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L’evoluzione umana nell’Antropocene
“G li umani” e “la natura”: una diade che racchiude bene la visione occidentale del mondo, in cui pensiamo la nostra specie come separata – quasi indipendente – dal resto del mondo naturale. È una convinzione radicata nella nostra cultura: grazie agli avanzamenti tecnologici e culturali, ciò che spesso chiamiamo “progresso”, crediamo di aver spezzato il legame ombelicale con il mondo naturale, che assoggetta invece le altre specie animali a vincoli e leggi su cui non hanno alcun controllo. Ma questa rappresentazione, oltre a essere frutto di una visione del mondo fortemente antropocentrica e fondata sullo sfruttamento indiscriminato del mondo naturale, è fuorviante: ci fa perdere di vista la dipendenza che, nostro malgrado, continuiamo a mantenere nei confronti dei processi evolutivi. Senza dubbio, la nostra specie ha delle peculiarità. Per citarne solo una (forse la più macroscopica): ci siamo diffusi in ogni angolo del pianeta, adattandoci alle condizioni ambientali più diverse. E ovunque abbiamo prosperato. La nostra strategia di adattamento preferita consiste nel modificare l’ambiente che ci circonda, più o meno rapidamente, più o meno radicalmente, modellandolo secondo i nostri bisogni. In termini evoluzionistici si parla di costruzione della nicchia o di ingegneria ecosistemica. Fino a oggi, secondo alcune stime, abbiamo alterato circa l’80% delle terre emerse, e la maggior parte degli ambienti del pianeta può essere definita un antroma anziché un bioma, perché plasmata dalle interazioni con gli esseri umani. > Se le nostre attività di modificazione degli ecosistemi sono davvero così > pervasive, e lasciano un’impronta tanto profonda da avere effetti evolutivi a > lungo termine su altre specie, perché le stesse condizioni non dovrebbero > influire anche su di noi? Abbiamo cambiato il volto del pianeta, dunque, e lo abbiamo fatto a una velocità crescente. Mai tanto rapidamente, comunque, quanto negli ultimi ottant’anni, da quando ha preso avvio la cosiddetta Grande accelerazione: il periodo in cui industrializzazione, urbanizzazione, uso dei suoli e sfruttamento delle risorse naturali – rinnovabili e non – sono aumentati in modo vertiginoso. Le conseguenze di questo cambio di passo sono ecologiche (cambiano, cioè, gli equilibri dinamici da cui dipende il buon funzionamento degli ecosistemi) ma anche evolutive. Lo mostrano studi su diverse specie non umane, che si stanno adattando rapidamente a condizioni ambientali inedite, come gli ecosistemi urbani, e alle nuove pressioni selettive imposte dagli esseri umani. Ma se le nostre attività di modificazione degli ecosistemi sono davvero così pervasive, e lasciano un’impronta tanto profonda da avere effetti evolutivi a lungo termine su altre specie, perché le stesse condizioni non dovrebbero influire anche su di noi? L’idea che gli umani moderni abbiano smesso di evolversi per selezione naturale – perché saremmo la forma ultima e “compiuta” della specie – è ingenua. Ignora che l’evoluzione è un processo continuo, e che noi stessi, in quanto entità biologiche e prodotti dell’evoluzione, non abbiamo modo di sottrarci alle sue dinamiche, proprio come tutti gli altri viventi del pianeta. Cosa sta cambiando, allora, nella nostra specie, se stiamo continuando a evolverci? È possibile prevedere, o almeno ipotizzare, verso quali direzioni potremmo evolverci in futuro? In che modo la nostra evoluzione biologica potrebbe interagire con il cambiamento culturale, che ha un passo molto più veloce della biologia? E infine, i cambiamenti nella nostra biologia in risposta alle nuove pressioni selettive che stiamo imponendo su noi stessi – come inquinamento, urbanizzazione, cambiamento climatico, degradazione ambientale, ma anche nuove tecnologie e cambiamenti sociali e culturali – avranno esiti adattativi o maladattativi? Gli scienziati sono oggi in grado di rispondere a molte di queste domande grazie al rapido miglioramento delle tecnologie di sequenziamento del DNA, che ha reso possibile comparare in modo sempre più preciso il corredo genetico delle popolazioni umane antiche e di quelle moderne. I risultati hanno confutato l’idea che, soprattutto a partire dall’invenzione dell’agricoltura, gli esseri umani siano rimasti pressoché identici a sé stessi dal punto di vista biologico e abbiano risposto a condizioni di vita in rapido cambiamento solo grazie ad adattamenti culturali. Al contrario: la selezione naturale