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In meno di un anno hanno vinto il bronzo europeo e hanno conquistato una storica
qualificazione al Mondiale che mancava dal 1994. “Siamo un gruppo fantastico,
sapevamo che l’avremmo potuta fare. Ce lo meritiamo perché siamo forti”. A
ilfattoquotidiano.it Francesca Pasa, protagonista delle ultime imprese
dell’Italbasket femminile, racconta la forza del gruppo azzurro e le difficoltà
di un movimento che vuole uscire dell’ombra grazie ai suoi risultati.
State riscrivendo la storia del basket femminile italiano. Cos’ha davvero di
speciale questo gruppo?
Onestamente credo di essere arrivata nel momento più bello. Gli anni precedenti,
che non voglio definire fallimentari anche se alla fine è stato così, sono
serviti per arrivare a questo punto.
In meno di un anno avete vinto un bronzo europeo e vi siete qualificati ai
Mondiali. Si è mai data una spiegazione del perché il movimento femminile venga
un po’ trascurato?
È un circolo vizioso: più vinci, più se ne parla. Ma non è sempre stato così,
basta guardare gli anni precedenti. Vincere aiuta il nostro movimento. Poi
sappiamo che l’appeal è sempre più basso rispetto alla nazionale maschile.
L’unica cosa che possiamo fare è dimostrare sul campo quello di cui siamo
capaci.
Ne parlate mai tra di voi compagne?
Tendiamo a scherzarci un po’ su. Ovviamente non ci fa piacere, però è la realtà.
La speranza è che la gente si possa interessare di noi sempre. E non solo quando
vinciamo. Quindi sì, un po’ ne parliamo di questa situazione. Nello spogliatoio
ne parliamo con il sorriso, ma c’è poco da ridere. Ripeto, purtroppo questa è la
realtà dei fatti.
Tra le varie esperienze ha avuto anche l’opportunità di giocare all’estero, a
Lione. Ha avvertito qualche differenza con l’Italia?
In Francia si respira una cultura diversa sotto questo aspetto: il basket
femminile è molto seguito. Se ne parla quotidianamente anche in radio, sui
giornali, in televisione. Non saprei darti un motivo ben preciso, però le
differenze erano tante. I palazzetti erano sempre pieni: la media era di 3-4
mila tifosi. Qui, a volte, a malapena arrivi a 200. Quando vai a giocare
all’estero sei tu la straniera della situazione. In campo devi prenderti più
responsabilità e la società ha aspettative elevate. L’esperienza a Lione mi ha
reso più consapevole dei miei mezzi.
Facciamo un passo indietro. Perché prima della parentesi francese hai passato
tre stagioni a Bologna, con la Virtus. Un rapporto che si è interrotto
bruscamente a causa della rinuncia all’iscrizione al campionato per la stagione
2024/2025 (per ridimensionamento del budget). Eravate state avvisate prima?
No, è accaduto tutto all’improvviso. L’abbiamo scoperto dai giornali. Mi viene
da dire solo ‘peccato’. Per il movimento e per la città. Purtroppo è andata
così.
Proprio in quell’occasione una sua ex compagna – e ora attuale in Nazionale –
Cecilia Zandalasini aveva condiviso sui social il proprio disappunto con queste
parole: “Nel mondo c’è la rivoluzione mentre il nostro movimento fa un grande
passo indietro”. Lei si rivede in questa frase?
Sì, totalmente. Forse gli investimenti che hanno fatto non hanno portato i
risultati sperati. Spiace che sia andata così.
Ora il suo presente è a Venezia…
Qui la sto vivendo con grande serenità. C’è dietro una società che esiste da
tanti anni. Questo si sente. C’è molta professionista.
Lei è una grande appassionata di fotografia. Allora le chiedo: c’è un’istantanea
che racchiude la vostra qualificazione ai Mondiali?
Penso a Cecilia (Zandalasini ndr.) che ci consegna i boarding pass validi per il
passaggio del turno. Per me è una grande responsabilità: c’è un senso di
rispetto per chi ci guarda e supporta da casa.
Per chiudere, Francesca Pasa non è Francesca Pasa senza…
Beh, direi la pallacanestro.
Photo credit: @italbasket
L'articolo Francesca Pasa: “A Lione ho respirato una cultura diversa. Stiamo
dimostrando sul campo ciò di cui siamo capaci, speriamo che la gente si
appassioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Basket
Pensieri in libertà (con libertà di pensiero) sulla settimana NBA
GLI SPURS TORNANO AI PLAYOFF DOPO SEI ANNI
Dopo aver visto la palla scendere dolcemente nella retina per i punti della
vittoria, a Oso Ighodaro – giovane centro dei Phoenix Suns – saranno venute in
mente le ipotetiche parole di suo padre cresciuto a pane ed NBA negli anni ’90.
Figliolo, tranquillo, dai 2.20 in su, aspettati dal tuo centro tipico solo
movimenti sul perno, virate sulla riga di fondo, jump hook dal centro area.
