussioni sulla ‘proprietà’ di queste piante da parte
di un territorio in base a dove queste si sono originate o erano coltivate
secoli fa: guardiamo cosa sono diventate, quali potenziali possono avere oggi
per i territori in cui si trovano”.
Le varietà tradizionali delle valli alpine sono, in sostanza, una cassetta degli
attrezzi genetica. Se quelle moderne sono attrezzi specializzati, perfetti per
la massima resa in condizioni ideali, le varietà rustiche sono l’insieme
completo e variegato di strumenti che, grazie al loro ampio pool genetico,
consentono all’agricoltura di affrontare e adattarsi a ogni imprevisto e
cambiamento ambientale, garantendo la resilienza necessaria per il futuro.
L'articolo Il patrimonio nascosto delle valli alpine proviene da Il Tascabile.
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I l 7 febbraio 2026 diecimila persone si trovano in piazza Medaglie d’Oro a
Milano per protestare contro l’insostenibilità dei giochi olimpici invernali
Milano-Cortina. Tra di loro ci sono movimenti, sigle politiche e sindacali,
cittadine e cittadini. In una narrazione di gadget gratuiti e villaggi
temporanei firmati da multinazionali, che poco si avvicina ai valori sportivi su
cui un’olimpiade dovrebbe fondarsi, esiste una contronarrazione tenace che dal
2019, quando l’Italia ha vinto l’assegnazione per il 2026, racconta le storture
economiche e sociali dietro i grandi eventi internazionali. Il tema è complesso
e si allontana, in questo caso, dall’argomento che dovrebbe essere centrale: lo
sport.
Tra le persone che si sono occupate di questa contronarrazione, c’è Beatrice
Citterio, ricercatrice in design per i beni culturali e paesaggistici alla
Libera Università di Bolzano, con un progetto di dottorato dedicato all’impatto
delle Olimpiadi Invernali 2026 sui territori coinvolti, con particolare focus
sulle aree dell’arco alpino. Lo strumento che Citterio ha scelto è la macchina
fotografica, mezzo che consente di congelare in singoli istanti le
trasformazioni subite dagli ecosistemi dall’inizio dei lavori. Il progetto si
articola in due volumi cartacei pubblicati nell’inverno 2024-25 e nell’inverno
2025-26, intitolati Giochi Preziosi I e II, che riportano le immagini raccolte
da Citterio, affiancate a testi critici e spiegazioni tecniche. I due volumi
sono poi integrati da una produzione parallela di articoli di approfondimento
reperibili online.
Citterio non ha studiato fotografia ma ha iniziato a usare la macchina
fotografica come mezzo documentario durante la tesi magistrale sull’industria
dello sci. Il supporto visivo è funzionale a un lavoro che si svolge in larga
parte sul campo, sia da un punto di vista pratico, per il ricordo individuale,
sia da un punto di vista metodologico. Un progetto dedicato a dei “lavori in
corso”, sogno di tutti gli “umarell” milanesi, è un progetto per sua natura
effimero, che analizza una dimensione passeggera di cui, finiti i grandi lavori,
rischia di non restare una testimonianza efficace. “È stata una pratica comune a
quasi tutti i giornalisti e ricercatori impegnati sui lavori per le Olimpiadi:
c’è chi ha preferito un medium fotografico o video e chi si è servito di
immagini satellitari”, mi ha spiegato Citterio da Base, a Milano, dove le sue
fotografie sono esposte fino al 22 marzo. Ci siamo incontrate nel giorno di
apertura dei giochi olimpici, in una Milano deserta a causa dei blocchi stradali
e della chiusura delle scuole: un’atmosfera che non si respirava dai mesi del
Covid. Gli unici rumori, mentre attraversavo la città da nord a sud, erano le
sirene della polizia e il rombo degli elicotteri.
