Una cartolina da terre lontane per rinfrescare l’immagine piatta di un leader
che in casa sta pericolosamente perdendo linfa politica. Keir Starmer, dalla
Cina con furore e con la doppia missione di rinsaldare relazioni vitali
all’economia domestica, e di inviare a chi deve coglierlo (in USA quanto a
Bruxelles) un messaggio politico: sono un giocatore con tante carte nella manica
sul tavolo internazionale, in un momento di insicurezza geopolitica, instabilità
economica e assi di potere vacillanti. Trump accusa il colpo e contrattacca: per
il Regno Unito fare affari con la Cina è pericoloso, così come per il Canada (su
cui pendono tariffe punitive).
Così, il premier britannico cerca con il presidente Xi Jinping una “relazione
più sofisticata basata su fiducia e rispetto reciproco”, per “collaborare su
aree di comune interesse (come economia, immigrazione clandestina, scambio di
informazioni e lotta all’ immigrazione illegale) ma anche “ per intessere un
dialogo più significativo sui temi in cui i due leader non sono d’accordo”. Nel
suo storico viaggio a Pechino, alla fine Starmer ha trovato per espressa
dichiarazione del presidente cinese una “relazione di lunga durata, consistente,
comprensiva e strategica, a beneficio dei due paesi e del mondo intero. Non
un’opportunità ma una necessità”.
In soldoni però, per ora la visita si concretizza in un accordo per l’ingresso
anche dei britannici in Cina senza bisogno di un visto sotto i 30 giorni, la
revoca delle sanzioni su sei parlamentari di Westminster, investimenti
miliardari del colosso farmaceutico AstraZeneca in Cina e taglio dei dazi sul
whisky scozzese. Steso un velo sulla questione spionaggio e attacchi cyber
sempre più frequenti nel Regno Unito. Starmer fa sapere che i due leader hanno
toccato il tema dei diritti umani e del nodo complesso della prigionia di Jimmy
Lai, il cittadino britannico arrestato ad Hong Kong nel 2020 nel corso di una
protesta pro-democrazia, senza però arrivare ad uno sblocco della situazione.
“Rilasciare mio padre, malato e incarcerato ingiustamente dovrebbe essere il
prodromo dell’inizio di una nuova relazione tra i due paesi” ha sottolineato
Sebastian Lai.
Sotto il Big Ben intanto gli occhi sono puntati sulle conseguenze di un
benvenuto cinese al primo premier britannico in otto anni, barattato in cambio
del via libera all’apertura della nuova mega ambasciata della discordia a
Londra. Il campus diplomatico cinese sarà infatti strategicamente posizionato
nel centro della capitale – con telecamere di sorveglianza tra la gli uffici
della City e sulle folle turistiche di London Bridge – nella mastodontica sede
dell’ex Zecca di Stato che sorge nientemeno che sopra una rete di cavi
informatici sensibili da cui tra gli altri passano i dati di banche ed istituti
finanziari.
Starmer non ha ascoltato chi, dalle varie fronde politiche e dalle stanze
dell’MI5, i servizi segreti britannici, ha urlato al rischio spionaggio. “Il mio
viaggio in Cina è per ridurre il carovita dei cittadini britannici e
nell’interesse nazionale” ha insistito il premier che in casa però è ormai
inviso ai tre quarti degli elettori.
Tra compromessi, marce indietro nei programmi, e accuse di ingenuità verso la
Cina, la traiettoria tracciata da Starmer verso le elezioni del 2029 è una
salita estenuante. Oltre il 50% dei membri del partito starebbe cercando nuove
energie nel Re del Nord, il sindaco di Manchester Andy Burnham, che però è stato
tatticamente bloccato al palo per le elezioni suppletive di maggio dal leader
laburista.
Il clima politico si è fatto burrascoso: i venti dell’ultradestra di Nigel
Farage che soffiano su Downing Street, stanno spazzando via i conservatori. Il
suo partito di populisti, Reform UK, sta facendo incetta di tory defezionisti,
di quelli con le unghie affilate come la ex ministra dell’Interno Suella
Braverman, detta “crudelia” per il suo muso duro contro gli immigrati.
