Tag - Keir Starmer

Ambulanze incendiate a Londra, attacco nella comunità ebraica di Golders Green. Starmer: “Sconvolgente”
Un incendio doloso ha colpito nella notte il quartiere di Golders Green, nel nord di Londra, dove si trova una delle più grandi comunità ebraiche della capitale britannica. Quattro ambulanze appartenenti a un’organizzazione di volontariato per il soccorso sono state date alle fiamme in quello che la polizia sta trattando come un attacco antisemita. Le esplosioni, avvertite intorno all’1.40 di notte, hanno svegliato numerosi residenti della zona. Sul posto sono intervenute sei autopompe e circa 40 vigili del fuoco, che hanno lavorato per domare il rogo, dichiarato sotto controllo intorno alle 3 del mattino. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le ambulanze appartenevano all’organizzazione Hatzola Northwest. Le immagini delle telecamere di sorveglianza avrebbero ripreso tre persone con il volto coperto mentre si avvicinano a uno dei mezzi e appiccano l’incendio. La Metropolitan Police Service ha confermato che l’episodio è trattato come un crimine d’odio a sfondo antisemita. È stata avviata una caccia all’uomo per identificare e fermare i tre sospetti. Sull’accaduto è intervenuto anche il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha condannato duramente l’episodio: “Si tratta di un incendio doloso a sfondo antisemita profondamente sconvolgente”. “Il mio pensiero va alla comunità ebraica che si sveglia stamattina con questa orribile notizia. L’antisemitismo non ha posto nella nostra società. Chiunque abbia informazioni è pregato di contattare la polizia”. Per motivi di sicurezza, alcuni residenti sono stati evacuati in via precauzionale durante le operazioni di spegnimento. L'articolo Ambulanze incendiate a Londra, attacco nella comunità ebraica di Golders Green. Starmer: “Sconvolgente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Keir Starmer
Antisemitismo
Londra
Epstein file, Starmer non parlò mai con Mandelson prima della nomina. E al futuro ambasciatore negli Usa vennero poste solo tre domande
Il caso Mandelson resta una mina per Keir Starmer. Nel dicembre 2024 il premier laburista nomina Peter Mandelson, storico esponente del New Labour ed ex commissario Ue al Commercio, ambasciatore britannico negli Stati Uniti. La scelta mira a sfruttare l’esperienza “unrivalled”, senza paragoni, di Mandelson per gestire il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e rafforzare la “special relationship” in un momento di protezionismo e tensioni globali. Invece diventa una ferita aperta che continua a sanguinare, e contribuisce ad indebolire un governo già con un piede fuori dalla porta di Downing Street. La vicenda ruota attorno ai legami di Mandelson con Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per reati sessuali su minori e morto in carcere nel 2019. Rapporti che non si erano interrotti dopo la prima condanna del 2008 per sollecitazione della prostituzione minorile: documenti e email emersi negli ultimi mesi mostrano contatti continuati, inclusi soggiorni nella casa di Epstein a New York nel 2009 (mentre era in carcere) e scambi di informazioni sensibili, con Mandelson che fa da insider trader di scelte economiche classificate del governo britannico di Gordon Brown. Starmer annuncia la nomina il 20 dicembre 2024. Pochi giorni prima, il Cabinet Office aveva compilato un “due diligence checklist” che segnalava esplicitamente un “general reputational risk”, un rischio reputazionale, legato alla relazione di Mandelson con Epstein, citando articoli e report preesistenti. Il premier ha ammesso di aver saputo di questi legami, ma sostiene di essere stato ingannato sulla loro profondità e continuità. In Parlamento, il 10 settembre 2025, ha garantito che era stato seguito un “full due