Figuriamoci se Ighodaro si aspettava che un 2.28 potesse partire stessa mano
stesso piede dalla media, arrestarsi dalla media, tirare e portare a casa la
partita. Immaginazione a parte, ciò che ha fatto Victor Wembanyama è un
ulteriore tassello nella sua personale corsa verso la leggenda. Non è questione
di MVP. Quello arriverà, magari non quest’anno visti Shai Gilgeous-Alexander e
Jokic (anche se il consiglio per le stelle di Thunder e Nuggets è quello di non
dormire sonni tranquilli…). Così come arriverà anche il premio di difensore
dell’anno. Qui il livello è oltre il “banale” premio individuale. Il livello è
lasciare un segno indelebile nel gioco. Come hanno fatto i grandi. Come Bill
Russell, Magic Johnson, Larry Bird o Jerry West. Questo è ciò di cui si sta
parlando. Ora, il fatto che i San Antonio Spurs tornino ai playoff dopo sei anni
è il risultato di una società solida, che non ha perso la bussola nella
tempesta, ha scelto i giocatori giusti, ma ha anche avuto tanta, tanta, tanta
fortuna. Perché di Wembanyama non ne passa uno ogni anno. Così come di Tim
Duncan o David Robinson. Talenti generazionali? Si, certo. Wembanyama ha
mostrato al mondo un multiverso in cui Manute Bol può giocare da guardia
tiratrice e farsi passare la palla dietro la schiena in transizione come Kenny
Anderson. Tim Duncan è stato il più perfetto ed efficace concentrato di
fondamentali dal post basso e dal post alto mai visti su un campo, portando a un
livello successivo ciò che aveva insegnato Kevin McHale in maglia Celtics. E
prima di David Robison difficilmente si era visto un centro di sette piedi
riempire in maniera così rapida e silenziosa le corsie in contropiede. Ma anche
– ed è bene sottolinearlo – persone serie, professionisti impeccabili, giocatori
concentrati, personalità solide. Fa tutta la differenza del mondo. Complimenti
agli Spurs (74,3% di vittorie). Eterni vincenti.
IL MIGLIOR CONTROPIEDISTA DELLA NBA? IL PRESCELTO
C’è chi giura di non aver mai visto LeBron James schiacciare in contropiede con
questa frequenza. Nemmeno quando era in maglia Heat e saltava talmente in alto
da poter spegnere una candelina posizionata all’interno di uno skybox. Poi, si
dà un occhio alle statistiche avanzate e si nota che la stella dei Los Angeles
Lakers è in effetti il primo della lega per punti segnati in contropiede (5,7 a
partita). Nulla di anomalo, se non avesse 41 primavere sul groppone, oltre 1.500
partite di regular season giocate, nulla da dimostrare e nulla da chiedere a uno
sport che lo ha reso ricco, famoso, ammirato, ma che a sua volta, lo sport, si è
arricchito, si è sviluppato, è cresciuto grazie anche alla leggenda di LeBron
James. Alla sua ventitreesima stagione, James sta segnando 21,3 punti di media,
con circa 7 assist e 6 rimbalzi. Il tiro da tre va e viene (31%), non è quello
delle sue stagioni migliori. I movimenti non sono plastici ed elastici come un
tempo. Ma quando entra in campo, anche il basket stesso si inchina.
NUGGETS, CHE SUCCEDE?
Di certo, nelle ultime dieci gare (5 vinte e 5 perse), il calendario dei back to
back non li ha aiutati. Hanno giocato dieci partite in diciotto giorni: otto di
queste sono state giocate durante le quattro sequenze di back to back.
Stazionano in una poco ragguardevole (per il talento a disposizione) sesta
posizione a Ovest, che se fanno qualche passo falso di troppo nelle prossime
settimane rischiano pure di mettere in dubbio l’approdo certo nei playoff. Si
sperava di più, a inizio stagione. Gente come Bruce Brown (gradito ritorno),
Tyus Jones, Tim Hardway Jr, dovevano colmare la più grave lacuna che aveva
contraddistinto la passata stagione di Dender, ovvero la panchina. E anche la
crescita di Christian Braun vista l’anno scorso (balzato meritatamente nel
quintetto titolare) è stata interrotta dai guai fisici. La verità è che i
Nuggets sono il meglio della NBA in quanto a efficienza offensiva, ma solo
ventiduesimi per efficienza difensiva. La difesa sul portatore primario degli
avversari quando è una guardia è stata spesso deficitaria, protezione del ferro
non eccellete, close out in ala lenti, spesso pigrizia nella difesa in
transizione. In ottica post-season potrebbero esserci premesse migliori.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Wembanyama ha riscritto ancora le regole del basket:
gli Spurs tornano ai playoff dopo 6 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
SHAI GILGEOUS-ALEXANDER DA RECORD!
Sapete chi era Wilt Chamberlain? Semplicemente una delle più irreali
combinazioni di stazza, atletismo e talento cestitico mai sceso in campo da
quando James Naismith ha inventato questo gioco. Un 2.16 costruito come un
culturista di Venice Beach, che se avesse partecipato alle Olimpiadi anche nel
salto in alto e in lungo avrebbe dato grosso filo da torcere agli specialisti
della disciplina. Negli anni in cui ha giocato (dal 1951 al 1973) ha avuto sul
basket un effetto paragonabile al Victor Wembanyama di oggi. Chamberlain è anche
colui che vanta la più impressionante collezione di record, tuttora imbattuti.
Tra i quali, i 100 punti in una gara, in settimana “messi a rischio” dagli 83
punti di Bam Adebayo. Bene, Shai Gilgeous-Alexander stanotte nella vittoria
contro i Boston Celtics ne ha disintegrato uno: 20 o più punti in 127 gare
consecutive (Wilt si fermò a 126). Una continuità realizzativa senza precedenti.
Come lo scorso anno, il discorso MVP sarà una questione tra Jokic e la stella
degli Oklahoma City Thunder. Trattasi di serpente a sonagli con la palla in
mano, che conosce infiniti trucchetti per segnare in avvicinamento a canestro,
indipendentemente se la difesa sia schierata o meno. Realizzatore dalla media
come se ne vedevano pochi dai tempi di Michael Jordan, ha aggiustato la mira
anche da tre punti, dove la mette con un buon 38,3%. Ne sta segnando quasi 32 di
media, con un’efficienza dal campo in stile Shaquille O’Neal, solo con 20 cm di
meno di altezza. I Thunder? I primi della classe, avviati alla dinastia. Sempre
se le regole NBA lo permetteranno.
IL FATTORE KAWHI
I Clippers erano partiti davvero male. Inizio pessimo. Poi, lentamente, sono
risaliti fino a raggiungere l’agognato 50% di vittorie (sono ottavi a Ovest).
