La vittoria dei Verdi a Gorton and Denton segna un momento storico per il
partito guidato da Zack Polanski. La candidata dei Verdi Hannah Spencer, 34
anni, idraulica e consigliera locale, ha conquistato il seggio con 14.980 voti,
pari al 40,7%, ottenendo una maggioranza di oltre 4.000 preferenze. Reform UK si
è piazzato secondo con 10.578 voti (28,7%), mentre il Labour ha non solo perso
una delle sue roccaforti, ma è arrivato addirittura terzo con 9.364 voti
(25,4%). È una vittoria che ha molte ragioni: la principale è la disaffezione
degli elettori di Sinistra nei confronti del Labour di Keir Starmer. La seconda
è il carisma personale e politico del leader dei Verdi.
Zack Polanski, eletto segretario unico nel settembre 2025 con l’85% dei consensi
interni, ha impresso al partito un’impronta eco-populista: audace nei toni,
anti-elite, ma ancorata a proposte concrete. Sotto la sua guida le iscrizioni
sono schizzate da circa 65.000 a oltre 180.000 membri, superando Conservatori e
Liberal Democrats. Polanski ha da subito rinnovato la comunicazione, attraverso
podcast come Bold Politics e una presenza attiva sui social, dove alterna video
brevi, umorismo e appelli alla speranza contro le divisioni.
Il programma dei Verdi, basato sul manifesto del 2024 e rafforzato dalla linea
di Polanski, intreccia ecologia e giustizia sociale in un piano che ricorda, per
ambizione, il programma di Jeremy Corbyn del 2019 . Propone una wealth tax
dell’1% sui patrimoni individuali oltre 10 milioni di sterline e del 2% oltre il
miliardo, per generare decine di miliardi da destinare a servizi pubblici. Sul
fronte sanitario, prevede un investimento extra di 8 miliardi annui per l’NHS,
con l’obiettivo di ridurre le liste d’attesa, garantire l’accesso a dentisti e
cure mentali entro tempi certi e aumentare gli stipendi del personale. Per
l’housing sociale, l’impegno è costruire 150.000 nuove case all’anno, introdurre
controlli sugli affitti e dare ai consigli locali poteri per requisire immobili
vuoti o inutilizzati.
La transizione energetica punta a decarbonizzare il sistema con 40 miliardi
annui di investimenti. L’obiettivo è il 70% di elettricità da Energia eolica
entro il 2030, l’uscita dal nucleare e la creazione di posti di lavoro
nell’economia sostenibile, con lo scopo di abbassare le bollette. Nel settore
dell’istruzione, i Verdi chiedono l’abolizione delle tasse universitarie, il
ripristino delle borse di studio, pasti scolastici gratuiti per tutti i bambini
e un aumento di fondi per scuole e formazione professionale, con enfasi sulla
sostenibilità e la lotta alla crisi climatica. In politica estera il partito è
l’unico che si è differenziato nettamente dal sostegno ad Israele: Polanski,
ebreo, chiede un embargo immediato sulle armi a Tel Aviv, condanna le azioni a
Gaza come esempi di genocidio, appoggia le indagini internazionali sui crimini
di guerra e promuove il riconoscimento dei diritti dei palestinesi.
Queste proposte hanno allargato rapidamente la sua base elettorale. I Verdi
raccolgono consensi forti tra i giovani (fino al 37-45% tra under-30 e picchi al
45% tra 18-24enni), attratti dal dibattito su temi che finalmente li riguardano,
come il clima, il costo della vita, i diritti LGBTQ+ e l’opposizione
all’austerity. Cresce il sostegno anche tra le classi lavoratrici e I
professionisti urbani, delusi dai dietro fronti laburisti sulle promesse
elettorali e dalla gestione del conflitto a Gaza. A Gorton e Denton circa il 28%
della popolazione è musulmana, con picchi del 60% in alcuni quartieri. Sembrava
essere il terreno ideale per la propaganda islamofoba della destra di Reform,
che si aspettava il trionfo. Invece i Verdi hanno mobilitato la comunità con
posizioni chiare e appelli all’unità contro le divisioni su base religiosa e
razziale, facendo molta leva sulla complicità del governo Starmer nel massacro a
Gaza, con slogan come “make Labour pay”.
