Q uando sua madre muore nel 1975, Antonio Puddu non è sposato e i fratelli
vogliono escluderlo dalla divisione dei beni proprio perché non ha eredi. Anna
Artizzu è la prima di sette figli, ha aiutato la madre a crescere i fratelli
minori e sente un forte desiderio di diventare madre a sua volta. Si conoscono
di vista, abitano in due paesi vicini nella provincia di Cagliari e decidono di
sposarsi, lei per avere un figlio, lui per avere un erede da presentare alla
famiglia. Antonio ha 47 anni, Anna 43 e, anche se si sposano in fretta, dopo
appena tre mesi di fidanzamento, sono troppo anziani per concepire un figlio.
Decidono di adottare. Si rivolgono ad assistenti sociali e al tribunale dei
minori, ma non trovano la soluzione adatta a loro fino a quando non si
indirizzano alla parrocchia degli Orionini, una congregazione religiosa che ha
una missione in Sud America. Anna parte verso il Cile, dove si pensava fosse
semplice adottare, viste anche le condizioni di povertà del Paese durante gli
anni della dittatura del generale Pinochet.
Proprio in Cile si trova Claudio. Ha tre anni, è cresciuto nell’orfanotrofio
Hogar de niños dopo essere stato sottratto ai suoi genitori biologici. Mentre
festeggiavano l’arrivo del 1979, Patricia e Lucho, di 16 e 19 anni, hanno
lasciato Claudio e Lucho Luis, il fratello poco più grande, soli in casa. Le
forze dell’ordine, avvisate dai vicini, erano entrate nell’appartamento e
avevano prelevato i due bambini portandoli in due orfanotrofi diversi. Patricia
e Lucho erano riusciti a rintracciare Lucho Luis, ma non erano stati avvisati
della posizione del figlio minore. Sono una coppia giovane e con mezzi limitati,
Patricia lavora come prostituta in un café con piernas di Santiago, Lucho è
analfabeta e si mantiene con lavori saltuari. Non riusciranno mai a trovare
Claudio. Così, quando Anna arriva in Cile alla ricerca di un bambino da
adottare, la sua scelta ricade su di lui.
Il bambino arriva in Italia a ottobre del 1980 con tre certificati di nascita.
Il primo, dove compare come Claudio Eliseo Rojas Ramirez, è stato compilato alla
nascita dai suoi genitori biologici. Il secondo è redatto durante l’adozione con
il nome di Pasquale e i cognomi sardi, Puddu e Artizzu. “Le autorità cilene,
però, nel secondo documento sbagliano la data e, invece del 1977, inseriscono il
1978. A quel punto, Anna deve richiedere un terzo documento perché la differenza
di età tra madre e figlio adottivo non può superare i 45 anni, limite
obbligatorio per il tribunale minorile”, racconta Claudio nella casa in
provincia di Cagliari dove è cresciuto e dove vive ancora oggi.
Fin dall’inizio Claudio sa di essere stato adottato, anche se gli è stato detto
che i suoi genitori biologici fanno parte dei tanti desaparecidos vittime della
dittatura. Crescendo, si integra con la comunità sarda locale, ma viene spesso
discriminato e soprannominato “il cinesino” dalla suora dell’asilo. Con il
passare degli anni l’esigenza di conoscere le sue origini e tornare in Cile si
fa sempre più forte. La mancanza di una educazione cilena, la sensazione di non
appartenere “né al Cile, né all’Italia” lo spingono a partire e, una volta
arrivato a Santiago, all’età di ventisei anni, scopre che i suoi genitori sono
ancora vivi. “Ho conosciuto prima mia madre. Siamo andati a cena fuori col suo
nuovo compagno. L’ho vista felice”, racconta Claudio, “Mio padre, invece, l’ho
incontrato il giorno dopo, mentre lavorava come parcheggiatore abusivo e ho
festeggiato insieme a lui il Natale”.
> Anna parte verso il Cile, dove si pensava fosse semplice adottare, viste anche
> le condizioni di povertà del Paese durante gli anni della dittatura del
> generale Pinochet.
Quando torna in Sardegna, Claudio fonda Chilenos de Sardigna, la prima
associazione di figli adottivi cileni, con l’obiettivo di aiutare altre persone
a mettersi in contatto con le proprie famiglie. Sono più di 500, infatti, i
minori adottati illegalmente e portati dal Cile alla Sardegna. “Abbiamo creato
questa associazione con lo scopo di cambiare prospettiva sul tema delle
adozioni, costruire una narrazione positiva e permettere un ricongiungimento con
le famiglie biologiche”, spiega Claudio.
Per la maggior parte delle persone adottate, ricercare il legame con la loro
terra è un istinto naturale. Per altre, un bisogno di colmare la narrazione
fornita dai genitori adottivi, spesso piena di lacune. Elizabeth, originaria del
Cile e adottata all’età di tre mesi da una famiglia di Roma, si è messa in
contatto con Claudio per questo secondo motivo ed è riuscita a riallacciare il
legame con la famiglia di origine nel 2008: “Ho scritto su un blog che stavo
cercando mia madre. Di lei conoscevo solo il cognome, ma è stato sufficiente per
rintracciarla e ho scoperto di avere una sorella”. Qualche mese fa è andata in
Cile a conoscere i suoi parenti. Dopo 44 anni, afferma di essere felice e di
aver trovato la sua nuova casa.
Le adozioni di Claudio ed Elizabeth rientrano tra le 20.000 adozioni irregolari
registrate tra gli anni Cinquanta e Novanta in Cile, dove, durante la dittatura
di Pinochet, questo fenomeno si è intensificato come forma di repressione e
controllo della povertà da parte dello Stato. Nella maggior parte dei casi i
bambini appartenevano a famiglie povere o venivano sottratti alla nascita a
donne single, spesso minori di età e analfabete, a cui veniva detto dai medici
in ospedale che i loro figli erano morti durante il parto o che dovevano essere
ricoverati per complicazioni mediche. Allontanati dai genitori, i bambini
venivano cresciuti negli hogares (case famiglia o orfanotrofi), come nel caso di
Claudio. Molti genitori biologici hanno raccontato di non essere stati informati
sulla possibile adozione dei figli o che gli veniva arbitrariamente proibito di
visitarli.
Per la legge cilena, infatti, i tempi per dichiarare l’abbandono da parte di un
genitore sono molto brevi: solo due mesi e, se il bambino ha meno di un anno,
appena 30 giorni. Chi lavora in queste strutture conosce la legge e nella
maggior parte dei casi sembra approfittarne, impedendo ai genitori di visitare
il bambino e dichiarando così l’abbandono.
> Sono più di 500 i minori adottati illegalmente e portati dal Cile alla
> Sardegna.
In Cile il processo di adozione è gestito dal SENAME (Servicio Nacional de
Menores), un organismo governativo dipendente dal ministero di Giustizia e
Diritti umani, nato nel 1979. Dopo la caduta di Pinochet nel 1990, il SENAME ha
continuato ad operare con lo stesso personale che prima era coinvolto nel
traffico di bambini, rafforzando la rete di istituzioni pubbliche e private che
coinvolgono medici, assistenti sociali, sacerdoti, funzionari pubblici, giudici
e avvocati.
A raccontarcelo è Constanza Del Rio, fondatrice di Nos buscamos,
un’organizzazione cilena che aiuta le persone coinvolte nelle adozioni
irregolari e favorisce il ricongiungimento familiare. Nos buscamos è nata nel
2014 dopo che, all’età di 39 anni, Constanza ha scoperto di essere stata
sottratta ai suoi genitori e adottata illegalmente. Dopo una profonda crisi
emotiva, ha sentito l’esigenza di creare una comunità di persone con
un’esperienza simile alla sua. “Da allora lavoriamo per dare voce alle migliaia
di donne cilene con mezzi limitati che ancora non vengono credute quando
affermano che il loro bambino è stato rubato”, racconta Constanza.
