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Genny Terremoto torna in manette: arrestato per vecchi reati legati agli stupefacenti, dovrà scontare 8 anni e mezzo
Torna in manette Gennaro Panzuto, un tempo conosciuto come “Genny Terremoto“. L’uomo, ex sicario di punta dell’Alleanza di Secondigliano e un tempo agli apici del clan Torretta, faceva informazione e sensibilizzazione sul tema dell’antimafia nelle scuole e sul suo profilo TikTok, dove è seguito da migliaia di followers. Dovrà scontare 8 anni e 6 mesi di carcere per reati vecchi legati alle sostanze stupefacenti. Il 14 marzo gli agenti della Squadra Mobile di Napoli l’hanno arrestato a seguito di un provvedimento di carcerazione emesso il giorno prima dalla Procura Generale della Repubblica di Napoli per reati vecchi legati agli stupefacenti, secondo quanto si apprende da NapoliToday. Panzuto, dopo una carriera criminale finita con l’arresto in Inghilterra nel 2007, all’età di 32 anni, aveva scelto di diventare un collaboratore di giustizia. Il tiktoker, oggi 51enne, si era poi trasformato in un personaggio pubblico anti-camorra, cercando di sensibilizzare i giovani sul tema della criminalità organizzata, sfidando la Camorra direttamente dalle strade di Napoli e smontando i falsi miti di Gomorra, tramite eventi, ospitate, presenza nelle scuole e anche grazie al suo profilo TikTok da 172 mila followers e 3,2 milioni di like. L'articolo Genny Terremoto torna in manette: arrestato per vecchi reati legati agli stupefacenti, dovrà scontare 8 anni e mezzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I trent’anni della legge sull’uso dei beni confiscati alle mafie, don Ciotti: “Una svolta anche nella coscienza collettiva”
Libera, l’associazione contro le mafie – fondata nel 1995, tra gli altri, da don Luigi Ciotti – è ricca di storie, volti, lotte. Da dove partirebbe? È stato chiesto a don Ciotti nel libro Cento passi verso un’altra Italia, edito da Piemme. Risponde il sacerdote torinese che nel settembre scorso ha compiuto 80 anni: “Partirei dal 7 marzo del 1996, giorno dell’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. La nostra prima grande scommessa vinta, grazie a una mobilitazione collettiva dei gruppi e delle associazioni che avevano fondato Libera. Insieme eravamo riusciti a raccogliere oltre un milione di firme, presentate al Parlamento per sostenere quella legge così innovativa e cruciale, dalla quale sono nati percorsi di grande valore. I tanti edifici di proprietà dei boss trasformati in scuole, commissariati, centri per anziani o persone in difficoltà. E poi le cooperative agricole di giovani che coltivano i terreni un tempo simbolo del controllo mafioso su intere regioni. Dal punto di vista dell’impegno civico contro il crimine organizzato, questo ‘riappropriarsi’ dei territori e delle loro risorse, sia sul piano economico che su quello etico, ha rappresentato un passaggio fondamentale. Ed è stata proprio quella legge, oggi copiata in tutto il mondo, a renderlo possibile”. Eccoci, trent’anni dopo. Tempo di bilancio. “Il bilancio è sotto molti aspetti positivo. Questa legge ha portato una svolta non solo nella lotta alle mafie, ma nella coscienza che noi abbiamo delle mafie stesse. Oggi è più diffusa la consapevolezza che per contrastarle non basta il poderoso lavoro della magistratura e delle forze di polizia, ma che ogni cittadino ha il dovere di impegnarsi per estirpare un male di natura sociale oltre che criminale”, spiega don Ciotti. Si è assistito ad una sorta di rovesciamento. Ad un ritorno dei beni alla società. Strumenti per lo sviluppo della coesione sociale e opportunità visibili per la crescita dei territori. “Ciò che prima era simbolo di una ricchezza illecita, sterile ed esclusiva, ritorna bene pubblico, produttivo, inclusivo, grazie proprio al suo utilizzo sociale i cui benefici sono sotto gli occhi di tutti. Che si tratti di recuperare un immobile destinandolo a edilizia pubblica, o di dare lavoro a persone oneste nelle cooperative di agricoltura bio, è evidente come i vantaggi materiali si sommino a quelli morali, dando vita a una nuova ricchezza, pulita e condivisa”, aggiunge don Ciotti. Dunque, sono trascorsi 30 anni da quando la legge 109 fu approvata in Parlamento. Libera per festeggiare e onorare questi trent’anni di impegno collettivo promuove il 6, il 7 e l’8 marzo “109 piazze per la legge 109”. Tre giorni di iniziative con più di 180 luoghi e spazi animati da volontari della rete di Libera per promuovere e valorizzare il significato di trent’anni di beni confiscati restituiti alla collettività. Da Trieste a Milano, da Torino a Genova. E ancora Bologna, Pistoia, Ascoli Piceno, Roma, Campobasso, Napoli, Palermo dove saranno centinaia le piazze, luoghi e spazi animati da iniziative, banchetti, visite ai beni confiscati. In occasione della tre giorni, Libera scende nelle piazze con la campagna “Diamo linfa al bene” per chiedere di difendere questa legge e di firmare per chiedere che il 2% del Fondo unico Giustizia venga destinato al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati. Conclude don Ciotti: “Certo non è tutto perfetto: ci sono ritardi, ostacoli burocratici, fatiche finanziarie, contraddizioni da superare nelle varie forme di gestione. Oggi dobbiamo stare attenti a non fare passi indietro, ma continuare a procedere in avanti!”. L'articolo I trent’anni della legge sull’uso dei beni confiscati alle mafie, don Ciotti: “Una svolta anche nella coscienza collettiva” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Michele Albanese, morto il giornalista anti-‘ndrangheta: era sotto scorta dal 2014
È morto questa mattina il giornalista Michele Albanese, redattore del Quotidiano del Sud e collaboratore dell’ANSA. Aveva 66 anni. Albanese era uno dei giornalisti più esperti in materia di ‘ndrangheta e punto di riferimento per tanti colleghi non solo in Calabria ma anche a livello nazionale. Albanese era stato ricoverato nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Cosenza per le complicazioni sorte in seguito a un infarto. Lascia la moglie Melania e le due figlie, Maria Pia e Michela. Era nato a Cinquefrondi, in provincia di Reggio Calabria ed era una colonna portante del Quotidiano del Sud, in particolare della redazione di Gioia Tauro. Il giornalista ha dedicato la sua intera vita e carriera alla lotta alla ‘ndrangheta: a causa delle sue inchieste, viveva sotto scorta dal 2014. Numerosissime le sue inchieste sulla mafia calabrese, come lo scoop sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nei riti religiosi e ‘l’inchinò della statua della Madonna di Polsi davanti alla casa di un boss. Per il suo impegno e le sue inchieste, era finito nel mirino delle cosche della Piana di Gioia Tauro. Dopo che da un’intercettazione era emerso che c’era un progetto della ‘ndrangheta per ucciderlo, la Dda di Reggio Calabria aveva chiesto l’assegnazione della scorta per il giornalista, confermata dal Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica della prefettura, che aveva disposto il provvedimento. L'articolo Michele Albanese, morto il giornalista anti-‘ndrangheta: era sotto scorta dal 2014 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Palermo, l’aula bunker dell’Ucciardone diventa navigabile in Realtà Virtuale per il 40esimo anniversario del Maxiprocesso