Non tutti i conservatori assistono all’emorragia di defezioni con le mani in
mano. Questa settimana le fronde più moderate del partito più vicine agli
imprenditori hanno creato il movimento ‘Prosper UK’ per chi nel centrodestra si
sente “senza casa”. Una deriva politica per il Regno Unito mentre l’alleato
speciale Trump è sempre più ondivago e il reset delle relazioni post-Brexit con
la UE frena ancora sui conti da pagare per il piano di difesa comune SAFE.
L'articolo Starmer in Cina si veste da statista internazionale, ma in casa tre
quarti degli elettori non lo sopportano. E soffia il vento dell’ultradestra
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Keir Starmer
“Bonjour”, così, con un semplice saluto indossando occhiali da sole, il premier
britannico Keir Starmer ha voluto ironizzare e prendere in giro bonariamente il
presidente francese Emmanuel Macron. Il video pubblicato su Tiktok dura pochi
secondi ed è stato registrato durante un’intervista dal vivo al Duchess Theatre
di Lonndra. Il riferimento è agli occhiali indossati da Macron in alcune
apparizioni, tra cui il forum di Davos, a causa di un problema agli occhi. Gli
occhiali sono poi diventIati virali, tanto che l’azienda produttrice ha ricevuto
un boom di ordini.
L'articolo “Bonjour”: Starmer “prende in giro” Macron e saluta indossando
occhiali da sole – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non c’è solo la disputa sul controllo americano della Groenlandia. Mentre la
Casa Bianca va in pressing sul controllo dell’isola artica, Donald Trump si
inserisce in un’altra polemica territoriale che questa volta, però, riguarda
l’arcipelago delle isole Chagos, arcipelago nell’Oceano Indiano che viene ceduto
alle isole Mauritius. Una delle sue isole, la Diego Garcia, è sede di una base
militare britannica cruciale. Il capo della Casa Bianca bolla la scelta come “un
atto di grande stupidità”, ma da Downing Street arriva la risposta: “Noi non
comprometteremo mai la nostra sicurezza nazionale – ha detto un portavoce del
governo britannico, che assicura -. Abbiamo agito perché la base di Diego Garcia
era sotto minaccia dopo che decisioni giudiziarie minavano la nostra posizione e
ci avrebbero impedito di gestirla come volevamo in futuro”, prosegue il
portavoce, sottolineando che l’accordo firmato lo scorso maggio con Mauritius
“assicura le operazioni della base congiunta Usa-Uk a Diego Garcia per
generazioni” e che era stato salutato dagli alleati, Usa compresi.
Nel mezzo del durissimo scontro translantico per la Groenlandia, Trump apre un
altro fronte, ed usa il ‘bazooka Chagos’ per attaccare il suo ‘alleato speciale’
Keir Starmer, perché “sta dando via, senza nessuna ragione, l’isola di Diego
Garcia, sede di una base militare vitale per gli Usa”. Il tycoon non manca di
collegarsi alla vicenda che sta rischiando di spaccare la Nato, affermando che
“la cessione da parte del Regno Unito di un territorio estremamente importante è
un atto di grande stupidità, l’ennesima di una lunga serie di ragioni per le
quali la Groenlandia deve essere acquisita”. L’attacco di Trump riecheggia
quelli lanciati contro il premier laburista quando lo scorso maggio ha firmato
l’accordo, annunciato ad ottobre 2024, per cedere la sovranità dell’arcipelago
nell’Oceano Indiano a Mauritius, mantenendo per almeno 99 anni, pagando per i
primi tre anni 165 milioni di sterline all’anno, poi fino al 13mo 120 milioni e
quindi un valore indicizzato all’inflazione. In realtà, l’accordo è il risultato
di negoziati avviati dal governo conservatore dopo che nel 2019 la Corte di
Giustizia Internazionale aveva stabilito che Londra doveva cedere le isole.
Questo non ha impedito ai conservatori di attaccare l’accordo firmato dal leader
laburista come “un atto di autolesionismo nazionale”.
