Oggi, 21 marzo, a Torino si svolge la XXXI Giornata nazionale della Memoria e
dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata da
Libera insieme ad una vasta rete di associazioni, a cominciare da Avviso
Pubblico, e di Enti locali. La manifestazione nazionale torna a Torino
esattamente venti anni dopo il 21 marzo 2006. Un appuntamento che ci riguarda
visto che la storia del movimento anti mafia in Italia è intrecciata in maniera
profonda ed indissolubile con le nostre battaglie per la libertà e la giustizia
sociale.
Perché la storia del movimento anti mafia è storia di liberazione del lavoro dal
giogo dello sfruttamento, perché è storia di liberazione della donna dalla
violenza di contesti famigliari oppressivi. Perché è storia di difesa
dell’ambiente da ogni forma di abuso e di avvelenamento. Perché è storia di
amministratori pubblici con la schiena diritta che hanno pagato con la vita
l’uso corretto del denaro pubblico ed il rifiuto di logiche clientelari. Perché
è storia di magistrati impegnati strenuamente nella ricerca della verità, che è
la prima forma di giustizia. Perché è storia di uomini e donne delle Forze
dell’Ordine che hanno onorato la divisa, tutelando i più deboli dai prepotenti.
Perché è storia di insegnanti che hanno fatto della scuola pubblica italiana la
prima grande palestra di cittadinanza democratica. Perché è storia di
giornalisti che non hanno mai barattato la verità con la convenienza, difendendo
il diritto ad essere informati ed il dovere di informare correttamente. Perché è
storia di attivisti e volontari che sono stati capaci di tessere nuovi legami
sociali alternativi a quelli del “branco” nelle periferie più estreme del Paese.
Perché è storia di artisti che hanno fatto della bellezza un anticorpo culturale
potente contro il “puzzo del compromesso morale”. Perché è storia di un lungo e
coerente lavoro parlamentare che ha saputo trasformare in legge intuizioni
maturate a caro prezzo nel fronte antimafia: dalla Legge “Rognoni- La Torre” del
1982, fino alla Legge 6 del 2018 sulla protezione del Testimone di Giustizia,
passando per la Legge 109 del 1996 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati e
per la Legge 20 del 2017 (votata all’unanimità) che ha inserito il 21 Marzo nel
calendario repubblicano.
Torino ed il Piemonte hanno sofferto il progressivo radicamento delle mafie nel
loro territorio, accusando ferite non ancora rimarginate come l’assassinio del
Procuratore della Repubblica Bruno Caccia, il 26 giugno del 1983, ma hanno anche
saputo opporvi un impegno costante, concreto, tanto a livello istituzionale che
sociale. La “partita” però non è chiusa e non è vinta: le parole adoperate dalla
Procuratrice generale, Lucia Musti, alla inaugurazione dell’anno giudiziario il
31 gennaio scorso lo certificano senza possibilità di fraintendimento. La
Procuratrice infatti ha sottolineato che si registrano certamente meno casi di
racket ma perché più frequentemente sono operatori economici “per bene” a
rivolgersi volontariamente ai clan per trattare reciproche convenienze,
concentrate soprattutto in alcuni segmenti del business, quali il recupero
crediti, lo smaltimento dei rifiuti pericolosi e la logistica.
Lungimirante, purtroppo, si è rivelata l’elaborazione giudiziaria dei Pubblici
Ministeri titolari della maxi operazione Minotauro contro la ‘ndrangheta nel
torinese del 2011, che parlarono di “mafia silente”, liquida, capace di non
destare allarme sociale, ma altrettanto capace di colonizzare l’economia pulita,
condizionando pesantemente il ciclo finanziario (le “vette” del quale mi paiono
a tutt’oggi inesplorate). D’altro canto la situazione delle carceri in Piemonte
è sempre più esplosiva e drammatica tanto per i detenuti, quanto per chi nelle
carceri lavora: soltanto nella settimana che ha preceduto l’odierna
manifestazione di Libera è morto suicida nel carcere di Torino un condannato per
mafia (operazione Hydra, Milano) e quattro agenti della penitenziaria sono stati
ricoverati in codice rosso per intossicazione dopo un incendio appiccato per
protesta nel carcere di Biella.
