C on Controstoria del pensiero della differenza sessuale (2025), Giacomo Gambaro
produce un gesto teorico di rovesciamento. Non solo di una cronologia – quella
che da Carla Lonzi conduce a Luisa Muraro passando per Luce Irigaray – ma di
un’intera modalità di intendere la genealogia come fondazione, la teoria come
sintesi e la differenza sessuale come figura stabile e riconoscibile.
L’operazione, sin dal sottotitolo (Da Luisa Muraro a Carla Lonzi), si dichiara
polemicamente antilineare: non per ripristinare una verità perduta o riformulare
un’origine “autentica” del pensiero femminista italiano, ma per de-costituire
l’unitarietà concettuale di quello che era stato costituito come “un pensiero
della differenza”.
Il volume si articola in quattro capitoli, preceduti da una premessa che
esplicita il movimento retrospettivo del lavoro: dalla ricostruzione dell’ordine
simbolico della madre alla riapertura di uno spazio teorico in Lonzi. Il primo
capitolo affronta la cornice teorica entro cui si è costituito il pensiero della
differenza sessuale, ponendo al centro la questione del “partire da sé” e della
tensione tra parola e piacere. Il secondo capitolo analizza la svolta
identitaria del pensiero italiano della differenza, soffermandosi sulla
progressiva eclissi della sessualità a favore della genealogia materna,
attraverso una lettura approfondita di Nonostante Platone (1990) di Adriana
Cavarero e L’ordine simbolico della madre (1991) di Muraro. Il terzo capitolo è
dedicato al pensiero di Luce Irigaray, con particolare attenzione ai due “ceppi”
della simbolizzazione – genealogico ed erotico-desiderativo – e alla possibilità
di una mediazione tra parola e piacere. Infine, il quarto capitolo propone una
lettura sistematica di Lonzi, dove l’autocoscienza, la sessualità e il simbolico
vengono interrogati a partire dalla frizione tra corpo e linguaggio, fino alla
figura della donna clitoridea come soggettività imprevista.
In questa recensione, scelgo di non ripercorrere nel dettaglio l’analisi
testuale – puntuale e rigorosa – condotta da Gambaro nei diversi capitoli. Il
mio interesse si concentra piuttosto sul gesto metodologico che attraversa
l’intero libro: una controstoria che non si limita a riorganizzare il materiale
teorico, ma ne scardina le premesse, restituendo alla differenza sessuale la sua
dimensione mobile, erotica e politica. Da qui la scelta metodologica di operare
a ritroso, risalendo il percorso teorico che ha condotto alla codificazione del
simbolico materno. Un movimento che non intende smentire i nessi storici, ma
renderne visibili i presupposti, e con essi le esclusioni. È a partire da questa
dinamica che l’autore individua, nel pensiero di Lonzi, il luogo di riapertura
critica del pensiero della differenza.
Dall’ordine della madre alla sessualità come sperimentazione
Il movimento di Controstoria prende le mosse da una diagnosi precisa. Nella
tradizione italiana del pensiero della differenza – osserva Gambaro – la
duplicità individuata da Irigaray nei due “ceppi” della simbolizzazione,
genealogico ed erotico-desiderativo, è andata progressivamente appiattendosi sul
primo. Ciò che viene criticato in questa operazione è il processo di
teoretizzazione che ha condotto, a partire dalla fine degli anni Settanta, a
fissare la differenza sessuale come principio univoco, identitario e normativo,
smarrendone la dimensione originariamente mobile, plurale, non conciliabile. Le
opere di Cavarero (Nonostante Platone) e di Muraro (L’ordine simbolico della
madre) rappresentano, per Gambaro, il punto di svolta in cui il pensiero della
differenza si costituisce come teoria sistematica. È in questi testi che prende
forma un simbolico delle donne costruito su una precisa assunzione del corpo
femminile: non più come corpo desiderante, ma come corpo sessuato, segnato dalla
genealogia materna.