Centinaia di studenti e insegnanti, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine e rappresentanti dell’avvocatura partecipano a “Dentro il Maxiprocesso. Memoria e tecnologia a 40 anni dall’inizio del processo alla mafia”. L’evento, organizzato da Addiopizzo Travel, in collaborazione con il Tribunale di Palermo e la Rai nell’aula bunker del carcere Ucciardone, è protagonista nell’ambito delle iniziative per il 40esimo anniversario dell’avvio del Maxiprocesso a Cosa nostra. In occasione del 40esimo anniversario della prima storica udienza, il MuST23 (Museo Stazione 23 Maggio di Capaci) ha presentato un nuovo progetto. L’iniziativa è stata realizzata dalla cooperativa sociale Addiopizzo Travel, nell’ambito del PNRR (Transizione Digitale Organismi Culturali e Creativi). Il progetto, come si legge sul comunicato pubblicato dal MuST23, “mira a valorizzare e preservare un patrimonio documentale e umano di straordinaria importanza attraverso l’uso di tecnologie avanzate”. Il progetto, dedicato alla memoria del Maxiprocesso, è strutturato in realtà virtuale per “valorizzare, preservare e rendere accessibile un patrimonio storico, civile e documentale di straordinaria importanza, attraverso l’impiego di linguaggi digitali innovativi e tecnologie avanzate”. L’iniziativa ha due principali obiettivi: lo sviluppo di un’applicazione grazie alla realtà virtuale che, ricostruendo fedelmente l’Aula Bunker di Palermo, consenta ai visitatori di addentrarsi in uno spazio simbolico normalmente non accessibile ai visitatori. Francesca Vannini, Presidente di Addiopizzo Travel, ha spiegato: “Entrare virtualmente nell’Aula Bunker significa guardare la storia negli occhi, trasformando la testimonianza in un’emozione profonda che scuote le coscienze. Non è solo tecnologia, è un ponte teso verso chi non c’era, affinché la memoria di quella lotta diventi un percorso condiviso tra generazioni diverse”. Il secondo obiettivo, invece, prevede la digitalizzazione di una selezione di atti processuali originali forniti dal Tribunale di Palermo che consente, grazie all’intelligenza artificiale, la consultazione digitale e la ricerca avanzata dei contenuti. “Abbiamo liberato la memoria dalla polvere degli archivi per restituirla alla collettività – ha detto Dario Riccobono, Direttore di MuST23 – grazie all’intelligenza artificiale le migliaia di pagine del Maxiprocesso smettono di essere carta immobile e diventano un dialogo aperto con il presente. Da domani (10 febbraio, ndr), collegandosi al sito maxiprocessoai.must23.it sarà possibile consultare gratuitamente 84 documenti (pari ad oltre 16.000 pagine processuali) del processo più importante contro Cosa Nostra”. Durante l’evento la proiezioni in anteprima del documentario “A futura memoria: i 40 anni del Maxiprocesso” realizzato dalla TGR Sicilia e dalla Sede regionale RAI di Palermo, che diventerà parte, in maniera esclusiva, dell’esposizione permanente del museo. “Il maxiprocesso di Palermo ha rappresentato molto per la storia democratica del nostro Paese. E’ stato un momento di autocoscienza nazionale, l’occasione per conoscere davvero le tragedie perpetrate da Cosa Nostra, ma, al tempo stesso, ha dimostrato che la democrazia è più forte”. A dirlo è stato il presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, a margine dell’evento. “Questa azione di contrasto al male assoluto, che è stata ed è la mafia – ha aggiunto – è avvenuta con gli strumenti dello Stato di diritto e con l’impegno e la passione civile di tanti uomini e donne dello Stato che hanno investito tutte le loro risorse per dare delle risposte credibili. Cosa nostra è un fenomeno mostruoso e con il maxiprocesso si è dimostrato che con la Costituzione, con lo Stato di diritto e, naturalmente con l’impegno e la passione di tanti uomini dello Stato, le risposte credibili si possono dare”, ha concluso Morosini. L'articolo Palermo, l’aula bunker dell’Ucciardone diventa navigabile in Realtà Virtuale per il 40esimo anniversario del Maxiprocesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sequestro Cristina Mazzotti – Convalidato l’arresto di Giuseppe Calabrò per pericolo di fuga la gip: “È un invisibile della ‘ndrangheta”
Giuseppe Calabrò è un “invisibile” della ‘ndrangheta, apparentemente “sembra una persona tranquilla, ma ha un valore criminale elevato. L’uomo è un “affiliato posto in posizione apicale e sovraordinata” agli altri. A scriverlo è la gip di Milano Giulia Marozzi, sulla base delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia di due giorni fa, nell’ordinanza con cui ha disposto la custodia cautelare in carcere per Giuseppe Calabrò. Il fermo dell’uomo era stato eseguito venerdì sera. Il 76enne, già condannato nei giorni scorsi a Como all’ergastolo per l’omicidio di Cristina Mazzotti, la studentessa di 18 anni sequestrata nel 1975, era stato bloccato tre giorni fa dagli uomini della squadra mobile e della Dia di Milano su delega della Direzione distrettuale antimafia per pericolo di fuga. L’uomo, oltre a essere ritenuto nell’inchiesta sugli ultras dello stadio San Siro il “mediatore tra famiglie” della criminalità organizzata calabrese “interessate alla gestione dei ricavi illeciti” del Meazza, aveva preso parte al commando dell’Anonima sequestri che, secondo l’accusa, aveva rapito la 18enne. La ragazza era stata segregata “in una buca” senza aria a Castelletto Ticino, drogata con tranquillanti ed eccitanti fino al ritrovamento del cadavere l’1 agosto dello stesso anno. La gip riporta nel provvedimento le dichiarazioni di un pentito e riassume un passaggio in cui quest’ultimo ha riferito che persino Carmine De Stefano, “considerato esponente di spicco della ‘ndrangheta a