Nessun arresto e solo quattro misure interdittive per un anno nell’ambito
dell’inchiesta della Procura europea su presunti episodi di corruzione legati
agli appalti informatici finanziati con fondi Ue e Pnrr. Il giudice per le
indagini preliminari di Palermo, Claudia Rosini, ha rigettato quasi in toto la
richiesta dei sedici misure cautelari del 24 febbraio scorso, accogliendo solo
in parte le richieste avanzate dai magistrati dell’Eppo. Il provvedimento –
emesso la settimana scorsa – ha riguardato quattro dei sedici indagati: per
Antonio Fedullo e Cosma Nappa è stato disposto il divieto di esercitare
l’attività professionale, mentre per Luigi Cembalo e Enrico Cafaro è scattata la
sospensione da incarichi legati alla gestione di fondi. Tutte le misure avranno
durata di dodici mesi.
Diversamente da quanto ipotizzato inizialmente dall’accusa, il gip ha respinto
in blocco le sedici richieste di arresti domiciliari presentate alla fine di
febbraio dai procuratori europei delegati. Le contestazioni restano, a vario
titolo, quelle di corruzione e turbativa della libertà degli incanti nelle
procedure di assegnazione delle forniture. Nel corso degli interrogatori sono
emersi elementi che hanno inciso sulla valutazione delle singole posizioni.
Cembalo, docente della facoltà di Agraria della Università degli Studi di Napoli
Federico II, ha ammesso di aver ricevuto dispositivi elettronici in cambio di
favori negli appalti, dichiarandosi disponibile alla restituzione. Gli altri
dodici indagati, invece, restano al momento senza misure cautelari.
Totalmente ridimensionata la posizione di Corrado Leone, collaboratore tecnico
informatico del Cnr. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe richiesto beni per
uso personale e gestito un presunto “tesoretto” attraverso il gonfiamento dei
costi. In sede di interrogatorio, però, Leone non solo ha respinto ogni
addebito, ma ha fornito la documentazione a sostegno della sua versione,
dimostrando che il monitor contestato era stato destinato al lavoro da remoto su
un progetto di domotica, mentre le differenze di prezzo sarebbero derivate da
variazioni di mercato e reinvestite in attrezzature per il laboratorio. Il
giudice ha dato atto di questa ricostruzione, evidenziando come l’ipotesi
accusatoria possa essere stata influenzata da un’errata lettura dei fatti.
Esito favorevole anche per Carlo Palmieri, vicepresidente dell’Unione
Industriali di Napoli, per il quale è stata esclusa l’esistenza di indizi di
colpevolezza in relazione all’accusa di turbativa d’asta. Secondo la difesa,
accolta dal giudice, le dichiarazioni rese hanno chiarito integralmente la sua
posizione, portando al rigetto della misura cautelare. “Il giudice di Palermo –
aveva spiegato l’avvocato Marco Campora, legale di Palmieri – alla luce delle
ampie ed esaustive dichiarazioni rese e condividendo la tesi difensiva da noi
sostenuta, ha ritenuto totalmente insussistenti gli indizi di colpevolezza,
azzerando definitivamente l’intero impianto accusatorio mosso nei suoi
confronti”. Stessa decisione per gli altri indagati: Luciano Airaghi, Claudio
Caiola, Giuseppe Cangemi, Giancarlo Fimiani, Roberto Reda, Giuseppe Fucilli,
Ettore Longo, Maria Rosaria Magro, Mario Piacenti e Vito Rinaldi.
Il giudice per le indagini preliminari ha anche accolto l’eccezione di
incompetenza territoriale del Tribunale di Palermo e trasmesso gli atti alla
Procura di Napoli. L’indagine, coordinata dalla Procura europea, affonda le sue
radici a Palermo tre anni fa, a partire da un diverso filone investigativo che
aveva portato all’arresto di una dirigente scolastica del quartiere Zen. Da
quell’episodio — legato a irregolarità nella gestione della mensa e all’acquisto
pilotato di dispositivi elettronici — si è sviluppato un filone più ampio sulle
forniture informatiche e sui possibili scambi illeciti tra pubblico e privato.
