COOPER FLAGG NELLA STORIA
La partenza stessa mano stesso piede fatta vedere nei primi minuti del secondo
quarto della gara contro gli Hornets, riassume benissimo l’essenza di Cooper
Flagg. Jaden Hardy guida il contropiede sulla corsia centrale, dopo aver preso
un rimbalzo difensivo. Si ferma sul vertice alto della linea da tre, mentre
Flagg riempie in modo rapido e silenzioso la corsia laterale. Hardy lo serve
sulla corsa, il rookie dei Mavericks si trova davanti Tidjane Salaun di
Charlotte. Non ferma la corsa dopo aver ricevuto il passaggio, mette palla a
terra immediatamente, attacca l’angolo difensivo di Salaun che – in quella
situazione – non avrebbe mai potuto essere perfetto. C’è tutto qui. C’è il
motivo del clamore. Il motivo della prima scelta al Draft. Una interpretazione
del basket da chi è nato proprio per giocarci. Feeling innato con il gioco.
Una fluidità che scorre (non semplicemente “corre”) per il campo in modo
naturale, quasi in simbiosi col parquet. Tempismo. Velocità di esecuzione. Mezzi
atletici. Capacità di essere un giaguaro anche off the ball. E non parliamo del
primo passo fatto vedere a Brandon Miller qualche azione dopo, concluso con una
schiacciata raccogliendo la palla a una mano, che se avesse avuto “Doctor J”
scritto sulla maglia nessuno si sarebbe meravigliato. Per il resto, tiri da tre,
tiri su una gamba dalla media, penetrazioni con appoggio di tabella in traffico.
Nulla è stato lasciato al caso. Anche un canestro da tre per pareggiare la
partita nei minuti finali, anche se poi Dallas perderà la gara. Poco importa. Le
vittorie arriveranno. I punti sono 49. Mai un adolescente aveva osato tanto
nella storia della NBA. Si, adolescente. Ha 19 anni, Flagg. Per lui 20 su 29 dal
campo, 3 su 5 dall’arco, 6 su 6 ai liberi. Magma pirandelliano.
KON KNUEPPEL, TIRATORE SENZA LIMITI
Nella stessa gara in cui Cooper Flagg ha messo a referto 49 punti, si è messo in
evidenza anche l’ex compagno di stanza al College Kon Knueppel, che peraltro ha
anche portato a casa la vittoria. Non è che nella prima parte di stagione fosse
rimasto nell’ombra, anzi. Però contro Dallas ha davvero incantato. Deve avere un
mirino laser al posto della mano destra. Tiratore come se ne sono visti pochi
nella stagione d’esordio. Quale Dennis Scott, quale Damian Lillard, quale Lauri
Markkanen. È Knueppel attualmente il più veloce di sempre a realizzare 100
triple in carriera. Roba da non crederci. Contro i Mavericks ha fatto una gara
alla “Steph Curry” per capacità di terrorizzare i difensori tutte le volte che
caricava un tiro dal perimetro.
Ha messo a referto 34 punti con 8 su 12 da tre. Tutto chiaro? In stagione,
Knueppel sta tenendo una media di quasi 19 punti a partita con il 43% da fuori.
Micidiale. Ha un movimento perfetto, una velocità di rilascio incredibile, i
piedi sono sempre perpendicolari al canestro anche in uscita dai blocchi. Sa
anche mettere palla a terra e fare passo laterale per mandare a vuoto i
close-out. Se tutto fila per il verso giusto, un giocatore così non passerà
certo inosservato nei prossimi dieci anni. Statene certi.
JOEL EMBIID: DA 8 GARE IN FORMATO MVP
È una buona notizia per i Sixers, ma anche per la NBA. Se Embiid sta bene,
gioca, magari vince anche, ci guadagnano tutti. Spettatori inclusi, perché
quella combinazione di mani levigate con polvere di diamante su uno specimen
fisico da vero colosso ha davvero pochi eguali nella storia. Nelle ultime otto
gare giocate, il centro di Philadelphia sta tenendo una media di 30,8 punti, con
il 53,5% dal campo e il 41,4% da tre. Sono cifre da MVP (lo vinse nella stagione
2022-2023).
Certo, lo vedi in campo e ti chiedi se le sue ginocchia reggeranno a ogni
atterraggio dopo un rimbalzo difensivo. E l’esplosività dei tempi migliori è
andata, non si sa se per sempre, ma in ogni caso al momento non è pervenuta.
Rimane la versione più pura dell’evoluzione dei grandi centri degli anni ’90
(epoca d’oro per il ruolo), con una morbidezza di tiro dal gomito della lunetta
paragonabile a quella di veri e propri alti rappresentanti della disciplina,
come Patrick Ewing o David Robinson. I Philadelphia 76ers non volano, ma non
sono neanche gli ultimi della classe (sesti a Est).
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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Mvp è una buona notizia per tutti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Nba
L’uccisione a Minneapolis di Alex Pretti scuote lo sport americano. Molti atleti
di NBA e NFL condannano pubblicamente l’ICE. Già nel mirino delle proteste dopo
la morte di Renee Good, le azioni dell’agenzia anti immigrazione americana
accendono contestazioni e manifestazioni in città. E insieme ai cittadini anche
le star dello sport rompono il silenzio.
Prima il rinvio, poi la palla a due in un clima surreale: Minnesota chiede pace
e Kerr cita Abraham Lincoln. Inizialmente rinviata dalla lega americana per
“mettere al primo posto la sicurezza e la tutela della comunità di Minneapolis”,
la gara di regular season tra Minnesota Timberwolves e Golden State Warriors è
stata disputata – poco più di 24 ore dopo gli scontri dell’ICE – in un clima
surreale. Le grandi manifestazioni di protesta organizzate nella giornata di
venerdì nelle Twin Cities sono proseguite durante tutto il weekend. In città e
al Targer Center, l’arena dei TWolves. Prima della palla a due è stato disposto
un minuto di silenzio per le vittime: in un’atmosfera cupa i maxischermi hanno
ricordato Pretti ucciso nella sparatoria proprio a pochi passi dal palazzetto.
