È stato arrestato dalla polizia l’ultras dell’Inter che domenica ha lanciato una
bomba carta all’interno dello stadio ‘Giovanni Zini’, durante Cremonese-Inter.
Il grosso petardo, lanciato pochi minuti dopo l’inizio del secondo tempo dal
settore dei tifosi ospiti, è esploso a poca distanza dal portiere della
Cremonese, Emil Audero, caduto a terra in evidente stato di stordimento, motivo
per cui l’arbitro ha sospeso la gara, per consentire l’intervento dei
soccorritori. A seguito delle indagini, la Digos della Questura di Cremona,
grazie attraverso l’analisi delle immagini del sistema di videosorveglianza
dello stadio e di quelle effettuate dalla Scientifica, è riuscita a individuare
l’autore del lancio della bomba carta, tratto in “arresto differito entro le 48
ore dal fatto”.
L'articolo Petardo contro Audero a Cremona, nel video il lancio da parte
dell’ultras dell’Inter (poi arrestato) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il ragazzo che domenica a Cremona ha lanciato il petardo che ha stordito il
portiere Emil Audero è stato arrestato dalla Digos di Milano. Non è un socio
dell’Inter Club San Marino, come era emerso inizialmente: si tratta invece di un
19enne che, a differenza del secondo ragazzo che con un altro petardo si è
ferito alle dita, fa parte dei gruppi ultras della Curva Nord. E in particolare
del gruppo dei Viking, il cui capo Nino Ciccarelli e a capo del direttivo della
Nord. A quanto risulta l’ultras avrebbe lanciato una bomba carta fatta come un
fumogeno che una volata acceso poi esplode. Allo stato ancora non sono ancora
note le accuse contestate. Domani ci sarà l’udienza di convalida.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Arrestato il tifoso dell’Inter che ha lanciato il petardo contro
Audero: è un 19enne che fa parte degli ultras della Curva Nord proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Ordigni sotto l’auto del figlio del patron, ma anche del capitano, del capo
ultras e dei dirigenti del Foggia calcio, tutto avvenuto tra giugno 2023 e
maggio 2024. Per questo la Direzione distrettuale antimafia di Bari ha chiesto
tre condanne nel processo con rito abbreviato sulle ipotizzate minacce mafiose
ai vertici del Foggia Calcio per estendere il controllo della criminalità
organizzata sulla società sportiva che lo scorso maggio è finita in
amministrazione giudiziaria. Le richieste di pena sono state formulate dalla pm
Bruna Manganelli davanti al giudice per l’udienza preliminare di Bari.
La condanna più pesante, pari a 7 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione, è
stata chiesta per Marco Lombardi, 49 anni, pregiudicato e considerato vicino al
clan Sinesi-Francavilla della Società foggiana. Secondo l’accusa, Lombardi
sarebbe stato l’istigatore degli atti intimidatori. Per Massimiliano Russo, 50
anni, la procura ha chiesto una condanna a 5 anni e 10 mesi di carcere, mentre
per Fabio Delli Carri, 48 anni, la richiesta è di 5 anni e 6 mesi.
I tre imputati rispondono di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e
di diversi episodi di danneggiamento. Le contestazioni si riferiscono a una
serie di intimidazioni che, secondo le indagini, sarebbero state messe in atto
per condizionare la gestione del Foggia Calcio.
Nel procedimento si sono costituiti parti civili il patron del Foggia Calcio,
l’imprenditore barese Nicola Canonico, il figlio Emanuele e la C.N. Holding
s.r.l., società proprietaria del club. Nicola Canonico e la holding, assistiti
dall’avvocato Michele Laforgia, hanno chiesto un risarcimento danni di 3 milioni
di euro; Emanuele Canonico, difeso dall’avvocato Graziano Montanaro, ha avanzato
una richiesta di 500mila euro.
Secondo la ricostruzione investigativa, gli imputati avrebbero agito con ruoli
diversi in una strategia intimidatoria che avrebbe incluso appunto il
posizionamento di un ordigno sotto l’auto del figlio di Canonico e minacce
rivolte anche al capitano della squadra, al capo ultras e ad alcuni dirigenti
del club.
Gli attentati erano cominciati il 18 giugno 2023, con l’esplosione di colpi di
fucile indirizzati all’auto dell’allora capitano del Foggia, Davide Di Pasquale.