La campagna ha puntato al coinvolgimento degli elettori musulmani: volantini in
urdu, presenze alle moschee, endorsement da influenti associazioni musulmane, e
dichiarazioni di Spencer (“Siamo tutti umani, più simili di quanto sembri”)
hanno attivato comunità e spaccato il fronte laburista. Una strategia adattata
al contesto locale, ma che appare premiata anche dalle proiezioni nazionali.
Oggi i Verdi oscillano tra il 13-15% nei sondaggi (con picchi superiori in
alcuni rilevamenti). Alle amministrative di maggio 2026, con oltre 4.800 seggi
in palio in Inghilterra, il partito potrebbe raddoppiare o triplicare i
consiglieri, soprattutto nelle aree urbane e tra i giovani.
In un panorama politico frammentato, i Verdi non rappresentano più una nicchia:
propongono un’alternativa verde, inclusiva e concreta che unisce urgenza
climatica a lotta contro le disuguaglianze, offrendo speranza in un’epoca di
sfiducia diffusa. L’onda partita da Gorton and Denton potrebbe ridisegnare il
futuro britannico, non tanto con un’improbabile vittoria elettorale alle
politiche, ma con l’indebolimento dei laburisti e la conseguente vittoria di
Reform nel 2029.
I dati e le proiezioni recenti suggeriscono un rischio concreto, anche se non
inevitabile, con i Verdi che fungono da catalizzatore per un rimescolamento del
panorama politico britannico. Nel frattempo, Reform UK domina i rilevamenti:
secondo una proiezione di gennaio il partito di Nigel Farage potrebbe ottenere
381 seggi, con una maggioranza assoluta di 112, Labour a 85 e Conservatori a 70,
mentre i Verdi salgono a 9. Il meccanismo è chiaro: i Verdi stanno
cannibalizzando il Labour nei seggi urbani e progressisti, dove temi come la
wealth tax sui miliardari, la transizione energetica e la condanna del
“genocidio” a Gaza hanno grande richiamo. Un diverso sondaggio, di pochi giorni
fa, disegna un quadro ancora più inedito: il partito di Polanski potrebbe
ottenere 56 seggi, tutti sottratti al Labour, lasciando il partito di Keir
Starmer con soli 79 seggi.
L'articolo Regno Unito, come Zack Polanski ha trasformato i Verdi in una
formazione eco-populista che raccoglie consensi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Labour
Un anno e mezzo dopo l’ascesa trionfale al governo di Keir Starmer, con la
schiacciante vittoria elettorale del 4 luglio 2024, l’esecutivo è in una crisi
profondissima anche con il proprio elettorato, e le frizioni sembrano aver
trasformato in un covo di vipere persino il cerchio magico di Downing Street. Un
briefing anonimo contro il ministro della Salute Wes Streeting ha scoperchiato
tensioni interne all’esecutivo: Streeting è accusato dai fedelissimi del premier
di volerlo rimpiazzare. In un partito già lacerato questo episodio, e il modo in
cui è stato gestito, amplificano le crepe e pongono seri interrogativi sulla
tenuta della leadership di Starmer.
Cosa è successo? La crisi è precipitata martedì 11 novembre, quando briefings
filtrati alla stampa britannica – ripresi dal Times e dal Telegraph – hanno
dipinto Streeting come un “king in waiting”, un impaziente aspirante al trono,
pronto a lanciare una sfida per la guida del Labour ora che il consenso di
Starmer è a picco. Le indiscrezioni, attribuite a fonti interne a Downing
Street, lo accusavano di aver coltivato alleanze trasversali per un colpo di
mano, sfruttando il malcontento per le politiche economiche del governo. Ma il
fatto che la Fonte sia dentro l’ufficio del premier fa capirne il nervosismo.