> Il privilegio accordato alla madre come figura d’origine ha finito per
> escludere la sessualità come principio di apertura e di instabilità, riducendo
> la differenza a identità genealogica.
Questa identificazione – tra differenza e sessuazione, tra madre e
significazione – segna, secondo Gambaro, un punto di involuzione teorica: la
differenza si cristallizza in fondamento, si fa principio ordinativo, perdendo
la sua tensione costitutivamente instabile. In questo processo, la dimensione
della sessualità – che in Irigaray non coincide con la sessuazione biologica, ma
con la forza del desiderio e del piacere come elementi di dislocazione del
linguaggio – è stata progressivamente neutralizzata. Il privilegio accordato
alla madre come figura d’origine ha finito per escludere la sessualità come
principio di apertura e di instabilità, riducendo la differenza a identità
genealogica.
È proprio in questo passaggio che Gambaro introduce il discrimine teorico
fondamentale: la differenza sessuale, nella lettura di Irigaray e – in modo
ancor più radicale – di Lonzi, non può ridursi alla sessuazione biologica, alla
pura identità nella corporeità sessuata. Al contrario, in entrambe le
pensatrici, la differenza apre alla dimensione del desiderio, del piacere,
dell’erotismo come forze dislocanti e generative, che incidono sul simbolico
senza ricondurlo a un ordine stabile. Come scrive Gambaro, Irigaray e Lonzi “non
delineano un accesso al simbolico che dovrebbe consumarsi mediante la presa in
carico pressoché esclusiva del corpo sessuato, ma si interrogano allo stesso
tempo sulle potenzialità insite nell’esperienza della sessualità”.
Riaprire il versante della sessualità, per Gambaro, significa restituire al
pensiero della differenza la sua potenza. In Lonzi, la sessualità non è
riducibile alla sessuazione, ma si lega al desiderio come principio di piacere e
di significazione. L’autocoscienza diventa così spazio produttivo – non
ordinativo – in cui il simbolico si apre alla trasformazione. Il soggetto
femminile non si costituisce per opposizione al patriarcato, ma vi si sottrae,
affermandosi come soggetto imprevisto, in una frizione continua tra parola,
corpo e senso.
Figure della controeffettuazione
In Lonzi, il pensiero della differenza non si dispone come costruzione
sistematica, ma come campo di tensioni. È quanto emerge dall’attraversamento
operato da Gambaro, che si sviluppa lungo il filo di quelle che potremmo
chiamare figure di controeffettuazione: effetti del rapporto mai risolto tra il
piano del vissuto e quello del discorso.
> Riaprire il versante della sessualità, per Gambaro, significa restituire al
> pensiero della differenza la sua potenza. In Lonzi, la sessualità non è
> riducibile alla sessuazione, ma si lega al desiderio come principio di piacere
> e di significazione.
La più fondamentale, che costituisce la matrice di tutte le altre, è quella
dell’autocoscienza, che Gambaro restituisce come uno dei dispositivi più
radicali del pensiero di Lonzi. Quello aperto dall’autocoscienza è uno spazio in
cui il simbolico può essere riattraversato, forzato, riscritto, dove si rompe
l’ordine del discorso dominante e si produce un accesso singolare, mai
generalizzabile, al senso. L’autocoscienza è anche un gesto di
deculturalizzazione: non solo decostruzione delle narrazioni patriarcali, ma
liberazione della soggettività dai codici interiorizzati che hanno modellato il
femminile secondo l’immaginario maschile. Deculturalizzare, per Lonzi, significa
sottrarsi alla complementarietà, disfare i presupposti simbolici che legano la
donna a un ruolo nella dialettica servo-padrone.
Da questa pratica scaturisce la possibilità di una “trascendenza femminile”, non
come elevazione o fondazione di un ordine altro, ma – come Gambaro insiste a
sottolineare – come gesto di sottrazione. Separarsi dal codice dominante non
significa inscriversi in un simbolico nuovo, ma disattivare i presupposti che
hanno reso la soggettività femminile dicibile solo entro le topologie del sapere
patriarcale. La trascendenza, in questo orizzonte, è apertura a una
significazione inedita, a partire dal proprio vissuto.
