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I diritti del più-che-umano
I diritti sono questione di linguaggio. Non solo perché il rispetto dei diritti si manifesta nel modo in cui ci si rivolge all’altro o altra da sé, ma soprattutto perché la presa di parola e l’autorappresentazione sono atti fondativi dell’entrata nel consorzio giuridico, e prima ancora sociale. Con alterne fortune, e in processi ancora in via di negoziazione, sono state le parole (scritte, cantate, pronunciate nei parlamenti e nei tribunali, gridate nelle manifestazioni e negli scioperi) a reificare e rinforzare i diritti delle minoranze etniche e religiose, delle donne e delle persone LGBTQIA+, delle classi subalterne. È dunque inevitabile che anche il riconoscimento dei diritti del mondo più-che-umano passi attraverso una reinterpretazione radicale delle sue capacità espressive. E visto che le parole sono importanti, l’espressione più-che-umano – in inglese abbreviata in MOTH (MOre-Than-Human), acronimo evocativo che letteralmente significa “falena” – si deve a David Abram, che per primo la introdusse nel 1996 in The Spell of the Sensuous. Testo fondativo della filosofia ecologica contemporanea, dopo trent’anni finalmente disponibile anche in italiano grazie alla traduzione di Daniela Boccassini, L’incanto del sensibile propone una visione del linguaggio e della percezione come questioni sempre più estese rispetto all’ambito umano. Oltre il concetto di ambiente (che tende a ridurre tutte le altre specie a mero sfondo delle attività antropiche), oltre quello di natura (troppo spesso contrapposto a cultura), la nozione di più-che-umano include e al tempo stesso travalica l’umano, interpretando la creatività, la tecnologia e il linguaggio come spettri a diverse lunghezze distribuite tra tutte le forme di vita. Il discorso viene talvolta esteso anche alle capacità dell’intelligenza artificiale, che però non è il focus di questo articolo, pensato piuttosto in relazione alle tante e varie forme di intelligenze “naturali”. > Oltre il concetto di ambiente e quello di natura (troppo spesso contrapposto a > cultura), la nozione di più-che-umano include e al tempo stesso travalica > l’umano, interpretando la creatività, la tecnologia e il linguaggio come > spettri a diverse lunghezze distribuite tra tutte le forme di vita. Diritti più-che-umani: una questione naïve? In ambito legale si sta dunque passando progressivamente dal discorso sui diritti della natura a quello sui diritti del più-che-umano, come testimoniato da More Than Human Rights: An Ecology of Law, Thought, and Narrative for Earthly Flourishing (2024), testo-chiave del programma MOTH, edito da César Rodríguez-Garavito. Il movimento muove da due assunti interconnessi. In primo luogo, e come già discusso nelle proposte di nuove ecologie politiche di Bruno Latour e Jane Bennett (rispettivamente in Politiche della natura, 2000, e Materia vibrante, 2023), l’atto democratico per eccellenza è costituito dal riconoscimento di un’infondata “partizione del sensibile”, che rende alcuni soggetti parte della vita pubblica, relegandone altri al di sotto della soglia di attenzione giuridica, se non morale – peccato originario che affonda le radici già nella cosiddetta democrazia ateniese, che relegava gli schiavi allo status di oggetti privi di qualsiasi diritto. L’idea è quella di includere nel discorso legale anche i soggetti più-che-umani, finora nel migliore dei casi ridotti a oggetti di proprietà, nel peggiore del tutto ignorati. D’altro canto, l’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una società da ricostituire, secondo le dinamiche del migliore intersezionalismo. Nel suo ultimo libro, È vivo un fiume? (2025), Robert Macfarlane affronta la questione posta dal titolo e racconta di come fosse stata liquidata in partenza da uno dei suoi figli che, con la spontaneità dell’infanzia, gli avrebbe detto: “Ma dai, papà, sarà un libro corto […] perché la risposta è sí!”. Esiste in effetti una posizione che si potrebbe definire naïve nel dibattito sulla vitalità e sui diritti del mondo più-che-umano, seguendo la quale tanto inchiostro e fiato si potrebbero risparmiare – e, si badi, è il caso di una naïveté tutta al positivo, candida ma non ottusa. È la condizione appunto dei bambini, abituati a riconoscere la vita in tutte le sue forme, a dare voce agli animali e agli oggetti, ad affezionarsi alle piante e agli spazi. Ed è il modo d’essere di molte comunità indigene in tutto il mondo, in cui l’animismo ha continuato per millenni a fornire le fondamenta di ogni comportamento individuale e collettivo – centrale infatti nella proposta di un’antropologia oltre l’umano di Eduardo Kohn, in Come pensano le foreste (2021). > L’estensione dei diritti ai membri più vulnerabili di una rinnovata polis > multispecie non implica una limitazione dei diritti umani già esistenti, come > paventato da alcuni, ma piuttosto un rafforzamento dell’ethos inclusivo di una > società da ricostituire. Come nella Storia del genere umano di Leopardi, c’è un parallelo tra la condizione infantile e quella apparentemente primitiva – ma che in realtà è molto più contemporanea di quanto una certa intelligentsia occidentale si sia convinta a colpi di colonizzazioni e denigrazioni filosofiche. Yuvan, uno dei personaggi che accompagnano Macfarlane nella tappa indiana del suo viaggio intercontinentale – quella centrale, dopo l’esplorazione nella foresta di Los Cedros in Ecuador e prima del Mutehekau Shipu canadese – si chiede: > Che cosa può essere successo a un mondo in cui l’animismo è una rarità, o è > visto come una “stranezza”? Ma che cosa c’è di “strano” nel percepire > l’estensione e l’energia della vita che ci circonda, e di tutte le vite con > cui si intreccia ognuna delle nostre piccole vite? Quel che è successo sono decenni, secoli di cosiddetto sviluppo incentrato sul solo profitto economico, sono la ridicolizzazione della poesia e la brutalizzazione della bellezza, sono l’annichilimento politico di ogni pluralismo e una pulsione di morte che dal centro dell’occidente atlantico si propone di trascinare con sé quante più fette di mondo possibile. Sono il graduale silenziamento della polifonia di voci e versi e canti in cui siamo immersi – come già profetizzato da Rachel Carson nell’agghiacciante apertura di Primavera silenziosa – e, insieme a questi, la messa a tacere di qualsiasi contraddittorio intellettuale complesso. Radicalismo oltranzista Se si volesse invece ascoltare questo contraddittorio, si potrebbe ampliare la domanda di partenza di Macfarlane e arrivare al nucleo caldo della riflessione MOTH: cosa implica il riconoscimento della vitalità di un fiume, o di ogni altro essere non umano? Quali sono le conseguenze etiche, e soprattutto legali, di questa espansione di vitalità? Accanto alla postura naïve, e arrivando talvolta a risposte simili attraverso fini percorsi filosofici, ce n’è una che si potrebbe definire “radicale oltranzista”. È la posizione di chi, nel riconoscere dignità, diritti e valore morale a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che l’essere umano rinunciasse al proprio privilegio epistemologico e al compito autoconferitosi di arbitro morale. Esponente di rilievo di questa convinzione è Michael Marder, autore del recente La pianta filosofale: Un erbario intellettuale (2025). In un saggio precedente, ancora non disponibile in italiano – Plant-Thinking: A Philosophy of Vegetal Life (2013) – Marder accoglie il potenziale rivoluzionario di un report come quello della Commissione federale d’etica per la biotecnologia nel settore non umano, dal titolo La dignità della creatura nel regno vegetale, ma nota come, accanto al riconoscimento della dignità e del valore morale delle piante, e alla conseguente sanzione dei danni nei loro confronti, manchi persino lì un’attenzione reale alle specificità della vita vegetale. > C’è chi, come Michael Marder, nel riconoscere dignità, diritti e valore morale > a qualsiasi essere vivente, vorrebbe che l’essere umano rinunciasse al proprio > privilegio epistemologico e al compito autoconferitosi di arbitro morale. Dal canto suo, Marder propone dieci conseguenze etiche del pensare con – e possibilmente come – le piante, individuando così non tanto i modi in cui queste si comportano come gli esseri umani, ma anche quelli in cui gli esseri umani possono riconoscere il quantum botanico che li abita. Tra le modalità vegetali applicabili a qualsiasi forma vivente c’è la consapevolezza che il pensare sia sempre anche un fare, che lo stare al mondo sia al tempo stesso il fatto più unico e più generico possibile, che ogni individuo si sviluppi secondo ritmi e tempi propri, che la vita in comune sia basata su un’inerente e irriducibile incompletezza dei singoli. Secondo Marder, approfondire il plant-thinking è un modo per decostruire la presunta preminenza intellettuale degli esseri umani. Una sfida che trova terreno fertile in ambito filosofico più che consenso nella comunità botanica, e che è stata estesa persino all’ambito minerale da Federico Luisetti, in Essere pietra (2024), saggio in cui l’alterità delle pietre è interpretata come una “sfida all’egemonia della persona vivente”. Ma in che modo il discorso sulle intelligenze e sui linguaggi più-che-umani incontra il diritto? A che punto la presa d’atto di una vitalità diffusa si trasforma in acquisizione di diritti e responsabilità? Se la posizione naïve tende a non porsi questa domanda (i bambini e le bambine non sentono il bisogno di stilare leggi, e molte popolazioni indigene finora non hanno avuto la necessità di farlo in termini di civil o common law), la posizione “oltranzista”, come accennato, rifiuta ogni preminenza umana in tale processo. Le ragioni di questa visione radicale sono del resto incontrovertibili: come pensare che agli esseri umani basti riconoscere che un essere sia vivo per rispettarlo e proteggerlo, quando la condizione umana stessa non sembra agire da deterrente in nessuna delle guerre che da sempre si susseguono, oggi se possibile con più ferocia che mai? Il pragmatismo dell’ascolto di altri linguaggi A queste due visioni se ne aggiunge una terza, “pragmatica”, che è forse quella che meglio descrive gli intenti di Macfarlane e Rodríguez-Garavito, tra gli altri. Il punto di vista di chi si lascia sollecitare dal pensiero più radicale, cercando però di non imboccare una strada senza uscita alla fine della quale ci sarebbe solo l’impossibilità di agire, in quanto esseri umani, a favore di ogni altro essere vivente – pena un rafforzamento ulteriore della gerarchia antropocentrica. Significativo, in tal senso, un dialogo tra Macfarlane e Wayne, uno dei compagni di viaggio in È vivo un fiume?, che qui parla per primo: > – Resto però scettico sull’idea di dare voce al fiume o a suo vantaggio. Mi > sembra un’idea non solo insufficiente, ma anche esposta al rischio di > ventriloquio. […] > – È il punto cruciale che va risolto, senza dubbio, – dico annuendo. – Non > “chi parla a nome del fiume?” ma “che cosa dice il fiume?” […] > – Già. […] Perché tali diritti non si riducano a una forma mascherata di > manovra politica tra noi umani, dovremo trovare modi di prestare ascolto a > queste altre entità, divinità fluviali incluse, e di ascoltare il mondo > insieme a loro. E questo ovviamente deve avvenire non solo nelle comunità > indigene, o tra artisti, scrittori e stravaganti marginali come noi, ma anche > tra gli attori statali, gli attori delle imprese, gli attori industriali, > l’intero cast. I detentori del potere. È per questo motivo che il discorso sui linguaggi non verbali è da considerarsi unito a filo doppio alla questione etica e legislativa. Solamente imparando ad ascoltare i fiumi, ma anche i laghi, l’oceano, gli alberi e le foreste, e prestando ascolto a chi ha affinato questa pratica in secoli e secoli di dedizione all’ambiente circostante – e qui il sapere indigeno incontra il pragmatismo – si potrà pensare di proteggere ogni forma di vita nei modi a ciascuna adeguati. > Il dibattito sui diritti del più-che-umano ha consentito di raggiungere > traguardi storici, come la sentenza che nel 2017 ha stabilito che il Gange e > lo Yamuna dovessero essere considerati “entità viventi”, con tanto di diritti > connessi. È grazie al pragmatismo volenteroso dei membri del movimento MOTH, del resto, che un nuovo tipo di giurisprudenza ambientale, strettamente connessa a cause di giustizia sociale, sta prendendo piede in tutto il mondo. La costituzione promossa da Rafael Correa e approvata in Ecuador nel 2008, ad esempio, prevede quattro articoli dedicati ai diritti della natura a esistere, a rigenerarsi, a essere risanata e rispettata. Il lavoro dei giudici Agustín Grijalva Jiménez e Ramiro Ávila Santamaría è stato poi fondamentale nel far valere questi diritti a protezione della foresta di Los Cedros, una vera e propria culla di biodiversità, poco prima che venisse annichilita per far posto all’estrazione di metalli pesanti a cielo aperto. Sempre due giudici, ma stavolta in India, nell’Alta Corte dell’Uttarakhand, hanno decretato in una sentenza storica del 2017 che il Gange e lo Yamuna – due dei fiumi più sacri dell’induismo – dovevano essere riconosciuti come “entità viventi” con diritti connessi. I negoziati di decolonizzazione che in Nuova Zelanda vanno avanti da decenni tra maori e corona britannica, con annesso riconoscimento del fiume Whanganui come persona giuridica ed essere vivente, hanno ispirato, dall’altra parte dell’oceano, un’alleanza trasversale per proteggere la Mutehekau Shipu (Magpie River nella lingua dei colonizzatori) dall’estrattivismo idrico della Hydro-Québec: alleanza che ha dato luogo a una risoluzione poliglotta a salvaguardia della vita e del futuro del fiume – redatta anche nel linguaggio degli indigeni della penisola del Labrador-Quebec, l’innu. È (e deve essere) complicato… Tutti questi casi rendono chiaro il valore e i limiti di due concetti che sono spesso più abusati che compresi fino in fondo. Da un lato il valore del “postumanesimo” non in quanto visione tesa a superare, annullare o silenziare l’umano (come talvolta si fraintende), bensì come proposta di un’umanità alternativa, basata sull’interazione costante col mondo più-che-umano in termini non appropriativi, non estrattivi. Un progetto fondamentalmente antirazzista, femminista, antiabilista e antispecista, teso a modificare il modo in cui gli esseri umani sono concettualizzati: da “monadi” a “quanti” in costante relazione con qualsiasi altro essere. Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di una foresta, in un’ottica postumana, passa dunque anche il benessere degli esseri umani che in quegli spazi vivono e di tutti gli altri che, pur senza saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da questi assicurati. D’altro canto, e in continuità con la proposta postumana, è opportuno riconoscere i limiti della nozione di Antropocene: nozione utile a riconoscere le responsabilità umane nei cambiamenti geologici, oltre che climatici, a cui la Terra è stata sottoposta negli ultimi decenni e secoli, ma che corre il rischio di appiattire sotto un’unica etichetta responsabilità non comparabili. Gli indigeni che hanno visto i propri mondi scomparire non possono essere messi sullo stesso piano dei coloni di ieri e di oggi che quegli stessi mondi hanno violato; le popolazioni di molti Paesi in via di sviluppo consumano infinitamente meno, prese nel complesso, di quanto non faccia un singolo cittadino statunitense nello stesso arco di tempo; coloro che combattono per proteggere i diritti dell’ambiente non sono anthropos (da cui Antropocene, appunto) come chi quell’ambiente lo dà per scontato, disprezza e viola. Tra le alternative possibili, meglio forse parlare di “Capitalocene”, come proposto da Jason W. Moore, o Wasteocene, mettendo in luce la produzione di luoghi e comunità di scarto come intrinseca al capitalismo, secondo l’analisi di Marco Armiero. > Per il riconoscimento dei diritti di un fiume o di una foresta passa anche il > benessere degli esseri umani che in quegli spazi vivono, e quello di tutti gli > altri che, pur senza saperlo, beneficiano del clima e della biodiversità da > questi assicurati. Le alternative implicano un grado maggiore di complessità: è il destino di una visione del mondo più attenta e sfumata. In medicina è stato necessario parcellizzare il corpo umano per arrivare a una conoscenza approfondita dei suoi specifici funzionamenti, ma ora è sempre più comune affrontare problemi piccoli e grandi alla luce dell’interazione tra organi diversi, e soprattutto tra mente e corpo. In biologia l’endosimbiosi sta sradicando il concetto di individuo, laddove si sono scoperti organismi che vivono all’interno di altri e da cui questi altri non possono prescindere. La teoria quantistica sta rivelando ogni ente come possibile solo nella relazione e in quanto relazionale. Allo stesso modo, è arrivato il momento di immaginare anche il diritto legato al mondo circostante come interconnesso a quello prettamente umano. In tutti questi casi, la complessità porrà questioni filosofiche e pratiche di difficile risoluzione. Ad esempio: se i fiumi hanno diritti, hanno anche responsabilità in casi di esondazione? Dove inizia e dove finisce l’agency di un albero o di qualsiasi altro essere vivente, se tutto è interrelato? In che modo uno stato di diritto può implementare una giurisprudenza ambientale senza che il suo funzionamento ne venga sovraccaricato a dismisura? Questioni aperte e senza dubbio impegnative. Ma se c’è una lezione che alberi e fiumi sanno insegnare è quella della pazienza. Laddove è stata naturalizzata l’idea che multinazionali e imprese commerciali di brevissimo corso possano avere più diritti degli esseri umani, con criterio si potrà riuscire a venire a capo anche degli interrogativi legati ai diritti del più-che-umano e del tempo profondo che trascende le vite dei singoli individui. Se non saremo in grado di farlo, avremo perso noi stessi il diritto di abitare la Terra. Lei, dal canto suo, continuerà a girare. L'articolo I diritti del più-che-umano proviene da Il Tascabile.