Uno dei motivi di questo stato di forma è senza dubbio Kawhi Leonard. Giocatore
per certi versi implacabile, se sano e motivato. Nelle ultime dieci gare,
“Robocop” Leonard si sta esprimendo anche lui su livelli MVP, con 30,6 punti di
media, il 56,5% dal campo, quasi il 40% da tre e una precisione ai liberi in
stile Steve Kerr in maglia Chicago Bulls (90%). Due giorni fa, contro i
Minnesota T-Wolves ne ha messi addirittura 45 con 6 su 9 da tre. Continua a
essere decisivo, nonostante un’età non più “verde” (34 anni) e acciacchi fisici
che negli ultimi tempi ne stanno condizionando la continuità. Per anni, quasi
nessuno è riuscito come lui a dare lo stesso livello di gioco e intensità sia in
attacco che in difesa. A livello offensivo, Kawhi Leonard è completo fino allo
sfinimento. Sa crearsi da solo la soluzione, perché tratta benissimo la palla.
Sa agire in spot-up come tiratore perimetrale. È un vero e proprio go-to-guy con
spalle large e occhi della tigre. È un killer silenzioso in transizione. Può
portare l’uomo in post-basso o tagliare dal lato-debole. Gioca benissimo il
pick-and-roll sia come palleggiatore che come rollante. Stella di primissima
grandezza.
LUKA DONCIC IN THE ZONE!
Pochi sanno servire il perimetro sul penetra e scarica come Luka Doncic. Pochi
possono vantare una facilità realizzativa così pura, lineare, senza fronzoli.
Peccato il tuo atteggiamento in difesa. E per la sua continua lagna rivolta agli
arbitri. Ma se ami vedere la palla che entra nel canestro, una partita come
quella di stanotte, in cui i Los Angeles Lakers hanno vinto contro i Chicago
Bulls, ti rimette in pace con la NBA. Doncic ha segnato 51 punti con 9 su 14 tra
tre, mettendola letteralmente da ogni parte del campo. E di certo anche DeAndre
Ayton (23 punti), al centro di più di una polemica negli ultimi tempi per alcune
dichiarazioni e una comprensione del gioco “analfabetica”, dovrebbe fargli una
statua per come lo sloveno lo ha servito. Doncic ha dei fondamentali di gioco
cristallini. Ecco perché, senza essere un vero e proprio fulmine sul primo
passo, nessuno riesce ad afferrarlo. Il suo step-back è un’arma micidiale perché
l’ultimo palleggio è sempre fatto nella posizione perfetta per caricare il tiro.
La penetrazione è al ferro, perché l’angolo del suo corpo copre perfettamente la
palla dalle grinfie dei difensori in area. Se va a sinistra sul pick and roll
centrale, poi, il tagliante in alley-oop lo trova pure bendato, perché gioca in
controllo, temporeggia in palleggio (un maestro nel frapporsi fra il difensore e
il canestro dentro la lunetta), osserva i movimenti e decide cosa fare.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Shai Gilgeous-Alexander batte il record di Wilt
Chamberlain: i Thunder avviati alla dinastia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dalla curva del palasport, dove seguivano la squadra di basket nel campionato di
Serie A2, alle spedizioni punitive a sfondo razziale nelle strade. È la parabola
di alcuni ultras del Roseto Sharks che ha portato a 8 misure cautelari, tra la
cittadina abruzzese del Teramano e Pesaro. Una persona è finita in carcere, tre
ai domiciliari e altre quattro hanno l’obbligo di firma e dimora. Erano –
secondo i carabinieri – una cellula di estrema destra, la “Gioventù fascista
rosetana”.
Diciassette, in totale, le perquisizioni a carico di altrettanti indagati. Le
accuse, a vario titolo, vanno dall’istigazione a delinquere per motivi di
discriminazione razziale e lesioni, fino alla resistenza a pubblico ufficiale,
porto abusivo d’armi e violazione di Daspo.
L’inchiesta, coordinata dalla pm di Teramo, Enrica Medori, ha preso le mosse dai
violenti disordini dell’8 ottobre 2025 al termine del match di basket
Roseto-Pesaro. In quell’occasione, ultras travisati assaltarono le gazzelle
dell’Arma, distruggendo a colpi di mazza il lunotto di una pattuglia, mentre i
militari erano all’interno. Identificando i lanciatori di sassi, gli
investigatori hanno scoperchiato un livello eversivo superiore.
Il gruppo, unito nella chat “Roseto Youth” e legato a un movimento neo-fascista,
denominato “Duce”, pianificava vere e proprie azioni squadriste. Tra queste,
nell’ultimo anno, almeno cinque raid contro il Centro di accoglienza stranieri
‘Felicioni’, sempre a Roseto, e aggressioni mirate, come il pestaggio di alcuni
cittadini bengalesi avvenuto per le vie cittadine lo scorso 24 gennaio. Durante
l’operazione sono stati sequestrati device e materiale propagandistico fascista.
L'articolo “Raid razzisti organizzati dagli ultras”: 4 arresti a Roseto.
Smantellata cellula di estrema destra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Etichettato come ottimo difensore e giocatore di sistema, a Bam Adebayo è
bastata una notte per cambiare la sua carriera e la storia dell’NBA. “Quindi
siamo io, Wilt e Kobe: mi sembra una cosa da pazzi“. Meglio degli 81 di Bryant,
dietro solo ai 100 di Chamberlain. La clamorosa prestazione da 83 punti (nella
vittoria contro i Washington Wizards per 150-129) vale al centro dei Miami Heat
il secondo posto nella classifica delle migliori prestazioni offensive di
sempre. “Per me si è trattato solo di rimanere concentrato e di continuare a
giocare con la sensazione di poter combinare qualcosa di davvero speciale”. Al
20/43 complessivo dal campo si è aggiunto il 7/22 da tre e il 36/43 dai tiri
liberi. Mica male per uno che sa “solo” stoppare e prendere rimbalzi.