Sono culminati con la collocazione di un rudimentale e pericoloso ordigno
esplosivo vicino all’automobile di Emanuele Canonico, allora vice presidente
della società Foggia Calcio 1920. Nell’ambito delle indagini erano stati
sventati due attentati incendiari alle auto dei vertici. Intercettazioni e
perquisizioni avevano consentito, anche attraverso il sequestro di materiale
informatico e documenti (fra i quali un foglio manoscritto, rinvenuto in
possesso di uno degli indagati, sul quale erano stati cripticamente riportati
gli obiettivi criminali), di collegare, secondo gli inquirenti, tutti gli
episodi intimidatori ad un’unica regia.
Il procedimento proseguirà il 24 febbraio, quando davanti al gup Giuseppe
Battista sono previste le discussioni delle difese. Nell’ambito della stessa
inchiesta, una quarta persona, il 48enne Danilo Mustaccioli, è imputata con rito
ordinario davanti al Tribunale di Foggia. Nel frattempo, nelle scorse settimane
Nicola Canonico ha sottoscritto un preliminare di vendita del Foggia Calcio con
gli imprenditori Antonio e Giuseppe De Vitto e Gennaro Casillo. Per domani è
fissata, davanti al Tribunale di prevenzione di Bari, l’udienza per il rilascio
del nulla osta giudiziario alla cessione del club.
L'articolo “Minacce mafiose ai vertici del Foggia Calcio”, la Dda di Bari chiede
tre condanne fino a 7 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trasferte vietate fino al 23 marzo, ma è esclusa Milan–Inter, dove – essendo un
derby – non ci saranno movimenti di tifoserie. Questa la decisione del ministro
dell’Interno nei confronti dell’Inter dopo il caso del petardo lanciato in campo
vicino a Emil Audero, portiere della Cremonese durante il match appunto tra i
nerazzurri e la formazione allenata da Davide Nicola. “A seguito dei gravi
disordini che si sono verificati nel corso dell’incontro di Serie A che si è
disputato a Cremona il 1 febbraio 2026, il ministro dell’Interno ha disposto il
divieto di trasferta per i tifosi dell’Inter fino al 23 marzo 2026, nonché il
divieto di vendita, per gli stessi incontri, dei biglietti ai residenti in
Lombardia“, si legge nel provvedimento, che “è finalizzato a garantire la tutela
dell’ordine e della sicurezza pubblica e a prevenire il ripetersi di episodi che
possano compromettere il regolare svolgimento delle manifestazioni sportive”.
Da questa misura rimane escluso però il derby dell’8 marzo tra Milan e Inter,
visto che essendo entrambe le squadre milanesi, non ci saranno movimenti di
tifoserie. Decisione del ministro dell’Interno da non confondere dalla giustizia
sportiva. Il giudice sportivo infatti si esporrà dopo la fine della 23esima
giornata di Serie A, che si concluderà questa sera con il match tra Bologna e
Milan. Molto probabile l’arrivo di una pesante multa per l’Inter, più difficile
pensare all’ipotesi di chiusura di settori di San Siro, anche in virtù del
provvedimento del Viminale, anche se i due organi e le rispettive decisioni
rimangono indipendenti.
I fatti in questione riguardando quanto accaduto al 48esimo del secondo tempo,
quando dal settore ospiti è arrivato un petardo, lanciato da un tifoso
dell’Inter poi individuato ed espulso dal club di appartenenza. Audero è subito
caduto a terra, stordito e con problemi all’orecchio e al ginocchio, come poi da
lui stesso spiegato.
L'articolo Trasferte vietate ai tifosi del’Inter fino al 23 marzo (escluso il
derby): le decisioni del Viminale sul caso Audero. Attesa per il giudice
sportivo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alle categorie dei “giochisti” e “risultatisti”, nelle quali sono stati
incasellati negli ultimi anni gli allenatori italiani, è giunto il momento di
aggiungere quella dei “lamentoni”, versione più elaborata e sofisticata dei
“piagnoni”. È una specie trasversale, nella quale si ritrovano tutti insieme
appassionatamente, giochisti e risultatisti, in nome di un sentimento molto
italiano: protestare, accusare, gemere.