process”, la procedura prevista per le verifiche dei candidati ad un incarico pubblico. Eppure, documenti rilasciati di recente dalla Commissione Parlamentare che indaga sui fatti e un’esclusiva odierna di The Times dipingono un processo decisionale opaco e affrettato. Starmer non parlò mai direttamente con Mandelson prima della nomina. Delegò il controllo sui legami con Epstein a due figure fidate e vicine a Mandelson: Morgan McSweeney (allora chief of staff di Downing Street, amico personale e pupillo di Mandelson, dimessosi poi nel febbraio 2026 come capro espiatorio del fiasco) e Matthew Doyle (direttore della comunicazione del premier, che ammise di aver socializzato con Mandelson proprio in quel periodo). A Mandelson vennero poste solo tre domande sul rapporto con Epstein. McSweeney non espresse giudizi sulle risposte; Doyle le giudicò “soddisfacenti”. Il National Security Adviser Jonathan Powell definì il processo “weirdly rushed”, stranamente affrettato in conversazioni successive. Riserve vennero espresse anche da Sir Philip Barton (ex permanent secretary al Foreign Office) e da Dame Karen Pierce (ambasciatrice uscente a Washington), diplomatica apprezzatissima, che aveva più volte segnalato il rischio politico negli Usa. Mandelson è rimasto in carica solo sette mesi: è stato rimosso nel settembre 2025 dopo l’emergere di email che dimostravano legami più stretti di quanto dichiarato. Ha ricevuto un’indennità di 75.000 sterline dai contribuenti. Ne aveva chiesto 500mila. Resta sotto indagine della Metropolitan Police per presunta cattiva condotta in un ufficio pubblico, ma ha affidato la propria difesa allo studio Mishcon de Reya, noto per la sua aggressività processuale. Dice di aver risposto con accuratezza e di non aver agito per guadagno personale, ma il conflitto di interessi sembra palese: durante il viaggio ufficiale a Washington di Starmer organizzò una visita agli uffici di Palantir, il colosso della Difesa con cui poco dopo il governo britannico ha firmato contratti miliardari. Palantir era clienta di Global Counsel, la società di consulenza fondata da Mandelson e dismessa a febbraio, dopo la sua caduta. Starmer ha chiesto scusa alle vittime di Epstein, assumendosi la responsabilità della nomina di Mandelson. Ma le rivelazioni recenti ne erodono ulteriormente la credibilità. Politicamente, il danno è strutturale. Starmer aveva costruito la sua immagine, e vinto le elezioni, su un messaggio di cambiamento, rigore, trasparenza e rottura con gli scandali Tory. Nominare un ambasciatore politico in una destinazione sensibile, rompendo con la prassi di privilegiare diplomatici di carriera e minimizzando o non approfondendo i tanti campanelli d’allarme, appare un errore di giudizio aggravato da una gestione ristretta a una cerchia personale. I conservatori chiedono dimissioni; voci interne al Labour parlano di arroganza e di una gestione autoritaria del partito, e le recenti sconfitte elettorali suggeriscono che il leader laburista possa avere le settimane contate. L'articolo Epstein file, Starmer non parlò mai con Mandelson prima della nomina. E al futuro ambasciatore negli Usa vennero poste solo tre domande proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Jeffrey Epstein
Keir Starmer
Regno Unito
Starmer chiede scusa su Mandelson, ma i Tory lo accusano di insabbiamento e chiedono un’inchiesta