In questa zona di interferenza tra corpo, linguaggio e desiderio, Gambaro
rintraccia la figura della donna clitoridea. Non un’identità alternativa alla
donna vaginale, né un’essenza sessuale da opporre all’impianto genealogico, ma
un’immagine attraversata dalla frizione tra sessualità e simbolico. La donna
clitoridea è l’operatore fondamentale della controeffettuazione: “figura della
non coincidenza”, essa segna il punto di interferenza a partire da cui il
versante decostruttivo della deculturalizzazione si apre alle linee di
significazione altre.
È proprio su questa coppia – clitoridea/vaginale – che Gambaro offre uno degli
esempi più nitidi del proprio metodo. Invece di trattarle come polarità teoriche
o come topografie opposte della sessualità femminile, mostra come la loro
“convergenza differenziale” venga articolata non da una teoria, ma
“attraversata, scardinata e risignificata dalla pratica autocoscienziale
stessa”. È in questa convergenza che si manifesta la dirompenza
dell’autocoscienza femminista come “fucina dell’autonoma soggettivazione
femminile”: non un riconoscimento che si chiude nella forma dell’identità, ma
una pratica che apre e tiene aperto lo spazio del senso. Uno dei nuclei teorici
più rilevanti del libro è proprio la distinzione tra simbolico come ordine e
simbolico come spazio. L’autore mostra come, in Lonzi, questo spazio di
significazione non è prescrittivo, ma aperto, mobile, generativo.
> L’autocoscienza femminista come “fucina dell’autonoma soggettivazione
> femminile”: non un riconoscimento che si chiude nella forma dell’identità, ma
> una pratica che apre e tiene aperto lo spazio del senso.
La differenza quindi ha uno statuto di scarto, polemico e destabilizzante: crea
uno iato tra esperienza della corporeità e senso, tra vissuto e parola, e in
questo iato apre il campo della sperimentazione. La differenza sessuale è allora
delineata dall’autore non come identità, ma come pratica: essa “si configura nei
termini del movimento con cui si afferma una propria sessualità non conforme
rispetto a quanto prestabilito dall’ordine maschile-patriarcale, rivendicandone
il senso”.
Lo spazio del pensiero. Autocoscienza e vuoto operativo
Questo gesto, che nel dettaglio si dispiega come operazione critica sul senso, è
anche la cifra dell’intero movimento teorico del libro. Controstoria non si
chiude su una nuova teoria della differenza. Non è un caso che le opposizioni
centrali (madre/amante, clitoridea/vaginale, soggetto/imprevisto) non vengano
mai stabilizzate, né teoricamente né retoricamente. Il testo si dispone come
vuoto operativo, come spazio dove la differenza torna a essere una pratica da
esercitare. Lo stesso atto del pensare viene così dislocato: la filosofia non è
più il luogo della sintesi o del fondamento, ma quello del vuoto da cui si può
ricominciare.
In questa genealogia à rebours, non si tratta per Gambaro di restituire
un’origine, né di emendare una successione. Controstoria non mira a restituire
linearità là dove vi erano scarti, ma a sostare in quegli scarti stessi, a farne
il luogo del pensiero. Nel momento in cui il fondamento si ritrae, ciò che
rimane non è un residuo di verità, ma il movimento stesso del pensare – quella
soglia in cui il senso si produce e si disfa, a contatto con l’esperienza.
Quando Lonzi scrive che, abbandonando i presupposti del pensiero patriarcale,
ritrova il proprio vissuto (È già politica. Scritti di Rivolta femminile, 1977),
non indica un ritorno alla base, ma la possibilità di una pratica che
ricongiunge parola e corpo senza subordinare l’una all’altro. Il vissuto nelle
pratiche di autocoscienza non è ciò che precede la teoria, ma ciò che la
confronta e la riapre continuamente. È da questo punto che Gambaro riprende il
filo: il pensiero come esercizio che si misura con la propria opacità.