Durante il match tanti tifosi hanno esposto i cartelli “ICE out now” contro
l’agenzia anti immigrazione americana. Citando Abraham Lincoln, il coach dei
Warriors Steve Kerr ha commentato così i 48’ più complicati della sua carriera:
“È stata una delle partite più bizzarre e tristi a cui abbia mai preso parte. Le
persone sono arrabbiate e stanno soffrendo. I media ci dividono, per una mera
questione di profitto, con la disinformazione. Dovremmo fare appello alla nostra
natura migliore (“better angels of our nature”, qui la citazione allo storico
presidente USA) per guardarci tutti negli occhi e capire che cosa sta accadendo:
c’è così tanto odio oggi che è davvero difficile pensare a una riconciliazione.
Sono tempi in cui occorre fare leva sui propri valori: dobbiamo capire chi
vogliamo essere. Sia come individui che come paese”. L’allenatore dei Minnesota,
Chris Finch, ha aggiunto: “Giocare a basket e basta oggi, non era la cosa più
importante…per la seconda volta in tre settimane abbiamo perso un altro membro
della nostra comunità in una maniera inimmaginabile. La nostra squadra ha
davvero il cuore infranto per ciò che stiamo vedendo e vivendo”.
IL MONDO NBA E WNBA CONTRO L’ICE
Il mondo NBA chiede chiarezza. “Dopo la notizia dell’ennesima sparatoria mortale
a Minneapolis, una città che è stata in prima linea nella lotta contro le
ingiustizie, i giocatori non possono più rimanere in silenzio. Ora più che mai
dobbiamo difendere il diritto alla libertà di parola ed essere solidali con le
persone del Minnesota che protestano e rischiano la vita per chiedere
giustizia”. La lettera dell’NBPA (il sindacato dei giocatori) denuncia l’ICE e
ricorda con affetto le vittime coinvolte. “La comunità dei giocatori NBA, come
gli Stati Uniti stessi, è una comunità arricchita dai suoi cittadini globali e
ci rifiutiamo di lasciare che le fiamme della divisione minaccino le libertà
civili che dovrebbero proteggerci tutti. La NBPA e i suoi membri esprimono le
più sentite condoglianze alle famiglie di Alex Pretti e Renee Good, mentre i
nostri pensieri rimangono concentrati sulla sicurezza e il benessere di tutti i
membri della nostra comunità”. Anche le squadre di Minneapolis – Twolves, Lynx,
Vikings, United FC e Wild – si sono riunite per firmare questo comunicato
congiunto pubblicato dalla Camera di Commercio del Minnesota: “Chiediamo
un’immediata cessazione delle tensioni e chiediamo alle autorità dello stato, a
quelle locali e a quelle federali di lavorare insieme per trovare soluzioni
reali”.
Il primo tra i giocatori a parlarne pubblicamente su X è stato Tyrese
Haliburton: il playmaker degli Indiana Pacers ha definito l’uccisione “un vero e
proprio omicidio”. Il secondo in tre settimane dopo quello di Renee Good del 7
gennaio scorso. Karl-Anthony Towns, ex stella proprio dei Twolves oggi ai New
York Knicks, ha chiesto trasparenza e assunzione di responsabilità alle
autorità. In WNBA il messaggio più forte arriva da Breanna Stewart che prima di
scendere in campo nella Unrivaled – una lega di basket femminile privata di 3vs3
– ha mostrato alle telecamere il cartello “Abolish ICE”. Queste le sue parole:
“Ero disgustata da tutto ciò che abbiamo visto…siamo carichi d’odio e senza
amore. Oggi, ho voluto dare un semplice messaggio che chiede politiche che
pensino alle famiglie e alle comunità, invece di soffiare sul fuoco della
violenza”. Per ultima Angela Reese, stella delle Chicago Sky, ha mostrato la sua
vicinanza “Pregando per il nostro paese”.
LE STAR NFL
Non solo NBA. Davanti alla seconda uccisione in tre settimane anche l’NFL non è
rimasta in silenzio. C’è chi come Alan Page, storico campione degli anni ‘70, è
sceso a protestare in strada insieme ai cittadini. Ryan Clark, altra ex
leggenda, si è schierato pubblicamente sui social definendo la morte di Pretti
“senza senso”. Per Dwight McGlothern Jr,giocatore dei Vikings, “quello che sta
succedendo in Minnesota non è giusto”. Anche lo sport scende in campo e alza la
voce. E nel frattempo a Minneapolis le proteste continuano.
L'articolo “Ora più che mai dobbiamo essere solidali con le persone del
Minnesota”: i giocatori NBA si schierano contro l’ICE proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Pillole in freestyle sui dieci giocatori più votati per l’All Star Game.
QUINTETTO DELL’OVEST
Nikola Jokic (Denver Nuggets). Steve Kerr è considerato uno dei migliori
tiratori di sempre. In carriera, ha una media del 45% da tre. Era un playmaker,
uno specialista, entrava in campo per quello. Jokic, ruolo centro, sta tirando
da fuori con il 43,5%. John Stockton potete invece vederlo come uno dei migliori
passatori della storia. Ha chiuso con 10,5 assist di media in maglia Utah Jazz.
Jokic, ruolo centro, sta facendo felici i propri compagni ben 11 volte a
partita. Sì, la NBA sarà pure cambiata, ma tutto ciò va oltre. Va oltre le
epoche, va oltre i ruoli, va oltre le convenzioni. Stiamo assistendo a qualcosa
che è rivoluzionario tanto quanto (se non di più) era negli anni ’70 vedere
Magic Johnson (alto 2.05) fare dietro schiena in contropiede a tutta velocità.
Non è evoluzione, è rivoluzione.
