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Seamless a cura di Francesco Spampinato
I n una delle scene chiave di Videodrome, film a suo modo profetico realizzato nel 1983 da David Cronenberg, il protagonista Max Renn viene attratto dall’oggetto del suo desiderio sessuale, Nicki Brand, che lo chiama da dentro/dietro lo schermo di un apparecchio televisivo. “Come to Nicki”, dice la proiezione della donna a Max, mentre la videocamera si avvicina in maniera sempre più stretta alle labbra di Nicki. Max si avvicina, tocca la televisione, che al contempo si deforma, si muove, diventa materia viva, pulsante, sensuale. Il protagonista penetra lo schermo, ma anche lo schermo penetra la carne umana, tant’è che cadono le distinzioni tra mondo reale e simulacro digitale. Nel desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima. Martin pleure è un cortometraggio del 2017 di Jonathan Vinel realizzato usando le animazioni e il gameplay del celebre videogioco Grand Theft Auto V. Martin un giorno scopre che tutti i suoi amici sono svaniti nel nulla e non sembra esserci modo di rintracciarli. Il monologo interiore del ragazzo ci guida nel viaggio alla ricerca degli amici perduti, in un susseguirsi di scene di tristezza, solitudine, paura, rabbia, fino alla violenza estrema. In un breve stacco, vediamo tre personaggi mascherati – forse gli amici del protagonista – che però sono figure riprese dal vivo, non gli avatar artificiali che popolano l’universo digitale da videogioco in cui si ambienta il lavoro di Vinel. Il corto si conclude con Martin che salpa con un motoscafo e si dirige verso l’orizzonte. Se avrà fortuna, magari un glitch lo aiuterà a bypassare i limiti imposti dall’architettura digitale, a noclippare al di fuori dei confini della mappa e arrivare nell’ecosistema del “reale” in cui si trovano i suoi amici. Ma quale dei due mondi è quello reale? In Videodrome come in Martin pleure a emergere è il rapporto tra contiguità e differenza che separa l’ecosistema digitale, costruito per mezzo di tecnologie sempre più performanti, e il mondo analogico, che ancora oggi ci ostiniamo a chiamare “reale”. La questione che però emerge in maniera manifesta nel lavoro di Cronenberg e in modo implicito in quello di Vinel è se abbia ancora senso fare questa distinzione, dal momento che l’influenza delle macchine su ogni aspetto della nostra vita è talmente ampio che da più parti si parla ormai di postumanesimo. Negli ultimi anni il tema ha visto coinvolti filosofi, accademici, artisti, operatori culturali, attivisti, con un grado di elaborazione teorica repentina, che va di pari passo solo con l’incedere rapidissimo delle nuove tecnologie sulle quali ci si confronta. Di questi cambiamenti prova a tenere traccia Seamless (2025), il nuovo libro edito da Nero per la curatela di Francesco Spampinato, professore di storia dell’arte contemporanea all’Università di Bologna. Come si intuisce dal sottotitolo – Arte, visualità e cultura elettronica in epoca post-pandemica – il volume si concentra in particolare sull’epoca post-Covid, ovvero da quando tutti noi, a causa dei vari lockdown tra 2020 e 2022, abbiamo iniziato a sperimentare ogni giorno il “principio di naturale continuità tra il reale e il virtuale”, al punto che “il nostro doppio sullo schermo non ci fa più effetto, sebbene di tanto in tanto non possiamo fare a meno di guardarlo per assicurarci che risponda ancora a noi”. Riunioni online, call, dislocazione fisica, demoltiplicazione degli avatar e delle proiezioni digitali sono tutti aspetti che esistevano anche prima del Covid, ma che la pandemia ha contribuito a inscrivere nell’orizzonte del quotidiano. > Nel desiderio erotico di Max non c’è differenza tra Nicki e la sua proiezione > televisiva, perché in Videodrome la seconda è reale quanto la prima. Il volume è frutto dal lavoro svolto da AVEC (Art, Visuality and Electronic Culture), un think tank nato in seno all’ateneo bolognese e animato prevalentemente da studenti e studentesse della laurea magistrale in arti visive e dei corsi di dottorato in arti, storia, società e in immagine, linguaggio, figura. Nato tra il 2021 e il 2022, AVEC è responsabile di una serie di workshop tematici semestrali che hanno lo scopo di porre in dialogo le ricerche svolte da dottorandi e laureandi