Questo accade nella “terra” del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro,
quello della “intima gioia” provata nel pensare ai detenuti senza fiato dentro i
blindati della penitenziaria. In una Regione che nonostante l’impegno profuso da
amministratori locali ed associazionismo resta agli ultimi posti in Italia nella
graduatoria per beni confiscati alla mafia effettivamente riutilizzati: la
vicenda del castello di Miasino, unico bene assegnato alla Regione Piemonte, in
attesa di essere riaperto al pubblico da oltre 12 anni ne è il simbolo più
tristemente eloquente. Il cuore del 21 marzo è da sempre rappresentato dai
famigliari delle vittime innocenti delle mafie che si danno reciproco conforto
nella tenace ricerca della verità, il loro impegno è uno sprone per tutte e
tutti noi a non confondere mai la “pacificazione” del Paese con la pace che è
figlia della giustizia. Confusione nella quale purtroppo cadono ancora in
troppi.
L'articolo Torna a Torino la Giornata per le vittime innocenti delle mafie: un
appuntamento che ci riguarda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Libera, l’associazione contro le mafie – fondata nel 1995, tra gli altri, da don
Luigi Ciotti – è ricca di storie, volti, lotte. Da dove partirebbe? È stato
chiesto a don Ciotti nel libro Cento passi verso un’altra Italia, edito da
Piemme. Risponde il sacerdote torinese che nel settembre scorso ha compiuto 80
anni: “Partirei dal 7 marzo del 1996, giorno dell’approvazione della legge
sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. La nostra prima grande
scommessa vinta, grazie a una mobilitazione collettiva dei gruppi e delle
associazioni che avevano fondato Libera. Insieme eravamo riusciti a raccogliere
oltre un milione di firme, presentate al Parlamento per sostenere quella legge
così innovativa e cruciale, dalla quale sono nati percorsi di grande valore. I
tanti edifici di proprietà dei boss trasformati in scuole, commissariati, centri
per anziani o persone in difficoltà. E poi le cooperative agricole di giovani
che coltivano i terreni un tempo simbolo del controllo mafioso su intere
regioni. Dal punto di vista dell’impegno civico contro il crimine organizzato,
questo ‘riappropriarsi’ dei territori e delle loro risorse, sia sul piano
economico che su quello etico, ha rappresentato un passaggio fondamentale. Ed è
stata proprio quella legge, oggi copiata in tutto il mondo, a renderlo
possibile”.
Eccoci, trent’anni dopo. Tempo di bilancio. “Il bilancio è sotto molti aspetti
positivo. Questa legge ha portato una svolta non solo nella lotta alle mafie, ma
nella coscienza che noi abbiamo delle mafie stesse. Oggi è più diffusa la
consapevolezza che per contrastarle non basta il poderoso lavoro della
magistratura e delle forze di polizia, ma che ogni cittadino ha il dovere di
impegnarsi per estirpare un male di natura sociale oltre che criminale”, spiega
don Ciotti. Si è assistito ad una sorta di rovesciamento. Ad un ritorno dei beni
alla società. Strumenti per lo sviluppo della coesione sociale e opportunità
visibili per la crescita dei territori. “Ciò che prima era simbolo di una
ricchezza illecita, sterile ed esclusiva, ritorna bene pubblico, produttivo,
inclusivo, grazie proprio al suo utilizzo sociale i cui benefici sono sotto gli
occhi di tutti. Che si tratti di recuperare un immobile destinandolo a edilizia
pubblica, o di dare lavoro a persone oneste nelle cooperative di agricoltura
bio, è evidente come i vantaggi materiali si sommino a quelli morali, dando vita
a una nuova ricchezza, pulita e condivisa”, aggiunge don Ciotti.