> Lo stesso atto del pensare viene così dislocato: la filosofia non è più il
> luogo della sintesi o del fondamento, ma quello del vuoto da cui si può
> ricominciare.
L’autocoscienza è, secondo le parole di Gambaro, “il medium […] con cui
congiungere la parola – il senso – al piacere – alla corporeità – senza condurre
a una chiusura del simbolico, ma comportando anzi una sua incessante, feconda
apertura”. In questa formulazione si raccoglie a nostro avviso il cuore del
libro. Là dove il pensiero si riconosce insufficiente, Gambaro ne mostra
tuttavia la potenza: la possibilità di una filosofia che non si fonda, ma
comincia – ogni volta – da un vuoto, da uno spazio in cui la parola e il
piacere, il corpo e il senso, tornano a interrogarsi reciprocamente. Forse è
qui, in questa soglia aperta, che la controstoria della differenza trova la sua
forma più compiuta: non nel dire qualcosa di nuovo, ma nel rendere di nuovo
possibile che qualcosa si pensi.
L'articolo Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa Muraro
a Carla Lonzi di Giacomo Gambaro proviene da Il Tascabile.
Tag - sessualità
I l caso “Mia moglie”, in cui un numero cospicuo di uomini pare si scambiasse
materiale sulle proprie compagne ignare, come spesso accade, ha generato una
mitosi cellulare dell’opinione sui social. Da una parte, le persone brandizzate
“empatiche” che hanno ovviamente reagito con biasimo, paura e costernazione,
ritirando fuori dalla credenza il servizio di piatti buoni: termini come
“violenza strutturale” o “stupro digitale”; dall’altra, i cinici e i
“complottisti”, che, ostentando una certa conoscenza delle dinamiche mondane
(soprattutto quelle che riguardano lo sfregamento genitale) hanno tirato in
mezzo scambismo, esibizionismo, cuckhold e porcate varie, ipotizzando un caso
mediatico montato sulla base della “sessuofobia”, strizzando l’occhio alla
comunità dei maialoni in cui non avranno mai il coraggio di entrare davvero.
Per analizzare il fenomeno, possiamo partire dal presupposto che abbiano ragione
entrambi. Anzi, non sono nemmeno due posizioni che si escludono a vicenda. Il
possesso, e tutti quei sentimenti da sempre strutturali (oggi demonizzati) nella
coppia eterosessuale, sono il terreno fertile in cui nascono quelle fantasie
che, si ipotizza, venissero messe in atto in gruppi come “Mia moglie”.
Dall’esperienza empirica che ho avuto, frequentando serate scambiste e BDSM,
quel tipo di sessualità mi è sempre sembrata un rituale celebrativo del possesso
e della simbiosi. In quel genere di luoghi, questi sentimenti avevano la
possibilità di essere sfidati ‒ solo per uscirne ricompattati ancora più
saldamente. “Mia moglie è libera perché io le concedo di essere libera”; “Mia
moglie può andare a letto con altri uomini, perché io desidero che lo faccia”;
“Mia moglie può andare a letto con altri uomini, scelti da me, con me presente,
perché io desidero che lo faccia”. Un’opinione genuina di queste ragazze è
difficile da ricostruire.
> Il possesso, e tutti quei sentimenti da sempre strutturali (oggi demonizzati)
> nella coppia eterosessuale, sono il terreno fertile in cui nascono quelle
> fantasie che, si ipotizza, venissero messe in atto in gruppi come “Mia
> moglie”.
I luoghi virtuali appaiono molto simili, con la sola differenza per cui, questa
volta, la partner sparisce totalmente dall’equazione, essendo addirittura
inconsapevole. Ovviamente tutto ciò non gode della stessa ambiguità morale che
si riscontra nei luoghi “della vita vera”: ciò che accade in gruppi come “Mia
moglie” è sicuramente sbagliato.