“Sono io ad aver commesso un errore, e sono io a porgere le mie scuse alle vittime di Epstein“. Keir Starmer interviene dopo l’uscita dei documenti che riguardano la nomina di Lord Mandelson e prova a spegnere il caso. Impresa che risulta al momento improbabile. Mentre il suo portavoce è dovuto intervenire per respingere le accuse di insabbiamento nella rivelazione dei documenti relativi alla nomina avanzate dalla leader dell’opposizione conservatrice Kemi Badenoch, i Tory hanno puntato il dito contro due sezioni dei file, riservate ai commenti del primo ministro laburista sull’incarico all’ex ambasciatore a Washington, che risultano vuote, avanzando il sospetto di una censura. Badenoch ha dichiarato che, in base alla sua esperienza passata di ministra, si sarebbe aspettata di vedere delle annotazioni di sir Keir che spiegassero la sua decisione di scegliere l’ex eminenza grigia come inviato britannico negli Usa di Donald Trump, ancora di più alla luce degli avvertimenti fatti da diversi alti funzionari al premier sugli scheletri nell’armadio di Mandelson. “Respingo l’ipotesi di un insabbiamento. Il governo ha rispettato pienamente le procedure”, ha detto ai giornalisti il portavoce di Starmer. I sospetti di insabbiamento – Intanto l’opposizione conservatrice si è anche rivolta formalmente a sir Laurie Magnus, responsabile dell’autorità etica indipendente chiamata a sorvegliare sul rispetto degli standard di condotta governativi, per sollecitare l’apertura di un’inchiesta amministrativa ad hoc sul premier e sul suo ufficio di gabinetto. L’accusa è – nero su bianco – quella di “un potenziale insabbiamento” di alcuni dei file del materiale che l’esecutivo si era impegnato a divulgare in questa prima tranche, su precisa indicazione della Camera dei Comuni: cosa che configurerebbe un “oltraggio al Parlamento“. A mancare all’appello non sarebbero infatti solo le specifiche carte mantenute riservate come previsto per non intralciare l’indagine giudiziaria aperta dalla polizia su Mandelson. Bensì anche possibili annotazioni e risposte a messaggi scritte di proprio pugno dallo stesso Starmer o dal suo potente capo dello staff Morgan McSweeney (costretto a sua volta a dimettersi sulla scia dell’ex ambasciatore per la stretta vicinanza a Mandelson), di cui non è emersa alcuna traccia: essendo il file che li riguarda risultato singolarmente vuoto. Downing Street ha negato già ieri qualunque insabbiamento, ma limitandosi ad assicurare d’aver seguito “le procedure”: senza rispondere nel dettaglio ai sospetti di media e opposizioni. Il caso Mandelson – Secondo il Guardian, che cita fonti governative di alto livello, Starmer potrebbe vedersela con nuove dimissioni non appena i messaggi WhatsApp di Mandelson saranno pubblicati. Cosa che non potrà avvenire prima di diverse settimane. I messaggi saranno esaminati dalla commissione parlamentare per l’intelligence e la sicurezza, composta da membri del Parlamento e della Camera dei Lord, che valuterà, per motivi di sicurezza nazionale, quali possono essere divulgati. La pubblicazione era stata richiesta con una mozione parlamentare approvata dai conservatori, dopo che Mandelson era stato licenziato dopo soli nove mesi dal suo incarico di ambasciatore negli Stati Uniti, in seguito all’emergere di nuovi dettagli sui suoi legami con Epstein. L’ex membro del partito laburista è stato arrestato con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio di una carica pubblica, dopo che alcune e-mail provenienti dai file Epstein del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti avrebbero dimostrato che aveva inoltrato informazioni riservate a Epstein mentre era segretario alle imprese nel governo di Gordon Brown. Mandelson aveva negato qualsiasi illecito. I funzionari ritengono che alcuni degli scambi che saranno resi pubblici nella prossima tranche dei file Mandelson saranno sufficientemente dannosi da provocare ulteriori dimissioni. A tutti i ministri di alto livello, ai funzionari pubblici e ai consiglieri speciali è stato chiesto di far esaminare i propri messaggi telefonici, compresi quelli di coloro che non fanno più parte del governo, come l’ex vice primo ministro Angela Rayner, l’ex capo di gabinetto del primo ministro Morgan McSweeney e l’ex direttore della comunicazione Matthew Doyle. L'articolo Starmer chiede scusa su Mandelson, ma i Tory lo accusano di insabbiamento e chiedono un’inchiesta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jeffrey Epstein