La fotografia consente, a differenza di altri medium, di collegare le immagini
sia tra loro sia al contesto generale, diventando una lente per individuare le
questioni più rilevanti. Questo è l’aspetto principale che effettivamente emerge
dalla ricerca: le fotografie compongono il racconto preciso di un iter
burocratico fatto di urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed
evidenziano un processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio,
tramite l’immagine del cratere di un lago artificiale o di una piazza bloccata
dai lavori, dove i passanti vengono instradati attraverso camminamenti
prestabiliti come minuscole formichine. Il distacco tra natura e cultura si
esprime attraverso fotografie in cui le persone non sono presenti, se non come
mezzo di contrasto per raccontare l’opera in divenire, il cantiere, insomma
quello che l’umano stesso produce. Le poche presenze umane nelle pagine di
Giochi Preziosi sono appunto minuscole formiche, che offrono una scala per
valutare le dimensioni delle opere monstre che producono, dei loro formicai. In
altre foto, la presenza umana rappresenta invece la società civile: due ragazzi
di spalle su un ponte che guardano un palazzo mentre viene sventrato, un gruppo
riunito per un presidio, megafoni e striscioni a una manifestazione.
> Le fotografie compongono il racconto preciso di un iter burocratico fatto di
> urgenze, inciampi, mancate connessioni, proteste civili, ed evidenziano un
> processo di cementificazione ad alto impatto sul territorio.
Giochi Preziosi ricorda un altro progetto critico editoriale e fotografico sulla
gestione dei lavori olimpici, The Sochi Project del fotografo Rob Hornstra e del
giornalista Arnold van Bruggen, una mastodontica ricerca sociale e politica
partita dalle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014 e dai loro enormi costi (i
maggiori di sempre: 51 miliardi di dollari di spesa pubblica), per indagare
attraverso i giochi dinamiche locali specifiche. The Sochi Project si articola
in una serie molto ampia di materiali, con numerose pubblicazioni tra cui anche
fanzine. Le dinamiche sociopolitiche russe hanno una complessità con cui in
Italia, per fortuna, non dobbiamo confrontarci, ma l’impatto sulle comunità
locali di un grande evento internazionale è il punto cardine anche di Giochi
Preziosi. Nel caso specifico di Citterio, la scelta di pubblicare le fotografie
su due riviste autoprodotte, per dimensioni e tipo di carta analoghe a comuni
quotidiani, nasce da una riflessione sull’assenza di un racconto critico sulle
Olimpiadi sulle testate nazionali. “Un’occasione mancata per fare informazione a
servizio dei cittadini”, dice Beatrice Citterio: “Un’informazione raccolta in
questi anni quasi solamente da realtà giornalistiche indipendenti come
Altreconomia, LaViaLibera, o la campagna Open Olympics, da quotidiani locali, o
in alcuni casi riportata da programmi d’inchiesta come Report, ma assente dai
grandi giornali nazionali. Come abitante di Milano e di Bolzano dove avrei
voluto vedere queste immagini? Sul giornale”.
Il cantiere dell’Hotel Ampezzo, Cortina d’Ampezzo, Belluno (fot. per gentile
concessione Beatrice Citterio)
Il lavoro dietro Giochi Preziosi non è di stampo giornalistico (ma è una base
interessante a cui attingere anche per un lavoro giornalistico), però sviluppa
un racconto culturale e sociale narrativo. Spesso, quando si leggono i dati si
vedono solo numeri, cifre che non riusciamo a immaginare in modo vivo al di là
della pagina. Quanti sono nella pratica 500 larici abbattuti per fare posto a
una pista da bob? Tanti, sicuramente. Resta il fatto che l’impatto emotivo delle
foto di una foresta devastata sia diverso rispetto a una tabella piena di cifre.
Basti pensare alle immagini impressionanti che sono circolate a fine 2018, dopo
la tempesta Vaia che ha distrutto le foreste del Triveneto. Dove non arrivano i
numeri arriva sempre la narrazione e l’oggetto giornale e l’oggetto fotografia,
grazie a mostre e presentazioni, si amplificano, dando vita a una discussione
politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono sulla loro
pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere.
