I dispositivi digitali non restano mai solo davanti a noi. Ci addestrano,
lavorano sul corpo, producono piccoli automatismi percettivi. Riscrivono la
soglia tra presenza e simulazione, materia e virtuale. È da qui che prende avvio
Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica (2026) di
Vittorio Gallese. Il libro arriva in un momento in cui il discorso pubblico
sull’intelligenza artificiale oscilla tra due cattive scorciatoie: da un lato la
tecnofobia apocalittica, che legge il digitale come una postrealtà allucinatoria
e programmata al dominio; dall’altro l’entusiasmo ipervirtualista e
transumanista, che immagina la tecnica come liberazione definitiva dal peso
della carne. Gallese le rifiuta entrambe e propone una tesi più interessante: il
digitale non ci disincarna, ma riconfigura le condizioni dell’incarnazione. Non
abolisce il corpo, lo rieduca dentro nuovi regimi di percezione, azione,
risonanza affettiva.
Vittorio Gallese è uno dei nomi più importanti delle neuroscienze cognitive
contemporanee. Il suo lavoro è legato alla scoperta e all’elaborazione teorica
dei neuroni specchio, ossia quei neuroni che si attivano sia quando compiamo
un’azione sia quando osserviamo qualcun altro compierla. Da qui nasce l’idea che
la comprensione dell’altro non passi soltanto da un’inferenza mentale, da una
traduzione concettuale, ma da una forma primaria di risonanza corporea. Vediamo
un gesto, una postura, un volto, e qualcosa nel nostro sistema motorio e
affettivo risponde. Prima ancora di spiegare l’altro, in qualche misura lo
simuliamo sentendolo.
> Toccare uno schermo, parlare con un LLM, abitare un ambiente virtuale: per
> Gallese non sono esperienze “meno corporee” solo perché passano da una
> macchina, sono pratiche che coinvolgono il nostro sistema percettivo e
> motorio.
Il Sé digitale parte da questa lunga traiettoria scientifica e la colloca nel
presente. Il libro prova a rispondere a una domanda: che cosa accade al corpo, e
quindi alla nostra identità, quando l’esperienza del mondo e delle nostre
relazioni passa sempre più attraverso schermi, interfacce, avatar, immagini
sintetiche e conversazioni con sistemi artificiali?
Sappiamo che il Sé non è una cosa nascosta dentro di noi, ma la forma soggettiva
di organizzazione dell’esperienza, il modo in cui un corpo situato si riconosce,
si orienta, entra in relazione e mantiene continuità nel tempo. La tesi del
libro è che il digitale non elimini il corpo ma lo riconfiguri portandolo dentro
un nuovo regime di “incarnazione mediale”. All’interno di questo regime quindi,
il Sé continua a costituirsi attraverso percezioni, azioni, abitudini, attese e
risposte affettive, anche quando l’ambiente in cui si muove è mediato da
dispositivi algoritmici. Toccare uno schermo, parlare con un LLM (Large Language
Model), abitare un ambiente virtuale: per Gallese non sono esperienze “meno
corporee” solo perché passano da una macchina, sono pratiche che coinvolgono il
nostro sistema percettivo e motorio, orientano la nostra attenzione, modificano
il modo in cui ci sentiamo presenti, esposti, coinvolti.
Uno dei meriti del volume sta anzitutto in questa operazione di naturalizzazione
della tecnica. Gallese non tratta il digitale come un regno separato dall’umano,
ma come una nuova ecologia di mediazioni in cui il corpo resta il punto di
partenza. Per farlo costruisce una sintesi ampia, tra campi che di solito
procedono distanti: la neurofisiologia dello sviluppo, la fenomenologia, il
pragmatismo, l’antropologia delle pratiche, la teoria della mente estesa,
l’estetica e la critica dei media. Il ragionamento si muove e si spande dagli
studi sulle interazioni motorie fetali alla domanda su come nascano rito,
linguaggio, immaginazione, esperienza artistica. In questa prospettiva, anche
ciò che appare più astratto prende forma dentro un organismo che agisce, sente,
ricorda, ripete, corregge. Anche il simbolo non cade dall’alto come una
proprietà misteriosa della cultura, ma si sedimenta in pratiche corporee: prima
c’è un gesto, poi la sua ripetizione; prima una forma di coordinamento, poi la
possibilità di attribuirle senso; prima un corpo esposto al mondo, poi un mondo
che diventa abitabile.
Mentre molta discussione pubblica sull’intelligenza artificiale resta
schiacciata sulla domanda metafisica se le macchine “pensino” oppure no, Gallese
chiede: che tipo di soggettività produce un ambiente tecnico che intercetta il
nostro corpo prima ancora delle nostre opinioni? La questione non riguarda la
coscienza delle macchine ma, in un certo senso, la trasformazione della nostra:
il digitale, come ogni tecnica, lavora sulle soglie della percezione, sulle
microabitudini dell’attenzione, sulla fiducia che concediamo alle immagini e
alle parole generate. Dobbiamo guardare alla transizione algoritmica come a un
fatto corporeo, non come a un semplice aggiornamento dell’intelligenza.
> Mentre molti discorsi sull’IA si concentrano sulla possibilità o meno che le
> macchine “pensino”, Gallese domanda: che tipo di soggettività produce un
> ambiente tecnico che intercetta il nostro corpo prima ancora delle nostre
> opinioni?
Gallese indebolisce inoltre una delle immagini più tenaci dei discorsi sulla
“mente”. Per molto tempo una parte delle scienze cognitive ha pensato il
cervello secondo un modello modulare rigido, dove il linguaggio, la percezione,
l’azione, eccetera, erano distribuite all’interno della mente come in un
bell’ufficio amministrativo. L’autore invece sottolinea come le funzioni
cognitive superiori non nascano dal nulla e non occupino moduli isolati, ma si
appoggino a circuiti più antichi, nati per fare altro, e li riconfigurino. Si
tratta del principio del riuso neurale formalizzato da Michael Anderson, e cioè:
una struttura cerebrale evolutasi per sostenere certe funzioni corporee può
essere cooptata, nel corso dell’evoluzione e dello sviluppo, per partecipare a
processi più complessi.
I circuiti dell’azione, per esempio, non restano confinati al movimento fisico,
possono contribuire alla comprensione del linguaggio, alla percezione delle
immagini, all’esperienza estetica. Quando leggiamo un verbo d’azione o guardiamo
un corpo dipinto in tensione, non ci limitiamo a decodificare un segno. Qualcosa
del nostro sistema motorio entra in gioco, come se il significato passasse
ancora da una grammatica muscolare. Anche quando il corpo sembra sparire,
continua a lavorare sotto la superficie del senso. È una tesi importante, perché
– come suggeriva anche Alberto Casadei con Biologia della letteratura (2018) –
consente di leggere la cultura non come evasione dalla materia, ma come sua
trasformazione organizzata.
Gallese innesta questo discorso anche sul modello della mente estesa, cioè
sull’idea che i processi cognitivi non si esauriscano dentro il cranio, ma
possano includere ambienti, supporti tecnici, pratiche materiali. Un quaderno,
una mappa, un bastone, uno smartphone, non sono semplici oggetti esterni che
usiamo dopo aver pensato, in certi casi partecipano alla forma stessa del
pensiero. Lo orientano, lo alleggeriscono, lo prolungano, lo rendono possibile.
Il passaggio al digitale, allora, non è una frattura assoluta rispetto alla
lunga storia delle tecniche umane, è una nuova soglia dentro una genealogia di
corpi che si sono sempre appoggiati a dispositivi esterni per abitare il mondo –
per “umanificarlo” dice Tim Ingold in Siamo linee (2024). A proposito di ciò,
non ha senso opporre natura e tecnica. La tecnica non arriva dopo l’umano, come
una protesi tardiva o una corruzione. L’umano è già tecnico perché è corporeo,
perché ha bisogno di mediazioni per abitare il mondo. La differenza, oggi, è che
queste mediazioni non sono più soltanto utensili maneggiabili o immagini
contemplabili. Sono ambienti algoritmici che rispondono, selezionano, profilano,
anticipano. Non stanno più nella mano come un martello, ma entrano e regolano,
da agenti autonomi, le condizioni stesse della percezione.
