Pensieri in libertà (con libertà di pensiero) sulla settimana NBA
GLI SPURS TORNANO AI PLAYOFF DOPO SEI ANNI
Dopo aver visto la palla scendere dolcemente nella retina per i punti della
vittoria, a Oso Ighodaro – giovane centro dei Phoenix Suns – saranno venute in
mente le ipotetiche parole di suo padre cresciuto a pane ed NBA negli anni ’90.
Figliolo, tranquillo, dai 2.20 in su, aspettati dal tuo centro tipico solo
movimenti sul perno, virate sulla riga di fondo, jump hook dal centro area.
Figuriamoci se Ighodaro si aspettava che un 2.28 potesse partire stessa mano
stesso piede dalla media, arrestarsi dalla media, tirare e portare a casa la
partita. Immaginazione a parte, ciò che ha fatto Victor Wembanyama è un
ulteriore tassello nella sua personale corsa verso la leggenda. Non è questione
di MVP. Quello arriverà, magari non quest’anno visti Shai Gilgeous-Alexander e
Jokic (anche se il consiglio per le stelle di Thunder e Nuggets è quello di non
dormire sonni tranquilli…). Così come arriverà anche il premio di difensore
dell’anno. Qui il livello è oltre il “banale” premio individuale. Il livello è
lasciare un segno indelebile nel gioco. Come hanno fatto i grandi. Come Bill
Russell, Magic Johnson, Larry Bird o Jerry West. Questo è ciò di cui si sta
parlando. Ora, il fatto che i San Antonio Spurs tornino ai playoff dopo sei anni
è il risultato di una società solida, che non ha perso la bussola nella
tempesta, ha scelto i giocatori giusti, ma ha anche avuto tanta, tanta, tanta
fortuna. Perché di Wembanyama non ne passa uno ogni anno. Così come di Tim
Duncan o David Robinson. Talenti generazionali? Si, certo. Wembanyama ha
mostrato al mondo un multiverso in cui Manute Bol può giocare da guardia
tiratrice e farsi passare la palla dietro la schiena in transizione come Kenny
Anderson. Tim Duncan è stato il più perfetto ed efficace concentrato di
fondamentali dal post basso e dal post alto mai visti su un campo, portando a un
livello successivo ciò che aveva insegnato Kevin McHale in maglia Celtics. E
prima di David Robison difficilmente si era visto un centro di sette piedi
riempire in maniera così rapida e silenziosa le corsie in contropiede. Ma anche
– ed è bene sottolinearlo – persone serie, professionisti impeccabili, giocatori
concentrati, personalità solide. Fa tutta la differenza del mondo. Complimenti
agli Spurs (74,3% di vittorie). Eterni vincenti.
IL MIGLIOR CONTROPIEDISTA DELLA NBA? IL PRESCELTO
C’è chi giura di non aver mai visto LeBron James schiacciare in contropiede con
questa frequenza. Nemmeno quando era in maglia Heat e saltava talmente in alto
da poter spegnere una candelina posizionata all’interno di uno skybox. Poi, si
dà un occhio alle statistiche avanzate e si nota che la stella dei Los Angeles
Lakers è in effetti il primo della lega per punti segnati in contropiede (5,7 a
partita). Nulla di anomalo, se non avesse 41 primavere sul groppone, oltre 1.500
partite di regular season giocate, nulla da dimostrare e nulla da chiedere a uno
sport che lo ha reso ricco, famoso, ammirato, ma che a sua volta, lo sport, si è
arricchito, si è sviluppato, è cresciuto grazie anche alla leggenda di LeBron
James. Alla sua ventitreesima stagione, James sta segnando 21,3 punti di media,
con circa 7 assist e 6 rimbalzi. Il tiro da tre va e viene (31%), non è quello
delle sue stagioni migliori. I movimenti non sono plastici ed elastici come un
tempo. Ma quando entra in campo, anche il basket stesso si inchina.
NUGGETS, CHE SUCCEDE?
Di certo, nelle ultime dieci gare (5 vinte e 5 perse), il calendario dei back to
back non li ha aiutati. Hanno giocato dieci partite in diciotto giorni: otto di
queste sono state giocate durante le quattro sequenze di back to back.
Stazionano in una poco ragguardevole (per il talento a disposizione) sesta
posizione a Ovest, che se fanno qualche passo falso di troppo nelle prossime
settimane rischiano pure di mettere in dubbio l’approdo certo nei playoff. Si
sperava di più, a inizio stagione. Gente come Bruce Brown (gradito ritorno),
Tyus Jones, Tim Hardway Jr, dovevano colmare la più grave lacuna che aveva
contraddistinto la passata stagione di Dender, ovvero la panchina. E anche la
crescita di Christian Braun vista l’anno scorso (balzato meritatamente nel
quintetto titolare) è stata interrotta dai guai fisici. La verità è che i
Nuggets sono il meglio della NBA in quanto a efficienza offensiva, ma solo
ventiduesimi per efficienza difensiva. La difesa sul portatore primario degli
avversari quando è una guardia è stata spesso deficitaria, protezione del ferro
non eccellete, close out in ala lenti, spesso pigrizia nella difesa in
transizione. In ottica post-season potrebbero esserci premesse migliori.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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gli Spurs tornano ai playoff dopo 6 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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SHAI GILGEOUS-ALEXANDER DA RECORD!