Ma la questione della sovranità di Chagos è diventato un vero cavallo di
battaglia di Nigel Farage che oggi esulta per la posizione del suo amico e
alleato di ferro Trump: “Grazie al cielo Trump ha posto il veto alla resa delle
isole Chagos – ha scritto su X il leader nazionalista di Reform – gli americani
si sono resi conto che gli sono state dette bugie, gli è stato detto che il
Regno Unito non aveva altra scelta che cederle, ma questo è semplicemente non
vero, ed ora sono arrabbiati con noi”. Per realizzarlo, i britannici costrinsero
circa 2mila abitanti di queste isole a lasciare le proprie case, “in quello che
è stato descritto come un crimine contro l’umanità ed uno degli episodi più
vergognosi del colonialismo del dopoguerra”, scriveva nei mesi scorsi il
Guardian. Gli abitanti di Chagos si spostarono, senza nessuna compensazione, a
Mauritius o Seychelles, e alcuni si trasferirono nel Regno Unito. La base
militare congiunta Usa-Gb è stata così realizzata negli anni settanta ed è
diventata un hub cruciale per le guerre americane nella regione negli ultimi
decenni. A partire dalla prima guerra del Golfo quando, di fronte alla
riluttanza dell’Arabia Saudita a far partire dalle basi sul suo territorio i
caccia diretti in Iraq, gli strateghi americani hanno formulato i piani per far
decollare i B-52 da Diego Garcia. Dalla base ora possono decollare i
cacciabombardieri della nuova generazione, i famosi B-2 Spirit stealth bomber
che sono gli unici configurati per sganciare la Gbu-57 A/b, la bomba
bunker-buster. La dichiarazione congiunta con cui governo britannico e Mauritius
annunciavano l’accordo nell’ottobre 2023, sottolineava che l’intesa “affronta i
torti del passato e dimostra l’impegno di entrambe le parti per il benessere
degli abitanti di Chagos”. E al momento della firma, il premier di Mauritius,
Navin Ramgoolan, ha parlato di conclusione del “processo di decolonizzazione”.
Era stato infatti quando Mauritius ottenne l’indipendenza nel 1968, che Londra,
per mantenere una posizione strategica nell’aerea dell’Oceano Indiano, fece
pressioni sull’ex colonia per poter acquistare, per una cifra irrisoria,
l’arcipelago di Chagos, in tutto sette atolli e 60 isolotti. Il progetto di
Londra era invitare gli Stati Uniti a costruire un base militare su Diego
Garcia, la più grande delle isole dell’arcipelago.
L'articolo Trump contro Uk sulle isole Chagos: “Grande stupidità cederle”.
Londra: “Le basi Usa sull’isola Diego Garcia sono al sicuro” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il 4 marzo 2018, una domenica, Sergey Skripal, 66 anni, ex colonnello
dell’intelligence militare russa Gru, fuggito da Mosca e accolto dal Regno
Unito, viene trovato privo di sensi assieme alla figlia Yulia su una panchina di
Salisbury. La ragazza era arrivata dalla Russia per trascorrere qualche giorno
con il padre. Entrambi non presentavano lesioni fisiche. Il primo agente che li
soccorre, Nick Bailey, presenta sintomi di avvelenamento. In totale, sono 21 le
persone che quel giorno si sentono male, ma solo una morirà mesi dopo: si
chiamava Dawn Sturgess, aveva 44 anni: si era spruzzata addosso il contenuto di
una boccetta che il marito ha trovato per caso, portandola poi a casa.
Londra giunge alla conclusione che Skripal e il resto delle vittime quel giorno
hanno inalato Novichok, un gas nervino potenzialmente letale. Il governo inglese
dopo i primi accertamenti punta il dito sui servizi di sicurezza di Mosca. La
portavoce del ministero degli esteri Maria Zakharova, dichiara: “Né in Russia né
in Unione sovietica ci sono mai stati programmi di ricerca per lo sviluppo di un
gas chiamato Novichok”.
Ma oggi, dopo sette anni di inchiesta condotta dall’ex giudice Anthony Hughes,
Londra ribadisce: il presidente Vladimir Putin è “moralmente responsabile” per
la morte di Dawn Sturgess perchè aveva autorizzato la missione che avrebbe
dovuto eliminare il “traditore” Skripal. Il dossier si sviluppa in 174 pagine e
racconta come Dawn Sturgess morì l’8 luglio 2018, poco più di una settimana dopo
essersi spruzzata il Novichok. A trovare la boccetta, che credeva essere
profumo, era stato il marito Charlie Rowley, 52 anni; il contenitore era stato
recuperato dall’uomo ad Amesbury il 30 giugno. Anche Rowley è rimasto in
condizioni critiche, ma è sopravvissuto.