Nei capitoli finali il libro di Gallese diventa più esplicitamente estetico e
politico. Il termine “estetica” viene recuperato nel suo senso originario: non
una disciplina che riguarda solo la teoria dell’arte o il giudizio sul bello, ma
una teoria della sensibilità, dell’aisthesis, cioè del modo in cui i corpi
percepiscono e vengono organizzati dentro un mondo sensibile. Ciò permette di
parlare di filtri, avatar, riconoscimento facciale e sistemi generativi senza
ridurli a contenuti virali o a fenomeni di costume. Sono dispositivi che
distribuiscono visibilità, desiderabilità, normalità: decidono quali volti
funzionano meglio, quali corpi risultano leggibili, quali differenze vengono
smussate o rese statisticamente difettose, trasformandole in errore, rumore,
eccezione, in un senso che è legato sempre di più alla nostra stessa abitudine
percettiva.
> Il passaggio al digitale non è una frattura assoluta rispetto alla lunga
> storia delle tecniche umane, è una nuova soglia dentro una genealogia di corpi
> che si sono sempre appoggiati a dispositivi esterni per abitare il mondo.
Quando Gallese porta nel discorso categorie come la “partizione del sensibile”
di Jacques Rancière o la riflessione di Judith Butler sulle condizioni normative
di riconoscimento dei corpi, non sta facendo semplice ornamento filosofico.
Rancière, filosofo francese della politica e dell’estetica, usa quella formula
per indicare il modo in cui una società organizza ciò che può essere visto,
detto, ascoltato e riconosciuto come comune. Butler, invece, ha mostrato come un
corpo non sia mai solo un dato biologico: diventa socialmente leggibile o
illeggibile attraverso norme, cornici, ripetizioni, esclusioni. Gallese usa
questi strumenti per consolidare l’idea delle tecnologie digitali come
dispositivi che non rappresentano soltanto il mondo, ma lo ordinano, lo rendono
abitabile per alcuni corpi e ostile per altri.
In questo senso, la naturalizzazione della tecnica proposta da Gallese non è
ingenua. Proprio perché la tecnica lavora sul corpo, non possiamo permetterci di
pensarla come esterna alla soggettività. Il digitale è una nuova organizzazione
del sensibile. Non ci porta fuori dalla carne, ma entra nella sua educazione
quotidiana. Il volume restituisce un corpo al dibattito sulla tecnologia, e al
corpo una dimensione storica, tecnica, estetica e politica. Ma cosa intende
Gallese con “corpo” esattamente, e fino a che punto questo corpo viene
analizzato nelle sue capacità più materiali e operative?
L’autore critica con decisione l’immagine classica del cervello isolato, chiuso
nella scatola cranica, separato dal mondo e poi incaricato di ricostruirlo
attraverso “rappresentazioni” interne. La sua proposta, in linea con le fonti
citate, ci presenta un sistema cervello-corpo-ambiente, dentro cui l’esperienza
nasce dall’intreccio tra percezione, azione, memoria, affetto e relazione. Ma
quando Gallese deve spiegare fenomeni complessi – l’empatia,
l’intersoggettività, la fruizione artistica – l’istanza decisiva torna sempre a
localizzarsi nell’attività subpersonale dei circuiti neurali: ovvero quei
processi che avvengono al di sotto della coscienza riflessiva e della decisione
intenzionale. Non pensieri formulati in prima persona, né scelte deliberate, ma
operazioni neurali automatiche: neuroni specchio, riattivazioni motorie interne,
selezioni predittive. Il Leib, il “corpo vissuto”, pur essendo evocato
teoricamente come interfaccia primaria dell’esperienza, viene trattato de facto
come un mero fornitore di input sensomotori per un cervello che centralizza,
interiorizza e simula il significato.
> Proprio perché la tecnica lavora sul corpo, non possiamo permetterci di
> pensarla come esterna alla soggettività. Il digitale è una nuova
> organizzazione del sensibile. Non ci porta fuori dalla carne, ma entra nella
> sua educazione quotidiana.
La tensione tra l’ambizione etico-politica e l’ancoraggio neurocentrico
dell’autore emerge con chiarezza quando Gallese prova a formulare una “normativa
della coesistenza digitale”, cioè un modo per pensare la relazione con l’altro
anche attraverso lo schermo, senza ridurla automaticamente a perdita o finzione.
Scrive:
> Ogni segnale dell’altro, anche digitale, è sempre traccia di un corpo, se
> sappiamo accoglierlo come tale. La nuova etica della relazione non consiste
> nel superare la distanza, ma nell’abitarla come spazio di riconoscimento,
> luogo di emergenza dell’altro. È in questo fragile spazio, tra presenza e
> immagine, tra voce e interfaccia, tra esposizione e controllo, che possiamo
> ancora incontrare davvero qualcuno.
Gallese può manifestare una simile fiducia nella possibilità di “incontrare
davvero qualcuno” attraverso lo schermo della mediazione algoritmica proprio
perché il “corpo” di cui scrive non è la carne esposta, opaca e ingovernabile
dell’etologia o della biologia basale, ma è un corpo già interamente tradotto e
pacificato in codice neurale. Lo schermo non è il luogo di emergenza dell’altro,
ma lo specchio tecnologico in cui il modulo specchio del soggetto contempla le
proprie stesse simulazioni interne. Non si tratta di negare che attraverso lo
schermo passino effetti e affetti reali: su questo punto non si può che
concordare con Gallese. Il problema è che, se il corpo dell’altro viene
coinvolto soprattutto come traccia capace di innescare una risonanza neurale,
l’incontro resta monco. La mediazione tecnologica non espone davvero alla
vulnerabilità biologica e ingovernabile dell’altro, la rende compatibile con i
miei circuiti di riconoscimento. Per questo la differenza non riguarda solo il
mezzo attraverso cui incontriamo l’altro, ma la possibilità dell’altro di agire
come urto materiale, di interrompere cioè la nostra simulazione di lui.
La definizione di “simulazione incarnata” di Gallese è il luogo più evidente di
questa incongruenza. Comprendiamo l’altro perché il nostro sistema
motorio-affettivo riattiva internamente schemi legati all’azione e alla
sensazione. Tuttavia, la stessa matrice esplicativa viene usata nel libro per
leggere esperienze molto diverse: l’interazione intrauterina dei gemelli nel
feto, osservare il taglio di Lucio Fontana, l’anestesia percettiva prodotta dai
droni militari o un avatar infetto in realtà virtuale. La conseguenza di
analizzare fenomeni così eterogenei attraverso la stessa lente, è un
livellamento che lascia qualche dubbio, non perché questi casi siano privi di
componenti corporee o neurali, ma perché la loro differenza materiale
(biologica, tecnica) viene ricondotta allo stesso filtro subpersonale: la
gestazione, l’esperienza estetica, la guerra a distanza e l’interazione virtuale
coinvolgono corpi, ambienti e conseguenze non equivalenti, che la sola risonanza
neurale non basta a spiegare.
> Un sistema linguistico può simulare risposte, affetti, intenzioni, ma non
> possiede fame, dolore, desiderio, fatica. Non abita un mondo come lo abita un
> corpo vivo.
Gallese affronta anche i temi dell’intelligenza artificiale e di un ipotetico Sé
algoritmico. Il suo argomento contro la coscienza delle macchine è
condivisibile: un sistema linguistico può simulare risposte, affetti,
intenzioni, ma non possiede fame, dolore, desiderio, fatica. Non abita un mondo
come lo abita un corpo vivo. Non ha un punto di vista incarnato da difendere.