Se nel primo volume di Giochi Preziosi il focus di questa narrazione sono
appunto le grandi opere, nel secondo acquistano spazio le comunità locali. La
vita in montagna nel racconto di Citterio perde l’aura di romanticismo spesso
erroneamente fantasticata da gente di città che un paio di volte all’anno parte
per respirare quella che immagina sia “autenticità”. Nei paesi dell’arco alpino
le comunità si stanno disgregando, con una progressiva perdita dei servizi
essenziali e la pressione del turismo di massa. La montagna viene così
svincolata dall’idea di un’alternativa alla città incontaminata, per costruire
un racconto più realistico, in cui sono evidenziate e analizzate in maniera
sistemica le fragilità dei singoli territori, a partire dagli investimenti
turistici.
Dare voce alle comunità locali è parte di questo lavoro e il secondo numero di
Giochi Preziosi presenta tre contributi esterni. Il primo, di Roberta de Zanna,
consigliera comunale di Cortina bene comune, e il secondo, a cura del Comitato
per la tutela dell’Alute di Bormio, sono testi elaborati precedentemente, mentre
il terzo, del collettivo valtellinese Perestroijka, è stato scritto
appositamente per il progetto. Roberta de Zanna riflette sul concetto di
identità di una comunità alla luce di un racconto dominante che si è focalizzato
su simboli come tradizione, artigianalità e nazionalità che hanno plasmato e
snaturato l’identità montana trasformando l’arco alpino in un luogo di turismo
di massa.
> Dove non arrivano i numeri arriva sempre la narrazione, dando vita a una
> discussione politica fuori dai media, una discussione tra persone che vivono
> sulla loro pelle i cambiamenti innescati dalle grandi opere.
De Zanna indica come i progetti olimpionici abbiano comportato delle modifiche
nella proprietà e nell’aspetto di immobili e luoghi, minando ulteriormente
dall’alto un’identità locale già martoriata. Nonostante questo, il dissenso
espresso dalla popolazione rispetto ai progetti legati alle Olimpiadi non è
stato ascoltato e non sono state effettuate mediazioni soddisfacenti. Se infatti
economie, contesti sociali ed ecosistemi, tra montagna e città, sono
profondamente differenti, i processi decisionali che hanno interessato le grandi
opere per queste Olimpiadi sono risultati al grande pubblico fumosi, mentre
l’accelerazione burocratica connaturata ai grandi eventi ha messo in secondo
piano le istanze delle comunità montane e della popolazione coinvolta nelle aree
di interesse. Rispetto alla città, poi, le grandi modifiche strutturali
risultano più impattanti in luoghi con una densità abitativa minore e,
soprattutto, molto più visibili in un ambiente in cui la natura è preponderante.
Si evidenzia così un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco,
non ha garantito le istanze dei residenti (nel caso del contributo di de Zanna
della popolazione ampezzana) e non ha previsto una consultazione popolare
attiva.
Un discorso simile vale per la cosiddetta tangenzialina dell’Alute, che da una
ventina d’anni continua a tornare nel discorso pubblico. La tangenzialina, con
un costo di circa 7 milioni, dovrebbe tagliare la piana agricola dell’Alute,
un’area di grande importanza ambientale, una distesa di prati che segna
l’ingresso a Bormio dalla Valtellina. I lavori risultano al momento in
riprogrammazione e ai cittadini è stato negato il referendum abrogativo. Il
contributo del Comitato per la tutela dell’Alute è interessante perché segue nel
dettaglio gli step che hanno portato alla negazione di un referendum popolare su
un’opera che è sempre stata presentata come di interesse pubblico.