Sapete chi era Wilt Chamberlain? Semplicemente una delle più irreali
combinazioni di stazza, atletismo e talento cestitico mai sceso in campo da
quando James Naismith ha inventato questo gioco. Un 2.16 costruito come un
culturista di Venice Beach, che se avesse partecipato alle Olimpiadi anche nel
salto in alto e in lungo avrebbe dato grosso filo da torcere agli specialisti
della disciplina. Negli anni in cui ha giocato (dal 1951 al 1973) ha avuto sul
basket un effetto paragonabile al Victor Wembanyama di oggi. Chamberlain è anche
colui che vanta la più impressionante collezione di record, tuttora imbattuti.
Tra i quali, i 100 punti in una gara, in settimana “messi a rischio” dagli 83
punti di Bam Adebayo. Bene, Shai Gilgeous-Alexander stanotte nella vittoria
contro i Boston Celtics ne ha disintegrato uno: 20 o più punti in 127 gare
consecutive (Wilt si fermò a 126). Una continuità realizzativa senza precedenti.
Come lo scorso anno, il discorso MVP sarà una questione tra Jokic e la stella
degli Oklahoma City Thunder. Trattasi di serpente a sonagli con la palla in
mano, che conosce infiniti trucchetti per segnare in avvicinamento a canestro,
indipendentemente se la difesa sia schierata o meno. Realizzatore dalla media
come se ne vedevano pochi dai tempi di Michael Jordan, ha aggiustato la mira
anche da tre punti, dove la mette con un buon 38,3%. Ne sta segnando quasi 32 di
media, con un’efficienza dal campo in stile Shaquille O’Neal, solo con 20 cm di
meno di altezza. I Thunder? I primi della classe, avviati alla dinastia. Sempre
se le regole NBA lo permetteranno.
IL FATTORE KAWHI
I Clippers erano partiti davvero male. Inizio pessimo. Poi, lentamente, sono
risaliti fino a raggiungere l’agognato 50% di vittorie (sono ottavi a Ovest).
Uno dei motivi di questo stato di forma è senza dubbio Kawhi Leonard. Giocatore
per certi versi implacabile, se sano e motivato. Nelle ultime dieci gare,
“Robocop” Leonard si sta esprimendo anche lui su livelli MVP, con 30,6 punti di
media, il 56,5% dal campo, quasi il 40% da tre e una precisione ai liberi in
stile Steve Kerr in maglia Chicago Bulls (90%). Due giorni fa, contro i
Minnesota T-Wolves ne ha messi addirittura 45 con 6 su 9 da tre. Continua a
essere decisivo, nonostante un’età non più “verde” (34 anni) e acciacchi fisici
che negli ultimi tempi ne stanno condizionando la continuità. Per anni, quasi
nessuno è riuscito come lui a dare lo stesso livello di gioco e intensità sia in
attacco che in difesa. A livello offensivo, Kawhi Leonard è completo fino allo
sfinimento. Sa crearsi da solo la soluzione, perché tratta benissimo la palla.
Sa agire in spot-up come tiratore perimetrale. È un vero e proprio go-to-guy con
spalle large e occhi della tigre. È un killer silenzioso in transizione. Può
portare l’uomo in post-basso o tagliare dal lato-debole. Gioca benissimo il
pick-and-roll sia come palleggiatore che come rollante. Stella di primissima
grandezza.
LUKA DONCIC IN THE ZONE!
Pochi sanno servire il perimetro sul penetra e scarica come Luka Doncic. Pochi
possono vantare una facilità realizzativa così pura, lineare, senza fronzoli.
Peccato il tuo atteggiamento in difesa. E per la sua continua lagna rivolta agli
arbitri. Ma se ami vedere la palla che entra nel canestro, una partita come
quella di stanotte, in cui i Los Angeles Lakers hanno vinto contro i Chicago
Bulls, ti rimette in pace con la NBA. Doncic ha segnato 51 punti con 9 su 14 tra
tre, mettendola letteralmente da ogni parte del campo. E di certo anche DeAndre
Ayton (23 punti), al centro di più di una polemica negli ultimi tempi per alcune
dichiarazioni e una comprensione del gioco “analfabetica”, dovrebbe fargli una
statua per come lo sloveno lo ha servito. Doncic ha dei fondamentali di gioco
cristallini. Ecco perché, senza essere un vero e proprio fulmine sul primo
passo, nessuno riesce ad afferrarlo. Il suo step-back è un’arma micidiale perché
l’ultimo palleggio è sempre fatto nella posizione perfetta per caricare il tiro.