Nos buscamos, insieme ad altre associazioni come Hijos y madres del silencio,
chiede al governo cileno di riconoscere le adozioni irregolari avvenute durante
la dittatura come un crimine contro l’umanità. “Chiediamo che venga istituita
una commissione affinché si possa effettuare un censimento e conoscere il numero
esatto di minori coinvolti nei traffici”, afferma Del Rio. Il servizio offerto
dall’associazione è gratuito e negli anni hanno ricevuto più di 8.000 richieste
di aiuto.
“Molte delle persone che ci scrivono vengono dall’Italia” racconta Constanza,
“spesso, infatti, a mettere in contatto le famiglie straniere con gli hogares
cileni sono state organizzazioni legate alla chiesa cattolica”. Anna, la madre
di Claudio, si era rivolta agli Orionini, ma il caso più famoso è quello del
sacerdote cattolico di origini toscane Alceste Piergiovanni, che dagli anni
Settanta ha gestito l’adozione di più di 1.200 bambini cileni all’estero.
L’hogar più noto tra quelli presi in gestione dal sacerdote è a Quinta de
Tilcoco, nella regione di O’Higgins. Durante le nostre ricerche, siamo state
contattate da un accompagnatore turistico che ci ha raccontato di aver aiutato
molte persone straniere a raggiungere Tilcoco per cercare le famiglie di
origine.
> Spesso i bambini venivano sottratti alla nascita a donne single, spesso minori
> di età e analfabete, a cui veniva detto dai medici in ospedale che i loro
> figli erano morti durante il parto o che dovevano essere ricoverati per
> complicazioni mediche.
Ogni bambino è una fonte di reddito per gli hogares e per i membri della chiesa,
che ricevono mance, o propinas, in cambio del loro aiuto. Molte famiglie
adottive sostengono un costo che si aggira tra 10.000 e 16.000 euro per il
processo di adozione. “Per affrontare i costi del viaggio in Cile, della
permanenza e delle spese relative all’adozione, mia madre è stata costretta a
vendere il terreno dove avrebbe dovuto edificare la sua casa”, racconta Claudio.
“I miei genitori adottivi mi hanno sempre ricordato l’opportunità che mi hanno
dato, adottandomi, di vivere lontano dalla povertà. Sono cresciuto con un forte
senso di riconoscenza nei loro confronti, anche per lo sforzo economico che
hanno dovuto affrontare, e in passato ho avuto paura che li avrei feriti se gli
avessi detto che volevo ricercare le mie origini” aggiunge.
Da qualche anno Claudio ha preso in affido una bambina di origine peruviana. “Un
giorno abbiamo litigato e lei mi ha detto ‘tu non sei mio padre’, che è la
stessa cosa che da piccolo dicevo io al mio. Io però le ho risposto che era
vero, che se volevamo vivere insieme potevamo farlo, altrimenti avremmo trovato
un’altra soluzione”. “Se lo vorrà, la aiuterò a ricercare le sue origini perché
conoscere la propria storia e la propria identità è un diritto che tutti
dovremmo vedere riconosciuto” conclude.
L'articolo Chilenos de Sardigna proviene da Il Tascabile.
Tag - storia italiana
“D i dove sei?” “Bolzano”. “Sul serio? Non l’avrei detto. Non hai per nulla
l’accento di Bolzano”. Se sei un altoatesino madrelingua italiana che, come ho
avuto la fortuna di fare io, ha vissuto o viaggiato nel resto del Paese è
probabile che abbia avuto anche tu una conversazione del genere. Lo scambio di
solito prosegue con te che, pur sapendo in anticipo la risposta che riceverai,
domandi lo stesso: “Che accento?” “Ma sì, quello vostro. Tipo così”, dice allora
il tuo interlocutore, iniziando a calcare le t di ogni parola e a sostituire la
z alle s in una goffa imitazione degli ufficiali nazisti nei film brutti che
tanto facevano incazzare Nanni Moretti in Ecce Bombo.
Nonostante siano passati più di cent’anni dall’annessione all’Italia della parte
meridionale del Tirolo, la maggior parte delle persone che non vivono da queste
parti ha un’idea vaga e perlopiù sbagliata del motivo per cui in Alto Adige si
parlano due lingue: l’italiano e il tedesco, o meglio, il tirolese, che è la
vera lingua d’uso dei sudtirolesi. Anzi, per essere precisi, le lingue che si
parlano nella mia provincia sono tre. All’italiano e al tedesco va aggiunto
anche il ladino che, non me ne vogliano gli amici ladini, lascerò un po’ ai
margini di questo pezzo per evitare di complicare troppo le cose.
Le ragioni del plurilinguismo che caratterizza la provincia di Bolzano affondano
nella storia di questo territorio, che è diventato parte del Regno d’Italia alla
fine della Prima guerra mondiale, come previsto dal trattato di Londra del 1915,
con cui l’Italia abbandonava gli alleati degli imperi centrali per entrare in
guerra contro di loro a fianco della Triplice intesa.
> Le ragioni del plurilinguismo che caratterizza la provincia di Bolzano
> affondano nella storia di questo territorio.
Iniziava in quel momento il processo di colonizzazione interna di quello che
venne presto ribattezzato “Alto Adige”. Un processo che accelerò in modo brutale
sotto il fascismo e condusse alla vicenda delle cosiddette “opzioni”. Con questa
espressione si fa riferimento alla scelta che fu imposta agli abitanti di lingua
tedesca e ladina da un accordo firmato tra Hitler e Mussolini nel 1939: restare
nella loro terra di origine e accettare di “italianizzarsi” o trasferirsi nei
territori occupati del Reich tedesco, dove le proprietà perdute nello scambio
sarebbero state compensate.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, nonostante la popolazione locale
sperasse di poter far valere il proprio diritto all’autodeterminazione, l’Alto
Adige rimase parte della Repubblica Italiana. Il dopoguerra altoatesino fu
perciò caratterizzato dalla lunga stagione della lotta ‒ sia armata che politica
‒ con cui la popolazione di madrelingua tedesca riuscì a ottenere dall’Italia
una forma di autonomia capace di preservare le sue specificità linguistiche e
culturali. Il plurilinguismo altoatesino è garantito proprio dallo statuto che
definisce i termini di questa autonomia.
Vista dall’esterno, con sguardo innocente, questa specificità del territorio non
sembra avere nulla di male. Conoscere le lingue è universalmente considerata una
forma di ricchezza culturale a cui, in Alto Adige, sarebbe possibile attingere
proprio per le specificità storiche, culturali e sociali del territorio. Chi non
vorrebbe poter imparare più di una lingua fin dai suoi primi anni di vita? Chi
rinuncerebbe all’opportunità di poterla parlare senza doversi spostare nello
spazio? Dopo tutto le lingue non sono forse, come vuole il buon senso popolare,
una chiave che apre le porte del mondo?
La realtà che si cela sotto al velo della naïveté è ben diversa. A svelarla è un
libro, Lingue matrigne, uscito qualche mese fa per le edizioni Alphabeta, con
cui l’autore, editorialista e insegnante Gabriele Di Luca, si pone l’obiettivo
di illuminare “la menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol”. Il libro è
diventato rapidamente un piccolo caso editoriale, dando la sensazione di saper
dare voce, attraverso la sua tesi, a un pensiero che molte persone condividevano
ma faticavano a esprimere: ovvero che il plurilinguismo altoatesino funzioni
come un “mito istituzionale” utile a giustificare e perpetuare l’assetto del
potere.
> L’autore, editorialista e insegnante Gabriele Di Luca si pone l’obiettivo di
> illuminare “la menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol”.
“Non è solo una narrazione falsa”, scrive Di Luca nella prima parte del libro
“ma una costruzione istituzionale che serve a giustificare l’attuale assetto di
potere. Risponde a una necessità di stabilità, presentando una facciata di
armonia tra le comunità linguistiche, eppure nasconde ‒ pur incassando, e non è
poco, il premio della pacificazione, o meglio, della riduzione del conflitto in
condizione di bassa intensità ‒ disuguaglianze strutturali e divisioni latenti”.