ha continuato ad agire, e di questa azione la letteratura scientifica offre molti esempi recenti (recenti secondo una scala temporale evolutiva, e cioè avvenuti nelle ultime migliaia di anni) e, in alcuni casi, recentissimi (che osserviamo “in diretta”, cioè nel loro dispiegarsi nelle popolazioni contemporanee), dai quali emerge un forte legame tra i cambiamenti biologici, in particolare genetici, e il contesto sociale e culturale nel quale questi si verificano. > L’adattamento che permise alle antiche popolazioni europee di pastori e > agricoltori di digerire il latte anche in età adulta, un unicum tra i > mammiferi, è un esempio perfetto del fenomeno noto come “coevoluzione > geni-cultura”. Tra gli esempi più conosciuti della nostra storia evolutiva recente vi è senza dubbio l’adattamento che permise alle antiche popolazioni europee di pastori e agricoltori di digerire il latte anche in età adulta, un unicum tra i mammiferi. In risposta a un’inedita disponibilità di latte non umano, resa possibile dalla domesticazione e dall’allevamento di bovini e ovini, in alcune popolazioni umane si diffuse progressivamente la capacità di produrre l’enzima lattasi anche in età adulta, e non solo durante l’infanzia. Questo enzima permette di digerire il lattosio, e in quel contesto culturale garantiva ai suoi portatori un significativo vantaggio adattativo. La variante genetica che consentiva di esprimere la lattasi in età adulta si diffuse rapidamente, e rimase comune tra le popolazioni che avevano adottato uno stile di vita pastorale, lasciando ancora oggi un pattern geografico molto chiaro: frequenze elevate soprattutto in Europa, dove probabilmente questa variante si è affermata, e in Nord America, e molto più basse in varie regioni dell’Asia orientale, dove il consumo di latte e latticini è storicamente limitato. Quello dell’enzima lattasi è un esempio da manuale di un fenomeno noto tra gli esperti come “coevoluzione geni-cultura”, a sottolineare la reciproca dipendenza tra queste due dimensioni, e la capacità dei cambiamenti culturali di alterare la nostra biologia, anche con conseguenze di lungo corso. Se la persistenza della lattasi tra le popolazioni che consumano latte mostra quanto cultura e geni si siano influenzati reciprocamente in passato, oggi, grazie alle nuove tecnologie genomiche, possiamo osservare dinamiche simili quasi in tempo reale. Alcuni degli esempi più interessanti approfonditi dagli studi scientifici riguardano segnali molto recenti di evoluzione per selezione naturale, che possiamo osservare quasi in presa diretta. È il caso di un legame rilevato tra la fertilità degli individui e alcune varianti genetiche aggregate (insiemi di varianti genetiche che contribuiscono a determinare un certo tratto), che sembrano associate a caratteristiche come livello d’istruzione, reddito e stato di salute. Analizzando i genomi di oltre 400.000 individui conservati nella UK Biobank, uno dei database genetici più imponenti al mondo, un gruppo di ricercatori ha osservato che gli indici poligenici associati a quello che gli economisti chiamano “capitale umano”, e che comprende variabili come il livello di educazione, le capacità, il reddito, la salute di un individuo, tendono a essere correlati a un tasso di fertilità leggermente più basso della media. > Analizzando i dati disponibili, i ricercatori hanno osservato che l’effetto > della selezione naturale sembra essere più forte nei gruppi caratterizzati da > una condizione socioeconomica più bassa. Che chi ha un’istruzione e un reddito più elevato tenda ad avere meno figli è noto e ampiamente confermato dai dati sperimentali. Nello studio in questione, però, si compie un passo in più: si ipotizza che questa correlazione possa essere rilevante anche dal punto di vista evolutivo, rappresentando un elemento di “mediazione” di natura socioeconomica sulla selezione naturale. Analizzando i dati disponibili, gli studiosi hanno osservato che l’effetto della selezione naturale sembra essere più forte nei gruppi caratterizzati da una condizione socioeconomica più bassa, mentre chi ha un “capitale umano” più alto appare meno predisposto ad avere figli, e dunque ha un tasso di fertilità più basso. Proiettando questi risultati nel tempo lungo dell’evoluzione, si può ipotizzare che, se questa situazione si perpetuasse, la selezione naturale potrebbe favorire i pattern genetici associati a un capitale umano più basso. Chiaramente, questi risultati non possono essere usati per predire la direzione evolutiva