Keir Starmer
Epstein Files
Epstein files, Londra costretta a pubblicare i documenti su Mandelson: “Starmer avvertito del rischio reputazionale”
Gli Epstein files si spingono oltre i confini statunitensi. Anche il governo britannico è stato obbligato a pubblicare a partire da oggi i documenti sugli scambi di messaggi e di rapporti avvenuti transitati per Downing Street al tempo della designazione di Lord Peter Mandelson, che ha avuto una stretta frequentazione col defunto faccendiere pedofilo americano amico di vip e potenti. Ed emerge che l’attuale premier Keir Starmer ne fosse a conoscenza. In un rapporto preparato proprio per il primo ministro dal suo ufficio di gabinetto 9 giorni prima della formalizzazione della nomina di Mandelson, annunciata a dicembre del 2024, si fa riferimento all’evidenza di “rischi generali” sulla reputazione del potente ex ministro ed eminenza grigia del New Labour. Si citano inoltra le conclusioni di un’inchiesta di JP Morgan risalente al 2009 in cui si sottolineava “la relazione particolarmente vicina” mantenuta dal futuro ambasciatore con Epstein anche dopo la prima condanna di questi negli Usa per istigazione alla prostituzione di minorenni. Non solo: si faceva riferimento a un documento custodito nei National Archives britannici in grado di certificare almeno un incontro avvenuto fra Tony Blair, allora primo ministro, e lo stesso faccendiere americano “facilitato a suo tempo da Mandelson” in prima persona. Indicazioni che sembrano contrastare con l’autodifesa di Starmer, trinceratosi in Parlamento dietro una presunta consapevolezza non piena sugli scheletri nell’armadio di Mandelson e delle “bugie” che questi gli aveva detto. E su cui è scattata immediatamente la polemica delle opposizioni alla Camera dei Comuni nel dibattito seguito allo statement difensivo affidato dal governo al ministro Darren Jones subito dopo la pubblicazione dei primi documenti. Pubblicazione che per oggi riguarda solo una parte del materiale destinato a essere divulgato. E che porta fra l’altro alla luce carte imbarazzanti pure sulla mega buonuscita che Mandelson ha potuto reclamare all’atto del siluramento: pari a ben 547mila sterline (633mila euro) dopo appena 9 mesi di mandato. Cifra ridotta poi a 75mila sterline, versategli dal Tesoro nel pieno dello scandalo in seguito a una transazione negoziata. Già chiacchieratissima eminenza grigia del New Labour di Tony Blair, Mandelson era stato riesumato da sir Keir per un ruolo di primo piano prima del siluramento forzato dei mesi scorsi. Normalmente i materiali che vengono divulgati in queste ore restano riservati nel Regno Unito, ma il Parlamento ha costretto il governo non solo a pubblicarli, bensì anche a subentrare ad esso – tramite una commissione bipartisan – nella valutazione di documenti che eventualmente verranno lasciati coperti per ragioni di riserbo rispetto alle indagini giudiziarie in corso o di asserita tutela della sicurezza nazionale del Regno. La pubblicazione è prevista in varie ondate, a partire da quella di oggi accompagnata da una illustrazione alla Camera dei Comuni affidata al ministro Darren Jones: braccio destro del premier e coordinatore del suo Ufficio di Gabinetto. Il 72enne Mandelson – sottoposto il mese scorso a un clamoroso fermo di polizia di alcune ore per essere interrogato – resta intanto sotto indagine da parte di Scotland Yard con l’accusa d’aver condiviso con Epstein a suo tempo informazioni governative riservate (e lucrose). Sospetto analogo a quello rinfacciato all’ex principe Andrea nell’ambito di una delle altre inchieste aperte nel Regno in relazione alle ricadute britanniche dello scandalo legato al nome del finanziere newyorchese. L'articolo Epstein files, Londra costretta a pubblicare i documenti su Mandelson: “Starmer avvertito del rischio reputazionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Jeffrey Epstein