Nella ricostruzione del giudice Hughes, la donna ebbe le cure appropriate, ma
per lei non c’era nulla da fare, considerata l’esposizione al gas nervino. Gli
agenti che erano arrivati in Inghilterra per eliminare Skripal, secondo il
rapporto erano tutti del Gru ed avevano agito sotto gli pseudonimi di Alexander
Petrov, 46 anni, Ruslan Boshirov, 47 anni e Sergey Fedotov. Petrov e Boshirov
avrebbero applicato il Novichok sulla maniglia della porta d’ingresso di
Skripal, per poi buttare via la boccetta in modo “incauto”, non avendo riguardo
per le persone che hanno rischiato la vita.
L’ex magistrato ha affermato: “Sono giunto alla conclusione che l’operazione per
assassinare Sergey Skripal deve essere stata autorizzata ai massimi livelli, dal
presidente Putin. Concludo quindi che coloro che sono coinvolti nel tentativo di
assassinio (non solo Petrov, Boshirov e Fedotov, ma anche coloro che li hanno
inviati e chiunque altro abbia dato l’autorizzazione o sia a conoscenza
dell’assistenza in Russia o altrove) sono stati moralmente responsabili della
morte di Dawn Sturgess”.
La frizione diplomatica già alta tra Londra e Mosca a causa della guerra in
Ucraina raggiunge così un nuovo livello critico. Il premier Keir Starmer ha
convocato l’ambasciatore russo a Londra, Andrei Kelin, per chiedergli conto di
quella che ha definito “attività ostile” da parte del Cremlino, annunciando
anche un pacchetto di sanzioni verso il Gru. Starmer ha parlato di “disprezzo
del Cremlino per le vite innocenti. Il Regno Unito si opporrà sempre al brutale
regime di Putin e chiamerà la sua macchina omicida per quello che è”. Zakharova
ha definito “favole di cattivo gusto” le notizie del dossier inglese, ed chiesto
dove Yulia Skripal e suo padre siano stati negli ultimi sette anni. Una domanda
a cui i servizi segreti di Sua Maestà difficilmente daranno risposte, visti i
precedenti.
L'articolo “Putin moralmente responsabile, autorizzò la missione”: Londra
all’attacco sul caso Skripal e la morte per Novichok di una donna proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Un anno e mezzo dopo l’ascesa trionfale al governo di Keir Starmer, con la
schiacciante vittoria elettorale del 4 luglio 2024, l’esecutivo è in una crisi
profondissima anche con il proprio elettorato, e le frizioni sembrano aver
trasformato in un covo di vipere persino il cerchio magico di Downing Street. Un
briefing anonimo contro il ministro della Salute Wes Streeting ha scoperchiato
tensioni interne all’esecutivo: Streeting è accusato dai fedelissimi del premier
di volerlo rimpiazzare. In un partito già lacerato questo episodio, e il modo in
cui è stato gestito, amplificano le crepe e pongono seri interrogativi sulla
tenuta della leadership di Starmer.
Cosa è successo? La crisi è precipitata martedì 11 novembre, quando briefings
filtrati alla stampa britannica – ripresi dal Times e dal Telegraph – hanno
dipinto Streeting come un “king in waiting”, un impaziente aspirante al trono,
pronto a lanciare una sfida per la guida del Labour ora che il consenso di
Starmer è a picco. Le indiscrezioni, attribuite a fonti interne a Downing
Street, lo accusavano di aver coltivato alleanze trasversali per un colpo di
mano, sfruttando il malcontento per le politiche economiche del governo. Ma il
fatto che la Fonte sia dentro l’ufficio del premier fa capirne il nervosismo.
