“Qui di eccellente non c’è nessuno”. Aveva risposto così, anni fa, durante un
incontro nel quale si erano rivolti a lui chiamandolo “Eccellenza” con
referenza. Monsignor Raffaele Nogaro, il vescovo anti-camorra, senza paramenti e
segretario, sempre dalla parte dei migranti, è morto a 92 anni nella “sua”
Caserta, nel giorno dell’Epifania. Nato a Gradisca d’Isonzo il 31 dicembre 1933
e nominato vescovo di Sessa Aurunca da Papa Giovanni Paolo II nel 1992, Nogaro
era conosciuto in tutt’Italia per il suo impegno. Pur mantenendo il suo
carattere schivo, una volta arrivato a Caserta – due anni prima della nomina –
divenne un punto di riferimento mantenendo fermi i principi del Vangelo.
Se a Sessa Aurunca aveva dormito assieme agli operai che occupavano le fabbriche
per difendere il proprio posto di lavoro e aveva aperto diverse case accoglienza
per i migranti, a Caserta aveva denunciato senza se e senza ma la criminalità
organizzata, rischiando in prima persona. Per capire basta leggere il
libro-intervista con Orazio La Rocca Ero straniero e mi avete accolto. Il
Vangelo a Caserta: “Quando arrivò a Caserta cominciò a parlare di camorra.
Fedeli e politici tremavano e suoi colleghi sacerdoti gli chiedevano: ‘Non parli
di camorra, monsignore. Perché offendere questa terra? Perché offendere questa
gente?'”.
Una vita militante senza mai abbassare la testa di fronte ai politici: nel 2001
criticò duramente l’approvazione dell’intervento militare italiano in
Afghanistan, rimproverando i cattolici favorevoli. Due anni più tardi,
all’indomani dell’attentato alla base italiana dei carabinieri a Nassirya, in
Iraq, costato la vita a 17 militari e due civili, Nogaro invitò a evitare la
retorica dell’eroismo, definendo poi la replica polemica dell’allora ministro
dell’Interno Giuseppe Pisanu come una “ignobile strumentalizzazione”.
Con don Peppe Diana, il sacerdote ammazzato dalla camorra nel 1994 per il suo
impegno antimafia, Nogaro era amico e dopo l’assassinio lo difese dalle calunnie
e dalle insinuazioni, testimoniando al processo e trasformando la sua morte in
un appello a un impegno concreto da parte di Stato e società. Nogaro è stato un
fine intellettuale e teologo: lo sa bene Sergio Tanzarella, storico della
Chiesa, docente universitario e per anni strettissimo collaboratore del vescovo
che ha guidato la diocesi di Caserta dal 1990 al 2009 per poi diventare
“emerito” e cittadino onorario.
A ricordarlo, in queste ore, sono soprattutto le tante persone che lo hanno
visto concretamente accanto come le suore orsoline che con lui hanno dato vita a
“Casa Rut”, una realtà nata per sconfiggere la tratta delle donne. La salma del
monsignore è stata esposta nella cattedrale della città dove venerdì mattina don
Mimmo Battaglia, cardinale di Napoli, terrà la celebrazione funebre. Intanto,
l’amministrazione comunale ha proclamato il lutto cittadino e a Udine il vescovo
terrà una messa in contemporanea alla liturgia di addio.
L'articolo Morto Raffaele Nogaro, il vescovo militante di Caserta che dormì in
fabbrica e si oppose alla Camorra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Antimafia
Se la puntata di Report andata in onda domenica sera avesse una colonna sonora
sarebbe “Attenti al gorilla!” di Fabrizio De André: col quadrumane impegnato a
fare giustizia (a suo modo, certo) di uno Stato iniquo e spietato,
materializzatosi ieri anche nel solito senatore Gasparri che con furia
intimidatrice ha cercato di impedire la messa in onda del servizio monumentale
di Paolo Mondani.
Alla ostinazione con la quale Report continua ad esplorare le connessioni tra
neofascisti, mafiosi, piduisti, apparati atlantisti, politici e stragi del
’92-’94 si potrebbe opporre la “tenuità” dei fatti di allora al cospetto del
nuovo corso dell’antimafia a stelle e strisce che, saltando a piè pari tutta la
complessità di operazioni sotto copertura di falsa bandiera, appoggiate a
personaggi di difficile gestione, in nome della lotta al narcotraffico bombarda
città, ribalta governi, facendo decine di vittime che mai avranno giustizia.
Salvo riconoscere una inquietante continuità tra quel modo di operare e questo,
tanto più impressionante se si consideri la famigliarità ideologica tra i
protagonisti della strategia della tensione in Italia, il cui termine andrebbe
fatto slittare al 1994, e i protagonisti diretti e indiretti (Meloni che
definisce l’operazione di Trump “di autodifesa legittima”) del potere di oggi.
Una famigliarità ideologica che per allora in Italia, come fotografato
efficacemente da Mondani nel servizio “monstre” di ieri, teneva nello stesso
album neofascisti assassini come Concutelli, Delle Chiaie, Bellini,
fascio-mafiosi stragisti come Troia, Rampulla, Gioè, onorevoli missini alla Lo
Porto, una manciata di alti funzionari dello Stato, fino ai Graviano, cioè in
altre parole dal biennio golpista ‘69-’70, passando per l’assassinio del giudice
Occorsio (1976) fino alla mancata strage all’Olimpico di Roma (gennaio 1994) e
che oggi, senza strappi, tiene ancora insieme alcuni di quegli stessi alti
funzionari dello Stato, che manovrano sia dietro che davanti alle quinte per
dirottare il corso degli eventi, mafiosi incarcerati da un silenzio tombale,
politici eredi di quella stagione che oggi hanno in mano le istituzioni
repubblicane. Anche per questo non deve essere derubricata a sciocchezza la
fotografia della presidente dell’antimafia Colosimo sorridente e abbracciata a
Luigi Ciavardini.
Che fare?
Primo: le forze parlamentari di opposizione, che ieri non hanno fatto mancare
parole chiare e tempestive a sostegno della redazione di Report investita dagli
strali di Gasparri, pretendano che la Commissione Antimafia acquisisca
registrazioni e trascrizioni dei colloqui investigativi condotti dal dott.