Luka Doncic (LA Lakers). Allora, qui bisogna fare due discorsi separati. In
quanto a tecnica individuale, talento, feeling per il canestro, perfezione dei
fondamentali, visione di gioco, se non siamo al top della storia poco ci manca.
Di contro, in quanto ad attitudine difensiva imbarazzante, tendenza a lamentarsi
con gli arbitri anche se in mensa gli hanno servito pollo invece che tacchino,
capacità di sparare un tiro da nove metri senza raziocinio o forzare una
conclusione nel momento sbagliato di una gara, anche qui se non siamo al top
della storia poco ci manca. Bel dilemma?
Shai Gilgeous-Alexander (OKC Thunder). Un ninja silenzioso e letale. Non lo vedi
nemmeno arrivare, ha già messo 30 punti e indirizzato una partita. Pensare che
lo scelsero i Clippers, noti “talent scout”… Immarcabile, perché non ti fa mai
capire a che velocità vuole andare. Varia i ritmi in palleggio e con l’uomo
addosso: parte forte, butta un’esca rallentando, la difesa abbocca e lui
riaccelera in una frazione di secondo. Non si vedeva un tiratore dalla media
distanza così bravo dai tempi di Allan Houston e Rip Hamilton. Prima opzione
offensiva di una squadra, Oklahoma City, che sarà ricordata nella storia.
Victor Wembanyama (San Antonio Spurs). Ormai si è detto e scritto tutto su di
lui. Non solo merita l’All Star Game, ma se gli Spurs continuano a fare così
bene anche nella seconda parte della stagione, può mirare anche a qualcosa di
più. Di certo, è già probabilmente il miglior difensore della lega. Ma non per
il numero delle stoppate che fa. Bensì perché entra nella testa degli attaccanti
e li costringe a cambiare decisione pria ancora di agire come facevano Bill
Russell, Dikembe Mutombo o Alonzo Mourning. Vi pare poco?
Stephen Curry (Golden State Warriors). Con l’infortunio di Butler, un ulteriore
ciclo di rilancio si è concluso. Si è concluso male. I tempi degli Splash
Brothers sono ormai storia, a San Fransisco è da un po’ che non si respira
quell’aria frizzante del secondo decennio degli anni 2000. Steph Curry? È
l’unico che non molla mai. Nonostante gli anni passino pure per lui (anche se
non sembra). Di punti ne segna 27,4 di media. Da tre tira col 40%. È più facile
assistere a una nevicata sul Gran Canyon che vedergli sbagliare un libero
(92,8%). Dopo 17 stagioni di NBA, non è semplicemente umano. E infatti è ancora
un All Star. Lunga vita al miglior tiratore di sempre.
QUINTETTO DELL’EST
Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks). Probabile abbia fatto il suo tempo a
Milwaukee. Un anello NBA è in ogni caso in bacheca. Poco non è. Forse la sua
cessione conviene un po’ a tutti? Sta di fatto che i Bucks affondano
all’undicesima posizione a Est. Non sono competitivi per il Titolo.
Difficilmente lo saranno. Per il resto, la stella greca rimane il terzo tempo
con la falcata più estesa da quando Wilt Chamberlain ha appeso al chiodo le
proprie Converse. Ha tutte le carte in regola per poter essere di nuovo MVP.
Manca solo il roster giusto.
Jalen Brunson (New York Knicks). Quando Tim Hardway (circa 1.80 m) dribblava gli
avversari con lo “UTEP two-steps” (il palleggio incrociato brevettato
all’Università di Texas El Paso) e concludeva in appoggio al tabellone guancia a
guancia con gente di 2.10, si gridava quasi al miracolo. Qui, bisognerebbe fare
di più, perché rispetto agli anni ’90, quelli che ha contro Brunson sono ancora
più grossi ed esplosivi. E la stella dei Knicks non si accontenta di concludere
solamente nei pressi del canestro. Fa di più: tira in faccia a chiunque da ogni
posizione. Ma il dubbio è: al giorno d’oggi, può un giocatore franchigia della
sua taglia portare fino in fondo una squadra NBA?
Tyrese Maxey (Philadelphia 76ers). Lo scorso anno era un gran giocatore.
Quest’anno è una stella. Fate conto una palla da flipper lanciata per il campo,
in grado di creare una transizione partendo dalla rimessa dal fondo in stile
Beep-Beep. Primo passo a velocità del suono, caviglie esplosive, gran palleggio
con entrambe le mani, spettacolare rapidità di piedi. È diventato anche un
tiratore da tre niente male (39%). Molto sciolto e spettacolare. È l’Iverson
della Generazione Z.
Cade Cunningham (Detroit Pistons). Palla in mano, sembra Grant Hill. Se provi a
mettergli pressione quando agisce da portatore primario, ti ha già schiacciato
in testa un paio di volte. Si, perché la guardia di Detroit, pur non essendo una
gazzella come velocità di base, ha dei fondamentali in palleggio come se ne
vedono pochi. Gran tocco in avvicinamento, dopo essersi liberato del difensore.
Molto efficace quando guida la transizione, può andare fino in fondo, magari
dopo una virata, ma anche trovare il compagno sulla corsia giusta. Il tiro da
tre è una delle sue pecche (appena 32%). Ci può lavorare, perché il movimento
non è affatto male. Ah, Detroit è prima a Est.
Jaylen Brown (Boston Celtics). Senza Tatum, è alla miglior stagione in carriera.
E i Celtics, nonostante le partenze estive, sono secondi a Est. Inaspettato.
Parte del merito va sicuramente a Brown, che è sostanzialmente uno slasher con
tanti punti nelle mani, che però in difesa non si risparmia mai ed è in grado di
marcare l’attaccante più pericoloso della squadra avversaria. Sta migliorando
anche da fuori (36%), anche se per scambiarlo per un tiratore puro servirebbe
una grande immaginazione. Giocatore serio, che fa il suo dovere, per quanto
lautamente pagato (nel 2023 divenne il giocatore più pagato della storia).