della nostra specie: il destino degli individui non è scolpito nei loro geni, e le correlazioni osservate nello studio non indicano relazioni causali – in particolare in un caso di studio come quello analizzato, in cui i fattori sociali, economici e culturali hanno un ruolo primario. Tuttavia, queste correlazioni sono un chiaro esempio di come le condizioni socioeconomiche e il contesto culturale possano interagire con la nostra biologia, e potenzialmente, nel lungo periodo, introdurre nuove pressioni selettive. I cambiamenti culturali e tecnologici, infatti, modificano l’ambiente in cui viviamo, e di conseguenza anche le caratteristiche e i comportamenti che aumentano o riducono il successo riproduttivo e la probabilità di sopravvivenza (che sono i due parametri principali su cui la selezione naturale agisce). Un altro esempio è l’aumento massiccio di casi di miopia, condizione che, secondo le previsioni, interesserà circa metà della popolazione mondiale entro il 2050. Una ricerca ha analizzato un ampio campione di dati genetici, presi ancora una volta dalla UK Biobank, per capire se la crescente diffusione di questo difetto visivo possa essere in qualche modo guidata dall’azione della selezione naturale. Prendendo in considerazione le frequenze alleliche di diverse generazioni, i ricercatori hanno osservato che le varianti genetiche associate a un maggiore rischio di sviluppare la miopia aumentano sistematicamente nel tempo. Si tratta di un risultato apparentemente controintuitivo: per quale motivo la selezione naturale dovrebbe favorire varianti genetiche associate a un tratto che non sembra vantaggioso? Ma l’apparenza inganna: gli studiosi hanno infatti scoperto che queste varianti genetiche sono associate anche a un maggiore successo riproduttivo. La selezione, dunque, agisce su altri effetti causati dagli alleli che, incidentalmente, aumentano anche il rischio di miopia, il che rappresenta un effetto collaterale del maggiore successo riproduttivo che sembra essere assicurato da queste varianti genetiche. Questo non significa che l’epidemia di miopia sia guidata solo dalla selezione naturale: la componente ambientale (ad esempio, l’utilizzo sempre più diffuso e prolungato di schermi fin dalla tenera età e la riduzione del tempo passato all’aperto) gioca un ruolo centrale, ma è probabile che contribuisca, in parte, anche una dinamica selettiva. > I cambiamenti culturali e tecnologici modificano l’ambiente in cui viviamo, e > di conseguenza anche il successo riproduttivo e la probabilità di > sopravvivenza. Un caso esemplare è il recente aumento di casi di miopia. Non tutte le tracce recenti di evoluzione negli umani derivano da cambiamenti di natura tecnologica o sociale: alcune rispondono direttamente alla necessità di adattarsi a cambiamenti nelle condizioni ambientali. Lo studio della genetica umana ha svelato, infatti, che neanche su scala locale gli esseri umani hanno mai smesso di evolversi. Tra gli esempi più famosi vi è l’adattamento ai bassi livelli di ossigeno negli ambienti di alta quota, condizione ambientale estrema a cui popolazioni diverse hanno risposto con adattamenti specifici. Le comunità che da millenni vivono nelle Ande, in Tibet e nell’altopiano etiopico mostrano segni di selezione naturale positiva per alcuni geni associati a cambiamenti fisiologici che, pur con strategie diverse, facilitano la sopravvivenza in condizioni estreme come quelle degli ambienti di alta quota (bassa pressione atmosferica, poco ossigeno nell’aria, maggiore esposizione ai raggi UV e bassissima umidità). È un altro caso da manuale, questa volta di un fenomeno che gli evoluzionisti chiamano “evoluzione convergente”: risposte adattative simili a una stessa pressione selettiva, raggiunte però attraverso strategie biologiche diverse. Queste ricerche mostrano chiaramente come l’evoluzione biologica non appartenga al passato remoto della nostra specie: al contrario, seppure in concomitanza con molti altri fattori, la selezione naturale continua a plasmare il nostro presente. I cambiamenti culturali e tecnologici, insieme alle profonde trasformazioni ambientali con cui stiamo cambiando il volto del pianeta, non ci sottraggono ai processi evolutivi. Piuttosto, noi stessi stiamo contribuendo, oggi più che in ogni altra epoca della nostra storia evolutiva, a modificare gli effetti che agiscono su di noi, alterando rapidamente le condizioni ambientali a cui ci siamo adattati nel tempo e introducendo nuove pressioni selettive. Dobbiamo dunque