Azzerando il giudizio morale, l’equazione continua, però, a non tornare. A una
prima analisi del fenomeno di questi gruppi Facebook, si potrebbe pensare a una
sorta di scambismo/esibizionismo che ignora completamente il consenso di una
delle parti coinvolte. Ci troveremmo, dunque, di fronte a una classica
diffrazione di stampo girardiano: quando siamo assuefatti a una persona,
cerchiamo di trasfigurarla attraverso lo sguardo di qualcuno che prendiamo a
modello (in questo caso specifico molto spesso è antimodello), affinché ci
riconsegni il nostro desiderio restaurato, fortificato dalla mediazione.
Come avviene nell’opera ampiamente girardiana Sogno di una notte di mezza
estate: Ermia è innamorata, ricambiata, di Lisandro, ma l’autorità paterna
ostacola il loro amore. Decidono, quindi, di fuggire per sposarsi. Nella notte
si troveranno ad attraversare un bosco, seguiti segretamente da Demetrio
(promesso sposo di Ermia) e da Elena (innamorata di Demetrio e amica di Ermia).
Lontano dalle mura cittadine, e grazie all’intervento di una pozione d’amore,
nottetempo, i sentimenti si capovolgeranno e le coppie verranno rimescolate,
generando il caos. L’opera si conclude con il sorgere del sole, che corrisponde
anche a un ritrovato equilibrio: Ermia potrà sposare Lisandro; Demetrio (ancora
sotto effetto della pozione) sposerà Elena. I luoghi in cui si gioca con lo
scambio di coppia, o con l’esibizionismo/il voyeurismo, sono quindi dei boschi
shakespeariani in cui il caos è propedeutico al mantenimento dell’ordine
costituito: “tu sei roba mia, io sono roba tua”.
> In gruppi come “Mia moglie” non sembra esserci un processo di riconsegna del
> desiderio all’interno della coppia. Il movimento che si osserva, anzi, sembra
> essere più un sussulto personale, in cui la partner è il mezzo, e non il fine.
La mancanza, però, della presenza fisica del partner, rompe un passaggio
fondamentale: la circolarità del processo mimetico. Una volta tolto di mezzo il
“modello”, il desiderio dovrebbe tornare a casa dai due partner, per ristabilire
l’ordine. La dinamica che si verifica in gruppi come “Mia moglie” non sembra
essere quindi un processo di riconsegna del desiderio all’interno della coppia.
Il movimento che si osserva, anzi, sembra essere più un sussulto personale, in
cui la partner è il mezzo, e non il fine. Allora, il fine, qual è?
Da spettatrice di queste interazioni, in cui un uomo chiede a un altro una foto
della compagna, l’altro “ricambia il favore”, e si inizia a parlare di come si
stia masturbando, o di cosa faccia a letto con la moglie, in un ritmo serrato di
botta e risposta, sempre più esplicito, è difficile non pensare a una sessione
di sexting. Dinamica molto simile alla famosa scena di Challengers (2024) di
Luca Guadagnino, in cui i due tennisti vogliono andare a letto con Zendaya,
decidono di fare un threesome, e, quando lei piano piano indietreggia fino a
lasciarli soli a baciarsi, i due nemmeno se ne rendono conto. L’immagine
femminile, in questi casi, sembra avere più la funzione di amuleto. Stringi una
foto al petto, nella speranza di uscire illeso dalla foresta buia della
sperimentazione, dell’omosessualità e dell’identità di genere.
> Catherine MacKinnon in un saggio del 1989 affermava che uomini e donne
> costruiscono la propria identità di genere, attraverso l’erotizzazione del
> dominio e della sottomissione, espressa attraverso l’oggettificazione sessuale
> non consensuale.
Il concetto di amuleto, però, con la sua tenerezza, sembra lasciare fuori gli
aspetti più biechi di questi meccanismi, ovvero quelli in cui non si prende in
prestito la protezione e il coraggio di una persona a cui vogliamo bene, ma la
si sventra per indossare la sua pelle, e ripararsi dai propri desideri. Dinamica
di cui Valerie Solanas parla lungamente in SCUM Manifesto per l’eliminazione del
maschio (1967) ribaltando il concetto di invidia del pene:
> Essendo una femmina incompleta, il maschio passa tutta la vita a cercare
> quello che gli manca, riuscire cioè a diventare femmina […]. In altre parole,
> non sono le donne ad avere l’invidia del pene, ma gli uomini quella della fica
> […]. Scopare protegge gli uomini dal desiderio di essere donna. Il sesso, di
> per sé, è una sublimazione […].