Gallese separa in questo modo l’intelligenza computazionale dalla coscienza, e
lo fa con efficacia quando descrive l’IA come mimesi funzionale, maschera
performativa. Ma proprio nel confronto con il modello predittivo del cervello,
Gallese concede e scrive:
> È vero: anche nel cervello umano la generazione di una risposta può essere
> descritta come un processo di selezione probabilistica tra configurazioni
> neurali possibili.
È un passaggio delicato, perché l’idea di un cervello che lavori in maniera
fondamentalmente diversa da un semplice elaboratore con potenza di calcolo, qui
rischia di essere smentita. Se anche la risposta umana può essere descritta come
una scelta tra possibilità neurali, la distanza tra cervello e macchina sembra
ridursi. L’autore prova subito a salvare la differenza: quei processi
nell’essere umano avvengono in un corpo vivo, cioè attraverso processi
biologici. La distinzione è vera, ma non basta. Se la spiegazione resta chiusa
nella selezione “meccanica” di configurazioni neurali, il corpo vivo finisce per
fare da cornice nobile al lavoro del cervello: una condizione biologica
necessaria per distinguere l’umano dalla macchina, ma non davvero una parte
attiva nel processo cognitivo riconosciuta come agente cognitivo distinto. La
spiegazione biologica, posta così, da una parte non è sufficiente a spiegare la
differenza tra cognizione macchinica e coscienza fenomenica; dall’altra il corpo
viene teorizzato come autonomo/ecologico, ma poi ridotto a terminale esecutivo.
Mutatis mutandis, proprio come in quei sistemi di IA e robotici in cui il corpo
è ridotto a un’interfaccia tra sensori e attuatori, mentre il comportamento
resta di fatto “nel controller”, nel grande modello predittivo. La carne quindi
in Gallese entra come garanzia ontologica e non come forza causale pienamente
riconosciuta.
Nel capitolo dedicato alla realtà virtuale e alla risposta immunitaria, Gallese
richiama uno studio in cui il contatto potenziale con avatar infetti in ambiente
VR (Virtual Reality) produce variazioni nelle cellule linfoidi innate, cioè in
componenti del sistema immunitario. L’utente in VR vede un avatar infetto
(stimolo visivo → corteccia visiva → interpretazione predittiva del pericolo) e
di conseguenza il cervello invia un segnale immunitario periferico tramite
l’asse HPA (Hypothalamic-Pituitary-Adrenal axis) o il sistema nervoso autonomo.
L’effetto biologico situato c’è, ma è interamente causato dal sistema nervoso
centrale. Eppure, l’esempio potrebbe aiutarci ad aprire una via molto
interessante: mostrare che il corpo non è soltanto sistema motorio e percettivo,
ma anche immunità, metabolismo, anticipazione biologica diffusa, allarme
periferico, memoria somatica. Il corpo extraneurale cioè non è solo “esecuzione”
del cervello, ma possiede forme autonome di regolazione, memoria cellulare,
problem solving e agentività biologica.
Il proposito teorico di Gallese incontra qui, consapevolmente, il “limite” della
propria genealogia scientifica. Gallese porta il corpo dentro la discussione sul
digitale, ma lo fa dovendo rimanere legato al framework neurobiologico che ha
segnato la sua ricerca, quello della scuola di Parma, dei neuroni specchio e
della simulazione incarnata. Il libro nomina continuamente il corpo, lo difende
contro ogni virtualismo, lo usa come argomento decisivo contro l’idea di una
coscienza artificiale disincarnata, ma quel corpo viene quasi sempre tradotto
nel lessico dell’attivazione neurale e della risonanza subpersonale: “Il nostro
senso di agentività, di proprietà del corpo, e di presenza situata nello spazio,
dipende dalla capacità del cervello di simulare continuamente le relazioni tra
corpo e mondo”. Il corpo cioè per Gallese viene descritto come corredo
sensomotorio del cervello. Lo invitiamo ad affacciarsi sulla scena, ma non gli
viene davvero affidata la parte.
> Gallese porta il corpo dentro la discussione sul digitale, ma lo fa restando
> legato al framework neurobiologico che ha segnato la sua ricerca, cioè quello
> dei neuroni specchio e della simulazione incarnata.
Vengono citati Rolf Pfeifer e Josh Bongard, secondo i quali la struttura
morfologica del corpo condiziona direttamente il modo in cui pensiamo e agiamo,
per cui il design corporeo è una condizione strutturale della cognizione stessa.
Gallese cita inoltre gli autori riconducibili a diverse correnti
dell’enattivismo e della cognizione incarnata, quella linea che interpreta la
mente come processo emergente dall’interazione dinamica tra organismo e
ambiente. Alva Noë, Shaun Gallagher, Ezequiel Di Paolo, spingono l’incarnazione
fuori dalla centralità del cervello e verso l’azione situata, la dinamica
organismo-ambiente, la co-emersione del senso nell’interazione. Ma il proposito
non viene assunto fino in fondo, e quando la spiegazione deve stringere e andare
al punto, l’autore ribadisce che la coscienza umana è intrinsecamente
neurofenomenologica.
È Gallese stesso a rivendicare la distanza della teoria dalle versioni più
marcatamente non neurocentriche dell’enattivismo, proprio per riaffermare la
centralità insostituibile dei meccanismi neurali subpersonali, trovandosi a
difendere una via di mezzo che è una sorta di neuroenattivismo. Non si tratta
quindi di una svista, la tecnosfera attuale (LLM, schermi, VR, interfacce
grafiche) è progettata ingegneristicamente per colpire esclusivamente i canali
neurosensoriali (vista, udito, sistema motorio guidato dal cervello). Il libro
vorrebbe tenere insieme approcci all’incorporazione differenti, ma finisce per
scegliere, per coerenza con il proprio impianto epistemologico, la via
scientifica più affine all’autore.
Il Sé digitale pone una domanda che oggi appare sempre meno scontata: che cosa
intendiamo quando diciamo corpo, e quindi Sé, e quindi mente? Una possibile
risposta è che se il corpo è soltanto ciò che il cervello mappa, anticipa e
simula, allora l’incarnazione resta sotto tutela; se invece il corpo comprende
muscoli, sistema immunitario, microbioma, metabolismo, materiali, altri corpi e
dispositivi tecnici, allora la teoria deve correre il rischio e accettare che il
senso non venga solo centralizzato, ma distribuito, non solo rappresentato, ma
generato dentro un campo di forze che precede ed eccede il cervello.
Possiamo allora formulare una domanda diversa: che cosa diventerebbe il Sé
digitale se il corpo non fosse solo supporto della simulazione neurale, ma parte
attiva e costitutiva della cognizione? Mentre nelle forme più “morbide” di
embodiment, il corpo resta spesso un riferimento generale o una mediazione
sensomotoria tradotta in attività neurale, nelle forme più radicali la
morfologia, l’ambiente, la storia evolutiva e la pratica non sono accessori
della mente, ma sue condizioni operative. Il punto è rendere il corpo
empiricamente più esigente. Se diciamo che corpo e mondo contano, dobbiamo anche
dire come contano: quali vincoli producono, quali comportamenti rendono
possibili, quali differenze permettono di osservare tra specie, organismi,
macchine e ambienti.
> Che cosa diventerebbe il Sé digitale se il corpo non fosse solo supporto della
> simulazione neurale, ma parte attiva e costitutiva della cognizione?
Il lavoro di Michael Levin sulla cognizione basale e sulla bioelettricità
cellulare, ad esempio, è utile perché sposta la discussione su un piano
biologico in senso forte, non soltanto fenomenologico. Nel suo modello TAME
(Technological Approach to Mind Everywhere), Levin studia processi di
regolazione, morfogenesi e problem solving che precedono o eccedono il sistema
nervoso centrale. Cellule, tessuti, gradienti bioelettrici e architetture
corporee non si limitano a eseguire comandi: coordinano, memorizzano,
correggono, mantengono forme. Questo non significa attribuire coscienza o vita
psichica alle cellule, né sciogliere ogni distinzione in un vitalismo generico.