L'articolo Appalti informatici e fondi Ue, respinte tutte le richieste di
arresti: il gip dispone quattro misure interdittive proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Il gup di Palermo ha rinviato a giudizio dieci persone tra insegnanti, tutor e
collaboratori scolastici della scuola “Giovanni Falcone” dello Zen, per anni
ritenuta simbolo di legalità in un quartiere difficile del capoluogo siciliano.
I reati contestati sono il falso e la truffa. L’indagine, condotta dalla Procura
europea era nata da accertamenti sull’ex preside Daniela Lo Verde, volto noto
dell’antimafia palermitana, arrestata nell’aprile di tre anni fa anche con
l’accusa di corruzione, per cui poi ha patteggiato. Secondo gli inquirenti la
dirigente, con la complicità degli altri imputati, attestava lo svolgimento di
attività mai realizzate (o realizzate solo in parte) allo scopo di ricevere
fondi per progetti scolastici finanziati dall’Unione europea.
Cinque imputati, tra cui Lo Verde e il suo vice Daniele Agosta, avevano
raggiunto con la Procura un accordo di patteggiamento anche per il falso e la
truffa, che però il gup Walter Turturici ha rigettato con motivazioni durissime.
I reati, ha scritto il giudice, “sono stati consumati all’interno
dell’amministrazione scolastica in ossequio a una prassi consolidata, invalsa –
ciò che è gravissimo – all’interno di istituto scolastico intitolato a Giovanni
Falcone e ubicato in una zona della città di Palermo afflitta, per come notorio,
da gravissime criticità sul fronte del rispetto della legalità“. Una
circostanza, quest’ultima, “che avrebbe richiesto proprio alle figure operanti
all’interno dell’istituzione scolastica condotte ben diverse da quelle di natura
fraudolenta emerse dalle indagini”.
Dall’inchiesta sulla scuola dello Zen è nato un nuovo fascicolo su un presunto
sistema di tangenti legato agli appalti finanziati con fondi Ue e Pnrr tra
Sicilia e Campania, nell’ambito del quale, nei giorni scorsi, i sostituti
procuratori Calogero Ferrara e Amelia Luise, hanno chiesto gli arresti
domiciliari per 16 indagati.
L'articolo Palermo, la “preside antimafia” dello Zen rinviata a giudizio per
falso e truffa con altri nove: il gup rigetta il patteggiamento proviene da Il
Fatto Quotidiano.
In una città con pochi momenti di gioia il tempo del ricordo viene scandito,
almeno nel Novecento, dal calendario delle stragi, dei delitti eccellenti e
degli anniversari dei processi. Anzi del processo. Perché quello iniziato il 10
febbraio 1986 non era un processo ma il processo. Anzi il maxi. Il più grande
procedimento penale mai celebrato contro la mafia. Il primo che i magistrati
poterono affrontare con una consapevolezza sulle strutture, le pratiche, la
conoscenza delle regole di Cosa Nostra.
Il 10 febbraio 1986, anche per questo motivo, segnò un prima e un dopo. Non si
giudicavano solo i 475 imputati, il maxi andava oltre. Giudicava la credibilità
di Buscetta, il lavoro del pool antimafia. Avrebbe segnato la capacità dello
Stato di combattere, per la prima volta, il fenomeno mafioso e la capacità delle
istituzioni di rendere persino possibile la rottura di alcuni miti fondanti di
Cosa nostra siciliana: l’omertà, la segretezza e l’impunibilità.
Il 10 febbraio di quarant’anni fa non segnò solo una svolta giudiziaria:
rappresentò una frattura nella storia di Palermo e dell’Italia intera. Il dopo,
comunque, non sarebbe stato più lo stesso.
La Palermo che faceva da quinta al processo era una città che puzzava di morte.