La penetrazione è al ferro, perché l’angolo del suo corpo copre perfettamente la
palla dalle grinfie dei difensori in area. Se va a sinistra sul pick and roll
centrale, poi, il tagliante in alley-oop lo trova pure bendato, perché gioca in
controllo, temporeggia in palleggio (un maestro nel frapporsi fra il difensore e
il canestro dentro la lunetta), osserva i movimenti e decide cosa fare.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Shai Gilgeous-Alexander batte il record di Wilt
Chamberlain: i Thunder avviati alla dinastia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Etichettato come ottimo difensore e giocatore di sistema, a Bam Adebayo è
bastata una notte per cambiare la sua carriera e la storia dell’NBA. “Quindi
siamo io, Wilt e Kobe: mi sembra una cosa da pazzi“. Meglio degli 81 di Bryant,
dietro solo ai 100 di Chamberlain. La clamorosa prestazione da 83 punti (nella
vittoria contro i Washington Wizards per 150-129) vale al centro dei Miami Heat
il secondo posto nella classifica delle migliori prestazioni offensive di
sempre. “Per me si è trattato solo di rimanere concentrato e di continuare a
giocare con la sensazione di poter combinare qualcosa di davvero speciale”. Al
20/43 complessivo dal campo si è aggiunto il 7/22 da tre e il 36/43 dai tiri
liberi. Mica male per uno che sa “solo” stoppare e prendere rimbalzi.
I primi segnali di una notte speciale arrivano già nei primi 10’: Adebayo ne
mette 31. Da quel momento tutta la squadra gioca per lui. Prima arriva il record
di franchigia (che apparteneva a LeBron James capace di segnare 61 punti nel
2014 contro i Charlotte Bobcats), poi la gioia condivisa con la compagna A’ja
Wilson, superstar WNBA delle Las Vegas Aces per un traguardo surreale. “Vale
tutte le ore spese in allenamento, le cose che ci diciamo, come mi motiva e mi
ispira. Sono fortunato ad averla nella mia vita”. Raddoppiato il suo record
personale di punti segnati in una singola partita (41 Brooklyn Nets il 23
gennaio 2021), il traguardo storico è arrivato grazie anche alla complicità dei
compagni di squadra. “Sono momenti speciali – ha dichiarato coach Erik Spoelstra
in conferenza stampa -. Quando è arrivato a 31 in un quarto mi sono detto ok,
magari ne fa 50. Poi abbiamo alzato l’asticella e ho pensato che potesse battere
Kobe, anche perché Bam é un giocatore completo, che fa canestro in molti modi.
Vi posso dire che nell’ultimo periodo sono stato più un tifoso che un coach.
Anche se pensavo a dare a Bam più possessi possibile, arrivando a fare fallo
sistematico, oltre a metterlo nella migliore condizione per avere buoni tiri,
nonostante i raddoppi di Washington“. E così è stato. Una “mossa” che gli
avversari non hanno gradito. Ma alla fine il record è arrivato. “Ringrazio il
Signore, mia mamma, la mia famiglia, questi compagni pazzeschi e coach
Spoelstra, che ha fatto di tutto per mettermi nelle migliori condizioni,
giocando solo per me. Alla fine non è stato facile perché venivo triplicato, ma
abbiamo fatto la storia”. Il record arriva nel momento e nei modi più
inaspettati. C’è chi pensa sia arrivato pure per la persona sbagliata e meno
adeguata. “Non ce l’ha fatta Michael Jordan, perché dovrebbe segnarne 83 proprio
Adebayo?”.
DALLA ROULOTTE FATISCENTE AL RECORD NBA: CHI È BAM ADEBAYO
L’abbraccio più sincero è quello a bordocampo con mamma Marylin. “Nella cover
del cellulare c’è la foto della mia vecchia casa. Quella dove vivevamo con
mamma. Porto sempre la foto con me: mi ricorda da dove vengo e dove non voglio
più tornare. Mi aiuta ad essere sempre motivato, a lavorare duro”. Nato nel New
Jersey da genitori nigeriani e americani, l’infanzia di Eldrice Femi Adebayo non
è di quelle comode. Il giovane Bam e la madre vengono abbandonati dal papà: il
trasloco in North Carolina è l’inizio di una vita fatta di sacrifici e di
sveglie programmate alle 5.30 per andare a lavorare. Mentre Marylin lavorava
come cassiera, Adebayo – tra le difficoltà finanziare – costruiva il proprio
futuro tra i banchi di scuola. Sicuramente il più lontano possibile da quella
fatiscente roulette dove tutte le mattine rimaneva incollato davanti alla tv per
vedere i Flintstones (nasce proprio da quel cartone animato e dal personaggio
Bamm-Bamm Rubble il soprannome “Bam”).