Dal manifesto di Valerie Solanas, prende le mosse anche l’autrice Andrea Long
Chu, nel dare una sua definizione di genere, in contrasto con la vulgata che lo
distingue in modo eccessivamente netto dall’orientamento sessuale:
> Siamo tutti femmine, e tutti odiamo esserlo. Se questo è vero, allora il
> genere è molto semplicemente la forma che questo disprezzo di sé prende nei
> singoli casi. Tutto il genere è misoginia interiorizzata. Una femmina è una
> persona che si è nutrita del disprezzo di un’altra persona, come un’ameba che
> ottiene il proprio nucleo ingoiando il suo vicino […]. Ciò che rende genere il
> genere – la sostanza del genere, per così dire – è il fatto che, in ogni
> singolo caso, esprime i desideri di un’altra persona.
Nel saggio Femmine (2019), Andrea Long Chu, parte dalla tesi che siamo tutte
femmine, che questo non ha nulla a che fare con il sesso biologico, ma piuttosto
con un rituale di umiliazione che può essere inflitto o autoinflitto a uomini e
donne, indistintamente. Prima di lei, c’è stata Catherine MacKinnon, nel saggio
del 1989 Toward a Feminist Theory of the State ad affermare che uomini e donne
costruiscono la propria identità di genere, attraverso l’erotizzazione del
dominio e della sottomissione, espressa attraverso l’oggettificazione sessuale
non consensuale.
Tornando alla domanda su quale sia il fine, possiamo ipotizzare quindi che non
sempre il revenge porn abbia a che fare con una volontà distruttiva della
propria partner, o almeno, esiste una speranza segreta che quella mutilazione
sia un male restituito, che modifichi l’identità stessa del carnefice per
permettergli di entrare in luoghi nuovi, e di essere a sua volta “femmina”
attraverso questo rituale. Alla fine, per avere un quadro ampio del prisma di
desiderio e costruzione identitaria che si cela dietro la condivisione non
consensuale del materiale intimo di una partner, assistiamo a una summa del
pensiero femminista più dirompente, della filosofia della manosphere e dei
discorsi di uno zio ubriaco a Pasqua. Per cui: amare le donne è da froci. La
figa piace a tanti, il cazzo piace a tutti.
L'articolo Sei tu, mia moglie proviene da Il Tascabile.
C osa rimane oggi del desiderio? Nel suo saggio La saggezza del desiderio. Stare
di fronte all’assenza di stelle – pubblicato a giugno 2025 dalla casa editrice
Mimesis – la musicologa e filosofa Danielle Cohen-Levinas, fondatrice del Centre
Emmanuel Levinas presso l’Università Sorbona di Parigi, mette a tema, passando
dall’Etica Nicomachea di Aristotele ai più recenti saggi del filosofo italiano
Giorgio Agamben, una riflessione filosofica rigorosa attorno al problema del
desiderio.
Il pensiero del desiderio proposto da Cohen-Levinas, seguendo la traccia
lasciata da Platone nel Simposio, prende le mosse dal binomio, solo
apparentemente paradossale, saggezza-desiderio annunciato nel titolo. “Perché
associare due termini, saggezza e desiderio, che la nostra tradizione filosofica
ha piuttosto avuto la tendenza a opporre, o quantomeno a separare?” è
l’interrogativo con cui si apre il breve saggio, che è una rielaborazione della
lectio magistralis tenuta al festival Filosofi lungo l’Oglio nel luglio 2024.
