I n una delle scene chiave di Videodrome, film a suo modo profetico realizzato
nel 1983 da David Cronenberg, il protagonista Max Renn viene attratto
dall’oggetto del suo desiderio sessuale, Nicki Brand, che lo chiama da
dentro/dietro lo schermo di un apparecchio televisivo. “Come to Nicki”, dice la
proiezione della donna a Max, mentre la videocamera si avvicina in maniera
sempre più stretta alle labbra di Nicki. Max si avvicina, tocca la televisione,
che al contempo si deforma, si muove, diventa materia viva, pulsante, sensuale.
Il protagonista penetra lo schermo, ma anche lo schermo penetra la carne umana,
tant’è che cadono le distinzioni tra mondo reale e simulacro digitale. Nel
desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione
televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima.
Martin pleure è un cortometraggio del 2017 di Jonathan Vinel realizzato usando
le animazioni e il gameplay del celebre videogioco Grand Theft Auto V. Martin un
giorno scopre che tutti i suoi amici sono svaniti nel nulla e non sembra esserci
modo di rintracciarli. Il monologo interiore del ragazzo ci guida nel viaggio
alla ricerca degli amici perduti, in un susseguirsi di scene di tristezza,
solitudine, paura, rabbia, fino alla violenza estrema. In un breve stacco,
vediamo tre personaggi mascherati – forse gli amici del protagonista – che però
sono figure riprese dal vivo, non gli avatar artificiali che popolano l’universo
digitale da videogioco in cui si ambienta il lavoro di Vinel. Il corto si
conclude con Martin che salpa con un motoscafo e si dirige verso l’orizzonte. Se
avrà fortuna, magari un glitch lo aiuterà a bypassare i limiti imposti
dall’architettura digitale, a noclippare al di fuori dei confini della mappa e
arrivare nell’ecosistema del “reale” in cui si trovano i suoi amici. Ma quale
dei due mondi è quello reale?
In Videodrome come in Martin pleure a emergere è il rapporto tra contiguità e
differenza che separa l’ecosistema digitale, costruito per mezzo di tecnologie
sempre più performanti, e il mondo analogico, che ancora oggi ci ostiniamo a
chiamare “reale”. La questione che però emerge in maniera manifesta nel lavoro
di Cronenberg e in modo implicito in quello di Vinel è se abbia ancora senso
fare questa distinzione, dal momento che l’influenza delle macchine su ogni
aspetto della nostra vita è talmente ampio che da più parti si parla ormai di
postumanesimo. Negli ultimi anni il tema ha visto coinvolti filosofi,
accademici, artisti, operatori culturali, attivisti, con un grado di
elaborazione teorica repentina, che va di pari passo solo con l’incedere
rapidissimo delle nuove tecnologie sulle quali ci si confronta.
Di questi cambiamenti prova a tenere traccia Seamless (2025), il nuovo libro
edito da Nero per la curatela di Francesco Spampinato, professore di storia
dell’arte contemporanea all’Università di Bologna. Come si intuisce dal
sottotitolo – Arte, visualità e cultura elettronica in epoca post-pandemica – il
volume si concentra in particolare sull’epoca post-Covid, ovvero da quando tutti
noi, a causa dei vari lockdown tra 2020 e 2022, abbiamo iniziato a sperimentare
ogni giorno il “principio di naturale continuità tra il reale e il virtuale”, al
punto che “il nostro doppio sullo schermo non ci fa più effetto, sebbene di
tanto in tanto non possiamo fare a meno di guardarlo per assicurarci che
risponda ancora a noi”. Riunioni online, call, dislocazione fisica,
demoltiplicazione degli avatar e delle proiezioni digitali sono tutti aspetti
che esistevano anche prima del Covid, ma che la pandemia ha contribuito a
inscrivere nell’orizzonte del quotidiano.
> Nel desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione
> televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima.
Il volume è frutto dal lavoro svolto da AVEC (Art, Visuality and Electronic
Culture), un think tank nato in seno all’ateneo bolognese e animato
prevalentemente da studenti e studentesse della laurea magistrale in arti visive
e dei corsi di dottorato in arti, storia, società e in immagine, linguaggio,
figura. Nato tra il 2021 e il 2022, AVEC è responsabile di una serie di workshop
tematici semestrali che hanno lo scopo di porre in dialogo le ricerche svolte da
dottorandi e laureandi con le attività di ricercatori indipendenti, artisti e
operatori culturali di vario tipo. Ogni workshop ruota attorno a un tema e, nel
caso dei quattro incontri di cui il volume vuole essere una restituzione, a
guidare le riflessioni erano, rispettivamente, concetti come il metaverso, la
catastrofe, il cyberfemminismo e l’intelligenza artificiale (IA).