Significa però indebolire il mito del cervello-pilota. Per riprendere l’analogia
dello stesso Gallese, il problema non è solo che un modello linguistico non
“sente”, ma che non deve conservare un equilibrio interno, non rischia
dispendio, compromissione o perdita. Il Sé, in questa prospettiva, somiglia meno
a un centro di comando e più a una federazione materiale di parti competenti.
Si pensi al corpo, ad esempio, di una seppia: la sua pelle non è una superficie
neutra su cui il cervello applica un comando, è un’interfaccia sensomotoria
specializzata, capace di integrare stimoli luminosi, configurazioni cromatiche e
risposta motoria. Non “pensa” al posto del cervello; ridistribuisce parte del
problema cognitivo nella morfologia stessa del corpo. La forma del corpo, la
disposizione dei sensori, le proprietà materiali e la dinamica
muscolo-scheletrica facilitano e persino semplificano il lavoro del sistema
nervoso. Alcune forme di comportamento possono emergere dalla fisica stessa del
corpo e dell’ambiente, senza richiedere un controllo centrale dettagliato.
In questa direzione, la teoria della cognizione basale permette di spingere
ancora più a fondo la domanda sul corpo. Anche in organismi unicellulari o in
forme viventi molto semplici si osservano comportamenti che non possono essere
ridotti a una risposta meccanica e prestabilita allo stimolo. Senza neuroni,
senza sinapsi, senza quindi quel centro di comando che tutto filtra e decide,
questi organismi sono capaci di integrare informazioni nel tempo, modificare la
propria condotta, orientarsi verso condizioni più favorevoli, evitare ambienti
dannosi, conservare tracce di esperienze precedenti. Il punto è riconoscere che
la materia vivente dispone di sistemi di regolazione molto più complessi di
quanto un modello neurocentrico riesca a descrivere.
La memoria, in questi casi, può dipendere da dinamiche molecolari, reazioni
chimiche, variazioni ritmiche, modificazioni dell’espressione genica; la
decisione può emergere da cicli di feedback tra percezione e movimento, da
oscillazioni interne, da correzioni progressive dell’azione in rapporto
all’ambiente. La cognizione, intesa in questo senso minimo ma non metaforico,
non coincide con il pensiero cosciente: indica piuttosto la capacità biologica
di elaborare informazioni per generare un comportamento adattivo. E tutto questo
non avviene in un vuoto pneumatico: un organismo non abita uno spazio neutro, ma
un campo di pressioni, resistenze, rischi e affordance – un insieme di
possibilità d’azione relative a un certo organismo che abita quello spazio
fisico – e che cambiano insieme alla sua forma di vita.
> Davanti ai vincoli morfologici delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno,
> il nostro Sé digitale potrebbe portare a un nuovo sistema coordinativo:
> l’intero corpo biologico che si modifica e coemerge insieme all’ambiente
> algoritmico.
Ed è qui che le parentesi ecologiche e corporee aperte da Gallese diventano più
interessanti, perché proprio il suo libro ci lascia scrutare il corpo vivo
biologico in grado di eccedere quel neuroenattivismo da cui l’autore non può
pienamente distaccarsi. Un approccio più radicale aiuterà, forse, in futuro, a
chiarire meglio i vincoli e le differenze rispetto all’IA “disincarnata” e
all’ipotesi di una sua mente. Così come a capire che, davanti ai vincoli
morfologici delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno, il nostro Sé digitale
– il nostro Sé nel regime mediale – potrebbe mutare non soltanto sul piano
simbolico o neuropercettivo, ma produrre un nuovo sistema coordinativo: l’intero
corpo biologico che si modifica e coemerge insieme all’ambiente algoritmico.
Effetti biologici situati e cognizione incorporata a un livello che non è solo
neurologico, ma anche corporeo, regolativo, ambientale.
Detto in altre parole, un approccio enattivo non neurocentrico o radicale può
essere utile non per opporre una suggestione filosofica alle neuroscienze, ma
per evidenziare i vincoli materiali che il modello neurocentrico di Gallese non
può normare. Il Sé digitale è prodotto da effetti biologici situati che
intercettano l’organismo nella sua interezza somatica. Si pensi, ad esempio,
alle modificazioni biochimiche dei ritmi circadiani indotte dalla
sintonizzazione costante con i dispositivi (per es. la luce blu degli schermi
che inibisce la melatonina a livello biochimico, alterando il sonno e la
regolazione glicemica), o alle risposte metaboliche e posturali indotte dal
confinamento motorio dell’interfaccia (la postura “text neck” e l’irrigidimento
posturale davanti alla scrivania) o ancora il carico cognitivo esteso, in cui
l’affidamento della memoria e dell’orientamento spaziale verso GPS e motori di
ricerca, può produrre un disuso plastico di alcune aree cerebrali, alterare la
risposta autonomica allo stress e le capacità legate alla propriocezione
ambientale, riducendo cioè abilità mnemoniche e spaziali. Il Sé si frammenta
perché l’ambiente algoritmico si sostituisce a funzioni di coordinamento
motorio-ambientale primarie, altera le proprietà del corpo, la sua presenza
nello spazio. Questi non sono meri “output” esecutivi di una previsione neurale
centrale: sono vincoli morfologici e compromissioni biologiche “dure” che
ridefiniscono la nostra capacità regolativa ed ecologica (e quindi
comportamentale e cognitiva).
Nei capitoli finali Gallese si avvicina a linguaggi filosofici e politici che
spingono il libro verso un approccio teorico più olistico: la fenomenologia, la
politica della percezione, la critica della visibilità algoritmica. Un’ipotesi
interpretativa è che l’ampio ricorso a categorie estetiche, artistiche e
filosofico-politiche negli ultimi capitoli serva a estendere la portata e la
spendibilità culturale della propria teoria, aprendo a una concezione più
ecologica e relazionale dell’esperienza, in dialogo con la fenomenologia di
Merleau-Ponty e con il pensiero tecnico-individuativo di Simondon.
Parlando di partizione del sensibile, di corpi non conformi e di pratiche
artistiche resistenti, Gallese tenta di immettere la contingenza della vita
dentro le pagine. Ma sotto questa superficie filosofica, tutto viene ricondotto
all’output funzionale della simulazione predittiva neurale. L’estetica non è un
semplice excursus, ma nemmeno diventa il vero motore teorico del volume. È il
luogo in cui Gallese misura la forza culturale del proprio modello
neuroscientifico: mostra che il digitale non disincarna l’esperienza, ma la
riorganizza come ambiente percettivo. Resta però il fatto che questa
riorganizzazione viene letta soprattutto attraverso il lessico della simulazione
incarnata, più che attraverso una teoria pienamente mediale, storica e politica
delle immagini.
> Per abitare davvero la complessità della tecnosfera solo apparentemente
> immateriale che ci attende, dobbiamo restituire il corpo alla sua dimensione
> di federazione materiale, vulnerabile, relazionale e politica.
Nelle conclusioni Gallese richiama Robert Musil e il suo “senso della
possibilità”, cioè la capacità di guardare il reale non come un ordine chiuso,
ma come qualcosa che può sempre prendere altre forme. A partire da questa idea,
definisce la propria ontofenomenologia incarnata come una “filosofia del
possibile”. La formula può suonare astratta, ma indica per Gallese una teoria
dell’esperienza fondata sul corpo e sulla sua apertura al mondo. Un campo
instabile di relazioni tra corpi, tecniche, immagini e affetti, continuamente
rinegoziato tra visibilità, codice e presenza sensibile. L’essere non è un fatto
statico ma un gesto dinamico, in cui soggetto e mondo coemergono.