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Da Jokic a Jaylen Brown: il commento ai dieci
giocatori più votati per l’All Star Game proviene da Il Fatto Quotidiano.
PAOLO BANCHERO, CHE SUCCEDE?
Primi anni ’90. New Jersey. Un lungo di 2.06 gioca in ogni parte del campo. Va
sotto canestro e usa il perno. Esce sulla linea da tre. Mette palla a terra.
Serve i tagli dalla posizione di guardia. Si chiama Derrick Coleman, è stato uno
dei precursori del ruolo di ala grande moderna. Talento spaziale. Prime stagioni
trionfali (a livello individuale) con i New Jersey Nets. Addirittura, All Star
Game nel 1994. Poi problemi fisici e il declino inaspettato. Un declino precoce.
Gran peccato.
Il talento non basta. Ci vuole fortuna (leggi: essere liberi da infortuni).
Bisogna trovarsi nella squadra giusta. Bisogna continuare a credere di poter
migliorare anno dopo anno. Non è facile. Ecco perché LeBron è un “semidio”.
Paolo Banchero, dopo le prime incoraggianti stagioni, deve evitare di
intraprendere un percorso simile a quello dell’ex stella dei Nets. Il suo quarto
anno sta effettivamente facendo sorgere non pochi dubbi sul valore effettivo del
giocatore.
In campo, Banchero sembra estraniato dal gioco. Ci sono dei tratti della gara in
cui agisce quasi da comprimario. Appare svogliato, non concentrato, quasi
rassegnato in certe gare. Un linguaggio del corpo non da stella. D’altronde, le
cifre sono lì, inequivocabili. L’efficienza al tiro è ai minimi da quando è
nella NBA, nonostante i 20 punti di media. Da fuori, per dirne una, è regredito
in maniera imbarazzante (25%).
Tanto che gli avversari hanno iniziato a distanziarsi per coprirsi dalle
penetrazioni. E non è che dal campo faccia molto meglio (45%). Insomma, i mezzi
ce li ha, è uno che palla in mano sa attaccare il canestro e ha gran feeling per
il gioco. Dopo essere stato un All Star nel 2024, c’è da dire, questa situazione
era l’ultima cosa che ci si poteva aspettare. Reagirà?
ZION WILLIAMSON: E QUINDI?
Fa sorridere quello che si legge in giro appena Zion Williamson piazza un paio
di schiacciate ad effetto che diventano virali. Come quelle che ha fatto contro
i Brooklyn Nets. Eccolo, è arrivato Zion. Guardate cosa può fare. Se gira la
chiave, non lo ferma nessuno. Ogni anno, la stessa storia. Identica.
Figuratevi se schiacciare a canestro, per uno come Zion, è un problema. Si può
portare il ferro a casa ogni partita. Figuratevi se, servito in situazioni
dinamiche, con un minimo di vantaggio sull’angolo difensivo del difensore, Zion
con quel fisico non possa fare un palleggio e scaraventarsi sopra ogni
avversario indipendentemente dalle dimensioni. Ci si sorprende ancora per
questo? Mah. In realtà sono altre le cose importanti.
Perché non si parla di come, a livello tecnico, sia lo stesso giocatore (se non
peggio) che era all’Università? Nessun miglioramento nel palleggio, tiro da
fuori inesistente, capacità di attaccare le difese da fermo ridicola. Perché non
si parla di come i New Orleans Pelicans siano una barzelletta anno dopo anno? Al
momento, sono i penultimi dell’intera lega come percentuale di vittore (23,3%).
Perché non si parla della sua svogliatezza in difesa? Vederlo andare in aiuto
(anzi non andare in aiuto) sulle penetrazioni fa male allo spirito del gioco.
Zion Williamson bisogna prenderlo per quello che è: un giocatore la cui voglia
di diventare una vera stella è stata sopravvalutata.
ANTHONY BLACK STA CRESCENDO
Bella sorpresa per gli Orlando Magic. Dopo le prime stagioni anonime, Anthony
Black sta finalmente emergendo. Scelto alla numero sei nel Draft del 2023, Black
si presentò all’NBA un po’ in sordina. Non era ancora pienamente maturo per il
piano di sopra, anche perché veniva identificato come una sorta di playmaker,
come portatore primario.
Invece, la giovane speranza di Orlando è più un’ala–guardia che non eccelle
nella gestione della sfera, ma che sa come dire la sua in penetrazione e in
contropiede. Giocare in avvicinamento è il suo pane quotidiano, perché è rapido,
fluido nei movimenti e ha una buona sensibilità di tocco nei pressi del ferro.
Il tiro, invece, va necessariamente migliorato.
Ci deve lavorare di più (35% da tre), perché una maggiore precisione potrebbe
essere il vero spartiacque tra un futuro da titolare fisso e un futuro da buon
giocatore in uscita dalla panchina. Anche ai liberi (72,3%) non può definirsi
una “certezza”. Sta segnando quasi 16 punti di media a partita. Niente male.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Che succede a Paolo Banchero? Dall’All Star Game alle
difficoltà: alcune percentuali sono imbarazzanti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
LA TRISTE PARABOLA DI TRAE YOUNG
Era questione di tempo la sua cessione. È finito ai Washington Wizards, la
“Siberia” della NBA. Scelto da Dallas nel Draft del 2018. Scambiato però subito
con gli Hawks per Luka Doncic e una prima scelta. Grande idea, allora, cara
Atlanta. Non c’è che dire. Al netto della scelta fatta poi di recente dai
Mavericks, che hanno spedito ai Lakers la stella slovena. Trae Young non ha mai
sfondato. Entrato nella NBA come una sorta di “nuovo” Steph Curry, anno dopo
anno è emerso per quello che probabilmente è sempre stato. Un giocatore dal
grande talento, ma inconsistente, troppo debole fisicamente, incapace di guidare
una squadra in un contesto vincente. Grandi numeri, poche vittorie. Eternamente
in bilico tra due status. Troppo forte per essere messo da parte. Troppo debole
per affidargli una squadra come stella di prima grandezza. Non una bella
situazione. Quest’anno, aveva toccato il fondo in quanto a cifre. Nemmeno 20
punti di media, conditi con la peggior percentuale da tre della carriera (30,5%)
nelle dieci partite giocate. Non è mai stato uno scienziato nella selezione dei
tiri. In più, Young è uno che paghi veramente caro in difesa per tante ragioni,
tra cui la stazza (1.88). Cosa rimane? Uno che sa come “trattare” la palla.