Il collettivo Perestroijka, invece, sposta il discorso sulla bassa valle, che
sperimenta una quotidianità con tutte le problematiche delle valli ad alta
quota, come l’isolamento, la carenza di servizi e la stagionalità. “I punti di
turismo ad altitudine medio-alta sono come atolli che accumulano tutte le
risorse su di sé, lasciando alla bassa valle sostanzialmente il traffico
generato per raggiungerli. Nella bassa Valtellina l’industria non ha più la
forza di una volta e i pochi fondi sono principalmente volti alla creazione di
infrastrutture per arrivare nelle aree turistiche ad altitudine maggiore. Le
aree più basse vengono così sostanzialmente deprivate, riducendosi al ruolo di
oggetto di investimenti logistici che non sono direttamente rivolti a loro ma le
attraversano e snaturano”, spiega Citterio.
La nuova cabinovia e i cannoni per l’innevamento programmato a Socrepes,
Cortina d’Ampezzo, Belluno, estate 2025 (fot. per gentile concessione Beatrice
Citterio).
I movimenti di protesta per le grandi opere olimpiche hanno caratterizzato la
vita degli ultimi anni dei comuni montani di Cortina d’Ampezzo, Bormio, Livigno
e Anterselva, aree già segnate da problemi come le difficoltà dei collegamenti
stradali, lo spopolamento, l’assenza dei servizi essenziali come negozi, scuole
e, soprattutto, cliniche e poli ospedalieri. La protesta, nelle zone montane, è
stata caratterizzata da una trasversalità politica, in un contesto sociale in
cui l’appartenenza a fedi e partiti è molto più sfumata rispetto al laboratorio
politico rappresentato dalle città, storicamente più polarizzate. Nelle comunità
montane, dove non esiste anonimato e nella stessa famiglia ci possono essere
persone che lavorano in industrie coinvolte nel lavoro turistico o, in questo
caso, olimpico, protestare può comportare un costo personale più alto.
> Si evidenzia un processo decisionale che di democratico ha avuto ben poco: non
> ha garantito le istanze dei residenti e non ha previsto una consultazione
> popolare attiva.
A Milano, invece, si è costituito un movimento dal basso, il Comitato
insostenibili Olimpiadi. Un CIO diverso da quello ufficiale quindi, che nei
giorni di inaugurazione dei giochi olimpici ha temporaneamente occupato un
palazzetto sportivo dismesso nel quartiere di Lampugnano (Palasharp), nella
periferia ovest di Milano. L’occupazione ha ricalcato il modello delle TAZ, le
Zone temporaneamente autonome teorizzate dal filosofo anarchico Hakim Bey, spazi
autogestiti per un lasso di tempo determinato con finalità politiche di
deistituzionalizzazione di stampo libertario. Al Palasharp occupato, il Comitato
insostenibili Olimpiadi ha promosso quelle che ha chiamato Utopiadi, con delle
giornate di sport popolare che hanno affiancato i cortei di protesta.
La narrazione delle Olimpiadi Invernali 2026 è stata fin dall’inizio
semplicistica, anche solo a partire dal nome “Milano-Cortina”. Fermo restando
che tra Milano e Cortina, in provincia di Belluno, passano comunque 400
chilometri, i giochi non riguardano solo questi due poli. Come mi ha spiegato
Citterio: “Il nome con cui sono conosciuti i giochi olimpici 2026 ha spostato
l’attenzione da tutte le altre aree interessate, come Bormio e Livigno, che si
trovano in Valtellina, in provincia di Sondrio, Predazzo e Tesero, in Val di
Fiemme, in provincia di Trento, e Anterselva, che è in Val Pusteria, quindi in
provincia di Bolzano. In più c’è Verona, dove si chiudono i giochi invernali e
si inaugurano i giochi paralimpici. Chi segue lo sport magari è consapevole che
una determinata gara si svolga a Bormio, ma non è detto che percepisca quanto è
stato fatto per portare effettivamente quella gara a Bormio, investimenti,
opere, eccetera”.
Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la candidatura
e i festeggiamenti per la vittoria viene così messo in dubbio dalle
controinchieste che lasciano emergere una visione contraria. Come si legge su
Openpolis, quando si parla di sostenibilità bisogna considerare come avvengono
le candidature ai giochi olimpici. Il Comitato interazionale olimpico (CIO o
IOC) vaglia il dossier di candidatura che, per Milano-Cortina, si è fondato sul
tema della sostenibilità e dell’abbassamento dei costi (argomenti cardine
dell’Agenda olimpica 2020 a cui i Paesi ospitanti devono per forza attenersi),
il basso impatto ambientale tramite il ricorso a strutture preesistenti e
l’attenzione alla mobilità sostenibile e alle comunità locali. La spesa pubblica
per le Olimpiadi 2026, tuttavia, si attesta sui 6 miliardi, il trasporto e le
opere stradali correlate favoriscono il trasporto privato, quindi il traffico in
aree molto distanti tra loro e con problematiche di connessioni stradali.
Peraltro chiunque prenda la macchina per spostarsi da Milano durante il fine
settimana, a prescindere dai giochi olimpici, ne è ben consapevole: il traffico
verso le comunità montane è sempre altissimo, i collegamenti stradali sull’arco
alpino interessati spesso da gravi disagi e gli spostamenti pubblici, superati i
grandi centri abitati, non coprono adeguatamente le tratte.
L’avanzamento dei lavori può essere monitorato attraverso il portale Simico.it
della Società infrastrutture Milano-Cortina, che si occupa della realizzazione
delle opere. Lo stato dei lavori, come da disclaimer del sito, deve essere
aggiornato a 45 giorni. Al 16 febbraio 2026, gli interventi completati sono 40
su 98, 29 su 98 sono in fase di esecuzione, 27 in fase di progettazione e 2 sono
in fase di gara. Questo implica che i lavori per svariati interventi
infrastrutturali, in particolare snodi stradali come la variante di Cortina,
siano pensati per essere iniziati in seguito ai giochi olimpici, con una serie
di costi extra che rischiano di aumentare prima della conclusione
dell’intervento.
> Il claim della sostenibilità che ha sostenuto a livello mediatico la
> candidatura e i festeggiamenti per la vittoria viene messo in dubbio dalle
> controinchieste che lasciano emergere una visione contraria.
Le Olimpiadi, come qualsiasi grande evento, sono state segnate da
un’accelerazione delle pratiche e da un mancato confronto con la popolazione,
locale e non, sulla spesa pubblica. “Non bisogna dimenticare”, dice Citterio,
“che il sostegno economico degli sponsor è piuttosto basso, perché
contribuiscono alla quota messa a disposizione dal CIO. L’impatto, per quanto
riguarda le Olimpiadi Milano-Cortina è molto più visibile sull’arco alpino
perché interessa le risorse: energia, acqua, aria terreno. A Milano, invece, è
meno visibile, perché è prevalentemente di natura sociale”. Una visione
fondamentalmente diversa dal racconto che negli ultimi anni è stato portato
avanti dai media mainstream. La narrazione che è emersa, soprattutto a ridosso
dell’inizio della cerimonia inaugurale è però una narrazione tardiva, che non
può più influenzare quanto fatto.
Le problematiche dell’abitare sono note a Milano ed evidenziate dalle inchieste
di urbanistica che hanno occupato il discorso pubblico negli ultimi mesi e che
hanno coinvolto anche COIMA SGR, holding finanziaria che gestisce con Convivio e
Prada Holding il Villaggio olimpico 2026. Villaggio olimpico che, a giochi
conclusi, ospiterà uno studentato con stanze dal costo di quasi 1000 euro al
mese. La crisi abitativa si riflette in maniera piuttosto speculare sulle terre
alte, flagellate da un turismo di massa che, più che associarsi a una crescita
di benessere economico e sociale, si affianca piuttosto a un aumento del costo
degli affitti a lungo termine, alla perdita dei servizi di base e a un
progressivo spopolamento delle comunità.
(fot. per gentile concessione Beatrice Citterio).