I primi segnali di una notte speciale arrivano già nei primi 10’: Adebayo ne
mette 31. Da quel momento tutta la squadra gioca per lui. Prima arriva il record
di franchigia (che apparteneva a LeBron James capace di segnare 61 punti nel
2014 contro i Charlotte Bobcats), poi la gioia condivisa con la compagna A’ja
Wilson, superstar WNBA delle Las Vegas Aces per un traguardo surreale. “Vale
tutte le ore spese in allenamento, le cose che ci diciamo, come mi motiva e mi
ispira. Sono fortunato ad averla nella mia vita”. Raddoppiato il suo record
personale di punti segnati in una singola partita (41 Brooklyn Nets il 23
gennaio 2021), il traguardo storico è arrivato grazie anche alla complicità dei
compagni di squadra. “Sono momenti speciali – ha dichiarato coach Erik Spoelstra
in conferenza stampa -. Quando è arrivato a 31 in un quarto mi sono detto ok,
magari ne fa 50. Poi abbiamo alzato l’asticella e ho pensato che potesse battere
Kobe, anche perché Bam é un giocatore completo, che fa canestro in molti modi.
Vi posso dire che nell’ultimo periodo sono stato più un tifoso che un coach.
Anche se pensavo a dare a Bam più possessi possibile, arrivando a fare fallo
sistematico, oltre a metterlo nella migliore condizione per avere buoni tiri,
nonostante i raddoppi di Washington“. E così è stato. Una “mossa” che gli
avversari non hanno gradito. Ma alla fine il record è arrivato. “Ringrazio il
Signore, mia mamma, la mia famiglia, questi compagni pazzeschi e coach
Spoelstra, che ha fatto di tutto per mettermi nelle migliori condizioni,
giocando solo per me. Alla fine non è stato facile perché venivo triplicato, ma
abbiamo fatto la storia”. Il record arriva nel momento e nei modi più
inaspettati. C’è chi pensa sia arrivato pure per la persona sbagliata e meno
adeguata. “Non ce l’ha fatta Michael Jordan, perché dovrebbe segnarne 83 proprio
Adebayo?”.
DALLA ROULOTTE FATISCENTE AL RECORD NBA: CHI È BAM ADEBAYO
L’abbraccio più sincero è quello a bordocampo con mamma Marylin. “Nella cover
del cellulare c’è la foto della mia vecchia casa. Quella dove vivevamo con
mamma. Porto sempre la foto con me: mi ricorda da dove vengo e dove non voglio
più tornare. Mi aiuta ad essere sempre motivato, a lavorare duro”. Nato nel New
Jersey da genitori nigeriani e americani, l’infanzia di Eldrice Femi Adebayo non
è di quelle comode. Il giovane Bam e la madre vengono abbandonati dal papà: il
trasloco in North Carolina è l’inizio di una vita fatta di sacrifici e di
sveglie programmate alle 5.30 per andare a lavorare. Mentre Marylin lavorava
come cassiera, Adebayo – tra le difficoltà finanziare – costruiva il proprio
futuro tra i banchi di scuola. Sicuramente il più lontano possibile da quella
fatiscente roulette dove tutte le mattine rimaneva incollato davanti alla tv per
vedere i Flintstones (nasce proprio da quel cartone animato e dal personaggio
Bamm-Bamm Rubble il soprannome “Bam”).
Il primo incontro con la pallacanestro arriva quasi per caso qualche anno più
tardi: il cugino lo convince a seguirlo per un provino al liceo. Bam supera
(ovviamente) la prova e con la Northside High School dopo appena un anno è il
protagonista assoluto. Con 32 punti e 21 rimbalzi di media l’America inizia a
parlare di lui come prospetto numero 1 della classe draft 2016. Il primo lungo
stop arriva nel suo ultimo anno da liceale: Adebayo si rompe il crociato
anteriore. Le sue quotazioni per un futuro da superstar in NBA si abbassano. Ma
dopo un anno in NCAA con Kentucky, Adebayo viene pescato dai Miami Heat nel 2017
alla numero 14. Arrivano i primi soldi, Bam compra una casa per sua madre e in
pochi anni diventa l’uomo franchigia della Florida. A parlare così bene di lui è
una leggenda degli Heat, Alonzo Mourning: “So che sarà il miglior giocatore
nella nostra squadra. Lo so perché conosco la sua etica del lavoro, e la metto
insieme al talento che Dio gli ha donato. Non voglio mettere pressione su di
lui, dico semplicemente che porterà la nostra squadra alla terra promessa, e che
un giorno la sua maglia sarà lassù, appesa al soffitto e lui sarà uno dei grandi
ad aver giocato per Miami”. Adebayo continua a crescere in entrambi i lati del
campo, viene convocato per tre volte all’All-Star Game, entra per 5 volte nei
migliori quintetti difensivi della stagione e si toglie lo sfizio di vincere per
ben due volte l’oro alle Olimpiadi con gli USA. Oggi la prova da leggenda.
L'articolo Chi è Bam Adebayo, il centro dei Miami Heat capace di segnare 83
punti in una partita, battendo Kobe Briant proviene da Il Fatto Quotidiano.
LAKERS IN GRANDE CONFUSIONE?
Troppi alti e bassi. Troppi problemi di roster. Troppe cose che non funzionano.
In alcune partite, il loro talento offensivo è talmente “debordante” che danno
l’impressione di poter dominare. Qualche partita dopo, come per esempio contro
Phoenix a fine febbraio, vanno in grande confusione, si sfaldano, gli ingranaggi
si ingrippano. Alcune considerazioni sparse. I Los Angeles Lakers sono i primi
della classe come percentuale di tiro dal campo (50%), sono settimi nella lega
per efficienza offensiva, ma ventiduesimi per efficienza difensiva. Una tale
discrepanza non è mai un buon segno. Luka Doncic è attualmente il miglior
attaccante della NBA a oltre 32 punti di media. “Jordaneggia” con la palla in
mano, tira in controtempo con un paio di uomini addosso e fa canestro con
nonchalance. È lento, ma nessuno è in grado di impedirgli di prendersi il tiro
che vuole, dove vuole e quando vuole. Tuttavia, difensivamente lo sloveno rimane
non classificabile per voglia e applicazione. In più, il suo lamentarsi con gli
arbitri più che un vezzo è ormai considerato una vera e propria barzelletta.