Donadio nel 2007 con Alberto Lo Cicero e Maria Romeo, e si preparino a chiedere
una puntuale ricostruzione dei fatti relativi, dal 1992 ad oggi, al Procuratore
di Caltanissetta De Luca che nella sua prima audizione aveva sonoramente
annichilito la pista “nera” pronunciando l’iconica frase “Vale zero spaccato!”
(accolta da un sorriso non celato della presidente Colosimo).
Perché quand’anche quei verbali di oltre trent’anni fa e le registrazioni di
quasi vent’anni fa non servissero a provare responsabilità penali nelle
esecuzioni delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, potrebbero quanto meno
illuminare (ancora di più) responsabilità precise nell’avere depistato
(sottraendo, insabbiando, “mascariando” anche onesti funzionari), per impedire
la ricerca stessa della verità su quelle stragi.
Forse quel materiale potrebbe anche far comprendere meglio tanto la tragica
vicenda di Luigi Ilardo, quanto quella grottesca ma non meno grave del gelataio
di Omegna, Salvatore Baiardo, che ha il “merito” di riportarci nel nostro
presente, quello iniziato con il trionfo della destra degli “eredi-al-quadrato”
(del Duce e di Berlusconi), con l’arresto spettacolare di Matteo Messina Denaro
anticipato dalla profezia del Baiardo, con una fotografia apparsa e poi
scomparsa che immortalerebbe insieme Silvio Berlusconi, il gen. Delfino e
Giuseppe Graviano, a causa della quale Baiardo è sotto processo per calunnia
aggravata e con l’oscuramento (temporaneo) di Massimo Giletti.
Secondo: i cittadini italiani vadano in massa a votare no al referendum sulla
riforma Nordio/Meloni, che promette di separare le carriere di pm e giudici,
garantendo maggiore ed agognata indipendenza degli uni verso gli altri: la
vicenda giudiziaria sulla “pista nera” dimostra senza ombra di dubbio che la
riforma Nordio/Meloni è inutile per quel che promette, mentre è un vero assalto
alla Costituzione.
Nella vicenda giudiziaria che si consuma a Caltanissetta infatti abbiamo un
giudice per le indagini preliminari (quelli che secondo Nordio sarebbero
“sdraiati” sulla volontà dei pm) che dal 2022 si oppone alle richieste di
archiviazione della Procura di Caltanissetta, ordinando nuove indagini, mentre
la Procura di Caltanissetta, guidata da De Luca, anziché ubbidire agli ordini
del Gip ricorre in Cassazione, senza dar seguito nel mentre a quanto preteso dal
giudice, meritandosi per questo anche una “diffida a fare” da parte del legale
di Salvatore Borsellino, l’avv. Fabio Repici.
La riforma Nordio/Meloni insomma è una truffa pericolosa, perché non è una
promessa di giustizia per i cittadini, ma di impunità per i potenti.
L'articolo L’inchiesta di Report riconosce una inquietante continuità tra il
potere di ieri e di oggi: due consigli sul da farsi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
C’è un verbo che può sintetizzare l’orizzonte di questa legge di bilancio sul
fronte mafie ed è “convivere”. La parola che è scappata al ministro Tajani
intervistato da Fedez per Pulp Podcast un paio di settimane fa, tema: la
costruzione del ponte sullo Stretto di Messina ed il rischio di infiltrazioni
mafiose nei cantieri. Le mafie non hanno bisogno di comunicati stampa per capire
l’aria che tira, ma di segnali e questa legge di bilancio, unitamente ad alcuni
altri provvedimenti “convergenti”, di segnali ne manda numerosi e chiari.
Cosa c’è per sostenere investigatori e magistrati? Nulla! Anzi, si rende il loro
lavoro più complicato evitando, tra l’altro, di stabilizzare circa 9.000 precari
della giustizia assunti temporaneamente grazie ai fondi del Pnrr e divenuti per
la buona amministrazione dei processi molto più importanti della riforma
“Nordio/Meloni”, che invece produrrà soltanto l’effetto di indebolire
l’indipendenza della magistratura a tutto vantaggio dell’esecutivo.
Cosa c’è per rendere le carceri non soltanto un luogo di pena, ma anche una
occasione di riscatto sociale per chi ha sbagliato ed un luogo di lavoro più
dignitoso per il personale che lì è chiamato ad operare? Nulla! Anzi,
coerentemente alla “intima gioia” di cui aveva parlato il sottosegretario
Delmastro nell’immaginare “senza fiato” i detenuti dentro i blindati della
penitenziaria, è stata resa ulteriormente difficile ogni attività rieducativa
prevedendo un assurdo accentramento presso il DAP delle autorizzazioni
necessarie ad intervenire da parte dei soggetti accreditati.
Cosa c’è per migliorare le condizioni di vita in quelle periferie che rischiano
di essere o sono effettivamente state, bacino di reclutamento per la criminalità
organizzata? Niente di serio! Anche il “modello” Parco Verde di Caivano infatti
si è rivelato un bluff: il centro polisportivo di quel territorio, trasformato a
tambur battente in un gioiello che avrebbe dovuto rappresentare precisamente
l’investimento dello Stato sulla qualità della vita dei giovani, applica rette
proibitive proprio per le famiglie più bisognose.
Cosa c’è per migliorare le prospettive di vita di quelle vaste aree interne del
Paese che sono esposte sempre di più al rischio di spopolamento e impoverimento?
Niente! Anzi, il Governo ha messo nero su bianco che non resta che prendere atto
di questo destino desolante, mortificando una porzione rilevante di cittadinanza
italiana che in quelle aree vive, lavora, “rattoppa” costantemente un tessuto
sociale capillare, ricco di tradizioni, di qualità, di inventiva. Una sorta di
“cessione di sovranità” programmata, nella quale si inserisce anche il decreto
Calderoli sui comuni montani, che aumenta il rischio di un maggiore e pervicace
controllo di quelle aree da parte delle consorterie mafiose.