Non metaforica. La guerra di mafia con cui i corleonesi avevano eliminato la
fazione di Bontade e Inzerillo aveva insanguinato le strade ad un ritmo di più
di un morto ammazzato al giorno. Ancora nell’aria si respirava l’odore
dell’esplosione che aveva ammazzato Rocco Chinnici e i suoni dei proiettili con
cui erano stati eliminati Mattarella e La Torre, Cassarà e Montana, Dalla
Chiesa. Era una città in gabbia. Non si usciva, con il teatro Massimo, uno degli
orgogli di questa città, chiuso e diventato simbolo nero di una città
irredimibile e con i silos nelle piazze per approvvigionarsi d’acqua.
Una cappa pesante. Di smog, polvere da sparo sospesa nell’aria, sporca dentro e
fuori. I giornali che facevano la conta dei morti come bollettino quotidiano di
guerra. E ovunque mafia, nelle istituzioni e nell’economia, negli sguardi nelle
piazze e nei bar. Una città in cui la morte era visibile. E palpabile. In cui i
bambini andando a scuola avevano imparato a non stupirsi più dei lenzuoli
bianchi sui cadaveri. E in cui i bambini stessi diventavano corpi sotto quei
lenzuoli. La mafia era cosi totalizzante che anche un bimbo la poteva percepire.
Respirando, inconsapevolmente, un clima di guerra.
La mafia non era un concetto astratto, era una presenza quotidiana. Si
manifestava nei silenzi degli adulti, negli sguardi abbassati, nelle frasi
lasciate a metà. Palermo viveva una normalità deformata, in cui la violenza
conviveva con la vita di tutti i giorni. Anche per un bambino, anche per me,
Palermo aveva solo tre colori: il grigio del quotidiano, il nero del lutto e il
rosso del sangue.
Anche per questo chi non voleva accettare un destino che sembrava già scritto si
aggrappava con forza ad un altro colore, quello verde. Quello dell’aula bunker.
E si, anche quel colore veniva percepito dalla città. Non solo in televisione ma
nella vita di ogni giorno. In quel mezzo blindato messo a guardia
dell’Ucciardone che ogni mattina vedevo andando a scuola, la stessa scuola dove
i bambini si insultavano proferendo l’insulto massimo, quel “Sei un Buscetta”
che, nel gergo inconsapevole usato da bambini, rappresentava tutto quello che di
male si poteva dire all’altra persona. Perche la mafia era, ed è, anche questo.
Un lavoro di egemonia sociale.
La città dei lenzuoli bianchi e della rivolta era ancora lontana da venire. Il
dibattito pubblico voleva i magistrati isolati, anche fisicamente. Ancora la
morte di Biagio e Giuditta, due ragazzi uccisi pochi mesi prima dell’avvio del
maxi in un tragico incidente che aveva visto coinvolta un’auto della scorta,
veniva imputata a magistrati che usavano le blindate come fossero giocattoli.
Come se il problema di questa città non fosse la mafia ma chi la combatteva. E
che pochi anni dopo ne avrebbe pagato un prezzo terribile in quel drammatico
1992.
In questo clima si svolsero le udienze del maxi. In una città impaurita e
scoraggiata. Pessimista anche. Troppi processi si erano conclusi con un nulla di
fatto, la speranza sembrava essersi persa sotto i colpi dei mitra e le
esplosioni delle bombe di una Palermo, come titolavano i giornali, assomigliante
a Beirut.
Pochi credevano che quel processo sarebbe stato diverso. La mafia appariva
vincente e imbattibile, Palermo sembrava immobile e sospesa. Lo credevano anche
i mafiosi chiusi nelle gabbie nell’aula bunker. Spavaldi e sicuri che, anche
questa volta, se ne sarebbero usciti con pene lievi e mantenendo l’aura di
imbattibili e impunibili.
Andò diversamente. Anche grazie al coraggio di uomini e donne. Del presidente
Giordano e del pool antimafia, di chi lavorò per mesi tra carte e cavilli, di
chi non si volle arrendere.
Per la prima volta, Cosa Nostra veniva raccontata dall’interno e riconosciuta
per quello che era: un’organizzazione verticistica, un sistema di potere, non
una somma di crimini isolati. Per la prima volta le condanne – ergastoli e
migliaia di anni di carcere – ruppero il mito dell’invincibilità mafiosa. Per la
prima volta lo Stato dimostrò di poter colpire l’organizzazione criminale più
potente del Paese. I nomi che erano stati già scritti 10 anni prima nella
relazione di minoranza della commissione antimafia nel 1976 firmata Terranova e
La Torre erano, adesso, anche negli atti giudiziari.