I “lamentoni” hanno alzato la voce, anche in questo caso rispettando un copione
consolidato, a metà stagione, quando l’incrocio diabolico mercato-spremuta di
partite ha scosso i nervi dell’ambiente. L’inverno, il manto erboso non sempre
in condizioni irreprensibili, la stagione che avanza, il calendario che non dà
tregua, l’usura inevitabile, le questioni di classifica, gli errori arbitrali
purtroppo ancora elevati, nonostante la moviola: un frullatore che alimenta il
serbatoio della protesta. Il rappresentante più illustre, per curriculum (10
trofei, una promozione, 5 Panchine d’oro, 12 premi personali compreso quello di
allenatore dell’anno in Premier) e lignaggio – ha guidato Juventus, Inter,
Napoli, Chelsea, Tottenham e nazionale azzurra – è Antonio Conte. Il suo
j’accuse è stato scagliato contro l’elevato numero di partite, a suo giudizio
causa principale della valanga di infortuni che hanno travolto i campioni
d’Italia in carica. Lunedì, a Coverciano, dove ha ricevuto la quinta panchina
d’oro – record –, Conte è tornato sull’argomento: “Tutti parlano del problema e
si lamentano, ma nessuno fa niente. C’è una certa difficoltà a prendere
posizione, mentre la federazione tedesca, come ho letto da qualche parte, sta
esaminando la questione”.
Premesso che il numero dei guai fisici dei campioni d’Italia è davvero
impressionante ed ha indubbiamente condizionato la stagione azzurra – il
quotidiano Il Mattino ha certificato che 23 giocatori hanno saltato almeno un
turno per infortunio -, s’impongono però due riflessioni. La prima chiama in
causa i carichi di lavoro del Napoli. Come scrive sul suo account “Palla
Avvelenata” il giornalista Paolo Ziliani “il Napoli ha giocato lo stesso numero
di partite degli altri 107 club impegnati nelle coppe europee, il numero dei
giocatori in lista è uguale per tutti, ma solo a Napoli, sotto la guida di Conte
e del suo staff stile Full Metal Jacket, è avvenuto lo sterminio sotto gli occhi
di tutti”. Che i metodi di allenamento di Conte siano tosti, è certificato dalla
storia. Ai tempi del Tottenham, un giorno Harry Kane, giocatore esemplare – mai
una polemica, mai un atteggiamento fuori posto, raro esempio di calciatore
inglese che durante la stagione non beve un goccio d’alcol -, vomitò per la
fatica. Ci sono sport – nuoto, atletica, ciclismo, sci nordico – in cui i
carichi sono superiori a quelli del calcio, ma se un giocatore sta male alla
fine di una seduta, qualcosa non quadra. Conte, come dimostra il suo percorso
professionale, dà il meglio di sé nelle stagioni in cui può concentrarsi su un
unico obiettivo: i campionati vinti con Chelsea e Napoli, per dire, sono
maturati in un’annata senza coppe europee tra i piedi. Questo dato potrebbe
essere uno spunto di riflessione e spingere magari a cambiare qualcosa per
gestire i due fronti, anche per superare quell’ostacolo che ha finora frenato
Conte in campo internazionale (mai oltre i quarti in Champions e con la
nazionale, dove però nell’europeo 2016 fece un miracolo a trascinare alla soglia
delle semifinali una squadra modesta).
L’altra questione chiama in causa non solo Conte, ma anche gli altri
“lamentoni”. Il calcio è entrato in questa spirale di overdose di partite perché
giocare fino allo sfinimento è necessario per foraggiare il business (a
cominciare dalle sfere altissime, basta scorrere il bilancio Fifa). Il circolo è
vizioso: più partite uguale maggiori passaggi televisivi, uguale maggiori
introiti dalla biglietteria, uguale migliori contratti con gli sponsor, uguale
maggiori incassi dal commerciale. Giocare di meno significa ridurre il giro
d’affari e per non compromettere ulteriormente i bilanci di un sistema già
impantanato nei debiti – non solo la serie A, ma anche la Premier -, tutti
dovrebbero rinunciare a qualcosa. Non solo i giocatori, che sono poi quelli che
espongono pubblicamente la faccia e il fisico, ma anche gli allenatori. Proprio
Conte, secondo le classifiche, sarebbe il coach più pagato della Serie A,
seguito da Allegri, Gasperini e Italiano. La domanda, pertinente, è questa: in
nome di un minore numero di partite, Conte e chi accusa il sistema di sistema di
aver ingolfato il calendario, è pronto a rinunciare a una fetta dei suoi
guadagni?
