A lla presentazione dell’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di
Venezia, Alberto Barbera ha detto una cosa che meritava di restare al centro
della conversazione più di ogni altra: nel concorso principale, su venti film,
ce n’è uno solo diretto da una donna. È Woman Unknown, opera seconda della
regista danese di origini egiziane May el-Toukhy. Il direttore della Mostra,
incalzato dai giornalisti, ha ammesso di essere stato tra i primi a rimanerne
colpito, di aver sperato fino all’ultimo di trovare altri film “al femminile” di
qualità sufficiente per il concorso e, alla fine, di essersi dovuto arrendere.
L’anno scorso le registe in gara erano sei: Kaouther Ben Hania, Kathryn Bigelow,
Valérie Donzelli, Ildikó Enyedi, Mona Fastvold, Shu Qi. Quest’anno una su venti.
Il dato salta agli occhi soprattutto per un evidente contrasto. La giuria che
assegnerà il Leone d’Oro è presieduta da Maggie Gyllenhaal. La sezione Orizzonti
si apre con La ragazza con la Leica di Alina Marazzi. Le Giornate degli autori,
la sezione parallela e indipendente diretta da Gaia Furrer, schierano
quattordici titoli su venticinque diretti da donne (quattordici su venticinque!)
con dieci di questi in concorso e decidono di assegnare il proprio premio
principale tramite una giuria interamente femminile. Una scelta di
posizionamento politico. Il concorso maggiore, invece ‒ quello che decide il
palmarès, quello che ricordano e ricorderanno tutte e tutti ‒, resta un’anomalia
isolata rispetto al resto del festival. E soprattutto smentisce, con la forza
dei numeri, l’argomento più comune usato per giustificare selezioni sbilanciate:
che non ci sarebbero abbastanza film di qualità firmati da donne pronti per la
vetrina principale. Se la sezione a fianco ne trova quattordici su venticinque,
il problema, evidentemente, non è la scarsità dell’offerta.
C’è un secondo livello di dati, meno commentato nelle prime cronache ma più
interessante per chi voglia ragionare sulla natura strutturale del problema e
non solo sul sintomo. Nella presentazione ufficiale della Mostra sono state
diffuse le cifre sulle iscrizioni complessive: su 4.740 titoli presentati
quest’anno, 3.095 risultano a regia maschile (65,29%), 1.545 a regia femminile
(32,59%) e 100 catalogati come “a regia non dichiarata o altro” (2,11%). Questa
terza categoria, magari marginale nei numeri, ma rivelatrice nella sua stessa
esistenza, è il punto da cui vale la pena ripartire. Un festival che si limita a
dividere il mondo del cinema in due colonne, maschi e femmine, e poi aggiunge
una terza casella residuale per tutto ciò che eccede la griglia, sta
involontariamente certificando quanto quella griglia sia già insufficiente a
descrivere la realtà che pretende di rappresentare. Non è semplicemente un
dettaglio statistico: è la prova che anche questa importantissima istituzione,
quando si tratta di misurare la propria rappresentanza, non ha ancora gli
strumenti teorici e concettuali per farlo fino in fondo. E dovrebbe lavorare per
acquisirli.
> Un festival che aspira a raccontare il cinema contemporaneo dovrebbe
> interrogarsi non solo su “quante donne” partecipano ‒ cosa che in realtà
> neanche fa ‒ ma su quali altre forme di esclusione o invisibilità la propria
> griglia di lettura lascia fuori campo.
Prima ancora che uno strumento tecnico, ciò che manca è probabilmente un cambio
di sguardo: continuare a pensare la parità come una questione che si esaurisce
nel rapporto tra due poli, uomini e donne, significa restare ancorati a una
visione del mondo che fa parte di un tempo non più nostro. Un festival che
aspira a raccontare il cinema contemporaneo dovrebbe interrogarsi non solo su
“quante donne” partecipano ‒ cosa che in realtà neanche fa ‒ ma su quali altre
forme di esclusione o invisibilità la propria griglia di lettura lascia fuori
campo: e questo richiede innanzitutto una disponibilità culturale a complicare
le categorie, non a semplificarle per renderle più facili da misurare. Si tratta
di un lavoro che riguarda la formazione di chi organizza questi eventi, il
dialogo con chi vive quotidianamente l’esperienza di non riconoscersi nelle
caselle esistenti, e la volontà di accettare che la rappresentanza sia un
processo in continua ridefinizione.