Ma a Palermo, molti lo sapevano già: quella vittoria avrebbe avuto un prezzo
altissimo. Già nei mesi successivi. La rabbia dei corleonesi avrebbe
insanguinato ancora le strade di Palermo. Chi, dentro lo stato, non voleva
alterare gli equilibri si mise subito al lavoro.
Oggi, a quarant’anni di distanza, Palermo è una città diversa. La mafia esiste
ancora ed è ancora forte, non spara e fa affari, ma la città non è più immersa
in una cappa. I bambini non devono fare lo slalom tra i cadaveri per andare a
scuola, il centro storico non è più una zona off limits ma brulicante di
turisti. Il teatro Massimo è riaperto e domina una delle piazze più belle di
Palermo finalmente liberata dalle automobili.
Palermo non è guarita del tutto, i recenti arresti e le notizie di cronaca lo
ricordano, ma è più consapevole. Camminando per le sue strade, quella cappa di
piombo e morte ha lasciato spazio ad altro. Ad esempio alla memoria che, quando
non è semplice celebrazione retorica, è una parte viva di questo cambiamento.
La mia generazione ha attraversato una guerra e ha vissuto un dopoguerra. Ha
visto i lenzuoli arrossati dal sangue e quelli appesi nei giorni dopo le stragi
di mafia del 1992, ha avuto figli e figlie di boss come compagni e compagne di
classe ed è scesa in piazza, ha fatto la fila davanti ai silos di acciaio per
l’acqua che non arrivava nelle case e la fila per poter vedere il teatro
Massimo. Ha pianto ai funerali e ha applaudito quando i super boss corleonesi
venivano arrestati. E si è ripresa, per la prima volta dopo decenni, la propria
città.
Non lo sapevamo ma quel 10 febbraio 1986 stava cambiando tutto e stavamo
cambiando anche noi. Alla fine il primo colore che ruppe il nero di una città
dei morti fu proprio quel verde dell’aula bunker.
L'articolo Quarant’anni dopo l’inizio del Maxiprocesso, Palermo è una città
diversa e più consapevole proviene da Il Fatto Quotidiano.
Incendio in un impianto di trattamento di rifiuti di plastica a Campofelice di
Roccella, in contrada Pista vecchia, vicino a Palermo. L’incendio riguarda anche
delle rotoballe posizionate all’aperto su una superficie di diverse migliaia di
metri quadri. Le squadre dei pompieri hanno operato tutta la notte per cercare
di contenere le fiamme, proteggendo le strutture interne dell’impianto. Le
operazioni sono ancora in corso e sul posto sono presenti circa 20 vigili del
fuoco e dieci mezzi. A supporto delle squadre, il comune di Campofelice ha messo
a disposizione una botte per il rifornimento idrico. Non ci sono feriti. Alti i
livelli di diossina, lo ha comunicato il sindaco Giuseppe Di Maggio: “Sono state
fatte alcune verifiche e in effetti i livelli di diossina che sono presenti
nell’aria sono elevati, per cui senza particolari allarmismi però invito tutti a
lasciare chiuse le imposte delle case, ed evitare di raccogliere in questo
momento frutti e ortaggi. Farò un’apposita ordinanza e terrò informata la
popolazione dell’evoluzione”.
L'articolo Allarme diossina nel Palermitano, incendio nell’impianto di
trattamento rifiuti di Campofelice di Roccella – Video proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Nella vita non è dove vai, ma con chi viaggi”. Lo diceva Schulz, l’inventore
dei Peanuts: forse con questa sua massima e con José Ferdinando Puglia, detto
semplicemente Fernando, ci avrebbe creato una bella striscia. La storia di
questo attaccante brasiliano, nato esattamente ottantanove anni fa a Sao Josè do
Rio Pardo, in Brasile, si snoda quasi interamente attorno a un viaggio, a un
aereo e ad un incontro casuale. Già, perché nel 1961, con molti meno aerei e
molta meno gente che li prende è un caso, fortunato o meno chissà, incontrarci
su Helenio Herrera in persona.