con le attività di ricercatori indipendenti, artisti e operatori culturali di vario tipo. Ogni workshop ruota attorno a un tema e, nel caso dei quattro incontri di cui il volume vuole essere una restituzione, a guidare le riflessioni erano, rispettivamente, concetti come il metaverso, la catastrofe, il cyberfemminismo e l’intelligenza artificiale (IA). Nonostante le attività di AVEC non nascessero con l’intenzione iniziale di sviluppare un unico tema, è emersa a posteriori la metafora del seamless, che oltre a dare il titolo al volume affiora anche come tratto unificante dei vari interessi del collettivo. Seamless – letteralmente, “senza cuciture” o “senza soluzione di continuità” – fa riferimento alla tecnologia utilizzata nel campo dell’abbigliamento per la realizzazione di capi che aderiscano al corpo e lo modellino, fasciandolo in maniera uniforme così da nasconderne le imperfezioni. Secondo Spampinato, l’attrattiva verso capi di questo tipo – di cui quelli prodotti dal brand SKIMS della celebrity americana Kim Kardashian sono tra i più celebri – è data anche dalla capacità “di enfatizzare – non solo alla vista diretta ma anche nei processi quotidiani di autorappresentazione e mediazione – la dimensione artificiale del corpo umano, liscio come un corpo-immagine post-prodotto grazie a filtri o trasfigurato in avatar”. Di qui, quindi, la possibilità di traslare questo termine verso il mondo tecnologico post-pandemico, facendone una “metafora concettuale e visiva per definire un corpo in grado di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello virtuale, offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza soluzione di continuità”, in cui il concetto di seamless diventa “condizione percettiva del continuum reale-virtuale”. L’articolata architettura costruita dall’interazione reale-virtuale è molto complessa da identificare e ancora di più da sintetizzare. In una continua operazione di worldbuilding – per usare un termine caro agli amanti dei videogiochi – provare a stare al passo con la tecnologia che cambia è un’impresa ambiziosa. Per questo, Seamless propone una struttura editoriale che da una parte ricalca i formati dei workshop, dall’altra prova a offrire sensi di lettura multipli, che non si limitano alla sola forma saggistica. Ogni capitolo si apre quindi con un intervento redatto collettivamente da AVEC o affidato a intellettuali riconosciuti, che ha il compito di fissare i parametri di riferimento. A questo segue un contributo storico, tre casi studio e poi il resoconto di un progetto artistico che indaga criticamente il tema prescelto. In questo modo, AVEC propone non tanto di costituirsi come un’alternativa alla storia dell’arte ipercontemporanea in epoca post-pandemica, quanto offrire una visione trasversale, che interseca più ambiti disciplinari in maniera dinamica. È proprio questa dinamicità, questa capacità di scartare lateralmente, uno dei requisiti essenziali per l’esplorazione di quel panorama mobile contemporaneo dato dalla condizione di seamless. Non è un caso che a ogni workshop venga associato un tool, uno specifico strumento tecnologico di recente sviluppo, ma già a rischio di obsolescenza programmata. > Seamless è una “metafora concettuale e visiva per definire un corpo in grado > di spostarsi con dimestichezza tra il mondo reale e quello virtuale, > offline/online, in una dimensione spazio-temporale ininterrotta, senza > soluzione di continuità”. In quest’ottica, prendiamo per esempio gli NFT, il tool del primo capitolo dedicato al metaverso ed eloquentemente sottotitolato “How to build a universe that doesn’t fall apart two days later” (Come costruire un universo che non cada a pezzi due giorni dopo). Era il 2021 quando tutto il mondo dell’arte impazzì per gli NFT, i non-fungible-token, visti come la nuova frontiera dell’arte immateriale, possibile grazie alle nuove tecnologie. Everydays: The First 5000 Days, un’opera digitale di Beeple composta da 5000 immagini digitali, fu venduto come NFT da Christie’s per 69 milioni di dollari. Erano più o meno gli stessi mesi in cui il caporedattore di una rivista con cui collaboravo si domandava perplesso cosa fossero le skins di Fortnite per cui il figlio gli chiedeva soldi, forse senza comprendere fino in fondo che la costruzione di un’identità