Il problema non riguarda solo Venezia, ovviamente. L’edizione 2026 di Cannes ha
selezionato cinque registe su ventidue film in concorso, un dato che la stampa
internazionale aveva già definito un arretramento rispetto agli impegni pubblici
presi dal festival negli anni del movimento 5050×2020: la carta di intenti per
la parità di genere firmata da decine di festival europei, Venezia e Cannes
comprese, a partire dal 2018. Quella carta chiedeva trasparenza nei dati di
selezione (esattamente le percentuali che Barbera ha reso pubbliche quest’anno)
e un impegno, non vincolante, verso comitati di selezione paritari. Otto anni
dopo, il risultato più tangibile di quell’impegno sembra essere proprio la
raccolta dei dati che è utile, senz’altro, perché rende quantomeno visibile il
problema.
Ma c’è un limite strutturale che nessuna di queste iniziative ha ancora
affrontato, ed è quello su cui vale la pena insistere: l’intero impianto di
monitoraggio della parità nei festival ‒ 5050×2020 in Europa, l’Inclusion Rider
adottato da alcuni festival americani, i report annuali del Center for the study
of women in television and film ‒ è costruito su una tassonomia binaria. Si
contano uomini e donne. Punto. La ricerca sui film festival studies, il campo
accademico che da un decennio analizza i festival come istituzioni culturali e
non solo come vetrine, ha iniziato a segnalare il problema: studiose come
Marijke de Valck e Skadi Loist, tra le voci più citate della disciplina, hanno
mostrato come i festival funzionino da gatekeeper, capaci di definire,
attraverso i propri criteri di selezione e i propri strumenti di misurazione,
cosa conta come cinema rilevante e cosa no. Se lo strumento di misurazione è
binario, anche la nozione di rappresentanza che ne emerge resta binaria,
indipendentemente da quante donne si riescano a far entrare nella colonna
giusta.
> L’intero impianto di monitoraggio della parità nei festival è costruito su una
> tassonomia binaria. Si contano uomini e donne. Se lo strumento di misurazione
> è binario, anche la nozione di rappresentanza che ne emerge resta binaria,
> indipendentemente da quante donne si riescano a far entrare nella colonna
> giusta.
Il punto non è archiviare la battaglia per la parità numerica come superata o
secondaria, che è vitale, e i dati di Venezia lo dimostrano platealmente. Il
punto è che quella battaglia, da sola, non basta più a descrivere ciò che un
festival dovrebbe rappresentare quando si propone come specchio del presente.
Come sappiamo, il femminismo contemporaneo ha smesso da tempo di ragionare per
coppie oppositive rigide, e sembra assurdo doverlo stare ancora a sottolineare.
Facendo un brevissimo ripasso, Judith Butler ha smontato l’idea che il genere
sia un dato naturale binario piuttosto che una costruzione performativa,
storicamente situata, aperta a molteplici configurazioni. Jack Halberstam ha
mostrato quanto la stessa categoria di “mascolinità” non coincida
necessariamente con i corpi maschili, complicando ulteriormente ogni conteggio
binario. Kimberlé Crenshaw, alla fine degli anni Ottanta, ha coniato il termine
intersezionalità ‒ termine oggi fin troppo abusato anche dagli stessi movimenti
‒ proprio per denunciare l’insufficienza di un’analisi che isoli il genere da
razza, classe, orientamento sessuale, provenienza geografica, mostrando come le
forme di esclusione si sovrappongano e si moltiplichino. Più di recente, Paul B.
Preciado ha portato la propria voce di uomo trans proprio durante una conferenza
nell’Istituto Lacaniano di Parigi, rendendo pubblico quanto gli spazi culturali
“progressisti” restino spesso strutturalmente impreparati a includere
soggettività che eccedono la griglia uomo-donna:“The body is a living political
archive”, diceva Preciado. Il testo integrale di questa conferenza è stato
pubblicato da Fandango e si chiama Sono un mostro che vi parla (2021).
Se il pensiero femminista e queer ha da tre decenni e oltre gli strumenti per
pensare oltre il binario, e se il mondo che i festival dichiarano di voler
raccontare, un mondo plurale e di fratture, è esso stesso irriducibile a quella
griglia, allora continuare a misurare la rappresentanza cinematografica solo in
termini di “quante donne” diventa un esercizio importante ma parziale, quasi
anacronistico nella sua semplicità.