Punti di frizione che diventano evidenti quando le architetture e i dispositivi
del bilinguismo ‒ le cui modalità d’applicazione e uso, è bene ricordarlo, sono
definite in modo puntuale nell’impianto legislativo definito dallo Statuto di
autonomia ‒ si confrontano con la realtà materiale. “Prendiamo il caso della
sanità”, scrive l’autore, usandolo come esempio di questa dinamica:
> I numeri sono chiari: nel 2024, oltre cinquecento operatori dell’Azienda
> sanitaria dell’Alto Adige/Südtirol non erano in possesso dell’attestazione di
> bilinguismo, eppure continuavano a lavorare, spesso in reparti essenziali, in
> deroga alle disposizioni ufficiali. Un’anomalia? Una flessibilità virtuosa?
> Oppure ‒ più banalmente ‒ la dimostrazione che il bilinguismo reale è una
> soglia che non tutti riescono a varcare, e che le strutture stesse non possono
> permettersi di rispettare? Eppure la narrazione mitica regge, e nessuno o
> quasi osa dire che forse, per salvare un reparto, potrebbe anche sopportare un
> medico che parla solo una lingua, magari compensando con la mediazione, la
> professionalità, l’empatia ‒ o con l’intelligenza artificiale. Troppo
> rischioso. La mitologia, per definizione, non tollera deroghe.
Oppure parliamo dell’amministrazione della giustizia in cui “l’apparato
linguistico garantito dallo Statuto di autonomia è cristallino: ogni cittadino
ha diritto a processi, atti e difese nella propria lingua. Ma la realtà concreta
è ben diversa. Mancano traduttori e interpreti qualificati, le traduzioni sono
spesso tradite o approssimative, e in molti casi la lingua del processo viene di
fatto imposta dalla composizione entolinguistica della corte”.
Per capire questi passaggi è opportuno chiarire alcune tecnicalità. La legge
prevede infatti che ogni abitante dell’Alto Adige/Südtirol abbia il diritto di
ricevere informazioni nella propria lingua. Tale lingua viene scelta ‒ tra le
tre lingue ufficiali della provincia: tedesco, italiano e ladino ‒ attraverso
una dichiarazione spontanea che ogni cittadino residente è chiamato a rilasciare
tra i 14 e i 18 anni di età. Sono tenute a dichiararsi ‒ cito dalla pagina
dedicata alla dichiarazione di appartenenza linguistica sul sito web del
tribunale di Bolzano ‒ anche le persone che “provengono da altra Provincia
italiana o da altro paese facente parte della comunità europea che trasferiscono
la loro residenza in Alto Adige”; quelle che “acquisiscono la cittadinanza
italiana” e anche i “cittadini extracomunitari residenti dal 2016 in Alto Adige
in possesso del permesso di soggiorno a tempo indeterminato/illimitato o di
lungo periodo”. La dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico non
rappresenta soltanto la società a partire da una divisione su base
entolinguistica, la costituisce in quanto tale.
> La dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico non rappresenta
> soltanto la società a partire da una divisione su base entolinguistica, la
> costituisce in quanto tale.
Inoltre, su di essa si basa un altro fondamentale meccanismo dell’autonomia: la
cosiddetta proporzionale etnica. Si tratta ‒ qui cito da Wikipedia ‒ dello
“speciale regime giuridico che in Alto Adige disciplina l’ammissione ai pubblici
impieghi e al godimento di determinati diritti, in particolare l’assegnazione di
alloggi popolari, in modo da garantire un’allocazione proporzionale ai tre
gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino”. Introdotto per contrastare gli
effetti della discriminazione di cui le minoranze linguistiche non italiane sono
state oggetto dopo l’annessione all’Italia, nel contesto di un mondo
globalizzato questo meccanismo stride e scricchiola.
Perché un sistema nato per proteggere una minoranza radicata sul territorio,
oggi chiede di scegliere un’appartenenza a cui non potrà mai veramente
appartenere chiunque decida di abitarlo. E se per una persona che si trasferisce
in Alto Adige/Südtirol da Milano, Terni o Catanzaro sarà più o meno naturale
dichiararsi italiano, la scelta non è altrettanto facile per una persona che fa
lo stesso da Utrecht, Damasco, Karachi o Lagos. In questo caso la scelta può
essere fatta in base alla lingua appresa dalla persona nel corso della sua
migrazione. Oppure, dal momento che il meccanismo proporzionale favorisce
l’accesso a impieghi e diritti in base all’appartenenza a un determinato gruppo
linguistico piuttosto che a un altro, coloro che si sentono liberi di collocarsi
nello schema senza vincoli d’identità, possono farlo in base a un puro calcolo
di utilità.
“Il diritto” nota ancora Di Luca “cede dunque il passo alla prassi, e il
principio di uguaglianza linguistica si appiattisce in una gerarchia implicita
[…]. L’impressione, allora, è che il bilinguismo altoatesino/sudtirolese non sia
più un obiettivo da costruire, ma una verità assiomatica che si pretende già
realizzata”. Il modo in cui il suo impianto va in crash davanti ai cambiamenti
globali che investono anche l’Alto Adige/Südtirol dimostra infatti come il
plurilinguismo, diventando un dispositivo di potere, abbia perso la sua natura
di processo vivo.
Nonostante le persone bilingui stiano leggermente aumentando, il Barometro
linguistico 2025 ‒ lo strumento con cui l’istituto provinciale di statistica
misura le competenze linguistiche degli abitanti del territorio ‒ fotografa una
società civile paradossalmente sempre più divisa e meno integrata, come ha
notato anche la stampa locale. Anche se le competenze linguistiche aumentano,
quando manca il contatto il meccanismo finisce per produrre un bilinguismo
“strumentale” che fallisce l’obiettivo dell’integrazione sociale. Oppure non lo
produce affatto, come dimostra il caso delle famiglie del paese di Villandro che
hanno chiesto di poter avere un’educatrice di madrelingua italiana nell’asilo
del paese e poter così offrire ai propri figli la pluralità linguistica che era
mancata loro durante l’infanzia.
> Nonostante le persone bilingui stiano leggermente aumentando, lo strumento con
> cui si misurano le competenze linguistiche degli abitanti del territorio
> fotografa una società civile paradossalmente sempre più divisa e meno
> integrata.
Di Luca scorge in questi processi una forma di “indifferenza” per cui la
contiguità spaziale delle persone costituisce un ostacolo alla padronanza della
lingua dell’altro, perché quella che è lingua madre per gli uni diventa
“matrigna” per gli altri e, in quanto tale, oscura e pericolosa. Questo
passaggio si produce proprio nel luogo in cui, almeno in teoria, l’apprendimento
della seconda lingua dovrebbe essere al centro dell’attenzione: la scuola. Nella
scena che le dedica, Di Luca, forte della sua esperienza di insegnante di
italiano in una scuola professionale di lingua tedesca ‒ sì, perché, va detto,
in Alto Adige/Südtirol anche le scuole sono divise in base alla lingua con cui
viene somministrato l’insegnamento ‒ racconta le difficoltà che gli studenti
incontrano nell’imparare una lingua in un contesto separato dalla necessità che
un contesto d’uso concreto impone.
Imparare una lingua significa infatti tanto esporsi al rischio quanto al potere
del desiderio di costruire relazioni dall’alto potenziale erotico, che viene
automaticamente disinnescato quando l’apprendimento avviene in vitro, come nelle
aule scolastiche. E se il reciproco isolamento che le strutture di potere
impongono alle popolazioni di madre lingua tedesca e italiana non favorisce la
creazione di reali situazioni di incontro e scambio, davanti al bilinguismo
resta l’indifferenza.