Reggio Calabria, si era stupito che Calabrò lo avesse incontrato”. L’uomo avrebbe usato “telefoni di prima generazione, che spegneva anche per lunghi periodi durante la sua permanenza a Milano”. La gip ne ha sottolineato l’elevatissima pericolosità oltre all’elevato rischio di fuga, per cui è stato deciso l’arresto. Calabrò, interrogato dopo il fermo, ha dichiarato di non aver mai voluto fuggire. “Ho partecipato a tutte le udienze del processo – ha dichiarato agli inquirenti – sino all’ultima, a cui ho partecipato per difendermi, continuando a sostenere la mia innocenza”. In base all’ordinanza Calabrò ha legami “anche parentali” con le “famiglia di ‘ndrangheta” degli Staccu e dei Barbaro-Papalia. Secondo la Gip l’uomo “potrebbe godere di appoggi di carattere logistico e patrimoniale, attivabili in qualsiasi momento”. L'articolo Sequestro Cristina Mazzotti – Convalidato l’arresto di Giuseppe Calabrò per pericolo di fuga la gip: “È un invisibile della ‘ndrangheta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Cronache dal fronte invisibile”: il dietro le quinte delle indagini contro la mafia pugliese raccontato da un carabiniere
Come si arriva a un arresto? Cosa spinge a seguire una pista piuttosto che un’altra? Come ci si muove durante un pedinamento? Nessuno può saperlo meglio di un uomo che ha fatto proprio questo tutta la vita. Nell’ombra. In un libro che è un manifesto fin dal titolo e dal sottotitolo, rispettivamente “Cronache dal fronte invisibile” e “Storia di vita vissuta”, Saverio Santoniccolo, luogotenente in carica speciale dei Carabinieri, ora in congedo, racconta decenni di indagini tra guizzi investigativi, sacrifici e forza di volontà. Un libro mozzafiato nel quale, con una scrittura asciutta che va all’essenziale, ripercorre la caccia a criminali comuni e mafiosi. Senza scordare mai l’aspetto umano. Indagini misconosciute e grandi casi di cronaca – come il delitto della piccola Graziella Manzi e il fiuto che portò sulle tracce di Saverio Tucci detto “Faccia d’angelo”, tra gli ideatori della strage di San Marco in Lamis – si intrecciano in un crescendo di adrenalina tra le pagine di un volume che Santoniccolo si è autoprodotto, ma che avrebbe meritato l’attenzione di qualche casa editrice. Vi proponiamo qui un capitolo nel quale si racconta l’indagine su una banda formata da baresi e foggiani che, con l’aiuto di soggetti calabresi, attaccava con metodi militari i portavalori. ***************************** COMMANDO Estate del 2004, quasi mezzogiorno. Il sole bruciava l’asfalto. Ma non era il caldo a far tremare la strada. Era stato il suono dei proiettili, centinaia di colpi calibro 7.62 NATO, sparati da un commando di 15 banditi armati fino ai denti. L’obiettivo, un furgone blindato impegnato nel deposito di denaro per il pagamento delle pensioni. Lo scenario era apocalittico. Auto e autotreni bruciati per bloccare le carreggiate, chiodi a tre punte disseminati ovunque, guardie giurate ammanettate, stese a terra, il blindato aperto come una scatoletta di tonno, il denaro sparito. Era un assalto militare, non una rapina. Una strategia criminale gestita da consessi mafiosi, senza scrupoli, senza pietà. Le strade non erano più sicure. Le autostrade, campi di battaglia. Un attimo prima eri un automobilista. Un attimo dopo un ostaggio. Nei primi anni 2000, si registravano anche 6–7 assalti l’anno. Un’emergenza. Un’allerta nazionale. In quegli anni a capo della Legione Carabinieri Puglia, arrivò il Generale Umberto Pinotti. Un militare d’azione, non un burocrate. Un uomo che masticava polizia giudiziaria, che conosceva la strada, che non si nascondeva dietro le scrivanie. Appena insediato, non si preoccupò di ristrutturare gli uffici come fa la stragrande maggioranza dei comandanti. Si preoccupò di ristrutturare la risposta dello Stato alle criticità criminali che il territorio evidenziava. Convocò tutti i comandanti dei reparti operativi provinciali. La riunione fu immediata. Una sola domanda: “Dal momento che questo fenomeno interessa tutto il territorio pugliese, avete mai avvertito l’esigenza di incontrarvi per scambiarvi informazioni su questi assalti?”. Scena muta, silenzio, imbarazzo. “Bene, anzi male. Se non lo avete ritenuto indispensabile, vorrà dire che ve lo ordinerò io. Con decorrenza immediata, dispongo che ogni 15 giorni vi incontriate per scambiarvi informazioni sulle indagini in corso e sugli spunti investigativi” – tuonò Pinotti. E da quel momento, la musica cambiò. IL LEONE SOTTOTRACCIA Il fenomeno degli assalti ai furgoni portavalori era ormai una piaga nazionale, ma era la Puglia a pagare il prezzo più alto. Fu grazie a quella mossa strategica del Generale Pinotti — l’obbligo di incontri periodici tra il personale dei reparti operativi — che emerse un nome inaspettato: Donato Mariano Leone, titolare di un rinomato agriturismo a Canosa di Puglia. Un volto noto. Un uomo rispettato. Un locale frequentato da magistrati, avvocati, Forze dell’Ordine. Nel 2003, persino le selezioni di Miss Puglia si erano tenute lì. Personaggio insospettabile, apparentemente. Ma i primi approfondimenti non mentivano: a suo carico furono accertati soggiorni in Calabria, frequentazioni con pregiudicati cosentini, una pistola denunciata come rubata nel ’91 e ritrovata anni dopo in Calabria in una casa piena di armi da guerra, giubbetti antiproiettile, lampeggianti e palette. Il kit del perfetto assaltatore. La connessione calabrese si faceva sempre più netta. Decidemmo di monitorare le utenze pulite come quella dell’agriturismo e della moglie. Non tanto per intercettare reati, quanto per tracciare spostamenti, abitudini, contatti. Poi, la svolta. Scendemmo in Calabria, a Cosenza, per parlare con i colleghi del Nucleo Investigativo. Avevamo bisogno di notizie sul ritrovamento della sua pistola nel covo pieno di armi, di avere notizie sui personaggi con cui era stato controllato. A Cosenza scoprimmo che i colleghi stavano già monitorando una rete di specialisti negli assalti ai portavalori. Da quelle parti c’era l’università. Tra le utenze sotto controllo, ce n’era una attivata a Cerignola, intestata fittiziamente a un cittadino nigeriano, che riceveva chiamate da un soggetto pugliese non identificato. La curiosità ci assalì. Ascoltammo la voce. Silenzio. Poi, lo sguardo. La conferma. ERA LUI. ERA DONATO MARIANO. Le facce dei colleghi calabresi, che ancora non avevano identificato il soggetto, le ricordo ancora. Avevamo agganciato il Leone. Il ristoratore rispettabile. Il volto noto. Era