Cosa c’è per potenziare il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie che
dovrebbe essere un baluardo forte e chiaro dell’azione di liberazione dello
Stato? Niente! Anzi il governo ha perso l’occasione per raccogliere la proposta
ragionevole e concreta che arriva da Libera di destinare il 2% del FUG alla
riqualificazione dei beni confiscati, sostenendo con ciò lo sforzo di Enti
Locali e Terzo Settore, in una partita fondamentale per la reputazione stessa
della Repubblica.
Cosa c’è per contenere la diffusione del gioco d’azzardo legale, che oltre a
rappresentare un settore lucroso per il riciclaggio del denaro sporco,
costituisce un fattore lacerante di depressione sociale, moltiplicando tra
l’altro, il ricorso a prestiti usurari, che spesso sono l’anti camera delle
organizzazioni mafiose? Niente! Anzi, il governo che è gagliardamente avviato
vero l’abolizione del divieto di sponsorizzazione esplicita dello sport
italiano, intanto si è inventato una nuova lotteria, denominata “Win for Italia
Team”, per tentare di ripianare i debiti di quell’altro “azzardo” che sono le
Olimpiadi di Milano-Cortina.
Cosa c’è per aumentare le tutele anche economiche a favore di quei lavoratori
stranieri presenti sul nostro territorio che decidano di ribellarsi allo
sfruttamento, denunciando i propri aguzzini? Nulla! Anzi la marginalizzazione
dei lavoratori irregolari aumenta se possibile la loro invisibilità e quindi la
forza di intimidazione delle organizzazioni criminali che ne abusano. La
maggioranza ha addirittura cercato, fallendo (per ora), di introdurre uno scudo
legale per quelle aziende del lusso che, girandosi dall’altra parte, fanno finta
di non sapere che molto del loro profitto è fondato proprio su quello
sfruttamento.
Luccicano poi in fondo al “secchio” della legge di bilancio due misure da mezzo
milione di euro l’una dedicate ad interventi culturali di promozione della
legalità ed in particolare alle commemorazioni del centenario della nascita di
Pio La Torre, assassinato da Cosa Nostra il 30 aprile del 1982, alla vigilia del
comizio che avrebbe tenuto per il Primo Maggio, nel quale avrebbe tracciato
ancora una volta un futuro verso il quale “marciare” molto diverso da quello
tanto caro alla seconda carica dello Stato.
L'articolo La parola d’ordine per questa manovra sul fronte mafie è ‘convivere’
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo racconta Franco Maresco nel film “Belluscone – Una storia italiana” e lo dice
Kid Yugi nell’ultimo album di Noyz Narcos: in Italia, la criminalità organizzata
ascolta neomelodico. E infatti, il coordinamento regionale della Basilicata e il
presidio Vulture Alto Bradano di Libera hanno pubblicamente chiesto alle
istituzioni di prendere provvedimenti per il concerto del cantante neomelodico
Daniele De Martino, nome d’arte di Antonino Galluzzo, che il 20 dicembre si
esibirà a Venosa, in provincia di Potenza. “Con il rispetto profondo che
nutriamo per la libertà artistica e di espressione, valore costituzionale che
Libera ha sempre difeso, auspichiamo che le istituzioni, in linea con quanto
accaduto in altre realtà, sappiano assumere i provvedimenti ritenuti necessari
in relazione al contesto”, sottolinea l’associazione antimafia in una nota
pubblica.
In più occasioni le autorità e le amministrazioni comunali hanno vietato al
cantante di esibirsi in pubblico a causa dei testi che inneggiano alla
criminalità, istigano alla delinquenza e alimentano la mentalità mafiosa: il
questore di Latina aveva sottolineato che le canzoni di De Martino “veicolano
messaggi espliciti contro i collaboratori di giustizia e sono espressione di
solidarietà al sistema delle mafie”.
Chi è Antonino Galluzzo – È nato nel 1995 a Palermo. Oltre ai suoi testi, il
cantante è stato citato per i legami con Cosa nostra. Qualche anno fa, il
giornalista Salvo Palazzolo di Repubblica aveva pubblicato delle foto in cui De
Martino baciava sulla guancia il boss Francolino Spadaro durante il funerale del
padre Tommaso detto “Masino“, arrestato da Giovanni Falcone per contrabbando e
poi condannato all’ergastolo per essere il mandante dell’omicidio di Vito
Ievolella, il maresciallo dei carabinieri ucciso a Palermo il 10 settembre 1981.
Quest’anno la Guardia di finanza ha perquisito la casa dei genitori a Palermo e
l’abitazione in Campania di De Martino, a cui sono stati sequestrati 220mila
euro tra contanti, gioielli e Rolex per i redditi non dichiarati. A tradire il
cantante neomelodico sono stati anche i contenuti pubblicati sui profili social,
in cui De Martino ostentava lo stile di vita consentitogli dai concerti in nero
e spesso abusivi, per evitare i divieti delle autorità. Secondo la verifica
delle fiamme gialle per il periodo 2016-2022, il cantante avrebbe percepito
compensi per 850mila euro.
Libera sottolinea l’importanza della cultura e dell’arte, lanciando l’appello
“di non girarci dall’altra parte, di denunciare la pericolosità di messaggi che
tendono a ribaltare i valori costituzionali di democrazia, legalità e
giustizia”, e aggiunge che “Venosa, come tutta la Basilicata, merita eventi
culturali che uniscano, che generino senso critico, che aprano spazi di libertà
autentica e non ambigua”.
L'articolo “Esprime solidarietà alle mafie”: Libera contro il concerto del
cantante neomelodico Daniele De Martino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Estorsione, usura, associazione mafiosa e truffa ai danni dello Stato. Sono
alcune delle accuse con le quali il giudice per le indagini preliminari del
Tribunale di Lecce Alberto Maritati ha emesso 13 arresti in carcere e un’altra
misura di custodia cautelare, eseguite dai carabinieri di Brindisi nella stessa
provincia e in quelle di Lecce e Chieti, nei confronti di altrettanti soggetti
ritenuti affiliati al clan della Sacra corona unita “Pasimeni-Vitale-Vicentino”,
egemone nella città di Mesagne, dove l’associazione mafiosa pugliese affonda le
sue radici.