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Dall’Alaska alla Patagonia di Valeria Barbi
V iaggiare. Penetrare paesaggi e skyline a cui il nostro occhio non è abituato; ammirare flore e faune anomale; entrare in contatto con culture altre, interagire con esse, saggiare le loro usanze, compararle – inevitabilmente – con le nostre. Forse l’unico shock, quello culturale, che ha un effetto positivo: illuminarci sulla necessità di decentralizzare i nostri riferimenti. E poi, viaggiare come conquista interiore e socioeconomica: basta guardare i dati o i trend dei social network per capire come il viaggio sia diventato sempre più status symbol, quantizzato in pacchetti che via via si collezionano per conoscere, per aprirsi; alla stregua di un master, un’esperienza definitiva, quasi mistica, che faccia curriculum e si risolva in crescita personale. Eppure. Eppure ogni beneficio ha un costo, un’altra faccia della luna che forse è l’aspetto più disturbante – e quindi illuminante – che si trae dalla lettura di Dall’Alaska alla Patagonia (2025) di Valeria Barbi. Il libro racconta, nel solco della tradizione del reportage vecchia maniera e senza fronzoli, il viaggio-spedizione attraverso la Panamericana, una dorsale che ha cominciato a essere costruita nel 1923 e che oggi collega l’Alaska con la Patagonia: 30.000 chilometri di strada che la naturalista e giornalista ambientale Valeria Barbi ha percorso con il fotografo Davide Agati sul van aVANscoperta. Un progetto ambizioso e complesso che ha richiesto molta preparazione ed è durato un anno, sei mesi e sette giorni, dal 2022 al 2024. Ma il progetto WANE (We Are Natural Expedition) non è solo un tragitto attraverso la bellezza di quasi tutti i biomi della terra, è anche una riflessione che porta alla luce i costi di ciò che significa viaggiare, e a un’analisi che parte necessariamente da lontano. Nel capolavoro di Joseph Conrad (sto parlando di Cuore di tenebra) l’attenzione del lettore cade a fine avventura sulle nefandezze che l’epoca coloniale – su cui il libro apre uno squarcio piuttosto netto – ha perpetrato nei confronti del mondo non occidentale. Il tema di Conrad è chiaro e sconcertante: con l’arbitraria missione (o copertura) di portare tecnologia a chi non ce l’ha, si rastrellano risorse utili per la spinta economica e la fame di crescita della vecchia Europa. Un monito che, grazie alla letteratura, ha sicuramente raggiunto migliaia di lettori e generazioni di studenti. Ma Cuore di tenebra non si limita a una fotografia, per quanto lucida, di un rischio all’epoca ancora assai poco nitido. No, in Conrad c’è una morale altissima proprio legata alle due parole più note di quel libro “L’orrore, l’orrore” che il commerciante d’avorio Kurtz pronuncia prima di morire sull’imbarcazione che lo sta riportando in patria. Quella parola, orrore, non è un epitaffio statico, non è la constatazione di un dato di fatto. È una parola mobile, un messaggio che Kurtz formula con estrema chiarezza e forza affinché arrivi fino alle vie più illuminate, magnifiche e progressive di Londra. Una chiamata umanitaria che, in parole semplici, metta in guardia l’Occidente sul suo modus operandi, che analizzi il rapporto tra fini e mezzi. > La Panamericana oggi collega l’Alaska alla Patagonia, 30.000 chilometri di > strada che Valeria Barbi ha percorso con il fotografo Davide Agati. Un > viaggio-spedizione che attraversa quasi tutti i biomi della terra, durato un > anno, sei mesi e sette giorni. La sfortuna di Kurtz, e dell’intero Occidente, però, è che a raccogliere questo messaggio, a fare da testimone, c’è un uomo per sua stessa ammissione mediocre, infine pavido, incapace di capirne veramente il significato. E la dimostrazione è nel bellissimo finale, spesso derubricato a coda melensa, in cui però sta il centro tematico di tutto il libro. Charles Marlow, marinaio e narratore della storia, è tornato a Londra e si trova di fronte alla compagna senza nome (perché ha il nome e cognome di tutti noi) di Kurtz che gli chiede conto e conforto delle ultime parole dell’amato. Il marinaio mente: “L’ultima parola che pronunciò fu il suo nome”. In quel momento Marlow perde un’occasione, lui e tutto l’Occidente: guardarsi in faccia, conoscersi, esaminare la propria coscienza ed eventualmente correre ai ripari. E, se nella finzione libresca questo messaggio non arriva a destinazione, nelle intenzioni di Conrad c’era quella di ridefinire il significato della sua storia, facendo di quel libro il messaggio stesso. Il crepuscolo di un nero plumbeo che ospita le ultime righe ne è la plastica e fosca dimostrazione. Di questa morale in movimento si resero ben conto Francis Ford Coppola e soprattutto John Milius scrivendo Apocalypse Now (1979). Qui il Libero Stato del Congo (libero più o meno, dato che era il controverso regno privato di Leopoldo II del Belgio) diventa il Vietnam; il fiume Congo diventa il Nung; Kurtz diventa colonnello e il marinaio Marlow diventa il maggiore Willard. L’Occidente ha già spostato il suo baricentro attraversando l’Atlantico e il colonialismo di inizio secolo ha nel frattempo varcato la soglia dell’esportazione della democrazia. Nell’iconico finale della versione cinematografica, Kurtz non muore da sé per malattia ma, anzi, invita Willard ad abbatterlo, come il toro sacrificale che si vedrà morire nelle scene immediatamente successive. In questo momento c’è tutta la grandezza tematica e morale del film (e dei suoi autori): il maggiore Willard, infatti, dopo l’esecuzione si assicura di prendere gli scritti del colonnello – le sue memorie, il suo lascito – e poi, affacciandosi mezzo in luce mezzo in ombra sulla popolazione e i suoi soldati, depone l’arma, scende le scalinate della fortezza di Kurtz e prende uno a uno i suoi uomini per tornarsene a casa. Questa volta il messaggio deve essere recapitato. E arrivare a tutti. > In un periodo caratterizzato al contempo dalla crisi ecologica e da un diffuso > desiderio di entrare in contatto con la cosiddetta natura incontaminata, si > corre il rischio di compromettere ecosistemi unici e fragili per mera > curiosità o tendenza al presenzialismo. Anche la Panamericana è un’interminabile discesa nel cuore di un Paese. E per questo, il libro di Barbi è un oggetto intelligentemente capzioso, soprattutto nelle intenzioni dell’editore che, fin dal titolo, passando per la foto di copertina e la malizia della quarta, accalappia il lettore come nettare di pianta carnivora. E meno male. Perché l’autrice, con un lavoro di cesello, lo tiene attaccato fino a quando arriva il momento di mettere le cose in chiaro. Il suo non è un reportage fatto a uso e consumo della sognante immaginazione dei lettori-viaggiatori, di coloro che si aspettano lande immacolate e selvagge come quelle della copertina. Non è il resoconto di fantastiche scoperte (anche interiori) attraverso un’iconica strada. Non è un invito a prendere zaino e buona volontà e fare come loro per assurgere all’illuminazione di cui va in cerca ogni pellegrino contemporaneo. O meglio: è tutto questo ma è molto di più, perché Valeria Barbi non si scorda né di Conrad né di Coppola, e non vuole ripetere l’errore di Charles Marlow. La loro è, a tutti gli effetti, una discesa nel cuore nero dello sfruttamento, tra gli angoli sporchi della cambusa dell’Occidente, lungo sette tappe che dividono il suo reportage in capitoli e che vanno da “L’ultima Frontiera dell’Alaska” a quella che “Non è la fine del mondo” tra Cile e Argentina, passando per il Messico, il Guatemala, El Salvador, il Nicaragua e la Costa Rica, la Colombia e l’Ecuador, la Bolivia saltando, curiosamente, gli Stati Uniti. I problemi di cui Barbi in questo lungo percorso si fa testimone e portavoce sono tanti: alcuni noti, come povertà e crisi ambientale (due facce della stessa medaglia), sfruttamento, corruzione; altri meno, come la perfida forma di simbiosi tra gli allevamenti intensivi e il narcotraffico: > Nonostante il Petén appaia di primo acchito come un’enorme distesa verde […] > tra il 2001 e il 2023 questa regione ha perso il 33% della sua copertura > forestale […]. A guidare il processo di deforestazione sono agricoltura e > allevamento di bestiame, con un’ampia partecipazione dell’industria del > narcotraffico. […] Insieme alle mucche, a seconda del paese, arrivano le > infrastrutture per la coltivazione della coca, la raffinazione e il trasporto, > dando vita a quel fenomeno noto come narcoganaderia. (Dall’unione delle parole > che in spagnolo indicano la droga narco e l’allevamento ganaderia). Questa > forma di allevamento illegale è funzionale al controllo del territorio e > permette ai trafficanti di droga di sviluppare infrastrutture per ricevere la > cocaina che arriva da altre regioni del Sud America per via aerea o marittima, > immagazzinarla e spedirla principalmente negli Stati Uniti e, da lì, al resto > dell’Occidente. E poi c’è un ulteriore aspetto che ha a che fare con l’essenza del viaggio stesso, del libro stesso. È un riflesso che spunta tra le pagine e prende corpo via via come una domanda che sibila (e che non poteva esserci in Conrad): per quanto attento e arricchente, il segno che il contemporaneo mito del viaggio lascia sugli ambienti naturali e le popolazioni locali, non è esso stesso una forma di colonialismo mascherato, certamente più gentile ma non meno impattante e vincolante? > L’inquinamento da microplastiche è stato rilevato persino nella regione > sud-orientale delle isole Galapagos dove il nostro leone marino stabilisce le > sue principali colonie riproduttive, tanto che un recente studio ha > evidenziato come, su 180 campioni di feci analizzate, ben il 37% presentasse > 81 diverse tipologie di microplastiche di diversa forma e dimensione che > venivano assunte attraverso la catena alimentare, proprio come accade anche a > noi. Di queste microplastiche, il 69% era riconducibile a fibre tessili > utilizzate per produrre i costumi da bagno, materiale da pesca e imballaggio. Ecco, dunque, che in un momento storico caratterizzato da un lato da una crisi ecologica senza precedenti e, dall’altro, da un diffuso desiderio di entrare in contatto con la cosiddetta wilderness ‒ la “natura incontaminata” ‒ il rischio è quello di violare ecosistemi irripetibili nella loro storia evolutiva per mera curiosità o tendenza al presenzialismo. > Come per Joseph Conrad e Francis Ford Coppola, anche quella di Valeria Barbi è > una discesa nel cuore nero dello sfruttamento, tra gli angoli sporchi della > cambusa dell’Occidente. Viaggiare è certamente una possibilità che ha come principale e positivo effetto quello di aprire la mente, sensibilizzare, conoscere. E certamente, con il giusto reportage, come quello di Barbi, anche chi non può o non vuole viaggiare è invitato a riflettere su certe abitudini all’apparenza innocue o “salutari” ma di fatto devastanti (tipo comprare l’avocado per colazione). D’altra parte, però, la società del viaggio esercita anche e inevitabilmente una nuova forma di sopruso. Dunque? Che fare? Ci sono due cose, dice Barbi, che ci possono salvare. La prima è l’empatia, e la consapevolezza che ogni volta che ci muoviamo ci arricchiamo di qualcosa ma depauperiamo chi quel qualcosa ce lo dona: > chi si occupa di natura non lo fa mai solo per lavoro. È una vocazione. Una > questione estremamente personale che ti fa vedere tutto in modo diverso, > compreso il comportamento di chi ti circonda e che diventa spesso motivo di > riflessione: se nobile, cerchi di replicarlo e raccontarlo al meglio a più > persone possibile, se riprovevole, cerchi il modo migliore per attenuarne gli > effetti ed evitare che si compia ancora. Il dolore delle altre creature, siano > esse animali, piante o funghi, diventa un po’ anche il tuo dolore. L’empatia è > un processo che tende a divenire totalizzante. La seconda è la speranza, la necessità di credere nella forza del mondo. Barbi sceglie di chiudere il libro non con le sue parole ma con quelle di Atreyu e Gmork, nel dialogo disturbato dagli inquietanti sussulti di una Fantàsia sul punto di crollare: “Perché Fantasia muore?” “Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.” “Che cos’è questo Nulla?!” “È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.” “Ma perché?!” “Perché è più facile dominare chi non crede in niente. E questo è il modo più sicuro di conquistare il potere.” L'articolo Dall’Alaska alla Patagonia di Valeria Barbi proviene da Il Tascabile.
Recensioni
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La terza via delle foreste
È il 22 settembre 1989. In Europa centrale e orientale sta per esplodere quello che sarà ricordato come “l’Autunno delle nazioni”, una stagione di enormi stravolgimenti politici e sociali che porterà alla caduta del muro di Berlino e al rovesciamento dei regimi del blocco sovietico. In una tranquilla valle slovena, un gruppetto di persone è seduto a semicerchio all’interno di un bosco di faggi e abeti. Discutono animatamente. Parlano di futuro, stabilità, diversità. Tutti, sulla pelle, sentono brividi di entusiasmo. Nell’oscillare di rami e foglie riconoscono la brezza di un cambiamento possibile. A Robanov Kot, remoto villaggio di pochi abitanti della valle Savinja, non è riunito un gruppo di rivoluzionari pronti all’azione. O meglio, si tratta in effetti di rivoluzionari che vogliono imprimere un netto cambio di passo, ma non parlano di rovesciare regimi autoritari (forse anche di quello, ma nelle pause e probabilmente sottovoce). Sono un gruppo di studiosi di selvicoltura ed ecologia forestale che hanno da tempo in testa di lanciare e diffondere un approccio innovativo nel modo di gestire i boschi del Vecchio continente, proponendo un necessario ribilanciamento tra economia ed ecologia. > La selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli > approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di > generare servizi ecosistemici utili alla società. In quel lontano giorno del 1989 viene fondata Pro Silva Europa: un’associazione, oggi diffusa in 25 Paesi (in Italia dal 1996), che promuove attivamente una selvicoltura “close to nature” (prossima alla natura). Per capire perché questo momento sia così importante, è prima necessario aver chiaro di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura. Di cosa parliamo quando parliamo di selvicoltura Semplificando, la selvicoltura si potrebbe definire come l’insieme delle tecniche e degli approcci che consentono la coltivazione dei boschi, con l’obiettivo di generare servizi ecosistemici utili alla società. Non solo legno, ma anche tanto altro: tutto ciò che, tramite la gestione attiva di un’area forestale, può portare benefici diretti o indiretti al nostro vivere, come la possibilità di fruizione turistico-ricreativa, il mantenimento di un particolare paesaggio, la prevenzione dagli incendi, la raccolta di prodotti selvatici, la protezione di nuclei abitati e infrastrutture dalla caduta di massi o valanghe, la conservazione attiva di habitat e specie a rischio. La spinta ideale del gruppo riunito a Robanov Kot nasce da una constatazione di fondo sullo stato delle foreste europee, che risentono dei lasciti di oltre un secolo e mezzo di “selvicoltura finanziaria” applicata su larga scala e votata alla massima produzione legnosa. I boschi, secondo la Scuola sassone di Tharandt (che ha dato il via, nel 1811, alle scienze forestali in Europa), andavano gestiti in base al principio del massimo reddito netto e in funzione delle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato alla sostituzione delle foreste locali, dove prevalevano latifoglie miste, con impianti artificiali di specie più redditizie: pino silvestre e soprattutto abete rosso. Questa impostazione è ovviamente da collocare in un preciso contesto storico, quello tedesco e in generale europeo dei primi dell’Ottocento, di grande fermento industriale. Serviva tanto legname e in modo costante nel tempo: le neonate scienze forestali erano state chiamate a trovare un modo per produrlo e lo avevano efficacemente ideato, pensando ai boschi quasi come a campi agricoli. Se questa concezione ha avuto il merito di risolvere le necessità dell’industria, da essa è derivata anche una sempre maggiore fragilità delle foreste, resa evidente soprattutto da schianti da vento e massicci attacchi di insetti, ma anche dalla costante diminuzione di numerose specie. In pratica, una scarsa funzionalità ecologica data da boschi eccessivamente artificializzati. > Per molto tempo le foreste sono state gestite in base al principio del massimo > reddito netto e alle esigenze dell’industria del legno. Ciò ha spesso portato > alla sostituzione delle foreste locali con impianti artificiali di specie più > redditizie, come pino silvestre e abete rosso. I forestali riuniti a Robanov Kot, cresciuti professionalmente nel secondo dopoguerra, quando le scienze forestali hanno iniziato a interrogarsi seriamente sui problemi appena descritti, pensano di contribuire a risolverli attraverso un’operazione prima di tutto culturale: promuovere un modo di gestire i boschi che continui a essere produttivo e adatto ai bisogni della società, ma che si ispiri alle dinamiche di funzionamento delle foreste naturali. L’idea del professor Dušan Mlinšek dell’Università di Ljubljana, già presidente della IUFRO (International Union of Forest Research Organizations), è di lanciare un appello a tutti i forestali europei convinti della necessità di un’innovazione in senso naturalistico. È lui, insieme ad altre figure di spicco della selvicoltura europea come Brice de Turckheim, un proprietario e consulente forestale francese, a organizzare l’incontro del 1989 a Robanov Kot. La dichiarazione con cui Pro Silva decide di presentarsi al mondo è breve, ma al tempo stesso densa, critica e visionaria: > Promuoviamo un movimento, a livello europeo, per foreste stabili, sane e > produttive. Riteniamo che l’economia forestale tradizionale debba evolvere > verso una gestione globale dell’ecosistema, al fine di garantirne la > produttività e la stabilità. L’opzione di una selvicoltura paziente e > rispettosa delle leggi naturali favorisce la diversità, lo sviluppo > sostenibile, la ricchezza strutturale e la rinnovazione naturale delle foreste > composte da specie adatte alle stazioni. Linee guida, con una “r” in più 27 luglio 2023. Trentaquattro anni dopo la nascita di Pro Silva e a seguito di centinaia, forse migliaia tra convegni, seminari e soprattutto escursioni tecniche organizzati dalle varie diramazioni locali dell’associazione, accade qualcosa che probabilmente i padri fondatori riuniti in Slovenia non avevano neppure osato immaginare. La Commissione Europea pubblica delle Linee guida che prendono il nome proprio dal concetto chiave ‒ “selvicoltura close to nature” ‒ coniato nel documento fondativo del 1989. Un grande segnale, che dimostra come quel gruppo di esperti avesse visto lontano. > Non è facile rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito > benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile, > il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro. C’è però un problema, o meglio, una differenza quasi impercettibile che tuttavia genera da subito un acceso dibattito: è stata aggiunta una lettera, una “r”. Il documento europeo si chiama infatti: “Guidelines on closer-to-nature forest management”.  