Le domande di Gallese sul Sé digitale non sono solo una variante aggiornata
dell’umanesimo tecnologico, ma lasciano aperta la conclusione di un discorso
solo iniziato: per abitare davvero la complessità della tecnosfera solo
apparentemente immateriale che ci circonda, dobbiamo restituire il corpo alla
sua dimensione di federazione materiale, vulnerabile, relazionale e politica. Il
Sé digitale di Gallese porta la neurobiologia sul terreno della critica
culturale senza ridurre la tecnologia a semplice alienazione o a semplice
progresso. E proprio perché il corpo è il luogo in cui si forma il Sé digitale,
non possiamo trattarlo come una categoria neutra, ma politica. Il controllo del
corpo e del sensorio è una forma di produzione con i suoi costi. Non esistono
intelligenze tecniche senza infrastruttura estrattiva, lavoro invisibile, cloud
proprietari. Il Sé è una federazione materiale esposta al dispendio energetico e
al logoramento sistemico. La cosiddetta immaterialità o frivolezza digitale è
una delle migliori campagne pubblicitarie del capitalismo recente. Grazie ai
lavori come quelli di Gallese, forse l’intelligenza smetterà di sembrarci senza
peso e torneranno visibili le forme di vita e le architetture – umane, animali,
macchiniche, ambientali – che l’infrastruttura digitale consuma mentre continua
a presentarsi come immateriale.
L'articolo Il corpo vivo del Sé digitale proviene da Il Tascabile.
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I n una delle scene chiave di Videodrome, film a suo modo profetico realizzato
nel 1983 da David Cronenberg, il protagonista Max Renn viene attratto
dall’oggetto del suo desiderio sessuale, Nicki Brand, che lo chiama da
dentro/dietro lo schermo di un apparecchio televisivo. “Come to Nicki”, dice la
proiezione della donna a Max, mentre la videocamera si avvicina in maniera
sempre più stretta alle labbra di Nicki. Max si avvicina, tocca la televisione,
che al contempo si deforma, si muove, diventa materia viva, pulsante, sensuale.
Il protagonista penetra lo schermo, ma anche lo schermo penetra la carne umana,
tant’è che cadono le distinzioni tra mondo reale e simulacro digitale. Nel
desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione
televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima.
Martin pleure è un cortometraggio del 2017 di Jonathan Vinel realizzato usando
le animazioni e il gameplay del celebre videogioco Grand Theft Auto V. Martin un
giorno scopre che tutti i suoi amici sono svaniti nel nulla e non sembra esserci
modo di rintracciarli. Il monologo interiore del ragazzo ci guida nel viaggio
alla ricerca degli amici perduti, in un susseguirsi di scene di tristezza,
solitudine, paura, rabbia, fino alla violenza estrema. In un breve stacco,
vediamo tre personaggi mascherati – forse gli amici del protagonista – che però
sono figure riprese dal vivo, non gli avatar artificiali che popolano l’universo
digitale da videogioco in cui si ambienta il lavoro di Vinel. Il corto si
conclude con Martin che salpa con un motoscafo e si dirige verso l’orizzonte. Se
avrà fortuna, magari un glitch lo aiuterà a bypassare i limiti imposti
dall’architettura digitale, a noclippare al di fuori dei confini della mappa e
arrivare nell’ecosistema del “reale” in cui si trovano i suoi amici. Ma quale
dei due mondi è quello reale?
In Videodrome come in Martin pleure a emergere è il rapporto tra contiguità e
differenza che separa l’ecosistema digitale, costruito per mezzo di tecnologie
sempre più performanti, e il mondo analogico, che ancora oggi ci ostiniamo a
chiamare “reale”. La questione che però emerge in maniera manifesta nel lavoro
di Cronenberg e in modo implicito in quello di Vinel è se abbia ancora senso
fare questa distinzione, dal momento che l’influenza delle macchine su ogni
aspetto della nostra vita è talmente ampio che da più parti si parla ormai di
postumanesimo. Negli ultimi anni il tema ha visto coinvolti filosofi,
accademici, artisti, operatori culturali, attivisti, con un grado di
elaborazione teorica repentina, che va di pari passo solo con l’incedere
rapidissimo delle nuove tecnologie sulle quali ci si confronta.
Di questi cambiamenti prova a tenere traccia Seamless (2025), il nuovo libro
edito da Nero per la curatela di Francesco Spampinato, professore di storia
dell’arte contemporanea all’Università di Bologna. Come si intuisce dal
sottotitolo – Arte, visualità e cultura elettronica in epoca post-pandemica – il
volume si concentra in particolare sull’epoca post-Covid, ovvero da quando tutti
noi, a causa dei vari lockdown tra 2020 e 2022, abbiamo iniziato a sperimentare
ogni giorno il “principio di naturale continuità tra il reale e il virtuale”, al
punto che “il nostro doppio sullo schermo non ci fa più effetto, sebbene di
tanto in tanto non possiamo fare a meno di guardarlo per assicurarci che
risponda ancora a noi”. Riunioni online, call, dislocazione fisica,
demoltiplicazione degli avatar e delle proiezioni digitali sono tutti aspetti
che esistevano anche prima del Covid, ma che la pandemia ha contribuito a
inscrivere nell’orizzonte del quotidiano.
> Nel desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione
> televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima.
Il volume è frutto dal lavoro svolto da AVEC (Art, Visuality and Electronic
Culture), un think tank nato in seno all’ateneo bolognese e animato
prevalentemente da studenti e studentesse della laurea magistrale in arti visive
e dei corsi di dottorato in arti, storia, società e in immagine, linguaggio,
figura. Nato tra il 2021 e il 2022, AVEC è responsabile di una serie di workshop
tematici semestrali che hanno lo scopo di porre in dialogo le ricerche svolte da
dottorandi e laureandi con le attività di ricercatori indipendenti, artisti e
operatori culturali di vario tipo. Ogni workshop ruota attorno a un tema e, nel
caso dei quattro incontri di cui il volume vuole essere una restituzione, a
guidare le riflessioni erano, rispettivamente, concetti come il metaverso, la
catastrofe, il cyberfemminismo e l’intelligenza artificiale (IA).
Nonostante le attività di AVEC non nascessero con l’intenzione iniziale di
sviluppare un unico tema, è emersa a posteriori la metafora del seamless, che
oltre a dare il titolo al volume affiora anche come tratto unificante dei vari
interessi del collettivo. Seamless – letteralmente, “senza cuciture” o “senza
soluzione di continuità” – fa riferimento alla tecnologia utilizzata nel campo
dell’abbigliamento per la realizzazione di capi che aderiscano al corpo e lo
modellino, fasciandolo in maniera uniforme così da nasconderne le imperfezioni.
Secondo Spampinato, l’attrattiva verso capi di questo tipo – di cui quelli
prodotti dal brand SKIMS della celebrity americana Kim Kardashian sono tra i più
celebri – è data anche dalla capacità “di enfatizzare – non solo alla vista
diretta ma anche nei processi quotidiani di autorappresentazione e mediazione –
la dimensione artificiale del corpo umano, liscio come un corpo-immagine
post-prodotto grazie a filtri o trasfigurato in avatar”. Di qui, quindi, la
possibilità di traslare questo termine verso il mondo tecnologico
post-pandemico, facendone una “metafora concettuale e visiva per definire un
corpo in grado di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello
virtuale, offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza
soluzione di continuità”, in cui il concetto di seamless diventa “condizione
percettiva del continuum reale-virtuale”.
L’articolata architettura costruita dall’interazione reale-virtuale è molto
complessa da identificare e ancora di più da sintetizzare. In una continua
operazione di worldbuilding – per usare un termine caro agli amanti dei
videogiochi – provare a stare al passo con la tecnologia che cambia è un’impresa
ambiziosa. Per questo, Seamless propone una struttura editoriale che da una
parte ricalca i formati dei workshop, dall’altra prova a offrire sensi di
lettura multipli, che non si limitano alla sola forma saggistica. Ogni capitolo
si apre quindi con un intervento redatto collettivamente da AVEC o affidato a
intellettuali riconosciuti, che ha il compito di fissare i parametri di
riferimento. A questo segue un contributo storico, tre casi studio e poi il
resoconto di un progetto artistico che indaga criticamente il tema prescelto.