personale per il proprio avatar digitale attraverso il cambio di abiti è importante quanto lo è quella nel nostro mondo analogico. Come sempre, questa importanza l’avevano intuita gli uffici marketing di alcuni brand come Balenciaga e Gucci, che tra 2021 e 2022 crearono intere capsule collection acquistabili nel metaverso e rese disponibili come skins per i giocatori di Fortnite o Minecraft. Eppure, la bolla del metaverso e degli NFT sembra durata appena lo spazio di una stagione, tanto che oggi pare di parlare già di tech-archeologia. L’eterogeneità degli approcci sviluppati nel volume edito da Nero, dunque, è funzionale non tanto alla resurrezione di tecnologie che nascono, muoiono, rinascono nello spazio di pochi anni e, in taluni casi, di pochi mesi, quanto piuttosto alla possibilità di offrire, prima con gli incontri dal vivo e poi nella forma libro, una lettura critica del presente nel suo farsi. Così, per esempio, se il contributo storico dell’educatrice e artista Sara Bonaventura ricostruisce le origini del metaverso nelle opere di fantascienza del secolo scorso, da Dick a Gibson, gli altri interventi riportano il tema alla stretta attualità, tra musei decentralizzati virtuali e simulazioni digitali del pianeta Terra. AVEC, ed è questo uno degli aspetti più interessanti, si sforza di operare al di fuori delle griglie dell’accademia, andando a toccare temi e argomenti molto ancorati alla quotidianità. Il secondo capitolo, ad esempio, di apre con un intervento di Franco “Bifo” Berardi che analizza il rapporto tra desiderio, depressione e digitalizzazione dei rapporti sociali in epoca post-pandemica, situazione che ognuno di noi ha vissuto in prima persona durante le lunghe fasi di isolamento da lockdown. Seguono poi contributi sull’arte urbana e il muralismo contemporaneo, ma anche sulla moda e le wearable technologies come tecnologie per la sopravvivenza. L’analisi di aspetti che intersecano il vivere quotidiano e non rimangono solo appannaggio di micronicchie di esperti già di per sé testimonia l’ampiezza e la trasversalità del tema. Seguendo fino in fondo la metafora del seameless, la realtà comune, persino banale, che esperiamo ogni giorno è già contaminata dalla presenza ineliminabile del digitale e su questo, quindi, è doveroso riflettere. Che l’aspetto tecnologico sia ormai inscindibile dalla nostra esistenza tanto da legarsi con questioni di stringente attualità è confermato dal terzo capitolo. Qui il femminismo, giustamente all’ordine del giorno sulle agende culturali di tutto il mondo, viene declinato nell’ambito tecnologico a partire dalla figura del cyborg proposta da Donna Haraway, in una rilettura della docente in sociologia Federica Timeto. Glitch feminism, cyberfemminismo e transfemminismo ritornano variamente nell’intervento storico e nei casi studio di questa sezione, a conferma di un lavoro in cui l’azione artistica viene riconsiderata alla luce del dibattito filosofico e culturale odierno. > La domanda è al lettore: sei ancora in grado di sognare pecore in carne e > ossa? Seamless dichiara esplicitamente tra i propri modelli di riferimento due pubblicazioni nate in seno a corsi universitari negli anni Settanta, ovvero Il Gorilla Quadrumàno del Gruppo di Drammaturgia 2, a cura di Giuliano Scabia (1974), e Alice disambientata del Gruppo A/ Dams, a cura di Gianni Celati (1978). In AVEC emerge quindi un’attitudine che, se non si vuole chiamare “militante”, prova almeno a essere consapevolmente critica e attenta verso un mondo che non si limita alle passioni perverse di un accademismo spesso troppo asfittico. Già questo sarebbe un sufficiente invito alla lettura, tanto più se si sente la necessità di dare un senso al seamless delle nostre esistenze, a quel continuum reale-digitale che pare il tratto distintivo di questa nostra “nuova era oscura”, per usare una definizione di James Bridle. D’altronde, nel 1968, nel romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? – che diventa qui anche l’omonimo titolo del primo capitolo di Seamless – Philip Dick si chiedeva se “gli androidi sognano pecore elettriche”. Il volume edito da Nero, invece, sembra ribaltare la domanda dello scrittore statunitense rivolgendosi direttamente al lettore: sei ancora in grado di sognare pecore in carne e ossa? L'articolo Seamless a cura di Francesco Spampinato proviene da Il Tascabile.