Ma c’è un modo più interessante di porre la domanda, ed è quello che la teoria
femminista del cinema ha elaborato fin dagli anni Settanta, per poi correggersi
e ampliarsi negli anni successivi. Fin dai suoi testi fondativi degli anni
Settanta, questa teoria ha identificato lo sguardo cinematografico dominante
come strutturalmente maschile, un modo di inquadrare, montare, desiderare
l’immagine che colloca lo spettatore in una posizione di potere codificata al
maschile, indipendentemente da chi sta dietro la macchina da presa. Negli anni
Novanta questa tesi è stata messa in discussione attraverso il concetto di
sguardo oppositivo: lo sguardo delle spettatrici nere, storicamente escluse
tanto dalla posizione di chi guarda quanto da quella di chi viene rappresentato
con dignità, inteso come atto di resistenza critica capace di rimettere in
discussione l’intero impianto.
> Il vero criterio da interrogare non è il sesso anagrafico di chi firma la
> regia, ma il punto di vista che un’opera costruisce e mette in circolazione.
Il punto che emerge da questa genealogia ‒ che ho qui soltanto sintetizzato ‒ è
che il vero criterio da interrogare non è il sesso anagrafico di chi firma la
regia, ma il punto di vista che un’opera costruisce e mette in circolazione. Un
regista uomo può costruire uno sguardo che decentra il maschile; una regista
donna può, altrettanto legittimamente, riprodurre gli stessi schemi narrativi e
visivi che si vorrebbero superare. Ridurre la questione della rappresentanza al
conteggio anagrafico rischia di trasformare una battaglia culturale complessa in
un esercizio di quote che, per quanto necessario come correttivo strutturale nel
breve periodo, non garantisce da solo la pluralità di sguardi che un festival
internazionale dovrebbe restituire. Detto questo, ed è la parte che chi leggerà
distrattamente rischierà di saltare, la scarsità di registe nel Concorso di
Venezia non va derubricata a semplice questione di categorie superate. Per
almeno tre ragioni.
La prima è strutturale: il concorso di un grande festival internazionale non è
solo una vetrina, è un dispositivo di consacrazione culturale. Determina chi
ottiene successo e distribuzione internazionale, chi accede ai finanziamenti per
il film successivo, insomma, rappresenta una forma di riconoscimento culturale
necessaria. Se quel dispositivo continua a selezionare in stragrande maggioranza
uno stesso tipo di autorialità, l’effetto non è neutro, ma finisce con
autoalimentarsi, perché i registi che oggi hanno accesso ai budget, alle
produzioni internazionali e alle reti di distribuzione capaci di portare un film
pronto per Venezia sono in larghissima parte uomini, in un circolo che si
perpetua.
La seconda ragione riguarda proprio l’obiezione anticipata da Barbera, quella
della “qualità adeguata”: è un argomento che la storia della critica femminista
al canone cinematografico conosce bene, perché è lo stesso, oggi inaccettabile,
che per decenni ha giustificato l’assenza delle donne da ogni lista di grandi
autori. Non significa che la sua versione 2026 sia in malafede, ma significa che
questa affermazione deve essere problematizzata con altre domande: quali sono le
condizioni materiali, produttive, di accesso al finanziamento che portano meno
film di registe a raggiungere lo stadio di pronto per un concorso come quello di
Venezia? Le sezioni collaterali, con la maggioranza di opere prime e produzioni
non sempre ma spesso distaccate dalla filiera mainstream, suggerisce una
risposta: più il livello produttivo si abbassa e si avvicina all’esordio, più la
parità si avvicina. È nel passaggio dal debutto alla produzione di fascia alta
che le donne spariscono, un dato che riguarda l’industria, non il talento.
> Bisogna problematizzare ponendosi domande: quali sono le condizioni materiali,
> produttive, di accesso al finanziamento che portano meno film di registe a
> raggiungere lo stadio di pronto per un concorso come quello di Venezia?
La terza ragione è che l’intersezionalità non rende il dato di genere
irrilevante: lo complica, lo aggrava. Una regista sola su venti è già un segnale
eloquente, ma il dato numerico da solo non basta. Il concorso, che pure ha
sempre mostrato la consueta apertura ad Asia e Medio Oriente, resta uno spazio
in cui l’intersezione fra genere, provenienza non occidentale e accesso ai
grandi budget produttivi si restringe drasticamente, fino quasi a scomparire. La
domanda giusta non è più soltanto “quante donne”, ma quali donne, da dove
vengono, con quali mezzi produttivi alle spalle.