Nell’inchiesta della pm antimafia di Lecce, Carmen Ruggiero, sono contestati, a
vario titolo, anche i reati di concorso esterno, lesioni personali, detenzione
d’armi da sparo e associazione a delinquere finalizzata al traffico di
stupefacenti. Il giudice ha anche disposto il sequestro di un immobile e di
un’attività commerciale – per un valore di circa 600mila euro – che sarebbe
servita come base logistica e operativa del clan. Tra gli arrestati figura
Daniele Vicientino, detto “Il Professore”, volto storico della Scu mesagnese.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, a impartire gli ordini ai presunti
capi dei sottogruppi sarebbe stato il capo dell’organizzazione direttamente dal
carcere. Le indagini sono partite dal Nucleo Investigativo brindisino tra il
giugno 2020 e il giugno 2022, a seguito del ritorno in libertà di uno dei
presunti leader dell’organizzazione, Tobia Parisi. Stando all’inchiesta, anche
durante il tempo della sua detenzione, sarebbe rimasta pervasiva l’attività del
clan nel territorio interessato, in parte grazie all’aiuto di un soggetto
semi-esterno, operante sul territorio brindisino e al centro di un’altra
indagine della Procura e Squadra Mobile di Brindisi.
L’organizzazione dell’associazione – dalla ricostruzione – sarebbe stata questa:
il capo impartiva direttive dal carcere al nipote, presente nel territorio e
portavoce “ufficiale”. Il clan si sostentava in parte attraverso un codificato
sistema di estorsioni: riscosso il “punto” o “pensiero” dagli spacciatori
nell’area, cioè una sorta di tangente sugli stupefacenti smerciati, i fondi
venivano utilizzati per mantenere il boss e gli affiliati in cella e per
assicurare supporto economico alle loro famiglie. L’organizzazione era dedita
anche all’usura, concedendo prestiti a tassi altissimi, e al riciclaggio di
denaro attraverso reti di scommesse in canali non autorizzati.
Tutto ciò sarebbe stato accompagnato da metodi – chiaramente – non accomodanti:
pestaggi, estorsioni armate ai danni di imprenditori e commercianti e violente
intimidazioni sarebbero solo alcuni dei soprusi scoperchiati dall’indagine.
Sarebbero stati forti anche i rapporti con i capi di altri gruppi della
cosiddetta frangia dei “mesagnesi” e altri leader della Sacra Corona. I vari
vertici concordavano strategie comuni per la gestione di alcuni illeciti,
mantenendo separate le rispettive sfere di competenza territoriale.
L'articolo Brindisi, colpo alla Scu: 13 arresti, nel mirino il clan
Pasimeni-Vitale-Vicentino proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il carabiniere Walter Giustini non ha fatto indagini su Stefano Delle Chiaie,
ma si è limitato a riferire le dichiarazioni di Maria Romeo”. A sostenerlo è
Sonia Battagliese, avvocato del militare, attualmente sotto processo a
Caltanissetta con l’accusa di aver depistato le indagini sulle stragi di Capaci
e via d’Amelio. La legale ha contattato Il Fatto dopo aver appreso delle
dichiarazioni di Salvatore De Luca, procuratore capo della città nissena, in
commissione Antimafia.
A proposito dell’indagine sul ruolo dell’eversione di destra nelle stragi, il
magistrato ha detto di considerare “singolare che si insista su un certo filone
legato alla pista nera. Mi riferisco alla pista di Stefano Delle Chiaie a
seguito delle dichiarazioni rese da Maria Romeo e anche dal luogotenente Walter
Giustini“. E ancora ha ribadito: “Dalle dichiarazioni di Romeo e Giustini e
dalle presunte dichiarazioni del collaboratore Alberto Lo Cicero, che non ci
sono mai state, viene fuori una pista che giudiziariamente vale zero tagliato.
Ripeto: zero tagliato“.
Parole che hanno provocato la reazione della legale del carabinieri. “Prendo
atto di quanto dichiarato dal procuratore De Luca in commissione Antimafia, ma
preciso che il mio cliente, il luogotenente Walter Giustini, non ha mai condotto
alcuna indagine su Stefano Delle Chiaie“, dice l’avvocato Battagliese. “Il 9
maggio del 2022 – prosegue – si è limitato a riferire all’autorità giudiziaria,
cioè allo stesso dottor De Luca, quanto appreso su Delle Chiaie dalla signora
Maria Romeo“.
La questione è complessa e gira attorno al collaboratore di giustizia Alberto Lo
Cicero, autista di Mariano Tullio Troia, boss di Cosa Nostra e simpatizzante
dell’estrema destra noto come ‘u Mussolini. Oggi deceduto, Lo Cicero era
sentimentalmente legato a Maria Romeo, sorella di Domenico, autista di Stefano
Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale. A gestire Lo Cicero quando era
ancora solo un confidente fu proprio Giustini. Interrogato a Caltanissetta il 9
maggio del 2022, il carabiniere raccontò di aver saputo da Lo Cicero in una fase
“antecedente alla strage di Capaci” che Salvatore Biondino era l’autista del
capo dei capi, Totò Riina. Informazioni che Giustini avrebbe poi riportato ai
suoi superiori, cioè i capitani Marco Minicucci e Giovanni Arcangioli, ma anche
al sostituto procuratore Vittorio Teresi.
I racconti di Lo Cicero, ha sostenuto il carabiniere, avrebbero anticipato di
mesi i racconti di Baldassare Di Maggio e avrebbero potuto portare all’arresto
di Riina prima delle stragi. Fu sempre Lo Cicero a parlare di Delle Chiaie? “Non
lui, ma la Romeo ci ha citato i rapporti tra Delle Chiaie e il fratello. Però in
maniera estemporanea. Ci portò delle foto del fratello e Delle Chiaie mi sembra
fosse però un convegno”, ha dichiarato il carabiniere, intervistato da Marco
Lillo sul Fatto Quotidiano nel maggio del 2022. La procura di Caltanissetta,
però, non ha creduto né a Giustini e neanche a Maria Romeo, chiedendo e
ottenendo di processare entrambi per false informazioni ai pm. Il gip Santi
Bologna parla di “reiterate condotte depistanti mediante dichiarazioni false o
calunniose” per “creare una vera e propria cortina fumogena volta a spostare
l’interesse degli inquirenti dall’originario focus investigativo”. L’avvocato
Battagliese, però, puntualizza: “Vedremo come si concluderà il processo, però
devo puntualizzare che il mio assistito non ha mai compiuto indagini dirette o
rilasciato dichiarazioni relative a un ruolo di Delle Chiaie nelle stragi. Tra
l’altro è una pista che non ha mai acceso l’interesse degli inquirenti né
all’epoca dei fatti e neanche oggi”.