Un’indifferenza che cambia di senso a seconda del gruppo linguistico di
appartenenza. Per i sudtirolesi una forma di “chiusura” o “sopportazione” in cui
riecheggia lo shock culturale di esser stati “costretti a rinunciare alla loro
lingua madre, alla loro toponomastica, persino ai nomi sulle loro tombe” dalla
violenza del fascismo. Per gli altoatesini una forma di “apertura” o
“spalancamento”, necessaria per placare l’ansia esistenziale generata dal fatto
che “dalla metà degli anni settanta ‒ [quando] il dispositivo normativo della
nuova autonomia provinciale ha stabilito che la conoscenza del tedesco sarebbe
stata sempre più indispensabile per poter, in concreto, continuare a vivere in
questo luogo”.
Come si esce da questo vicolo cieco? Come si dissacra il mito del bilinguismo
per liberarlo dalle catene del dispositivo di potere a cui è avvinto e
riconsegnarlo alla natura di processo vivo che dovrebbe costituirlo? Leggendo
Lingue matrigne è impossibile non porsi domande di questo tenore. E anche se Di
Luca non fornisce alcuna risposta ‒ e, anzi, descrive il libro come il
“tentativo di scrollarmi di dosso la stanchezza di anni passati a pensare
troppo, e spesso a vuoto” ‒ in filigrana una risposta, o almeno una strada, la
si intravede.
> La contiguità spaziale delle persone costituisce un ostacolo alla padronanza
> della lingua dell’altro, perché quella che è lingua madre per gli uni diventa
> “matrigna” per gli altri e, in quanto tale, oscura e pericolosa.
È un bilinguismo dell’ascolto. Una postura che rinunci a mettere al centro dello
sforzo la volontà di esprimere sé stessi, favorendo quella di creare uno spazio
in cui accogliere l’altro. Di aprirgli la porta, di invitarlo a entrare senza
l’obbligo di dover all’ospite una qualsivoglia forma di cortesia, ma facendogli
capire come meglio ci riesce che, comunque vada, è bene accolto.
Quando sono cresciuto, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli
anni Novanta, ho percepito il bilinguismo in due modi: da una parte lo strumento
imprescindibile di sopravvivenza e avanzamento sociale di cui parla anche Di
Luca; dall’altra la forma di correttezza politica che il parlare tedesco
implicava per chi, come me, compiva il doppio tradimento di crescere altoatesino
di madrelingua italiana, progressista e antifascista. Tradimento nei confronti
dell’altro, che dal fascismo era stato sottomesso, e del simile, che del
fascismo faceva il simbolo di una resistenza di paccottiglia.
Che fosse strumento o buona educazione, il tedesco era comunque obbligo e, come
sa chiunque si sia occupato di educazione, all’obbligo ci si piega o ci si
ribella. Che questa strada abbia portato a un vicolo cieco è evidente a chiunque
legga il libro di Di Luca libero da preclusioni ideologiche. Ora è il tempo di
tornare a cercare strade nuove.
L'articolo La menzogna svelata del bilinguismo altoatesino proviene da Il
Tascabile.
“C ara Compagna, avuto riguardo al rapporto di lavoro con te intercorrente,
siamo spiacenti di comunicarti con la presente che abbiamo deciso di procedere
al tuo licenziamento”. La lettera reca il timbro rosso di un sindacato di
categoria e sul finale porge “fraterni saluti”. Cosima Pietrina Urso, detta
Piera, la destinataria della comunicazione, la conserva senza ripiegarla su sé
stessa ‒ come ha fatto lei nella vita, nessun ripiegamento. La lettera mantiene
la postura di chi la riceve. Piera la tiene aperta, ne soppesa la grammatura di
buona qualità, la superfice liscia. La lettera ha un perimetro rettangolare come
una cassetta di frutta, di fragole ad esempio. I caratteri contenuti nella
lettera sono 1.547 più o meno quante erano le fragole che lei e le altre
raccoglievano in una giornata di lavoro sotto caporale. Piera aveva 11 anni.
“Ho iniziato a fare la bracciante a 11 anni. La prima volta, sono andata alle
fragole durante le vacanze di Pasqua. Il bisogno c’era ma nel mio caso non si
andava a lavorare perché morivamo di fame. Mia madre è stata un generale. Non
esisteva riposo. Non si andava al mare perché ‘cosa produce andare al mare’?
Niente. Devi essere utile a te e agli altri”. La piccola Piera vive con la sua
famiglia a San Michele Salentino in provincia di Brindisi. I suoi genitori sono
braccianti iscritti alla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), il
nonno, disertore partigiano con l’Unità sempre in tasca. “Ho la terza media.
Sarei voluta andare a scuola, ma mi hanno mandata a lavorare. Eravamo tre
sorelle e due fratelli. Però da una parte questo mi ha portata ad avere una
rabbia e una voglia di riscatto”.
Nel maggio del 1980 Piera ha 15 anni. Nella vicina Ceglie Messapica muoiono per
incidente stradale tre donne braccianti mentre tornano dal lavoro. “Non sono mai
incidenti stradali ma omicidi perché su un mezzo che porta nove persone, ne
mettevano trenta”. Vengono tolti i sedili ai furgoni e messe le panche di legno
per guadagnare posti. “Erano ex migranti che, tornati dalla Germania, si erano
messi a fare i caporali”. Dopo la riforma agraria la zona del Metapontino è una
distesa di terre molto fertili dove si piantano fragole e colture non usuali.
“C’era bisogno di manodopera femminile”. Le donne avevano le mani piccole per le
colture delicate, venivano pagate di meno ed erano facilmente manipolabili. “Un
caporale per le donne non era vissuto come un padrone ma come un salvatore
perché ti trovava e ti portava al lavoro, quindi il sostentamento per una
famiglia. Veniva spesso visto anche bello e affascinante per via della
riconoscenza. A volte potevano esserci anche rapporti sessuali tra il caporale e
le donne”. Piera si alza alle 2 e 30 per andare al lavoro. Di notte la piazza
del suo paesino si riempie di centinaia di persone che aspettano il mezzo per
andare in campagna. “Al lavoro arrivavi già stanca, spesso bisognava arrivare
fino in Calabria. Le donne ti dormivano addosso, faceva caldo. Quella maledetta
strada che da Taranto porta a Reggio era stretta e pericolosa”.
> “Ho la terza media. Sarei voluta andare a scuola, ma mi hanno mandata a
> lavorare. Però da una parte questo mi ha portata ad avere una rabbia e una
> voglia di riscatto”.
Nel 1980 muoiono le tre donne e in provincia inizia un sentimento di rivolta.
“Mia madre non mi faceva uscire ma se c’era una riunione della CGIL, anche a
Roma, lei mi mandava”. A 15 anni Piera diventa delegata sindacale della
Federbraccianti. “Andavo alla scuola di formazione della CGIL ad Ariccia, vicino
Roma. Non era come essere delegata della fabbrica del nord. Non era facile fare
la delegata sindacale e poi andare a lavorare col caporale”. Le altre donne la
vedono come una rompiscatole, come una che può far perdere il lavoro. Dopo la
morte di quelle donne cominciano i blocchi stradali della polizia per fermare e
controllare i pullman ma senza grandi esiti.
“Una notte mi stendo in piazza e non faccio passare i pullman. Chiamo i
carabinieri e la questura. Non volevo far partire i pullman. Questo voleva dire
far perdere il raccolto delle fragole. Bloccando la produzione i proprietari
terrieri erano obbligati a trattare con chi rappresentava le lavoratrici”. Piera
a 15 anni vuole un trasporto garantito, sicuro e pubblico: “La mia paga deve
essere contrattuale, non taglieggiata, non ci deve essere gente che si
arricchisce sulla mia pelle. Voglio i diritti come tutti gli altri lavoratori.
Da qui nasce l’autogestione, un movimento che si è attivato in più paesi della
provincia brindisina”.