Austin Reaves ha tanti punti nelle mani (23,6 di media) e sa far canestro in
mille modi. LeBron James, anche a 41 anni, tiene botta e va al ferro meglio di
tanti venticinquenni di belle speranze. Tuttavia, quando Doncic, Reaves e James
sono in campo insieme l’efficienza dell’attacco dei gialloviola sprofonda senza
pietà. Sprofonda tra le peggiori della lega. Lo dicono le statistiche avanzate.
È ovvio che insieme stanno avendo dei problemi. Aggiungeteci l’essenza quasi
totale di protezione del ferro, rotazioni in difesa da bradipo, poca
pericolosità perimetrale (sedicesimi), e la scommessa persa DeAndre Ayton che
“magari fosse Clint Capela, i Lakers ci metterebbero la firma”. Sono sesti a
Ovest, il problema non sono certo i playoff, salvo clamorose scivolate. Ma se ci
si chiede se questi Los Angeles Lakers possano davvero puntare al titolo al
momento la riposta è più un “no” che un “forse”.
SOLIDI QUESTI NEW YORK KNICKS
Qui invece si parla di una squadra che ai playoff farà ballare la rumba a più di
qualche roster che punta molto in alto. Questi Knicks sono davvero solidi, ben
costruiti, anche divertenti da vedere. Intanto, New York difende, sono ottavi
per efficienza difensiva. Ma fanno ancora meglio in attacco, dove sono
addirittura terzi, dopo Nikola Jokic e “la sua piattaforma di gioco” e i Boston
Celtics che “se non torna Tatum forse va bene lo stesso”. Jalen Brunson è la
stella, l’uomo copertina, la fonte ispiratrice. Un giocatore che va oltre i
propri evidenti limiti fisici (a malapena 1.88 m, elevazione modesta…), che però
in campo conosce mille e cento modi per creare spazio tra sé e il difensore. Ha
un buon back up in Alvarado, ma è anche aiutato in attacco da tanta gente che sa
come prendersi le proprie responsabilità. Come Mikal Bridges che difende forte e
colpisce da tre con precisione (oltre il 38%), OG Anunoby che dà una mano con
più di 16 punti di media, oppure Karl-Anthony Towns che non sta avendo la
miglior stagione in carriera, ma sembra in ripresa e sta tirando da tre con il
46,7% nelle ultime dieci partite. Insomma, con i New York Knicks bisognerà prima
o poi fare i conti. E di certo non sarà sempre una eventualità piacevole.
EDWARDS ALLA MIGLIOR STAGIONE IN CARRIERA
Il suo cambio di direzione tra le gambe, chiuso indistintamente con un tiro da
fuori o con una penetrazione al ferro, è talmente esplosivo da poter distruggere
un paio di caviglie avversarie a partita. Tratta la sfera in modo eccellente, ha
un’esplosività alla Dominique Wilkins, anche se sembra ancora più forte
fisicamente. È costruito come un bulldog. Non è semplicemente un fenomeno
fisico, Anthony Edwards. Tecnicamente vale tanto oro quanto pesa. È migliorato
davvero tanto di anno in anno. E se non gli scema la voglia migliorerà ancora.
MVP dello scorso All Star Game, Edwards è la vera speranza americana dopo quella
selva di “geni” nati tra il Canada e il Vecchio Continente che hanno messo in
cattiva luce la scuola di basket a stelle e strisce. La stella dei Minnesota
T-Wolves è alla miglior stagione in carriera. Sta segnando quasi 30 punti di
media con il 40,6% dal perimetro. Se non è immarcabile uno che tira così e che
può vantare il suo primo passo a difesa schierata, allora chi può esserlo?
Questa notte ha passeggiato sui Toronto Raptors tirando 5 su 8 da tre punti,
come se fosse un Chuck Person qualsiasi. Minnesota (partita così e così) è terza
a Ovest, e sembra essersi scrollata di dosso la sindrome da “smantellamento
improvviso” della scorsa stagione. Molto bravo, Edwards. Bravo davvero.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Il caos dei Los Angeles Lakers: con Doncic e LeBron
James in campo l’attacco sprofonda proviene da Il Fatto Quotidiano.
I conflitti si intensificano. Dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti
verso l’Iran la guerra si allarga. E anche il mondo dello sport è costretto a
prendere decisioni drastiche, ma necessarie. Molti campionati nei Paesi del
Golfo sono stati sospesi. Alcuni eventi vengono cancellati. Ecco una panoramica
della situazione.
IL CALCIO SI FERMA A TEMPO INDETERMINATO
Manifestazioni rinviate e campionati sospesi. Nelle ultime ore l’Asian Football
Confederation (AFC) ha ufficializzato l’interruzione immediata di tutte le
partite delle competizioni per club nella Regione Ovest. A cascata anche le
Federcalcio iraniana e qatariota hanno comunicato lo stop a tempo indeterminato
e “fino a nuovo avviso. Le date per la ripresa delle competizioni saranno
annunciate successivamente attraverso i canali ufficiali della Federazione”. La
Persian Gulf Pro League chiude in attesa di nuove comunicazioni, gli incontri di
Champions League Two e di Challenge League rimangono bloccati e anche la
Champions League asiatica si ferma. Resta invece regolare lo svolgimento delle
partite nella regione orientale.
Infine, la chiusura dello spazio aereo in Qatar potrebbe influenzare la riuscita
della “Finalissima” in programma a Losail – il prossimo 27 marzo – tra Spagna e
Argentina. La gara tra i campioni d’Europa e la vincitrice dell’ultima edizione
della Copa America è a forte rischio.