Il primo incontro con la pallacanestro arriva quasi per caso qualche anno più
tardi: il cugino lo convince a seguirlo per un provino al liceo. Bam supera
(ovviamente) la prova e con la Northside High School dopo appena un anno è il
protagonista assoluto. Con 32 punti e 21 rimbalzi di media l’America inizia a
parlare di lui come prospetto numero 1 della classe draft 2016. Il primo lungo
stop arriva nel suo ultimo anno da liceale: Adebayo si rompe il crociato
anteriore. Le sue quotazioni per un futuro da superstar in NBA si abbassano. Ma
dopo un anno in NCAA con Kentucky, Adebayo viene pescato dai Miami Heat nel 2017
alla numero 14. Arrivano i primi soldi, Bam compra una casa per sua madre e in
pochi anni diventa l’uomo franchigia della Florida. A parlare così bene di lui è
una leggenda degli Heat, Alonzo Mourning: “So che sarà il miglior giocatore
nella nostra squadra. Lo so perché conosco la sua etica del lavoro, e la metto
insieme al talento che Dio gli ha donato. Non voglio mettere pressione su di
lui, dico semplicemente che porterà la nostra squadra alla terra promessa, e che
un giorno la sua maglia sarà lassù, appesa al soffitto e lui sarà uno dei grandi
ad aver giocato per Miami”. Adebayo continua a crescere in entrambi i lati del
campo, viene convocato per tre volte all’All-Star Game, entra per 5 volte nei
migliori quintetti difensivi della stagione e si toglie lo sfizio di vincere per
ben due volte l’oro alle Olimpiadi con gli USA. Oggi la prova da leggenda.
L'articolo Chi è Bam Adebayo, il centro dei Miami Heat capace di segnare 83
punti in una partita, battendo Kobe Briant proviene da Il Fatto Quotidiano.
LAKERS IN GRANDE CONFUSIONE?
Troppi alti e bassi. Troppi problemi di roster. Troppe cose che non funzionano.
In alcune partite, il loro talento offensivo è talmente “debordante” che danno
l’impressione di poter dominare. Qualche partita dopo, come per esempio contro
Phoenix a fine febbraio, vanno in grande confusione, si sfaldano, gli ingranaggi
si ingrippano. Alcune considerazioni sparse. I Los Angeles Lakers sono i primi
della classe come percentuale di tiro dal campo (50%), sono settimi nella lega
per efficienza offensiva, ma ventiduesimi per efficienza difensiva. Una tale
discrepanza non è mai un buon segno. Luka Doncic è attualmente il miglior
attaccante della NBA a oltre 32 punti di media. “Jordaneggia” con la palla in
mano, tira in controtempo con un paio di uomini addosso e fa canestro con
nonchalance. È lento, ma nessuno è in grado di impedirgli di prendersi il tiro
che vuole, dove vuole e quando vuole. Tuttavia, difensivamente lo sloveno rimane
non classificabile per voglia e applicazione. In più, il suo lamentarsi con gli
arbitri più che un vezzo è ormai considerato una vera e propria barzelletta.
Austin Reaves ha tanti punti nelle mani (23,6 di media) e sa far canestro in
mille modi. LeBron James, anche a 41 anni, tiene botta e va al ferro meglio di
tanti venticinquenni di belle speranze. Tuttavia, quando Doncic, Reaves e James
sono in campo insieme l’efficienza dell’attacco dei gialloviola sprofonda senza
pietà. Sprofonda tra le peggiori della lega. Lo dicono le statistiche avanzate.
È ovvio che insieme stanno avendo dei problemi. Aggiungeteci l’essenza quasi
totale di protezione del ferro, rotazioni in difesa da bradipo, poca
pericolosità perimetrale (sedicesimi), e la scommessa persa DeAndre Ayton che
“magari fosse Clint Capela, i Lakers ci metterebbero la firma”. Sono sesti a
Ovest, il problema non sono certo i playoff, salvo clamorose scivolate. Ma se ci
si chiede se questi Los Angeles Lakers possano davvero puntare al titolo al
momento la riposta è più un “no” che un “forse”.