Closer, non close. “Più vicina”, non “vicina”. Anche se può sembrare una questione di lana caprina, non lo è affatto. Quella “r”, in aggiunta al classico “close to nature” promosso da Pro Silva, è stata determinante per far avallare le Linee guida anche dai Paesi nordeuropei dove, molto più che nella parte centrale e soprattutto meridionale del Vecchio continente, la gestione è ancora fortemente di stampo agronomico. Vasti boschi, in queste zone, sono ancora oggi coltivati in modo analogo a monospecifici campi di mais: si piantano, crescono, si tagliano, si ripiantano. Molte meno le attenzioni alle dinamiche ecologiche, alla rinnovazione spontanea, alla diversità specifica e strutturale tipica di un bosco naturale. Ma ultimamente, anche in queste piantagioni si sono resi evidenti numerosi limiti, che hanno iniziato a porre profondi interrogativi. Problemi crescenti amplificati della crisi climatica, come tempeste di vento, attacchi di patogeni, vasti incendi, ma anche livelli di biodiversità sempre più in calo. Tuttavia, in questi Paesi l’economia forestale è ancora oggi trainante: non è certo facile, in questi contesti, rinunciare di punto in bianco a modelli che hanno garantito benessere attraverso la produzione massiccia di una materia prima rinnovabile, il legno, che ci serve e ci servirà sempre più nel prossimo futuro. L’utilizzo del termine closer (e non close) è stato ritenuto più accettabile perché indica un cammino graduale da intraprendere: non selvicoltura prossima alla natura in senso stretto ‒ qui e ora ‒ ma più vicina rispetto alla situazione attuale. Un percorso in divenire quindi, da compiere passo dopo passo, di cambiamento in cambiamento. Se da un lato l’aggiunta della “r” può indubbiamente celare un’accettazione solo parziale dell’approccio, dall’altro esorta tutti gli attori coinvolti a ragionare, pragmaticamente, su quali singole azioni si possono implementare, da subito, per muoversi nella direzione di un cambio di rotta ritenuto indispensabile per conservare le biodiversità forestale e rendere le foreste più resistenti e resilienti anche riguardo agli effetti della crisi climatica. Ma a parte l’aggiunta della “r”, perché si è sentita la necessità di scrivere e pubblicare queste Linee guida? Due strategie in dialogo La necessità deriva dalla pubblicazione di due importanti Strategie europee che devono necessariamente dialogare tra loro: la “Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030” e la “Nuova strategia dell’UE per le foreste per il 2030”. L’approccio “closer to nature” è stato riconosciuto come una sorta di collante capace di tenere insieme le sfide di entrambe: conservazione della biodiversità, adattamento al cambiamento climatico, produzione continua di materia prima rinnovabile e di altri servizi ecosistemici necessari alla società. Nelle Linee guida europee il concetto di gestione forestale “closer to nature” viene descritto come un “grande ombrello concettuale” che riunisce tutti gli approcci che mirano a rafforzare biodiversità, resilienza e capacità di adattamento climatico delle foreste attivamente gestite. > Elementi che in passato erano ritenuti inutili, se non addirittura dannosi, > come gli alberi senescenti e il legno morto in piedi e a terra, oggi sono > riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità. I principi fondanti sono, ad esempio, la conservazione di “alberi habitat” (alberi senescenti e ricchi di microhabitat come ferite, cavità, fessure o parti di legno in fase di degradazione) e, più in generale, del legno morto in piedi e a terra: elementi che in passato erano ritenuti inutili se non addirittura dannosi, ma che oggi sono riconosciuti come fondamentali per la conservazione della biodiversità (basti pensare che le cosiddette specie saproxiliche, che dipendono cioè dal ciclo del legno morto, rappresentano il 30% circa delle specie normalmente riscontrabili nei boschi). Altri elementi cardine dell’approccio sono la promozione delle specie arboree autoctone e della loro diversità genetica; l’incentivo alla rinnovazione naturale da seme; la valorizzazione dell’eterogeneità strutturale dei boschi; la riduzione degli interventi di gestione intensiva; il sostegno all’eterogeneità del paesaggio forestale. Queste misure, secondo la Commissione, dovrebbero essere urgentemente inserite in un disegno strategico che preveda un bilanciamento tra le attività produttive e quelle utili alla conservazione di ambienti forestali ricchi di biodiversità. Quella “r” aggiunta al concetto di “close to nature”, insomma, non deve essere letta come una scusa per rallentare, ma piuttosto come uno stimolo per dare gambe, il più presto possibile e in modo pragmatico, alle sfide contenute nelle due strategie europee: passo dopo passo, attraverso una coraggiosa azione politica. Tra segregazione e integrazione A redigere le Linee guida per una selvicoltura più vicina alla natura sono stati chiamati numerosi esperti da tutta Europa insieme allo European Forest Institute (EFI). Un po’ come nel caso della nascita di Pro Silva, tante teste pensanti provenienti da zone geografiche molto diverse hanno accettato una sfida non certo facile, ma dal grande potenziale generativo. > In futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale, > per preservare al massimo la biodiversità.  Ma avremo anche bisogno di alcuni > boschi fortemente produttivi: piantagioni specializzate per produrre legname. A coordinare l’eterogeneo gruppo di esperti è stato un professore di selvicoltura dell’Università di Copenaghen, Jørgen Bo Larsen. Il forestale danese è stato invitato ad aprire il XIV Congresso della Società italiana di Selvicoltura ed Ecologia forestale – SISEF, proprio per presentare le riflessioni di fondo che stanno alla base delle Linee guida. Durante la sua presentazione, Larsen ha mostrato un diagramma semplice ma illuminante, capace di stimolare profondi interrogativi su come dovrebbero essere gestite in futuro le foreste europee per raggiungere i tanti, diversi e complessi obiettivi che ruotano attorno a esse: ambientali, produttivi, sociali e climatici. La riflessione parte da due dati di fatto. Il primo (in verde nel diagramma): in futuro avremo bisogno di foreste lasciate alla libera evoluzione naturale, quindi senza interventi dell’uomo, per preservare al massimo la biodiversità all’interno di ecosistemi forestali il più possibile indisturbati e simili alle foreste vergini. Il secondo (in giallo): avremo ancora bisogno anche di boschi fortemente produttivi, per garantire la disponibilità di legno, materia prima rinnovabile che sarà sempre più richiesta nel cammino della transizione ecologica. Ma adottando solo queste due modalità di gestione, agli antipodi a livello di approccio, si creerebbe un modello fortemente segregativo: gestione intensiva in certe aree, esclusione totale dell’attività umana in altre. Un modello che, specialmente in Europa, dove le foreste convivono con l’agricoltura e i nuclei abitati in un paesaggio plasmato da millenni dall’azione antropica, non potrebbe mai funzionare. Si genererebbero squilibri e conflitti (dove limitare fortemente la gestione? E dove, invece, puntare su una produzione intensiva?), ma anche rischi ambientali come incendi e dissesti, che potrebbero colpire anche zone abitate e infrastrutture, oltre a causare un’enorme perdita culturale e paesaggistica. Ecco allora dove si inserisce, come un cuneo (bianco nel diagramma), l’approccio “closer to nature”: tra i due estremi, portando un necessario equilibrio. Nel diagramma una freccia rossa indica chiaramente la direzione: nel contesto europeo occorre muoversi integrando sempre più questa “terza via”. Ma dove collocarsi precisamente? Quali percentuali assegnare alle tre diverse ipotesi gestionali? Dipende da tanti e complessi fattori, diversi di territorio in territorio. Facciamo un esempio plausibile in molti contesti italiani. > Il biologo inglese Edward O. Wilson ha proposto di destinare metà della > superficie terrestre a riserva naturale per preservare la biodiversità. Una > provocazione che ha avuto il merito di stimolare riflessioni, ma di fatto > irrealistica. Una parte di foreste dovrà essere lasciata unicamente alla libera evoluzione naturale, in luoghi dove la mancata gestione non rischi di tradursi in un pericolo per la popolazione: ipotizziamo il 10-20%. Un’altra dovrà essere rappresentata da piantagioni specializzate, da realizzare in aree non troppo accidentate, ben accessibili e lontane dal cuore delle aree protette: ipotizziamo quindi un altro 10-20%. E il restante 60-80%? È lì, nella maggior parte del territorio, che occorrerà applicare una selvicoltura più vicina alla natura: all’interno di foreste seminaturali in cui appare strategico e sostenibile applicare una gestione multifunzionale, che integri la conservazione della natura alla produzione di beni e servizi. Ecco allora la parola chiave: integrazione, l’esatto opposto di segregazione. “In questi ultimi anni c’è stato un dibattito molto vivace a livello scientifico e culturale sui due approcci di gestione delle risorse naturali: approccio segregativo ed approccio integrativo”, spiega Renzo Motta, docente di selvicoltura all’Università di Torino e membro italiano del gruppo di lavoro che ha redatto le Linee guida europee. Questo dibattito è stato in parte suscitato dal libro Metà della Terra. Salvare il futuro della vita, pubblicato nel 2016 dal biologo inglese Edward O. Wilson, nel quale l’autore propone che metà della superficie terrestre sia destinata a riserva naturale per preservare la biodiversità. La provocazione di Wilson, secondo Motta, ha avuto il merito di stimolare riflessioni e proposte ma, in concreto: “È caratterizzata da una forte connotazione ideologica e appare irrealistica”. Oltre a Motta, molti altri esperti forestali pensano che sia molto più concreto ed efficace, almeno nel contesto europeo, puntare su strategie di integrazione. Lo fa, ad esempio, il progetto Horizon TRANSFORMIT, coordinato da EFI, che mira proprio a promuovere una “Gestione forestale integrativa” (IFM, Integrative Forest Management) al fine di “trasformare le foreste europee” (da qui il nome). Questo approccio prevede di coniugare, all’interno di un complesso forestale, la fornitura di servizi ecosistemici, la conservazione della biodiversità e la resilienza climatica. Il progetto ha da poco pubblicato una lista di 17 indicatori che vengono proposti come uno strumento pragmatico per guidare i gestori forestali verso il cambiamento auspicato. Inutile dire che questi indicatori ricalcano, in buona parte, le indicazioni generali contenute nelle citate Linee guida europee. > In Italia la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a > macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi. L’approccio integrativo, insomma, sembra sempre quello preferibile nel nostro contesto. Non a caso la rete europea che dal 2016 (anno di uscita del libro di Wilson) propone la convivenza tra conservazione della natura e gestione forestale si chiama Integrate Network: un’alleanza guidata da EFI a cui anche Pro Silva collabora. A che punto siamo Dall’approvazione delle Linee guida europee sono passati più di due anni. Il tema ha inizialmente suscitato grande interesse e dibattito tra esperti di alto livello, ma un cambiamento diffuso, purtroppo, appare ancora troppo lontano dal realizzarsi, specialmente in quei Paesi dove gli interessi attorno alla produzione massiccia di legno sono elevati. In Italia, anche grazie a Pro Silva, la selvicoltura prossima alla natura è applicata da anni ma a macchia di leopardo, soprattutto sulle Alpi. Nel nostro contesto sono poche le aree in cui la gestione forestale è definibile come intensiva, ma molti miglioramenti in senso naturalistico potrebbero essere comunque implementati nelle pratiche ordinarie, spesso uguali a sé stesse da decenni. “Sembra esserci una generale esitazione riguardo all’adozione delle Linee guida”, spiega al Tascabile Jørgen Bo Larsen, il coordinatore delle stesse. Secondo il ricercatore, il principale motivo è che la loro adozione comporterebbe una maggiore regolamentazione del settore forestale senza alcuna compensazione economica. “Manca uno schema di certificazione volontaria per una gestione forestale più vicina alla natura, come era previsto dalla Strategia forestale dell’UE per il 2030”, sottolinea Larsen: “Se e quando questo sistema di certificazione ancora in sospeso verrà sviluppato e accompagnato da un sistema di compensazione, la situazione potrebbe iniziare a sbloccarsi”. Larsen ha un’opinione chiara rispetto a come dare una spinta concreta alla diffusione dell’approccio. Un’opinione che dà grande valore al modello integrativo e che, proprio per questo, potrebbe non piacere a chi invece propende per quello segregativo. > L’esperto danese Jørgen Bo Larsen propone di non considerare le aree protette > solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, ma come > laboratori privilegiati in cui applicare l’approccio closer to nature. “La mia opinione personale riguarda il modo in cui le foreste gestite con approccio closer to nature verrebbero considerate all’interno degli obiettivi di protezione definiti dalla Strategia UE per la biodiversità”, spiega. Entro il 2030, infatti, almeno il 30% del territorio dell’Unione Europea dovrebbe essere protetto, di cui il 20% sotto normale protezione e il 10% sotto protezione rigorosa. “Se le foreste gestite secondo lo schema di certificazione per la gestione forestale più vicina alla natura potessero essere accettate nella categoria corrispondente al 20% di protezione”, sottolinea sempre Larsen, “si potrebbe davvero compiere un importante passo in avanti, perché i principi della gestione forestale più vicina alla natura potrebbero diventare uno strumento chiave che permetterebbe ai Paesi dell’UE di raggiungere gli obiettivi di protezione imposti dalla normativa”. L’esperto danese, attraverso questa proposta provocatoria, esorta a non considerare le aree protette solo come zone in cui limitare fortemente le attività antropiche, di gestione forestale in particolare, ma, al contrario, come laboratori privilegiati in cui sviluppare una gestione forestale integrativa seguendo l’approccio closer to nature. Due esempi, in Italia Jerry F. Franklin, un grande studioso della gestione forestale su basi ecologiche dell’America Settentrionale, ha spiegato che in passato la selvicoltura si è concentrata soprattutto su quanto prelevare dal bosco. Adesso, anche alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, occorre invece concentrarsi su quanto e cosa lasciare. Questa visione si sposa benissimo con gli obiettivi di due diversi progetti finanziati dal programma Life dell’Unione Europea che lavorano a un processo di integrazione basato sull’approccio closer to nature: inserire, all’interno della gestione forestale ordinaria, pratiche adatte ad aumentare la conservazione della biodiversità. Non a caso a questi progetti collaborano sia l’European Forest Institute, sia la Rete Integrate, sia, ovviamente, Pro Silva. Il primo è il progetto Life Span, coordinato dal CNR-IRET, che nella parte friulana della foresta del Cansiglio e nella foresta bavarese di Sailershausen sta realizzando una particolare forma di gestione integrata: la creazione di un insieme di SHS (Saproxylic Habitat Sites, siti adatti agli organismi saproxilici, cioè che necessitano di legno morto), dove il bosco viene reso il più simile possibile a una foresta vergine, con alberi morti in piedi e a terra, radure e fusti in cui sono presenti cavità e ferite. Queste piccole isole sono sparse nel mare di una foresta attivamente gestita, dove si produce anche legname con interventi non intensivi: esse agiscono come nodi di una rete che favorisce la diffusione della biodiversità in tutto il comprensorio forestale. Sulla stessa linea di pensiero lavora anche il progetto Life GoProForMED, coordinato da DREAm Italia e attivo in quattro Paesi del bacino del Mediterraneo: Italia, Spagna, Francia e Grecia. Il progetto propone la creazione di una rete ecologica costituita da “core area” (aree ad alto valore conservazionistico), “isole per la biodiversità” (simili a quelle previste dal Life Span) e singoli “alberi habitat”, il tutto distribuito all’interno di una superficie boschiva in cui è prevista anche una gestione produttiva. > Anche in Italia stanno emergendo progetti che si rifanno alla direzione > proposta dagli studiosi riuniti nel 1989 in Slovenia: avvicinarsi, con > coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione. Questi progetti, in fondo, non sono altro che un’evoluzione della proposta lanciata dagli studiosi riuniti nel 1989 a Robanov Kot, in Slovenia. Una serie di passi, lungo il cammino indicato da quella “r” aggiunta al titolo delle Linee guida europee, che indica la direzione auspicata anche da Motta e Larsen: quella di avvicinarsi, con coraggio e senza esitazioni, all’integrazione di produzione e conservazione, sia all’interno di ogni singolo bosco, sia a scala di paesaggio. Integrazione: una sfida politica e culturale Gli strumenti per sviluppare questo approccio e quindi per “trasformare le foreste europee”, insomma, ci sono già tutti: Linee guida, indicatori, reti di esperti, associazioni come Pro Silva, progetti pilota. Cosa manca ancora? Probabilmente solo una seria volontà politica: quella di andare oltre le pressioni di chi vuole mantenere lo status quo e passare dalle intenzioni ai fatti, attraverso forti investimenti in azioni e strumenti concreti che rendano questo approccio non solo desiderabile dalla società, ma anche conveniente per proprietari e gestori, come auspicato da Larsen. Ma sarebbe un vero peccato considerare tutta questa storia solo come una questione prettamente tecnico-scientifica da risolvere unicamente a livello politico. Si tratta infatti anche di una vera e propria sfida culturale, che appare cruciale per il futuro. L’approccio segregativo, dividendo nettamente due modalità di gestione ‒ conservativa e produttiva ‒ separa in fondo anche due mondi, due pezzi importanti della società, che troppo poco spesso si conoscono e si confrontano: chi studia e promuove la tutela degli ambienti naturali e chi lavora nella filiera produttiva bosco-legno e nell’ordinaria gestione forestale. L’approccio integrativo, al contrario, li obbliga ad avvicinarsi, a “sporcarsi le mani”, a trovare punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti, basati su esigenze reali, evidenze scientifiche e su una comune visione di intenti. Li esorta, così, anche a parlarne pubblicamente, a raccontare i passi in avanti compiuti, a condividere questo necessario esercizio di equilibrio con più persone possibili. Li spinge, insomma, al difficile compito di costruire e condividere una nuova “selvicultura”, quella auspicata dal “Manifesto per una selvicoltura più vicina alla natura” proposto dalla rivista Sherwood e cofirmato da numerosi attori del mondo forestale e ambientalista italiano. > L’approccio segregativo separa due mondi che troppo poco spesso si conoscono e > si confrontano; l’approccio integrativo, al contrario, li obbliga a trovare > punti di contatto attraverso compromessi accettabili da entrambe le parti. Close o closer, che dir si voglia, sono parole che indicano prossimità, legame, contatto, empatia, dialogo. L’opposto di una società che tende sempre più spesso a polarizzarsi, ragionando attraverso stereotipi e banalizzazioni ed evitando di abitare la complessità. Al contrario, in questo delicato ma cruciale momento di transizione, un serio e pragmatico dibattito sulla gestione responsabile degli spazi naturali, non solo delle foreste, meriterebbe di tornare ad essere close, o closer, alla vita di tutti noi. L'articolo La terza via delle foreste proviene da Il Tascabile.