L'articolo Conte e gli altri “lamentoni”: quei troppi infortuni correlati ai
suoi metodi, l’ipocrisia delle critiche sul calendario proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non è mai facile commentare il calciomercato invernale. Figuriamoci farlo.
Soprattutto quando i soldi sono pochi e, a questo, si aggiungono i blocchi di
mercato che nemmeno si pensava sarebbero arrivati. Basti chiedere al Napoli, per
avere conferma: ha liquidità il club campione d’Italia di De Laurentiis, ma per
una questione di ammortamenti del bilancio, il costo del lavoro allargato (il
lordo, cioè, degli stipendi di tutta la prima squadra, staff incluso) supera
quello dei ricavi. Tradotto? Operazioni solo in prestito, che devono essere
creative. E quindi eccoli, Giovane e Alisson. Prestiti dall’onere alto, resi
possibili grazie alle cessioni di Lucca e Lang (che gravavano sul bilancio ma
soprattutto sul rendimento della squadra), con diritti di riscatto a bonus tutti
da confermare la prossima estate. Ma al di là del Napoli, il mercato di gennaio
è stato difficile. Più difficile del previsto. I botti? Solo quelli di
capodanno…
Perché grandi acquisti, va detto, non ce ne sono stati. Sorpassi e
controsorpassi sì, ma quelli sono abbastanza all’ordine del giorno. Il più
avvincente è stato quello dell’Atalanta, che ha spiazzato tutti con l’acquisto
di Raspadori. L’ex Napoli sembrava a un bivio: Roma da un lato (la più avanti),
proprio il Napoli dall’altro. Alla fine hanno vinto i nerazzurri, che rispetto
alle altre candidate hanno preso l’attaccante a titolo definitivo, accontentando
sia lui (che non voleva sentirsi di passaggio), sia l’Atletico, che ha evitato
la minusvalenza dopo soli sei mesi dall’acquisto. Quello dei Percassi è stato il
blitz più sorprendente e vincente, dettato dal fatto che probabilmente già
sapevano che Lookman, alla fine, sarebbe partito (che sarebbe andato proprio a
Madrid, però, non si poteva proprio prevedere). Conti a posto e un giocatore da
rilanciare anche in ottica Mondiale, senza dimenticare che con Scamacca al
Sassuolo fece benissimo.
Le altre? Hanno aspettato. E hanno anche preso, per carità. Ma senza riuscire
davvero ad accendere le fantasie dei tifosi. Forse ce l’ha fatta un po’ di più
la Roma, che ha fatto arrivare Malen per cui Gasperini stravede, Zaragoza (anche
lui richiesto dall’allenatore) e il giovane ma molto interessante Robinio Vaz
dal Marsiglia. Del Napoli si è già detto. Compreso, velatamente, il fatto che
sia stato sconfessata buona parte del mercato estivo: via Lucca, Lang e
Marianucci.
Il Milan ha provato a sorprendere tutti con Mateta ma alla fine si è dovuto
‘accontentare’ del solo Fullkrug. Il tedesco è arrivato benissimo e si è
integrato alla grande, sia chiaro. Ma il francese sembrava un acquisto per il
presente e il futuro, non fosse stato per quel ginocchio che non convinceva e
che dopo i supplementi di visite mediche ha fatto stoppare all’ultimo le
trattative. Probabilmente ricordandosi anche tutti i dubbi che, questa estate,
avevano portato a interrompere l’acquisto ormai definito di Boniface
dall’Eintracht.
Manca il colpo, come è mancato alla Juve, che cercava un attaccante e si è
trovata, a sorpresa, con un vice Yildiz come Boga e un esterno come Holm
(arrivato dal Bologna al posto del deludente Joao Mario). Kolo Muani, alla fine,
non è tornato nonostante avesse provato a far capire al Tottenham quanto avrebbe
preferito un trasferimento in bianconero. E soprattutto non è arrivato Zirkzee,
che volevano un po’ tutti ma è rimasto allo United, di nuovo.