Potenzialmente, uno dei migliori e più versatili passatori attualmente nella
NBA, nonché detentore di uno dei tiri a parabola alta più efficaci dopo aver
superato il proprio difensore dal palleggio. Ma per condurre una squadra con
ambizioni, guardate pure da un’altra parte.
DENI AVDIJA DI PORTLAND È UN ALL STAR
Signore e Signori, questo qui è spuntato (quasi) dal nulla e Portland, così come
la NBA, deve solo ringraziare. Attenzione, non è che nel frattempo stia guidando
i Blazers verso le vette della lega, in stile Clyde “The Glide” Drexler. Sono
solo noni a Ovest. Tuttavia, l’ex Maccabi è giocatore su cui poter costruire
qualcosa di importante. Avdija segna definitivamente il ritorno dei grandi
penetratori. Alla JR Rider di Minnesota (gran talento, piccola testa…), alla
Sean Elliot di San Antonio, alla Kevin Johnson di Phoenix. Gente che sfrutta il
pick and roll centrale per puntare l’avversario dal palleggio e andare fino in
fondo. Una gioia per gli occhi. La stella dei Blazers è efficacissima (e molto
creativa) nelle decisioni in palleggio, con un notevole cambio di direzione tra
le gambe. Sfrutta il blocco, finta l’entrata verso destra, poi cross over verso
il lato opposto, e via verso il ferro. Fortissimo fisicamente, è in grado di
reggere i contatti in area e concludere in appoggio anche contro i centri molto
più alti. Grande feeling per il gioco, grande senso del canestro, grande
sensibilità di tocco in avvicinamento, maestro del penetra e scarica. Ha pure un
movimento di tiro molto bello da vedere. Sull’efficacia da tre, 36% per adesso,
ci si può ancora lavorare. Non è malaccio, ma non è che se ti distrai per un
attimo lo scambi per Mark Price o Dale Ellis. Sta segnando 26,3 di media, con 7
assist e 7,2 rimbalzi. Praticamente, un All Star.
LAMELO BALL, SOLITA STORIA?
Wow, che spettacolo quel passaggio. Hai visto il palleggio dietro schiena in
traffico contro due difensori? Ti rendi conto del tiro fuori equilibrio che ha
messo dentro? Se non hai talento, queste cose non le puoi nemmeno pensare. È
vero. Verissimo. E LaMelo Ball di talento ne ha a carrettate. Lui fa grandi
numeri e grandi giocate. Probabilmente, può essere considerato uno dei giocatori
più spettacolari della NBA. Palla in mano, fa e disfa a piacimento. Tratta la
sfera come uno yo-yo, cambia direzione tra le gambe in stile Tim Hardaway (padre
del giocatore in maglia Denver), serve i passaggi in no-look con la stessa verve
imprevedibile di Jason Williams. Gioca con tanta fiducia, sembra divertirsi, non
ha paura di osare. Ma la vera domanda è: sa anche vincere? Tutto ciò serve a
qualcosa? Gli Hornets sono dodicesimi a Est anche quest’anno. Nessuna novità
ormai da diverse stagioni. Forse dovrebbe cambiare aria. Il dubbio che si aggira
nella lega da qualche tempo è: gli importa veramente vincere? Ha quella
scintilla che serve? Perché Kobe Bryant era Kobe Bryant non solo per quello che
sapeva fare in campo tecnicamente. Kobe era un vincente nell’anima. Rischia di
diventare un talento sprecato.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | La triste parabola di Trae Young, finito nella
“Siberia” della Lega proviene da Il Fatto Quotidiano.
Infortunio e paura per Nikola Jokic, uscito zoppicando dal campo poco prima
dell’intervallo della sfida Nba tra i suoi Denver Nuggets e i Miami Heat,
giocata nella notte italiana e terminata con la vittoria di Miami per 147-123.
Nella sfida disputata a Miami contro gli Heat mancavano solo 3 secondi alla fine
del primo tempo e – in un’azione difensiva – Spencer Jones ha involontariamente
pestato il piede sinistro di Nikola Jokic, il cui ginocchio è sembrato cedere un
attimo dopo.
La stella di Denver è rimasto a terra dolorante toccandosi proprio il ginocchio
sinistro e dopo essere rientrato zoppicando vistosamente negli spogliatoi, non è
più stato in grado di rientrare in campo per dare una mano ai compagni. Adesso
non rimane che attendere l’esito degli esami di rito per valutare l’entità
dell’infortunio, ma nel frattempo c’è inevitabilmente attesa e ansia in casa
Nuggets. Perché avere o non avere Jokic fa tutta la differenza del mondo e
perderlo per diverso tempo rappresenterebbe un problema non indifferente per i
campioni Nba del 2023.
“Ha capito subito che qualcosa non andava”, ha dichiarato l’allenatore dei
Nuggets David Adelman al termine della partita, spiegando che si saprà qualcosa
in più sull’entità dell’infortunio dopo la risonanza magnetica. “È una
sensazione che ti stringe lo stomaco, soprattutto quando succede a un giocatore
così speciale. Come allenatore pensi subito a cosa fare se dovesse mancare per
un po’”. Perché se Jokic dovesse essere assente anche solo per un mese,
significherebbe saltare circa 16 partite. Tantissime in una Western Conference
molto competitiva.