Quanto è stato detto, naturalmente, andrà verificato sullo schermo a partire dal
2 settembre. Ed è anche possibile che il concorso restituisca comunque
l’immagine di un mondo in frattura. Ma è proprio per questo che la composizione
della selezione conta. Uno sguardo sul presente costruito per il 95% da uomini,
per quanto sofisticato e autoriale, resta uno sguardo parziale su un presente
che parziale non è. La contraddizione tra la promessa, raccontare la complessità
del reale, e lo strumento scelto per mantenerla, un concorso quasi interamente
maschile, non è un dettaglio da relegare o da surclassare, ma è il punto da cui
dovrebbe partire qualunque analisi di Venezia 83.
L'articolo Il concorso di Venezia è un affare da uomini proviene da Il
Tascabile.
Tag - genere
I l caso “Mia moglie”, in cui un numero cospicuo di uomini pare si scambiasse
materiale sulle proprie compagne ignare, come spesso accade, ha generato una
mitosi cellulare dell’opinione sui social. Da una parte, le persone brandizzate
“empatiche” che hanno ovviamente reagito con biasimo, paura e costernazione,
ritirando fuori dalla credenza il servizio di piatti buoni: termini come
“violenza strutturale” o “stupro digitale”; dall’altra, i cinici e i
“complottisti”, che, ostentando una certa conoscenza delle dinamiche mondane
(soprattutto quelle che riguardano lo sfregamento genitale) hanno tirato in
mezzo scambismo, esibizionismo, cuckhold e porcate varie, ipotizzando un caso
mediatico montato sulla base della “sessuofobia”, strizzando l’occhio alla
comunità dei maialoni in cui non avranno mai il coraggio di entrare davvero.
Per analizzare il fenomeno, possiamo partire dal presupposto che abbiano ragione
entrambi. Anzi, non sono nemmeno due posizioni che si escludono a vicenda. Il
possesso, e tutti quei sentimenti da sempre strutturali (oggi demonizzati) nella
coppia eterosessuale, sono il terreno fertile in cui nascono quelle fantasie
che, si ipotizza, venissero messe in atto in gruppi come “Mia moglie”.
Dall’esperienza empirica che ho avuto, frequentando serate scambiste e BDSM,
quel tipo di sessualità mi è sempre sembrata un rituale celebrativo del possesso
e della simbiosi. In quel genere di luoghi, questi sentimenti avevano la
possibilità di essere sfidati ‒ solo per uscirne ricompattati ancora più
saldamente. “Mia moglie è libera perché io le concedo di essere libera”; “Mia
moglie può andare a letto con altri uomini, perché io desidero che lo faccia”;
“Mia moglie può andare a letto con altri uomini, scelti da me, con me presente,
perché io desidero che lo faccia”. Un’opinione genuina di queste ragazze è
difficile da ricostruire.
> Il possesso, e tutti quei sentimenti da sempre strutturali (oggi demonizzati)
> nella coppia eterosessuale, sono il terreno fertile in cui nascono quelle
> fantasie che, si ipotizza, venissero messe in atto in gruppi come “Mia
> moglie”.
I luoghi virtuali appaiono molto simili, con la sola differenza per cui, questa
volta, la partner sparisce totalmente dall’equazione, essendo addirittura
inconsapevole. Ovviamente tutto ciò non gode della stessa ambiguità morale che
si riscontra nei luoghi “della vita vera”: ciò che accade in gruppi come “Mia
moglie” è sicuramente sbagliato.
Azzerando il giudizio morale, l’equazione continua, però, a non tornare. A una
prima analisi del fenomeno di questi gruppi Facebook, si potrebbe pensare a una
sorta di scambismo/esibizionismo che ignora completamente il consenso di una
delle parti coinvolte. Ci troveremmo, dunque, di fronte a una classica
diffrazione di stampo girardiano: quando siamo assuefatti a una persona,
cerchiamo di trasfigurarla attraverso lo sguardo di qualcuno che prendiamo a
modello (in questo caso specifico molto spesso è antimodello), affinché ci
riconsegni il nostro desiderio restaurato, fortificato dalla mediazione.
Come avviene nell’opera ampiamente girardiana Sogno di una notte di mezza
estate: Ermia è innamorata, ricambiata, di Lisandro, ma l’autorità paterna
ostacola il loro amore. Decidono, quindi, di fuggire per sposarsi. Nella notte
si troveranno ad attraversare un bosco, seguiti segretamente da Demetrio
(promesso sposo di Ermia) e da Elena (innamorata di Demetrio e amica di Ermia).