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Il lupo solitario di Adam Weymouth
“T o be in someone’s shoes” è un’espressione idiomatica anglofona sovrapponibile al nostro “mettersi nei panni dell’altro”, qualcosa che ci viene consigliato di provare quando non riusciamo a comprendere comportamenti ed emozioni di chi è diverso da noi. Il compito si figura ancora più arduo quando l’altro è un animale non umano, da millenni il più temuto e odiato in Europa. Tentare di osservare il mondo con gli occhi di un lupo non è, però, un vacuo esercizio di stile per Adam Weymouth. Lo scrittore britannico ha seguito a piedi le orme di Slavc, l’eroe inconsapevole di una storia che parla di vita selvatica e rurale, scienza e leggende, sopravvivenza e strumentalizzazione, raccontata nel libro Il lupo solitario. Un cammino tra civiltà e natura selvaggia (2025), pubblicato da Iperborea nella traduzione di Luca Fusari. Slavc, Slavko, Slauz. Sono i tre nomi propri con cui le popolazioni di Slovenia, Austria e Italia hanno battezzato il lupo che ha attraversato i loro confini a partire dal 2011, quando ha lasciato la sua famiglia d’origine per giungere infine in Lessinia, un’area delle Prealpi venete compresa tra le province di Verona, Vicenza e Trento. Slavc era stato precedentemente dotato di un collare GPS e, alcuni anni dopo, le coordinate inviate dal dispositivo hanno guidato Weymouth lungo il percorso affrontato dal canide, tra sentieri selvatici, paesi quasi deserti e aree limitrofe a zone più intensamente antropizzate. L’autore ha tentato di immaginare gli ostacoli, lo stupore, il respiro della libertà e gli incontri che hanno portato a compimento il destino naturale dell’animale: il congiungimento con Giulietta, probabilmente la prima simile incrociata dopo chilometri di solitudine, e la generazione di nuove vite. > Adam Weymouth ha seguito a piedi le orme di Slavc, il lupo che tra il 2011 e > il 2012 ha attraversato i confini di Italia, Slovenia e Austria, oltre 1000 > chilometri di cammino prima di trovare una compagna in Lessinia. Dalla coppia di lupi è scaturita una numerosa discendenza che divide scienza, politica e opinione pubblica, in un conflitto che ha radici antiche. Favole, racconti orali, documenti storici e letteratura descrivono il rapporto ostile instauratosi tra le comunità umane, diventate sedentarie e dedite alla pastorizia, e i lupi. Cacciati per secoli e quasi scomparsi in Europa, hanno iniziato a ripopolare il continente a partire dagli anni Settanta. Questo ritorno è stato favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione, processi che hanno limitato la presenza umana e restituito areale ai grandi carnivori. Anche le istituzioni europee hanno rivestito un ruolo importante con il finanziamento di progetti di tutela e conservazione. Questo, però, ha contribuito a complicare la convivenza tra i lupi e quegli umani che, per generazioni, avevano costruito la propria vita e il proprio sostentamento senza immaginare che la fauna selvatica, un giorno, potesse tornare a reclamare i suoi spazi. Il nostro rapporto con gli altri animali è spesso il riflesso dei nostri desideri, delle debolezze, del modo in cui percepiamo il mondo e costruiamo la nostra esistenza. Scrive l’autore: > Gli animali vivono fianco a fianco con noi in mondi paralleli che è quasi > impossibile conoscere, ma anche quando cerchiamo di spiegare cosa succede > nella testa delle persone intorno a noi facciamo un errore simile > all’antropomorfizzazione. Forse è meglio un approccio obliquo. Quando parliamo > del lupo, come ho imparato in seguito, non parliamo mai soltanto di un lupo. E > così sono andato a vedere se seguire la strada dei lupi poteva dirci qualcosa > riguardo a questo snodo della storia europea, questo passaggio tra epoche. Per Weymouth, il ritorno del lupo permette di scorgere con maggiore chiarezza le fragilità del sogno europeo, minacciato da guerre e riscaldamento globale. È in questo clima che i populismi diffondono i loro veleni, è in queste condizioni che la ragione lascia il posto all’egoismo e alla rabbia. Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è per lo scrittore il modo migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo vulnerabile, di una comunità scientifica inebriata dal fascino della conoscenza e fiduciosa nel potere salvifico del sapere e di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della nostra società e di difendere le sue radici e tradizioni. > A partire dagli anni Settanta in Europa si è registrato un ritorno del lupo, > favorito da una combinazione di fattori storici, economici e sociali, come > l’abbandono graduale delle aree rurali e la conseguente riforestazione. L’autore non è nuovo a queste esperienze, anzi è un camminatore esperto: nel 2010 è partito a piedi da Whiteparish, vicino a Salisbury, fino a raggiungere Istanbul, in Turchia, attraversando 5000 chilometri in 8 mesi. Per di più, non è la prima volta che esplora la relazione tra società umane e animali, infatti già nel 2018 ha raccolto storie di interconnessione tra il salmone reale e le comunità che da esso dipendono, per poi raccontarle in Kings of the Yukon (2019). Il suo retroterra si riflette nella scrittura di Il lupo solitario, tra le cui pagine si alternano istantanee suggestive di paesaggi naturali, a volte molto toccanti, e incontri con chi vive a stretto contatto con i lupi. Ci sono Hubert Potočnik, professore della facoltà di Biotecnica dell’Università di Lubiana, che ha seguito il viaggio di Slavc, e Kurt Kotrschal, biologo e fondatore del Wolf Science Center di Vienna, che dal 2008 studia cani e lupi, la loro etologia e cerca di svelare i segreti della domesticazione. Compaiono anche Stane, scalatore di montagne e sostenitore della campagna contro i grandi carnivori in Slovenia, e diversi allevatori veneti, stanchi e arrabbiati per le perdite causate dai branchi della loro regione. Accanto a loro troviamo giovani coppie come gli austriaci Lena e Werner o gli italiani Sofia e Mattia, che sembrano riuscire a conciliare il rispetto per la tradizione rurale con le esigenze della vita quotidiana e la consapevolezza che la coesistenza tra esseri umani e lupi, seppur complessa, è possibile. Le voci degli abitanti della montagna fanno da contrappunto a digressioni scientifiche, storiche e folcloristiche oltre che alle riflessioni personali di Adam Weymouth, da cui emerge quanto il terrore verso il lupo sia accompagnato dalla paura dell’altro, del diverso, dei confini che scompaiono, del cambiamento inarrestabile e, per alcuni, inaccettabile. Durante il cammino sulle tracce di Slavc, l’autore diventa sempre più consapevole di quanto il lupo incarni il simbolo del cambiamento in un’epoca le cui vicende alimentano un diffuso stato di angoscia. Migrazioni, guerra, spopolamento, scioglimento dei ghiacciai e foreste che muoiono. Comunità che temono per la propria vita e politici che polarizzano il dibattito e fanno promesse difficili da mantenere. Nessuno può dirsi realmente immune da un opprimente senso di incertezza, come confessa l’autore verso la fine del suo percorso, scosso dal crollo di una porzione del ghiacciaio della Marmolada avvenuto il 3 luglio 2022: > Vedere la cicatrice della Marmolada in questi giorni di caldo secco mi fa > capire che nemmeno io so che senso dare a un mondo che mi pare sempre più > fuori dal mio controllo. Niente smaschera la menzogna della nostra liberazione > dalla natura più dei momenti in cui la natura stessa si rivolta, e ci divora. > La ricomparsa del lupo non è un ritorno al nulla. Tutti quanti ci stiamo > tuffando in un mondo inesplorato, e l’unica vera fantasia è che possiamo > fermarlo. Scorrendo le pagine del libro si ha l’impressione che calpestare le tracce di Slavc, e tentare l’impresa impossibile di guardare il mondo con i suoi occhi, ci possa aiutare a distaccarci da pregiudizi e credenze. Attraverso le esperienze delle persone intervistate si scopre che il lupo può essere al contempo un legittimo attore degli ecosistemi a cui appartiene e un elemento di instabilità per i centri rurali, la specie da cui hanno avuto origine gli amati cani e un razziatore di animali allevati, un essere dall’aspetto magnetico e dal comportamento affascinante e, talvolta, un pericolo per la vita stessa degli umani. > Superare a piedi i confini attraversati dal lupo solitario Slavc è il modo > migliore per mettersi in ascolto di una natura indomita e allo stesso tempo > vulnerabile, ma anche di un mondo rurale che tenta con tutte le sue forze di > sopravvivere all’ineluttabile sviluppo della società e di difendere le sue > radici e tradizioni. Se è parzialmente vero che, come afferma con tono di speranza Weymouth, “Abbiamo aperto le nostre porte a quella che un tempo era la più denigrata delle creature e le abbiamo permesso di costruire nuove vite in terre antiche”, a distanza di pochi anni dal termine della sua avventura è difficile abbracciarne lo stesso ottimismo: a maggio scorso il Parlamento europeo ha appoggiato la proposta della Commissione di modificare la Direttiva habitat e declassare lo status del lupo da “strettamente protetto” a “protetto”. Inoltre, le cronache italiane accolgono numerosi casi di uccisioni illegali e crudeltà nei confronti di questi mammiferi. Non sarà l’attribuire a un animale un’accezione simbolica, ascoltare una singola storia avvincente o nutrire il mistero che avvolge questo essere vivente a darci la speranza e, soprattutto, gli strumenti per invertire le dinamiche di ignoranza e morte in atto. O per lo meno non possiamo contare solo su questo. Una via alternativa è tracciata proprio tra le righe di quest’opera: la ricerca, la conoscenza, il confronto aperto, la comprensione delle ragioni dell’altro ‒ animale umano o non umano ‒ possono essere basi solide per la coesistenza, per quel futuro in cui avremo il coraggio e la forza di guardare avanti e non voltarci più indietro, per quei giorni in cui il lupo non sarà né un romantico salvatore né un folle carnefice. Sarà solo un lupo. L'articolo Il lupo solitario di Adam Weymouth proviene da Il Tascabile.
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Cosa hanno da insegnarci le piante
N ella prefazione al libro di Monica Gagliano, Così parlò la pianta (2022), testo di riferimento per gli studi sulle modalità attraverso cui le piante sentono e comunicano tra di loro, Suzanne Simard, professoressa di forest ecology presso la University of British Columbia (Vancouver, Canada), annota uno spunto illuminante su cui è opportuno soffermarsi. Simard mette in relazione le recenti scoperte scientifiche sulla sensibilità e sull’intelligenza vegetale ‒ rese note da Gagliano, Stefano Mancuso, Daniel Chamovitz, Eduardo Kohn, Anthony Trewavas, ma anche Paco Calvo ed Emanuele Coccia ‒ con la saggezza degli aborigeni del Nord America, depositari dei segreti della vita delle piante e delle foreste. Prima di qualsiasi brevetto scientifico occidentale, è stato il sapere delle comunità indigene a rivelare la dimensione relazionale della vita vegetale, il profondo legame tra uomo e piante, individuando nella vita e nel comportamento delle piante quegli aspetti che oggi riscopriamo attraverso gli occhi della scienza, della filosofia e della biologia vegetale, e soprattutto mostrando la necessità di preservare l’interdipendenza tra ambiente naturale ed esseri viventi. Autrice di un importante contributo dell’ecologismo mondiale e oggi direttrice del The Mother Tree Project, Simard lavora al tentativo di ristabilire la connessione rigenerativa tra l’uomo e le foreste, cioè con la natura, in un periodo in cui i cambiamenti climatici segnano un profondo mutamento dell’ambiente naturale. Partendo dal concetto di collaborazione delle piante, Simard suggerisce di compiere una vera e propria reimmersione nel mondo vegetale e nelle sue interrelazioni. L’intelligenza e la saggezza della foresta che Simard svela nel suo libro è data dalla relazionalità e dallo scambio di informazioni che la vita sotterranea indica, e che l’autrice ha brillantemente individuato nelle reti micorriziche, sistemi fungini sotterranei che collegano gli alberi e consentono lo scambio di informazioni e sostanze nutritive. Sulla base di queste comunicazioni vegetali, la tesi centrale di Simard intende mostrare che queste reti invisibili rivelano come la cooperazione, e non la competizione, costituisca il cuore dell’evoluzione e della vita naturale. > Prima di qualsiasi brevetto scientifico occidentale, è stato il sapere delle > comunità indigene a rivelare la dimensione relazionale della vita vegetale, il > profondo legame tra uomo e piante. La tesi di Simard, tuttavia, affonda le sue radici in un sapere che supera la tradizione scientifica occidentale a cui fa riferimento. Si tratta, infatti, della saggezza indigena dei nativi americani, che aveva già individuato nella collaborazione tra corpi il sistema della natura. Se questo aspetto sfugge, in qualche modo, alla storia della cultura europea, e se questi spunti sono assenti nei curricula accademici e scolastici dei nostri Paesi, sono invece le tradizioni non europee a rivelarne l’importanza. Questo nesso è stato esplorato da Robin Wall Kimmerer nel suo: La meravigliosa trama del tutto (2022). E su questo aspetto meno diffuso tra i lettori vorrei focalizzare l’attenzione. Direttrice del Center for native peoples and the environment, Wall Kimmerer nel suo libro rivela un magnifico intreccio tra il sapere scientifico, l’insegnamento accademico che ha ricevuto come studiosa di botanica da un lato, e la saggezza indigena dei nativi americani che ha ereditato e acquisito nell’incontro con i membri della sua famiglia, mostrando come queste due vie non siano alternative ma possano coesistere e completarsi. La prima ci permette di conoscere le piante e la natura, in una precisa divisione tra classi e generi, e nello studio oggettivo di come funziona la vita delle piante. Ma agli occhi dell’autrice questo sapere riduce le piante a oggetti separati, distinti dalla vita umana, veri e propri oggetti pronti all’uso. Il rischio concreto è di ridurre coerentemente questo approccio allo sfruttamento della vita vegetale. In modo diverso, la saggezza indigena svela l’importanza della relazione degli esseri umani con la natura e le piante al fine di conoscerne la bellezza, una relazione che non si limita a un metodo di conoscenza, ma pervade tutte le nostre modalità di comprensione ‒ nel comprendere, infatti, la nostra conoscenza diventa relazione. La radice ecologica risiede nella capacità di individuare e valorizzare questa relazione, ma vi è qualcosa di più, proprio perché questa relazionalità può collegarsi alla scienza della natura. Come sottolineato da Gregory Cajete, nel libro Look to the Mountain: An Ecology of Indigenous Education (1994), questa prospettiva di conoscenza integrale deve coinvolgere le quattro modalità della nostra esistenza, il cervello, il corpo, le emozioni e lo spirito, e se l’aspetto scientifico privilegia due di queste vie va integrato a una sapienza che metta in risalto la relazione con la natura. In questo orizzonte, Wall Kimmerer colloca la riflessione sulla vita delle piante, alla luce della relazione profonda che la natura instaura tra i diversi corpi. Nella visione indigena, il mondo naturale non è una scala di esseri, nella tirannia del più forte secondo la logica individualista della separazione, ma è una democrazia di specie, quasi come se fosse una circolarità naturale. Al di là della logica dell’economia di mercato, regolata dallo sfruttamento e dalla separazione dei beni, il modello che si sviluppa a partire dalla relazione con il mondo vegetale si fonda sulla cura, sullo scambio e l’incontro, in un abbraccio che segue la logica del dono e della reciprocità: coltivare la natura o raccogliere un frutto non è, quindi, una mera appropriazione, anche se quel frutto poi verrà mangiato dal suo raccoglitore, e non lo è nella misura in cui si stabilisce una rete relazionale profonda e uno scambio mutuale, sostiene Wall Kimmerer. > Nella visione indigena, il mondo naturale non è una scala di esseri, nella > tirannia del più forte secondo la logica individualista della separazione, ma > è una democrazia di specie, quasi come se fosse una circolarità naturale. Se la scienza occidentale ha piuttosto distinto e isolato l’altro, l’autrice mostra un ulteriore intreccio con l’insegnamento delle piante, che svela come funziona l’interrelazione vitale tra i diversi corpi. La coordinazione che, per esempio, si nota tra la fruttificazione e la raccolta di frutti compiuta da alcune specie animali, denota secondo l’autrice una sincronicità che va oltre la mera relazione ambientale, e sembra piuttosto confermare l’attività comune e la capacità di dialogo tra i diversi corpi naturali. Un insegnamento che si acquisisce dalla natura, e che quindi abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma che è stato codificato in modo efficace della sapienza tradizionale indigena. Tra gli esempi, vi è quello di un’erborista Navajo che sostiene vi siano legami duraturi tra determinate piante, così rivelando una sorta di simbiosi e di scambio comunicativo in una relazione sostenibile con l’ecosistema. Da ultimo, questo insegnamento trova conferma negli studi sulla simbiosi con i funghi – sono infatti i lavori di Simard ad aver mostrato l’importanza delle reti micorriziche nel costruire una catena di interrelazioni e reciprocità mediante cui le piante comunicano tra di loro e stabiliscono una connessione vitale fondamentale per l’intero ecosistema. Che cosa altro ci dice questo aspetto? Secondo Wall Kimmerer, la vita delle piante indica la possibilità di ripensare la natura non come oggetto da sfruttare, ma come relazione. C’è di più: l’autrice definisce questa relazione come un dono, la cui caratteristica centrale è lo scambio reciproco e l’attenzione e la cura dell’altro (di chi coltiva la pianta, ma anche della pianta stessa verso chi la abita). In tal senso, questa relazione apre implicitamente l’orizzonte a un sistema economico e sociopolitico fondato sullo scambio e sulla cooperazione, e quindi contrapposto a certe, numerose derive dell’economia di mercato e della globalizzazione, come ad esempio le pratiche di sfruttamento delle risorse naturali, che sono alla base della crisi ecologica attuale. In alternativa a queste relazioni negative tra uomo e ambiente, sviluppatesi nella cultura occidentale, Wall Kimmerer riporta una serie di storie della tradizione orale indigena americana, al fine di mostrare le possibilità di una relazione positiva con l’ambiente, che non è utile solo a preservare la natura ma serve, in qualche modo, anche agli esseri umani: la ricerca della felicità, per esempio, trova la propria realizzazione in una relazione sostenibile con l’ecosistema naturale, in una reciprocità ultima che