C’è anche un dato che rende l’allarme ancora più preoccupante: nelle ultime
cinque stagioni Jokic ha saltato solo 36 partite e Denver ha chiuso quelle gare
con un record di 13 vittorie e 23 sconfitte. Il centro dei Nuggets – dominante
in Nba ormai da diversi anni – aveva ieri già messo a segno 21 punti, 8 assist e
5 rimbalzi nella prima metà della partita fino all’infortunio al ginocchio e
viaggiava verso la diciassettesima tripla-doppia in 32 partite. Numeri
impressionanti, che certificano la forza di Jokic e il suo stato di forma.
Appena cinque giorni prima, infatti, nel Christmas Day, aveva messo a referto 56
punti nella vittoria contro Minnesota.
> Nikola Jokic has suffered a Non-Contact Knee injury????
> ????By the way he went down and was holding the front of his knee, it could be
> a tibia or meniscus injury.
> ????Jokic had 21 Points, 8 Assists and 5 Rebounds in 19 Minutes for the
> Nuggets, who are down 85-94 vs the Miami Heat. pic.twitter.com/YfmC7TKEDI
>
> — BallersCulture (@BallersCultureX) December 30, 2025
L'articolo Paura per Nikola Jokic: ginocchio sinistro ko contro Miami, Denver
trema – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
QUESTI SPURS SONO REALI!
Dopo ogni ricostruzione, la squadra texana sembra sempre sprofondare nel
baratro. Ma si riprende subito. E si riprende di solito molto bene. Certo, ci
vuole anche tanta fortuna per poter scegliere per primi l’anno in cui è
disponibile una “guardia” francese di 2.26. Però ci vuole anche bravura a
scegliere Stephon Castle alla quarta posizione in un draft povero come quello
del 2024. Così come Vassell alla undici nel 2020. La verità è che San Antonio è
una franchigia solida, ben gestita, con regole chiare e un’eredità da difendere
sentita e rispettata da tutti (non solo uno slogan che riecheggia nel campo di
allenamento…). La squadra di oggi ha di recente battuto per ben tre volte i
campioni in carica di Oklahoma City (l’ultima volta il giorno di Natale). Ah, i
Thunder in tutto hanno perso finora appena quattro gare. San Antonio è una
squadra vera, costruita bene, con gente che si incastra alla perfezione e che
sembra giocare gli uni per gli altri. Sono la quinta squadra della NBA per
efficienza sia offensiva che difensiva. È qualcosa che ti fa diventare una
contender. Non è roba da poco. Ma andiamoci piano, è presto e siamo ancora a
dicembre. Tutti giovani, tutti atletici, tutti messi bene fisicamente, tutti (o
quasi…) che sanno cosa fare con la palla in mano. Di Victor Wembanyama si è già
detto tanto. Gli stanno centellinando il minutaggio, per preservarlo quando
conterà di più. Rimane qualcosa che solo dieci anni fa era inimmaginabile su un
campo da basket. Stephon Castle è arcigno difensore, capace di gestire la palla
e di prendere spesso buone decisioni in penetra e scarica. Certo, vedergli
mettere un tiro da fuori è fatto più unico che raro, ma può migliorare. Dylan
Harper palla in mano sembra già un veterano, anche lui è a “un tiro da tre”
dallo status potenziale di “All Star perenne”. Poi c’è Fox che non è più un
pischello, ma sa fare canestro come pochi (21 punti di media). Harrison Barnes,
veterano di mille battaglie ai Warriors, che si è riciclato in un tiratore da
40% da oltre l’arco. Pure Luke Kornet, mai stata una cima, sembra aver qualcosa
da dire come centro di back up. Risultato? Sono secondi a Ovest. Spettacolari.
DONOVAL MITCHELL È UNA VERA STELLA?
Non sono le cifre il problema di Mitchell. Fosse solo per quelle, sarebbe MVP
ormai da diversi anni. Sta segnando oltre 30 punti di media, con il 39% da
fuori. Avercene. La domanda che lo perseguita dopo i primi due anni a Utah,
però, è sempre stata la stessa. È in grado di portare al titolo una squadra con
il ruolo di stella di prima grandezza? Tecnicamente, gli manca davvero poco.
Creativo palla in mano. Esplosivo, gran saltatore, primo passo niente male.
Forte nella parte alta del corpo per reggere i contatti in penetrazione. Bel
trattamento della palla. Capace di attaccare dal palleggio e di colpire anche da
fuori. Tuttavia, il giocatore di Cleveland anno dopo anno sembra ripetere lo
stesso copione. Troppo forte per essere considerato un secondo violino e non
abbastanza dominante per vincere davvero come miglior giocatore nel roster. Qual
è la verità? Ai posteri l’ardua sentenza.
HARTENSTEIN, EFFICACIA INCREDIBILE
Se i Knicks avessero sospettato una tale evoluzione, forse se lo sarebbero
tenuti. Inutile domandarselo. La verità è che Isaiah Hartenstein nel sistema di
gioco dei Thunder ci sguazza come un girino in uno stagno. E ne è diventata
addirittura una pedina fondamentale. Centro di categoria “slasher” (quelli senza
ambizione di tiro dal perimetro e senza movimenti raffinanti in post basso), il
lungo di Oklahoma City è difensore davvero tosto, intimidatore, giocatore che se
ti porta un blocco cieco ti fa male nel fisico, ma anche nell’anima. In attacco,
invece, fa ancora meglio. Trattasi di ottimo tagliante, con piedi davvero buoni
per trovare la via del canestro nel traffico. Bravo a ricevere gli scarichi
sotto canestro, ancora meglio a raccogliere gli alley-oop lanciati verso il lato
debole. Segna 11,5 punti di media con oltre il 65% dal campo. I liberi non sono
il suo forte. Molto concreto. Il suo gioco per i Thunder vale oro.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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non solo per Wembanyama proviene da Il Fatto Quotidiano.