Nonostante le attività di AVEC non nascessero con l’intenzione iniziale di
sviluppare un unico tema, è emersa a posteriori la metafora del seamless, che
oltre a dare il titolo al volume affiora anche come tratto unificante dei vari
interessi del collettivo. Seamless – letteralmente, “senza cuciture” o “senza
soluzione di continuità” – fa riferimento alla tecnologia utilizzata nel campo
dell’abbigliamento per la realizzazione di capi che aderiscano al corpo e lo
modellino, fasciandolo in maniera uniforme così da nasconderne le imperfezioni.
Secondo Spampinato, l’attrattiva verso capi di questo tipo – di cui quelli
prodotti dal brand SKIMS della celebrity americana Kim Kardashian sono tra i più
celebri – è data anche dalla capacità “di enfatizzare – non solo alla vista
diretta ma anche nei processi quotidiani di autorappresentazione e mediazione –
la dimensione artificiale del corpo umano, liscio come un corpo-immagine
post-prodotto grazie a filtri o trasfigurato in avatar”. Di qui, quindi, la
possibilità di traslare questo termine verso il mondo tecnologico
post-pandemico, facendone una “metafora concettuale e visiva per definire un
corpo in grado di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello
virtuale, offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza
soluzione di continuità”, in cui il concetto di seamless diventa “condizione
percettiva del continuum reale-virtuale”.
L’articolata architettura costruita dall’interazione reale-virtuale è molto
complessa da identificare e ancora di più da sintetizzare. In una continua
operazione di worldbuilding – per usare un termine caro agli amanti dei
videogiochi – provare a stare al passo con la tecnologia che cambia è un’impresa
ambiziosa. Per questo, Seamless propone una struttura editoriale che da una
parte ricalca i formati dei workshop, dall’altra prova a offrire sensi di
lettura multipli, che non si limitano alla sola forma saggistica. Ogni capitolo
si apre quindi con un intervento redatto collettivamente da AVEC o affidato a
intellettuali riconosciuti, che ha il compito di fissare i parametri di
riferimento. A questo segue un contributo storico, tre casi studio e poi il
resoconto di un progetto artistico che indaga criticamente il tema prescelto.
In questo modo, AVEC propone non tanto di costituirsi come un’alternativa alla
storia dell’arte ipercontemporanea in epoca post-pandemica, quanto offrire una
visione trasversale, che interseca più ambiti disciplinari in maniera dinamica.
È proprio questa dinamicità, questa capacità di scartare lateralmente, uno dei
requisiti essenziali per l’esplorazione di quel panorama mobile contemporaneo
dato dalla condizione di seamless. Non è un caso che a ogni workshop venga
associato un tool, uno specifico strumento tecnologico di recente sviluppo, ma
già a rischio di obsolescenza programmata.
> Seamless è una “metafora concettuale e visiva per definire un corpo in grado
> di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello virtuale,
> offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza
> soluzione di continuità”.
In quest’ottica, prendiamo per esempio gli NFT, il tool del primo capitolo
dedicato al metaverso ed eloquentemente sottotitolato “How to build a universe
that doesn’t fall apart two days later” (Come costruire un universo che non cada
a pezzi due giorni dopo). Era il 2021 quando tutto il mondo dell’arte impazzì
per gli NFT, i non-fungible-token, visti come la nuova frontiera dell’arte
immateriale, possibile grazie alle nuove tecnologie. Everydays: The First 5000
Days, un’opera digitale di Beeple composta da 5000 immagini digitali, fu venduto
come NFT da Christie’s per 69 milioni di dollari. Erano più o meno gli stessi
mesi in cui il caporedattore di una rivista con cui collaboravo si domandava
perplesso cosa fossero le skins di Fortnite per cui il figlio gli chiedeva
soldi, forse senza comprendere fino in fondo che la costruzione di un’identità
personale per il proprio avatar digitale attraverso il cambio di abiti è
importante quanto lo è quella nel nostro mondo analogico. Come sempre, questa
importanza l’avevano intuita gli uffici marketing di alcuni brand come
Balenciaga e Gucci, che tra 2021 e 2022 crearono intere capsule collection
acquistabili nel metaverso e rese disponibili come skins per i giocatori di
Fortnite o Minecraft. Eppure, la bolla del metaverso e degli NFT sembra durata
appena lo spazio di una stagione, tanto che oggi pare di parlare già di
tech-archeologia.