SOLIDI QUESTI NEW YORK KNICKS
Qui invece si parla di una squadra che ai playoff farà ballare la rumba a più di
qualche roster che punta molto in alto. Questi Knicks sono davvero solidi, ben
costruiti, anche divertenti da vedere. Intanto, New York difende, sono ottavi
per efficienza difensiva. Ma fanno ancora meglio in attacco, dove sono
addirittura terzi, dopo Nikola Jokic e “la sua piattaforma di gioco” e i Boston
Celtics che “se non torna Tatum forse va bene lo stesso”. Jalen Brunson è la
stella, l’uomo copertina, la fonte ispiratrice. Un giocatore che va oltre i
propri evidenti limiti fisici (a malapena 1.88 m, elevazione modesta…), che però
in campo conosce mille e cento modi per creare spazio tra sé e il difensore. Ha
un buon back up in Alvarado, ma è anche aiutato in attacco da tanta gente che sa
come prendersi le proprie responsabilità. Come Mikal Bridges che difende forte e
colpisce da tre con precisione (oltre il 38%), OG Anunoby che dà una mano con
più di 16 punti di media, oppure Karl-Anthony Towns che non sta avendo la
miglior stagione in carriera, ma sembra in ripresa e sta tirando da tre con il
46,7% nelle ultime dieci partite. Insomma, con i New York Knicks bisognerà prima
o poi fare i conti. E di certo non sarà sempre una eventualità piacevole.
EDWARDS ALLA MIGLIOR STAGIONE IN CARRIERA
Il suo cambio di direzione tra le gambe, chiuso indistintamente con un tiro da
fuori o con una penetrazione al ferro, è talmente esplosivo da poter distruggere
un paio di caviglie avversarie a partita. Tratta la sfera in modo eccellente, ha
un’esplosività alla Dominique Wilkins, anche se sembra ancora più forte
fisicamente. È costruito come un bulldog. Non è semplicemente un fenomeno
fisico, Anthony Edwards. Tecnicamente vale tanto oro quanto pesa. È migliorato
davvero tanto di anno in anno. E se non gli scema la voglia migliorerà ancora.
MVP dello scorso All Star Game, Edwards è la vera speranza americana dopo quella
selva di “geni” nati tra il Canada e il Vecchio Continente che hanno messo in
cattiva luce la scuola di basket a stelle e strisce. La stella dei Minnesota
T-Wolves è alla miglior stagione in carriera. Sta segnando quasi 30 punti di
media con il 40,6% dal perimetro. Se non è immarcabile uno che tira così e che
può vantare il suo primo passo a difesa schierata, allora chi può esserlo?
Questa notte ha passeggiato sui Toronto Raptors tirando 5 su 8 da tre punti,
come se fosse un Chuck Person qualsiasi. Minnesota (partita così e così) è terza
a Ovest, e sembra essersi scrollata di dosso la sindrome da “smantellamento
improvviso” della scorsa stagione. Molto bravo, Edwards. Bravo davvero.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Il caos dei Los Angeles Lakers: con Doncic e LeBron
James in campo l’attacco sprofonda proviene da Il Fatto Quotidiano.
KNUEPPEL DA RECORD!
Ha un movimento di tiro meraviglioso. Davvero bello da vedere. Molto compatto,
molto ordinato, tutto in asse. Ricorda un po’ Klay Thompson, soprattutto per
come spezza il polso. Questa notte, nella vittoria degli “emergenti” Hornets
contro gli Indiana Pacers è sembrato a tratti Chris Mullin per il modo in cui
era in grado di minacciare il canestro solamente alzando i talloni. Però con la
maglia sbagliata. Ha messo a referto 28 punti con 8 su 12 da tre in modo
talmente pulito, che la partita andrebbe fatta vedere a ogni principiante che
sta imparando il gioco e desidera capire cosa significa avere mano da oltre
l’arco. Incredibile. E cosa ancora più incredibile è che Kon Knueppel ha
raggiunto quota 209 triple messe a segno in questa stagione, record di tutti i
tempi per un esordiente.
Il rookie di Charlotte ha distrutto Indiana dal perimetro in ogni modo
possibile. In uscita dai blocchi, su ricezione da uno scarico, con finta di tiro
per mandare a vuoto la chiusura del difensore e passo laterale. Se rimane sano,
motivato, e la squadra (questa o la prossima) decide di investire su di lui, Kon
Knueppel farà parlare di sé per molto tempo a venire. Sta segnando quasi 20
punti di media con il 44% da tre. Ai liberi, poi, non sbaglia quasi mai. Non è
una vera sorpresa, per quanto fatto vedere a Duke, ma poco ci manca. Pochi si
aspettavano fosse così forte al piano di sopra. Che fortuna per Charlotte averlo
preso con la quarta scelta (o bravura?).
CHE È SUCCESSO A EVAN MOBLEY?