Si tratta, seguendo Cohen-Levinas, di superare il pensiero del desiderio come
qualcosa che rinvia soltanto a “un eccesso, ad una pulsione, anzi ad
un’ossessione impossibile da soddisfare o da colmare”: se l’oggetto del
desiderio è “per definizione, assente” allora vi è una saggezza propria del
desiderare che consiste nel desiderare ciò che non ci appartiene. “Desiderare fa
segno ad un movimento di disappropriazione che obbliga […] che consente di
rispondere adeguatamente ad una sollecitazione esteriore a sé, a degli effetti
venuti d’altrove”: questa saggezza è un tutt’uno con il desiderio, e si tratta
di una saggezza pratica che il greco antico, con Aristotele e con Platone,
esprime con la parola φρόνησις (phronesis). La φρόνησις, saggezza pratica,
consiste in una saggezza etica, che va pensata come apertura e come incontro con
l’Altro, nella linea del pensiero di Emmanuel Levinas: il desiderio di quello
che non ci appartiene consiste, per l’appunto, in un movimento di spossessamento
del sé e di apertura. “Desiderare – scrive Cohen-Levinas – significa spalancare
grandi finestre sul mondo, unica possibilità per noi di essere vivi e di
rimanere tali”.
L’incontro con l’Altro è dunque il momento fondante dell’etica, che dischiude
tale saggezza pratica. Ma perché, torniamo a chiederci, proprio l’incontro? E
perché il desiderio?
> La nostra soggettività è sinonimo di desiderio; desiderio metafisico
> dell’altro – questa alterità dell’altro che non possederò mai. Il desiderio di
> spossessamento – e non di possesso – ci rende capaci di alzare lo sguardo o
> (di indirizzare) la parola verso l’assenza di stelle, finché l’illuminazione
> profana o trascendente si palesa.
Cohen-Levinas pensa all’incontro come dono, e alla generosità del desiderio –
una generosità, avrebbe detto Emmanuel Levinas, che impone sempre anche la
responsabilità verso l’Altro, che sempre ci inchioda e ci obbliga, pur
restandoci sempre irraggiungibile.
> “Perché associare due termini, saggezza e desiderio, che la nostra tradizione
> filosofica ha piuttosto avuto la tendenza a opporre, o quantomeno a
> separare?”.
Davanti a me, e proprio per questo sempre distante da me, pur nel suo
progressivo e costante farsi prossimo: questo paradosso dell’alterità viene
illuminato grazie alla riflessione sul desiderio, che mette in luce come non sia
mai possibile appropriarsi dell’Altro. La sua radicale distanza, distanza
rispetto alla quale è impossibile trovare un punto di mediazione, è uno dei
punti cardine dell’etica levinassiana, che Cohen-Levinas qui porta avanti e
arricchisce grazie agli strumenti forniti dal pensiero del desiderio.
Desiderare non significa infatti altro che “stare di fronte all’assenza delle
stelle”, non perché queste ultime siano scomparse, ma proprio in ragione della
incolmabile distanza che da esse ci separa:
> Non si tratta di desiderare un cielo vuoto, né di idealizzare la mancanza,
> l’assenza di trascendenza che peserebbe sulla nostra psiche al punto di
> paralizzare il desiderio di esporsi a un’esperienza radicalmente altra […].
> Questa condizione significa essere in grado di stare di fronte a ciò di cui
> non possiamo appropriarci.
L’immagine di questo desiderio, che è sopportazione dell’assenza, è quella della
carezza, particolarmente cara sia al pensiero fenomenologico tout court sia, in
particolare, alla riflessione levinassiana. Il simbolo che la carezza dischiude
è quello del tocco, momento di avvicinamento tanto quanto della dimostrazione
radicale della separazione – rappresentata a propria volta dall’ambivalenza
della pelle, che espone e racchiude, permette il tocco e tuttavia proprio nel
tocco marca la distanza.
> Accontentandosi di non impadronirsi di nulla, di non possedere nulla, la
> carezza è il luogo di una donazione assoluta, senza ritorno, né reciprocità,
> né pretesa di ottenere qualcosa in cambio. La carezza non accarezza che ciò di
> cui non potrebbe mai appropriarsi o avere il controllo […] non è invadente,
> non comanda nulla, non aspira a nulla, neppure il proprio desiderio di
> accarezzare rivolto ad altri.