l’autrice ha sperimentato raccogliendo fagioli. A tutt’altra latitudine, un percorso analogo si ritrova nella cultura indiana ed emerge nel lavoro di Sumana Roy, Come sono diventata un albero. Una canzone d’amore (2022). Anche in questo caso, non si tratta di una semplice relazione affettuosa con le piante, ed è ben più che l’abbandono della propria condizione umana e ben più che un rapporto ristretto all’uso delle piante come abbellimento casalingo. Le piante non si rivelano semplicemente come altro rispetto agli esseri umani, ma mostrano un’alternativa che non è privazione. Come in altri casi, Roy combina la frustrazione per la caoticità della vita umana con l’incontro con l’alternativa delle piante, il cui silenzio è il suono della resistenza e dell’economicità, cioè di una ribellione, di un’attività, non di una mera passività. Il mondo vegetale, infatti, non è un mero ricettore, non un mero oggetto, ma un attore nel mondo. > Se è vero che le analogie tra piante e animali, e la metamorfosi del corpo > umano in pianta hanno popolato la cultura occidentale fin dalle origini, > Sumana Roy segue una linea più profonda e radicale, in cui la pianta non è un > essere umano dimezzato, ma rivela una superiorità vitale importante. Come nel caso di Wall Kimmerer, Roy combina l’esperienza personale alla propria tradizione culturale, unendo filosofia, storia letteraria e botanica. Partendo dalla filosofia di Deleuze e Guattari, Roy si immerge nella prospettiva di diventare una pianta, traslando le proprie esperienze e adattandole al mondo vegetale. Così, l’autrice non vede solamente la vita delle piante attraverso le lenti umane, ma mostra il tentativo di trasformare il proprio sguardo e le proprie relazioni accordandole al sistema vegetale. Fuor di metafora, l’autrice intende cambiare tutti gli aspetti della sua vita, adeguandosi a quello che è lo stile delle piante, di cui ricostruisce le caratteristiche nel corso del libro e, in tal senso, intende diventare pianta. Questo percorso si sviluppa dall’elaborazione di un modo nuovo di guardare la natura vivente: se è vero che le analogie tra piante e animali, l’immedesimazione e la metamorfosi del corpo umano in pianta hanno popolato la cultura occidentale fin dalle origini ‒ si pensi all’opera di Orazio o ad Apuleio, alla pena dell’inferno dantesco, o alla dendolatria, la venerazione degli alberi che emerge nella pervasività della metafora arborea, ma anche all’albero della vita (l’albero Tuba del Corano, il Yggdrasil della tradizione normanna, l’albero Mahabodhi, e l’albero della vita di Klimt, per nominare alcuni casi) ‒ Roy segue una linea più profonda e radicale, in cui la pianta non è un essere umano dimezzato, ma rivela una superiorità vitale importante. Diversamente da ogni tentativo di antropomorfizzare la natura, Roy percorre un percorso di ascesa alla condizione vegetale, riconoscendo alle piante le capacità fondamentali di resistenza, parsimonia e armonia con l’ambiente naturale. Per esempio, si suggerisce di abbandonare la temporalità degli orologi per seguire il tempo ciclico e lento dell’albero – definito tree time – immedesimandosi in una dimensione alternativa in cui ripensare i ritmi della vita e rimodellandola secondo un sistema diverso. In questo senso, il libro non mostra solamente una modalità di acquisire serenità muovendosi all’interno di un bosco o su una collina, lontano dal caos cittadino, ma una possibilità di rigenerazione profonda. Roy, infatti, non intende distruggere sé stessa né perdersi nella foresta, ma vuole ridare a sé quella parte vegetale che ha perduto ‒ e che in un qualche modo tutti noi abbiamo perduto ‒ cioè liberare la vita della foresta secondo l’insegnamento della tradizione indiana. Non si intende perdersi nella foresta in un ritorno alle origini, che pure appartiene a una certa tradizione occidentale, ma è un vero e proprio rigenerarsi. Allo stesso tempo, non è solo amore per le piante, per l’albero di fronte a casa o per il fiore sulla tavola, è lo sforzo di andare alla sorgente (o, opportunamente, alla radice) della vita stessa. > Sumana Roy non ricerca una via per trasformare le piante in esseri umani, ma > una via per vegetalizzare l’uomo, un percorso al cui culmine c’è lo > svuotamento di ogni violenza dell’umano e la possibilità di realizzare una > società diversa. Nel corso del libro, i numerosi riferimenti letterari rivelano la ricchezza della sapienza indiana in questo ambito, dai lavori di Rabindranath Tagore, le cui poesie celebrano la relazione tra uomini e piante, così come il percorso a ritroso verso la natura o verso la foresta, al lavoro del botanico Jagaish Chandra Bose, che ha studiato i movimenti automatici e la crescita delle piante, rischiarando le ombre sulla vita segreta delle piante. In Tagore, infatti, la conversione dell’essere umano in pianta rivela una fluidità tra specie, mentre Bose esalta la spontaneità della vita vegetale. La stessa fluidità e spontaneità emerge dalla riflessione di Roy sulle funzioni umane trasposte nella vita vegetale, dall’esperienza sessuale al matrimonio con un albero, attraverso l’immagine del matrimonio nel regno delle piante di Kahlil Gibran o nel poema di A.K. Ramanujan. La complessità del comportamento delle piante rende plausibile l’esistenza di un linguaggio vegetale che non sia antropomorfizzato, e al tempo stesso rivela la possibilità di acquisire le dinamiche vegetali per ordinare certi estremi della vita umana. In tal senso, Roy non ricerca una via per trasformare le piante in esseri umani, ma una via per vegetalizzare l’uomo, un percorso al cui culmine c’è lo svuotamento di ogni violenza dell’umano e la possibilità di realizzare una società diversa, fondata sull’assunto per cui la vita delle piante favorisce e supporta la vita di tutti, fuori da ogni conflitto, in una mutualità e collettività che deve necessariamente farci riconsiderare l’ordine della natura. Questo è l’insegnamento che Roy intende portare a compimento, nel percorso di “trasformazione” in albero. A tutti gli effetti, è la via di Buddha, la cui vita spirituale è inestricabilmente legata alla venerazione dell’albero. Sulla scia di questa lunga e ricca tradizione, il libro è un tentativo di vivere la vita degli alberi: adeguando i propri desideri ai bisogni naturali, vivendo il tempo delle piante, rigettando velocità, eccessi, caos e confusione, indicando una via per cambiare sé stessi e la propria società. In conclusione, le opere di Wall Kimmerer e di Roy, pur nate in contesti culturali distanti, convergono nel riconoscere un valore paradigmatico alla vita delle piante per dare voce e contenuto a un nuovo umanesimo. Non si tratta di un ritorno nostalgico alla natura, alla Rousseau, per intenderci, ma di una rigenerazione, che parte dalla vita vegetale e dalla conoscenza scientifica del comportamento delle piante. Infatti, le scoperte preziose della scienza occidentale, che oggi rivela l’importanza e la complessità della vita e del comportamento vegetale, rischiano di essere confinate agli interessi degli studiosi e possono apparire distanti dalla vita quotidiana. Integrare queste scoperte con la saggezza delle tradizioni non europee ne rivela l’importanza e mostra un modo diverso di vivere la relazione con la natura. Seguendo la reciprocità e mutualità delle piante, non si tratta di perdere la nostra umanità, ma al contrario di portarla a compimento, aprendo a quegli aspetti che caratterizzano la vita vegetale e che permettono di realizzare una società più giusta e sostenibile, adatta alle sfide del futuro. L'articolo Cosa hanno da insegnarci le piante proviene da Il Tascabile.
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Natura contronatura. Estetica Ecoqueer di Dario Alì e Vincenzo Grasso
“U na variante naturale del comportamento sessuale umano”: così molti concepiscono oggi l’omosessualità. […] Tuttavia in questo senso sono parimenti ‘naturali’: la pedofilia, la violenza sessuale, l’omicidio, ecc. Pro Vita & Famiglia Onlus, 2015 Così si apre uno degli articoli più emblematici della retorica anti-LGBTQIA+ contemporanea. Un testo che, con linguaggio fintamente pacato ma ideologicamente feroce, costruisce un castello di nessi logici malfermi per sostenere che l’omosessualità, benché osservabile nella natura in più di 1500 specie, sarebbe in realtà contronatura dal punto di vista morale. Ma cos’è la natura e cosa significa essere contronatura? La domanda è antica, ma la risposta tutt’altro che fissa. È da questa ferita semantica e filosofica che si muove il libro Natura contronatura. Estetica ecoqueer (2025) di Dario Alì e Vincenzo Grasso: un saggio radicale e lucido che non si limita a difendere le identità queer dalle accuse di “innaturalità”, ma ribalta interamente il tavolo. La natura che invocano i Pro Vita è tutt’altro che neutra. È una costruzione ideologica: pura, eterosessuale, bianca e fertile. Nel popolare game show italiano Ciao Darwin, il gioco prevede l’ingresso della figura a di “Madre natura”, con la discesa scenica della scalinata accompagnata dall’Adiemus di Karl Jenkins: la modella scelta era sempre donna, magra, in bikini e soprattutto senza parola. Ed è così che abbiamo rappresentato la natura per secoli: muta, desiderabile, docile. Nel libro viene citata la natura secondo Merchant ovvero repressiva, priva di ironia o ambiguità. Alì e Grasso ripercorrono i nuovi poteri simbolici e ritrovano proprio “nel Medioevo la trasformazione del concetto di Natura, che viene investita di un nuovo potere: diventa la fonte delle leggi morali, giuridiche, sociali. Il rapporto tra quello che è naturale e un ordine pre-esistente e divino si rafforza e consolida e con esso l’idea che esista un solo modo ‘giusto’ di esistere e vivere”. Gli esempi di rappresentazioni di trucidazioni, lapidazioni e violenza, nel corso della storia dell’arte sono molteplici e Alì e Grasso sottolineano come servissero “a perpetuare l’oppressione attraverso l’arte, legittimando la violenza simbolica e fisica nei confronti di chi veniva percepito come l’altro” . > Nel Medioevo la natura diventa la fonte delle leggi morali, giuridiche, > sociali. Il rapporto tra quello che è naturale e un ordine preesistente e > divino si consolida, e con esso l’idea che esista un solo modo “giusto” di > esistere. Questa riflessione sull’uso simbolico dell’arte apre a una domanda più profonda: come si costruisce l’idea di normalità? Da dove nasce l’ossessione culturale per un “ordine” che separa corpi accettabili da corpi abietti, desideri legittimi da desideri proibiti? È a partire da questa ossessione che prende forma la visione estetica e politica della natura che il saggio va a smontare. > Gli esseri umani, infatti, dimostrano una predisposizione profonda a cercare e > riconoscere dei pattern di ordine nel mondo naturale. Tali ordini forniscono > modelli concreti e tangibili per concettualizzare ordini astratti, inclusi > quelli morali e sociali. In altre parole, la natura serve da vasto repertorio > di metafore e analogie attraverso le quali rappresentiamo e diamo senso a idee > complesse di organizzazione e struttura. In quest’ottica, ciò che esiste in > natura non solo descrive il mondo, ma prescrive anche come il mondo umano > dovrebbe essere”. La natura quindi non solo descrive il mondo ma lo plasma. Ma se viene smontata pezzo per pezzo l’idea di una natura “pura”, preesistente, dominante e normativa, allora non resta che aprire uno spazio per un altro processo, uno spazio puramente immaginativo. Se la natura è sempre stata un costrutto storico e dettato dalla cultura dominante, allora la contronatura può diventare un campo di possibilità estetico-politiche, un atto di immaginazione e resistenza. E qui il libro si fa esplosivo. Un esempio illuminante offerto da Alì e Grasso riguarda il discorso anti-tossico nell’ambientalismo: l’idea che l’inquinamento chimico alteri un ordine “naturale”. Giovanna Di Chiro (2010) osserva come questa ansia ambientale contemporanea si intrecci con paure culturali profonde, come quelle legate alla mascolinità. “‘Nuotare negli estrogeni’ è una delle immagini ricorrenti nei media scientifici popolari per spiegare l’instabilità pan-specie della mascolinità, come se l’identità maschile fosse in pericolo per contaminazione”. Il corpo “naturale” viene così difeso come maschio, cis, fertile. Il resto è visto come contaminazione, devianza, contronatura. Nel 1994, sulla rivista accademica UnderCurrents, Shauna M. O’Donnell scriveva “Una politica della natura non può più essere un’articolazione del privilegio prescrittivo o descrittivo bianco, maschile ed eterosessuale”. Già allora gli studenti e le studentesse della York University of Toronto, Canada, si accorgevano delle intersezioni tra politiche ambientali e teorie queer. Iniziò così, trent’anni fa, un’esplorazione dello spazio queer in natura, o quella che viene definita contronatura, una svolta che appare come epocale. > Se la natura è sempre stata un costrutto storico e dettato dalla cultura > dominante, allora la contronatura può diventare un campo di possibilità > estetico-politiche, un atto di immaginazione e resistenza. Questo scarto tra norma e corpo vissuto attraversa anche l’arte visiva contemporanea. Alì e Grasso propongono nel saggio un’idea di contronatura attraverso esempi di arte ecoqueer capace di scardinare le narrazioni problematiche che riducono il vivente a norma, gerarchia, purezza. Così la contronatura diventa non solo un atto estetico e un gesto critico ma una vera e propria possibilità culturale. Tra gli esempi più evocativi c’è Paradise Camp, l’opera dell’artista indigena queer Yuki Kihara e curata da Natalie King che mette in discussione i paesaggi, la natura e la visione di Gauguin e del suo celebre dipinto del 1897 Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?. Nell’opera di Kihara vengono rappresentate in maniera autentica le identità fa’afafine di Samoa, un vero e proprio terzo genere. Queste identità sono sempre state rappresentate in maniera errata dallo sguardo colonizzatore ed eteronormativo di Gauguin perché piegate a un’unica visione binaria dominante. O maschio o femmina. Le opere di Yuki Kihara attuano una vera e propria ribellione dell’ecologia queer, che mostra una natura differente: “L’estetica eteronormativa prescrive come ‘naturali’ corpi fondati sulla coincidenza tra sesso biologico e genere, negando loro ogni possibilità di piacere svincolato dal telos riproduttivo e imponendo l’ideale di corpi progettati per non fallire”. Ma il lavoro dell’arte ecoqueer non è solo decostruire una visione imposta, è anche percorrere nuove strade. Gli esempi proposti da Alì e Grasso mostrano le rappresentazioni artistiche dell’animale, del mostro e del non umano come rivendicazione di nuove soggettività. Da TRANSGENESIS (2021) di Agnes Questionmark che esplora il superamento non solo dei generi ma anche della stessa umanità, creando una vera e propria nuova specie umano-cefalopode, fino alle tre serie Green Porno, Seduce Me e Mammas di 38 cortometraggi di Isabella Rossellini che con la sua ironia, matericità e attorialità mostra la vita sessuale e i comportamenti riproduttivi delle varie specie. Nel capitolo dal titolo “Altri mostri”. Alì e Grasso svolgono un lavoro di fino mostrando mostri, mutanti, corpi trans*, ibridi, chimere: gli attori della nuova alleanza ecologica che partono dal discorso-manifesto di Paul B. Preciado, mettendo in discussione il dualismo natura-cultura. Scrive Preciado in Sono un mostro che vi parla (2021): “È da questa posizione di malato mentale a cui mi relegate che mi rivolgo a voi, in quanto scimmia-umano di una nuova era. Sono il mostro che vi parla. Il mostro che avete costruito con i vostri discorsi e le vostre pratiche”. Questa dichiarazione, poetica e politica, denuncia la recente storia di patologizzazione per le persone trans*. Infatti solo nel 2018 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha rimosso  la disforia di genere dalla categoria dei disturbi mentali, inserendola in una nuova classificazione, nell’ambito della salute sessuale, come “incongruenza di genere”. In Italia, il 28 luglio 2025 ha marcato il decennale dell’obbligo alla sterilizzazione chirurgica delle persone trans* imposto dai tribunali. Per ottenere la rettificazione anagrafica e la possibilità di procedere alle terapie di affermazione di genere, si doveva attraversare un rigido processo binario patologizzante, fatto di giudici, sterilizzazioni forzate e un anno obbligatorio di psichiatria. Una violenza che non è solo privata, ma sistemica, come sottolinea anche Preciado: vieni riconosciuto come persona non appena assumi e introietti i codici del maschile dominante. Questa però è una reiterazione della stessa gabbia simbolica del quadro di Gauguin. Una scelta binaria. O maschio o femmina. > Solo nel 2018 l’OMS ha rimosso la disforia di genere dalla categoria dei > disturbi mentali, inserendola in una nuova classificazione, nell’ambito della > salute sessuale, come “incongruenza di genere”. Ma l’identità trans* non vive in queste logiche binarie eteronormative, per questo, come sottolineano Alì e Grasso, accogliere la mostruosità significa accettare la natura dissidente e in continua metamorfosi del proprio corpo trans*. “Il corpo transessuale è un corpo innaturale” aggiunge nel 1994 Susan Stryker in My Words to Victor Frankesnstein above the Village of Chamounix “È il prodotto della scienza medica. È un costrutto tecnologico […] Sento un’affinità in quanto donna transessuale con il mostro descritto di Frankenstein di Mary Shelley. Come il mostro, anche io sono molto spesso percepita come non pienamente umana a causa delle modalità della mie incarnazione […] E come il mostro rivolgo [la mia rabbia] contro le condizioni nelle quali devo lottare per poter esistere”. Così lo spazio della contronatura è quello dove ciò che viene escluso dal “naturale” può finalmente prendere voce, amare, esistere. Ci sono narrazioni che si muovono dentro queste coordinate, che mettono al centro corpi queer e trans* non come trauma ma come possibilità, come felicità, come geografie affettive capaci di immaginare altri mondi. Come creare quindi un immaginario altro? Scardinando ciò che viene chiamato “normale”, restituendo spazio a ciò che è stato rimosso, marginalizzato e silenziato. Raccontare un paesaggio diverso, fatto di corpi desideranti, non normalizzati, non regolati dalla paura, è forse uno dei gesti più radicali attuati da Alì e Grasso per rispondere a chi invoca ancora oggi “la natura” come confine e condanna. La contronatura è la possibilità di immaginare altri mondi, altre ecologie, altri desideri. È un atto necessario in questo contesto politico, e in fondo, è anche una delle prerogative del lavoro culturale. L'articolo Natura contronatura. Estetica Ecoqueer di Dario Alì e Vincenzo Grasso proviene da Il Tascabile.