In questo modo, AVEC propone non tanto di costituirsi come un’alternativa alla
storia dell’arte ipercontemporanea in epoca post-pandemica, quanto offrire una
visione trasversale, che interseca più ambiti disciplinari in maniera dinamica.
È proprio questa dinamicità, questa capacità di scartare lateralmente, uno dei
requisiti essenziali per l’esplorazione di quel panorama mobile contemporaneo
dato dalla condizione di seamless. Non è un caso che a ogni workshop venga
associato un tool, uno specifico strumento tecnologico di recente sviluppo, ma
già a rischio di obsolescenza programmata.
> Seamless è una “metafora concettuale e visiva per definire un corpo in grado
> di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello virtuale,
> offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza
> soluzione di continuità”.
In quest’ottica, prendiamo per esempio gli NFT, il tool del primo capitolo
dedicato al metaverso ed eloquentemente sottotitolato “How to build a universe
that doesn’t fall apart two days later” (Come costruire un universo che non cada
a pezzi due giorni dopo). Era il 2021 quando tutto il mondo dell’arte impazzì
per gli NFT, i non-fungible-token, visti come la nuova frontiera dell’arte
immateriale, possibile grazie alle nuove tecnologie. Everydays: The First 5000
Days, un’opera digitale di Beeple composta da 5000 immagini digitali, fu venduto
come NFT da Christie’s per 69 milioni di dollari. Erano più o meno gli stessi
mesi in cui il caporedattore di una rivista con cui collaboravo si domandava
perplesso cosa fossero le skins di Fortnite per cui il figlio gli chiedeva
soldi, forse senza comprendere fino in fondo che la costruzione di un’identità
personale per il proprio avatar digitale attraverso il cambio di abiti è
importante quanto lo è quella nel nostro mondo analogico. Come sempre, questa
importanza l’avevano intuita gli uffici marketing di alcuni brand come
Balenciaga e Gucci, che tra 2021 e 2022 crearono intere capsule collection
acquistabili nel metaverso e rese disponibili come skins per i giocatori di
Fortnite o Minecraft. Eppure, la bolla del metaverso e degli NFT sembra durata
appena lo spazio di una stagione, tanto che oggi pare di parlare già di
tech-archeologia.
L’eterogeneità degli approcci sviluppati nel volume edito da Nero, dunque, è
funzionale non tanto alla resurrezione di tecnologie che nascono, muoiono,
rinascono nello spazio di pochi anni e, in taluni casi, di pochi mesi, quanto
piuttosto alla possibilità di offrire, prima con gli incontri dal vivo e poi
nella forma libro, una lettura critica del presente nel suo farsi. Così, per
esempio, se il contributo storico dell’educatrice e artista Sara Bonaventura
ricostruisce le origini del metaverso nelle opere di fantascienza del secolo
scorso, da Dick a Gibson, gli altri interventi riportano il tema alla stretta
attualità, tra musei decentralizzati virtuali e simulazioni digitali del pianeta
Terra.
AVEC, ed è questo uno degli aspetti più interessanti, si sforza di operare al di
fuori delle griglie dell’accademia, andando a toccare temi e argomenti molto
ancorati alla quotidianità. Il secondo capitolo, ad esempio, di apre con un
intervento di Franco “Bifo” Berardi che analizza il rapporto tra desiderio,
depressione e digitalizzazione dei rapporti sociali in epoca post-pandemica,
situazione che ognuno di noi ha vissuto in prima persona durante le lunghe fasi
di isolamento da lockdown. Seguono poi contributi sull’arte urbana e il
muralismo contemporaneo, ma anche sulla moda e le wearable technologies come
tecnologie per la sopravvivenza. L’analisi di aspetti che intersecano il vivere
quotidiano e non rimangono solo appannaggio di micronicchie di esperti già di
per sé testimonia l’ampiezza e la trasversalità del tema. Seguendo fino in fondo
la metafora del seameless, la realtà comune, persino banale, che esperiamo ogni
giorno è già contaminata dalla presenza ineliminabile del digitale e su questo,
quindi, è doveroso riflettere.
Che l’aspetto tecnologico sia ormai inscindibile dalla nostra esistenza tanto da
legarsi con questioni di stringente attualità è confermato dal terzo capitolo.
Qui il femminismo, giustamente all’ordine del giorno sulle agende culturali di
tutto il mondo, viene declinato nell’ambito tecnologico a partire dalla figura
del cyborg proposta da Donna Haraway, in una rilettura della docente in
sociologia Federica Timeto. Glitch feminism, cyberfemminismo e transfemminismo
ritornano variamente nell’intervento storico e nei casi studio di questa
sezione, a conferma di un lavoro in cui l’azione artistica viene riconsiderata
alla luce del dibattito filosofico e culturale odierno.
> La domanda è al lettore: sei ancora in grado di sognare pecore in carne e
> ossa?
Seamless dichiara esplicitamente tra i propri modelli di riferimento due
pubblicazioni nate in seno a corsi universitari negli anni Settanta, ovvero Il
Gorilla Quadrumàno del Gruppo di Drammaturgia 2, a cura di Giuliano Scabia
(1974), e Alice disambientata del Gruppo A/ Dams, a cura di Gianni Celati
(1978). In AVEC emerge quindi un’attitudine che, se non si vuole chiamare
“militante”, prova almeno a essere consapevolmente critica e attenta verso un
mondo che non si limita alle passioni perverse di un accademismo spesso troppo
asfittico.
Già questo sarebbe un sufficiente invito alla lettura, tanto più se si sente la
necessità di dare un senso al seamless delle nostre esistenze, a quel continuum
reale-digitale che pare il tratto distintivo di questa nostra “nuova era
oscura”, per usare una definizione di James Bridle. D’altronde, nel 1968, nel
romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? – che diventa qui anche l’omonimo
titolo del primo capitolo di Seamless – Philip Dick si chiedeva se “gli androidi
sognano pecore elettriche”. Il volume edito da Nero, invece, sembra ribaltare la
domanda dello scrittore statunitense rivolgendosi direttamente al lettore: sei
ancora in grado di sognare pecore in carne e ossa?
L'articolo Seamless a cura di Francesco Spampinato proviene da Il Tascabile.
A prile del 2019, siamo nel Gujarat, uno Stato dell’India occidentale che guarda
in faccia l’Oman dall’altra parte del Mar Arabico. La PepsiCo fa causa a nove
contadini per aver coltivato patate “FC5”, una varietà che l’azienda aveva
introdotto nel 2009 e brevettato nel 2016 perché il basso contenuto idrico la
rendeva ideale per produrre patatine fritte. I contadini rispondono che si sono
semplicemente scambiati dei semi, come per secoli hanno sempre fatto, e sono
cresciute quelle. Il processo dura due anni e viene vinto dai contadini. Grazie
all’attivista Kavitha Kuraganti viene anche revocato il brevetto a PepsiCo. Fra
le varie motivazioni addotte (per lo più relative a vizi di forma), il tribunale
osservò che la registrazione del seme era contraria “all’interesse pubblico”, in
quanto i processi per infrazione avevano danneggiato i coltivatori di patate.
Sembra una grande vittoria, non solo concreta ma anche di principio: brevettare
una varietà ortofrutticola danneggia gli agricoltori locali, il materiale
genetico non può essere proprietà privata. Vandana Shiva la chiamerebbe
“sovranità dei semi”: il diritto dei contadini a conservare, scambiare e
propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze chimico-industriali.
Ma lo scorso anno i vizi di forma sono stati risolti e una parte del brevetto è
stato reintegrato, a ricordare che, contro le multinazionali, i principi
faticano a vincere.