Nella Federbraccianti di Brindisi di quegli anni c’è Rosa Stanisci che poi
diventerà sindaca antiracket di San Vito dei Normanni. “Con la sua segreteria ha
supportato molto l’autogestione. A seguito delle lotte avviate, viene istituito
il coordinamento Puglia Basilicata, composto dal sindacato e dalle associazioni
datoriali”. Piera, Rosa e altre due donne di San Michele Salentino, Maria C. e
Maria V., partono per un incontro in Basilicata: “Nella sala comunale di
Scanzano Ionico erano tutti uomini. Cinque-seimila uomini datori di lavoro con
le fragole che gli marcivano nelle campagne e noi quattro uniche donne che
entravamo nell’aula con gli sguardi sopra”.
Dopo questo incontro, Piera e le altre ottengono il primo pullman pubblico per
portare le braccianti al lavoro. “San Michele Salentino ha avuto il primo
trasporto pubblico della provincia di Brindisi. All’inizio salivamo solo noi tre
su questo pullman. Io, Maria e Maria. Le altre donne non si fidavano di noi.
All’inizio si perdevano molte giornate di lavoro. E non tutte erano disposte. Le
donne avevano paura di quello che poteva accadere con i caporali. Secondo loro,
era una cosa che poteva durare solo pochi giorni. Invece, è durata sette anni”.
I primi tempi Piera, Maria e Maria vengono scortate durante il viaggio in
pullman. “Prima eravamo tre, poi siamo diventate quattro, poi cinque. Per
riempire un pullman ci abbiamo messo quasi due anni”. Nel lavoro si
autogestiscono. “Andavamo direttamente dalle aziende a contrattare. Nel
frattempo in provincia i pullman diventano tanti. Questa esperienza si
consolida”. Poi la storia comincia un po’ a scemare per volontà politiche e
sindacali. “Le aziende non volevano più avere il rapporto diretto con le
lavoratrici perché le pressioni erano tante. Ogni giorno ricevevamo attacchi
sulla stampa. Io avevo un’esposizione mediatica molto alta, mi costava fatica
fisica e mentale”.
> Le donne avevano le mani piccole per le colture delicate, venivano pagate di
> meno ed erano facilmente manipolabili.
Ad avere un peso in questa storia è il raggiungimento minimo delle giornate
lavorate per accedere alla disoccupazione agricola. “Non sempre noi riuscivamo a
garantire questa continuità. Allora le donne preferivano il caporale. Io intanto
inizio a far parte del gruppo dirigente provinciale del sindacato, sempre da
bracciante. Ma quando finisce l’esperienza di lotta, io rimango sola”. Nel
frattempo in provincia cambiano sia la segreteria del sindacato di categoria sia
gli approcci. “Un cambiamento che portava di fatto a cancellare tutto quello che
era stato conquistato. Litigai pesantemente. Io non sarei mai ritornata a
lavorare col caporale. Avevo molte pressioni. Ma la mia vita in quegli anni ero
solo questa battaglia. La sera, dopo una giornata di lavoro, aprivo la sede
della CGIL in piazza a San Michele, di giorno come sarei potuta andare a
lavorare sotto caporale?”.
Piera, però, ha bisogno di lavorare. A Mesagne, sempre in provincia di Brindisi,
sono gli anni della Sacra corona unita. “In città c’era un prete, Don Angelo,
che toglieva tanti ragazzi dalla strada e dalla mafia e aveva contatti con un
direttore d’alberghi in Trentino. Il prete diceva: ‘Quanti ragazzi vuoi?
Dobbiamo levarli dalla strada’. Così comincio a lavorare in Trentino come
cameriera stagionale ai piani. Il mio dramma era che abbandonavo le donne,
sentivo che le stavo tradendo”. Intanto nel brindisino scoppiano le bombe, Rosa
Stanisci viene messa sotto scorta. “Non potevo continuare a fare le stagioni al
nord e non potevo tornare in campagna con i caporali”. In Puglia in quegli anni
si butta lu sangh. Nella lingua madre di Piera le parole, come sangue ad
esempio, hanno la “e” evanescente. Sanghə, la “e” c’è ma non si pronuncia, come
una dolce amputazione. Piera diventa quella “e”: da congiunzione delle lotte,
sparisce da un territorio, non la si pronuncia più.
Decide di andare a Milano. “Inizio come babysitter, poi come cassiera. Di notte
andavo a cercare lavoro negli alberghi”. A Milano Piera conosce Claudio
Superchi, segretario dei Giovani comunisti nel quartiere Comasina, operaio e
delegato FILCEA CGIL di fabbrica. “Andiamo a vivere insieme a Rho”. Quando Piera
arriva nella CGIL di Milano, conoscono già la sua storia. “Io vado a lavorare in
fabbrica. Dopo un mese divento rappresentate sindacale ed entro a far parte del
direttivo della categoria. Se facevo il turno di notte in fabbrica, di giorno
aprivo la sede della CGIL di Rho”. Nel 2004 il sindacato le propone un distacco
come funzionaria nell’ufficio badanti. “Mi tirano fuori dalla fabbrica. Vado a
lavorare alla FILCAMS CGIL in centro a Milano. Non sapevo usare il PC”.
Ogni giorno Piera si trova un centinaio di persone davanti al suo ufficio, per
lo più donne: “Inizio a seguire il lavoro domestico anche a livello nazionale.
In questo modo recupero il rapporto con le donne. Andavano tutelate. Bisognava
riconoscere il loro status di lavoratrici, lavoratrici più deboli di chi lavora
in fabbrica, donne senza forza contrattuale”. Piera cambia mansioni all’interno
del sindacato restando sempre nei gruppi dirigenti.
> “La sera, dopo una giornata di lavoro, aprivo la sede della CGIL in piazza a
> San Michele, di giorno come sarei potuta andare a lavorare sotto caporale?”.
Nel frattempo si ammala di tumore e con Claudio iniziano a pensare al progetto
di tornare in Puglia per la pensione. Claudio in quel momento ricopre il ruolo
di segretario generale della FLAI CGIL Lombardia. “Nel 2019 la FLAI CGIL
nazionale in accordo con le strutture della Lombardia, della Puglia e di
Brindisi concordano il nostro trasferimento in Puglia. Io sarei ritornata a
lavorare con e per le braccianti”. Prendono servizio in Puglia nel gennaio del
2020. “L’accordo prevedeva che Claudio sarebbe entrato in segreteria della FLAI
CGIL di Brindisi. Io sono stata assunta dalla FLAI CGIL Puglia”. Piera torna in
Puglia e viene destinata come funzionaria nella sede di Francavilla Fontana in
provincia di Brindisi. “Io dovevo stare in ufficio a fare le pratiche. Nessuno
ha mai invitato me e Claudio a una riunione, non ci hanno fatto mai partecipare
alla vita attiva del sindacato, non ci hanno mai fatto svolgere il lavoro del
vero funzionario sindacale: uscire dall’ufficio, incontrare i lavoratori, andare
sui luoghi di lavoro. Siamo stati isolati. Abbiamo sempre detto, sfruttate la
nostra esperienza. Non ci interessano le sedie. Vogliamo essere utili per il
sindacato e per il territorio”.
Gli stipendi di Piera e di Claudio, come previsto dagli accordi, vengono pagati
dalla FLAI CGIL nazionale. “Per loro eravamo a costo zero. Claudio non è mai
subentrato nella segreteria della FLAI CGIL di Brindisi come era scritto
nell’accordo. E non l’hanno fatto intervenire al congresso della FLAI CGIL di
Brindisi, quando aveva chiesto la parola. Hanno avuto paura della nostra
conoscenza e del nostro vissuto o è perché al congresso della CGIL nazionale nel
2019, quando diventò segretario generale Maurizio Landini, noi eravamo sulla
mozione di Colla?”.
Il 16 giugno del 2023 Piera e Claudio vengono convocati: “La FLAI CGIL Puglia e
la FLAI CGIL Brindisi ci dicono che dal primo luglio parte il nostro
licenziamento perché non hanno risorse. Io ero a circa due anni dalla pensione.