parte della rete. Da quel momento, monitoraggio diretto del suo telefono operativo, pedinamenti mirati, contatti tra la magistratura pugliese e calabrese, tracciatura dei movimenti e delle connessioni. Il Leone, ora, era sotto osservazione. TITO, LA VIGILIA DEL COLPO Febbraio 2005. Le comunicazioni intercettate tra Donato Mariano e il suo contatto calabrese non lasciavano dubbi: “Amico mio, noi partiamo nel pomeriggio… vedi se riesci a venirci incontro…”. Poco dopo, Leone chiamò il suo autista: “Dobbiamo partire subito. Gli operai arrivano in serata col treno…”. Operai. Un codice. Un eufemismo. Stava arrivando un esercito. Quel pomeriggio presidiavo da solo la sala intercettazioni della Compagnia di Barletta. Allertai i colleghi: quello più vicino, per farmi raggiungere subito; gli altri, da mobilitare immediatamente; un altro, da lasciare in sala ascolto per aggiornamenti. Io e il collega che abitava più vicino e che mi raggiunse a tempo di record partimmo con la civetta, a tutta velocità. Arrivammo all’agriturismo a Canosa. Ci nascondemmo tra gli ulivi secolari. Dopo 15 minuti, l’Audi di Leone uscì e imboccò la provinciale verso Melfi. In macchina lui e il suo braccio destro. Il suo uomo di fiducia. Pedinamento attivo. Leone guidava con attenzione chirurgica. Spesso si fermava alle piazzole di sosta senza motivo e ripartiva dopo una manciata di minuti. La tecnica per verificare eventuali pedinamenti. Conosceva ogni autovelox, ogni posto di controllo. Non lasciava nulla al caso. Arrivò a Tito (PZ). Si fermò con l’autista in un supermercato, caricò due carrelli pieni di viveri. Non per una cena. Per una squadra. La mappa della rete criminale si aggiornava: calabresi di altissima caratura, uno dei quali ricercato per tentato omicidio di un collega del comando cosentino. Eppure, se catturato, sarebbe tornato agli arresti domiciliari. Provvedimenti incomprensibili, che lasciano senza parole. Oltre ai calabresi, Leone contava su una frangia criminale cerignolana, un gruppo di pregiudicati locali, un uomo di fiducia, canosino, l’anello debole. Decidemmo di intercettare il suo telefono operativo installando un GPS sulla sua auto. Una vecchia Volkswagen Passat che rappresentò la svolta, il punto di rottura, il varco nella corazza. Da Tito, i due canosini ripresero la strada per Potenza. Li riagganciammo. Leone si fermava spesso nelle piazzole. Controllava. Scrutava. Temeva di essere seguito. Nel frattempo, arrivarono i rinforzi. Tra loro, il Maggiore Luigi Di Santo, comandante della prima sezione del Nucleo Investigativo di Bari. Trentaquattrenne, uomo d’azione, sempre in mezzo alla strada, con noi, non dietro una scrivania. Aveva il compito di coordinare, di interfacciarsi con il comandante della Legione, di aggiornare e tenere il filo diretto con il vertice operativo. E noi, in quella notte che stava per diventare decisiva, eravamo pronti a chiudere il cerchio. SICIGNANO DEGLI ALBURNI Il pedinamento di Leone Donato Mariano proseguiva con precisione chirurgica. Dopo l’incetta di viveri, il sospetto era chiaro: stava preparando il campo per un’operazione su larga scala. Quella sera, stava attendendo la squadra di specialisti in assalti armati per scortarli fino in Puglia. I due arrivarono e si fermarono ad una stazione di servizio ubicata a Sicignano degli Alburni, sulla statale 19. La più importante arteria stradale, dopo l’autostrada, che collega la Calabria alla Puglia. Qui continuarono a fare incetta di viveri, pane, acqua, carne, di tutto e di più e in quantità industriali. Li osservavamo al buio dalla nostra auto civetta a pochi metri di distanza. Eravamo talmente vicini che a un certo punto ho chiesto al collega che mi accompagnava di sdraiarsi sul sedile posteriore per dissimulare la sua presenza in macchina. In due la possibilità di essere sgamati è sempre più alta. Qualche minuto più tardi, Leone e il suo uomo ci passarono proprio davanti con pesanti buste di plastica piene di viveri. Io fingevo di intrattenere una conversazione sentimentale al telefono mentre il collega, coricato dietro per terra, neanche fiatava. Mi guardano per qualche istante ma avanzarono senza insospettirsi. Un problema tuttavia si stagliava all’orizzonte. Tra i calabresi c’era la concretissima possibilità che fosse presente anche il latitante, e andava arrestato. Il Maggiore Di Santo, bravissima persona, uomo d’azione, era deciso a intervenire immediatamente se fosse comparso quel ricercato. Capivo che si stava assumendo inenarrabili responsabilità ma la posta in palio era importante. Se fossimo intervenuti, sarebbe saltato tutto e ci saremmo ritrovati con un calabrese da riportare a casa. Ai domiciliari. “Maggiore, sono mesi che lavoriamo come matti, non possiamo mandare tutto a puttane per questa situazione”. “No, Saverio, si fa come dico io. Interveniamo”. Ma intervenire significava far sfumare l’intera indagine, bruciare mesi di lavoro, arrestare un latitante che sarebbe tornato ai domiciliari e perdere la rete criminale più ampia. Così, con sangue freddo e lucidità, decisi di inventare una copertura. A tenere a vista Leone e il suo scagnozzo eravamo solo io e il collega che mi accompagnava. Gli altri, compreso il Maggiore, si erano tenuti a distanza perché erano partiti più tardi. Poco prima dell’arrivo dei calabresi, chiamai l’ufficiale. “Maggiore, temo che Leone ci abbia visto. Penso ci abbia riconosciuti, dobbiamo rimuovere il dispositivo, andiamo via subito.” Era una bugia. Una scelta pesante, ma necessaria. Capivo la situazione di Di Santo, le sue responsabilità, ma la posta in gioco era troppo alta e qualcosa dovevo pur farla per salvare il salvabile. Rientrammo alla base. Lasciammo che Leone e i calabresi arrivassero in Puglia. L’indagine era salva. CONTRADA COLONNELLA Qualche giorno dopo, una domenica pomeriggio, il telefono operativo di Leone agganciò celle in una zona boschiva tra Canosa di Puglia e Cerignola. Ore di silenzio. Poi, una chiamata: “Vedi che a breve partono.” Il suo uomo di fiducia si mise in movimento. Da Canosa, verso Bari. Poi deviò verso Bisceglie. Informai il collega di Corato, Michele De Palo, Maresciallo con trascorsi di servizio in Calabria. Bravo ragazzo, coraggioso, fortemente motivato per quella operazione a causa dei suoi trascorsi di servizio calabresi. Non si risparmiava mai. Dopo pochi minuti mi richiamò. Era già sulla strada, fortunatamente in giro con la sua autovettura. “Sono in zona, sono operativo.” Gli comunicai le coordinate della macchina dell’autista di