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I semi della discordia
A prile del 2019, siamo nel Gujarat, uno Stato dell’India occidentale che guarda in faccia l’Oman dall’altra parte del Mar Arabico. La PepsiCo fa causa a nove contadini per aver coltivato patate “FC5”, una varietà che l’azienda aveva introdotto nel 2009 e brevettato nel 2016 perché il basso contenuto idrico la rendeva ideale per produrre patatine fritte. I contadini rispondono che si sono semplicemente scambiati dei semi, come per secoli hanno sempre fatto, e sono cresciute quelle. Il processo dura due anni e viene vinto dai contadini. Grazie all’attivista Kavitha Kuraganti viene anche revocato il brevetto a PepsiCo. Fra le varie motivazioni addotte (per lo più relative a vizi di forma), il tribunale osservò che la registrazione del seme era contraria “all’interesse pubblico”, in quanto i processi per infrazione avevano danneggiato i coltivatori di patate. Sembra una grande vittoria, non solo concreta ma anche di principio: brevettare una varietà ortofrutticola danneggia gli agricoltori locali, il materiale genetico non può essere proprietà privata. Vandana Shiva la chiamerebbe “sovranità dei semi”: il diritto dei contadini a conservare, scambiare e propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze chimico-industriali. Ma lo scorso anno i vizi di forma sono stati risolti e una parte del brevetto è stato reintegrato, a ricordare che, contro le multinazionali, i principi faticano a vincere. Una quindicina di anni prima, nel Java Orientale, in Indonesia, alcuni contadini avevano salvato dei semi da un raccolto. Li avevano selezionati, li avevano rivenduti, ed erano stati perseguiti da BY BISI (filiale del gruppo thailandese Charoen Pokphand) per “seed piracy”. Qualcuno era stato punito con il divieto di usare semi per un anno, qualcun altro condannato al carcere. Nel 2012 una coalizione di ONG e agricoltori si mosse a loro difesa, contestando il fatto che piccoli contadini potessero essere trattati come grandi aziende. Ma nel 2019 una nuova legge rese obbligatorio per tutti dichiarare eventuali nuove raccolte di semi e illegale distribuirli al di fuori di gruppi chiusi. > Per “sovranità dei semi” si intende il diritto dei contadini a conservare, > scambiare e propagare sementi locali, liberi da brevetti e dipendenze > chimico-industriali. Un diritto che è messo sempre più spesso a repentaglio da > aziende che brevettano sementi OGM. Da millenni l’agricoltura funziona così: i semi si provano, si usano, si selezionano osservando a occhio nudo quali sono più resistenti a certe malattie o insetti, quali si adattano meglio a un certo terreno. È un’attività empirica e in continua trasformazione, fatta di tentativi e scambi fra vicini, di riutilizzo di semi dell’anno prima, di conoscenze specifiche e situate, di soluzioni mai del tutto replicabili altrove, di scoperte fortuite sulle spalle di conoscenze maturate nei secoli. Circa dagli anni Ottanta, e ancor di più dall’inizio degli anni Duemila, le grandi aziende agroalimentari e farmaceutiche hanno cominciato a brevettare i semi. Come si è detto, PepsiCo, ad esempio, ha depositato sementi particolarmente adatte a produrre patatine fritte, ma ci sono innumerevoli casi simili, da cui possono scaturire infinite controversie e una messa in discussione delle pratiche stesse con cui da sempre l’agricoltura funziona. Negli anni Novanta Monsanto ha brevettato sementi OGM (Organismo Geneticamente Modificato) resistenti agli erbicidi, come i Roundup Ready, semi ingegnerizzati in modo da tollerare erbicidi a base di glifosato: quando un contadino acquistava questi semi firmava un contratto in cui si impegnava a non riutilizzarli nel raccolto successivo trovandosi poi costretto a ricomprare i semi ogni anno anziché vivere almeno in parte di eredità, come è sempre stato naturale fare. Fra il 1998 e il 2004 sempre Monsanto ha citato in giudizio l’agricoltore canadese Percy Schmeiser per aver coltivato colza OGM da loro brevettata senza aver pagato la licenza. Secondo la difesa, il polline in questione era arrivato accidentalmente e il contadino l’aveva trovato e dunque usato, senza domandarsi a chi dovesse pagare pegno, perché i semi non hanno