Però nel frattempo nel ruolo di segreteria che doveva essere di Claudio eleggono
comunque un altro componente. Hanno licenziato una famiglia senza un minimo di
empatia. Questi non vengono dal padrone sulla schiena. Come possono capire i
lavoratori?”. Piera e Claudio vengono convocati a Roma: “Il sindacato ci dice
che loro del nazionale non possono dare più soldi, il nostro stipendio passava
in carico al territorio. Io e Claudio eravamo assunti a tempo indeterminato. E
nella CGIL vige il codice etico. Io sono una ex paziente oncologica, non hanno
tenuto conto neanche di questo”.
A giugno del 2023 il tempo delle fragole è finito da poco. Piera tende tra le
mani la sua lettera di licenziamento, la gira a testa in giù come la “e” che si
ribalta alla fine delle parole ma l’amputazione stavolta non è dolce. Per un
paio di mesi Piera va al centro di igiene mentale per ricevere supporto
psicologico. “Stavo male, come si fa a concepire un trattamento del genere. Ho
dedicato la vita al sindacato. Noi non abbiamo mai avuto una vita privata. La
causa dei lavoratori è stata la nostra vita. C’erano notti che mio marito faceva
le assemblee, arrivava a casa alle quattro del mattino e alle sei tornava a
lavorare”.
> “Abbiamo sempre detto, sfruttate la nostra esperienza. Non ci interessano le
> sedie. Vogliamo essere utili per il sindacato e per il territorio”.
Piera adesso è in pensione. La casetta dove vive con Claudio è nel centro
storico di San Michele Salentino, a due passi dalla piazza. Alle pareti sono
appese tutte le tessere della CGIL che erano di suo padre. Di notte alle 2 e 30
il corpo di Piera si sveglia come per andare a lavorare. Piera apre gli occhi,
sente ancora il rumore del pullman in arrivo, le voci delle donne, il fiato
pesante dei caporali. Sente il corpo delle altre addosso, la strada nello
stomaco. Tra le mani sente le fragole che lasciano quel rosso sangue sulle dita
quando vengono fatte marcire per i propri diritti. Di notte alle 2 e 30 Piera
apre gli occhi, sente la “e” evanescente sulla punta della sua lingua madre,
della sua lingua terra. Evanescente come la sua storia. Scomparsa, dimenticata.
Nessuna traccia in rete se si scrive Cosima Pietrina Urso, detta Piera,
bracciante agricola. Eppure, nella storia quella pietrina è saltata fuori dal
muro a secco dello sfruttamento, più in là si è fatta inciampo, si è infilata
nella scarpa. Fa ancora tanto male.
L'articolo Fragole e sangh proviene da Il Tascabile.
I l 14 ottobre 1980 una fiumana silenziosa di persone attraversa il centro di
Torino. Sono in gran parte impiegati, tecnici e quadri della Fiat, affiancati da
qualche operaio e da cittadini comuni – artigiani, piccoli imprenditori,
commercianti – tutti decisi a manifestare a sostegno della più grande azienda
italiana e contro coloro che, a loro avviso, ne stavano frenando l’attività.
Dietro di loro c’è la fabbrica simbolo della città, Mirafiori, da 35 giorni
paralizzata da picchetti sindacali e scioperi a oltranza. Davanti a loro c’è un
obiettivo chiaro: rivendicare il diritto al lavoro e chiedere la riapertura dei
cancelli, sfidando apertamente lo sciopero indetto dai sindacati.
In poche ore quel corteo atipico – passato alla storia come la “marcia dei
quarantamila” – segna una svolta drammatica. Il giorno seguente, di fronte
all’impatto di quella manifestazione, i vertici sindacali firmano un accordo che
pone fine alla vertenza alle condizioni dettate dall’azienda. Si conclude così,
bruscamente, uno dei più lunghi conflitti operai del dopoguerra, con una cocente
sconfitta del movimento sindacale e l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra
capitale e lavoro. Storici e osservatori parleranno poi di “fine di un’epoca”:
nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle grandi
lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla ristrutturazione
industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso clima sociale.
Per comprendere il significato di quella marcia occorre inserirla nel contesto
delle lotte sindacali degli anni Settanta. Il decennio precedente era stato
segnato da un’ondata di mobilitazioni operaie senza precedenti: l’“autunno
caldo” del 1969 aveva visto gli operai italiani – e torinesi in particolare –
conquistare aumenti salariali e nuovi diritti, spingendo il parlamento ad
approvare lo Statuto dei lavoratori (1970) che introduceva tutele avanzate in
fabbrica. Negli anni successivi le grandi fabbriche come la Fiat diventarono
teatro di conflitti accesi e continui, con scioperi, picchetti e assemblee che
misero in discussione l’organizzazione del lavoro fordista e i rapporti
gerarchici tradizionali. Il movimento operaio esercitava una forza contrattuale
notevole: la contrapposizione tra “tute blu” e vertici aziendali fu il motore di
un conflitto sociale che per oltre un decennio condizionò profondamente la vita
politica ed economica italiana.
Tuttavia, sul finire degli anni Settanta, quella stagione di mobilitazione
mostrava segni di logoramento: la crisi economica seguita allo shock petrolifero
del 1973 aveva fatto esplodere inflazione e disoccupazione, erodendo il potere
negoziale dei lavoratori. Allo stesso tempo, le tensioni sociali avevano
imboccato la via tragica del terrorismo: le frange estremiste, come le Brigate
rosse, ingaggiarono una lotta armata che culminò nel sequestro Moro (1978) e
contribuì a isolare le componenti più radicali del movimento. Sul piano
politico, l’Italia di fine anni Settanta era attraversata da instabilità di
governo e dal compromesso storico tra Democrazia cristiana (DC) e Partito
comunista italiano (PCI), mentre il clima internazionale virava verso una fase
di offensiva neoliberista (con l’ascesa di Thatcher e Reagan) e di
ristrutturazioni industriali su scala globale.
> Nell’arco di una sola giornata si chiude simbolicamente la stagione delle
> grandi lotte operaie fordiste e se ne apre un’altra, dominata dalla
> ristrutturazione industriale, dalla flessibilità del lavoro e da un diverso
> clima sociale.
In questo contesto crepuscolare, la figura dell’operaio-massa – l’operaio di
linea, non specializzato ma centrale nella produzione di massa fordista – era
ancora formalmente protagonista, ma la sua centralità cominciava a vacillare. È
Mario Tronti, teorico dell’operaismo italiano, a definire negli anni Sessanta
l’operaio-massa come il nuovo soggetto collettivo emerso con la catena di
montaggio e destinato a guidare lo scontro di classe nell’era del fordismo. Ed
effettivamente per tutti gli anni Settanta l’operaio-massa è il “protagonista
indiscusso delle lotte e delle conquiste”, la figura attorno a cui ruotano sia
l’organizzazione della produzione sia l’immaginario della sinistra.
Ma all’alba degli anni Ottanta questo ciclo storico volge al termine, ed è
proprio in quel 14 ottobre 1980 che l’operaio-massa esce di scena, per lasciare
spazio a nuove identità sociali basate sulla ricerca del benessere individuale e
sul primato del mercato e della produttività. La marcia dei quarantamila sarà
l’inequivocabile evento-simbolo di questo tramonto.
Ma cosa accadde precisamente? All’inizio del 1980 la Fiat entra in una fase di
crisi che non è solo congiunturale. Le vendite crollano, i piazzali di Mirafiori
sono colmi di auto invendute, la produttività appare troppo bassa in un mercato
ormai globalizzato. La famiglia Agnelli decide di cambiare passo: a fine luglio
l’amministratore delegato Umberto Agnelli si dimette, sostituito da Cesare
Romiti. Con lui la direzione aziendale abbandona ogni atteggiamento attendista e
sceglie la linea della fermezza. Romiti intende ristrutturare in profondità,
ridurre drasticamente gli organici, riportare disciplina in fabbrica dopo un
decennio di protagonismo operaio.