Lo scorso anno, l’ala di Cleveland sembrava essere diventato un po’ l’hub
offensivo di una squadra sorprendente, per una gran parte di stagione la prima
(o seconda) della classe. Toccava tanto la palla, la metteva a terra, attaccava
il canestro o passava semplicemente per ribaltare il campo. E allora cosa gli è
capitato nella stagione in corso? Involuzione? Non si sa, ma l’Evan Mobley che
stiamo vedendo sembra un lontano parente di quello visto nella stagione
2024-2025. Sembra mai pienamente coinvolto nel flusso di gioco. E le iniziative
che prende sono spesso fuori ritmo. Il tiro da tre, inoltre, che sembrava stesse
migliorando è ritornato quello che era. Non lo battezzi sul perimetro come
faresti con Zion Williamson. Ma diciamo che nemmeno ti tremano le gambe quando
sta caricando la conclusione. E infatti la percentuale da fuori è calata dal 37%
delle ultime due stagioni al 30% dell’attuale. Un’enormità. I punti di media
sono rimasti più o meno gli stessi (è in calo di un punto), ma anche
l’efficienza dal campo è regredita. Ai liberi, poi, non ne parliamo neppure,
63%. Non è ancora lo Shaq dei bei tempi, ma così lontano non è. Mistero.
CASON WALLACE È PURA SOSTANZA
Le sue cifre non fanno certo gridare al miracolo. Non ha grandi numeri. Non li
ha mai avuti. Ma Cason Wallace è uno di quei giocatori di alto livello, che
rendono competitivo il roster di una squadra che ha intenzione di vincere
qualcosa. Guardate come sta aiutando gli Oklahoma City Thunder viste le assenze
per infortunio di Shai Gilgeous–Alexander e Jalen Williams. Non è un
realizzatore (8,9 punti di media), ma se serve può trovare la via del canestro
in penetrazione o riempiendo le corsie in contropiede in modo solido. Non è un
tiratore puro (36% da fuori), ma se si scalda può colpire dal perimetro ed
essere decisivo in una singola partita. In difesa, Wallace ha fisico, grinta,
reattività, voglia di fermare il proprio avversario. Questo per dire che i
Thunder sono un insieme ben amalgamato di stelle, buoni giocatori e comprimari
di lusso. Non si vince un titolo con Michael Jordan da solo, per fare un
esempio. È fondamentale avere anche Horace Grant, Cliff Livingston o banalmente
Randy Brown.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Knueppel distrugge Indiana e fa record di triple.
Evan Mobley, che succede? proviene da Il Fatto Quotidiano.
ALL STAR GAME NIENTE MALE
L’All Star Game non potrà mai più avere lo stesso fascino che aveva fino a più o
meno i primi anni del 2000. Bisogna mettersi il cuore in pace, smettere di fare
i nostalgici. E non solo perché ci sono state tante, troppe, edizioni
imbarazzanti in quanto a spettacolo e voglia di competere che ne hanno minato la
reputazione. Sì, c’entra, ma non è il solo elemento. È cambiato lo scenario, è
cambiato l’universo. Negli anni ’90, per dire, era l’unica vetrina vera che
avevano certi giocatori per farsi vedere al mondo, per varcare i confini degli
USA. Ma era anche una delle rare occasioni che avevano gli appassionati per
ammirare cose “mai viste”. Era l’unica finestra su “Marte” durante l’anno. Oggi,
è evidente, viviamo immersi in un’abbondanza di contenuti senza precedenti.
Abbiamo visto già praticamente di tutto. Dee Brown nel 1991 vinse la gara delle
schiacciate gonfiando le sue Reebok Pump, inchiodando semplicemente a una mano e
coprendosi gli occhi con il braccio sinistro.
Nulla di che, ma cose simili si vedevano col contagocce in TV. Un
quattordicenne, oggi, con tutte le piattaforme di cui dispone ha qualsiasi
azione di qualsiasi campionato del mondo, così come schiacciatori professionisti
che fanno cose inimmaginabili perfino per la NBA (uno su tutti Jordan
Kilganon…). Tuttavia, l’edizione 2026 dell’All Star Game non è stata niente
male. Le partite sono state gestite in modo decente, godibile, a tratti anche
spettacolare. Wembanyama ha dato il là in stile “ragazzi, io quando gioco a
basket non faccio finta, ci gioco per davvero”. Si chiama amore per il gioco. O
Love for the Game, come dicono gli americani. Il suo gesto ha ispirato gli
altri. Così abbiamo visto un Anthony Edwards (MVP) spingere sul primo passo con
grande convinzione, Karl–Anthony Towns rimanere molto concentrato al tiro,
Sengun aiutare per davvero sotto canestro e non fare la figura del “passaggio a
livello”. Risultato? La formula può funzionare.
UN KAWHI LEONARD SANO E MOTIVATO?
A proposito di gente ispirata, Kawhi Laonard è apparso davvero tirato a lucido
durante l’All Star Week End (31 punti impressionanti per ritmo e modalità).
Nonostante l’età, se sano, la stella dei Clippers rimane una delle più letali
combinazioni di attacco e difesa negli ultimi dieci-quindici anni di basket.