Come ci è arrivato Feranando su quell’aereo però? A San Josè gioca a pallone
mentre va a scuola, poi passa al Palmeiras dove da attaccante forma una bella
coppia con Faustinho e gioca e diventa amico anche di Josè Altafini. È bravo,
una bella mezzala, capace di giocare sia in fase offensiva grazie ai suoi piedi
buoni che in fase difensiva. Si fa notare, lo Sporting Lisbona lo acquista nel
1959. Coi biancoverdi fa benissimo, 58 gol segnati in 57 partite giocate, e
allora l’ambizioso Palermo di Vizzini e di Totò Vilardo lo acquista. Sono altri
tempi, tutt’altri rispetto alle attuali abitudini di contratti da centinaia di
pagine, penali e cavilli, e si suppone che la parola basti, almeno tra un
aeroporto e l’altro.
E sicché sull’aereo che deve portarlo da Lisbona in Italia Fernando incontra
proprio Helenio Herrera, allenatore dell’Inter che conoscendo le sue doti prova
a deviare la carriera dell’attaccante dalla Sicilia a Milano. Ma Fernando non
molla: “Sono in parola col Palermo”, dice, e rifiuta la corte del mister che se
la legherà al dito. Qualche mese più tardi l’Inter di Herrera che veleggia verso
lo scudetto si ritrova a giocare proprio a Palermo, squadra già salva, dove
brilla la stella di Fernando.
Sugli spalti infatti già si parla di “Pasta co’ i sarde”, l’equivalente di un
biscotto insomma, per lasciar intendere che i rosanero non daranno grande
battaglia a Corso e compagni. E invece i nerazzurri sbagliano l’impossibile, non
sbaglia invece Fernando quando il capitano Benedetti lo serve su una ripartenza
permettendo al brasiliano di battere il portiere Buffon. Non solo, ma Fernando,
che non aveva gradito le dichiarazioni di Herrara sul suo conto, raccoglie il
pallone dalla porta e lo porta in panchina al mister dell’Inter porgendoglielo
come gentile omaggio a mo di sfottò. Gli sfottò accompagneranno il mago anche
alla fine della gara, mentre Fernando pentito per la spavalderia gli andrà a
chiedere scusa negli spogliatoi. Di fatto, però, l’Inter perderà lo Scudetto in
favore dei cugini del Milan.
Da lì in poi, la carriera di Fernando scorre forse meno romanzesca, ma non meno
dignitosa. Resterà a Palermo fino al 1963, lasciando il segno per eleganza,
intelligenza tattica e professionalità. I rosanero retrocederanno e lui passerà
al Bari dove gioca lontano dai riflettori ma con la stessa serietà che ha sempre
messo in campo, prima di scegliere di tornare definitivamente in Brasile. Un
rientro silenzioso, senza clamore, come spesso accade a chi non ha mai cercato
scorciatoie.
In patria continuerà a giocare ancora qualche stagione, poi il calcio, quello
giocato, lo lascerà senza che il calcio gli restituisca davvero tutto quello che
gli aveva promesso. Nessun grande incarico, nessuna celebrazione ufficiale. Solo
il ricordo sparso, custodito da chi c’era, da chi sa che certe storie non
finiscono nelle bacheche ma restano negli spogliatoi, negli aeroporti, nei
racconti a bassa voce. E allora sì, forse Schulz avrebbe sorriso. Perché la
storia di José Ferdinando Puglia non è quella di chi è arrivato più lontano, ma
di chi ha viaggiato con coerenza. Di chi ha scelto una parola data invece di una
carriera più comoda. Di chi ha preso l’aereo sbagliato per la gloria, ma quello
giusto per restare se stesso.