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Il lato oscuro della conservazione
F ulmini di pelo grigio corrono nelle aree verdi del Nord Italia e non disdegnano un premio in cibo, preso direttamente da mani umane, mentre vengono immortalati per l’immancabile video o fotografia per i social media. Sono gli scoiattoli grigi (Sciurus carolinensis): a un occhio poco attento ambasciatori della natura in zone urbanizzate, nella realtà una minaccia per i nostri ecosistemi arrivata dagli Stati Uniti. Dal 1948, anno in cui alcuni esemplari giunsero in Piemonte, questa specie ha dato filo da torcere allo scoiattolo comune (Sciurus vulgaris), a cui ruba le scorte di cibo per l’inverno e che può contagiare con il poxvirus, di cui è portatore sano. La popolazione degli scoiattoli grigi nei decenni è cresciuta fino a diventare una minaccia reale per la sopravvivenza dei cugini europei. Nel 1997 l’Istituto nazionale per la fauna selvatica ‒ l’attuale ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ‒ avviò un progetto sperimentale per l’eradicazione della specie aliena invasiva, ma l’iniziativa fu ostacolata da alcuni cittadini e associazioni e venne sospesa in seguito a un’azione giudiziaria. Questa storia, che si concluse con l’assoluzione degli scienziati coinvolti nel progetto e nella prosecuzione del programma di eradicazione, è emblematica di uno degli aspetti più critici della conservazione della natura: la scelta tra la vita di una specie invece che un’altra, la salvezza di alcuni e la morte per altri. Tutto per il bene della biodiversità. Quell’attrito tra etica ambientale ed etica animale Per biodiversità si intende ogni tipo di variabilità tra gli organismi viventi; include la diversità entro specie, tra specie e tra ecosistemi, ma può essere più semplicemente descritta come la ricchezza della vita sulla Terra: le miriadi di esseri viventi che la abitano, il loro patrimonio genetico, i complessi ecosistemi che essi costituiscono. È la rete pulsante costituita dalle specie e dalle loro relazioni e interazioni, in grado di fornire cibo, acqua potabile, aria pulita e tutto ciò che definiamo servizi ecosistemici. Nel momento in cui una specie viene meno o una relazione s’incrina, il meccanismo può incepparsi e le conseguenze possono essere molto gravi e propagarsi su più livelli, da quello sanitario a quello economico, passando per la sicurezza alimentare. > Inserirsi negli ingranaggi oliati da centinaia di migliaia di anni di > evoluzione comporta dei costi, uno di questi è dover scegliere di sacrificare > una specie per risparmiarne un’altra. Proteggere la biodiversità è cruciale per la nostra sopravvivenza e per quella del pianeta per come lo conosciamo, ma i dati a nostra disposizione non dipingono un quadro roseo. Nel 2019, il rapporto dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) ha evidenziato che oltre un milione di piante e animali rischieranno l’estinzione nei prossimi decenni a causa dell’attività umana. La sesta estinzione di massa a cui stiamo assistendo scatena in noi indignazione, paura, l’urgenza di attivarsi per fermare una catastrofe di cui ci sentiamo (e siamo) i colpevoli. Inserirsi negli ingranaggi oliati da centinaia di migliaia di anni di evoluzione comporta, però, dei costi e uno di questi è proprio dover scegliere di sacrificare una specie per risparmiarne un’altra, di fare soffrire degli individui, degli esseri senzienti, per salvaguardare degli ecosistemi che noi stessi abbiamo messo in pericolo. È l’attrito tra etica ambientale ed etica animale di cui parla Simone Pollo, docente di filosofia morale dell’Università di Roma La Sapienza ed esperto di etica del vivente, nel suo libro Umani e animali: questioni di etica (2016). La stessa forza muscolare con cui abbiamo esercitato il nostro dominio su qualsiasi risorsa naturale, ora la impieghiamo per la tutela della fauna selvatica. La lezione di Charles Darwin che ci ricollocava al nostro posto, animali tra gli animali, non è stata assimilata e ci rapportiamo al resto della biosfera con il solito ben radicato antropocentrismo. Pollo scrive: > L’anti-antropocentrismo che emerge dalla trasformazione darwiniana implica, > piuttosto, una revisione del punto di vista dal quale le nostre risposte > morali sono espresse e un ridimensionamento delle loro stesse richieste. Nel > caso specifico qui in esame la pretesa di intervenire nelle vite degli animali > selvatici in modo così intrusivo appare come una mossa problematica, nella > misura in cui incarna una “dissonanza” con la reale collocazione degli esseri > umani sulla Terra. La comprensione di questa posizione appare più > efficacemente soddisfatta da un diverso atteggiamento nei confronti degli > animali selvatici. A questi ultimi dovremmo garantire il rispetto verso la loro libertà, l’indipendenza e la possibilità di prosperare. Le politiche di conservazione della natura, però, sono il risultato di un equilibrio tra istanze antropocentriche, che desiderano salvaguardare la biodiversità per i servizi che assicura, e antiantropocentriche, che riconoscono un valore assoluto, intrinseco, a ciò che ci circonda. Sono il risultato di calcoli in cui la vita di individui animali, che di quella diversità sono artefici e attori, è solo una delle infinite variabili di cui tenere conto. Specie da salvare a qualsiasi costo Il conflitto tra individui e specie emerge spesso nella salvaguardia della natura. In alcuni casi è particolarmente evidente, come nella conservazione ex situ. È una strategia adottata per tutelare specie rare e gravemente minacciate, il cui stato in natura è talmente critico da non garantirne la sopravvivenza nei loro habitat (in situ), oppure perché gli ecosistemi in cui vivono sono ormai così degradati da rendere incerto il loro futuro. Quindi, esemplari delle specie in pericolo sono tenuti e fatti riprodurre in cattività: sono una scialuppa di salvataggio, una scorta di animali da reintrodurre nel caso in cui le popolazioni in situ non riuscissero a sopravvivere. > Le politiche di conservazione della natura sono il risultato di un equilibrio > tra istanze antropocentriche, che desiderano salvaguardare la biodiversità per > i servizi che assicura, e antiantropocentriche, che riconoscono un valore > assoluto, intrinseco, a ciò che ci circonda. La reintroduzione di individui che non hanno mai vissuto nel proprio habitat richiede ingenti sforzi e risorse e il successo non è mai garantito. Improbabile, però, non significa impossibile. Un esempio è quello del condor della California (Gymnogyps californianus). Nel 1967 il condor della California fu classificato come specie in pericolo di estinzione: il calo drastico della popolazione osservato nel Ventesimo secolo era dovuto al bracconaggio, all’avvelenamento da piombo e al danneggiamento dell’habitat di questo animale. Non si esclude che anch’esso fosse una delle vittime del DDT sul suolo americano. Nel 1983, il US Fish and Wildlife Service ‒ l’agenzia governativa degli Stati Uniti che si occupa della gestione e conservazione della fauna selvatica, della pesca e degli habitat naturali ‒ avviò un programma di riproduzione in cattività, in collaborazione con lo zoo di Los Angeles e il San Diego Wild Animal Park a cui si unirono altre istituzioni. Nel frattempo, in natura, le popolazioni di condor continuarono a diminuire fino a quando, nel 1985, rimasero solo nove esemplari selvatici alla mercé delle stesse cause che, nel corso del tempo, avevano minacciato questa specie. Le autorità decisero di catturare i condor rimasti e introdurre anche loro nel programma di riproduzione in cattività. Era il 1987 e per quattro anni nessun condor della California volò nei cieli statunitensi. Era un progetto ambizioso: la riproduzione era solo una parte di un percorso che richiedeva anche una riabilitazione comportamentale degli esemplari nati in cattività. Una specie non è definita unicamente dai propri geni, ma anche da cultura e da sistemi sociali, quando presenti. Qualcuno avrebbe dovuto insegnare ai condor a evitare i pericoli, umani compresi, a cercare cibo in un ambiente per loro sconosciuto e a riacquisire tutti quei comportamenti che si imparano dalla vita in natura, seguendo l’esempio dei propri genitori e conspecifici. Gli sforzi di scienziate e scienziati non furono vani: secondo i dati della IUCN (International Union for the Conservation of Nature), la popolazione è aumentata fino ad arrivare a 223 uccelli nell’agosto 2003, di cui 138 in cattività e 85 reintrodotti in California e nel nord dell’Arizona. La riproduzione in natura è ripresa nel 2002 e ora avviene in tutte le sottopopolazioni selvatiche della California, dell’area tra Arizona e Utah e della Baja California, in Messico. Attualmente la popolazione selvatica conta 93 individui maturi ed è in aumento. Quello dei condor della California non è l’unico esempio di reintroduzione riuscita. Un altro caso è quello del gorilla di pianura occidentale (Gorilla gorilla gorilla) in Congo e Gabon, avviata nel 1996 dalla Fondazione Aspinall. > Nonostante gli zoo abbiano abbandonato in buona parte le finalità > collezionistiche per cedere il posto a obiettivi di conservazione, ricerca ed > educazione, dobbiamo essere consapevoli che sacrifichiamo degli esseri > senzienti, molti dei quali non conosceranno mai la libertà. Dietro queste storie di successo, ci sono milioni di animali in cattività per cui non esiste un lieto fine, neanche in termini di generazioni future. Nonostante strutture come gli zoo abbiano abbandonato in buona parte le finalità collezionistiche e l’atmosfera da wunderkammer dei secoli passati per cedere il posto a obiettivi di conservazione, ricerca ed educazione, dobbiamo essere consapevoli che sacrifichiamo degli esseri senzienti, molti dei quali non conosceranno mai la libertà. Giocare a fare Gesù Negli ultimi anni si sono affermate strategie persino più radicali per salvare specie a rischio di estinzione. Lo scorso aprile è rimbalzata tra le testate nazionali e internazionali e sui social media la notizia della de-estinzione dell’enocione (Aenocyon dirus), specie scomparsa circa 10.000 anni fa, a opera del gruppo di ricerca dell’azienda statunitense Colossal Biosciences. La presunta “resurrezione” è stata decisamente ridimensionata nei giorni successivi e analizzata per capirne i reali risvolti conservazionistici, economici, etologici ed etici. Se la nascita di quei cuccioli di metalupo ‒ per l’esattezza lupi grigi il cui genoma è stato sottoposto a venti modifiche per fare assumere loro alcune delle caratteristiche dell’antico animale ‒ è da considerarsi tristemente poco più di una trovata pubblicitaria, la Colossal Biosciences è in realtà coinvolta nell’impresa disperata di salvare il rinoceronte bianco settentrionale (Ceratotherium simum cottoni). Questa sottospecie del rinoceronte bianco è stata vittima del bracconaggio e delle guerre civili che tormentano la Repubblica Democratica del Congo e il Sud del Sudan. Secondo le informazioni riportate dall’IUCN, non sono stati avvistati rinoceronti vivi dal 2006 e si ritiene siano probabilmente estinti nella Repubblica Democratica del Congo. L’ultima speranza di non perdere per sempre questo tassello di biodiversità è rappresentata da due femmine, Najin e Fatu, madre e figlia, trasferite nel 2009 dallo zoo di Dvůr Králové in Repubblica Ceca, in cui erano nate, alla riserva di Ol Pejeta, in Kenya. A loro si unirono Sudan, un maschio che era il padre di Najin e il nonno di Fatu, e Suni, il fratellastro di Fatu e Najin (quindi gli esemplari erano tra loro consanguinei) per incoraggiarne la riproduzione in un ambiente quanto più simile a quello d’origine di questi mammiferi. Il trasferimento non portò i risultati sperati: dal 2009 al 2013 ci furono diversi tentativi falliti di accoppiamento con Sudan, Suni e alcuni rinoceronti bianchi meridionali. Suni morì nel 2013 e Sudan nel 2018. Venuto meno il supporto degli esemplari maschi, il consorzio di cui fa parte anche Colossal Biosciences, sta procedendo con ulteriori prove mediante fecondazione in vitro ‒ usando lo sperma congelato dei due rinoceronti defunti ‒ e maternità surrogata. Sono interventi invasivi e non esenti da rischi per la salute anche negli animali non umani. Non possiamo sapere come andrà a finire, se la sofferenza causata a Najin e Fatu dagli spostamenti e dalle procedure mediche a cui sono state sottoposte servirà a non far scomparire la specie a cui appartengono. Stiamo giocando a “fare Dio”? Forse sarebbe meglio dire “giocare a fare Gesù”, con un riferimento esplicito alla resurrezione, come si racconta accadde a Lazzaro. Almeno così suggeriscono Bjørn Myskja e Mickey Gjerris, autori dello studio “Playing Jesus to Save Species: A Virtue Ethics Approach to Biotech De-Extinction Projects”, pubblicato su Journal of Agricultural and Environmental Ethics nell’aprile 2025. I due studiosi, attraverso l’esame del valore delle specie, delle responsabilità morali e del ruolo umano nelle estinzioni, si rivolgono all’etica della virtù per un nuovo approccio nei confronti della conservazione o del ripristino delle specie. L’etica della virtù si concentra sulle virtù e sul carattere morale delle persone, a differenza della deontologia, che si basa su regole e doveri, e del consequenzialismo, che valuta le azioni in base alle loro conseguenze. In particolare, riguardo al conflitto tra specie e individui, gli studiosi dichiarano nel testo: > Sebbene la de-estinzione possa ripristinare una specie, non può essere > realizzata senza il coinvolgimento di singoli animali, il cui benessere deve > essere considerato nelle decisioni etiche. A seconda delle procedure > impiegate, preoccupazioni come il benessere fisico e psicologico, la > conoscenza delle esigenze tipiche degli animali e la sensibilità alle > preferenze individuali devono guidare le nostre azioni. Virtù come la > compassione e la cura sono centrali in queste decisioni. Nel mondo in cui viviamo, l’essere umano ha creato situazioni che non possono essere risolte con soluzioni perfette e per le quali siamo costretti ad adottare scelte di compromesso. Davanti a questa prospettiva, la stima del rapporto costi/benefici, che scaturisce dal confronto tra il benessere di individui e la salvezza di una specie, dovrebbe soppesare molteplici fattori tra cui i dati scientifici, ma anche, ad esempio, le percezioni culturali. Queste dovrebbero essere le premesse per una riflessione continua e lucida sul nostro stile di vita, che ha portato a diminuire le opportunità di prosperare per gli esemplari di alcune specie. Myskja e Gjerris dichiarano nell’articolo: “In tali riflessioni, le risposte generali ci portano solo in parte verso una soluzione, che deve sempre essere particolare e contestualizzata”. Di conservazione si può anche morire Ipotesi di soluzioni particolari e contestualizzate sono quelle riportate in un’altra pubblicazione, comparsa su Science il 15 maggio scorso, intitolata “Deliberate extinction by genome modification: An ethical challenge. What circumstances might justify deliberate, full extinction of a species?” Per mantenere in piedi la rete di esseri viventi e relazioni che compongono un ecosistema, in alcuni casi è necessario eliminare delle specie: anche questa è una strategia di conservazione. Il gruppo di autrici e autori composto da scienziati appartenenti a differenti ambiti, tra cui bioeticisti, biologi della conservazione, ecologi ed esperti di scienze sociali, ha esaminato la possibilità di adoperare l’ingegneria genetica per estinguere localmente o globalmente tre particolari specie: la mosca del Nuovo Mondo (Cochliomyia hominivorax), la zanzara Anopheles gambiae, vettore della malaria, e le specie di roditori invasive come il topo domestico (Mus musculus) e i ratti (Rattus rattus e Rattus norvegicus). > Per mantenere in piedi la rete di esseri viventi e relazioni che compongono un > ecosistema, in alcuni casi è necessario eliminare delle specie: anche questa è > una strategia di conservazione. Secondo l’analisi svolta, l’estinzione completa e deliberata potrebbe essere accettabile solo in casi estremamente rari, dopo la valutazione di fattori come le sofferenze causate ad animali umani o non umani dalla specie in esame, il suo impatto ecologico, l’efficacia delle strategie genomiche rispetto ai metodi tradizionali, il rischio di conseguenze indesiderate come l’estinzione involontaria della specie, la pericolosità della specie per la salute pubblica (compresa la sicurezza alimentare), il valore intrinseco della specie e i benefici ambientali che eventualmente esercita. Emerge anche l’importanza del coinvolgimento delle comunità locali e delle parti interessate nel processo decisionale, per assicurarsi che il problema sia esaminato da diverse prospettive, con un’adeguata rappresentanza di coloro che ne sono maggiormente colpiti. Dallo studio risulterebbe che solo la mosca del Nuovo Mondo, un parassita letale per l’essere umano e gli animali selvatici e d’allevamento, sarebbe eleggibile per l’eradicazione totale, mentre per Anopheles gambiae si dovrebbero dirottare le attenzioni direttamente sul plasmodio della malaria, e per topi e ratti ‒ da sempre vettori di malattie e causa di gravi danni alle scorte alimentari, alla fauna selvatica e agli ecosistemi ‒ sarebbe preferibile l’eliminazione solo a livello locale, concentrandosi su tecniche che agiscano in un intervallo di tempo limitato o si possano applicare su specifiche sottopopolazioni. Di modifiche genetiche (e strategie di conservazione), dunque, si può anche morire. Le basi di questa discussione potrebbero essere una guida per gli interventi che riguardano altre specie, proprio come lo scoiattolo grigio in Italia. Sempre grazie ai dati raccolti dall’IPBES, sappiamo che le specie aliene invasive hanno contribuito al 60% delle estinzioni di cui siamo venuti a conoscenza: si stima che poco più di 200 tra queste abbiano causato oltre 1.200 estinzioni locali di specie autoctone per predazione, competizione per le risorse, trasmissione di malattie o distruzione dei loro habitat. Ne conseguono anche danni per Homo sapiens, come scrive Piero Genovesi, responsabile ISPRA della conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità, e tra i massimi esperti mondiali di specie aliene, nel suo libro Specie aliene. Quali sono, perché temerle e come possiamo fermarle (2024). Genovesi spiega che il passo dalla questione ecologica a quella sociale è molto breve. Le invasioni biologiche, infatti, possono avere conseguenze gravi anche per le persone, colpendo in particolare le comunità più vulnerabili e arrivando a minacciare anche la salute. Purtroppo, questa molteplicità di effetti negativi non è un’eccezione, ma una caratteristica frequente di molte invasioni biologiche, che spesso esercitano impatti su diversi ambiti, dalle attività economiche alle infrastrutture, fino a influenzare le economie locali e nazionali. > Le specie aliene invasive hanno contribuito al 60% delle estinzioni locali di > specie autoctone per predazione, competizione per le risorse, trasmissione di > malattie o distruzione dei loro habitat. Il caso dello scoiattolo grigio ha fatto emergere in Italia il conflitto tra specie e individui. Per una parte dell’opinione pubblica è stato difficile accettare che venissero eliminati quegli animali con cui avevano un contatto diretto, un sentimento amplificato dal loro aspetto simpatico, dalla loro socievolezza e dalla mancanza di consapevolezza dei danni che stavano arrecando. Le nuove tecnologie genomiche, che riducono al minimo la sofferenza degli animali durante le operazioni di eradicazione, insieme a un dialogo aperto che consideri sia la scienza sia l’etica, potrebbero rappresentare il futuro della tutela della biodiversità. Tuttavia, decisioni di questo tipo saranno sempre accompagnate da un profondo dilemma morale. Il residuo morale Inquinamento, distruzione di habitat, sfruttamento dei suoli, emissioni di gas serra, bracconaggio, disboscamento, cementificazione, commercio illegale di animali: queste sono solo alcune delle attività su cui avremmo dovuto e dovremmo agire per evitare un’imponente perdita di biodiversità e ridurre il rischio di estinzione di molte specie. Ci sono poi strategie più invasive, che evidenziano come Homo sapiens continui a esercitare il suo impatto sul pianeta e su tutti i suoi abitanti, anche se per salvare, curare, ripristinare. Non solo il dominio, anche la custodia può trasformarsi in una forma di controllo che imponiamo agli altri esseri viventi. È vero: abbiamo a disposizione conoscenze e strumenti per farlo nel migliore modo possibile, cercando di assicurare maggiore benessere per gli esemplari oggetto dei programmi di conservazione e di eradicazione. Resta il fatto che sosteniamo di voler far prosperare le specie, ma soprassediamo sul valore degli individui. A questo proposito, la giornalista Emma Marris, nel suo libro Anime Selvagge. La rigogliosa libertà del mondo non umano (2022) ci invita a fare i conti con il residuo morale, definito come l’insieme delle esigenze morali che rimangono insoddisfatte in situazioni che presentano un dilemma, come quelle descritte. Salvare lo scoiattolo comune europeo significa condannare a morte lo scoiattolo grigio, i tentativi per evitare l’estinzione del rinoceronte bianco settentrionale comportano rischi e forme di stress negli esemplari coinvolti nel progetto di salvaguardia della specie. Le scelte che adottiamo ci costringono a pagare dei costi etici inevitabili. “Non esiste un unico lieto fine per la vita sulla Terra, così come non esiste una formula semplice per agire eticamente in un mondo umanizzato”, scrive Marris: “Dobbiamo fare il meglio che possiamo con molteplici valori incommensurabili, e poi convivere con le scelte che abbiamo fatto, le specie non salvate, il dolore che abbiamo causato”. L'articolo Il lato oscuro della conservazione proviene da Il Tascabile.