L’eterogeneità degli approcci sviluppati nel volume edito da Nero, dunque, è
funzionale non tanto alla resurrezione di tecnologie che nascono, muoiono,
rinascono nello spazio di pochi anni e, in taluni casi, di pochi mesi, quanto
piuttosto alla possibilità di offrire, prima con gli incontri dal vivo e poi
nella forma libro, una lettura critica del presente nel suo farsi. Così, per
esempio, se il contributo storico dell’educatrice e artista Sara Bonaventura
ricostruisce le origini del metaverso nelle opere di fantascienza del secolo
scorso, da Dick a Gibson, gli altri interventi riportano il tema alla stretta
attualità, tra musei decentralizzati virtuali e simulazioni digitali del pianeta
Terra.
AVEC, ed è questo uno degli aspetti più interessanti, si sforza di operare al di
fuori delle griglie dell’accademia, andando a toccare temi e argomenti molto
ancorati alla quotidianità. Il secondo capitolo, ad esempio, di apre con un
intervento di Franco “Bifo” Berardi che analizza il rapporto tra desiderio,
depressione e digitalizzazione dei rapporti sociali in epoca post-pandemica,
situazione che ognuno di noi ha vissuto in prima persona durante le lunghe fasi
di isolamento da lockdown. Seguono poi contributi sull’arte urbana e il
muralismo contemporaneo, ma anche sulla moda e le wearable technologies come
tecnologie per la sopravvivenza. L’analisi di aspetti che intersecano il vivere
quotidiano e non rimangono solo appannaggio di micronicchie di esperti già di
per sé testimonia l’ampiezza e la trasversalità del tema. Seguendo fino in fondo
la metafora del seameless, la realtà comune, persino banale, che esperiamo ogni
giorno è già contaminata dalla presenza ineliminabile del digitale e su questo,
quindi, è doveroso riflettere.
Che l’aspetto tecnologico sia ormai inscindibile dalla nostra esistenza tanto da
legarsi con questioni di stringente attualità è confermato dal terzo capitolo.
Qui il femminismo, giustamente all’ordine del giorno sulle agende culturali di
tutto il mondo, viene declinato nell’ambito tecnologico a partire dalla figura
del cyborg proposta da Donna Haraway, in una rilettura della docente in
sociologia Federica Timeto. Glitch feminism, cyberfemminismo e transfemminismo
ritornano variamente nell’intervento storico e nei casi studio di questa
sezione, a conferma di un lavoro in cui l’azione artistica viene riconsiderata
alla luce del dibattito filosofico e culturale odierno.
> La domanda è al lettore: sei ancora in grado di sognare pecore in carne e
> ossa?
Seamless dichiara esplicitamente tra i propri modelli di riferimento due
pubblicazioni nate in seno a corsi universitari negli anni Settanta, ovvero Il
Gorilla Quadrumàno del Gruppo di Drammaturgia 2, a cura di Giuliano Scabia
(1974), e Alice disambientata del Gruppo A/ Dams, a cura di Gianni Celati
(1978). In AVEC emerge quindi un’attitudine che, se non si vuole chiamare
“militante”, prova almeno a essere consapevolmente critica e attenta verso un
mondo che non si limita alle passioni perverse di un accademismo spesso troppo
asfittico.
Già questo sarebbe un sufficiente invito alla lettura, tanto più se si sente la
necessità di dare un senso al seamless delle nostre esistenze, a quel continuum
reale-digitale che pare il tratto distintivo di questa nostra “nuova era
oscura”, per usare una definizione di James Bridle. D’altronde, nel 1968, nel
romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? – che diventa qui anche l’omonimo
titolo del primo capitolo di Seamless – Philip Dick si chiedeva se “gli androidi
sognano pecore elettriche”. Il volume edito da Nero, invece, sembra ribaltare la
domanda dello scrittore statunitense rivolgendosi direttamente al lettore: sei
ancora in grado di sognare pecore in carne e ossa?
L'articolo Seamless a cura di Francesco Spampinato proviene da Il Tascabile.