Dunque, sono trascorsi 30 anni da quando la legge 109 fu approvata in
Parlamento. Libera per festeggiare e onorare questi trent’anni di impegno
collettivo promuove il 6, il 7 e l’8 marzo “109 piazze per la legge 109”. Tre
giorni di iniziative con più di 180 luoghi e spazi animati da volontari della
rete di Libera per promuovere e valorizzare il significato di trent’anni di beni
confiscati restituiti alla collettività. Da Trieste a Milano, da Torino a
Genova. E ancora Bologna, Pistoia, Ascoli Piceno, Roma, Campobasso, Napoli,
Palermo dove saranno centinaia le piazze, luoghi e spazi animati da iniziative,
banchetti, visite ai beni confiscati. In occasione della tre giorni, Libera
scende nelle piazze con la campagna “Diamo linfa al bene” per chiedere di
difendere questa legge e di firmare per chiedere che il 2% del Fondo unico
Giustizia venga destinato al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati.
Conclude don Ciotti: “Certo non è tutto perfetto: ci sono ritardi, ostacoli
burocratici, fatiche finanziarie, contraddizioni da superare nelle varie forme
di gestione. Oggi dobbiamo stare attenti a non fare passi indietro, ma
continuare a procedere in avanti!”.
L'articolo I trent’anni della legge sull’uso dei beni confiscati alle mafie, don
Ciotti: “Una svolta anche nella coscienza collettiva” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Niente funerale in chiesa, nessun corteo funebre e sepoltura in forma
strettamente privata al cimitero di Chivasso. È la decisione disposta dal
questore di Torino, Massimo Gambino, per le esequie di Domenico Belfiore, boss
della ’ndrangheta morto venerdì scorso a 73 anni in ospedale nel Comune della
seconda cintura di Torino.
Belfiore era stato condannato in via definitiva all’ergastolo come mandante
dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso da un commando il
26 giugno del 1983. Non si era mai pentito. Proprio l’ipotesi di un funerale in
chiesa aveva suscitato polemiche nei giorni scorsi, a partire dall’intervento di
don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Secondo quanto previsto inizialmente, le
esequie si sarebbero dovute tenere domani alle 15 nella parrocchia Madonna del
Loreto di Chivasso.
Durissimo l’intervento del sacerdote, intervistato da La Stampa. “Pregare per un
defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di
Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un
mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo
stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle
nostre comunità?”. Per il fondatore di Libera, “un funerale in chiesa per chi ha
ucciso e non si è pentito non è solo un errore pastorale. È una ferita in più
inferta ai familiari delle vittime. Dice a chi ha perso un padre, una madre, un
fratello per mano della mafia ‘il vostro dolore può essere messo da parte’.
Dobbiamo chiedere scusa per questo”. Ciotti aveva poi aggiunto che “essere
Chiesa oggi in terra di mafia significa avere il coraggio della profezia, anche
se scomoda. Il ‘mi faccio i fatti miei’ è il miglior alleato delle mafie. Quando
una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non
scontentare nessuno, si crea l’humus fertile per la sopravvivenza del male. Il
funerale a Belfiore non è un caso isolato: è il sintomo di una zona grigia che
ancora esiste”.
Di diverso tenore erano state le parole di monsignor Daniele Salera, vescovo di
Ivrea: “Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non
possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore. La Chiesa ha sempre
fatto distinzione tra foro interno, o della coscienza, e foro esterno, ovvero
ciò che della nostra vita è visibile. Non potendo sapere quanto, negli ultimi
attimi della sua vita terrena, il defunto ha potuto vivere nella relazione con
Cristo Salvatore, è bene procedere chiedendo, attraverso le esequie, la
misericordia di Dio”, svelando poi che “la forma concordata con la famiglia
delle esequie” avrebbe avuto “il tratto di una maggiore sobrietà e semplicità”.
Il parroco, don Tonino, aveva sbrigativamente dichiarato: “Non sapevo chi fosse
quell’uomo. Della scomunica ai mafiosi del Papa sono al corrente, ma non ho
ricevuto nessuna indicazione ostativa in tal senso dalla Curia. Lo affiderò a
Dio come peccatore, ma è lui a doverlo giudicare”.
Nel corso della sua lunga carriera, Bruno Caccia, si occupò di importanti
indagini, tra cui quelle contro le Brigate Rosse e lo “Scandalo dei petroli”.