Lontano dalle mura cittadine, e grazie all’intervento di una pozione d’amore,
nottetempo, i sentimenti si capovolgeranno e le coppie verranno rimescolate,
generando il caos. L’opera si conclude con il sorgere del sole, che corrisponde
anche a un ritrovato equilibrio: Ermia potrà sposare Lisandro; Demetrio (ancora
sotto effetto della pozione) sposerà Elena. I luoghi in cui si gioca con lo
scambio di coppia, o con l’esibizionismo/il voyeurismo, sono quindi dei boschi
shakespeariani in cui il caos è propedeutico al mantenimento dell’ordine
costituito: “tu sei roba mia, io sono roba tua”.
> In gruppi come “Mia moglie” non sembra esserci un processo di riconsegna del
> desiderio all’interno della coppia. Il movimento che si osserva, anzi, sembra
> essere più un sussulto personale, in cui la partner è il mezzo, e non il fine.
La mancanza, però, della presenza fisica del partner, rompe un passaggio
fondamentale: la circolarità del processo mimetico. Una volta tolto di mezzo il
“modello”, il desiderio dovrebbe tornare a casa dai due partner, per ristabilire
l’ordine. La dinamica che si verifica in gruppi come “Mia moglie” non sembra
essere quindi un processo di riconsegna del desiderio all’interno della coppia.
Il movimento che si osserva, anzi, sembra essere più un sussulto personale, in
cui la partner è il mezzo, e non il fine. Allora, il fine, qual è?
Da spettatrice di queste interazioni, in cui un uomo chiede a un altro una foto
della compagna, l’altro “ricambia il favore”, e si inizia a parlare di come si
stia masturbando, o di cosa faccia a letto con la moglie, in un ritmo serrato di
botta e risposta, sempre più esplicito, è difficile non pensare a una sessione
di sexting. Dinamica molto simile alla famosa scena di Challengers (2024) di
Luca Guadagnino, in cui i due tennisti vogliono andare a letto con Zendaya,
decidono di fare un threesome, e, quando lei piano piano indietreggia fino a
lasciarli soli a baciarsi, i due nemmeno se ne rendono conto. L’immagine
femminile, in questi casi, sembra avere più la funzione di amuleto. Stringi una
foto al petto, nella speranza di uscire illeso dalla foresta buia della
sperimentazione, dell’omosessualità e dell’identità di genere.
> Catherine MacKinnon in un saggio del 1989 affermava che uomini e donne
> costruiscono la propria identità di genere, attraverso l’erotizzazione del
> dominio e della sottomissione, espressa attraverso l’oggettificazione sessuale
> non consensuale.
Il concetto di amuleto, però, con la sua tenerezza, sembra lasciare fuori gli
aspetti più biechi di questi meccanismi, ovvero quelli in cui non si prende in
prestito la protezione e il coraggio di una persona a cui vogliamo bene, ma la
si sventra per indossare la sua pelle, e ripararsi dai propri desideri. Dinamica
di cui Valerie Solanas parla lungamente in SCUM Manifesto per l’eliminazione del
maschio (1967) ribaltando il concetto di invidia del pene:
> Essendo una femmina incompleta, il maschio passa tutta la vita a cercare
> quello che gli manca, riuscire cioè a diventare femmina […]. In altre parole,
> non sono le donne ad avere l’invidia del pene, ma gli uomini quella della fica
> […]. Scopare protegge gli uomini dal desiderio di essere donna. Il sesso, di
> per sé, è una sublimazione […].
Dal manifesto di Valerie Solanas, prende le mosse anche l’autrice Andrea Long
Chu, nel dare una sua definizione di genere, in contrasto con la vulgata che lo
distingue in modo eccessivamente netto dall’orientamento sessuale:
> Siamo tutti femmine, e tutti odiamo esserlo. Se questo è vero, allora il
> genere è molto semplicemente la forma che questo disprezzo di sé prende nei
> singoli casi. Tutto il genere è misoginia interiorizzata. Una femmina è una
> persona che si è nutrita del disprezzo di un’altra persona, come un’ameba che
> ottiene il proprio nucleo ingoiando il suo vicino […]. Ciò che rende genere il
> genere – la sostanza del genere, per così dire – è il fatto che, in ogni
> singolo caso, esprime i desideri di un’altra persona.