L'articolo Ti ricordi… Fernando, il brasiliano che sull’aereo verso l’Italia
rifiutò la corte di Herrera per rispettare la parola data al Palermo proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Calci, pugni, l’uso di un martello e di una pistola. La polizia e i carabinieri
hanno eseguito un provvedimento di custodia cautelare in carcere nei confronti
di due giovani, di 19 e 20 anni, residenti a Carini, in provincia di Palermo,
per due rapine particolarmente violente avvenute a Capaci e nel capoluogo di
regione. Nel primo caso il 19enne ha aggredito, con due complici rimasti ignori,
il titolare di una comunità-alloggio per anziani, a Capaci. I tre hanno
inseguito la vittima a casa, e dentro l’ascensore l’hanno minacciata con una
pistola, colpendola con diversi pugni. Il secondo caso vede coinvolto sia il
20enne sia il 19enne dell’aggressione di Capaci: questa volta a Palermo, in zona
San Lorenzo, i due aggressori hanno rapinato una donna, minacciandola con un
martello. Entrambi dovranno rispondere dei reati di rapina aggravata, furto
d’auto e lesioni personali.
L'articolo Rapine violente con pistola e martello a Palermo: due giovani
incastrati dalle telecamere. I video delle aggressioni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È morta a 95 anni Anna Falcone, sorella maggiore del giudice Giovanni Falcone,
ucciso il 23 maggio 1992 da Cosa nostra. Prima dei tre fratelli, con la sorella
Maria aveva contribuito alla creazione della fondazione intitolata al
magistrato. Di carattere riservato, Anna Falcone ha sempre manifestato con
discrezione il suo impegno antimafia, con pochi interventi pubblici: di recente
ha accettato di incontrare l’ex calciatore Fabrizio Miccoli (condannato per
estorsione aggravata dal metodo mafioso) che le aveva chiesto perdono per avere
insultato la memoria del fratello (chiamandolo “fango”) in una conversazione
intercettata. “Ha chiesto scusa e l’ho perdonato”, ha detto.
“La scomparsa di Anna Falcone rappresenta un momento di profondo cordoglio per
la città di Palermo. Con il suo stile riservato e la sua straordinaria dignità,
Anna Falcone ha custodito e onorato la memoria del fratello Giovanni”, è il
messaggio del sindaco del capoluogo siciliano, Roberto Lagalla. “Insieme alla
sorella Maria”, ricorda Lagalla, Anna “ha contribuito alla nascita della
fondazione Falcone, offrendo un sostegno silenzioso ma fondamentale alla
diffusione dei valori di legalità e giustizia che il giudice Falcone ha
incarnato. A nome mio e dell’intera amministrazione comunale esprimo il più
sentito cordoglio alla sorella Maria e a tutta la famiglia Falcone, stringendoci
con rispetto e riconoscenza a un nome che resta patrimonio morale della nostra
comunità”.
L'articolo Morta a 95 anni Anna Falcone, sorella maggiore del giudice ucciso
dalla mafia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sarà destinato a una comunità fuori dalla Sicilia il figlio – di età appena
inferiore ai 10 anni – di una donna che ebbe una relazione sentimentale con il
boss mafioso Matteo Messina Denaro. A deciderlo il tribunale dei minorenni di
Palermo, che ha accolto la richiesta della procura dei minori sulla base dei
riscontri ottenuti dopo aver raccolto diversi elementi sulle condizioni di vita
e sui comportamenti della famiglia.
Quasi tre anni fa, quando Messina Denaro è stato arrestato dopo una lunghissima
latitanza, la donna si è presentata spontaneamente nella Procura del capoluogo
siciliano per testimoniare la sua estraneità, rivelando di aver scoperto la
famigerata identità dell’uomo solo con il suo arresto. I due avrebbero
intrattenuto una relazione tra maggio e novembre 2022. I pm dopo aver analizzato
le immagini delle videocamere del trapanese e a Campobello di Mazara e aver
letto appunti del boss e lettere dall’altra sua amante – la più conosciuta Laura
Bonafede – l’hanno arrestata per favoreggiamento e procurata inosservanza della
pena. La donna ha poi ottenuto poi i domiciliari, ed è stato arrestato – sempre
per favoreggiamento – anche suo marito.