Nel 1980 divenne Procuratore capo a Torino, dove coordinò le indagini sulla
crescente presenza delle organizzazioni mafiose in Piemonte. La sera del 26
giugno 1983, mentre passeggiava con il suo cane nei pressi di casa senza scorta,
fu affiancato da uomini armati che lo uccisero con numerosi colpi di pistola.
Caccia resta l’unico magistrato finora ucciso dalle mafie nel Nord Italia.
L'articolo No al funerale pubblico per il boss della ‘ndrangheta Domenico
Belfiore: fu il mandante dell’omicidio di Bruno Caccia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Lo racconta Franco Maresco nel film “Belluscone – Una storia italiana” e lo dice
Kid Yugi nell’ultimo album di Noyz Narcos: in Italia, la criminalità organizzata
ascolta neomelodico. E infatti, il coordinamento regionale della Basilicata e il
presidio Vulture Alto Bradano di Libera hanno pubblicamente chiesto alle
istituzioni di prendere provvedimenti per il concerto del cantante neomelodico
Daniele De Martino, nome d’arte di Antonino Galluzzo, che il 20 dicembre si
esibirà a Venosa, in provincia di Potenza. “Con il rispetto profondo che
nutriamo per la libertà artistica e di espressione, valore costituzionale che
Libera ha sempre difeso, auspichiamo che le istituzioni, in linea con quanto
accaduto in altre realtà, sappiano assumere i provvedimenti ritenuti necessari
in relazione al contesto”, sottolinea l’associazione antimafia in una nota
pubblica.
In più occasioni le autorità e le amministrazioni comunali hanno vietato al
cantante di esibirsi in pubblico a causa dei testi che inneggiano alla
criminalità, istigano alla delinquenza e alimentano la mentalità mafiosa: il
questore di Latina aveva sottolineato che le canzoni di De Martino “veicolano
messaggi espliciti contro i collaboratori di giustizia e sono espressione di
solidarietà al sistema delle mafie”.
Chi è Antonino Galluzzo – È nato nel 1995 a Palermo. Oltre ai suoi testi, il
cantante è stato citato per i legami con Cosa nostra. Qualche anno fa, il
giornalista Salvo Palazzolo di Repubblica aveva pubblicato delle foto in cui De
Martino baciava sulla guancia il boss Francolino Spadaro durante il funerale del
padre Tommaso detto “Masino“, arrestato da Giovanni Falcone per contrabbando e
poi condannato all’ergastolo per essere il mandante dell’omicidio di Vito
Ievolella, il maresciallo dei carabinieri ucciso a Palermo il 10 settembre 1981.
Quest’anno la Guardia di finanza ha perquisito la casa dei genitori a Palermo e
l’abitazione in Campania di De Martino, a cui sono stati sequestrati 220mila
euro tra contanti, gioielli e Rolex per i redditi non dichiarati. A tradire il
cantante neomelodico sono stati anche i contenuti pubblicati sui profili social,
in cui De Martino ostentava lo stile di vita consentitogli dai concerti in nero
e spesso abusivi, per evitare i divieti delle autorità. Secondo la verifica
delle fiamme gialle per il periodo 2016-2022, il cantante avrebbe percepito
compensi per 850mila euro.
Libera sottolinea l’importanza della cultura e dell’arte, lanciando l’appello
“di non girarci dall’altra parte, di denunciare la pericolosità di messaggi che
tendono a ribaltare i valori costituzionali di democrazia, legalità e
giustizia”, e aggiunge che “Venosa, come tutta la Basilicata, merita eventi
culturali che uniscano, che generino senso critico, che aprano spazi di libertà
autentica e non ambigua”.