“Hanno tentato di gettare fango contro un possibile rivale”, ha commentato un
insider al New Statesman, definendo l’intera faccenda un “fiasco da manuale” che
ha esposto la paranoia interna al No.10. L’indagine interna, lanciata in fretta
dallo stesso Starmer, si è conclusa in poche ore: “Nessuno del mio staff ha
partecipato”, ha dichiarato il premier, esonerando il suo chief of staff Morgan
McSweeney, artefice della campagna elettorale vincente ma anche dei successivi
errori, e da mesi al centro delle critiche.
La reazione di Wes Streeting è stata abile. Il ministro, 42 anni e un passato da
attivista omosessuale e sindacalista, ha bollato i briefings come “tossici”, un
“comportamento da asilo infantile” che mina la credibilità del governo. In
un’intervista al conservatore Telegraph, Streeting ha negato categoricamente
ogni ambizione: “Non ho piani per sfidare il leader, ma se il premier non
affronta chi ha orchestrato questa farsa, è lui a indebolire se stesso”. Ed
Miliband, segretario per l’Energia e alleato di ferro di Starmer, ha rincarato
la dose: “Keir licenzierà chiunque sia responsabile, ne sono certo”. Streeting,
che gode di popolarità trasversale per le sue riforme sanitarie, emerge da
questa tempesta non come un traditore, ma come una vittima credibile e
responsabile. Cioé un possibile rimpiazzo.
Keir Starmer, dal canto suo, ha liquidato le voci come “false e distruttive”,
assicurando: “Combatterò qualsiasi tentativo di sostituirmi”. Ha poi confermato
la fiducia in McSweeney, nonostante le pressioni per un rimpasto, e si è scusato
personalmente con Streeting in una telefonata. Ma la rapidità dell’indagine sa
di whitewash, come titola il Guardian: “Starmer ha protetto i suoi, ma ha perso
autorevolezza”. Questo episodio non è un incidente isolato: è l’ennesimo smacco
per un premier invischiato in una cultura di “veleno interno”, come la definisce
la BBC.
Perché questo leak ha ulteriormente indebolito Starmer? In primo luogo, espone
una leadership fragile, incapace di gestire il dissenso senza ricorrere a
tattiche da tabloid. Il premier, che ha promesso “cambiamento” ma ha tradito
molte aspettative con tagli alla spesa pubblica e un’agenda verde diluita, ha
sperperato l’enorme capitale politico con continue e umilianti marce indietro
sulle proprie decisioni. Per il New York Times si tratta di una “lotta
fratricida pubblica” che ha forzato un dibattito aperto su una possibile
sostituzione.
Lo scenario politico è precarissimo. Fra due settimane, il 26 novembre, Rachel
Reeves presenterà l’Autumn Budget: un documento atteso come un salvagente, ma
minacciato da previsioni di crescita anemica (0,7% per il 2026, secondo l’Office
for Budget Responsibility) e da una pressione fiscale record, con possibili
aumenti delle tasse. Poi ci sono le amministrative del 1° maggio 2025, con il
rinnovo di 23 comuni, quattro governatori regionali e oltre 1.600 seggi
comunali. Un test per il governo e si annuncia come un bagno di sangue. I
sondaggi sono impietosi: il consenso per Starmer era a -59% a settembre, il
minimo storico per un premier, schiacciato dal sorpasso di Reform UK e dal balzo
dei Verdi.
E il partito ribolle. I deputati laburisti accusano Starmer di “disprezzo” verso
di loro, mai consultati prima di annunciare nuove, controverse misure. I
possibili sfidanti? Streeting resta il frontrunner: giovane, telegenico, con un
appeal centrista che potrebbe attrarre anche i Tory disillusi. Ma non è solo:
Angela Rayner, vicepremier e sindacalista tosta, costretta alle dimissioni da
uno scandalo tributario ma popolare; Ed Miliband, alleato di Starmer ma con una
identità autonoma; Shabana Mahmood, oggi ministro degli Interni, e Lucy Powell,
appena eletta come vice di Starmer proprio perché lo critica. Di sicuro, gli
avversari interni stanno scaldando i motori.
L'articolo Regno Unito, il premier Starmer in crisi e nel Labour è iniziata la
faida per rimpiazzarlo: il caso Streeting proviene da Il Fatto Quotidiano.