mai avuto padroni. Data l’assenza di profitti illegittimi, Schmeiser non ha ricevuto condanne ma ha perso comunque la causa. Insomma: in qualsiasi momento un seme OGM può arrivare nel campo di un agricoltore tradizionale o biologico, portato da un impollinatore o dal vento, e se il contadino lo usa o lascia anche solo che cresca, rischia una causa. Gli impatti della digitalizzazione e brevettazione delle sementi sono tanti, variegati, complessi. C’è la contaminazione involontaria dei terreni ma anche la dipendenza economica obbligata degli agricoltori, costretti ogni anno a ricomprare i semi dalle aziende. C’è la criminalizzazione di pratiche contadine secolari e anche una pericolosissima riduzione della biodiversità: si scelgono poche varietà di semi, si piantano sempre quelle, magari perché resistenti a certi insetti o malattie, o particolarmente adatte a una data produzione. E così si impoverisce il terreno, si perdono varietà, diminuisce la resistenza dei raccolti ai cambiamenti climatici o a nuove malattie. > In qualsiasi momento un seme OGM può arrivare nel campo di un agricoltore > tradizionale o biologico, portato da un impollinatore o dal vento, e se il > contadino lo usa, o lascia anche solo che cresca, rischia una causa. Ma c’è un altro aspetto da considerare. I brevetti su cui si arricchiscono le multinazionali farmaceutiche o agroalimentari si basano su una materia prima, il seme, delle cui proprietà l’azienda in questione non ha alcun merito, mentre alla comunità che ha avuto se non altro il merito di aver trascorso secoli a studiare, coltivare e proteggere quella pianta, non arriva nulla. Non solo. Se tradizionalmente c’era bisogno di recarsi fisicamente sul campo (spesso in una foresta), per trovare una varietà vegetale con le caratteristiche che servivano e da lì ricavare un principio per un qualche farmaco su cui costruire un impero commerciale, oggi il seme fisico non è più indispensabile, ne può bastare uno digitale, ossia la rappresentazione digitale di un seme reale. Un seme digitale contiene la sequenza del DNA, metadati genetici come marcatori e fenotipi, dati agronomici e altre informazioni che consentono facilmente di riprodurre e migliorare una certa varietà; o di sfruttare gli strumenti bioinformatici per progettarne di nuove, senza alcun bisogno del seme fisico: basterà una stampa in 3D biologica del suo “gemello digitale”. “Una volta le aziende andavano in Amazzonia o Papua a prelevare materiale genetico da cui estrarre principi per brevetti. Oggi, con la digitalizzazione, tutto avviene tramite banche dati: si assemblano informazioni e si brevettano prodotti senza nemmeno toccare la fonte reale. I nuovi OGM portano brevetti e royalties, limitando il diritto degli agricoltori a conservare semi, a farsi una propria ‘banca dei semi’” mi spiega Federica Ferrario, responsabile campagne dell’associazione Terra!. Che ci siano in gioco biologi che prelevano campioni in una foresta tropicale, o che si tratti di bioinformatici in laboratorio, il risultato è sempre una forma di biocolonialismo che col tempo cambia, si affina, diventa più difficile da riconoscere e regolare. > Il Fondo Cali, approvato nel 2025, prevede che i privati che guadagnano dai > semi digitali, in particolare le aziende farmaceutiche, possano versare l’1% > del fatturato o lo 0,1% dei profitti derivanti dall’uso di queste sequenze. > Una novità importante, non fosse che si tratta di una misura non vincolante. Pochi mesi fa, alla COP 16 sulla Biodiversità, cominciata a Cali in Colombia nel novembre 2024 e terminata fra il 24 e il 27 febbraio 2025 a Roma, è stato approvato, fra critiche ed entusiasmi, il Fondo Cali. Si tratta di una microtassa volontaria sull’estrazione digitale della natura, un fondo internazionale “per la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle informazioni di sequenza digitale sulle risorse genetiche”. In sostanza i privati che guadagnano dai semi digitali, in particolare le aziende farmaceutiche, possono versare l’1% del fatturato o lo 0,1% dei profitti derivanti dall’uso di queste DSI (Digital Sequence Information). Il fondo è gestito dalle Nazioni Unite e metà delle risorse andrà direttamente alle comunità locali. Ma, attenzione: possono, non devono. Un discrimine importante con risvolti diversi a