Per fare solo un paio di esempi, la piscina di Cortina, di cui potrebbe
usufruire tutta la cittadinanza (e, chissà, giovani aspiranti nuotatrici e
nuotatori), è chiusa da 14 anni mentre l’emblematica pista da bob avrà un
utilizzo limitato vista la scarsa pratica di questo sport, peraltro prettamente
invernale, con una potenziale perdita di 500.000 euro all’anno circa (ricordiamo
poi che il CIO aveva espresso parere positivo sull’utilizzo degli impianti già
in essere a Innsbruck). A Bormio, invece, dove manca l’ospedale è stato
costruito un policlinico in vista delle Olimpiadi, ma si tratta di
un’infrastruttura temporanea che verrà demolita con la conclusione dei giochi, e
senza un ospedale di prossimità gli abitanti della zona devono continuare a
rivolgersi a Sondrio, Milano, o Lecco. Oppure riportando il discorso su Cortina,
il Villaggio olimpico di Fiames è un’altra infrastruttura temporanea, su cui si
è preferito investire invece di rivalutare edifici già esistenti.
I processi accelerati dalle Olimpiadi si innestano quindi su territori già
toccati da problematiche di esclusione sociale preesistenti e da una
gentrificazione crescente correlata all’espansione turistica e
all’inaccessibilità dei prezzi, facendole esplodere. Come si può pensare,
allora, che una persona possa abitare e lavorare in un territorio dove mancano i
servizi di base, dall’alimentari, alla piscina, alla palestra? Se Ampezzano e
Cadore hanno assistito a un’impennata dei prezzi nell’ultimo quinquennio, lo
stesso è avvenuto in varie zone di Milano. In un quest’ultimo caso, se molti
processi sono stati indipendenti dai giochi olimpici, la riqualificazione di
alcune aree, come quella dello scalo ferroviario di Porta Romana, hanno
strettamente a che fare con le Olimpiadi. Uno strumento utile per chi volesse
approfondire le speculazioni edilizie è il saggio Oro colato di Duccio Facchini
e Luigi Casanova (2025), che mappa con precisione le operazioni immobiliari
associate alle Olimpiadi Milano-Cortina.
> Il turismo di massa, più che associarsi a una crescita di benessere economico
> e sociale, implica un aumento del costo degli affitti a lungo termine, la
> perdita dei servizi di base e un progressivo spopolamento delle comunità.
Tornando a Giochi Preziosi, l’idea di Citterio è quella di non fermarsi al
secondo volume, ma di continuare a monitorare anche il dopo-olimpiade. Le
modifiche del territorio, spiega, sono ormai irreversibili, ma ci sono ancora
manovre di azione possibili su opere non ancora iniziate e fondi non ancora
vincolati (per esempio la tangenzialina dell’Alute, già nominata). Sono diverse
e con diverse personalità le figure che si sono occupate di inchieste
sull’organizzazione dei giochi olimpici 2026. Dalla montagna alla città quello
che emerge dai movimenti di protesta e dal lavoro giornalistico di inchiesta è
che, in mancanza di un’efficace sorveglianza “dall’alto”, sia stato necessario
lo sviluppo di una sorveglianza “dal basso”. Persone, quindi, che si occupano
del loro territorio, a livello di cittadinanza e a livello di movimento
politico. Quando ci chiediamo cosa resterà delle grandi opere pensate per
Milano-Cortina 2026, se saranno mai completate (dalle inchieste della rivista La
Vialibera non sembra mai essere stato istituito il Forum per la sostenibilità
dell’eredità olimpica di Milano-Cortina 2026) dobbiamo considerare che la
sorveglianza sarà civile e popolare e dipenderà in larga parte dal
coinvolgimento dei singoli cittadini e delle comunità interessate dai
cambiamenti strutturali, a Milano come sull’arco alpino.
L'articolo Giochi Preziosi proviene da Il Tascabile.
Dalla montagna alla città: come l’abbigliamento tecnico ha conquistato il nostro
armadio. Diventando un passepartout per ogni occasione