LE RIPERCUSSIONI IN F1 E IN MOTOGP
Il conflitto colpisce anche il mondo dei motori. La FIA rassicura che il Gp
d’Australia (e i successivi in Cina e in Giappone) si farà senza intoppi e al
momento non sono previste modifiche al calendario. I caos dei voli, però, hanno
provocato diversi problemi di logistica. La Ferrari infatti ha rimandato la
partenza del personale, inizialmente prevista per il 28 febbraio. Molte scuderie
hanno poi preferito lasciare in Bahrain gran parte del materiale impiegato
durante i test ufficiali nel circuito di Sakhir. Le squadre hanno spedito in
Australia, Cina e Giappone solo lo stretto necessario per le tre gare per poi
trasferire tutto in Arabia Saudita dopo il Gran Premio del Bahrain. Con il
blocco dello stretto di Hormuz e con la chiusura degli aeroporti ora tutto
diventa più complicato. Dopo il weekend di gare a Shanghai bisognerà decidere
dove spedire i materiali. Perché il 12 e il 19 aprile la F1 sarà impegnata
proprio in Bahrain e in Arabia Saudita. Ci sarebbe poi l’ipotesi di un piano B
che potrebbe coinvolgere – al posto del Medio Oriente – circuiti europei,
incluso quello di Imola. Ma per ora nulla di certo. In attesa di eventuali
sviluppi. In MotoGp, invece, sarà necessario fare una riflessione sul Gran
Premio del 12 aprile in Qatar. Al momento, però, non sono state apportate
modifiche ai calendari.
ENDURANCE: LA FIA MONITORA LA SITUAZIONE
Anche il campionato del Mondo FIA Endurance è a rischio. In attesa della 1812 km
del Qatar (prevista dal 26 al 28 marzo), l’organizzazione monitora da vicino la
situazione. “La sicurezza dei nostri concorrenti, del personale e dei tifosi
rimane la nostra priorità assoluta. Di conseguenza, la direzione del FIA WEC è
in costante e diretta comunicazione con le autorità competenti in Qatar. Il FIA
WEC sta tenendo riunioni regolari con le autorità qatariote riguardo agli
imminenti eventi del Prologo e della Qatar 1812km, previsti rispettivamente per
il 22-23 marzo e il 26-28 marzo. Continueremo a valutare la situazione
quotidianamente. Ulteriori aggiornamenti verranno comunicati se necessario“.
L’EUROLEGA RINVIA LE PARTITE A “DATA DA DESTINARSI”
Dopo aver cancellato l’Adidas NextGen EuroLeague ad Abu Dhabi, l’organizzazione
ha rinviato a “data da destinarsi” anche le tre partite di Eurolega che
coinvolgono Maccabi e Hapoel Tel Aviv e il Dubai Basketball. Le due squadre
israeliane stanno evacuando la zona più a rischio per cercare di mettere in
salvo staff e giocatori. Alcuni membri stanno raggiungendo la Grecia, altri
invece sono rimasti bloccati. Intanto, la Winner League (massimo campionato
israeliano) è stata temporaneamente sospesa “in via precauzionale per motivi di
sicurezza”. Solo qualche mese fa l’Eurolega aveva tentato di riportare il basket
a Tel Aviv, interrompendo un esilio forzato che durava da due anni. Adesso sarà
necessario tornare a parlare di campo neutro. Almeno fino al termine della
stagione.
CICLISMO, L’ITALIA RINUNCIA ALLA PROVA DI COPPA DEL MONDO
La Federciclismo gioca d’anticipo. E annuncia la sua rinuncia alla prova di
Coppa del Mondo a Perth. “Non sussistono, ad oggi, le condizioni logistiche e
organizzative per garantire la trasferta. Considerando l’incertezza attuale e
ponendo la massima priorità sulla sicurezza e sull’incolumità di atleti e staff,
si è ritenuto necessario, con senso di responsabilità e a tutela del gruppo,
rinunciare alla partecipazione”, si legge nella nota.
SCHERMA, COPPA DEL MONDO: RINVIATE TUTTE LE GARE DEL WEEKEND
Anche la Federazione internazionale di scherma (FIE) ha deciso di rinviare tutte
le gare – valide per la Coppa del Mondo – in programma nel weekend. “A causa
dell’attuale situazione globale, dell’incertezza e del crescente numero di
delegazioni che potrebbero trovarsi nell’impossibilità di viaggiare o di
rientrare in patria per le cancellazioni dei voli, il Comitato Esecutivo della
FIE ha deciso di rinviare le seguenti competizioni: Il Cairo (EGY), Coppe del
Mondo di fioretto, 5-8 marzo 2026; Padova (ITA), Coppa del Mondo di sciabola
maschile, 6-8 marzo 2026; Atene (GRE), Coppa del Mondo di sciabola femminile,
6-8 marzo 2026”. Tutto sospeso al futuro, senza sapere con certezza gli
sviluppi. “Questa decisione di forza maggiore è stata presa al fine di
garantire, come priorità assoluta, la sicurezza di tutta la famiglia della
scherma, e per assicurare che le delegazioni non siano private della
partecipazione per ragioni indipendenti dalla loro volontà. Inoltre, il Comitato
Esecutivo della FIE manterrà un monitoraggio quotidiano della situazione e
collaborerà con gli organizzatori in merito a potenziali nuove date. Le
Federazioni Nazionali saranno informate il prima possibile”.
L'articolo A rischio i calendari di F1 e MotoGp, può saltare la “Finalissima”
Spagna-Argentina, caos in Eurolega: come la guerra stravolge anche lo sport
proviene da Il Fatto Quotidiano.
KNUEPPEL DA RECORD!