L'articolo “Il carabiniere Giustini non ha mai indagato sul ruolo di Delle
Chiaie e le stragi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Maxi-operazione contro i clan mafiosi e il narcotraffico a Palermo. L’inchiesta
– coordinata dalla Dda del capoluogo siciliano guidata dal procuratore Maurizio
de Lucia – ha fatto luce su un vasto traffico di stupefacenti e ha svelato i
nuovi organigrammi di uno dei principali mandamenti mafiosi della città.
50 MISURE CAUTELARI
Eseguite dalla polizia misure cautelari nei confronti di 50 persone: sono
accusate, a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, intestazione
fittizia di beni, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti
e spaccio. Per 19 di loro il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere,
per 6 gli arresti domiciliari mentre per gli altri 25 è stato emesso un
provvedimento di fermo. L’operazione ha visto impegnati oltre 350 agenti della
Polizia di Stato.
“STRETTO RAPPORTO TRA COSA NOSTRA E CAMORRA”
“È stato documentato un rapporto stretto tra i clan mafiosi di Palermo con un
clan della Camorra, da cui la mafia si riforniva per la droga”, ha detto il
procuratore aggiunto di Palermo Vito Di Giorgio nel corso della conferenza
stampa: “Siamo in presenza di organizzazioni fortemente strutturate capaci di
commerciare ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti anche in periodi di
tempo molto brevi”, ha aggiunto. Al centro ci sono due diverse inchieste della
sezione Antidroga della Squadra Mobile, coordinate dalla Dda. Tra ottobre 2022 e
agosto 2023 sono state individuate due le bande di narcos: una faceva base a
Palermo ed era caratterizzato da rapporti molto forti tra gli affiliati legati
da vincoli di parentela: l’altra, invece, operava in Campania e forniva la merce
ai siciliani. Alcuni componenti della banda campana tenevano rapporti con i
palermitani e trattavano anche per conto di un clan camorrista che ha riversato
importati quantitativi di droga non soltanto nella provincia di Palermo, ma
anche in quella di Catania. La seconda indagine dell’Antidroga ha portato alla
scoperta di una cellula criminale palermitana che ha organizzato un grosso
traffico di cocaina, hashish e marijuana tra Palermo e Trapani. La droga sarebbe
arrivata dalla zona di Marsala. Gli indagati apparterrebbero ad ambienti
criminali di rilevante caratura e già indagati per mafia: prova del ruolo svolto
dalle “famiglie” di Cosa nostra nell’approvvigionamento e nello smercio degli
stupefacenti. “Nel corso delle investigazioni, inoltre, sono stati messi a segno
sequestri per un totale di circa due quintali e mezzo di hashish e quattro
chilogrammi di cocaina, con conseguente arresto in flagranza di dodici persone”.
IL MANDAMENTO DELLA NOCE TRA VECCHI E NUOVI BOSS
Il maxiblitz di oggi “dimostra che Cosa nostra è tutt’altro che sconfitta” ha
detto il Procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia nel corso della
conferenza stampa. L’operazione ha colpito anche il mandamento mafioso
palermitano della Noce. L’indagine ha permesso di ricostruire posizioni e ruoli
nelle famiglie mafiose di Noce, Cruillas ed Altarello, e di ricostruire le
attività illecite nel territorio. Il vuoto di potere, generato dagli ultimi
arresti, avrebbe dato spazio a nuovi personaggi intenzionati a scalare le
posizioni di vertice del clan. Oltre agli aspiranti boss nel mirino degli
investigatori sono finiti nomi noti con curricula di tutto rispetto all’interno
di Cosa nostra. Tra loro un anziano boss, in grado di decidere le strategie del
clan. Identificato anche il nuovo capo del mandamento che avrebbe preso il
comando in virtù della sua parentela con un ex reggente: “In linea di continuità
familiare ad una trascorsa gestione, poiché risulta essere imparentato con un
già ‘reggente’, oggi in carcere”. Nelle casse delle cosche – ha accertato
l’indagine – continuano a finire i soldi delle estorsioni: sei quelle messe a
segno a carico di negozi e attività imprenditoriali della zona.
IL CANALE TELEGRAM CON LA FOTO DI SCARFACE
È stata scoperta anche una centrale di smercio virtuale, creata grazie ad un
canale Telegram e ritenuta più sicura dalla banda. Per accreditarsi e far capire
nel settore che i leader erano loro usavano sul profilo aperto sul canale la
foto di Al Pacino nel ruolo di Tony Montana nel film Scarface, dicono gli
investigatori. Gli indagati annotavano scrupolosamente in un “libro mastro” i
soldi incassati col narcotraffico: una contabilità precisa con tanto di appunti
sul tipo di stupefacenti, sui pagamenti delle partite di droga e sui compensi
settimanali di tutti gli associati. Materiale prezioso per gli investigatori.
L'articolo Maxi-operazione antimafia a Palermo, 50 misure cautelari: “Nel
traffico di droga rapporti stretti Cosa nostra-Camorra” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
C’è il caso limite del Comune di Marano, 57 mila abitanti in provincia di
Napoli, che è stato sciolto per condizionamento mafioso ben cinque volte, di cui
tre negli ultimi nove anni. Ma sono tante le amministrazioni locali su cui la
scure della legge varata nel 1991 si è abbattuta a ripetizione. Ventidue Comuni
italiani sono stati sciolti tre volte, per esempio San Luca, paese aspromontano
considerato la culla della ‘ndrangheta, ma che fa 3300 abitanti, certo non tutti
mafiosi o complici. E sono ben 60 quelli sciolti due volte, fra i quali Casal di
Principe, Caivano, Nettuno… Numeri che suonano come un campanello d’allarme: il
commissariamento per mafia funziona davvero, se così spesso si riparte da zero?