Ora il giudice del tribunale dei minori Nicola Aiello ha dato la possibilità
alla madre del bambino di scegliere se seguire il figlio in comunità. Qui il
giovane intraprenderà un percorso di educazione alla legalità e sarà assistito
da psicologi e assistenti sociali. La donna ha detto di voler intraprendere un
programma che aderisca al protocollo Liberi di scegliere (nato per dare
un’alternativa di vita a chi proviene da famiglie legate all’ambiente
criminale). Interesse non dimostrato da parte del padre del bambino che, invece,
si definisce perseguitato e vittima di ingiustizia e afferma di essere un
modello di legalità.
“Da tutti gli elementi fin qui raccolti” – scrive il giudice nel provvedimento –
“emerge la figura di una coppia genitoriale adusa a comportamenti penalmente
rilevanti e incompatibili con il vivere civile, con grave pregiudizio per il
figlio, esposto con la crescita ad un esempio tutt’altro che virtuoso”. Il
ragazzino sarebbe anche esposto a comportamenti che appaiono “gravemente
pregiudizievoli per il minore anche in termini di interiorizzazione di “valori”,
schemi comportamentali e modelli caratterizzati da mancato rispetto dell’altro”.
Questi comportamenti si porrebbero “in profondo e radicale antagonismo con
quelli fondanti della società civile, con grave violazione dei doveri
genitoriali e conseguente grave pregiudizio per il figlio”.
La decisione finale sul togliere o meno la responsabilità genitoriale al padre e
alla madre del piccolo è attesa entro il 4 aprile, data ultima entro la quale il
tribunale dei minori esaminerà i risultati del percorso intrapreso dai genitori.
L'articolo Il figlio di un’amante di Matteo Messina Denaro allontanato dai
genitori. I giudici: “Ambiente criminogeno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La convocazione a Palermo del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza
pubblica, e l’adozione di ulteriori perimetri a vigilanza rafforzata, sono atti
istituzionalmente comprensibili sul piano della reazione immediata; ciò che non
è più sostenibile, tuttavia, è la loro ricorrenza come forma ordinaria di
governo della sicurezza urbana, perché in tale schema la decisione pubblica
appare strutturalmente ancorata all’evento consumato e non all’anticipazione del
rischio, con l’effetto di spostare il baricentro dell’azione amministrativa
dalla prevenzione alla gestione ex post della crisi.
In questo quadro, la domanda che si impone – e che va rivolta direttamente al
Prefetto Mariani e al Questore Calvino, e per la verità direttamente anche al
Capo della Polizia quali vertici responsabili dell’indirizzo e del coordinamento
– non riguarda la legittimità astratta delle misure, ma la comprensione
integrale della loro funzione: se cioè sia stato da loro effettivamente
interiorizzato che la sicurezza non può ridursi a un dispositivo di contenimento
successivo all’esplosione del fatto, bensì deve configurarsi come metodologia
stabile di anticipazione, fondata su presidi misurabili, su analisi empirica dei
pattern di rischio e su un controllo pubblico dell’efficacia.
La criticità non è, dunque, “fare di più dopo”, ma organizzare un “prima” che
non coincida con un generico incremento di pattuglie o con un ampliamento
cartografico di aree sorvegliate, perché una misura territoriale priva di
obiettivi, indicatori e condizioni di verifica rischia di degradare a simbolo
amministrativo: rassicurante nella comunicazione, opaco nella valutazione,
permeabile nella deterrenza, e potenzialmente produttivo di un mero effetto di
displacement, cioè di traslazione dei fenomeni violenti su assi viari contigui.
Se la violenza notturna viene trattata come accadimento episodico e non come
fenomeno dotato di segnali precoci, si finisce per assumere la patologia come
fisiologia e per considerare l’evento grave come inevitabile, mentre ogni
approccio preventivo serio presuppone l’esistenza – e l’intercettabilità – di
indicatori antecedenti: incremento di risse e aggressioni, presenza stabile di
soggetti noti, flussi anomali, micro-conflittualità ripetute, disponibilità di
armi improprie e, nei casi più gravi, circolazione di armi da fuoco, dinamiche
di mobilità che agevolano azioni rapide e fuga, nonché fallimenti ricorrenti
nell’integrazione tra controlli di prossimità, gestione dei flussi della movida,
presidio delle vie di fuga e coordinamento con l’ente locale sui fattori
ambientali (illuminazione, videosorveglianza, regolazione degli orari, crowd
management).