Tag - digitalizzazione
A prile del 2019, siamo nel Gujarat, uno Stato dell’India occidentale che guarda
in faccia l’Oman dall’altra parte del Mar Arabico. La PepsiCo fa causa a nove
contadini per aver coltivato patate “FC5”, una varietà che l’azienda aveva
introdotto nel 2009 e brevettato nel 2016 perché il basso contenuto idrico la
rendeva ideale per produrre patatine fritte. I contadini rispondono che si sono
semplicemente scambiati dei semi, come per secoli hanno sempre fatto, e sono
cresciute quelle. Il processo dura due anni e viene vinto dai contadini. Grazie
all’attivista Kavitha Kuraganti viene anche revocato il brevetto a PepsiCo. Fra
le varie motivazioni addotte (per lo più relative a vizi di forma), il tribunale
osservò che la registrazione del seme era contraria “all’interesse pubblico”, in
quanto i processi per infrazione avevano danneggiato i coltivatori di patate.
Sembra una grande vittoria, non solo concreta ma anche di principio: brevettare
una varietà ortofrutticola danneggia gli agricoltori locali, il materiale
genetico non può essere proprietà privata. Vandana Shiva la chiamerebbe
“sovranità dei semi”: il diritto dei contadini a conservare, scambiare e
propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze chimico-industriali.
Ma lo scorso anno i vizi di forma sono stati risolti e una parte del brevetto è
stato reintegrato, a ricordare che, contro le multinazionali, i principi
faticano a vincere.
Una quindicina di anni prima, nel Java Orientale, in Indonesia, alcuni contadini
avevano salvato dei semi da un raccolto. Li avevano selezionati, li avevano
rivenduti, ed erano stati perseguiti da BY BISI (filiale del gruppo thailandese
Charoen Pokphand) per “seed piracy”. Qualcuno era stato punito con il divieto di
usare semi per un anno, qualcun altro condannato al carcere. Nel 2012 una
coalizione di ONG e agricoltori si mosse a loro difesa, contestando il fatto che
piccoli contadini potessero essere trattati come grandi aziende. Ma nel 2019 una
nuova legge rese obbligatorio per tutti dichiarare eventuali nuove raccolte di
semi e illegale distribuirli al di fuori di gruppi chiusi.
> Per “sovranità dei semi” si intende il diritto dei contadini a conservare,
> scambiare e propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze
> chimico-industriali. Un diritto che è messo sempre più spesso a repentaglio da
> aziende che brevettano sementi OGM.
Da millenni l’agricoltura funziona così: i semi si provano, si usano, si
selezionano osservando a occhio nudo quali sono più resistenti a certe malattie
o insetti, quali si adattano meglio a un certo terreno. È un’attività empirica e
in continua trasformazione, fatta di tentativi e scambi fra vicini, di
riutilizzo di semi dell’anno prima, di conoscenze specifiche e situate, di
soluzioni mai del tutto replicabili altrove, di scoperte fortuite sulle spalle
di conoscenze maturate nei secoli.
Circa dagli anni Ottanta, e ancor di più dall’inizio degli anni Duemila, le
grandi aziende agroalimentari e farmaceutiche hanno cominciato a brevettare i
semi. Come si è detto, PepsiCo, ad esempio, ha depositato sementi
particolarmente adatte a produrre patatine fritte, ma ci sono innumerevoli casi
simili, da cui possono scaturire infinite controversie e una messa in
discussione delle pratiche stesse con cui da sempre l’agricoltura funziona.
Negli anni Novanta Monsanto ha brevettato sementi OGM (Organismo Geneticamente
Modificato) resistenti agli erbicidi, come i Roundup Ready, semi ingegnerizzati
in modo da tollerare erbicidi a base di glifosato: quando un contadino
acquistava questi semi firmava un contratto in cui si impegnava a non
riutilizzarli nel raccolto successivo trovandosi poi costretto a ricomprare i
semi ogni anno anziché vivere almeno in parte di eredità, come è sempre stato
naturale fare. Fra il 1998 e il 2004 sempre Monsanto ha citato in giudizio
l’agricoltore canadese Percy Schmeiser per aver coltivato colza OGM da loro
brevettata senza aver pagato la licenza. Secondo la difesa, il polline in
questione era arrivato accidentalmente e il contadino l’aveva trovato e dunque
usato, senza domandarsi a chi dovesse pagare pegno, perché i semi non hanno mai
avuto padroni. Data l’assenza di profitti illegittimi, Schmeiser non ha ricevuto
condanne ma ha perso comunque la causa. Insomma: in qualsiasi momento un seme
OGM può arrivare nel campo di un agricoltore tradizionale o biologico, portato
da un impollinatore o dal vento, e se il contadino lo usa o lascia anche solo
che cresca, rischia una causa.