Lo Stato può cancellare con un colpo di spugna un risultato elettorale, può
mandare a casa sindaco, giunta, e tutti i consiglieri comunali, di maggioranza e
di opposizione, collusi e no, se poi non riesce a garantire una svolta nel segno
della legalità? Proprio a San Luca, al commissariamento per mafia si è aggiunto
quello per la mancata presentazione di liste elettorali. Non si rischia di
allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica?
Sono le domande che si pone Avviso pubblico, la rete degli enti locali contro le
mafie e la corruzione, che ha presentato a Roma oggi, martedì 2 dicembre, il
dossier Il male in Comune, ricco di dati e proposte per rendere più efficace
questa legge-bandiera del movimento antimafia. Dal 2 agosto 1991 al 30 settembre
2025 sono stati 402 gli scioglimenti di enti locali per infiltrazioni mafiose
decisi dal Consiglio dei Ministri e promulgati da decreti del Presidente della
Repubblica: in media uno al mese, per 34 anni. Tenendo conto dei citati
scioglimenti plurimi, sono stati colpiti 288 Comuni e 6 Aziende sanitarie
provinciali. Solo in 24 casi i giudici del Tar e del Consiglio di Stato hanno
annullato il provvedimento.
Altra nota dolente: ben 62 sindaci di Comuni sciolti sono tornati trionfalmente
sulla poltrona alle consultazioni successive: 31 di nuovo come sindaci, 29 come
consiglieri comunali, due come assessori. C’è poi un dato curioso. Indovinate
quali governi hanno “sciolto” di più, anche in relazione alla loro durata?
Quelli di Gentiloni e Monti, sostenuti da maggioranze trasversali. A proposito:
sull’insieme dei Comuni che hanno subito il provvedimento, il 50% era retto da
maggioranze civiche, il 28% dal centrodestra e il 22% dal centrosinistra.
Gli scioglimenti per mafia non fanno quasi più notizia, salvo qualche sussulto
quando toccano il Nord. Ma il 96% dei casi riguarda le quattro regioni d’origine
delle mafie tradizionali: Calabria, Sicilia, Campania e Puglia. E due terzi sono
concentrati in cinque sole province: Reggio Calabria, Napoli, Caserta, Palermo e
Vibo Valentia. Raramente la politica nazionale si scalda. È successo nel 2024
con Bari, quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi insediò una
commissione d’accesso, a seguito di un’indagine antimafia, tre mesi prima del
voto amministrativo che vedeva favorito il centrosinistra (la cosa è finita in
nulla, quasi un anno dopo).
E su quello che succede al termine del commissariamento, di solito cala il
silenzio. “Nel caso dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria lo
scioglimento è stato inutile, in entrambe le occasioni, perché le commissioni
hanno solamente gestito il giornaliero, l’ordinario”, è la testimonianza di
Santo Gioffrè, medico e politico che nel 2015 è stato nominato commissario
straordinario dell’ente. “La situazione che hanno lasciato dopo i due
scioglimenti è rimasta immutata. Il rischio è che il commissariamento assomigli
a una foglia di fico, che non si risolve nessuna delle problematiche
strutturali. È un problema che si riscontra anche con alcuni Comuni”.
“Uno dei tratti ricorrenti in tutti i Decreti di scioglimento e nelle Relazioni
prefettizie analizzate sono le forme di sostegno elettorale da parte di
esponenti della criminalità organizzata“, si legge nel dossier. Qualche esempio?
Ad Aprilia (Latina) “tra i sottoscrittori delle liste figurano esponenti di
famiglie mafiose”; a Quindici (Avellino) è stato costruito “un sistema
fraudolento di false dichiarazioni di residenza per garantire il successo
elettorale”. Stando alle relazioni finali delle commissioni d’accesso, i settori
più condizionati dalle mafie sono gli appalti, la gestione del patrimonio
pubblico, l’urbanistica, il (mancato) contrasto all’abusivismo edilizio.
I motivi per “sciogliere” non mancano, ma secondo Avviso pubblico (e non solo,
vedi MillenniuM n. 95) è ora di mettere mano a una sostanziosa riforma. Del
resto, in quel lontano 1991 quella legge fu varata “di fretta perché, fu la
risposta emergenziale che il Governo dell’epoca diede alla cosiddetta ‘faida di
Taurianova‘”, scrive il sociologo Vittorio Mete. Al culmine della guerra fra due
‘ndrine rivali del paese in provincia di Reggio Calabria, una delle vittime finì
decapitata nella piazza principale. La storia fece il giro del mondo, anche
perché i giornali dell’epoca raccontarono che la testa mozzata venne lanciata in
aria e bersagliata di colpi in un macabro tiro a segno.
Quando emerse che uno dei boss ammazzati era consigliere comunale della
Democrazia cristiana, ecco la corsa ad approvare la nuova normativa. Che,
secondo Mete, “non dà gli strumenti necessari per adempiere alla promessa di
ripristinare la legalità e scacciare dal Comune i mafiosi e altri affaristi. Una
commissione straordinaria – che a dispetto del nome che porta non ha più poteri
di quelli ordinariamente assegnati al Consiglio, alla Giunta e al Sindaco – e
che resta in carica al massimo per un paio di anni, fa quel che può”. Un
“provvedimento tampone” che può avere un’efficacia immediata contro
l’infiltrazione mafiosa, “ma arranca quando si tratta di metter mano alle sue
cause”, chiarisce lo studioso. Così succede che “commissaria oggi, commissaria
domani” i cittadini si stufino e dicano in sostanza: “Governate voi che avete il
bollino dello Stato e lasciateci in pace”. Come a San Luca.
Il dossier, curato da Claudio Forleo e Marco De Pasquale dell’Osservatorio
Parlamentare di Avviso pubblico, raccoglie numerose proposte di riforma. Per
esempio, introdurre la possibilità di licenziare i dipendenti comunali “dei
quali è stata acclarata chiaramente infedeltà e coinvolgimento grave”, scrive
Antonio Reppucci, prefetto e commissario straordinario proprio del Comune di San
Luca. I comuni commissariati per mafia sono spesso in dissesto finanziario, e
per marcare davvero la differenza fra il prima e il dopo lo Stato dovrebbe
fornire “risorse umane e finanziarie” eccezionali. Terminato il
commissariamento, sarebbe poi utile un monitoraggio in collaborazione fra
prefettura, forze di polizia e i nuovi organismi politici eletti.