seconda del periodo storico. È principalmente sul guadagno reputazionale che si baserebbe questo meccanismo e in anni come il 2019, in cui tutti gli occhi erano sul clima, versare qualche spicciolo avrebbe contribuito a un buon ritorno di immagine. Oggi invece il rischio che il salvadanaio rimanga quasi vuoto è alto. Ma, imperfezioni più o meno gravi a parte, il Fondo Cali arriva per rispondere a un vuoto normativo. Le informazioni genetiche digitali non sono né propriamente dati né propriamente materiale biologico: normare questo campo è molto difficile, siamo estremamente indietro, e come raccontano le associazioni che seguono da vicino il tema, fra cui WWF (World Wildlife Fund) e Terra!, le innovazioni tecnologiche complicano le cose evolvendosi con rapidità impressionante. “Non è mai esistito un meccanismo di compensazione per i benefici derivanti dall’uso dei dati genetici digitali da parte dei Paesi che li detengono. Il nuovo fondo multilaterale nato alla COP16, seppur volontario, è un primo passo per colmare questo vuoto, anche normativo: dovrebbe aiutare Stati e comunità indigene a tutelare la biodiversità e a promuovere la ricerca scientifica, è un atto di giustizia ambientale. Alcune aziende si sono dette interessate, ma restano nodi aperti: le modalità di accesso ai fondi, la governance, e soprattutto l’assenza di una gestione organica delle DSI, su cui manca ancora un accordo tra Nord e Sud globale” spiega Bernardo Tarantino, specialista Affari europei e internazionali del WWF. Ma si sono sentite anche voci più critiche, come il Centro Internazionale Crocevia che vede questo fondo come una sorta di “legalizzazione della biopirateria”, un modo per trasformare i popoli indigeni in lavoratori sottopagati della conoscenza, mentre Susana Muhamad, ministra dell’Ambiente della Colombia e guida del negoziato sulla biodiversità, lo aveva festeggiato come un compromesso necessario, l’unico possibile in un mondo in cui la tecnologia corre molto più veloce delle regole. Il problema a monte è che come società, fuori dalle aule universitarie e dall’attivismo, non è mai stata intavolata una vera discussione pubblica per stabilire se del materiale genetico possa effettivamente appartenere a un privato o se non debba invece, necessariamente, essere pubblico, gestito e protetto come bene comune. Le pratiche vanno più veloci delle leggi e il biocolonialismo ha avuto tutto il tempo per affinarsi, adattarsi ai tempi e mascherarsi. > Il “seme digitale” non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce > anche la circolazione delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio > reame privato delle sementi. La digitalizzazione è il nodo centrale e con il rapido evolvere delle intelligenze artificiali le direzioni che può prendere il settore sono “difficili da immaginare”, mi racconta      Federica Ferrario di Terra!: “L’agricoltura intensiva fa sprofondare il settore in un sistema talmente industrializzato da dover comprare tutto in pacchetti preconfezionati: semi ibridi, sostanze chimiche, calendari precisi delle lavorazioni. Questo modello in pochi decenni ci ha portato a un impoverimento preoccupante dei suoli, che oggi dipendono da fertilizzanti chimici, con conseguenze gravi come l’inquinamento delle acque. Ma con l’introduzione degli OGM brevettati si alza ulteriormente l’asticella: il seme diventa proprietà privata. Il ‘seme digitale’ non solo è blindato a livello tecnologico, ma impedisce anche la circolazione delle informazioni: si sta costruendo un vero e proprio reame privato delle sementi. E con l’intelligenza artificiale non esiste nemmeno più il pretesto di contribuire a un fondo di compensazione per l’uso di dati genetici: le informazioni vengono raccolte e usate senza alcun rimborso, nemmeno simbolico. Questo non significa che la digitalizzazione sia da rifiutare, ma è fondamentale che i dati restino pubblici e accessibili, non proprietà esclusiva delle grandi piattaforme”. Nella sua imperfezione il Fondo Cali ci racconta che viviamo in una fase ibrida, dove la governance dei dati non è ancora chiara e l’IA (Intelligenza Artificiale), sempre più impiegata per la sua potenza ed efficienza nell’elaborare i dati, assume un ruolo sempre più importante nella gestione di miliardi di sequenze genetiche. Il rischio