essere consapevoli di essere ancora una specie biologica e in quanto tale soggetta alle leggi della natura, nonostante l’immenso potere di alterare, consapevolmente o meno, la traiettoria evolutiva della nostra e delle altre specie. E raggiungere questa consapevolezza richiede di imparare a fare i conti con le conseguenze (anche) biologiche delle nostre scelte: è irragionevole pensare che la profonda trasformazione degli ambienti naturali e la creazione di nuovi habitat per noi umani (pensiamo al fatto che nel 2050 la maggior parte della popolazione globale vivrà in ambienti urbani) non abbia alcuna conseguenza biologica. A oggi è impossibile prevedere con certezza quale potrà essere il risultato evolutivo di questa interazione tra le nostre azioni e le risposte biologiche che esse innescano: in termini di tempo evolutivo, le generazioni che sono state sottoposte alle nuove condizioni ambientali sono ancora troppo poche per identificare cambiamenti rilevanti. Eppure, le evidenze attuali sembrano suggerire che i cambiamenti biologici già oggi in atto nelle popolazioni umane non costituiscano di per sé prova di adattamento evolutivo benefico, o almeno non del tutto. L’esposizione a una varietà di inquinanti ambientali, gli impatti sanitari del cambiamento climatico, la degradazione ambientale, l’adozione di uno stile di vita industrializzato (che comprende comportamenti come sedentarietà, una dieta poco variata e composta da cibi iperprocessati, largo consumo di alcol e tabacco) sono tutte conseguenze dirette o indirette della nostra attività di modificazione dell’ambiente, ed è dimostrato che abbiano impatti negativi sulla salute umana: incidono sullo sviluppo fin dalle sue fasi iniziali, alterano il nostro assetto epigenetico (che regola l’espressione del DNA, cioè l’avvio o meno del processo di produzione di proteine), e possono modificare la traiettoria della salute individuale per tutta la vita. Qualora simili effetti sulla salute umana si protraessero per più generazioni, potrebbero iniziare a incidere sul successo adattativo della specie, riducendone la capacità di sopravvivenza e di riproduzione (quella che gli evoluzionisti definiscono fitness). Insomma, se davvero l’ambiente che abbiamo creato intorno a noi fosse “patogenico”, cioè fosse causa della crisi sanitaria che oggi registriamo nelle società industrializzate, ciò vorrebbe dire che noi umani ci siamo rinchiusi in una trappola evolutiva, creando le condizioni per il nostro stesso declino. Non un finale glorioso, per degli animali che hanno preteso di dimenticare la propria origine biologica. L'articolo L’evoluzione umana nell’Antropocene proviene da Il Tascabile.
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La città come organismo
R accontando di una città che si rinnova pur mantenendo dentro di sé il germe delle sue versioni precedenti, Italo Calvino descrive così Clarice, all’interno delle sue Città invisibili (1972): > farfalla suntuosa sgusciava dalla […] crisalide pezzente; la nuova abbondanza > faceva traboccare la città di materiali edifici oggetti nuovi; […] Ogni nuova > Clarice, compatta come un corpo vivente coi suoi odori e il suo respiro, > sfoggia come un monile quel che resta delle antiche Clarici frammentarie e > morte. Quello di attribuire caratteristiche proprie delle creature viventi a uno scenario urbano è un espediente letterario piuttosto comune: dalla Dublino di James Joyce alla Jerusalem (Northampton) di Alan Moore, la città ci affascina al punto che spesso le vogliamo conferire un’anima, una vitalità, persino trasformandola in un vero e proprio personaggio della storia. Giocare con le città (raccontandole, riprogettandole o immaginandole dal nulla) non è un’attività di solo appannaggio della letteratura, ma anche dell’urbanistica e della sociologia. In queste discipline la metafora della città come organismo compare almeno da due secoli, con le prime avvisaglie che emergono già nella filosofia materialista di fine Ottocento quando, per analizzare la rapida industrializzazione e urbanizzazione della società, l’urbanistica inizia a prendere in prestito concetti della biologia e della fisiologia. Negli anni Sessanta questi concetti si consolidano nel termine metabolismo urbano, usato per la prima volta per descrivere il flusso di entrata e uscita di risorse naturali in una ipotetica città di un milione di abitanti. Col tempo, questo filone con tanti nomi, declinazioni e progetti ha incorporato anche elementi dell’ambientalismo, della