Altre proposte vanno da una riorganizzazione dei tempi dell’intervento, per non
lasciare un comune per tre mesi nell’incertezza se sarà sciolto o meno, a una
migliore selezione del personale prefettizio, oggi attuata con “criteri
burocratici”, scrivono i giuristi amministrativi Renato Rolli e Dario Samarro,
mentre potrebbe avvenire pescando “da un albo nazionale di commissari
specializzati”, con “competenze specifiche nel contrasto alla criminalità
organizzata”. Il dossier sottolinea infine che i documenti relativi allo
scioglimento e al lavoro dei commissari prefettizi sono riservati. Rendere
pubblici, per quanto possibile, i problemi più seri incontrati nella macchina
comunale e le soluzioni adottate rinsalderebbe il rapporto coi cittadini. Che
spesso vedono i commissari come corpi estranei.
L'articolo Comuni sciolti per mafia, una legge da riformare: “Licenziare i
dipendenti collusi, informare di più i cittadini” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Se da un lato non mancano figure ecclesiastiche che hanno ceduto alla paura o
al compromesso, dall’altro ci sono sacerdoti che, vivendo il Vangelo fino in
fondo, hanno interferito con gli affari e le logiche di potere delle mafie,
pagando talvolta con la vita la loro fedeltà alla giustizia”. A parlare è don
Marcello Cozzi, sacerdote lucano che, impegnato da sempre nella difesa dei più
fragili e nella denuncia delle ingiustizie, ha fatto della sua missione un
cammino dentro le zone d’ombra della società. Nel suo libro Non interferite. Il
sangue dei preti sull’altare delle mafie (Edizioni San Paolo) racchiude le
storie di sacerdoti che non hanno avuto paura della criminalità organizzata,
invitando tutti a non restare indifferenti dinanzi al male che cerca di
infiltrarsi nei luoghi della fede e della vita civile.
Don Cozzi, cosa le ha fatto sentire l’urgenza di scrivere questo libro?
Innanzitutto, la necessità di ricordare che don Pino Puglisi e don Peppe Diana
non sono stati gli unici preti ad essere stati ammazzati dalle mafie, ma anche
tanti altri, dei quali non si conoscono i nomi e le storie. Quindi ci ho tenuto
a restituire dignità a tutti quei preti invisibili che lottano contro le mafie
e, in questa guerra, ci hanno rimesso la vita, non ricordati da nessuno. In tal
modo attesto che c’è sempre stata anche una Chiesa martire, simbolo di quella
foresta che cresce in silenzio a dispetto del rumore di un albero che cade.
Il rapporto tra Chiesa e mafia ha origini fortemente radicate nel passato?
È una storia antica di connivenze, ma anche di contrasti. Affonda le sue radici
nell’antichità stessa del fenomeno mafioso, non solo per la necessità che da
sempre le organizzazioni criminali hanno avuto di accreditarsi anche
culturalmente e religiosamente presso la Chiesa, ma anche per il controllo che
hanno voluto esercitare su di essa, come su ogni altra dimensione della società.
Questi sacerdoti che, sin dall’Ottocento, hanno combattuto contro ogni forma di
mafia – e a causa del loro impegno e del loro rifiuto di ogni compromesso sono
stati ammazzati – hanno rappresentato una sorta di guida per il suo cammino
sacerdotale?
Indubbiamente le storie di don Puglisi e don Diana, nel mio percorso
ecclesiastico, hanno rappresentato un importante punto di riferimento. Però,
quando ho iniziato ad approfondire le storie di questi preti che, già secoli
prima, lottavano contro la prepotenza criminale e mafiosa per difendere poveri e
oppressi di vario tipo, è come se fossi stato travolto da una montagna di
testimonianze sacerdotali che, indubbiamente, mi hanno arricchito non solo per
il loro impegno, ma anche per la loro profonda spiritualità.
Ha deciso di ripercorrere le loro battaglie per celebrarli giustamente, ma anche
per ricordare alle nuove generazioni qual è la strada della giustizia da
intraprendere, per mostrare vite da emulare?
Indubbiamente sì, urge diffondere la cultura della legalità e della solidarietà
tra i giovani. Ma non nascondo che mi piacerebbe far conoscere queste storie
anche all’interno del mondo ecclesiale, per dimostrare che non esistono preti
antimafia. Sono preti e basta, come diceva don Puglisi, che hanno semplicemente
vissuto e annunciato il Vangelo della liberazione dall’oppressione mafiosa, e
per questa interferenza sono stati ammazzati.
Nel suo piccolo sente di aver raccolto il loro testimone?
Non spetta a me dirlo, però finora ho vissuto il Vangelo come impegno al fianco
delle persone svantaggiate, quindi sento di far parte della stessa grande storia
che mira ad annunciare la liberazione. Qui in Basilicata la presenza mafiosa non
si percepisce nel modo più convenzionale, quindi è più complesso l’impegno per
l’affermazione della giustizia.
Qual è stato l’avvenimento che ha avviato questo suo impegno?
In particolar modo, l’incontro, nel 1991, con una ragazza che si faceva di
eroina. Un giorno, raccontandosi, mi mise per iscritto l’organigramma di chi le
procurava la droga, le piazze di spaccio, i nomi di chi stava all’apice. In quel
momento ho capito che non potevo approcciarmi al problema della
tossicodipendenza solo dal punto di vista del disagio sociale, dovevo mettere
mano a quella macchina nascosta che speculava sulla fragilità di tanti giovani.
La droga era ed è un business di mafia, non potevo voltarmi dall’altra parte.
In quello stesso anno, quando era prete da meno di un anno, incontrò anche una
vittima di usura.
Sono certo che il Padreterno, attraverso certi incontri, ci indichi la rotta. Ai
tempi non sapevo niente di usura, ma percepii subito che quella persona non era
libera, viveva oppressa dai debiti e strangolata da chi approfittava della sua
condizione di fragilità. Sentii che quella persona mi apparteneva e con lei
tutti quelli che vivevano quella schiavitù.