L'articolo “Esprime solidarietà alle mafie”: Libera contro il concerto del
cantante neomelodico Daniele De Martino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Utilizzare una piccola parte del denaro sottratto dallo Stato alla criminalità
“per cambiare volto ai beni confiscati” alle mafie e “rigenerare i territori
feriti dalla presenza mafiosa”. Con questa finalità è iniziata la nuova grande
mobilitazione di raccolta firme di Libera. L’iniziativa “Diamo linfa al bene”
prevede una firma su delle cartoline che saranno spedite a Palazzo Chigi per
chiedere al governo di destinare il 2% del Fondo Unico di Giustizia (FUG) “alla
crescita del bene comune: scuole, cooperative, comunità, futuro”. L’obiettivo è
proprio quello di aprire una vertenza pubblica e diretta verso il governo, per
rimettere al centro del discorso pubblico la consapevolezza che la lotta a
mafiosi e corrotti è un bene comune.
Il FUG è costituito dal denaro sequestrato e confiscato alle organizzazioni, un
fondo nato 30 anni fa con la legge 109/96. La mobilitazione è stata presentata a
Roma in occasione del “Forum Nazionale del riuso pubblico e sociale dei beni
confiscati” e si inserisce nell’ambito della campagna nazionale “Fame di verità
e giustizia” che da maggio prova a scaldare il dibattito pubblico per riscrivere
l’agenda politica della lotta alla mafia. Sarà possibile firmare le cartoline
online sul sito di Libera (qui il link), in molte piazze d’Italia e nelle sedi
fisiche dell’associazione.
“Trent’anni fa, con la legge 109/96, l’Italia ha scelto di restituire alla
collettività ciò che le mafie avevano sottratto. Da allora – commenta Francesca
Rispoli, copresidente di Libera – più di 1.200 esperienze di riuso sociale
raccontano un Paese che ha saputo reagire, trasformando luoghi criminali in
presìdi di democrazia, lavoro e inclusione. Con questa raccolta di cartoline,
un’azione concreta che parte dal basso, vogliamo dare linfa a tutte quelle
esperienze di rigenerazione che insieme abbiamo fatto partire e rilanciare le
pratiche di riuso sociale dei beni attraverso la destinazione di risorse
pubbliche che incentivino lo spirito della 109/96″. “Se anche solo una piccola
parte di queste risorse venisse messa al servizio delle realtà che gestiscono
beni confiscati, in maniera continuativa e stabile – conclude Rispoli – si
potrebbero sostenere esperienze di inclusione e coesione in tutta Italia,
facendo veramente cambiare volto ai patrimoni illeciti e rigenerando i territori
con un segnale forte contro mafie e corruzione”.
Primi firmatari della petizione sono stati don Luigi Ciotti e Francesca Rispoli
(presidenti nazionali di Libera), Gian Carlo Caselli e Nando Dalla Chiesa
(presidenti onorari di Libera) e tanti familiari di vittime innocenti delle
mafie come: Margherita Asta, Cristina, Guido e Paola Caccia, Roberta Congiusta,
Marisa Diana, Mario Esposito, Marisa Fiorani, Stefania Grasso, Giovanni e Luisa
Impastato, Daniela Marcone, Dario e Luigi Montana, Matilde Montinaro, Bruno
Vallefuoco, Raffaella e Vincenzo Landieri, Paolo Siani, Lorenzo, Alessandra e
Francesco Clemente-Ruotolo.
In occasione del lancio dell’iniziativa, Libera ha anche presentato i dati sullo
stato dell’arte: sono 21.664 i beni immobili finora confiscati e già destinati
all’uso previsto dal Codice Antimafia, 21.626 quelli in gestione ma in attesa di
essere destinati. Più di 20mila beni (spesso da ristrutturare) sono in comuni
che non sempre hanno la possibilità di investire milioni di euro per renderli
riutilizzabili. Per quanto riguarda le esperienze di riutilizzo sociale sono
1.132 i soggetti diversi impegnati nella gestione di beni immobili confiscati,
ottenuti in concessione dagli Enti locali, in ben 18 regioni e in 398 comuni. La
regione con il maggior numero di realtà sociali che gestiscono beni confiscati
alle mafie è la Sicilia con 297 soggetti gestori, segue la Campania 186, la
Lombardia con 159 e la Calabria con 147.
L'articolo Utilizzare parte del denaro sottratto alla mafie per il riutilizzo
dei beni confiscati: Libera lancia “Diamo linfa al bene” proviene da Il Fatto
Quotidiano.