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Quando la letteratura salva i territori
H aworth, cittadina del West Yorkshire ai piedi dei Monti Pennini, ha un’altitudine media di 234 metri. La via principale sale ripidissima verso la brughiera, tanto che le vecchie case edificate ai lati possono mostrare una facciata di soli due piani e al tempo stesso nasconderne sul retro anche cinque o sei, assecondando la discesa della collina a picco verso la vallata. In cima alla Main Street, davanti a un vecchio cimitero, si trova la canonica dove Charlotte, Emily e Anne Brontë vissero le loro brevi vite e scrissero opere immortali ispirate dal vento dell’ovest, che batte le brughiere tra Yorkshire e Lancashire con velocità medie di oltre 19,3 chilometri orari nelle stagioni fredde, arrivando fino a 22,4 nel mese di gennaio. “Wuthering” di Wuthering Heights (1847) significa proprio “un vento che soffia molto forte”: ed ecco che già nel titolo del suo romanzo Emily Brontë lega strettamente una storia di passione, vendetta e amore universale alla particolare natura della terra in cui è vissuta. «E vedremo se un albero non crescerà storto come un altro con lo stesso vento a piegarlo» (capitolo 17) è la sfida che Heathcliff lancia alle nuove generazioni di Cime Tempestose, utilizzando il vento come metafora di sé stesso. Di fatto, Heathcliff si è formato nell’immaginazione di Emily quale incarnazione delle rigide condizioni atmosferiche che lo hanno modellato e che si riflettono nella sua indole violenta e nelle sue trascinanti emozioni. Anche le storie di Charlotte e Anne e del fratello Branwell sono intimamente connesse alla brughiera che le ha generate: per questo visitare Haworth significa immergersi nella vita della famiglia Brontë. Uno dei modi per raggiungere la cittadina è prendere a Keighley il treno a vapore di una linea privata che trasferisce subito nell’aura dell’epoca. La canonica è oggi sede del Brontë Parsonage Museum, che ricrea l’atmosfera spartana della vecchia dimora famigliare e che da solo richiama 85.000 visitatori ogni anno. Chiunque si rechi in visita a Haworth non potrà fare a meno di notare come l’amore per la famiglia Brontë e per la sua eredità letteraria abbia contribuito alla conservazione del villaggio: dall’acciottolato di Main Street alle numerose botteghe dall’aspetto quanto più possibile vicino all’originale, come il negozio dove le tre sorelle si procuravano il materiale per scrivere. Un amore che si spinge fino a contemplare anche l’ambiente naturale circostante: dalla Brontë Waterfall, dove i giovani scrittori erano soliti scortare gli amici o ritirarsi in silenzio, fino a Top Withens e Ponden Hall, ritenute rispettivamente l’ispirazione per Cime Tempestose e Thrushcross Grange nel romanzo di Emily, l’intera brughiera di Haworth è un luogo di culto per i brontëani di tutto il mondo. Di più: dopo l’abbattimento dell’albero del Vallo di Adriano, i due sicomori che segnano il punto in cui si trovano le rovine di Top Withens sono forse i più amati in tutto il Regno Unito. > Chiunque si rechi in visita a Haworth non potrà fare a meno di notare come > l’amore per la famiglia Brontë e per la sua eredità letteraria abbia > contribuito alla conservazione non solo del villaggio, ma anche dell’ambiente > naturale circostante. Proprio a causa della sua ventosità Haworth è stata individuata come luogo ideale per investimenti in energia eolica. Nel corso del 2024 il proprietario di una catena di centri commerciali, in collaborazione con un’azienda saudita, ha sviluppato un piano per trasformare la brughiera nel Calerdale windfarm, progetto che prevede la costruzione di 65 turbine alte fino a 200 metri – «due terzi dell’altezza della Torre Eiffel». Secondo i sostenitori del progetto il parco eolico potrebbe generare energia sufficiente per alimentare 286.491 abitazioni e consentire così di risparmiare 426.246 tonnellate di carbone ogni anno. Di fatto, però, questi cambiamenti porterebbero a un danno devastante a livello paesaggistico e a conseguenze disastrose sotto il profilo ecologico. L’area interessata è infatti composta per il 90% circa da habitat prioritari sul territorio nazionale (torbiere, brughiere e zone umide) e ospita un’enorme varietà di fauna selvatica. Tra le voci degli oppositori si sono levate quelle di varie organizzazioni ambientali, preoccupate per la compromissione del ruolo che le torbiere hanno storicamente svolto nel mitigare le inondazioni, nonché per il rilascio del carbonio immagazzinato nel suolo. Joseph Holden, professore di geografia dell’Università di Leeds, ha spiegato come l’entità del danno supererebbe la grandezza delle singole turbine e delle loro fondamenta, giacché per ciascuna di esse si renderebbe necessario costruire una strada di accesso e interrare grossi cavi per collegarle alla rete elettrica nazionale, causando così la distruzione su larga scala della torba. Sono stati messi in luce anche i rischi per la fauna e in particolar modo per gli uccelli nidificanti, che verrebbero a perdere siti critici per la nidificazione trovandosi costretti a migrare in aree subottimali, qualora riescano a evitare collisioni fatali con le pale rotanti. Tuttavia, il peso più determinante nel blocco del progetto è forse quello che hanno avuto i membri della Royal Society of Literature e della Brontë Society, società storica che si occupa di promuovere e preservare l’eredità materiale e culturale della famiglia di scrittori, i quali hanno preso apertamente posizione dichiarando come lo sviluppo del progetto avrebbe «un impatto significativo e dannoso […] su un paesaggio di fama mondiale». Oggi la brughiera delle sorelle Brontë è diventata la settima riserva naturale nazionale (nonché prima nel West Yorkshire) della King’s Series of National Nature Reserves, piano con cui il governo britannico si è impegnato a nominare venticinque nuove riserve naturali in un periodo di cinque anni dall’incoronazione di Re Carlo III. La Bradford Pennine Gateway National Nature Reserve, questo il suo nome ufficiale, copre 1.274 ettari, di cui 738 (cioè il 58%) sono stati indicati come Site of special scientific interest (SSSI). La riserva è stata designata quale sede per studi e ricerche sul campo in collaborazione con università e college locali in vista dell’assegnazione dello status di Città della cultura per il 2025 alla città di Bradford. La creazione della Bradford Pennine Gateway, che collega otto siti naturali nell’area di Bradford e dei Pennini meridionali, segna un passo cruciale nel percorso di recupero degli ambienti naturali, non solo nello Yorkshire ma in tutto il Regno Unito, marcando un’importante vittoria della letteratura sull’economia green. Grazie alle suggestioni evocative con cui una famiglia di scrittori ha saputo animarle, le brughiere di Haworth sono diventate un patrimonio culturale protetto e tutelato, il che induce a porre una domanda interessante e ancora poco esplorata: che ruolo può avere la letteratura nella       salvaguardia di ecosistemi e territori? Educare alla conservazione ambientale con le opere letterarie Nel 1810 William Wordsworth pubblica la Guide to the lakes, in cui espone il resoconto di una salita su Scafell Pike, la montagna più alta d’Inghilterra. Il racconto è l’occasione per descrivere il Lake District, dove il poeta visse e trasse ispirazione per gran parte dei suoi lavori. In esso Wordsworth non si limita a descrivere il paesaggio, ma si concentra piuttosto sull’intento di trasmettere l’esperienza emotiva che la natura suscita in lui. Alcuni critici hanno notato come lo stile e il contenuto della Guide sembrino a loro volta ispirati a un’altra opera, Julie, ou la nouvelle Héloïse di Jean-Jacques Rousseau, ambientata nella regione delle Alpi svizzere di Vevey. Pur non contenendo una descrizione specifica del paesaggio alpino, il romanzo di Rousseau evoca infatti la bellezza naturale della regione utilizzando l’ambiente per restituire una specifica atmosfera e descrivere il rapporto intimo tra esseri umani e natura. Si crea così un doppio movimento: da un lato il resoconto di Wordsworth mostra l’impatto che la visione di Rousseau ha avuto sulla sua percezione del Lake District; dall’altro la versione di Wordsworth è destinata a influenzare il modo in cui i visitatori successivi (tra i quali Branwell Brontë) vivranno l’esperienza di scalare Scafell Pike. > Grazie al lavoro di una famiglia di scrittrici, le brughiere di Haworth sono > diventate un patrimonio culturale protetto e tutelato, il che induce a > domandarsi che ruolo possa avere la letteratura nella salvaguardia di > ecosistemi e territori. La grande quantità di opere letterarie che pone al proprio centro la natura mostra come letteratura e ambiente siano strettamente correlati, se non inseparabili. Come abbiamo visto per Wuthering Heights, la natura non è solo lo sfondo dell’azione o un elemento d’atmosfera, ma costituisce anche un aspetto fondante della trama. «Ora stai radunando i tuoi Personaggi in modo delizioso […] – 3 o 4 Famiglie in un Villaggio di Campagna è la cosa migliore per lavorarci su» scriveva Jane Austen in una lettera alla nipote Anna, intenta a pianificare la struttura di un romanzo. Che le opere letterarie siano in grado di sensibilizzare alla tutela dei territori e degli ecosistemi è la premessa alla base dell’ecoletteratura, disciplina ibrida che si pone come obiettivo quello di operare modifiche nel comportamento e nella mentalità utili a superare la crisi ambientale. Uno studio condotto nel 2023 da un gruppo di ricercatori dell’Universitas Islam Sumatera Utara, in Indonesia, su una selezione eterogena di opere a sfondo naturale osserva come queste svolgano un importante ruolo nella conservazione dell’ambiente e al tempo stesso nella formazione di una coscienza critica sull’importanza di mantenere l’integrità degli ecosistemi. Esperimenti interessanti in questo ambito esistono anche nel nostro Paese e si segnalano in particolare quelli condotti da ZEST, progetto di divulgazione letteraria fondato nel 2016 e dal 2024 attivo con una propria casa editrice. Tra le varie attività di ZEST si annovera la curatela di festival che prevedono al loro interno la presenza di panel internazionali, mostrando così una serie di punti di una geografia culturale che si possono unire. La preoccupazione per la conservazione degli ecosistemi e la consapevolezza che la letteratura possa avere un impatto significativo sulla coscienza umana del cambiamento hanno influenzato anche gli studi critici. Nel luglio 2013 il Dipartimento di inglese del St. Xavier’s College for women, in India, ha organizzato il primo seminario sull’ecocritica, con l’intento di sensibilizzare i lettori sull’urgenza del tema e sull’utilità di alcune delle aree studiate, selezionate dai relatori in collaborazione con attivisti ambientalisti. > Un recente studio condotto in Indonesia rivela come le opere a sfondo naturale > svolgano un importante ruolo nella conservazione dell’ambiente e nella > formazione di una coscienza critica sull’importanza di tutelare l’integrità > degli ecosistemi. «Lo studio della letteratura in chiave ecologica ha preso piede soprattutto negli Stati Uniti, a partire dagli anni Novanta» spiega Niccolò Scaffai, professore ordinario di letteratura italiana contemporanea, nel saggio Letteratura e ecologia (2017): > è in quel decennio, infatti, che si è affermato il cosiddetto Ecocriticism. > Più di recente, lo studio ecologico della letteratura si è diffuso anche in > Europa e in Italia, con premesse e obiettivi in parte diversi dal modello > americano. La differenza principale dipende da una diversa idea di natura e > paesaggio: nella cultura americana prevale il valore della wilderness, la > natura incontaminata e disabitata; nel contesto italiano, ambienti e paesaggi > sono determinati da una stretta relazione con la Storia. Letteratura e wilderness: il caso Big Sur Oltre 110 chilometri di scogliere a picco sull’oceano, a un’altezza compresa tra i 500 e 1.000 metri: Big Sur, sulla costa del Pacifico a sud di San Francisco, è stato mitizzato da artisti e scrittori per via della sua natura impervia e fortemente ispiratrice. Henry Miller vi si trasferì nel 1944, dopo essere sfuggito all’Europa e alla Seconda guerra mondiale e avere intrapreso un viaggio per «risalire alle fonti della natura e della cultura americana». Dal suo capanno vedeva la foresta precipitare verso le onde spumeggianti e le aquile volare sopra i canyon; di notte sentiva urlare i coyote, in «una regione dove gli estremi si toccano, dove si ha sempre un senso di stagione, di spazio, di grandiosità, di eloquente silenzio». Fino agli anni Trenta a Big Sur si arrivava soltanto a piedi o a cavallo: «Avanzare» scriveva Miller «significava lottare contro spine, rovi, liane». Per assecondare il crescente desiderio di sfuggire all’urbanizzazione e tornare alla natura, nel 1937 era stata inaugurata la celebre Highway 1, una delle strade panoramiche più iconiche del mondo. Paradossalmente, l’operazione aveva comportato lo scavo di pareti rocciose «a furia di dinamite», il riempimento di canyon e l’abbattimento di molte sequoie, oltre allo scarico di un’enorme quantità di detriti nell’oceano con conseguenze letali per la locale popolazione di abaloni. Nel suo memoriale Big Sur and the Oranges of Hieronymus Bosch (1957), Miller notò come l’apertura della strada avesse portato un numero crescente di turisti a riversarsi nella zona ed espresse il timore che il suo carattere speciale venisse rovinato. Cinque anni dopo gli fece eco Jack Kerouac, che nel suo romanzo Big Sur (1961) prese atto di come la cultura dell’autostop fosse cambiata, vedendo sfilare «un’elegante station wagon dopo l’altra». Oggi Big Sur attrae più di 4 milioni e mezzo di visitatori all’anno (stima: See Monterey), più dello Yosemite National Park. A differenza di quest’ultimo, però, non dispone delle infrastrutture adatte per gestire grandi folle e la sua struttura geologica ha risentito drammaticamente dello scavo dei monti Santa Lucia per fare spazio alla strada panoramica, attraversata dalla faglia San Gregorio-Hosgri. Le conseguenze si sono intensificate nell’ultimo decennio a causa di ripetuti incendi e dell’accelerare della crisi climatica: forti piogge seguite a mesi di siccità hanno fatto crollare a più riprese pezzi di corsia, dislocando oltre un milione di metri cubi di terra e detriti e bloccando per mesi l’accesso da sud a gran parte del Big Sur. Tuttora la strada è parzialmente chiusa e la riapertura completa viene continuamente rimandata perché la parte franata è ancora in movimento, con uno spostamento calcolato di un piede (circa 30 centimetri) al giorno. La maggior parte dei residenti non ha dubbi sul fatto che la costa si stia sgretolando in mare. La combinazione di incendi, che aumentano la suscettibilità del territorio all’erosione, e di piogge torrenziali è la ricetta perfetta per un continuo incremento delle frane. Al pari di altre destinazioni privilegiate nel mondo, Big Sur si trova dunque ad affrontare la difficile sfida di mantenere un’economia fondata sul turismo e al tempo stesso limitare l’impatto che questo ha sull’ambiente. Con simili dati la situazione si complica e ci spinge ad addentrarci in luoghi spinosi per trovare risposta alla nostra domanda. E se, come suggerisce il New York Times, fosse proprio l’amore che nutriamo per i luoghi letterari quello che li sta uccidendo? Il turismo letterario in Italia, tra Storia e strumentalizzazione In Italia si è sviluppato addirittura un sistema di Parchi letterari, organizzati attorno a uno scrittore o a una scrittrice e ai suoi luoghi di creazione, con l’idea di «ricercare e animare di suggestioni evocative i luoghi che hanno visto la presenza fisica e interpretativa di grandi letterati». Se il primo Parco letterario è stato creato in Norvegia, Giovanni Capecchi ne fa risalire l’origine nel nostro Paese alla Fondazione Ippolito Nievo, che nel 1992 ha fondato il Parco nieviano per preservare i luoghi e le vicende narrati in Le confessioni d’un italiano, con particolare attenzione per il Castello di Colloredo di Mont’Albano, parzialmente distrutto da un terremoto. > Il caso di Big Sur, un luogo invaso dal turismo anche per via del suo status > letterario, pone un interrogativo di segno opposto: e se l’amore che nutriamo > per i luoghi letterari, lungi dal tutelarli, finisse per condannarli? A differenza dei parchi “a tema letterario” (come