Nel saggio Femmine (2019), Andrea Long Chu, parte dalla tesi che siamo tutte
femmine, che questo non ha nulla a che fare con il sesso biologico, ma piuttosto
con un rituale di umiliazione che può essere inflitto o autoinflitto a uomini e
donne, indistintamente. Prima di lei, c’è stata Catherine MacKinnon, nel saggio
del 1989 Toward a Feminist Theory of the State ad affermare che uomini e donne
costruiscono la propria identità di genere, attraverso l’erotizzazione del
dominio e della sottomissione, espressa attraverso l’oggettificazione sessuale
non consensuale.
Tornando alla domanda su quale sia il fine, possiamo ipotizzare quindi che non
sempre il revenge porn abbia a che fare con una volontà distruttiva della
propria partner, o almeno, esiste una speranza segreta che quella mutilazione
sia un male restituito, che modifichi l’identità stessa del carnefice per
permettergli di entrare in luoghi nuovi, e di essere a sua volta “femmina”
attraverso questo rituale. Alla fine, per avere un quadro ampio del prisma di
desiderio e costruzione identitaria che si cela dietro la condivisione non
consensuale del materiale intimo di una partner, assistiamo a una summa del
pensiero femminista più dirompente, della filosofia della manosphere e dei
discorsi di uno zio ubriaco a Pasqua. Per cui: amare le donne è da froci. La
figa piace a tanti, il cazzo piace a tutti.
L'articolo Sei tu, mia moglie proviene da Il Tascabile.
“U na variante naturale del comportamento sessuale umano”: così molti
concepiscono oggi l’omosessualità. […] Tuttavia in questo senso sono parimenti
‘naturali’: la pedofilia, la violenza sessuale, l’omicidio, ecc.
Pro Vita & Famiglia Onlus, 2015
Così si apre uno degli articoli più emblematici della retorica anti-LGBTQIA+
contemporanea. Un testo che, con linguaggio fintamente pacato ma ideologicamente
feroce, costruisce un castello di nessi logici malfermi per sostenere che
l’omosessualità, benché osservabile nella natura in più di 1500 specie, sarebbe
in realtà contronatura dal punto di vista morale.
Ma cos’è la natura e cosa significa essere contronatura? La domanda è antica, ma
la risposta tutt’altro che fissa. È da questa ferita semantica e filosofica che
si muove il libro Natura contronatura. Estetica ecoqueer (2025) di Dario Alì e
Vincenzo Grasso: un saggio radicale e lucido che non si limita a difendere le
identità queer dalle accuse di “innaturalità”, ma ribalta interamente il tavolo.
La natura che invocano i Pro Vita è tutt’altro che neutra. È una costruzione
ideologica: pura, eterosessuale, bianca e fertile.
Nel popolare game show italiano Ciao Darwin, il gioco prevede l’ingresso della
figura a di “Madre natura”, con la discesa scenica della scalinata accompagnata
dall’Adiemus di Karl Jenkins: la modella scelta era sempre donna, magra, in
bikini e soprattutto senza parola. Ed è così che abbiamo rappresentato la natura
per secoli: muta, desiderabile, docile. Nel libro viene citata la natura secondo
Merchant ovvero repressiva, priva di ironia o ambiguità. Alì e Grasso
ripercorrono i nuovi poteri simbolici e ritrovano proprio “nel Medioevo la
trasformazione del concetto di Natura, che viene investita di un nuovo potere:
diventa la fonte delle leggi morali, giuridiche, sociali. Il rapporto tra quello
che è naturale e un ordine pre-esistente e divino si rafforza e consolida e con
esso l’idea che esista un solo modo ‘giusto’ di esistere e vivere”. Gli esempi
di rappresentazioni di trucidazioni, lapidazioni e violenza, nel corso della
storia dell’arte sono molteplici e Alì e Grasso sottolineano come servissero “a
perpetuare l’oppressione attraverso l’arte, legittimando la violenza simbolica e
fisica nei confronti di chi veniva percepito come l’altro” .
> Nel Medioevo la natura diventa la fonte delle leggi morali, giuridiche,
> sociali. Il rapporto tra quello che è naturale e un ordine preesistente e
> divino si consolida, e con esso l’idea che esista un solo modo “giusto” di
> esistere.