Una quindicina di anni prima, nel Java Orientale, in Indonesia, alcuni contadini
avevano salvato dei semi da un raccolto. Li avevano selezionati, li avevano
rivenduti, ed erano stati perseguiti da BY BISI (filiale del gruppo thailandese
Charoen Pokphand) per “seed piracy”. Qualcuno era stato punito con il divieto di
usare semi per un anno, qualcun altro condannato al carcere. Nel 2012 una
coalizione di ONG e agricoltori si mosse a loro difesa, contestando il fatto che
piccoli contadini potessero essere trattati come grandi aziende. Ma nel 2019 una
nuova legge rese obbligatorio per tutti dichiarare eventuali nuove raccolte di
semi e illegale distribuirli al di fuori di gruppi chiusi.
> Per “sovranità dei semi” si intende il diritto dei contadini a conservare,
> scambiare e propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze
> chimico-industriali. Un diritto che è messo sempre più spesso a repentaglio da
> aziende che brevettano sementi OGM.
Da millenni l’agricoltura funziona così: i semi si provano, si usano, si
selezionano osservando a occhio nudo quali sono più resistenti a certe malattie
o insetti, quali si adattano meglio a un certo terreno. È un’attività empirica e
in continua trasformazione, fatta di tentativi e scambi fra vicini, di
riutilizzo di semi dell’anno prima, di conoscenze specifiche e situate, di
soluzioni mai del tutto replicabili altrove, di scoperte fortuite sulle spalle
di conoscenze maturate nei secoli.
Circa dagli anni Ottanta, e ancor di più dall’inizio degli anni Duemila, le
grandi aziende agroalimentari e farmaceutiche hanno cominciato a brevettare i
semi. Come si è detto, PepsiCo, ad esempio, ha depositato sementi
particolarmente adatte a produrre patatine fritte, ma ci sono innumerevoli casi
simili, da cui possono scaturire infinite controversie e una messa in
discussione delle pratiche stesse con cui da sempre l’agricoltura funziona.
Negli anni Novanta Monsanto ha brevettato sementi OGM (Organismo Geneticamente
Modificato) resistenti agli erbicidi, come i Roundup Ready, semi ingegnerizzati
in modo da tollerare erbicidi a base di glifosato: quando un contadino
acquistava questi semi firmava un contratto in cui si impegnava a non
riutilizzarli nel raccolto successivo trovandosi poi costretto a ricomprare i
semi ogni anno anziché vivere almeno in parte di eredità, come è sempre stato
naturale fare. Fra il 1998 e il 2004 sempre Monsanto ha citato in giudizio
l’agricoltore canadese Percy Schmeiser per aver coltivato colza OGM da loro
brevettata senza aver pagato la licenza. Secondo la difesa, il polline in
questione era arrivato accidentalmente e il contadino l’aveva trovato e dunque
usato, senza domandarsi a chi dovesse pagare pegno, perché i semi non hanno mai
avuto padroni. Data l’assenza di profitti illegittimi, Schmeiser non ha ricevuto
condanne ma ha perso comunque la causa. Insomma: in qualsiasi momento un seme
OGM può arrivare nel campo di un agricoltore tradizionale o biologico, portato
da un impollinatore o dal vento, e se il contadino lo usa o lascia anche solo
che cresca, rischia una causa.
Gli impatti della digitalizzazione e brevettazione delle sementi sono tanti,
variegati, complessi. C’è la contaminazione involontaria dei terreni ma anche la
dipendenza economica obbligata degli agricoltori, costretti ogni anno a
ricomprare i semi dalle aziende. C’è la criminalizzazione di pratiche contadine
secolari e anche una pericolosissima riduzione della biodiversità: si scelgono
poche varietà di semi, si piantano sempre quelle, magari perché resistenti a
certi insetti o malattie, o particolarmente adatte a una data produzione. E così
si impoverisce il terreno, si perdono varietà, diminuisce la resistenza dei
raccolti ai cambiamenti climatici o a nuove malattie.
> In qualsiasi momento un seme OGM può arrivare nel campo di un agricoltore
> tradizionale o biologico, portato da un impollinatore o dal vento, e se il
> contadino lo usa, o lascia anche solo che cresca, rischia una causa.
Ma c’è un altro aspetto da considerare. I brevetti su cui si arricchiscono le
multinazionali farmaceutiche o agroalimentari si basano su una materia prima, il
seme, delle cui proprietà l’azienda in questione non ha alcun merito, mentre
alla comunità che ha avuto se non altro il merito di aver trascorso secoli a
studiare, coltivare e proteggere quella pianta, non arriva nulla. Non solo. Se
tradizionalmente c’era bisogno di recarsi fisicamente sul campo (spesso in una
foresta), per trovare una varietà vegetale con le caratteristiche che servivano
e da lì ricavare un principio per un qualche farmaco su cui costruire un impero
commerciale, oggi il seme fisico non è più indispensabile, ne può bastare uno
digitale, ossia la rappresentazione digitale di un seme reale.
Un seme digitale contiene la sequenza del DNA, metadati genetici come marcatori
e fenotipi, dati agronomici e altre informazioni che consentono facilmente di
riprodurre e migliorare una certa varietà; o di sfruttare gli strumenti
bioinformatici per progettarne di nuove, senza alcun bisogno del seme fisico:
basterà una stampa in 3D biologica del suo “gemello digitale”.
“Una volta le aziende andavano in Amazzonia o Papua a prelevare materiale
genetico da cui estrarre principi per brevetti. Oggi, con la digitalizzazione,
tutto avviene tramite banche dati: si assemblano informazioni e si brevettano
prodotti senza nemmeno toccare la fonte reale. I nuovi OGM portano brevetti e
royalties, limitando il diritto degli agricoltori a conservare semi, a farsi una
propria ‘banca dei semi’” mi spiega Federica Ferrario, responsabile campagne
dell’associazione Terra!. Che ci siano in gioco biologi che prelevano campioni
in una foresta tropicale, o che si tratti di bioinformatici in laboratorio, il
risultato è sempre una forma di biocolonialismo che col tempo cambia, si affina,
diventa più difficile da riconoscere e regolare.
> Il Fondo Cali, approvato nel 2025, prevede che i privati che guadagnano dai
> semi digitali, in particolare le aziende farmaceutiche, possano versare l’1%
> del fatturato o lo 0,1% dei profitti derivanti dall’uso di queste sequenze.
> Una novità importante, non fosse che si tratta di una misura non vincolante.
Pochi mesi fa, alla COP 16 sulla Biodiversità, cominciata a Cali in Colombia nel
novembre 2024 e terminata fra il 24 e il 27 febbraio 2025 a Roma, è stato
approvato, fra critiche ed entusiasmi, il Fondo Cali. Si tratta di una
microtassa volontaria sull’estrazione digitale della natura, un fondo
internazionale “per la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti
dall’uso delle informazioni di sequenza digitale sulle risorse genetiche”. In
sostanza i privati che guadagnano dai semi digitali, in particolare le aziende
farmaceutiche, possono versare l’1% del fatturato o lo 0,1% dei profitti
derivanti dall’uso di queste DSI (Digital Sequence Information). Il fondo è
gestito dalle Nazioni Unite e metà delle risorse andrà direttamente alle
comunità locali. Ma, attenzione: possono, non devono. Un discrimine importante
con risvolti diversi a seconda del periodo storico. È principalmente sul
guadagno reputazionale che si baserebbe questo meccanismo e in anni come il
2019, in cui tutti gli occhi erano sul clima, versare qualche spicciolo avrebbe
contribuito a un buon ritorno di immagine. Oggi invece il rischio che il
salvadanaio rimanga quasi vuoto è alto.
Ma, imperfezioni più o meno gravi a parte, il Fondo Cali arriva per rispondere a
un vuoto normativo. Le informazioni genetiche digitali non sono né propriamente
dati né propriamente materiale biologico: normare questo campo è molto
difficile, siamo estremamente indietro, e come raccontano le associazioni che
seguono da vicino il tema, fra cui WWF (World Wildlife Fund) e Terra!, le
innovazioni tecnologiche complicano le cose evolvendosi con rapidità
impressionante.