Gli impatti della digitalizzazione e brevettazione delle sementi sono tanti,
variegati, complessi. C’è la contaminazione involontaria dei terreni ma anche la
dipendenza economica obbligata degli agricoltori, costretti ogni anno a
ricomprare i semi dalle aziende. C’è la criminalizzazione di pratiche contadine
secolari e anche una pericolosissima riduzione della biodiversità: si scelgono
poche varietà di semi, si piantano sempre quelle, magari perché resistenti a
certi insetti o malattie, o particolarmente adatte a una data produzione. E così
si impoverisce il terreno, si perdono varietà, diminuisce la resistenza dei
raccolti ai cambiamenti climatici o a nuove malattie.
> In qualsiasi momento un seme OGM può arrivare nel campo di un agricoltore
> tradizionale o biologico, portato da un impollinatore o dal vento, e se il
> contadino lo usa, o lascia anche solo che cresca, rischia una causa.
Ma c’è un altro aspetto da considerare. I brevetti su cui si arricchiscono le
multinazionali farmaceutiche o agroalimentari si basano su una materia prima, il
seme, delle cui proprietà l’azienda in questione non ha alcun merito, mentre
alla comunità che ha avuto se non altro il merito di aver trascorso secoli a
studiare, coltivare e proteggere quella pianta, non arriva nulla. Non solo. Se
tradizionalmente c’era bisogno di recarsi fisicamente sul campo (spesso in una
foresta), per trovare una varietà vegetale con le caratteristiche che servivano
e da lì ricavare un principio per un qualche farmaco su cui costruire un impero
commerciale, oggi il seme fisico non è più indispensabile, ne può bastare uno
digitale, ossia la rappresentazione digitale di un seme reale.
Un seme digitale contiene la sequenza del DNA, metadati genetici come marcatori
e fenotipi, dati agronomici e altre informazioni che consentono facilmente di
riprodurre e migliorare una certa varietà; o di sfruttare gli strumenti
bioinformatici per progettarne di nuove, senza alcun bisogno del seme fisico:
basterà una stampa in 3D biologica del suo “gemello digitale”.
“Una volta le aziende andavano in Amazzonia o Papua a prelevare materiale
genetico da cui estrarre principi per brevetti. Oggi, con la digitalizzazione,
tutto avviene tramite banche dati: si assemblano informazioni e si brevettano
prodotti senza nemmeno toccare la fonte reale. I nuovi OGM portano brevetti e
royalties, limitando il diritto degli agricoltori a conservare semi, a farsi una
propria ‘banca dei semi’” mi spiega Federica Ferrario, responsabile campagne
dell’associazione Terra!. Che ci siano in gioco biologi che prelevano campioni
in una foresta tropicale, o che si tratti di bioinformatici in laboratorio, il
risultato è sempre una forma di biocolonialismo che col tempo cambia, si affina,
diventa più difficile da riconoscere e regolare.
> Il Fondo Cali, approvato nel 2025, prevede che i privati che guadagnano dai
> semi digitali, in particolare le aziende farmaceutiche, possano versare l’1%
> del fatturato o lo 0,1% dei profitti derivanti dall’uso di queste sequenze.
> Una novità importante, non fosse che si tratta di una misura non vincolante.
Pochi mesi fa, alla COP 16 sulla Biodiversità, cominciata a Cali in Colombia nel
novembre 2024 e terminata fra il 24 e il 27 febbraio 2025 a Roma, è stato
approvato, fra critiche ed entusiasmi, il Fondo Cali. Si tratta di una
microtassa volontaria sull’estrazione digitale della natura, un fondo
internazionale “per la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti
dall’uso delle informazioni di sequenza digitale sulle risorse genetiche”. In
sostanza i privati che guadagnano dai semi digitali, in particolare le aziende
farmaceutiche, possono versare l’1% del fatturato o lo 0,1% dei profitti
derivanti dall’uso di queste DSI (Digital Sequence Information). Il fondo è
gestito dalle Nazioni Unite e metà delle risorse andrà direttamente alle
comunità locali. Ma, attenzione: possono, non devono. Un discrimine importante
con risvolti diversi a seconda del periodo storico. È principalmente sul
guadagno reputazionale che si baserebbe questo meccanismo e in anni come il
2019, in cui tutti gli occhi erano sul clima, versare qualche spicciolo avrebbe
contribuito a un buon ritorno di immagine. Oggi invece il rischio che il
salvadanaio rimanga quasi vuoto è alto.