Proprio qui, a mio avviso, si colloca l’errore di impostazione: la conversione
dell’eccezione in routine, la riduzione della prevenzione a risposta
incrementale e l’assenza di un protocollo pubblico di accountability che
consenta alla cittadinanza di verificare se l’azione istituzionale stia
incidendo sulle variabili causali o stia semplicemente rincorrendo i picchi di
cronaca. Per tale ragione, la richiesta non è “più fermezza” in termini
indistinti, ma più governo in termini verificabili: rendere disponibili, con
cadenza regolare e in formato tracciabile, i dati essenziali relativi alle
attività svolte nelle aree critiche e nelle fasce orarie a maggior rischio,
distinguendo nettamente tra fase antecedente e successiva alle misure adottate,
così da consentire una valutazione comparativa.
In particolare, occorre rendere pubblica:
1. la consistenza delle risorse effettivamente impiegate (unità operative,
ore/uomo, tipologia di servizi, presidi fissi vs controlli mobili);
2. il numero delle identificazioni e dei controlli;
3. il numero e la tipologia delle perquisizioni e dei controlli su veicoli, con
indicazione degli esiti;
4. i sequestri effettuati, disaggregati per categorie (armi da fuoco,
munizionamento, armi improprie; sostanze stupefacenti; strumenti da spaccio),
con indicazione quantitativa;
5. il numero di denunce e arresti connessi agli episodi di violenza e ai reati
“sentinella”;
6. l’adozione e l’applicazione concreta delle misure amministrative correlate
(allontanamenti, provvedimenti su locali o su soggetti, ove pertinenti), con
indicazione dei presupposti;
7. i tempi medi di intervento sulle chiamate di emergenza nelle fasce orarie
considerate;
8. l’andamento degli episodi (aggressioni, risse, minacce, porto abusivo di
armi) prima e dopo, al fine di escludere che la misura produca unicamente una
redistribuzione spaziale del rischio.
Se si ritiene che la pubblicazione analitica non sia compatibile con esigenze
investigative o di sicurezza, va spiegato in modo puntuale quali componenti non
siano divulgabili e perché, rendendo comunque disponibile una sintesi aggregata
idonea a fondare un controllo civico informato, poiché la fiducia istituzionale,
in uno Stato costituzionale, non si fonda su enunciazioni performative ma su
trasparenza, tracciabilità e verificabilità. In definitiva, la questione non è
se la Prefettura e la Questura “reagiscano” agli eventi – ciò avviene, ed è
doveroso – ma se essi abbiano predisposto un modello di prevenzione capace di
arrivare prima, e se siano disponibili a sottoporlo a un criterio pubblico di
responsabilità per evitare che la sicurezza delle persone sia soggetto di atti
formalmente corretti ma sostanzialmente non dimostrabili.
L'articolo Sul tema sicurezza, Palermo chiede prevenzione e trasparenza: non
fare di più dopo, ma prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una donna di 33 anni è stata ferita alla spalla da colpi di fucile esplosi
intorno alle 2:30 di notte di domenica mentre stava bevendo un drink nei pressi
di piazza Francesco Nascè, uno dei luoghi della movida di Palermo. Portata in
ospedale, non è in pericolo di vita. Secondo una prima ricostruzione, la donna
non era l’obiettivo dell’azione armata.
L’uomo che ha sparato è fuggito a bordo di un’auto e ha investito due pedoni.
L’intera è stata chiusa al traffico e transennata dalla polizia e dai
carabinieri, che hanno avviato i rilievi. Tra le ipotesi formulate dagli
investigatori canche quella di un regolamento di conti tra bande.
L'articolo Palermo, sparatoria nella piazza della movida: ferita una donna di 33
anni proviene da Il Fatto Quotidiano.