Trattasi di clamoroso caso di giocatore che “tempera matite” al college e
diventa “raffinato intagliatore di legno” nella NBA. Evoluzione impressionante.
Tecnicamente, non gli manca nulla. Ha un palleggio perfetto, grande tiro sia
dalla media che da fuori, in contropiede sembra James Worhty.
Impressionante paio di manone (alla Shaq) su un corpo scolpito nel granito.
Quello di cui lo accusano fuori dal campo non è certo edificante. Ma qui
parliamo di sport giocato. Le primavere sono tante. I guai fisici sempre dietro
l’angolo. Però, c’è da dire, che un Leonard sano, motivato, ispirato, con la
voglia giusta, a tratti rimane ancora imprendibile per qualsiasi difesa odierna.
Può aiutare i Clippers, orfani di Harden, a risalire un po’ la china dal pessimo
attuale nono posto a Ovest. Osserviamo.
ALL STAR WEEKEND: COME SONO ANDATI I GIOVANI
Diversi giovani si sono messi discretamente in mostra durante il fine settimana.
VJ Edgecombe dei Sixers (MVP del Rising Stars) è sembrato a tratti Steve Fancis
di Houston, meno esplosivo, ma più disciplinato tatticamente. Stephon Castle si
dimostra una presa geniale (l’ennesima) degli Spurs. Come tiro da fuori siamo
all’abc, ma il giocatore è solito, atletico, molto maturo per gli anni che ha.
Con la palla in mano sa (quasi) sempre cosa fare. Molto bene Donovan Clingan,
lungo interminabile (circa 2.20 m), grande come un armadio, con una mano da
fuori niente male.
Ah, Dylan Harper (toh, ancora San Antonio…) è destinato a diventare un giocare
di grande impatto on the ball, soprattutto se migliora il tiro da tre, così da
crearsi spazio per le sue incursioni a canestro. Attenzione anche a Reed
Sheppard: il suo tiro rischia di mietere molte vittime nei prossimi anni, per
quanto è bello da vedere, ma anche efficace. Lo può prendere praticamente in
tutte le salse, dal palleggio, in spot up sul perimetro, ma anche dopo un taglio
a ricciolo. Micidiale.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | “Ragazzi, io quando gioco a basket non faccio finta,
ci gioco per davvero”: così Wembanyama ha rivoluzionato l’All Star Game proviene
da Il Fatto Quotidiano.
ALTRO RECORD PER LEBRON JAMES
Kareem Abdul Jabbar si è ritirato all’età di 42 anni, chiudendo la sua ultima
stagione con 10 punti di media. Per uno come Jabbar era quasi come non mettere
alcun punto a referto. Sembrava un eroe, a quell’età, solo per il fatto di
essere sceso in campo per ben 74 gare. A 41 anni, invece, nessuno era mai
riuscito a realizzare una tripla doppia in una partita NBA. Ci è riuscito
stanotte LeBron James nella vittoria sui Dallas Mavericks. E chi sennò? Altro
record. Altra pagina di storia. Per la stella dei Lakers, ben 28 punti, 12
assist e 10 rimbalzi. Ha abbracciato ancora una volta questo sport in modo
totale, come ha sempre fatto nel corso della sua lunga carriera. La sua
comprensione delle dinamiche in campo è irragionevole. La sua visione di gioco
non ha eguali nella storia della pallacanestro.
Che sia un passaggio con l’esterno della mano per agevolare la corsa in
contropiede di un compagno, come quello recapitato ad Hachimura nel primo
quarto. Che sia un penetra e scarica verso il tiratore appostato sulla linea da
tre o un alley–oop per una schiacciata del lungo in taglio dal lato debole.
James vede il campo, il gioco, i compagni e gli avversari con un livello di
consapevolezza senza precedenti. Qualcosa che non si affievolisce con l’età.
Anche uno come John Stockton potrebbe averlo ancora oggi, per dire, quel
“potere”. Il problema è che ci vuole un fisico che gira al massimo per
continuare a esprimere questa capacità tre i migliori del mondo. Ecco perché
James è un giocatore irripetibile. Ha sempre lavorato con serietà, pazienza,
dedizione, ossessione, per proteggere e salvaguardare in tutti i modi il proprio
fisico, la “custodia” per permettere a quel talento di mostrarsi in tutto il suo
splendore il più tempo possibile. Bisogna solo ringraziare. Prescelto.
CHE TIRATORE, TARI EASON!
Che tiratore che è diventato Tari Eason. Merce pregiata nella NBA di oggi, anche
perché è anche un difensore a cui non ti conviene far vedere troppo la palla.
Pensare che nei primi quattro anni a Houston, non è che si fosse proprio imposto
come il nuovo Glen Rice (che negli anni ’90 bruciava una retina ad alzata di
mano…). Eason è attualmente uno dei migliori tiratori della lega. La mette con
il 46%, ma soprattutto dà l’impressione di poter essere pericoloso tutte le
volte che riceve uno scarico. Tira in pratica solo in spot up e ha un movimento
davvero bello da vedere.