Ma, imperfezioni più o meno gravi a parte, il Fondo Cali arriva per rispondere a
un vuoto normativo. Le informazioni genetiche digitali non sono né propriamente
dati né propriamente materiale biologico: normare questo campo è molto
difficile, siamo estremamente indietro, e come raccontano le associazioni che
seguono da vicino il tema, fra cui WWF (World Wildlife Fund) e Terra!, le
innovazioni tecnologiche complicano le cose evolvendosi con rapidità
impressionante.
“Non è mai esistito un meccanismo di compensazione per i benefici derivanti
dall’uso dei dati genetici digitali da parte dei Paesi che li detengono. Il
nuovo fondo multilaterale nato alla COP16, seppur volontario, è un primo passo
per colmare questo vuoto, anche normativo: dovrebbe aiutare Stati e comunità
indigene a tutelare la biodiversità e a promuovere la ricerca scientifica, è un
atto di giustizia ambientale. Alcune aziende si sono dette interessate, ma
restano nodi aperti: le modalità di accesso ai fondi, la governance, e
soprattutto l’assenza di una gestione organica delle DSI, su cui manca ancora un
accordo tra Nord e Sud globale” spiega Bernardo Tarantino, specialista Affari
europei e internazionali del WWF.
Ma si sono sentite anche voci più critiche, come il Centro Internazionale
Crocevia che vede questo fondo come una sorta di “legalizzazione della
biopirateria”, un modo per trasformare i popoli indigeni in lavoratori
sottopagati della conoscenza, mentre Susana Muhamad, ministra dell’Ambiente
della Colombia e guida del negoziato sulla biodiversità, lo aveva festeggiato
come un compromesso necessario, l’unico possibile in un mondo in cui la
tecnologia corre molto più veloce delle regole. Il problema a monte è che come
società, fuori dalle aule universitarie e dall’attivismo, non è mai stata
intavolata una vera discussione pubblica per stabilire se del materiale genetico
possa effettivamente appartenere a un privato o se non debba invece,
necessariamente, essere pubblico, gestito e protetto come bene comune. Le
pratiche vanno più veloci delle leggi e il biocolonialismo ha avuto tutto il
tempo per affinarsi, adattarsi ai tempi e mascherarsi.
> Il “seme digitale” non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce
> anche la circolazione delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio
> reame privato delle sementi.
La digitalizzazione è il nodo centrale e con il rapido evolvere delle
intelligenze artificiali le direzioni che può prendere il settore sono
“difficili da immaginare”, mi racconta Federica Ferrario di Terra!:
“L’agricoltura intensiva fa sprofondare il settore in un sistema talmente
industrializzato da dover comprare tutto in pacchetti preconfezionati: semi
ibridi, sostanze chimiche, calendari precisi delle lavorazioni. Questo modello
in pochi decenni ci ha portato a un impoverimento preoccupante dei suoli, che
oggi dipendono da fertilizzanti chimici, con conseguenze gravi come
l’inquinamento delle acque. Ma con l’introduzione degli OGM brevettati si alza
ulteriormente l’asticella: il seme diventa proprietà privata. Il ‘seme digitale’
non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce anche la circolazione
delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio reame privato delle
sementi. E con l’intelligenza artificiale non esiste nemmeno più il pretesto di
contribuire a un fondo di compensazione per l’uso di dati genetici: le
informazioni vengono raccolte e usate senza alcun rimborso, nemmeno simbolico.
Questo non significa che la digitalizzazione sia da rifiutare, ma è fondamentale
che i dati restino pubblici e accessibili, non proprietà esclusiva delle grandi
piattaforme”.