il Parco policentrico Collodi in Toscana) i Parchi letterari non sono circoscritti in un perimetro preciso ma si estendono per un’ampia area geografica che aspira a corrispondere allo spazio fisico e psichico di un autore, spesso includendo gli edifici in cui questi ha vissuto e lavorato. I loro confini possono coincidere in parte con quelli di un parco naturale, ma perlopiù si tratta di itinerari ideali che riuniscono diverse attività allo scopo di promuovere il turismo locale. Sul finire degli anni Novanta diverse decine di Parchi sono sorte su tutto il territorio nazionale grazie alle sovvenzioni dell’Unione Europea. Alle soglie del 2000 se ne contavano 38, con oltre 300.000 visitatori nel 2000-2001. Elena Dai Prà, professoressa associata di geografia presso l’Università degli studi di Trento, spiega come il quadriennio 1997-2001 rappresenti «una tappa storica» per via del «grande fervore di progettualità che puntava sulla letteratura come chiave inedita per la valorizzazione territoriale». Solo nel Mezzogiorno furono presentate ben 238 proposte, anche se solo 17 riuscirono ad accedere ai finanziamenti della Sovvenzione globale. Un vero e proprio «boom dei Parchi» a cui è seguita una fase più difficile dopo il giugno 2001, che ha visto la conclusione del sostegno comunitario e ha portato alla chiusura di alcuni di essi. Nonostante queste difficoltà il dispositivo dei Parchi letterari continua a funzionare e il 24 luglio 2024, a San Terenzo, nel cuore del Golfo della Spezia, è stato inaugurato il Parco letterario Percy Bysshe Shelley. Fu infatti alla Villa Magni di San Terenzo che nel 1822 Shelley decise di passare l’ultima estate della sua vita insieme alla moglie e alcuni amici: è anche per il loro passaggio che il luogo è oggi noto come Golfo dei poeti. Il percorso ideale del Parco va dal giardino di Villa Magni al Monte Rocchetta che lo sovrasta, passando per il punto panoramico noto come Pietraia da cui si può godere della vista di quel golfo dove Percy trovò la morte. Mary Shelley ne parlava come di uno scenario «di una bellezza inimmaginabile […] come se ne vedono soltanto nei paesaggi di Salvator Rosa». Chissà cosa penserebbe se sapesse che quel golfo tanto amato è oggi occupato da un vero e proprio ecomostro il cui muro di cinta preclude l’accesso al mare. Si tratta dell’Arsenale della Marina militare, inaugurato nel 1869 e progressivamente abbandonato dopo aver perso più di 10.000 lavoratori e lavoratrici nel corso di una settantina d’anni. Secondo William Domenichini, membro dell’associazione Murativivi e autore del libro Il golfo ai poeti, No Basi Blu (2023) l’Arsenale è una «discarica vista mare» e presenta «una quantità di amianto impressionante», oltre a siti contaminati, sversamenti a mare e rischi nucleari. Benché la struttura si estenda all’interno del centro storico di La Spezia, coprendo una superficie totale di 900.000 m² e sviluppando un reticolo stradale di circa 13 km, oltre a 6,5 km di banchine che circondano quasi 1.400.000 m² di specchi acquei, non c’è in vista alcun piano di recupero o di riattivazione dei tanti capannoni abbandonati. È invece in atto la procedura di adeguamento agli standard NATO avviata dal Genio della Marina nel 2022, nell’ambito del programma Basi Blu: un progetto spacciato come “green” che in realtà non ha nulla di sostenibile e che porterà a un ulteriore ampliamento delle infrastrutture portuali militari per una spesa complessiva di 354 milioni di euro. > Chissà cosa penserebbe Mary Shelley se sapesse che quel golfo tanto amato è > oggi occupato da un vero e proprio ecomostro il cui muro di cinta preclude > l’accesso al mare. Che istituzioni di salvaguardia territoriale a mezzo culturale e comparto cantieristico di natura bellica riescano a convivere nel medesimo spazio è una delle contraddizioni tipiche del nostro tempo. Domenichini spiega che «il marketing territoriale a La Spezia è debordante: basti pensare che la centrale Enel, che fino a pochi mesi fa bruciava carbone e per 60 anni ha ucciso la gente è intitolata a Eugenio Montale.» Se l’amore (per la letteratura) non basta Quello del Golfo dei poeti non è certo un caso isolato, così come non lo è Big Sur; entrambi però ci aiutano a capire come l’amore per la letteratura, da solo, non sia sufficiente a salvaguardare territori ed ecosistemi quando le forze in gioco hanno nomi come collasso climatico, economia capitalista, assetto imperialista e overtourism. Il dispositivo del Parco letterario può essere interessante ma mostra tutti i suoi limiti proprio attraverso le iniziative che promuove, che sono slegate dalla comunità, alimentate da un motore politico e prive di continuità. Già nel 2003 Dai Prà notava l’assenza di una legislazione specifica che regoli modalità di attuazione e di gestione dei Parchi, che insieme all’«utilizzo prezzolato dei marchi registrati» rischiava di far scadere un progetto nato con finalità culturale in un prodotto alla moda di stampo anglosassone. Per le stesse ragioni è difficile attuare una vera didattica letteraria e ambientale nelle scuole, se tutto dipende dagli umori del dirigente scolastico di turno; eppure, questo avrebbe una messa a terra molto più concreta, con il coinvolgimento di studenti e studentesse anche nel periodo estivo. > Quello di cui avremmo bisogno è un cambio di prospettiva radicale: una visione > nuova, in grado di rivelare la bellezza degli ecosistemi al di là del loro > potenziale di sfruttamento ai fini del profitto. «Iniziative che culminano in laboratori di scrittura, storia del paesaggio e storia locale sono capaci di mettere in moto delle energie urgenti» mi spiega il poeta e saggista Francesco Maria Terzago, per il quale si può operare un cambiamento nella coscienza collettiva promuovendo un’educazione ambientale che sensibilizzi alla conservazione degli ecosistemi e che passi anche attraverso la letteratura: «Una letteratura capace di contaminarsi e di cambiare il suo punto di vista, che abbandoni una visione di privilegio per accogliere una policromia di sistema anche grazie all’utilizzo di spazi laboratoriali all’aperto. Questo si può e si deve fare soprattutto nelle periferie decentrate, per costruire una dimensione di relazione con chi abita in quelle frazioni e ripartire dalle piccole comunità.» Quello di cui avremmo davvero bisogno, in sintesi, è una classe intellettuale meno inerte, che trovi il coraggio di uscire dalle proprie fortezze costruite attorno al privilegio, di una classe politica non asservita alle ingerenze straniere e, per tutti e tutte, di un cambio di prospettiva radicale: una visione nuova, in grado di rivelare la bellezza degli ecosistemi al di là del loro potenziale di sfruttamento ai fini del profitto, che affranchi la Storia da ogni tentativo di strumentalizzazione sia nel senso revisionistico della propaganda che in quello predatorio del marketing. Solo così potrà emergere la nuova letteratura dell’Antropocene. L'articolo Quando la letteratura salva i territori proviene da Il Tascabile.
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I gufi dei ghiacci orientali di Jonathan C. Slaght
U n Golem pennuto, un Muppet maligno, un arcigno bidone della spazzatura. Con questi epiteti Jonathan C. Slaght, biologo della fauna selvatica e scrittore, cerca di descrivere il gufo pescatore di Blakiston tra le pagine del libro I gufi dei ghiacci orientali (2024), pubblicato in italiano da Iperborea nella traduzione di Luca Fusari. Occorre, però, non farsi ingannare dal tono sprezzante di queste brevi descrizioni perché, già dalle prime righe, si comprende l’attrazione dell’autore per questo rapace elusivo e si percorrono i suoi passi nei gelidi e inospitali paesaggi del Territorio del Litorale, nell’Estremo Oriente russo, nel tentativo di conoscere e proteggere questo animale così raro. Il primo a descrivere il gufo pescatore, dopo un incontro in Giappone, fu il naturalista ed esploratore inglese Thomas Blakiston (1832-1891), da cui la specie (Ketupa blakistoni) prende il nome. Vladimir Arsen’ev (1872-1930), esploratore e scrittore, fu invece tra i primi russi ad addentrarsi nel paesaggio del Litorale, illustrandone flora, fauna e abitanti. Lo statunitense Jonathan C. Slaght visita quelle terre lontane poco più che adolescente e vi fa ritorno prima come studente universitario e, in seguito, nei Peace Corps: tre anni in cui si avvicina agli ornitologi russi e al loro lavoro. > «Del gufo pescatore avevo sentito parlare pressoché subito dopo aver scoperto > il Litorale. Per me era come un pensiero bellissimo che non riuscivo ad > articolare. Scatenava lo stesso desiderio ammaliante di un luogo che hai > sempre voluto esplorare, ma di cui a conti fatti non sai molto». Durante un’escursione, circa un secolo dopo le esplorazioni di Blakiston e Arsen’ev, l’autore riesce a fotografare un esemplare del rapace, per la prima volta così a sud. Le foto finiscono nelle mani del biologo Sergej Surmač, ornitologo di Vladivostok e unica persona in tutta la regione a occuparsi del gufo pescatore. Da quell’incontro alla progettazione di un dottorato di ricerca sul gufo il passo è breve. L’obiettivo è realizzare un piano di conservazione per questa specie in un’area naturale quasi incontaminata, quella della Russia dell’estremo orientale dei primi anni 2000, minacciata da attività come il disboscamento, la costruzione di strade e il bracconaggio. > Seguire tra le pagine i primi passi di Jonathan C. Slaght e della sua squadra > dà l’impressione di essere a caccia di un fantasma: quella del gufo pescatore > è una presenza che, da principio, possiamo avvertire solo attraverso segni e > indizi. La pianificazione di Slaght, messa a punto proprio con l’aiuto di Surmač, mentore e collega che lo accompagnerà lungo diverse tappe della ricerca, è serrata e piuttosto ambiziosa considerando l’oggetto di studio, ossia un predatore estremamente sfuggente con ben due metri di apertura alare. Il programma è complesso: prima è necessario identificare la popolazione di gufi pescatori, quindi bisogna ricostruire areali e comportamenti attraverso la raccolta ed elaborazione di dati ottenuti dall’osservazione e da radiotrasmittenti e GPS applicati sul dorso di alcuni esemplari che, ovviamente, dovranno essere temporaneamente catturati senza esporli al minimo rischio. «Dopo soli tre mesi il mio progetto quinquennale mi sembrava già un viaggio affascinante, che lambiva i confini della civiltà umana alla scoperta di un gufo difficile da decifrare». Seguire tra le pagine i primi passi di Jonathan C. Slaght e della squadra che supporta il suo lavoro dà l’impressione di essere a caccia di un fantasma: quella del gufo pescatore è una presenza che, da principio, si può avvertire solo attraverso segni e indizi, come la caratteristica forma a K delle impronte delle zampe sulla neve, la presenza di nidi, borre ‒  il rigurgito di cibo non digerito dall’animale ‒ e ascoltando in silenzio il duetto canoro delle coppie di uccelli in lontananza. Con il trascorrere delle settimane, dei mesi e degli anni, questa entità quasi ectoplasmica acquisisce un corpo. I primi avvistamenti sono delle epifanie: > Quando fummo a poche centinaia di metri dall’affluente, al crepuscolo, > qualcosa di massiccio saltò giù da un albero. Nonostante la penombra la sua > sagoma si stagliava sulla superficie ghiacciata del fiume vicino alle rupi, > davanti alla foce dell’affluente. Avevo già visto altri gufi nell’ombra e ne > riconobbi subito uno, ma questo era più grande. Era un gufo pescatore. Mi > accorsi che stavo trattenendo il fiato per la sorpresa. Si percepisce il freddo che punge la pelle e attanaglia la mente, la stanchezza di ore di cammino durante osservazioni senza risultati e l’inquietudine alimentata dalle poche ore di sonno. Procediamo nel racconto proprio come il biologo è andato avanti nella sua ricerca del gufo pescatore che, dopo tanti tentativi, finalmente appare nella sua corporeità: è lì sulle rive di un corso d’acqua, mentre ghermisce salmoni, alto poco meno di un metro, il becco adunco, gli occhi d’oro, le penne marroni che si confondono con i rami degli alberi in cui trova riparo e i ciuffi auricolari dritti sul capo. Un diavolo volante nelle foreste ripariali. > Ogni difficoltà superata dall’autore inserisce un ulteriore tassello nel > quadro generale dell’ecosistema del gufo, ne mappa le relazioni con > l’ambiente, gli altri animali e gli umani con cui condivide gli spazi, > rapporti essenziali da comprendere per una conservazione efficace. La conquista della conoscenza è lenta e disseminata di infiniti ostacoli, ma ogni difficoltà superata dall’autore e dal suo gruppo inserisce un ulteriore tassello nel quadro generale dell’ecosistema del gufo, ne mappa le relazioni con l’ambiente, gli altri animali e gli umani con cui condivide gli spazi, rapporti essenziali da comprendere per una conservazione efficace. Questa è una lezione già nota, almeno in parte, per averla letta nelle opere di Vladimir Arsen´ev di cui lo stesso Slaght scrive in un articolo pubblicato su Scientific American: “Gli scritti di Arsen’ev non sono il catalogo di trionfi di un avventuriero narcisista che ci si potrebbe aspettare dalle memorie di una spedizione; sono invece appassionate odi alla natura selvaggia e alle genti dell’Estremo Oriente russo”. Il libro segue perfettamente questa traccia, con la prosa di un diario di campo che però, nell’ultimo capitolo, perde forza narrativa per diventare più simile a una relazione scientifica Nelle pagine precedenti, al contrario, la narrazione è coinvolgente e immersiva al punto che il lettore rimane spiazzato dagli effetti del susseguirsi delle stagioni, come ad esempio il tepore della primavera che diventa mortale quando scioglie i ghiacci che ricoprono i corsi d’acqua, trappole per mezzi di trasporto, uomini e caprioli indifesi. Si rimane guardinghi temendo il possibile incontro con un orso o con una tigre dell’Amur (quella che viene spesso chiamata erroneamente tigre siberiana) e nel percorrere questo viaggio insieme all’autore, ci si sofferma a riflettere sulla biodiversità ornitologica e ittica di un Paese così remoto. Anche la fauna umana è multiforme e, tra bevute di vodka, turni di osservazione e pause nelle banja ‒ le saune russe ‒ si incontrano personaggi scostanti e generosi come Viktor Čepelev,  individui dall’evidente fragilità come Anatolij, con il suo passato oscuro e la psiche cagionevole, o Andrej Katkov, ex poliziotto, esperto paracadutista, supporto nella cattura dei gufi e applicazione dei GPS satellitari, con il suo bisogno spasmodico di parlare. > I gufi dei ghiacci orientali è allo stesso tempo un reportage, un saggio sulla > conservazione, un racconto d’avventura e un romanzo di formazione. Tra i capitoli del volume si ritrovano riferimenti alla storia e alle abitudini delle popolazioni native Udege, popolo indigeno del sud-est della Siberia, informazioni che si riveleranno utili per capire, ad esempio, come catturare gli esemplari di gufo per inanellarli e dotarli di trasmittenti. Infatti, gli Udege erano soliti cacciare i gufi pescatori in inverno, quando la temperatura scende sotto i trenta gradi sottozero e servono altre fonti di cibo. Il metodo adoperato da queste genti, per fare degli uccelli un pasto, si rivela un suggerimento per progredire nello studio: > Sergej propose di fare come gli udege, ovvero utilizzare un ceppo. Gli > abitanti di Agzu ci avevano spiegato che gli udege cacciavano i gufi pescatori > tagliando un ceppo d’albero e posizionandolo nell’acqua bassa con sopra una > tagliola. I gufi, individuando nel ceppo un attraente punto di osservazione, > vi si posavano, con conseguenze letali. A noi, naturalmente, non interessava > mangiare i gufi ma soltanto trovarli […]. I gufi dei ghiacci orientali è un reportage, un saggio sulla conservazione, un racconto d’avventura e un romanzo di formazione, in cui l’entusiasmo di Slaght giovane dottorando, a seguito delle vicende raccontate, lascia il posto alla consapevolezza del conservatore della Wildlife Conservation Society, che continua a vigilare sul gufo pescatore di Blakiston. Alla fine di questa avventura, si è testimoni del contatto diretto e profondo con un animale e il suo habitat, un incontro che può cambiare completamente l’esistenza di un uomo e accenderne la vocazione. L'articolo I gufi dei ghiacci orientali di Jonathan C. Slaght proviene da Il Tascabile.
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