Keir Starmer
Epstein Files
Trump attacca di nuovo il Regno Unito per i mancati aiuti nella guerra in Iran. E Londra risponde
Dice che non gliene importa nulla, ma allo stesso tempo precisa che gli alleati “leali sono già dentro”. Donald Trump torna ad attaccare il Regno Unito dopo aver derubricato la levatura di premier Keir Starmer, definito “non certo Winston Churchill”. Mai, nella storia tra due i Paesi, storicamente alleati di ferro nello scacchiere internazionale, si erano vissuti giorni così complicati. All’inquilino della Casa Bianca non è andato giù che il governo inglese non abbia concesso all’esercito statunitense il permesso di utilizzare le basi britanniche per la prima ondata di azioni militari in Iran e ora non risparmia stoccate a Downing Street. “Non mi potrebbe importare di meno”, se gli alleati potessero fare di più per aiutare nella guerra contro l’Iran, ha detto alla Cbs aggiungendo che “possono fare quello che vogliono”. Quindi ha piazzato la stoccata: “Quelli leali sono già dentro”. Quanto al Regno Unito che ha approntato la portaerei HMS Prince of Wales per un possibile dispiegamento in Medio Oriente, Trump ha commentato: “È un po’ tardi per inviare navi, vero? Un po’ tardi”. Già sul social Truth, Trump aveva chiarito che gli Stati Uniti non hanno bisogno delle due portaerei britanniche in Medio Oriente: “Il Regno Unito, un tempo nostro grande alleato, forse il più grande di tutti, sta finalmente prendendo seriamente in considerazione l’invio di due portaerei in Medio Oriente. Va bene, primo ministro Starmer, non ne abbiamo più bisogno. Ma ricorderemo. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre dopo che le abbiamo già vinte”. Una serie di affermazioni che hanno portato alla reazione di Londra. La segretaria di Stato per gli Affari esteri britannica, Yvette Cooper, ha affermato che il suo governo non esternalizzerà la propria politica estera dopo le nuove critiche mosse dal presidente Usa. È importante “imparare la lezione” della guerra in Iraq del 2003 e delle sue conseguenze, quando le forze britanniche combatterono al fianco delle loro controparti statunitensi, ha detto Cooper a Bbc News. “È nostro compito, come governo del Regno Unito, decidere cosa sia nell’interesse nazionale, e questo non significa semplicemente accordarci con altri Paesi o esternalizzare la nostra politica estera ad altri Paesi”, ha affermato. L'articolo Trump attacca di nuovo il Regno Unito per i mancati aiuti nella guerra in Iran. E Londra risponde proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Mondo
Keir Starmer
Regno Unito
Trump critica Starmer e ironizza: “Non stiamo parlando di Winston Churchill…”
Donald Trump ha detto di “non essere contento” dell’atteggiamento del Regno Unito riguardo alla guerra contro l’Iran. “Sono rimasto sorpreso”, ha detto il presidente, ma “non stiamo parlando di Winston Churchill“, ha aggiunto in riferimento al premier Keir Starmer. Parlando nello Studio Ovale, il presidente ha anche attaccato la Spagna e annunciato di avere ordinato al segretario al Tesoro Scott Bessent di “tagliare tutti gli accordi” con Madrid. L'articolo Trump critica Starmer e ironizza: “Non stiamo parlando di Winston Churchill…” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Mondo
Keir Starmer
Il Regno Unito manda i rinforzi a Cipro: una nave ed elicotteri anti-drone
Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha dichiarato che Londra rafforzerà la propria presenza militare nel Mediterraneo orientale. Il premier ha dichiarato che invierà a Cipro il cacciatorpediniere Hms Dragon, oltre a elicotteri dotati di capacità anti-drone. La scelta è giunta dopo un colloquio tra Starmer e il presidente dell’isola mediterranea, Nikos Christodoulides. “Agiremo sempre nell’interesse del Regno Unito e dei nostri alleati”, queste le parole di Starmer per annunciare il potenziamento delle operazioni difensive britanniche nell’area. La Hms Dragon, un cacciatorpediniere Type 45, è l’unico assetto della Marina britannica in grado di intercettare e abbattere missili balistici. Il Guardian sottolinea che la nave, che partirà da Portsmouth intorno alle 22,15 di stasera, dovrebbe impiegare tra i 5 e i 7 giorni per raggiungere Cipro. L’imbarcazione militare, secondo quanto si legge sul sito della Royal Navy, è equipaggiata con missili con sistema Sea Viper, caratterizzati da un radar capace di tracciare e neutralizzare i missili nemici. La scelta di Starmer giunge dopo l’annuncio della Francia di intensificare la presenza militare francese nel Mediterraneo e dopo l’attacco alla base Akrotiri, di proprietà della Gran Bretagna, sull’isola cipriota, che, secondo le prime ricostruzioni, dovrebbe essere stato portato a termine da Hezbollah, grazie all’uso di droni. L'articolo Il Regno Unito manda i rinforzi a Cipro: una nave ed elicotteri anti-drone proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Mondo
Keir Starmer
Elezioni suppletive in Uk: cade il “muro rosso” a Manchester, vincono i Verdi. Batosta per i laburisti, il premier Starmer in crisi
Terremoto politico nel Regno Unito. I Verdi hanno vinto le elezioni parlamentari suppletive nel collegio di Gorton and Denton, tradizionale roccaforte del cosiddetto ‘muro rosso’ dell’Inghilterra del nord, nella Greater Manchester. Un duro colpo per il primo ministro Keir Starmer e per il Partito Laburista, scivolato addirittura al terzo posto. La candidata dei Verdi Hannah Spencer è stata dichiarata vincitrice con 14.980 voti. Matthew Goodwin del partito di estrema destra Reform UK ha ottenuto 10.578 voti. La candidata laburista Angeliki Stogia ne ha ricevuti 9.364. Il risultato illustra un panorama politico britannico sempre più frammentato, dominato per decenni dai partiti Laburista e Conservatore. Il collegio di Gorton and Denton, ha eletto deputati laburisti per quasi tutto l’ultimo secolo, ma il governo di Starmer ha visto crollare la propria popolarità da quando ha vinto le elezioni nel luglio 2024. La quota di voti del Labour si è dimezzata rispetto alle elezioni nazionali del 2024, quando aveva conquistato facilmente l’area. Spencer ha vinto con un margine inaspettatamente ampio, assicurando ai Verdi il loro quinto seggio nella Camera dei Comuni. LA VITTORIA DEI VERDI E DELL’IDRAULICA SPENCER “Per le persone qui a Gorton and Denton che si sentono lasciate indietro e isolate: vi vedo e combatterò per voi”, ha detto Spencer, idraulica e consigliera locale, nel suo discorso di vittoria. I Verdi hanno battuto non solo il Labour, ma anche Reform UK, il partito anti-immigrazione guidato da Nigel Farage, che da mesi guida i sondaggi nazionali. L’esito dell’elezione era difficile da prevedere in un collegio eterogeneo che comprende quartieri tradizionalmente operai – un tempo fortemente laburisti, ora orientati verso Reform – oltre a un gran numero di studenti universitari e residenti musulmani. Molti di loro si sono sentiti disillusi dalla svolta centrista del Labour sotto Starmer e dalla percepita lentezza del governo nel criticare la condotta di Israele nella guerra contro Hamas a Gaza – terreno fertile per i Verdi. Sotto la guida di Zack Polanski, i Verdi hanno ampliato la loro agenda oltre le questioni ambientali, concentrandosi anche su temi come il costo della vita, la legalizzazione delle