cibernetica, dell’ingegneria gestionale. La città quindi non esiste più come un’entità separata a livello concettuale dall’ambiente naturale, ma diventa un “antroma”, un bioma di origine antropica. È natura a sua volta: un luogo pulsante, attivo, che respira, mangia, espelle come se fosse cosa viva, in diretto contrasto con la concezione, ancora più antica, della città come un macchinario da far funzionare, fatto di parti meccaniche da riparare se si rompono. L’urbanistica organica cerca invece di vedere la città in maniera olistica: non si concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo. Una città smart ma non in quanto iperconnessa e digitalizzata, bensì perché possiede quelle proprietà associate all’intelligenza animale: capacità di adattamento, flessibilità, risoluzione dei problemi per la propria sopravvivenza. Un luogo che quindi potrebbe, se così organizzato, essere in grado di affrontare problematiche epocali, come quella del cambiamento climatico, alla stregua delle altre creature viventi. > L’urbanistica organica concepisce la città in maniera olistica: non si > concentra su un singolo edificio o progetto urbano come se fossero ingranaggi > sostituibili, ma li considera nell’insieme, come organi dello stesso corpo.  Partiamo da un esempio semplice: come un organismo, una città ha bisogno di termoregolarsi a seconda delle stagioni e delle condizioni atmosferiche. Un dipartimento di ricerca o un data center necessitano di fresco tutto l’anno per mantenere una temperatura ottimale per server ed esperimenti; mentre una piscina con annessa palestra deve riscaldare grandi ambienti durante le ore di attività. Perché allora non progettare edifici in modo che il caldo sia condotto verso gli ambienti freddi quando ne hanno bisogno, e viceversa? Perché non utilizzare materiali che in qualche modo accumulino il caldo di giorno per rilasciarlo di notte, e meccanismi di distribuzione del calore che allacciano un intero quartiere? La metodologia REAP (Rotterdam Energy Approach and Planning) in corso di sperimentazione in alcune aree della città olandese, ad esempio, è incentrata proprio sulla ridistribuzione dei flussi di energia e calore, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza della città di Rotterdam dai combustibili fossili e raggiungere la carbon neutrality. Iniziative come CityLoops, finanziate dall’Unione Europea, mirano invece a ridurre lo spreco di materiali di costruzione e demolizione e di scarti alimentari rimettendoli in circolo, a disposizione di altri progetti. Logico, ma fin qui nemmeno troppo diverso dal concetto di economia circolare, che porta con sé i propri limiti, anche semantici. L’economia circolare sottintende un ritorno di investimento, una rimessa in circolazione delle risorse garantendo un guadagno per le aziende coinvolte. L’efficienza di un sistema è misurata in milioni di euro, che non sono sinonimi di tonnellate di CO2 e nemmeno di salute ambientale o benessere collettivo. Anche se molti progetti di urbanistica organica non sono incompatibili con un’economia circolare, in quest’ultima la logica aziendale ed estrattiva permangono, e continuano a fare a pugni con la termodinamica. A un certo punto il reinvestimento non è più economicamente produttivo, sopravvengono i diminishing returns (rendimenti decrescenti). > Per le città, come per gli organismi viventi, un’iperspecializzazione potrebbe > rivelarsi rischiosa, poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi > inaspettate. L’urbanismo organico promette qualcosa di diverso: quantificare, tracciare e se possibile distribuire non i flussi monetari, ma quelli energetici e materiali. Ecco allora spuntare elaborati diagrammi di flusso per rappresentare non solo i sistemi energetici di intere città, ma anche la “dieta” di risorse di cui necessitano, comprese quelle alimentari consumate dalla popolazione. Da questi diagrammi gli urbanisti derivano versioni ancora più complesse, per rappresentare una ipotetica versione ottimale di quegli stessi flussi di materia ed energia. Teorie come quella dello swarm planning, invece che incentrarsi su grandi opere, promuovono la progettazione di molteplici interventi di urbanistica su piccola scala, coinvolgendo le comunità locali. Questi interventi, concepiti in batteria e ognuno con una soluzione diversa, sono predisposti in anticipo e pronti a essere implementati in maniera puntuale in caso di necessità. L’idea è che, come per gli organismi viventi, l’iperspecializzazione sia evolutivamente rischiosa poiché