L’olandese è stato l’oggetto del desiderio di Juve, Napoli e, di nuovo, Roma, ma
tempistiche e costi gli hanno remato contro. E a proposito, quello che doveva
sembrare il mercato delle punte (con anche Ferguson e Dovbyk in uscita) si è
dimostrato essere quello delle mezze punte o degli esterni offensivi. Perché gli
attaccanti costano, e in un mercato senza tanti soldi non è facile riuscire ad
arrivarci. Meglio cambiare, quindi, con buona pace di allenatori e tifosi che
forse si sarebbero aspettati qualcosa di più. Ma ora si tira una riga e si
ricomincia. Fino al prossimo giugno.
Non aveva bisogno di attaccanti l’Inter, che come spesso capita da anni si muove
solo se arriva l’occasione giusta. Non è successo quest’anno, non fosse per il
giovanissimo Jakirovic. Ma la classifica parla da sé: i colpi arriveranno in
estate. Quando i nerazzurri daranno via a una grandissima opera di rinnovamento.
Anche se numericamente e qualitativamente c’erano tre potenziali operazioni da
fare: un portiere, un difensore, un esterno.
L'articolo Pochi soldi e nessun botto. Si chiude il calciomercato invernale:
Juve e Milan si “accontentano”, assente l’Inter proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Innanzitutto sto abbastanza bene. Almeno di testa perché ripensando a quello
che è successo mi rendo conto che le conseguenze potevano essere molto più
gravi”. Emil Audero torna a parlare a distanza di due giorni dall’episodio del
petardo che gli è scoppiato a pochissimi metri di distanza durante
Cremonese–Inter, match terminato 0-2 per i nerazzurri. Al 48esimo del secondo
tempo infatti dal settore ospiti è arrivato un petardo, lanciato da un tifoso
dell’Inter poi individuato ed espulso dal club di appartenenza. Audero è subito
caduto a terra, stordito e con problemi all’orecchio e al ginocchio.
“Domenica ho avuto una botta molto forte all’orecchio e sul ginocchio destro:
tra calzettone e pantaloncino mi bruciava la pelle, mentre sull’orecchio ho
sentito una botta forte. E andrò a fare esami per controllare che non ci sia
niente di danneggiato”, ha spiegato il portiere grigiorosso a La Gazzetta dello
Sport. “È una roba che fatichi a digerire, perché pensi che per la dinamica che
c’è stata poteva andare peggio“, ha spiegato Audero. Il portiere ammette di aver
provato “una sensazione di vuoto morale che non avevo mai provato in vita mia.
Mi sono sentito scarico e mi sono chiesto perché sto giocando ancora, perché
sono in campo?”.
Secondo Audero l’esplosione del petardo avrebbe potuto avere conseguenze molto
più gravi: In genere sono bengala che non esplodono. Sembrava tutto sotto
controllo. Durante la partita ero concentrato, poi giro la testa e vedo quella
roba per terra vicino a me. Io non sono un esperto e solo per caso mi sposto
seguendo lo svolgimento dell’azione con lo sguardo. Stavo comunque richiamando
l’attenzione dell’arbitro, ho fatto pochi passi e poi quel botto tremendo”.
E poi “Un boato, come si mi avessero tirato una martellata all’orecchio, facevo
fatica a sentire. Nella gamba destra vedo un taglio, il calzoncino stracciato, e
sento un bruciore fortissimo. Non mi fossi spostato, poteva veramente finire
molto male”. Nonostante ciò, ha deciso di rimanere in campo, rialzarsi e
continuare a giocare. Segno di grande sportività: “L’ho fatto per l’adrenalina
innanzitutto. Ma lo fai anche perché sei in campo, capisci la situazione e non
vuoi che finisca in quel modo. Dentro di me non sentivo la volontà di
abbandonare. Sospendere la partita per un episodio del genere non mi andava giù.
Sapevo di potercela fare. Anche se poi è successo qualcosa”.
L'articolo “Perché sto giocando ancora? Perché sono in campo?”: Audero racconta
gli attimi dopo lo scoppio del petardo proviene da Il Fatto Quotidiano.
È morto Nicolas Giani, storico capitano della Spal e tra i giocatori simbolo
della scalata dalla Serie C alla Serie A. L’ex capitano 39enne combatteva da
tempo con una malattia. I tifosi, legati a uno dei fautori della scalata dalla
Lega Pro alla Serie A tra il 2014 e il 2017, avevano poche settimane fa esposto
uno striscione dedicato a lui, dopo che si era diffusa la notizia della
malattia. Il difensore, nato a Como nel 1986, ha collezionato oltre cento
presenze, condite da otto gol, con il club ferrarese.