“Non è mai esistito un meccanismo di compensazione per i benefici derivanti
dall’uso dei dati genetici digitali da parte dei Paesi che li detengono. Il
nuovo fondo multilaterale nato alla COP16, seppur volontario, è un primo passo
per colmare questo vuoto, anche normativo: dovrebbe aiutare Stati e comunità
indigene a tutelare la biodiversità e a promuovere la ricerca scientifica, è un
atto di giustizia ambientale. Alcune aziende si sono dette interessate, ma
restano nodi aperti: le modalità di accesso ai fondi, la governance, e
soprattutto l’assenza di una gestione organica delle DSI, su cui manca ancora un
accordo tra Nord e Sud globale” spiega Bernardo Tarantino, specialista Affari
europei e internazionali del WWF.
Ma si sono sentite anche voci più critiche, come il Centro Internazionale
Crocevia che vede questo fondo come una sorta di “legalizzazione della
biopirateria”, un modo per trasformare i popoli indigeni in lavoratori
sottopagati della conoscenza, mentre Susana Muhamad, ministra dell’Ambiente
della Colombia e guida del negoziato sulla biodiversità, lo aveva festeggiato
come un compromesso necessario, l’unico possibile in un mondo in cui la
tecnologia corre molto più veloce delle regole. Il problema a monte è che come
società, fuori dalle aule universitarie e dall’attivismo, non è mai stata
intavolata una vera discussione pubblica per stabilire se del materiale genetico
possa effettivamente appartenere a un privato o se non debba invece,
necessariamente, essere pubblico, gestito e protetto come bene comune. Le
pratiche vanno più veloci delle leggi e il biocolonialismo ha avuto tutto il
tempo per affinarsi, adattarsi ai tempi e mascherarsi.
> Il “seme digitale” non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce
> anche la circolazione delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio
> reame privato delle sementi.
La digitalizzazione è il nodo centrale e con il rapido evolvere delle
intelligenze artificiali le direzioni che può prendere il settore sono
“difficili da immaginare”, mi racconta Federica Ferrario di Terra!:
“L’agricoltura intensiva fa sprofondare il settore in un sistema talmente
industrializzato da dover comprare tutto in pacchetti preconfezionati: semi
ibridi, sostanze chimiche, calendari precisi delle lavorazioni. Questo modello
in pochi decenni ci ha portato a un impoverimento preoccupante dei suoli, che
oggi dipendono da fertilizzanti chimici, con conseguenze gravi come
l’inquinamento delle acque. Ma con l’introduzione degli OGM brevettati si alza
ulteriormente l’asticella: il seme diventa proprietà privata. Il ‘seme digitale’
non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce anche la circolazione
delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio reame privato delle
sementi. E con l’intelligenza artificiale non esiste nemmeno più il pretesto di
contribuire a un fondo di compensazione per l’uso di dati genetici: le
informazioni vengono raccolte e usate senza alcun rimborso, nemmeno simbolico.
Questo non significa che la digitalizzazione sia da rifiutare, ma è fondamentale
che i dati restino pubblici e accessibili, non proprietà esclusiva delle grandi
piattaforme”.
Nella sua imperfezione il Fondo Cali ci racconta che viviamo in una fase ibrida,
dove la governance dei dati non è ancora chiara e l’IA (Intelligenza
Artificiale), sempre più impiegata per la sua potenza ed efficienza
nell’elaborare i dati, assume un ruolo sempre più importante nella gestione di
miliardi di sequenze genetiche. Il rischio è duplice: da una parte un mercato
delle sementi sempre più concentrato e meno vario (le aziende che possiedono gli
algoritmi e i dati genetici controllano direttamente l’accesso alle sementi
influenzando così la filiera agroalimentare globale), dall’altra una perdita
sempre maggiore di biodiversità, di resilienza ai cambiamenti climatici, di
tutele e autonomia per gli agricoltori. Già oggi, e ormai da decenni, poche
multinazionali detengono una fetta enorme del settore, le sacche di resistenza e
protezione della biodiversità sono sempre più assediate: dagli anni Ottanta
questo è il campo di battaglia ideologico e concreto del lavoro di ambientaliste
e attiviste come Vandana Shiva, soprattutto nel Sud globale. Con l’inasprirsi
della crisi climatica la questione si fa ancora più urgente, abbiamo più bisogno
che mai di una biodiversità in salute.
Se da una parte gli OGM sono una delle frontiere esplorate per mitigare la crisi
climatica, permangono profonde criticità. L’utilizzo di semi modificati può
infatti sia ridurre l’uso di agrofarmaci, sia aumentare le rese e dunque
limitare l’estensione delle terre coltivate. Questo potrebbe comportare minori
emissioni di gas serra e maggiore tutela degli ecosistemi. Secondo uno studio
dell’Università di Bonn, in Europa, l’adozione di colture GM potrebbe ridurre le
emissioni agricole del 7,5% annuo (33 milioni di tonnellate di CO2) e migliorare
la sostenibilità e l’autosufficienza alimentare.
Ma, come spiega Federica Ferrario di Terra!, la questione non è così semplice:
“Affrontare la scarsità d’acqua, la siccità e gli effetti della crisi climatica
richiede adattamenti reali, che non si possono creare in laboratorio con OGM:
fuori non ci sono condizioni controllate, è la biodiversità che garantisce la
resilienza. Ogni territorio è diverso, bastano 400 metri perché cambi tutto; in
ogni terreno tradizionalmente si usano miscugli di semi per osservare quali
varietà si adattano meglio. È l’esatto contrario dell’approccio da laboratorio”.
Il rischio è che varietà meno “redditizie” spariscano, perché non conviene più
produrle. Ma perdere varietà vuol dire anche perdere adattabilità. “Se ho dieci
varietà di fagioli che si evolvono con l’ambiente, ho una garanzia di
resilienza. Se invece le conservo solo in una banca del germoplasma e le tiro
fuori dopo vent’anni, saranno estranee al contesto attuale. La biodiversità non
si conserva in laboratorio, perché gli ecosistemi cambiano troppo in fretta”
racconta ancora Ferrario. “E in effetti dovremmo averlo imparato dopo la crisi
delle patate in Irlanda fra il 1845 e il 1848”, quando l’alimentazione
dell’intera isola dipendeva da un unico tipo di coltura, e quando un nuovo
patogeno (la peronospora) si diffuse tra le coltivazioni, distruggendo
interamente il raccolto. Morì circa un milione di persone.
Le grandi aziende puntano sul seme brevettato perché garantisce profitti a breve
termine, ma il prezzo, per la società e per l’ambiente, è altissimo. Con il
rischio ulteriore, nel Sud globale, di perdere moltissima informazione genetica
locale, e anche questa è una forma di erosione della biodiversità: selezionare
vuol dire scartare, in una sorta di pericolosa eugenetica agraria, di perdita di
cultura, di sapere e di varietà. Eppure decenni di biopirateria, di
biocolonialismo, di concentramento di saperi, diritti, brevetti, ci hanno
assuefatti a una risposta che come società non ci eravamo mai dati davvero: il
materiale genetico può appartenere a un’azienda, a un privato? Gli echi delle
lotte di Vandana Shiva si sentivano più forti negli anni Ottanta e Novanta,
quando ancora la domanda era aperta e la consuetudine non era del tutto
stabilita. Il Fondo Cali nel bene o nel male è una spinta a riportare
l’attenzione sulla questione, a farci domande, a riflettere anche come società
su un interrogativo che riguarda tutti ma che è rimasto confinato all’interno
delle accademie o all’attivismo. Torna in mente la sentenza di quel tribunale
indiano secondo cui la registrazione del seme delle patate FC5 era contraria
“all’interesse pubblico”: è dall’interesse pubblico e da un’idea aggiornata di
bene comune, che bisognerebbe ricostruire un dibattito.
L'articolo I semi della discordia proviene da Il Tascabile.