STEPH CURRY NON TRAMONTA MAI
Il più forte tiratore di sempre. Dopo Kyrie Irving e Jason Williams,
probabilmente il più raffinato palleggiatore mai visto. Ha cambiato il basket,
non solo la NBA. Vincente, serio, professionista vero. Una delle ultime
bandiere. Anche quest’anno, con 37 primavere sulle spalle, rimane al top (anche
se ha un po’ steccato la partita di stanotte contro Phoenix). Sta segnando 28,8
punti di media. Tira da fuori col 40%, su oltre 12 conclusioni a partita.
Un’enormità. Praticamente, una macchina, con istinti innati. Certo, i Warriors
non stanno affatto spaccando al momento. Il flipper a cui avevano abituato tutti
nelle stagioni d’oro è bello che lontano. Ma questa è un’altra storia. Lo
“banalizzano” come semplice tiratore, Curry. Si certo. Stratosferico.
Inimmaginabile. Ma non perché ne ha messe più di Ray Allen o di Reggie Miller in
carriera. Questo non c’entra. Piuttosto perché ha fatto capire al mondo intero
che si può essere pionieri e dominare con il palleggio arresto e tiro dai 9
metri. Nessuno prima di lui lo aveva fatto, nessuno aveva osato così tanto. Ci
avevano già tentato un po’ Dana Barros e Mahmoud Abdul-Rauf, ma non avevano il
suo talento, su volumi di tiro molto inferiore, giocavano in altra epoca
culturale (anni ’90), non erano così completi. Gran penetratore, gran passatore,
gran contropiedista. È poi è l’altruista degli altruisti. Raramente si isola.
Quasi mai. Sa giocare nel flusso, sa mordere senza accentrare. Sa essere
dominante, senza fare il dominatore. Non tramonta mai.
JAYLEN BROWN
È alla miglior stagione in carriera, numericamente. Era prevedibile, data
l’assenza di Tatum. Già nelle ultime due edizioni dei playoff, però, Jaylen
Brown aveva dimostrato una non banale tendenza a prendersi l’attacco sulle
spalle, quando Tatum andava fuori ritmo al tiro. Nella sconfitta di due giorni
fa, ne ha messi 34 molto solidi, da primo violino conclamato. I Boston Celtics
non volano, ma sono in ogni caso quarti a Est. Dicono che fuori dal campo sia
una sorta di genio. Buon per lui. Sul parquet, Brown è uno slasher, uno che si
trova a suo agio nell’attaccare il canestro dal palleggio, come tagliante o in
contropiede. Dal perimetro si accende e spegne in base alle partite. Trattatore
della sfera rivedibile. Difensore attento. Brown ha fisico e mobilità laterale
per stare dietro a chiunque. Sta segnando 29,3 punti a partita, con il 50% dal
campo e il 36,1% da tre. Cifre da prima punta. Gradita conferma.
MICHAEL PORTER JR: DENVER LO RIMPIANGE GIÀ?
No, perché i Nuggets hanno attualmente l’attacco più efficiente di tutta la lega
(124,4 punti su 100 possessi). Forse uno dei più efficienti della storia, da
quando ci sono le statistiche avanzate. Però che Cam Johnson (ottenuto da Denver
nello scambio in estata) non stia giocando un granché bene, mentre Porter Jr è
alla miglior stagione in carriera, è situazione suffragata dalla realtà. Ai
Nuggets, Porter era chiamato a mettere tiri dal perimetro in spot-up, creati
dalle visionarie aperture di Nikola Jokic. Non molto di più. Ai Brooklyn Nets
invece ha più spazio, più possibilità di sbagliare, mette molto di più palla a
terra e attacca il canestro in modo più aggressivo (è un 2.08, mica poco). Il
tiro piazzato rimane come sempre il suo punto di forza. Non ha bisogno di tanto
spazio per caricare l’arresto a due tempi dopo la ricezione. Ha una grande
meccanica, sale in sospensione sempre in verticale con ottimo equilibrio e
posizione dei piedi spesso molto precisa. Debolezze? Crea davvero poco per gli
altri, quando passa la palla sembra gli stiano staccando un braccio (1,5 assist
di media in carriera), non è un mago a palleggiare (anzi). Ne parlano come
possibile All Star a febbraio, forse un po’ eccessivo. Sta segnando 25,7 punti
di media, con quasi il 50% sia dal campo che da tre punti. Niente male. I Nets,
ovviamente, stazionando nei bassifondi della classifica. Regolare.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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tramonta mai proviene da Il Fatto Quotidiano.
AUSTIN REAVES CONTINUA A SORPRENDERE
Più lo vedi giocare, più ti chiedi: come è possibile? Da dove è arrivato questo?
Ma può davvero essere riuscito a fare quel cambio di mano dietro la schiena?
Austin Reaves è il pronostico impossibile che si realizza. È il “non
classificato” che diventa giocatore di alto livello. È il “chissà se riuscirà a
fare la squadra” che si trasforma in uno degli uomini di punta dei Los Angeles
Lakers. In difesa si impegna, ma può fare sicuramente di più. Diciamo che non è
il suo punto di forza. In attacco, badate bene, può essere considerato uno dei
top. Di Los Angeles? No, forse proprio della NBA. Almeno in questa prima parte
di stagione. Sembra non fare nulla in modo eccezionale, proprio per questo è
così temibile. Non è un tiratore, eppure nessuno può osare lasciargli spazio sul
perimetro. Non è un penetratore dal primo passo fulmineo, eppure nessuno può
marcarlo faccia a faccia con tranquillità. Non è un velocista sulle corsie
laterali, eppure se lo servi in contropiede sa essere sempre molto efficace. Non
è un vero e proprio assistman, eppure guai a lasciargli troppe linee di
passaggio aperte. Non è un atleta, un saltatore, eppure se entra in area è
capace di trovare il canestro in traffico con il giusto timing, assorbendo i
contatti con il corpo. Sta segnando 27,8 punti di media, con un 50,3% da campo
degno di nota e un discreto 36,9% da tre (però su tanti tentativi). Non dà veri
punti di riferimento agli avversari. Non sai mai come può colpirti. Eppure,
stanne certo, ti colpirà. Pescato davvero dal nulla, nemmeno scelto al Draft del
2021. Per questo i Lakers sono stati bravi e fortunati.
I THUNDER NON PERDONO MAI!