Leone. “Occhio, a momenti dovresti vederlo, è lì…”. Non finii la frase che con voce concitata Michele mi disse: “Ho agganciato tre Audi di grossa cilindrata. Tre Audi A8 sfrecciano alla velocità della luce in direzione Corato.” Cerca di seguirle con discrezione nonostante la velocità siderale. Fortunatamente un chilometro più avanti le tre potenti autovetture imboccarono una strada sterrata, un tratturo di campagna. La zona: Contrada Colonnella. Il cuore dell’operazione. La base logistica. Il bivacco prima del colpo. Si rendeva necessario un accurato sopralluogo della zona. Il giorno dopo contrada, Colonnella sembrava deserta. Individuammo una grandissima masseria, era enorme e isolata. Facemmo un giro perlustrativo con la balena. Il furgone del Nucleo Investigativo che avevamo sporcato con la terra e caricato di reti e scale per la raccolta delle olive. Michele De Palo alla guida, io dietro a effettuare riprese videofotografiche. Perlustrammo il perimetro della masseria. Muri alti due metri. Un bunker. All’ingresso, un cancello in ferro battuto consentiva di sbirciare al suo interno. Solo animali nel cortile e nessuna traccia umana, lasciava più domande che risposte. Ma la macchina dell’autista di Leone, che scortava le tre potenti Audi, si era fermata proprio là dentro. Il covo era quello. Dopo qualche giorno, facemmo un primo sorvolo con l’elicottero dei Vigili del Fuoco, scelto per non insospettire gli occupanti. Confermò la prima impressione: solo animali. Nessun movimento umano. IL PONTE 387 DELL’AUTOSTRADA A14 Ma il fronte operativo era tutt’altro che fermo. Le squadre di Cerignolani, Canosini e Foggiani pedinavano i furgoni blindati, monitoravano orari, percorsi, punti di scarico. La macchina criminale era in moto. Il nostro team, composto da otto uomini, due del Reparto Operativo di Bari e sei del Nucleo Operativo di Barletta, era piccolo ma affiatato. Lo chiamavamo, con goliardia e orgoglio, Team Commando. Un giorno, il luogotenente del Leone, iniziò a muoversi freneticamente lungo le strade interpoderali che fiancheggiavano le autostrade A16 Bari Napoli e A14 Bologna Taranto. Si fermava spesso, proprio a ridosso del guardrail. Grazie al sistema di localizzazione installato sulla sua auto, copiammo i suoi percorsi ed effettuammo una ricognizione dei luoghi. Raggiungemmo il primo punto: ponte 387 dell’A14 Bologna-Taranto. La carreggiata era perfettamente pianeggiante. Lateralmente, una strada di campagna si dipanava tra le coltivazioni. Scesi. Osservai. Qualcosa non tornava. Mi avvicinai al guardrail. Scavalcai. Mi avvicinai alla recinzione. Era stata tagliata e poi riposizionata sommariamente. Un lavoro fatto per non destare sospetti. Tornai verso la macchina. Mentre scavalcavo di nuovo, vidi dei bulloni per terra. Alzai lo sguardo. Il guardrail era stato smontato. I bulloni rimossi dai paletti. Un punto di accesso. Un tratto scelto per un assalto. Quel ponte, quel tratto, era stato preparato. Era pronto. Analoga situazione sull’autostrada A16 Bari Napoli: dopo alcuni chilometri dall’intersezione con la A14 erano stati rimossi i bulloni del guardrail e tagliata la recinzione. I banditi si erano creati una via di accesso e una di fuga dalle arterie autostradali. Noi, con quei dettagli, avevamo trovato il punto di rottura. Il luogo dove la teoria diventava pratica. Dove la rete criminale si sarebbe mossa. Dove il Team Commando avrebbe colpito. IL SOLE SULLA MIMETICA Contrada Colonnella, marzo 2005. Dopo giorni di pedinamenti, intercettazioni, sopralluoghi e voli di ricognizione, la svolta era arrivata dal cielo. Chiesi l’autorizzazione al Pubblico Ministero per noleggiare un velivolo civile in modo da sorvolare la zona senza destare sospetti. Permesso accordato. Noleggiai prima un elicottero, una libellula, e qualche giorno dopo un aereo, un Piper, un bimotore. Il primo sorvolo con la libellula aveva rivelato movimenti nella masseria. Due utilitarie davanti al cancello. Sagome indistinte. Presenze umane confermate. Ma fu il secondo volo, col Piper, a cambiare tutto. Una giornata limpida, tersa, da incorniciare. La cattedrale di Trani, Castel del Monte, la costa nord barese… Uno scenario da cartolina. Ma noi cercavamo un’altra immagine. Sorvolammo la masseria. Primo passaggio, sagome a ridosso del muro. Secondo passaggio: quota più bassa, videocamera accesa, metto lo zoom al massimo. Quasi non riuscivo a crederci. Li vedevo, li vedevo tutti. Sei individui, seduti su un muretto, in tute mimetiche verdi, con teste rasate, volti rivolti al sole, rilassati, sicuri, pronti. Anche Michele De Palo, seduto accanto a me, li osservò col binocolo, esultando. “Rientriamo subito” – ordinai al pilota. Atterrammo a Bari Palese in dieci minuti. Allertammo tutti: i colleghi del Team Commando, comandante Provinciale, comandante di Compagnia: “Riunione tra mezz’ora. Ci vediamo a Barletta.” L’avvistamento ci galvanizzò. Eravamo euforici, carichi. La voglia di entrare in quel bunker e arrestare tutti era fortissima. Ma io frenai l’impeto. “Riflettiamo. Quel luogo è un fortino. Quei soggetti sono armati fino ai denti. Un intervento a caldo potrebbe finire male.” Dovevamo essere lucidi. Un colpo poteva scappare. Una vita poteva finire. Non potevamo rischiare. Nel frattempo, gli altri componenti del commando erano freneticamente impegnati: pedinavano furgoni blindati, smontavano guard-rail, tagliavano recinzioni, preparavano il colpo. Il tempo stringeva. La tensione saliva. La decisione era cruciale. E noi, in quel momento, portavamo il peso della scelta. IL GIORNO DEL BORSONE 13 marzo 2005, ore 04:00. La notte era silenziosa. Ma sotto quel cielo, in Contrada Colonnella, si muovevano uomini in mimetica, con volti anneriti, fucili AR70 in mano, cuore saldo e missione chiara. Erano i ricognitori del GIS. Il Gruppo Intervento Speciale era arrivato. Due squadre da 12 uomini, partite da Firenze, a bordo di furgoni bianchi anonimi. Il sopralluogo notturno, le videocamere termiche, la conferma: sei calabresi armati, tre stanze, una villetta-bunker. Alle 03:00, la cinturazione.Venti autovetture istituzionali, disposte a distanza di sicurezza. Il Team Commando, autorizzato ad avvicinarsi ma a distanza di sicurezza. Dalle radio degli operatori del GIS. Ore 04:00: Inizio penetrazione obiettivo. Ore 04:10: Superato capannone. Tre Audi A8 all’interno Ore 04:20: Circondata la villetta. Pronti all’ingresso. Ore 04:25: Due forti esplosioni. Le serrature saltarono. Ore 04:21: Unità Alfa – stanza 1: due individui disarmati