Questa riflessione sull’uso simbolico dell’arte apre a una domanda più profonda:
come si costruisce l’idea di normalità? Da dove nasce l’ossessione culturale per
un “ordine” che separa corpi accettabili da corpi abietti, desideri legittimi da
desideri proibiti? È a partire da questa ossessione che prende forma la visione
estetica e politica della natura che il saggio va a smontare.
> Gli esseri umani, infatti, dimostrano una predisposizione profonda a cercare e
> riconoscere dei pattern di ordine nel mondo naturale. Tali ordini forniscono
> modelli concreti e tangibili per concettualizzare ordini astratti, inclusi
> quelli morali e sociali. In altre parole, la natura serve da vasto repertorio
> di metafore e analogie attraverso le quali rappresentiamo e diamo senso a idee
> complesse di organizzazione e struttura. In quest’ottica, ciò che esiste in
> natura non solo descrive il mondo, ma prescrive anche come il mondo umano
> dovrebbe essere”.
La natura quindi non solo descrive il mondo ma lo plasma. Ma se viene smontata
pezzo per pezzo l’idea di una natura “pura”, preesistente, dominante e
normativa, allora non resta che aprire uno spazio per un altro processo, uno
spazio puramente immaginativo. Se la natura è sempre stata un costrutto storico
e dettato dalla cultura dominante, allora la contronatura può diventare un campo
di possibilità estetico-politiche, un atto di immaginazione e resistenza. E qui
il libro si fa esplosivo. Un esempio illuminante offerto da Alì e Grasso
riguarda il discorso anti-tossico nell’ambientalismo: l’idea che l’inquinamento
chimico alteri un ordine “naturale”. Giovanna Di Chiro (2010) osserva come
questa ansia ambientale contemporanea si intrecci con paure culturali profonde,
come quelle legate alla mascolinità. “‘Nuotare negli estrogeni’ è una delle
immagini ricorrenti nei media scientifici popolari per spiegare l’instabilità
pan-specie della mascolinità, come se l’identità maschile fosse in pericolo per
contaminazione”. Il corpo “naturale” viene così difeso come maschio, cis,
fertile. Il resto è visto come contaminazione, devianza, contronatura.
Nel 1994, sulla rivista accademica UnderCurrents, Shauna M. O’Donnell scriveva
“Una politica della natura non può più essere un’articolazione del privilegio
prescrittivo o descrittivo bianco, maschile ed eterosessuale”. Già allora gli
studenti e le studentesse della York University of Toronto, Canada, si
accorgevano delle intersezioni tra politiche ambientali e teorie queer. Iniziò
così, trent’anni fa, un’esplorazione dello spazio queer in natura, o quella che
viene definita contronatura, una svolta che appare come epocale.
> Se la natura è sempre stata un costrutto storico e dettato dalla cultura
> dominante, allora la contronatura può diventare un campo di possibilità
> estetico-politiche, un atto di immaginazione e resistenza.
Questo scarto tra norma e corpo vissuto attraversa anche l’arte visiva
contemporanea. Alì e Grasso propongono nel saggio un’idea di contronatura
attraverso esempi di arte ecoqueer capace di scardinare le narrazioni
problematiche che riducono il vivente a norma, gerarchia, purezza. Così la
contronatura diventa non solo un atto estetico e un gesto critico ma una vera e
propria possibilità culturale. Tra gli esempi più evocativi c’è Paradise Camp,
l’opera dell’artista indigena queer Yuki Kihara e curata da Natalie King che
mette in discussione i paesaggi, la natura e la visione di Gauguin e del suo
celebre dipinto del 1897 Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?. Nell’opera
di Kihara vengono rappresentate in maniera autentica le identità fa’afafine di
Samoa, un vero e proprio terzo genere. Queste identità sono sempre state
rappresentate in maniera errata dallo sguardo colonizzatore ed eteronormativo di
Gauguin perché piegate a un’unica visione binaria dominante. O maschio o
femmina. Le opere di Yuki Kihara attuano una vera e propria ribellione
dell’ecologia queer, che mostra una natura differente: “L’estetica
eteronormativa prescrive come ‘naturali’ corpi fondati sulla coincidenza tra
sesso biologico e genere, negando loro ogni possibilità di piacere svincolato
dal telos riproduttivo e imponendo l’ideale di corpi progettati per non
fallire”.