Per tale motivo, anni dopo, ha fondato la Fondazione antiusura “Interesse uomo”?
In seguito a quell’incontro e ad altre storie simili, in collaborazione con la
Provincia di Potenza, nel 2002, costituii questa fondazione che, attraverso
sportelli attivi in tutta Italia, aiuta economicamente coloro che non hanno più
accesso al credito ordinario – soprattutto imprenditori e commercianti –
evitando che finiscano nella morsa degli usurai.
Volge lo sguardo anche all’educazione alla legalità, infatti ha fondato e guida
l’Istituto di ricerca e formazione interdisciplinare sulle mafie. Qual è il suo
obiettivo?
L’Irfi è nato due anni fa, con la benedizione del cardinale Mimmo Battaglia, con
l’intento di aiutare le nostre Chiese, particolarmente nel Sud Italia, ad
affrontare i fenomeni mafiosi. Non si tratta solo di avviare ricerche sul
rapporto tra Vangelo e religiosità mafiosa, ma creiamo anche strategie pastorali
affinché, in certi contesti particolarmente aggrediti dalla presenza mafiosa, le
comunità parrocchiali e gli stessi preti possano essere sostenuti.
È impegnato anche nell’accompagnamento spirituale dei collaboratori di
giustizia. Com’è iniziato questo percorso?
Nel 2000, ricevetti una telefonata dalla compagna di un collaboratore di
giustizia che voleva parlarmi, da lì è partito questo mio delicato impegno. In
questi anni avrò incontrato più di un centinaio di collaboratori di giustizia,
tutte storie diverse, segnate da violenza e morte. Per me è importante che
questi accompagnamenti siano un incontro tra umanità, non per mettere la
bandierina della redenzione a un peccatore incallito che mi chiama per essere
confessato. Ho imparato ad ascoltare e a non fermarmi alla superficie, con la
consapevolezza di avere davanti una persona che, nel ridurre a brandelli
l’umanità di altri, ha distrutto anche la propria. Sono sempre più convinto che,
per rendere efficace la lotta alla mafia, bisogna scendere in quell’inferno,
parlare con il suo ventre molle, incontrare queste persone normali che hanno
commesso azioni mostruose, senza mai smettere di chiedersi il motivo. Proprio
come feci con uno dei più noti pentiti, Giovanni Brusca.
Secondo la sua esperienza, cosa servirebbe per annientare l’”interferenza” tra
Chiesa e mafia e far prevalere la giustizia?
Una volta a un collaboratore di giustizia calabrese chiesi cosa, secondo lui,
avrebbe potuto fare la Chiesa per contrastare le mafie. Mi rispose che dobbiamo
parlarne di più, dobbiamo denunciare maggiormente, in quanto loro spesso hanno
approfittato dei nostri silenzi e a volte li hanno percepiti come consensi.
Dobbiamo uscire da certe ambiguità, andando nelle periferie. Credo che, oggi più
di prima, la Chiesa sia chiamata a stare qui, dove, come diceva Papa Francesco,
c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni.
L'articolo “Un pentito mi disse: la più grande arma contro la mafia? Parlatene
di più”: la Chiesa che si batte contro la criminalità nel libro di don Marcello
Cozzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Bologna va in onda la seconda giornata del convegno sul Diritto alla Verità,
organizzato dal movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino. “Il
diritto alla verità deve essere affermato a livello normativo”, ha detto il
fratello del magistrato ucciso in via d’Amelio al Fatto Quotidiano. Dopo la
prima giornata segnata dagli interventi di Roberto Scarpinato, di Gaetano
Azzariti e della vicedirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva (si possono
rivedere qui), all’interno della Sala Borsa si confronteranno avvocati come
Fabio Anselmo, magistrati come Luca Tescaroli, storici come Angelo Ventrone.
Alla fine della giornata, l’intervento dei familiari delle vittime della mafia e
terrorismo e dell’avvocato Fabio Repici. Il convegno gode del patrocinio del
comune di Bologna. Trasmettiamo in diretta la seconda giornata dell’evento.
DOMENICA 30 NOVEMBRE 2025
ore 9.30 – Avvocati – Coordinatore Fabio Repici (Avvocato):
* Fabio Anselmo – Avvocato;
* Giancarlo Maniga – Avvocato;
* Ettore Zanoni – Avvocato.
ore 11.30 – Magistrati – Coordinatrice Elena Marchili (Magistrato Ordinario in
Tirocinio):
* Roberto Giovanni Conti – Consigliere presso la Corte di Cassazione;
* Giuseppe Gennari – Giudice presso il Tribunale di Milano;
* Raffaello Magi – Consigliere presso la Corte di Cassazione;
* Luca Tescaroli – Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Prato.
ore 13.30 – pausa pranzo
ore 15.30 – Storici – Coordinatrice Antonella Beccaria (Giornalista e Storica):
* Davide Conti – Storico e consulente della procura di Bologna e di Brescia;
* Antonella Salomoni – Professoressa ordinaria di Storia della Shoah e dei
genocidi presso l’Università di Bologna;
* Angelo Ventrone – Professore ordinario di Storia contemporanea presso
l’Università di Macerata;
* Cinzia Venturoli – Professoressa a contratto di Storia contemporanea presso
l’Università di Bologna.
ore 17.30: intervento di Daniela Marcone – Vicepresidente di Libera
ore 17.40 – Familiari delle vittime – Coordinatore Nino Morana (nipote di Nino
Agostino):
* Sergio Amato – Figlio del Magistrato Mario Amato;
* Salvatore Borsellino – Fratello del Giudice Paolo Borsellino e Fondatore del
Movimento Agende Rosse;
* Daniele Gabbrielli – Vice-presidente dell’Associazione tra i familiari delle
vittime della strage di via dei Georgofili;
* Sonia Zanotti – Sopravvissuta alla strage di Bologna.
Fabio Repici – Proposte conclusive e progetto normativo all’esito del confronto
e delle idee raccolte
Salvatore Borsellino – Conclusioni del convegno e messaggio alla società e alle
istituzioni
L'articolo Diritto alla verità, la diretta tv del convegno delle Agende rosse di
Borsellino con Anselmo, Tescaroli e Repici proviene da Il Fatto Quotidiano.