e neutralizzati. Ore 04:22: Unità Bravo – stanza 2: due individui disarmati e neutralizzati. Ore 04:23: Unità Charlie – stanza 3: due individui disarmati e neutralizzati. Poi, il grido alla radio: “Ragazzi, raggiungeteci. Qui è pieno di armi” – tuonò il capo squadra dei GIS. Kalashnikov, Glock, pistole, giubbetti antiproiettile, munizioni. tre Audi A8 blindate, con lattine di benzina pronte per cancellare ogni traccia. Tra i sei arrestati, il ricercato per il tentato omicidio del collega cosentino. La santabarbara era servita. Un grido di liberazione e di sconfinata gioia mista a soddisfazione si levò quella notte del 13 marzo del 2005, da parte di un gruppo di uomini che per diversi mesi avevano abbandonato le loro famiglie mettendo da parte tutte le loro esigenze per dedicarsi a quella attività e raggiungere quel risultato. IL LEONE IN GABBIA Il giorno dopo, Leone Donato Mariano, non riusciva a contattare i suoi operai. Preoccupato, si recò personalmente alla masseria che nel frattempo era rimasta presidiata e sorvegliata da altri colleghi. Venne fermato, perquisito, rilasciato. Ma da quel giorno, non dormì più tranquillo. Novembre 2005, ore 03:00. Il campanello dell’agriturismo Tenuta Leone suonò ripetutamente. Donato aprì la porta con la moglie. “Buongiorno signora.” Poco dopo spuntò lui dalla camera da letto. “Buongiorno, Donato. Prepara il borsone.” Donato annuì. Si avviò verso la camera, la moglie gli preparò con cura il borsone e lo accompagnammo in carcere unitamente ad altri 9 correi… Otto anni di reclusione. Agriturismo confiscato. Tra centinaia di intercettazioni, una rimase impressa: “Donato è una forza della natura, quando indossa il passamontagna non ce n’è per nessuno… E pensare che non lo fa per soldi, ma solo per l’adrenalina che gli scorre nelle vene.” Due complici dell’organizzazione criminale furono intercettati mentre andavano a Torino per comprare dischi per moto-troncatrici. Questi dischi servivano per tagliare i furgoni portavalori. Ma quella adrenalina, quella notte, fu spenta dalla legge. Dalla pazienza. Dalla strategia. Dalla volontà di otto uomini che non si sono mai arresi. A chi ha scelto di servire. A chi ha scelto di proteggere. A chi ha scelto di vincere. L'articolo “Cronache dal fronte invisibile”: il dietro le quinte delle indagini contro la mafia pugliese raccontato da un carabiniere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Morto Raffaele Nogaro, il vescovo militante di Caserta che dormì in fabbrica e si oppose alla Camorra
“Qui di eccellente non c’è nessuno”. Aveva risposto così, anni fa, durante un incontro nel quale si erano rivolti a lui chiamandolo “Eccellenza” con referenza. Monsignor Raffaele Nogaro, il vescovo anti-camorra, senza paramenti e segretario, sempre dalla parte dei migranti, è morto a 92 anni nella “sua” Caserta, nel giorno dell’Epifania. Nato a Gradisca d’Isonzo il 31 dicembre 1933 e nominato vescovo di Sessa Aurunca da Papa Giovanni Paolo II nel 1992, Nogaro era conosciuto in tutt’Italia per il suo impegno. Pur mantenendo il suo carattere schivo, una volta arrivato a Caserta – due anni prima della nomina – divenne un punto di riferimento mantenendo fermi i principi del Vangelo. Se a Sessa Aurunca aveva dormito assieme agli operai che occupavano le fabbriche per difendere il proprio posto di lavoro e aveva aperto diverse case accoglienza per i migranti, a Caserta aveva denunciato senza se e senza ma la criminalità organizzata, rischiando in prima persona. Per capire basta leggere il libro-intervista con Orazio La Rocca Ero straniero e mi avete accolto. Il Vangelo a Caserta: “Quando arrivò a Caserta cominciò a parlare di camorra. Fedeli e politici tremavano e suoi colleghi sacerdoti gli chiedevano: ‘Non parli di camorra, monsignore. Perché offendere questa terra? Perché offendere questa gente?'”. Una vita militante senza mai abbassare la testa di fronte ai politici: nel 2001 criticò duramente l’approvazione dell’intervento militare italiano in Afghanistan, rimproverando i cattolici favorevoli. Due anni più tardi, all’indomani dell’attentato alla base italiana dei carabinieri a Nassirya, in Iraq, costato la vita a 17 militari e due civili, Nogaro invitò a evitare la retorica dell’eroismo, definendo poi la replica polemica dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu come una “ignobile strumentalizzazione”. Con don Peppe Diana, il sacerdote ammazzato dalla camorra nel 1994 per il suo impegno antimafia, Nogaro era amico e dopo l’assassinio lo difese dalle calunnie e dalle insinuazioni, testimoniando al processo e trasformando la sua morte in un appello a un impegno concreto da parte di Stato e società. Nogaro è stato un fine intellettuale e teologo: lo sa bene Sergio Tanzarella, storico della Chiesa, docente universitario e per anni strettissimo collaboratore del vescovo che ha guidato la diocesi di Caserta dal 1990 al 2009 per poi diventare “emerito” e cittadino onorario. A ricordarlo, in queste ore, sono soprattutto le tante persone che lo hanno visto concretamente accanto come le suore orsoline che con lui hanno dato vita a “Casa Rut”, una realtà nata per sconfiggere la tratta delle donne. La salma del monsignore è stata esposta nella cattedrale della città dove venerdì mattina don Mimmo Battaglia, cardinale di Napoli, terrà la celebrazione funebre. Intanto, l’amministrazione comunale ha proclamato il lutto cittadino e a Udine il vescovo terrà una messa in contemporanea alla liturgia di addio. L'articolo Morto Raffaele Nogaro, il vescovo militante di Caserta che dormì in fabbrica e si oppose alla Camorra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’inchiesta di Report riconosce una inquietante continuità tra il potere di ieri e di oggi: due consigli sul da farsi