droghe e il sostegno alla causa palestinese. LA CRISI DEL PREMIER STARMER È una batosta per la linea moderata del governo Starmer. L’esito del voto rappresenta un segnale forse decisivo per il premier, assediato fra l’altro dai contraccolpi dello scandalo Epstein-Mandelson, oltre che dai fallimenti politici imputatigli finora. Tanto più sullo sfondo dei malumori generati nel suo medesimo partito dal veto imposto alla candidatura per il seggio in lizza del popolare sindaco laburista di Manchester, Andy Burnham, temuto in caso di ritorno in Parlamento come potenziale sfidante interno alla sua leadership: una leadership ora considerata ad alto rischio in vista della vasta tornata di elezioni amministrative del 6 maggio. Per centrare l’obiettivo, il premier aveva mobilitato negli ultimi giorni le risorse del governo sul territorio locale e i ministri a lui più fedeli, a costo di sollevare polemiche di concorrenza sleale da parte degli avversari. Il risultato delle urne dimostra come sia stato uno sforzo tardivo e inutile. La sconfitta sottolinea la profondità dell’impopolarità del Labour e la sfida che deve affrontare sia da sinistra sia da destra. Le prossime elezioni nazionali non dovrebbero tenersi prima del 2029, pertanto la principale minaccia per Starmer proviene dall’interno del suo stesso partito, dove i deputati stanno valutando se sostituirlo con un nuovo leader. L'articolo Elezioni suppletive in Uk: cade il “muro rosso” a Manchester, vincono i Verdi. Batosta per i laburisti, il premier Starmer in crisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Keir Starmer
Regno Unito
Manchester
Labour Party
Regno Unito, un ex dirigente Amazon come presidente dell’Antitrust: Starmer dà mandato di cinque anni a Doug Gurr
Il governo laburista britannico ha annunciato la nomina di Doug Gurr, ex dirigente del colosso americano Amazon, a presidente in via permanente della Competition and Markets Authority (Cma), l’autorità antitrust del Regno Unito. Gurr era stato designato ad interim un anno fa e ora l’esecutivo guidato dal premier Keir Starmer ha deciso di affidargli un mandato pieno. La scelta conferma la linea dell’attuale governo di apertura verso i giganti tecnologici statunitensi, almeno sul piano strettamente commerciale. Un orientamento che si distingue dalla posizione dura assunta nei confronti di Elon Musk e del suo social network X per la diffusione di deepfake sessuali generati dall’intelligenza artificiale, ritenuti in violazione dell’Online Safety Act, la legge britannica a tutela dei minorenni su internet. Gurr, che è stato presidente di Amazon Cina tra il 2014 e il 2016 e poi direttore del gruppo nel Regno Unito fino al 2020, “è stato ora scelto per ricoprire un mandato completo di cinque anni”, si legge in una nota del ministero del Commercio. Prima della formalizzazione definitiva della nomina, l’ex top manager dovrà comunque sottoporsi a un’audizione parlamentare di prassi. La decisione dell’esecutivo arriva dopo l’annuncio di un periodo di consultazione volto ad accelerare l’approccio normativo del Paese nell’approvazione delle fusioni tra grandi società, nel solco dello slogan di un Labour “aperto al mondo del business” promosso dal moderato Starmer. Il premier, tuttavia, è già finito sotto accusa per alcune nomine nell’ambito dello scandalo Mandelson-Epstein ed è stato criticato anche per aver respinto di recente quattro candidati alla guida dell’autorità garante della Comunicazione, Ofcom. Intanto crescono le voci su un possibile ritorno sulla scena di una figura politica del passato come la baronessa laburista Margaret Hodge, finita al centro di numerose polemiche. L'articolo Regno Unito, un ex dirigente Amazon come presidente dell’Antitrust: Starmer dà mandato di cinque anni a Doug Gurr proviene da Il Fatto Quotidiano.