Ha un movimento di tiro meraviglioso. Davvero bello da vedere. Molto compatto,
molto ordinato, tutto in asse. Ricorda un po’ Klay Thompson, soprattutto per
come spezza il polso. Questa notte, nella vittoria degli “emergenti” Hornets
contro gli Indiana Pacers è sembrato a tratti Chris Mullin per il modo in cui
era in grado di minacciare il canestro solamente alzando i talloni. Però con la
maglia sbagliata. Ha messo a referto 28 punti con 8 su 12 da tre in modo
talmente pulito, che la partita andrebbe fatta vedere a ogni principiante che
sta imparando il gioco e desidera capire cosa significa avere mano da oltre
l’arco. Incredibile. E cosa ancora più incredibile è che Kon Knueppel ha
raggiunto quota 209 triple messe a segno in questa stagione, record di tutti i
tempi per un esordiente.
Il rookie di Charlotte ha distrutto Indiana dal perimetro in ogni modo
possibile. In uscita dai blocchi, su ricezione da uno scarico, con finta di tiro
per mandare a vuoto la chiusura del difensore e passo laterale. Se rimane sano,
motivato, e la squadra (questa o la prossima) decide di investire su di lui, Kon
Knueppel farà parlare di sé per molto tempo a venire. Sta segnando quasi 20
punti di media con il 44% da tre. Ai liberi, poi, non sbaglia quasi mai. Non è
una vera sorpresa, per quanto fatto vedere a Duke, ma poco ci manca. Pochi si
aspettavano fosse così forte al piano di sopra. Che fortuna per Charlotte averlo
preso con la quarta scelta (o bravura?).
CHE È SUCCESSO A EVAN MOBLEY?
Lo scorso anno, l’ala di Cleveland sembrava essere diventato un po’ l’hub
offensivo di una squadra sorprendente, per una gran parte di stagione la prima
(o seconda) della classe. Toccava tanto la palla, la metteva a terra, attaccava
il canestro o passava semplicemente per ribaltare il campo. E allora cosa gli è
capitato nella stagione in corso? Involuzione? Non si sa, ma l’Evan Mobley che
stiamo vedendo sembra un lontano parente di quello visto nella stagione
2024-2025. Sembra mai pienamente coinvolto nel flusso di gioco. E le iniziative
che prende sono spesso fuori ritmo. Il tiro da tre, inoltre, che sembrava stesse
migliorando è ritornato quello che era. Non lo battezzi sul perimetro come
faresti con Zion Williamson. Ma diciamo che nemmeno ti tremano le gambe quando
sta caricando la conclusione. E infatti la percentuale da fuori è calata dal 37%
delle ultime due stagioni al 30% dell’attuale. Un’enormità. I punti di media
sono rimasti più o meno gli stessi (è in calo di un punto), ma anche
l’efficienza dal campo è regredita. Ai liberi, poi, non ne parliamo neppure,
63%. Non è ancora lo Shaq dei bei tempi, ma così lontano non è. Mistero.
CASON WALLACE È PURA SOSTANZA
Le sue cifre non fanno certo gridare al miracolo. Non ha grandi numeri. Non li
ha mai avuti. Ma Cason Wallace è uno di quei giocatori di alto livello, che
rendono competitivo il roster di una squadra che ha intenzione di vincere
qualcosa. Guardate come sta aiutando gli Oklahoma City Thunder viste le assenze
per infortunio di Shai Gilgeous–Alexander e Jalen Williams. Non è un
realizzatore (8,9 punti di media), ma se serve può trovare la via del canestro
in penetrazione o riempiendo le corsie in contropiede in modo solido. Non è un
tiratore puro (36% da fuori), ma se si scalda può colpire dal perimetro ed
essere decisivo in una singola partita. In difesa, Wallace ha fisico, grinta,
reattività, voglia di fermare il proprio avversario. Questo per dire che i
Thunder sono un insieme ben amalgamato di stelle, buoni giocatori e comprimari
di lusso. Non si vince un titolo con Michael Jordan da solo, per fare un
esempio. È fondamentale avere anche Horace Grant, Cliff Livingston o banalmente
Randy Brown.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Knueppel distrugge Indiana e fa record di triple.
Evan Mobley, che succede? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Enrico Gilardi è uno dei simboli del basket romano. Ha sempre indossato le
maglie delle squadre della capitale, con le eccezioni di due stagioni a Brescia
e Napoli, dove nel 1991 chiuse una carriera iniziata nel 1975, all’età di 17
anni, con la Lazio. Gilardi è stato uno dei protagonisti dei grandi successi con
la Virtus Banco di Roma nel decennio degli Ottanta: lo scudetto nel campionato
1982-83 e la Coppa dei Campioni 1983-1984, conquistata a Ginevra in una
memorabile finale contro il Barcellona, lo zenit. Quella squadra aveva un’anima
profondamente romana: Fulvio Polesello, Stefano Sbarra e Roberto Castellano
erano gli altri giocatori originari della capitale. Al timone, il coach Valerio
Bianchini, nato a Torre Pallavicina, comune italiano della provincia di Bergamo,
ma ormai trapiantato a Roma da oltre 40 anni. Con i suoi 3.393 punti, Gilardi è
il miglior realizzatore della storia della Virtus Roma, mentre in nazionale, in
160 presenze, ha raggiunto la quota 1.077. Nel 2016, è stato eletto nella Italia
Basket Hall of Fame.
Arriva una cordata di americani e soci eccellenti, come anticipato dalla
Gazzetta dello Sport, con l’obiettivo di ripartire dalla Serie A rilevando il
titolo di Cremona e di partecipare alla futura Nba Europe.
I progetti sono belli, ma vanno sostenuti. Ben vengano questi americani, purché
ci sia la reale volontà di fare bene e non quella di apparire e poi scomparire
in fretta come accaduto, purtroppo, in passato.
Gli americani a Roma: prima il calcio con la squadra di calcio, ora nel basket.
Oggi per gestire a buoni livelli un team di basket servono risorse importanti.
Il campionato italiano di pallacanestro è un’impresa a perdere, perché il giro
economico, basta considerare gli introiti televisivi, non è in grado di
pareggiare i conti. Sono necessari soldi e progetti in grado di guardare
lontano. La Nba europea a Roma ha una sua logica.
Quali sono i punti di forza di un progetto romano?