è duplice: da una parte un mercato delle sementi sempre più concentrato e meno vario (le aziende che possiedono gli algoritmi e i dati genetici controllano direttamente l’accesso alle sementi influenzando così la filiera agroalimentare globale), dall’altra una perdita sempre maggiore di biodiversità, di resilienza ai cambiamenti climatici, di tutele e autonomia per gli agricoltori. Già oggi, e ormai da decenni, poche multinazionali detengono una fetta enorme del settore, le sacche di resistenza e protezione della biodiversità sono sempre più assediate: dagli anni Ottanta questo è il campo di battaglia ideologico e concreto del lavoro di ambientaliste e attiviste come Vandana Shiva, soprattutto nel Sud globale. Con l’inasprirsi della crisi climatica la questione si fa ancora più urgente, abbiamo più bisogno che mai di una biodiversità in salute. Se da una parte gli OGM sono una delle frontiere esplorate per mitigare la crisi climatica, permangono profonde criticità. L’utilizzo di semi modificati può infatti sia ridurre l’uso di agrofarmaci, sia aumentare le rese e dunque limitare l’estensione delle terre coltivate. Questo potrebbe comportare minori emissioni di gas serra e maggiore tutela degli ecosistemi. Secondo uno studio dell’Università di Bonn, in Europa, l’adozione di colture GM potrebbe ridurre le emissioni agricole del 7,5% annuo (33 milioni di tonnellate di CO2) e migliorare la sostenibilità e l’autosufficienza alimentare. Ma, come spiega Federica Ferrario di Terra!, la questione non è così semplice: “Affrontare la scarsità d’acqua, la siccità e gli effetti della crisi climatica richiede adattamenti reali, che non si possono creare in laboratorio con OGM: fuori non ci sono condizioni controllate, è la biodiversità che garantisce la resilienza. Ogni territorio è diverso, bastano 400 metri perché cambi tutto; in ogni terreno tradizionalmente si usano miscugli di semi per osservare quali varietà si adattano meglio. È l’esatto contrario dell’approccio da laboratorio”. Il rischio è che varietà meno “redditizie” spariscano, perché non conviene più produrle. Ma perdere varietà vuol dire anche perdere adattabilità. “Se ho dieci varietà di fagioli che si evolvono con l’ambiente, ho una garanzia di resilienza. Se invece le conservo solo in una banca del germoplasma e le tiro fuori dopo vent’anni, saranno estranee al contesto attuale. La biodiversità non si conserva in laboratorio, perché gli ecosistemi cambiano troppo in fretta” racconta ancora Ferrario. “E in effetti dovremmo averlo imparato dopo la crisi delle patate in Irlanda fra il 1845 e il 1848”, quando l’alimentazione dell’intera isola dipendeva da un unico tipo di coltura, e quando un nuovo patogeno (la peronospora) si diffuse tra le coltivazioni, distruggendo interamente il raccolto. Morì circa un milione di persone. Le grandi aziende puntano sul seme brevettato perché garantisce profitti a breve termine, ma il prezzo, per la società e per l’ambiente, è altissimo. Con il rischio ulteriore, nel Sud globale, di perdere moltissima informazione genetica locale, e anche questa è una forma di erosione della biodiversità: selezionare vuol dire scartare, in una sorta di pericolosa eugenetica agraria, di perdita di cultura, di sapere e di varietà. Eppure decenni di biopirateria, di biocolonialismo, di concentramento di saperi, diritti, brevetti, ci hanno assuefatti a una risposta che come società non ci eravamo mai dati davvero: il materiale genetico può appartenere a un’azienda, a un privato? Gli echi delle lotte di Vandana Shiva si sentivano più forti negli anni Ottanta e Novanta, quando ancora la domanda era aperta e la consuetudine non era del tutto stabilita. Il Fondo Cali nel bene o nel male è una spinta a riportare l’attenzione sulla questione, a farci domande, a riflettere anche come società su un interrogativo che riguarda tutti ma che è rimasto confinato all’interno delle accademie o all’attivismo. Torna in mente la sentenza di quel tribunale indiano secondo cui la registrazione del seme delle patate FC5 era contraria “all’interesse pubblico”: è dall’interesse pubblico e da un’idea aggiornata di bene comune, che bisognerebbe ricostruire un dibattito. L'articolo I semi della discordia proviene da Il Tascabile.
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