Se la puntata di Report andata in onda domenica sera avesse una colonna sonora sarebbe “Attenti al gorilla!” di Fabrizio De André: col quadrumane impegnato a fare giustizia (a suo modo, certo) di uno Stato iniquo e spietato, materializzatosi ieri anche nel solito senatore Gasparri che con furia intimidatrice ha cercato di impedire la messa in onda del servizio monumentale di Paolo Mondani. Alla ostinazione con la quale Report continua ad esplorare le connessioni tra neofascisti, mafiosi, piduisti, apparati atlantisti, politici e stragi del ’92-’94 si potrebbe opporre la “tenuità” dei fatti di allora al cospetto del nuovo corso dell’antimafia a stelle e strisce che, saltando a piè pari tutta la complessità di operazioni sotto copertura di falsa bandiera, appoggiate a personaggi di difficile gestione, in nome della lotta al narcotraffico bombarda città, ribalta governi, facendo decine di vittime che mai avranno giustizia. Salvo riconoscere una inquietante continuità tra quel modo di operare e questo, tanto più impressionante se si consideri la famigliarità ideologica tra i protagonisti della strategia della tensione in Italia, il cui termine andrebbe fatto slittare al 1994, e i protagonisti diretti e indiretti (Meloni che definisce l’operazione di Trump “di autodifesa legittima”) del potere di oggi. Una famigliarità ideologica che per allora in Italia, come fotografato efficacemente da Mondani nel servizio “monstre” di ieri, teneva nello stesso album neofascisti assassini come Concutelli, Delle Chiaie, Bellini, fascio-mafiosi stragisti come Troia, Rampulla, Gioè, onorevoli missini alla Lo Porto, una manciata di alti funzionari dello Stato, fino ai Graviano, cioè in altre parole dal biennio golpista ‘69-’70, passando per l’assassinio del giudice Occorsio (1976) fino alla mancata strage all’Olimpico di Roma (gennaio 1994) e che oggi, senza strappi, tiene ancora insieme alcuni di quegli stessi alti funzionari dello Stato, che manovrano sia dietro che davanti alle quinte per dirottare il corso degli eventi, mafiosi incarcerati da un silenzio tombale, politici eredi di quella stagione che oggi hanno in mano le istituzioni repubblicane. Anche per questo non deve essere derubricata a sciocchezza la fotografia della presidente dell’antimafia Colosimo sorridente e abbracciata a Luigi Ciavardini. Che fare? Primo: le forze parlamentari di opposizione, che ieri non hanno fatto mancare parole chiare e tempestive a sostegno della redazione di Report investita dagli strali di Gasparri, pretendano che la Commissione Antimafia acquisisca registrazioni e trascrizioni dei colloqui investigativi condotti dal dott. Donadio nel 2007 con Alberto Lo Cicero e Maria Romeo, e si preparino a chiedere una puntuale ricostruzione dei fatti relativi, dal 1992 ad oggi, al Procuratore di Caltanissetta De Luca che nella sua prima audizione aveva sonoramente annichilito la pista “nera” pronunciando l’iconica frase “Vale zero spaccato!” (accolta da un sorriso non celato della presidente Colosimo). Perché quand’anche quei verbali di oltre trent’anni fa e le registrazioni di quasi vent’anni fa non servissero a provare responsabilità penali nelle esecuzioni delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, potrebbero quanto meno illuminare (ancora di più) responsabilità precise nell’avere depistato (sottraendo, insabbiando, “mascariando” anche onesti funzionari), per impedire la ricerca stessa della verità su quelle stragi. Forse quel materiale potrebbe anche far comprendere meglio tanto la tragica vicenda di Luigi Ilardo, quanto quella grottesca ma non meno grave del gelataio di Omegna, Salvatore Baiardo, che ha il “merito” di riportarci nel nostro presente, quello iniziato con il trionfo della destra degli “eredi-al-quadrato” (del Duce e di Berlusconi), con l’arresto spettacolare di Matteo Messina Denaro anticipato dalla profezia del Baiardo, con una fotografia apparsa e poi scomparsa che immortalerebbe insieme Silvio Berlusconi, il gen. Delfino e Giuseppe Graviano, a causa della quale Baiardo è sotto processo per calunnia aggravata e con l’oscuramento (temporaneo) di Massimo Giletti. Secondo: i cittadini italiani vadano in massa a votare no al referendum sulla riforma Nordio/Meloni, che promette di separare le carriere di pm e giudici, garantendo maggiore ed agognata indipendenza degli uni verso gli altri: la vicenda giudiziaria sulla “pista nera” dimostra senza ombra di dubbio che la riforma Nordio/Meloni è inutile per quel che promette, mentre è un vero assalto alla Costituzione. Nella vicenda giudiziaria che si consuma a Caltanissetta infatti abbiamo un giudice per le indagini preliminari (quelli che secondo Nordio sarebbero “sdraiati” sulla volontà dei pm) che dal 2022 si oppone alle richieste di archiviazione della Procura di Caltanissetta, ordinando nuove indagini, mentre la Procura di Caltanissetta, guidata da De Luca, anziché ubbidire agli ordini del Gip ricorre in Cassazione, senza dar seguito nel mentre a quanto preteso dal giudice, meritandosi per questo anche una “diffida a fare” da parte del legale di Salvatore Borsellino, l’avv. Fabio Repici. La riforma Nordio/Meloni insomma è una truffa pericolosa, perché non è una promessa di giustizia per i cittadini, ma di impunità per i potenti. L'articolo L’inchiesta di Report riconosce una inquietante continuità tra il potere di ieri e di oggi: due consigli sul da farsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La parola d’ordine per questa manovra sul fronte mafie è ‘convivere’
C’è un verbo che può sintetizzare l’orizzonte di questa legge di bilancio sul fronte mafie ed è “convivere”. La parola che è scappata al ministro Tajani intervistato da Fedez per Pulp Podcast un paio di settimane fa, tema: la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina ed il rischio di infiltrazioni mafiose nei cantieri. Le mafie non hanno bisogno di comunicati stampa per capire l’aria che tira, ma di segnali e questa legge di bilancio, unitamente ad alcuni altri provvedimenti “convergenti”, di segnali ne manda numerosi e chiari. Cosa c’è per sostenere investigatori e magistrati? Nulla! Anzi, si rende il loro lavoro più complicato evitando, tra l’altro, di stabilizzare circa 9.000 precari della giustizia assunti temporaneamente grazie ai fondi del Pnrr e divenuti per la buona amministrazione dei processi molto più importanti della riforma “Nordio/Meloni”, che invece produrrà soltanto l’effetto di indebolire l’indipendenza della magistratura a tutto vantaggio dell’esecutivo. Cosa c’è per rendere le carceri non soltanto un luogo di pena, ma anche una occasione di riscatto sociale per chi ha sbagliato ed un luogo di lavoro più dignitoso per il personale che lì è chiamato ad operare? Nulla! Anzi, coerentemente alla “intima gioia” di cui aveva parlato il sottosegretario Delmastro nell’immaginare “senza fiato” i detenuti dentro i blindati della penitenziaria, è stata resa ulteriormente difficile ogni attività rieducativa prevedendo un assurdo accentramento presso il DAP delle autorizzazioni necessarie ad intervenire da parte dei soggetti accreditati. Cosa c’è per migliorare le condizioni di vita in quelle periferie che rischiano di essere o sono effettivamente state, bacino di reclutamento per la criminalità