A dare comunicazione della morte nella serata di lunedì 2 febbraio è stata la
società Ars et Labor Ferrara, la “nuova” Spal dopo il fallimento: “Ferrara
Calcio Ars et Labor si stringe attorno al dolore della famiglia
dell’indimenticato ex capitano Nicolas Giani, che ci ha lasciati a soli 39 anni.
Le battaglie, le gioie, la doppia promozione dalla Serie C alla Serie A, sempre
con la fascia al braccio a difesa dei nostri colori. Ciao Nicolas, Ferrara non
ti dimenticherà mai”.
CHI ERA NICOLAS GIANI
Nato nel 1986, Giani muove i primi passi calcistici nell’U.S. Cassina Rizzardi e
già nel 1998 viene ceduto all’Inter, che subito lo manda prima in prestito alla
Cremonese e poi alla Pro Patria. Nella stagione 2008-2009 viene ingaggiato dal
Vicenza e da difensore centrale viene spostato sulla fascia – sempre sulla linea
difensiva – dall’allenatore Gregucci, chiudendo il campionato a 37 presenze.
Nella stagione 2009-2010 Inter e Vicenza rinnovano il prestito annuale, con il
difensore che rimane così in Serie B, ma questa volta giocando solo 7 partite.
Giani rimane a Vicenza fino al 2014, con solo una brevissima parentesi di sei
mesi al Perugia, a gennaio 2013.
Dal gennaio 2014 è passato alla SPAL, in quella che allora era la Seconda
Divisione di Lega Pro, terminando il campionato al sesto posto e accedendo alla
Lega Pro unica. Nella stagione successiva viene nominato capitano, la Spal
finisce la stagione al quarto posto sfiorando i playoff, dopo una lunga rimonta
in campionato. Al termine della stagione 2015–2016 vince il girone B in Lega Pro
con due giornate d’anticipo riportando la squadra estense in Serie B dopo 23
anni. Il 18 maggio 2017, a sorpresa e senza i favori del pronostico, ha
contribuito alla vittoria del campionato di Serie B, riportando la Spal in Serie
A dopo 49 anni.
Il 30 giugno 2017 scade il suo contratto con la società di Ferrara e da
svincolato firma un contratto biennale con lo Spezia in serie B. A gennaio 2019
viene ingaggiato dalla Feralpisalò, società di Serie C, con la quale firma un
contratto fino al giugno 2021, per poi passare in Serie D nel 2021/22 – sua
ultima stagione agonistica – al Desenzano Calvina.
L'articolo Morto Nicolas Giani: aveva 39 anni. È stato il capitano della storica
cavalcata della Spal proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva a luglio. Anzi no, a gennaio. Alla fine non arriverà più. La trattativa
tra Jean–Philippe Mateta e il Milan è probabilmente tra le più intricate della
finestra di calciomercato invernale. Alla fine l’attaccante non vestirà
rossonero: né quest’anno, né nella prossima stagione. I motivi? Sembra di
tornare a qualche mese fa, al caso Boniface. Mateta non ha infatti superato i
test medici svolti dall’équipe rossonera, che ha manifestato non pochi dubbi
sulle condizioni delle sue ginocchia.
Dopo una serie di verifiche mediche effettuate tra ieri e oggi, infatti il club
rossonero ha deciso di non continuare con la trattativa, ritenendo non idonee le
condizioni fisiche dell’attaccante francese. Esattamente come successe con
Victor Boniface negli ultimi giorni di agosto 2025: il Milan aveva raggiunto un
accordo col Bayer Leverkusen sulla base di un accordo che prevedeva un pagamento
immediato di 5 milioni di euro per il prestito dell’attaccante, versandone altri
24 per l’eventuale riscatto. L’operazione è però saltata dopo le visite mediche,
che avevano evidenziato come i problemi fisici di Boniface non fossero del tutto
risolti. L’attaccante aveva avuto infatti due gravi infortuni al ginocchio
destro, più altri muscolari.