Il 5 settembre la nuova dirigenza annuncia diciotto mesi di cassa integrazione
per ventiquattromila dipendenti, quasi tutti operai. Pochi giorni dopo comunica
ufficialmente quattordicimila licenziamenti: un taglio occupazionale di
proporzioni senza precedenti. I sindacati metalmeccanici reagiscono proclamando
lo sciopero e organizzando picchetti permanenti che paralizzano gli
stabilimenti. Mirafiori diventa l’epicentro di una vertenza che assume subito un
carattere politico nazionale: il ministro del Lavoro Franco Foschi tenta una
mediazione, mentre lo stesso Enrico Berlinguer si reca ai cancelli della
fabbrica per manifestare solidarietà agli operai.
> È Mario Tronti a definire negli anni Sessanta l’operaio-massa come il nuovo
> soggetto collettivo emerso con la catena di montaggio e destinato a guidare lo
> scontro di classe nell’era del fordismo. Ma all’alba degli anni Ottanta questo
> ciclo storico volge al termine.
La caduta del governo Cossiga, il 27 settembre, rende vano ogni tentativo di
compromesso. La Fiat alza allora ulteriormente la posta: sospende formalmente la
procedura di licenziamento, ma invia a ventitremila lavoratori la comunicazione
di cassa integrazione a zero ore. Nelle liste compaiono soprattutto i delegati
più combattivi, segnale chiaro della volontà di epurare la fabbrica dalla
rappresentanza sindacale più radicale. Il sindacato denuncia trattarsi di una
vera e propria “lista di proscrizione”, ma continua a mantenere i presidi.
È in queste settimane che la compattezza operaia comincia a incrinarsi.
Impiegati, tecnici e capi intermedi, inizialmente rimasti in disparte, avvertono
sempre più il conflitto come estraneo e persino dannoso. Temono per la tenuta
dell’azienda e guardano con ostilità crescente all’egemonia dei delegati di
fabbrica. Nasce così un coordinamento dei quadri, che diffonde comunicati contro
i sindacati e arriva persino a scontrarsi fisicamente con i picchetti.
Parallelamente, la Fiat affianca alla pressione economica e organizzativa una
strategia legale: gli esposti contro i blocchi portano a centinaia di
convocazioni per gli operai attivi nei presidi. Alla vigilia del 14 ottobre il
conflitto non è più soltanto tra azienda e lavoratori, ma attraversa lo stesso
fronte del lavoro: da un lato gli operai di linea, dall’altro il ceto
impiegatizio che si prepara a uscire allo scoperto. La marcia dei quarantamila
sarà la conseguenza diretta di questa frattura già consumata.
Se è vero che in Italia è venuta affermandosi una teorizzazione nuova
dell’operaio – quella dell’operaio-massa, elaborata da Mario Tronti –, è vero
anche che con la marcia dei quarantamila ci si è ritrovati di fronte a una forma
inedita di crumiraggio: per la prima volta, a memoria di operaio, un nutrito
schieramento di colletti bianchi scese in piazza contro uno sciopero operaio,
mettendosi – di fatto – dalla parte del “padrone”. Questo evento ebbe un enorme
impatto simbolico. Durante le lotte degli anni Sessanta-Settanta, pur nelle
diversità di ruoli, impiegati e operai avevano spesso mantenuto una forma di
solidarietà: i primi raramente scioperavano, ma neppure si sarebbero sognati di
sfilare contro i secondi. La “marcia dei capi” (così venne anche chiamata) ruppe
questo tabù.
Cosa significò? In primo luogo, segnalò l’emergere di interessi divergenti
all’interno del mondo del lavoro Fiat: molti impiegati e tecnici – probabilmente
timorosi di perdere il posto se la crisi fosse degenerata – sposarono la causa
aziendale della ripresa produttiva a ogni costo, mentre gli operai rivendicavano
la tutela del posto di lavoro collettivamente e senza concessioni. Era anche uno
scontro tra culture del lavoro: da un lato la cultura operaia della solidarietà
di classe, dall’altro quella, tipica del ceto medio impiegatizio,
dell’individualismo meritocratico e del professionalismo. La marcia rese
visibile questa faglia. Di fronte a loro, l’unità di classe proclamata dalle
confederazioni si rivelò, in quel frangente, un’illusione impotente.
> Alla vigilia del 14 ottobre il conflitto non è più soltanto tra azienda e
> lavoratori, ma attraversa lo stesso fronte del lavoro: da un lato gli operai
> di linea, dall’altro il ceto impiegatizio che si prepara a uscire allo
> scoperto.
Molti commentatori sottolinearono come il sindacato avesse sottovalutato quella
spaccatura interna. Anni di retorica sull’unità dei lavoratori forse avevano
indotto i leader sindacali a credere che impiegati e operai condividessero gli
stessi obiettivi. In realtà, nell’autunno 1980, una parte consistente del
personale Fiat non si riconosceva più nella linea oltranzista dei delegati di
fabbrica. Secondo alcuni osservatori, i sindacalisti avrebbero dovuto intuire
per tempo questo malessere e cambiare strategia, evitando di arroccarsi su
posizioni estreme “per una falsa unità di classe”.
Lo stesso segretario della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici)
torinese, Claudio Sabattini, pochi anni dopo ammise che l’errore fu impedire
agli operai di rientrare al lavoro per adottare forme di protesta più
sostenibili nel lungo periodo. D’altronde non va dimenticato il trauma sociale
che la sconfitta causò tra gli stessi operai: oltre alla perdita del posto per
migliaia di essi, uno studio ha contato ben 149 suicidi di lavoratori Fiat tra
il 1980 e il 1984, un dato agghiacciante che testimonia la disperazione seguita
a quella débâcle. La rottura della solidarietà si pagò con ferite profonde nel
tessuto operaio torinese.
I manifestanti dipinsero sé stessi come cittadini moderati e ragionevoli,
stanchi di subire le prepotenze di una minoranza rumorosa (i delegati sindacali,
i cassintegrati in perenne sciopero). Si chiedeva il ripristino dei diritti
civili, con l’implicita accusa al sindacato di avere instaurato un regime di
fatto attorno a Mirafiori, violando i diritti di chi voleva lavorare. Si trattò
in parte di una sapiente costruzione retorica – alimentata anche dalla stampa
moderata – ma che fece presa su larghi strati dell’opinione pubblica.
Per la sinistra fu un duro colpo: significava che il consenso sociale attorno
alle lotte operaie si era eroso, non solo tra gli impiegati Fiat ma anche tra i
cittadini comuni. La classe operaia apparve isolata, quasi “colpevole” di aver
frenato lo sviluppo. In tal modo la marcia sancì la fine di un’alleanza sociale
che per decenni aveva visto movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi
progressisti e operai combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
Nell’Italia del 1980 quell’alleanza era svanita: al suo posto emergeva una
ricomposizione degli schieramenti sociali, con il ceto medio produttivo e parte
del mondo del lavoro schierati con il capitale in nome della “ripresa”
economica.
> La marcia sancì la fine di un’alleanza sociale che per decenni aveva visto
> movimenti studenteschi, intellettuali, ceti medi progressisti e operai
> combattere fianco a fianco per l’emancipazione collettiva.
“Con la marcia del 1980 non finì soltanto una dura disputa sindacale, ma – in
un’ottica di medio periodo – terminarono anche gli ‘anni ’68’, cioè quel lungo
ciclo di conflitti iniziato con le lotte studentesche oltre dieci anni prima”,
ha scritto lo storico Fabrizio Loreto. E in un’ottica di lungo periodo,
quell’evento segnò davvero la conclusione dell’età del fordismo. Il modello
produttivo fordista – basato su grandi fabbriche, produzione di massa
standardizzata e una forza-lavoro operaia concentrata e omogenea – entrò in
crisi definitiva.