Nella sua imperfezione il Fondo Cali ci racconta che viviamo in una fase ibrida,
dove la governance dei dati non è ancora chiara e l’IA (Intelligenza
Artificiale), sempre più impiegata per la sua potenza ed efficienza
nell’elaborare i dati, assume un ruolo sempre più importante nella gestione di
miliardi di sequenze genetiche. Il rischio è duplice: da una parte un mercato
delle sementi sempre più concentrato e meno vario (le aziende che possiedono gli
algoritmi e i dati genetici controllano direttamente l’accesso alle sementi
influenzando così la filiera agroalimentare globale), dall’altra una perdita
sempre maggiore di biodiversità, di resilienza ai cambiamenti climatici, di
tutele e autonomia per gli agricoltori. Già oggi, e ormai da decenni, poche
multinazionali detengono una fetta enorme del settore, le sacche di resistenza e
protezione della biodiversità sono sempre più assediate: dagli anni Ottanta
questo è il campo di battaglia ideologico e concreto del lavoro di ambientaliste
e attiviste come Vandana Shiva, soprattutto nel Sud globale. Con l’inasprirsi
della crisi climatica la questione si fa ancora più urgente, abbiamo più bisogno
che mai di una biodiversità in salute.
Se da una parte gli OGM sono una delle frontiere esplorate per mitigare la crisi
climatica, permangono profonde criticità. L’utilizzo di semi modificati può
infatti sia ridurre l’uso di agrofarmaci, sia aumentare le rese e dunque
limitare l’estensione delle terre coltivate. Questo potrebbe comportare minori
emissioni di gas serra e maggiore tutela degli ecosistemi. Secondo uno studio
dell’Università di Bonn, in Europa, l’adozione di colture GM potrebbe ridurre le
emissioni agricole del 7,5% annuo (33 milioni di tonnellate di CO2) e migliorare
la sostenibilità e l’autosufficienza alimentare.
Ma, come spiega Federica Ferrario di Terra!, la questione non è così semplice:
“Affrontare la scarsità d’acqua, la siccità e gli effetti della crisi climatica
richiede adattamenti reali, che non si possono creare in laboratorio con OGM:
fuori non ci sono condizioni controllate, è la biodiversità che garantisce la
resilienza. Ogni territorio è diverso, bastano 400 metri perché cambi tutto; in
ogni terreno tradizionalmente si usano miscugli di semi per osservare quali
varietà si adattano meglio. È l’esatto contrario dell’approccio da laboratorio”.
Il rischio è che varietà meno “redditizie” spariscano, perché non conviene più
produrle. Ma perdere varietà vuol dire anche perdere adattabilità. “Se ho dieci
varietà di fagioli che si evolvono con l’ambiente, ho una garanzia di
resilienza. Se invece le conservo solo in una banca del germoplasma e le tiro
fuori dopo vent’anni, saranno estranee al contesto attuale. La biodiversità non
si conserva in laboratorio, perché gli ecosistemi cambiano troppo in fretta”
racconta ancora Ferrario. “E in effetti dovremmo averlo imparato dopo la crisi
delle patate in Irlanda fra il 1845 e il 1848”, quando l’alimentazione
dell’intera isola dipendeva da un unico tipo di coltura, e quando un nuovo
patogeno (la peronospora) si diffuse tra le coltivazioni, distruggendo
interamente il raccolto. Morì circa un milione di persone.
Le grandi aziende puntano sul seme brevettato perché garantisce profitti a breve
termine, ma il prezzo, per la società e per l’ambiente, è altissimo. Con il
rischio ulteriore, nel Sud globale, di perdere moltissima informazione genetica
locale, e anche questa è una forma di erosione della biodiversità: selezionare
vuol dire scartare, in una sorta di pericolosa eugenetica agraria, di perdita di
cultura, di sapere e di varietà. Eppure decenni di biopirateria, di
biocolonialismo, di concentramento di saperi, diritti, brevetti, ci hanno
assuefatti a una risposta che come società non ci eravamo mai dati davvero: il
materiale genetico può appartenere a un’azienda, a un privato? Gli echi delle
lotte di Vandana Shiva si sentivano più forti negli anni Ottanta e Novanta,
quando ancora la domanda era aperta e la consuetudine non era del tutto
stabilita. Il Fondo Cali nel bene o nel male è una spinta a riportare
l’attenzione sulla questione, a farci domande, a riflettere anche come società
su un interrogativo che riguarda tutti ma che è rimasto confinato all’interno
delle accademie o all’attivismo. Torna in mente la sentenza di quel tribunale
indiano secondo cui la registrazione del seme delle patate FC5 era contraria
“all’interesse pubblico”: è dall’interesse pubblico e da un’idea aggiornata di
bene comune, che bisognerebbe ricostruire un dibattito.
L'articolo I semi della discordia proviene da Il Tascabile.