“Hanno tentato di gettare fango contro un possibile rivale”, ha commentato un
insider al New Statesman, definendo l’intera faccenda un “fiasco da manuale” che
ha esposto la paranoia interna al No.10. L’indagine interna, lanciata in fretta
dallo stesso Starmer, si è conclusa in poche ore: “Nessuno del mio staff ha
partecipato”, ha dichiarato il premier, esonerando il suo chief of staff Morgan
McSweeney, artefice della campagna elettorale vincente ma anche dei successivi
errori, e da mesi al centro delle critiche.
La reazione di Wes Streeting è stata abile. Il ministro, 42 anni e un passato da
attivista omosessuale e sindacalista, ha bollato i briefings come “tossici”, un
“comportamento da asilo infantile” che mina la credibilità del governo. In
un’intervista al conservatore Telegraph, Streeting ha negato categoricamente
ogni ambizione: “Non ho piani per sfidare il leader, ma se il premier non
affronta chi ha orchestrato questa farsa, è lui a indebolire se stesso”. Ed
Miliband, segretario per l’Energia e alleato di ferro di Starmer, ha rincarato
la dose: “Keir licenzierà chiunque sia responsabile, ne sono certo”. Streeting,
che gode di popolarità trasversale per le sue riforme sanitarie, emerge da
questa tempesta non come un traditore, ma come una vittima credibile e
responsabile. Cioé un possibile rimpiazzo.
Keir Starmer, dal canto suo, ha liquidato le voci come “false e distruttive”,
assicurando: “Combatterò qualsiasi tentativo di sostituirmi”. Ha poi confermato
la fiducia in McSweeney, nonostante le pressioni per un rimpasto, e si è scusato
personalmente con Streeting in una telefonata. Ma la rapidità dell’indagine sa
di whitewash, come titola il Guardian: “Starmer ha protetto i suoi, ma ha perso
autorevolezza”. Questo episodio non è un incidente isolato: è l’ennesimo smacco
per un premier invischiato in una cultura di “veleno interno”, come la definisce
la BBC.
Perché questo leak ha ulteriormente indebolito Starmer? In primo luogo, espone
una leadership fragile, incapace di gestire il dissenso senza ricorrere a
tattiche da tabloid. Il premier, che ha promesso “cambiamento” ma ha tradito
molte aspettative con tagli alla spesa pubblica e un’agenda verde diluita, ha
sperperato l’enorme capitale politico con continue e umilianti marce indietro
sulle proprie decisioni. Per il New York Times si tratta di una “lotta
fratricida pubblica” che ha forzato un dibattito aperto su una possibile
sostituzione.
Lo scenario politico è precarissimo. Fra due settimane, il 26 novembre, Rachel
Reeves presenterà l’Autumn Budget: un documento atteso come un salvagente, ma
minacciato da previsioni di crescita anemica (0,7% per il 2026, secondo l’Office
for Budget Responsibility) e da una pressione fiscale record, con possibili
aumenti delle tasse. Poi ci sono le amministrative del 1° maggio 2025, con il
rinnovo di 23 comuni, quattro governatori regionali e oltre 1.600 seggi
comunali. Un test per il governo e si annuncia come un bagno di sangue. I
sondaggi sono impietosi: il consenso per Starmer era a -59% a settembre, il
minimo storico per un premier, schiacciato dal sorpasso di Reform UK e dal balzo
dei Verdi.
E il partito ribolle. I deputati laburisti accusano Starmer di “disprezzo” verso
di loro, mai consultati prima di annunciare nuove, controverse misure. I
possibili sfidanti? Streeting resta il frontrunner: giovane, telegenico, con un
appeal centrista che potrebbe attrarre anche i Tory disillusi. Ma non è solo:
Angela Rayner, vicepremier e sindacalista tosta, costretta alle dimissioni da
uno scandalo tributario ma popolare; Ed Miliband, alleato di Starmer ma con una
identità autonoma; Shabana Mahmood, oggi ministro degli Interni, e Lucy Powell,
appena eletta come vice di Starmer proprio perché lo critica. Di sicuro, gli
avversari interni stanno scaldando i motori.
L'articolo Regno Unito, il premier Starmer in crisi e nel Labour è iniziata la
faida per rimpiazzarlo: il caso Streeting proviene da Il Fatto Quotidiano.