Antitrust
Elon Musk
Lobby
Keir Starmer
Regno Unito
Scandalo Epstein, Starmer perde anche il capo della comunicazione. Si dimette l’ambasciatrice della Norvegia in Giordania
Il caso Epstein continua a flagellare l’entourage di Keir Starmer, sempre più in difficoltà. Tim Allan, direttore della comunicazione del primo ministro britannico, ha rassegnato le dimissioni dopo che ieri aveva lasciato l’incarico di capo dello staff Morgan McSweeney per lo scandalo di Peter Mandelson, ex controversa eminenza grigia del New Labour di Tony Blair, riciclato circa un anno fa dallo stesso Starmer come ambasciatore negli Usa e finito sotto accusa anche in un’indagine penale di Scotland Yard per i suoi legami a doppio filo col defunto faccendiere pedofilo americano. “Ho deciso di farmi da parte per permettere la costruzione di un nuovo team a Downing Street”, ha dichiarato Allan, che era in carica solo da settembre. Allan, veterano della comunicazione politica, aveva lavorato per Blair tra il 1992 e il 1998, ed è il quarto direttore della comunicazione a dimettersi da quando Starmer è premier. “Il premier sta proseguendo il suo lavoro per portare il cambiamento in tutto il Paese. Questo è stato il tono e il contenuto del suo discorso allo staff questa mattina. Era ottimista, fiducioso e determinato”, ha ribadito un portavoce di Downing Street, chiarendo la posizione di Starmer travolto dalle polemiche per la vicenda Epstein-Mandelson. Alla domanda esplicita se Starmer intenda dimettersi oggi, il portavoce ha risposto “no“. La situazione preoccupa la casa reale al punto che il principe William e la consorte Kate hanno espresso la loro “profonda preoccupazione” per le “continue rivelazioni” emerse dai file sullo scandalo, tornato al centro dell’attenzione dopo la pubblicazione da parte del Dipartimento di Giustizia Usa di un’imponente mole di documenti che sta scuotendo la politica non solo negli Stati Uniti, ma anche in diversi Paesi europei. La nota pubblicata da Kensington Palace è la prima dichiarazione ufficiale del futuro sovrano d’Inghilterra sulla spinosa vicenda per la famiglia reale britannica, nella quale è direttamente coinvolto l’ex principe Andrea, fratello di Re Carlo III. Il terremoto continua a scuotere anche la Norvegia. Domenica sera si è dimessa Mona Juul, l’ambasciatrice in Giordania ed Iraq: “Si tratta di una decisione giusta e necessaria. È stata presa dopo i colloqui con il Ministero degli Affari Esteri questa settimana” ha sottolineato il Ministro degli Esteri norvegese, Espen Barth Eide. L’Ambasciatrice era già stata sospesa dal suo ruolo in seguito a rivelazioni secondo le quali sia lei che suo marito, il politico e diplomatico Terje Rød-Larsen, hanno avuti stretti rapporti con Epstein, morto in carcere nel 2019. Rød-Larsen ebbe un ruolo centrale negli accordi di Oslo all’inizio degli anni 90 ed successivamente è stato coordinatore Onu dei Territori Occupati. Secondo i documenti, Epstein voleva lasciare in eredità una grossa somma ai figli della coppia, scrivono i media norvegesi che affermano che l’importo fosse di dieci milioni di dollari. “I contatti tra Juul e Epstein, condannato per abusi sessuali, hanno dimostrato una grave mancanza di giudizio. Il caso rende difficile ricostruire la fiducia necessaria per ricoprire il ruolo di ambasciatrice” ha aggiunto il ministro Barth Eide, citato dall’emittente di servizio pubblico norvegese Nrk. Juul si è detta pronta a collaborare con il ministero per fare chiarezza su quanto accaduto, ha riferito il ministro. L'articolo Scandalo Epstein, Starmer perde anche il capo della comunicazione. Si dimette l’ambasciatrice della Norvegia in Giordania proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Keir Starmer
Norvegia
Epstein Files