Il nome, perché il brand Roma è universale. E poi la passione. Roma ama
profondamente il basket. Lo abbiamo visto non solo nel periodo d’oro del Banco
di Roma, ma anche nell’era-Toti. Aggiungo: un progetto europeo della
pallacanestro non può rinunciare alla città di Roma.
Sono trascorsi oltre cinque anni dal 9 dicembre 2020, in cui la Virtus si ritirò
dal campionato. Oggi il basket romano è la Luiss e la Virtus 1960 in serie B.
Anche affrontare la serie B comporta spese importanti. Anzi, nei campionati
minori, dove il giro degli introiti è davvero irrisorio, fare attività è una
vera impresa.
La svolta americana non sarà apprezzata dai cultori della romanità.
Il romanticismo di una squadra composta da romani appartiene ormai a un’altra
storia e a un’altra epoca. Il mondo è cambiato, bisogna essere realisti.
Guardare indietro non porta da nessuna parte. Io dico che si deve invece pensare
alla natura del progetto: è la sua consistenza l’aspetto più importante. Mi
auguro che non si ripetano, a proposito di passato, il mordi e fuggi
fallimentare di esperienze precedenti. Chiunque venga, animato da intenzioni
serie, è ben accetto.
Se arriverà la fumata bianca, la nuova Roma dovrebbe giocare inizialmente nel
Palasport del quartiere Eur, in attesa che si completi la copertura del centrale
di tennis al Foro Italico.
Il Palasport è stato il teatro delle grandi imprese del Banco. È il luogo della
memoria del basket romano.
L'articolo Torna il basket a Roma, Gilardi: “La Nba europea ha una sua logica.
Ben vengano questi americani, ma i progetti vanno sostenuti” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
ALPEREN SENGUN, STELLA DI PRIMA GRANDEZZA?
Attenzione, è un giocatore di altissimo livello. È solo legittimo chiedersi se
può davvero essere la stella di prima grandezza di una squadra che punta al
titolo. O comunque a fare strada nei playoff. In alcune partite, sembra
imprendibile. In altre, diventa impreciso, prende tiri da fuori a bassa
percentuale, sembra non avere il carisma giusto per trascinare la squadra. Nelle
ultime dieci gare, per esempio, dal campo sta tirando così e così (44%), per
18,3 punti in totale. Stanotte contro gli Charlotte Hornets dire che ha
“steccato” è volergli fare un complimento: appena 7 punti con 3 su 11 dal campo.
Ai liberi, poi, non ne parliamo nemmeno. Non raggiunge il 70%, non il massimo
per uno che gioca la sua mole di palloni. Tecnicamente, sembra un filmato
proveniente direttamente dagli anni ’90. Somiglia molto a Rony Seikaly (pivot
libanese che ha fatto il suo meglio con i Miami Heat).
Trattasi di centrone come li facevano una volta. Molto vintage. Un po’ lentino e
rigido, forse poco esplosivo, però con un uso del piede perno davvero notevole.
Prende posizione in post basso, sente con la schiena le intenzioni del
difensore, finta o si gira in base alla reazione chi lo sta marcando e trova
(quasi) sempre la via del canestro. Bel semigancio destro quando prende il
centro area dopo un arresto a un tempo, capace anche di attaccare in palleggio e
proteggere la palla con il corpo nelle entrate centrali. Molto bravo a servire i
tagli dei compagni. Per lui, in questa stagione, oltre i 20 punti di media e 9
rimbalzi. Forse un po’ poche le carambole, considerando l’alto numero di
possessi con cui si gioca oggi. Chi è Alperen Sengun? Solo il tempo ce lo dirà.
ANTHONY DAVIS, DOVE LO METTO?
Forse una parabola discendente un po’ troppo ingenerosa, per un giocatore che in
ogni caso ha vinto un anello con i Los Angeles Lakers da protagonista. Anthony
Davis è finito ai Wizards con D’Angelo “nessuno mi vuole” Russell, Hardy ed Exum
in cambio di Middleton, Johnson, Branham, Bagley e due prime scelte di futuri
draft. Si, in cambio di poca roba. Forse le scelte future, ma in sostanza, al
momento, poca roba. Dallas decide di ricostruire. Washington decide – una
costante da venti o trent’anni – di fare cose a caso, senza strategia, senza un
senso logico. Davis raggiunge Trae Young. Evviva, che felicità. Fatto sta che
per l’ex stella dei Pelicans, a 33 primavere, problemi fisici costanti e con un
picco di carriera ormai bello che andato, approdare in una franchigia in
confusione, poco sexy, poco gloriosa come i Wizards potrebbe segnare (sempre se
vi rimarrà) un fine carriera da incubo, tra poca considerazione, risultati
pessimi, essere ai margini della NBA. Dispiace.
KEVIN DURANT NON TRAMONTA MAI
Sapete perché può essere considerato nella top 5 degli attaccanti migliori di
sempre? Perché è un 2.11 in grado di arrestarsi a due tempi dal perimetro come
solo Larry Bird sapeva fare. Ma che poi, palla in mano, è in grado di cambiare
direzione in palleggio e penetrare fino in fondo come fosse una guardia. Perché
con quello specimen fisico, e delle braccia interminabili, muove i piedi in
uscita dai blocchi come e forse meglio di Reggie Miller. Perché 20 punti in una
gara di alto livello NBA li mette solo nel momento in cui dice alla propria
fidanzata “amore, mi faccio il borsone e vado al campo”. Perché nemmeno King
Kong potrebbe impedirgli di prendersi un tiro dalla media cadendo all’indietro.
Ma anche perché, a 37 anni, sta segnando ben 26 punti di media e tira dal
perimetro con il 40%. Ogni volta che rilascia la palla dopo un arresto e tiro,
da qualche parte negli States sboccia una rosa. American Beauty.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Durant è nella top 5 attaccanti migliori di sempre.
Anthony Davis, è finita? proviene da Il Fatto Quotidiano.