organizzata? Niente di serio! Anche il “modello” Parco Verde di Caivano infatti si è rivelato un bluff: il centro polisportivo di quel territorio, trasformato a tambur battente in un gioiello che avrebbe dovuto rappresentare precisamente l’investimento dello Stato sulla qualità della vita dei giovani, applica rette proibitive proprio per le famiglie più bisognose. Cosa c’è per migliorare le prospettive di vita di quelle vaste aree interne del Paese che sono esposte sempre di più al rischio di spopolamento e impoverimento? Niente! Anzi, il Governo ha messo nero su bianco che non resta che prendere atto di questo destino desolante, mortificando una porzione rilevante di cittadinanza italiana che in quelle aree vive, lavora, “rattoppa” costantemente un tessuto sociale capillare, ricco di tradizioni, di qualità, di inventiva. Una sorta di “cessione di sovranità” programmata, nella quale si inserisce anche il decreto Calderoli sui comuni montani, che aumenta il rischio di un maggiore e pervicace controllo di quelle aree da parte delle consorterie mafiose. Cosa c’è per potenziare il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie che dovrebbe essere un baluardo forte e chiaro dell’azione di liberazione dello Stato? Niente! Anzi il governo ha perso l’occasione per raccogliere la proposta ragionevole e concreta che arriva da Libera di destinare il 2% del FUG alla riqualificazione dei beni confiscati, sostenendo con ciò lo sforzo di Enti Locali e Terzo Settore, in una partita fondamentale per la reputazione stessa della Repubblica. Cosa c’è per contenere la diffusione del gioco d’azzardo legale, che oltre a rappresentare un settore lucroso per il riciclaggio del denaro sporco, costituisce un fattore lacerante di depressione sociale, moltiplicando tra l’altro, il ricorso a prestiti usurari, che spesso sono l’anti camera delle organizzazioni mafiose? Niente! Anzi, il governo che è gagliardamente avviato vero l’abolizione del divieto di sponsorizzazione esplicita dello sport italiano, intanto si è inventato una nuova lotteria, denominata “Win for Italia Team”, per tentare di ripianare i debiti di quell’altro “azzardo” che sono le Olimpiadi di Milano-Cortina. Cosa c’è per aumentare le tutele anche economiche a favore di quei lavoratori stranieri presenti sul nostro territorio che decidano di ribellarsi allo sfruttamento, denunciando i propri aguzzini? Nulla! Anzi la marginalizzazione dei lavoratori irregolari aumenta se possibile la loro invisibilità e quindi la forza di intimidazione delle organizzazioni criminali che ne abusano. La maggioranza ha addirittura cercato, fallendo (per ora), di introdurre uno scudo legale per quelle aziende del lusso che, girandosi dall’altra parte, fanno finta di non sapere che molto del loro profitto è fondato proprio su quello sfruttamento. Luccicano poi in fondo al “secchio” della legge di bilancio due misure da mezzo milione di euro l’una dedicate ad interventi culturali di promozione della legalità ed in particolare alle commemorazioni del centenario della nascita di Pio La Torre, assassinato da Cosa Nostra il 30 aprile del 1982, alla vigilia del comizio che avrebbe tenuto per il Primo Maggio, nel quale avrebbe tracciato ancora una volta un futuro verso il quale “marciare” molto diverso da quello tanto caro alla seconda carica dello Stato. 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“Esprime solidarietà alle mafie”: Libera contro il concerto del cantante neomelodico Daniele De Martino
Lo racconta Franco Maresco nel film “Belluscone – Una storia italiana” e lo dice Kid Yugi nell’ultimo album di Noyz Narcos: in Italia, la criminalità organizzata ascolta neomelodico. E infatti, il coordinamento regionale della Basilicata e il presidio Vulture Alto Bradano di Libera hanno pubblicamente chiesto alle istituzioni di prendere provvedimenti per il concerto del cantante neomelodico Daniele De Martino, nome d’arte di Antonino Galluzzo, che il 20 dicembre si esibirà a Venosa, in provincia di Potenza. “Con il rispetto profondo che nutriamo per la libertà artistica e di espressione, valore costituzionale che Libera ha sempre difeso, auspichiamo che le istituzioni, in linea con quanto accaduto in altre realtà, sappiano assumere i provvedimenti ritenuti necessari in relazione al contesto”, sottolinea l’associazione antimafia in una nota pubblica. In più occasioni le autorità e le amministrazioni comunali hanno vietato al cantante di esibirsi in pubblico a causa dei testi che inneggiano alla criminalità, istigano alla delinquenza e alimentano la mentalità mafiosa: il questore di Latina aveva sottolineato che le canzoni di De Martino “veicolano messaggi espliciti contro i collaboratori di giustizia e sono espressione di solidarietà al sistema delle mafie”. Chi è Antonino Galluzzo – È nato nel 1995 a Palermo. Oltre ai suoi testi, il cantante è stato citato per i legami con Cosa nostra. Qualche anno fa, il giornalista Salvo Palazzolo di Repubblica aveva pubblicato delle foto in cui De Martino baciava sulla guancia il boss Francolino Spadaro durante il funerale del padre Tommaso detto “Masino“, arrestato da Giovanni Falcone per contrabbando e poi condannato all’ergastolo per essere il mandante dell’omicidio di Vito Ievolella, il maresciallo dei carabinieri ucciso a Palermo il 10 settembre 1981. Quest’anno la Guardia di finanza ha perquisito la casa dei genitori a Palermo e l’abitazione in Campania di De Martino, a cui sono stati sequestrati 220mila euro tra contanti, gioielli e Rolex per i redditi non dichiarati. A tradire il cantante neomelodico sono stati anche i contenuti pubblicati sui profili social, in cui De Martino ostentava lo stile di vita consentitogli dai concerti in nero e spesso abusivi, per evitare i divieti delle autorità. Secondo la verifica delle fiamme gialle per il periodo 2016-2022, il cantante avrebbe percepito compensi per 850mila euro. Libera sottolinea l’importanza della cultura e dell’arte, lanciando l’appello “di non girarci dall’altra parte, di denunciare la pericolosità di messaggi che tendono a ribaltare i valori costituzionali di democrazia, legalità e giustizia”, e aggiunge che “Venosa, come tutta la Basilicata, merita eventi culturali che uniscano, che generino senso critico, che aprano spazi di libertà autentica e non ambigua”. L'articolo “Esprime solidarietà alle mafie”: Libera contro il concerto del cantante neomelodico Daniele De Martino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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