Ma il lavoro dell’arte ecoqueer non è solo decostruire una visione imposta, è
anche percorrere nuove strade. Gli esempi proposti da Alì e Grasso mostrano le
rappresentazioni artistiche dell’animale, del mostro e del non umano come
rivendicazione di nuove soggettività. Da TRANSGENESIS (2021) di Agnes
Questionmark che esplora il superamento non solo dei generi ma anche della
stessa umanità, creando una vera e propria nuova specie umano-cefalopode, fino
alle tre serie Green Porno, Seduce Me e Mammas di 38 cortometraggi di Isabella
Rossellini che con la sua ironia, matericità e attorialità mostra la vita
sessuale e i comportamenti riproduttivi delle varie specie.
Nel capitolo dal titolo “Altri mostri”. Alì e Grasso svolgono un lavoro di fino
mostrando mostri, mutanti, corpi trans*, ibridi, chimere: gli attori della nuova
alleanza ecologica che partono dal discorso-manifesto di Paul B. Preciado,
mettendo in discussione il dualismo natura-cultura. Scrive Preciado in Sono un
mostro che vi parla (2021): “È da questa posizione di malato mentale a cui mi
relegate che mi rivolgo a voi, in quanto scimmia-umano di una nuova era. Sono il
mostro che vi parla. Il mostro che avete costruito con i vostri discorsi e le
vostre pratiche”. Questa dichiarazione, poetica e politica, denuncia la recente
storia di patologizzazione per le persone trans*. Infatti solo nel 2018 l’OMS
(Organizzazione Mondiale della Sanità) ha rimosso la disforia di genere dalla
categoria dei disturbi mentali, inserendola in una nuova classificazione,
nell’ambito della salute sessuale, come “incongruenza di genere”. In Italia, il
28 luglio 2025 ha marcato il decennale dell’obbligo alla sterilizzazione
chirurgica delle persone trans* imposto dai tribunali. Per ottenere la
rettificazione anagrafica e la possibilità di procedere alle terapie di
affermazione di genere, si doveva attraversare un rigido processo binario
patologizzante, fatto di giudici, sterilizzazioni forzate e un anno obbligatorio
di psichiatria. Una violenza che non è solo privata, ma sistemica, come
sottolinea anche Preciado: vieni riconosciuto come persona non appena assumi e
introietti i codici del maschile dominante. Questa però è una reiterazione della
stessa gabbia simbolica del quadro di Gauguin. Una scelta binaria. O maschio o
femmina.
> Solo nel 2018 l’OMS ha rimosso la disforia di genere dalla categoria dei
> disturbi mentali, inserendola in una nuova classificazione, nell’ambito della
> salute sessuale, come “incongruenza di genere”.
Ma l’identità trans* non vive in queste logiche binarie eteronormative, per
questo, come sottolineano Alì e Grasso, accogliere la mostruosità significa
accettare la natura dissidente e in continua metamorfosi del proprio corpo
trans*. “Il corpo transessuale è un corpo innaturale” aggiunge nel 1994 Susan
Stryker in My Words to Victor Frankesnstein above the Village of Chamounix “È il
prodotto della scienza medica. È un costrutto tecnologico […] Sento un’affinità
in quanto donna transessuale con il mostro descritto di Frankenstein di Mary
Shelley. Come il mostro, anche io sono molto spesso percepita come non
pienamente umana a causa delle modalità della mie incarnazione […] E come il
mostro rivolgo [la mia rabbia] contro le condizioni nelle quali devo lottare per
poter esistere”.
Così lo spazio della contronatura è quello dove ciò che viene escluso dal
“naturale” può finalmente prendere voce, amare, esistere. Ci sono narrazioni che
si muovono dentro queste coordinate, che mettono al centro corpi queer e trans*
non come trauma ma come possibilità, come felicità, come geografie affettive
capaci di immaginare altri mondi.
Come creare quindi un immaginario altro? Scardinando ciò che viene chiamato
“normale”, restituendo spazio a ciò che è stato rimosso, marginalizzato e
silenziato. Raccontare un paesaggio diverso, fatto di corpi desideranti, non
normalizzati, non regolati dalla paura, è forse uno dei gesti più radicali
attuati da Alì e Grasso per rispondere a chi invoca ancora oggi “la natura” come
confine e condanna.
La contronatura è la possibilità di immaginare altri mondi, altre ecologie,
altri desideri. È un atto necessario in questo contesto politico, e in fondo, è
anche una delle prerogative del lavoro culturale.
L'articolo Natura contronatura. Estetica Ecoqueer di Dario Alì e Vincenzo Grasso
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