lascia il fianco scoperto a catastrofi inaspettate, quando essere generalisti offre invece più chance. Un approccio che vede le città come fragili e suscettibili a mutamenti repentini, soprattutto in un’ottica di crisi climatica ed energetica, ma anche capaci di adattarsi. Alcuni ricercatori si sono anche spinti a calcolare il metabolismo di una città. Uno studio ha registrato e analizzato il pattern metabolico (quante risorse entrano, quanta energia si genera, quanti scarti vengono prodotti) delle quattro principali città della Danimarca. Ne è emerso che, rispetto ad altre metropoli di grandezza paragonabile, le città danesi hanno un profilo metabolico più basso, che sono riuscite ulteriormente a ridurre negli ultimi anni. Studiare le città come se fossero un organismo potrebbe quindi aiutarci a comprenderle meglio, a concepire e architettare nuove modalità di funzionamento. Non è difficile capire come l’urbanismo organico riesca a catturare l’immaginazione, in particolare quella di ambientalisti ed ecologisti. Ma una domanda sorge spontanea: che tipo di organismo è, una città? Se ha un profilo metabolico, a quale creatura, nel regno dei viventi, assomiglia di più? Proviamo a ipotizzare. Le città consumano tanta energia e generano molti scarti rispetto alla loro massa: un profilo metabolico tipico di un piccolo animale molto mobile e attivo, come un roditore o un colibrì. Ma le città, oltre ad avere una massa enorme, sono anche sessili, assomigliando in questo molto di più a una massa fungina o algale di enorme estensione, tipo un micelio sotterraneo che abbraccia un’intera foresta. Se sono industrializzate producono anche molta energia, ma non fissano la CO2 come gli organismi fotosintetici, e quindi non possono neanche essere paragonate a loro. Non riconvertono gli scarti in materia fertile come fanno i funghi, semmai ne producono di ulteriori. Forse assomigliano a un qualche tipo di corallo, o una colonia batterica (viste dall’alto, sembrano crescere proprio come loro) ma i batteri consumano il substrato sul quale si trovano, mentre le città moderne e globalizzate hanno la capacità di trarre risorse per il loro sostentamento dall’altra parte del pianeta. E noi esseri umani che la abitiamo che cosa siamo, in questa similitudine? Organismi separati, come simbionti che abitano il suo corpo colossale? Anche noi una colonia batterica? Oppure un parassita che ne infesta le membra e che ne detta le decisioni, una sorta di fungo Cordyceps su scala metropolitana? Siamo i suoi neuroni? > Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco > conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare. Dobbiamo purtroppo abbandonare questo esperimento mentale: non sembra esserci, in natura, qualcosa di efficacemente paragonabile alle città, almeno a livello metabolico. Peccato, perché ci avrebbe sicuramente aiutato a comprenderle meglio, comparando le caratteristiche biologiche delle forme di vita a loro più simili. Se la città davvero è viva, allora è una qualche forma di vita ancora poco conosciuta, un nuovo phylum tutto da scoprire e catalogare. Forse è il caso invece di capire davvero se l’approccio organico all’urbanistica sia sufficiente a farla funzionare meglio. Un organismo è fatto di sistemi e tessuti ben organizzati che rispondono a un imperativo: la sua stessa sopravvivenza. I tessuti di un organismo funzionale, tranne nel caso di un cancro, non sono in competizione tra loro. Possiamo dire che funzioni così nelle città di oggi? Se le diverse comunità, quartieri, edifici, istituzioni e aziende sono le cellule di una stessa creatura, la loro attività è davvero corale e organizzata? Definirle come tali non è sufficiente affinché una collaborazione volta alla sopravvivenza collettiva abbia effettivamente luogo. E le altre città? Finora abbiamo sorvolato sulla questione, ma si tratta di una domanda fondamentale. Se le città sono organismi, vuol dire che esiste anche un loro ecosistema: come vivono i membri di questo ecosistema? Come unità di una sola colonia globale, oppure in aspra competizione tra loro per le risorse? Esiste una catena alimentare con città produttrici e città consumatrici? Ridisegnare una città come Milano, in modo che sia più sostenibile, più vivibile, meno inquinata è di sicuro un vantaggio per gli abitanti di Milano ‒ ma per tutti gli altri? Non è ancora del tutto chiaro se l’efficienza metabolica di una singola città si traduca in un miglioramento delle condizioni anche per le città limitrofe o distanti. Da dove ha preso l’energia, dove finiscono i suoi rifiuti? In un paradigma gestionale ed economico di tipo estrattivo, chi paga davvero la bolletta dei lavori di rinnovo che rendono una metropoli più green? Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi in una ennesima rivisitazione del greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile perché riuscita a raggiungere la tanto agognata neutralità metabolica al suo interno, a scapito dell’esterno. Un po’ come nel caso dell’Europa, che ha “ridotto le sue emissioni” negli ultimi anni, perché ne ha esternalizzato gli effetti sul Sud globale tramite il meccanismo del mercato della CO2. > Il rischio è che un approccio incompleto all’urbanistica organica si trasformi > in un’operazione di greenwashing, con una città che si dichiara sostenibile > perché ha raggiunto una neutralità metabolica esternalizzandone i costi. Gli scienziati che hanno provato a misurare il metabolismo delle città danesi ammettono questo limite nello studio stesso: non ci sono abbastanza dati per comprendere la portata dell’impatto ambientale che ha una città. Non tanto nella città esaminata, bensì nel luogo da dove questa ha ottenuto le sue risorse energetiche e materiali. Ed è altrettanto difficile capire, o anche solo rintracciare, dove vanno a finire i flussi di materiale di scarto, le sue emissioni. Il limite principale del concetto sta tutto qui: fino a dove si estendono i confini della città-organismo? La sua pelle potrà corrispondere alle linee di demarcazione municipali, ma la sua influenza è percepita ben oltre. Per limiti tecnici, assenza di informazioni, e per evitare di confrontarsi con una complessità di diversi ordini di grandezza maggiore, finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema chiuso, affrontando questioni energetiche e ambientali a livello locale. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo, perché gli organismi non vivono in isolamento. Se si riuscirà a comprendere appieno la complessità ecosistemica delle città ‒ ed è una faccenda di una complessità enorme ‒ si potrà forse riuscire a sviluppare un piano metabolico urbano su scala nazionale, se non addirittura globale. Con relative misure di urbanistica da applicare sulla singola città a seconda delle circostanze locali, tenendo in considerazione le aspettative di impatto su quella città e su tutte le altre. Un’impresa titanica che richiede una quantità spropositata di dati, modelli accurati, e soprattutto una decisa volontà politica. Che sia fatta in maniera centralizzata o distribuita, l’urbanistica organica richiede una pianificazione volta alla cooperazione, ed entrambe queste parole sono lo spauracchio di più di una fazione politica. > Finora il metabolismo urbano si è limitato a considerare la città come sistema > chiuso. Ma una città chiusa non può essere davvero considerata un organismo, > perché gli organismi non vivono in isolamento. Senza una visione su larga scala, il metabolismo urbano rimane un concetto importante ma incompleto: molto utile per risolvere problematiche locali, meno per affrontare la sfida globale del cambiamento climatico. I suoi limiti sono gli stessi dell’attuale approccio dominante alle questioni ecologiche, che consiste nell’adottare soluzioni personali per quelle che sono faccende sistemiche. Tocca quindi sperare che, anche in assenza di informazioni sufficienti per pianificare un flusso metabolico su larghissima scala, l’attività che ogni singola città può fare per rendere sé stessa più sostenibile arriverà, in via incrementale, a rendere l’insieme delle città più vivibile. E che l’ecosistema di queste città sia uno dove vige la collaborazione e non una lotta efferata per le risorse. Sempre nelle Città invisibili, Calvino descrive Leonia, un’altra città ossessionata dal rinnovare di continuo sé stessa, e che in questa impresa finisce per accumulare attorno a sé tonnellate di spazzatura, un confine di rifiuti che la circonda come una instabile catena montuosa che rischia di franare da un momento all’altro. E peggio di una Leonia c’è solo un mondo fatto da tante città come questa, in competizione tra loro. > Forse il mondo intero […] è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al > centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee > e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si > puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. L'articolo La città come organismo proviene da Il Tascabile.
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