Gli anni Ottanta furono infatti gli anni della ristrutturazione. In Italia, come
altrove, le imprese colsero la sconfitta operaia come un via libera per innovare
profondamente processi e prodotti. Nuove tecnologie fecero il loro ingresso:
robotica, automazione, elettronica. La stessa Fiat, dopo il trauma del 1980,
avviò un vasto programma di ammodernamento in tutti gli stabilimenti,
introducendo sistemi produttivi più flessibili. Nel 1983 lanciò la Uno, la prima
utilitaria progettata interamente nell’era post-sciopero, prodotta con linee
automatizzate avanzate (il “robogate”). Nel 1986 Gianni Agnelli poté dichiarare
concluso il risanamento. La Fiat aveva recuperato una posizione di piena
centralità, contendendosi la leadership del mercato europeo con la Volkswagen.
La restaurazione manageriale sembrava aver dato i suoi frutti: la produttività
era risalita, i bilanci tornati in attivo. La parabola dell’operaio-massa
appariva chiusa, sostituita da una nuova centralità del “fattore impresa”.
In effetti, la figura dell’operaio di linea quale soggetto collettivo si eclissa
dopo il 1980. Nel lessico sociologico fa capolino un nuovo termine:
“flessibilità”. Le imprese, per competere in mercati sempre più globali e
instabili, adottano modelli organizzativi snelli, sul modello giapponese
(toyotismo). La produzione si frammenta in distretti industriali territoriali e
filiere di subfornitura (un processo di decentramento produttivo che in Italia
era già avanzato in regioni come Veneto ed Emilia). L’occupazione industriale si
riduce nelle grandi fabbriche e cresce in piccole e medie imprese. Si affermano
nuove categorie di lavoratori: tecnici specializzati, operai interinali,
impiegati del terziario avanzato, mentre il tradizionale operaio di catena
diventa sempre più raro. Teorici post-operai come Antonio Negri parleranno di
operaio sociale per indicare un lavoratore diffuso nella società, non più
concentrato solo in fabbrica. Ma soprattutto, dagli anni Ottanta in poi il mito
della flessibilità viene esaltato nel discorso pubblico – salvo tradursi, per
molti lavoratori, in una condizione cronica di precarietà.
Gli anni Ottanta divennero un periodo di espansione economica: dopo la
recessione del 1981-82, l’Italia conobbe un deciso rilancio con tassi di
crescita annui intorno al 3% a metà decennio. Furono anche gli anni del
cosiddetto made in Italy: accanto ai successi dell’auto si affermarono a livello
globale prodotti come i computer Olivetti (M24) e l’alta moda italiana – segno
di un Paese in trasformazione. Il sociologo Francesco Alberoni parlò addirittura
di “nuovo Rinascimento” italiano.
> La parabola dell’operaio-massa appariva chiusa, sostituita da una nuova
> centralità del “fattore impresa”.
Eppure, nonostante la grave perdita di quella figura operaia, quella fu anche
dal punto di vista dello sviluppo capitalistico un’occasione perduta: l’euforia
degli anni Ottanta non sfociò in riforme strutturali durature. Mancò la “virtù”
di investire sul lungo periodo, e il sistema-Italia dissipò in parte quei
vantaggi, ritrovandosi fragile alle soglie degli anni Novanta. Resta il fatto
che, dal punto di vista sociale, il protagonismo operaio arretrò bruscamente. Il
sindacato, scottato dalla sconfitta Fiat, nei decenni successivi assunse quasi
sempre posizioni più caute e negoziali, inaugurando la stagione della
concertazione tra parti sociali negli anni Novanta. Certamente, nessuna
mobilitazione operaia, nei 40-50 anni seguenti, ha più raggiunto la forza d’urto
di quelle degli anni Sessanta e Settanta.
A più di quarant’anni di distanza, la marcia dei quarantamila resta un
evento-simbolo ricco di significati per il presente. Da un lato, essa segnò il
tramonto di un modello di conflitto sociale basato sul potere contrattuale
concentrato della grande fabbrica. Quel modello – l’operaio-massa fordista,
organizzato nel sindacato di fabbrica – aveva ottenuto conquiste importanti, ma
mostrava già la corda di fronte ai mutamenti dell’economia. La sconfitta del
1980 certificò che non era più possibile tornare indietro: il capitalismo
italiano aveva voltato pagina, aprendosi all’era della flessibilità e della
globalizzazione nascente.
Dall’altro lato, molti dei nodi irrisolti di allora si ripresentano oggi sotto
altre forme. La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi,
le nuove divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali), dall’altra
lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere contrattuale. Il
declino della solidarietà di classe che emerse in nuce nel 1980 è oggi
amplificato da una frammentazione estrema del lavoro: la fabbrica diffusa e
l’outsourcing hanno disperso la forza lavoro in miriadi di piccole unità,
rendendo più difficile l’organizzazione collettiva. Allo stesso tempo,
l’offensiva neoliberista che negli anni Ottanta muoveva i primi passi è giunta a
piena maturazione: deregolamentazione, competitività sfrenata e precarietà sono
realtà quotidiane per milioni di persone. In questo senso, la marcia dei
quarantamila può essere vista come l’atto iniziale di un lungo processo di
ristrutturazione che prosegue ancora oggi.
La Waterloo del sindacato è stata vista dall’imprenditoria a trazione liberale
come una sconfitta cocente ma forse necessaria per spingere le organizzazioni
dei lavoratori a rinnovarsi. Dal punto di vista della storia del lavoro, la
marcia dei quarantamila segna un punto di non ritorno. Dopo quell’episodio, la
figura dell’operaio-massa – attorno a cui si erano costruite teorie (Tronti,
Negri) e strategie politiche – perde centralità, mentre emergono nuovi soggetti
e nuove forme di conflitto (si pensi, ad esempio, ai movimenti dei lavoratori
precari degli ultimi anni, ben diversi per composizione e rivendicazioni). In
definitiva, l’eredità di quell’autunno torinese è duplice: da un lato, il mondo
delle fabbriche non fu più lo stesso, dall’altro le questioni del potere e dei
diritti nel lavoro assunsero forme più complesse, meno visibili.
> La frattura tra impiegati e operai può ricordare, per certi versi, le nuove
> divisioni nel mondo del lavoro contemporaneo: da una parte lavoratori
> garantiti (spesso più qualificati e integrati nei processi globali),
> dall’altra lavoratori precari o marginali, con minore tutela e potere
> contrattuale.
Beninteso, per Mario Tronti l’operaio-massa non entra in crisi con la marcia dei
quarantamila, ma molto prima. Già alla vigilia del Sessantotto, con
l’affacciarsi di nuove soggettività politiche e sociali, Tronti aveva colto i
segnali di esaurimento di quella figura: un soggetto che era stato centrale
nell’organizzazione fordista e nel ciclo di lotte operaie, ma che mostrava crepe
evidenti nel momento stesso in cui diventava protagonista. La sua parabola,
insomma, era inscritta fin dall’inizio nella trasformazione più ampia dei
rapporti di produzione e nelle mutazioni della società industriale. In questo
senso la marcia dei quarantamila ebbe un valore simbolico non dissimile, per il
mondo operaio occidentale, da quello che la caduta del Muro di Berlino ebbe per
l’Unione Sovietica: il gesto che non inaugura la crisi, ma la rende
irreversibile e visibile a tutti.
Nel bilancio storico-sociologico di quell’evento, dunque, possiamo leggere sia
la fine di un’epoca sia l’inizio di contraddizioni nuove. Fu la fine dell’epoca
in cui il conflitto capitale-lavoro aveva il volto coriaceo e oleoso
dell’operaio di Mirafiori; l’inizio di un’era in cui quel conflitto si sarebbe
espresso in maniera più frammentata e diffusa, spesso silenziosa.
La marcia dei quarantamila resta lì a ricordarci che anche il “noi” dei
lavoratori può andare in frantumi se cambiano le condizioni – e che ogni
stagione di lotta, per quanto gloriosa, può conoscere il suo autunno. Un
autunno, quello del 1980, che vide cadere le foglie di un’intera cultura
operaia, preparando un inverno di cambiamenti da cui sarebbe germogliato il
mondo del lavoro contemporaneo.
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