Titola oggi il Wall Street Journal: gli Oklahoma City Thunder sono la più grande
squadra della storia? Beh, dopo un inizio stagione con una sola sconfitta dopo
25 partite la domanda è più che legittima. Praticamente, non perdono mai.
Nemmeno per sbaglio. Ma la stagione è ancora lunga. Bisogna dimostrare
continuità non solo di risultati, anche emotiva. Soprattutto quando le cose
inizieranno ad andare meno bene. Capita in ogni stagione. È quello che fecero i
Chicago Bulls del 1996. Avevano Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman,
Ron Harper, Toni Kukoc. Persero solo dieci partite in tutto il campionato.
Stessa cosa i Golden State Warriors del 2015 con Steph Curry e Klay Thompson,
che di sconfitte ne subirono addirittura appena nove. Detto ciò, questi Thunder
sono davvero attrezzati in modo incredibile. E fanno paura perché sono ancora
tutti giovani, motivati, reattivi, arrabbiati, e individualmente miglioreranno
ancora. Shai Gilgeous–Alexander, per dire, lo scorso anno tirava da fuori col
37%. In questo momento la mette col 45,4%. Praticamente, entra in campo in stile
Ray Allen, con tutto quello che già sa fare in avvicinamento a canestro e con la
palla in mano. Se guardate giocare, tra le altre cose, Chet Holmgren in questo
scorcio di stagione, appare sempre più maturo, più pulito nei movimenti, con una
mano migliore dalla media e da fuori, rispetto alla versione 2024-25. Il futuro
è loro, salvo stravolgimenti di roster o infortuni gravi. Forse non saranno
(ancora) la squadra migliore di sempre. Ma al momento per battere il loro
perfetto mix di pericolosità offensiva e grande difesa, serve qualcosa che non è
detto che le altre squadre troveranno mai.
DASMOND BANE È SOPRAVALUTATO?
C’è chi lo ha sempre amato, sin dai tempi di Memphis. Nessuno nega le sue
capacità difensive, condite da una mano da tre molto efficace (quando era ai
Grizzlies…). Però, tutto sommato, anche la nuova avventura a Orlando conferma
che Desmond Bane è un buon giocatore, certo, ma non sarà mai una stella, uno in
grado di cambiare le sorti di una squadra. Tecnicamente, non è mai riuscito a
migliorare fino a poter essere considerato uno dei top della lega. Non dotato di
grande apertura alare (tra le più basse della NBA), cosa che gli crea svantaggio
nelle entrate e in traffico, il giocatore dei Magic non ha mai mostrato un vero
miglioramento al capitolo “trattamento della palla”, tale da permettergli di
agire come eventuale opzione primaria in attacco (anche a tratti). È macchinoso
in traffico, è macchinoso quando vuole prendere iniziative on the ball. Una
scarsa fluidità che, a dirla tutta, si accoppia con una verve per il passaggio
non certo alla Pete Maravich. Sta segnando 19 punti di media, che non è niente
male. Ma con efficienza bassina, 44,8% dal campo. E sta sparacchiando da tre,
perché il suo 34,9% non è una cifra da tiratore scelto. Sopravvalutato?
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Che sorpresa per i Los Angeles Lakers: Austin Reaves
è il pronostico impossibile che si realizza proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non resteremo a guardare e lasceremo che questo cancro mi uccida senza
combatterlo con tutte le nostre forze”. Jason Collins ha svelato in
un’intervista a Espn la sua decisione di seguire un trattamento innovativo,
attualmente in una clinica di Singapore. L’ex giocatore Nba, celebre per essere
stato il primo atleta professionista di una delle 4 grandi leghe sportive
americane a fare coming out, a settembre aveva rivelato in una breve
dichiarazione di essere in cura per un tumore al cervello. Ora ha spiegato che
si tratta di un glioblastoma al quarto stadio, “una delle forme più letali di
cancro al cervello”.
“È arrivato incredibilmente in fretta“, ha racconto Collins, oggi 47enne,
descrivendo i primi sintomi: perdita di memoria e incapacità di concentrazione.
“Avevo questi strani sintomi da una o due settimane”, ha spiegato, che hanno
raggiunto il punto critico ad agosto. Da lì a poco la tremenda diagnosi. Una
recente Tac ha rivelato l’estensione e la gravità della sua malattia, che ha
definito un glioblastoma “multiforme” che sta crescendo molto rapidamente.
Dopo la grande battaglia contro il tabù dell’omosessualità nello sport, ora
Collins si sente pronto a varcare nuove frontiere anche in campo medico: “Mi
sento di nuovo in quella posizione ora, dove potrei essere la prima persona a
varcare questo muro“, ha detto a Espn. L’ex Nba ha spiegato di aver iniziato un
nuovo trattamento farmacologico, seguito da radioterapia e chemioterapia, con il
supporto del marito, Brunson Green, e di altri amici e familiari.
“Non resteremo a guardare e lasceremo che questo cancro mi uccida senza
combatterlo con tutte le nostre forze. Cercheremo di colpirlo per primi, in modi
che non sono mai stati usati prima: con radioterapia, chemioterapia e
immunoterapia, che sono ancora in fase di studio ma offrono la frontiera più
promettente del trattamento del cancro per questo tipo di tumore”, ha concluso
Collins.
L'articolo “Non resteremo a guardare questo cancro che mi uccide, cercheremo di
colpirlo in modi mai usati prima”: Jason Collins si sottopone a un trattamento
innovativo proviene da Il Fatto Quotidiano.