Una cosa simile – ma con qualche differenza – è accaduta con Jean–Philippe
Mateta, attaccante del Crystal Palace e obiettivo di mercato del Milan per
l’intera finestra di gennaio. Il francese era inizialmente un obiettivo dei
rossoneri per giugno, a parametro zero, poi la decisione di accelerare la
trattativa per provare a portarlo a Milano già a gennaio. Quando tutto sembrava
fatto, sono emersi dei problemi fisici nei controlli medici che hanno bloccato
tutto. Ma con una grande differenza rispetto a Boniface: Mateta sta giocando
sempre e tra l’anno scorso e i primi mesi del 2025/26 ha segnato 22 gol in
Premier League (8 quest’anno). Boniface invece soltanto otto e ha saltato
diverse partite per infortunio.
Mateta – consultando la cronaca infortuni presente su Transfermarkt – ha avuto
soltanto tre infortuni in carriera: un generico “malato” di soli due giorni, un
“infortunio alla testa” di circa un mese nella passata stagione e un
“lacerazione al menisco” nel 2019/20. Questo sì, grave: cinque mesi out. Ma da
quando è tornato – a dicembre 2019 – quel menisco non ha mai dato problemi al
francese. E infatti Mateta ha giocato 22 partite in campionato nel 2020/21 (in
alcune è rimasto fuori per scelta tecnica), 23 nel 2021/22, 29 l’anno successivo
e 72 totali tra l’anno scorso e quest’anno. Insomma, ha sempre avuto una certa
continuità (e va in doppia cifra da due anni).
Motivo per cui è possibile che – al di là dei presunti problemi fisici dopo i
controlli – il Milan abbia deciso di rinunciare a Mateta – vista anche la
permanenza di Cristopher Nkunku – perché non ne sente più il bisogno. Ci sono
già Leao, Pulisic, Fullkrug, Nkunku, Gimenez che sta per tornare. C’è
abbondanza.
L'articolo Milan, Mateta è “quasi” un Boniface 2.0: la trattativa salta per
problemi fisici. Ma dal 2019 ha avuto un solo infortunio proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È un socio dell’Inter Club San Marino il tifoso responsabile del lancio del
petardo che, nel corso della partita tra Cremonese e Inter, è esploso a pochi
centimetri dal portiere grigiorosso Emil Audero, provocandogli una ferita alla
gamba. A chiarirlo è lo stesso club nerazzurro sammarinese, che ha diffuso un
comunicato per prendere le distanze dall’accaduto. “Come Inter Club San Marino
ci assumiamo la responsabilità che un nostro socio fosse presente a Cremona. Ci
dissociamo totalmente dal suo gesto – si legge nella nota – Durante la trasferta
era autonomo, senza che potessimo conoscere le sue intenzioni. Abbiamo già
chiesto l’espulsione del club e collaborato con la Digos per identificare ogni
responsabilità”.
Una presa di posizione arrivata a poche ore dall’episodio che ha scosso il
secondo tempo del match allo Zini e che ha riacceso il dibattito sulla sicurezza
negli stadi. Il lancio dell’ordigno aveva costretto Audero a ricevere le cure
mediche per un taglio alla gamba e per un iniziale fastidio all’orecchio, prima
di riuscire a proseguire la gara. Sul piano giudiziario, il tifoso è stato
identificato già all’interno dell’impianto sportivo ed è attualmente piantonato
all’ospedale Maggiore di Cremona. Secondo quanto emerso, non si sarebbe ferito
durante il lancio del petardo caduto in campo, ma nel tentativo di scagliare un
secondo ordigno, esplosogli in mano. Le lesioni alle falangi di due dita sono
giudicate serie e non è escluso un trasferimento in un centro specializzato.
La sua posizione è ora al vaglio degli inquirenti: al momento appare improbabile
l’arresto, mentre è considerata certa la denuncia, seguita dall’emissione di un
Daspo. Parallelamente, resta aperto anche il fronte sportivo, con l’Inter che
rischia sanzioni disciplinari per il comportamento del tifoso. La riunione
dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive è stata anticipata già
ad oggi, lunedì, prima della decisione del Giudice sportivo che sicuramente
multerà il club nerazzurro. Quindi interverrà il Viminale, che deciderà quali
restrizioni adottare per la tifoseria dell’Inter. In questa stagione il
ministero dell’Interno ha già vietato le trasferte ai tifosi di quattro squadre:
Roma, Fiorentina, Napoli e Lazio.
L'articolo “A lanciare il petardo verso Audero un nostro socio, non potevamo
sapere le sue intenzioni”: il comunicato dell’Inter Club San Marino proviene da
Il Fatto Quotidiano.