Il passaggio attraverso la rilettura del Cantico dei Cantici, l’Inno biblico del
desiderio, traducibile dall’ebraico anche come Eccedenza delle eccedenze,
Traccia delle tracce, permette ancora una volta, nella parte conclusiva del
saggio, di insistere sui caratteri di generosità e di abbondanza del desiderio,
e della sua spinta di uscita dal sé. Questo racconto di un “desiderio
immemoriale” insiste sull’aspetto carnale (e incarnato) del desiderio, che le
pagine dedicate alla carezza avevano anticipato.
> Il paradosso dell’alterità viene illuminato grazie alla riflessione sul
> desiderio, che mette in luce come non sia mai possibile appropriarsi
> dell’Altro.
La Bibbia racconta, in questo senso, la saggezza del corpo, e la saggezza del
desiderio del corpo: la sessualità, Yada, viene chiamata attraverso l’atto di
conoscersi. “Conoscersi carnalmente indica che il corpo nasconde un sapere
ignaro dell’Altro che sarebbe la vera e propria saggezza del desiderio”. Si
tratta allora di non dimenticare il legame “tra conoscere, riconoscere, amare e
desiderare”, e l’aspetto radicalmente erotico e carnale del desiderio, che il
Cantico del Cantici, come sottolinea Cohen-Levinas, radicalizza. In questa
direzione, quella della conversione e dello spostamento del Sé verso il polo
dell’Altro, l’Inno può allora arrivare a dire che “L’amore è forte come la
morte”: un rinnovamento costante, apertura sconfinata, dono che si esprime nella
logica della sovrabbondanza e nella rinuncia al possesso.
Non desiderio di saggezza, dunque, ma la saggezza del desiderio: il tocco di “un
oggetto che non si materializza mai completamente, tra fenomeno e non fenomeno,
tra carne e corpo, tra pelle e una nudità che può giungere fino all’invisibile”.
Il saggio di Cohen-Levinas procede dunque in una direzione che è tesa a mettere
in luce l’etica del desiderio e i suoi aspetti incarnati e relazionali – e non è
forse un caso che l’ultimo decennio abbia visto un fiorire di statistiche e
report che ci descrivono come sempre più soli, sempre più infelici, e con vite
erotiche sempre meno soddisfacenti: c’è un nesso forte tra la solitudine e
quella che è stata chiamata “recessione sessuale”, che ha a che fare con un
isolamento psichico che si trasforma nell’orrore del tocco, della carezza.
Nonostante Cohen-Levinas non indaghi esplicitamente questi aspetti eminentemente
sociali, mi sembra che il suo saggio si possa leggere in consonanza con lavori
di altre discipline che in qualche maniera lo completano, guardando allo stesso
tema a partire da un’altra prospettiva. Uno di questi è il saggio Il declino del
desiderio (2022) dello psicoanalista milanese Luigi Zoja. Il “desiderio” del
titolo di Zoja potrebbe essere sostituito con “relazione” molto più che con
Eros.
Eppure, come mostra Danielle Cohen-Levinas, tra relazione ed Eros c’è una
continuità, costituita dalla saggezza annunciata nel titolo: la saggezza etica
del desiderio che si svolge a partire dall’accettazione della separazione e
della distanza; un secondo elemento di questa saggezza, che il saggio non
esplora fino in fondo, è quello del rischio che deriva dall’esposizione del Sé
all’Altro: rischio che, come dicevamo, in una contemporaneità nevroticamente
ossessionata dal mito dell’autonomia e dell’indipendenza non può che
trasformarsi nel terrore di farsi toccare dall’Altro e dal suo sguardo, di
vedersi riconosciuti e di riconoscere la propria vulnerabilità.
L'articolo La saggezza del desiderio di Danielle Cohen-Levinas proviene da Il
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