Piedi verso il canestro a distanza sempre ampia tra loro, perfetto allineamento
di spalle, gomiti e polsi, che si muovono all’unisono già prima che i piedi si
stacchino da terra per la sospensione, gomito della mano-forte in asse con il
canestro per bilanciare la direzione del tiro. Spettacolare. Magari non farà mai
40 punti (segna 12 di media), non produrrà cifre che si “illuminano” alla fine
di ogni gara, però uno come lui è prezioso per tenere insieme i pezzi di un
attacco. Uno come lui in una rotazione può fare la differenza. Allora come mai i
Rockets sono tra gli ultimi della classe per efficienza offensiva? Altra storia.
NIENTE MALE KENNARD AI LAKERS
Problemi fisici a parte, si può affermare che questi Lakers non passeranno alla
storia per la difesa? Sono diciottesimi per efficienza difensiva, ma vederli in
campo vale più di ogni statistica. Non hanno intimidatori a proteggere il ferro.
Doncic e Reaves non sono certo la reincarnazione di Dennis Rodman e Joe Dumars
in maglia Pistons. LeBron James a 41 anni fa quello che può (a volte tanto…).
Dal campo, però, stanno tirando con un clamoroso 50% (primi nella lega). Dal
perimetro, molto meno bene, sono ventesimi con il 35% complessivo. Il tiro da
fuori è un tema, non il solo, ma è un tema. Luke Kennard arrivato dagli Atlanta
Hawks può risolvere questo problema e dare una spinta all’attacco di Los
Angeles.
Che male non è, per il tanto talento a disposizione, ma nemmeno irripetibile.
Non stiamo parlando di un semplice tiratore da fuori. Stiamo parlando
probabilmente del miglior tiratore da tre degli ultimi cinque anni. Attualmente
primo nella classifica stagionale, con quasi il 50%. Ci sono giocatori che non
hanno questa percentuale nemmeno nel sottomano. Con le difese che flottano tanto
su Luka Doncic, Austin Reaves e LeBron James, con artisti nel servire il
perimetro come lo sloveno e il Prescelto, Kennard può davvero diventare un’arma
in più andando verso i playoff.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | LeBron James firma l’ennesimo record a 41 anni, Eason
è attualmente uno dei migliori tiratori della lega proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Enrico Gilardi è uno dei simboli del basket romano. Ha sempre indossato le
maglie delle squadre della capitale, con le eccezioni di due stagioni a Brescia
e Napoli, dove nel 1991 chiuse una carriera iniziata nel 1975, all’età di 17
anni, con la Lazio. Gilardi è stato uno dei protagonisti dei grandi successi con
la Virtus Banco di Roma nel decennio degli Ottanta: lo scudetto nel campionato
1982-83 e la Coppa dei Campioni 1983-1984, conquistata a Ginevra in una
memorabile finale contro il Barcellona, lo zenit. Quella squadra aveva un’anima
profondamente romana: Fulvio Polesello, Stefano Sbarra e Roberto Castellano
erano gli altri giocatori originari della capitale. Al timone, il coach Valerio
Bianchini, nato a Torre Pallavicina, comune italiano della provincia di Bergamo,
ma ormai trapiantato a Roma da oltre 40 anni. Con i suoi 3.393 punti, Gilardi è
il miglior realizzatore della storia della Virtus Roma, mentre in nazionale, in
160 presenze, ha raggiunto la quota 1.077. Nel 2016, è stato eletto nella Italia
Basket Hall of Fame.
Arriva una cordata di americani e soci eccellenti, come anticipato dalla
Gazzetta dello Sport, con l’obiettivo di ripartire dalla Serie A rilevando il
titolo di Cremona e di partecipare alla futura Nba Europe.
I progetti sono belli, ma vanno sostenuti. Ben vengano questi americani, purché
ci sia la reale volontà di fare bene e non quella di apparire e poi scomparire
in fretta come accaduto, purtroppo, in passato.
Gli americani a Roma: prima il calcio con la squadra di calcio, ora nel basket.
Oggi per gestire a buoni livelli un team di basket servono risorse importanti.
Il campionato italiano di pallacanestro è un’impresa a perdere, perché il giro
economico, basta considerare gli introiti televisivi, non è in grado di
pareggiare i conti. Sono necessari soldi e progetti in grado di guardare
lontano. La Nba europea a Roma ha una sua logica.
Quali sono i punti di forza di un progetto romano?
Il nome, perché il brand Roma è universale. E poi la passione. Roma ama
profondamente il basket. Lo abbiamo visto non solo nel periodo d’oro del Banco
di Roma, ma anche nell’era-Toti. Aggiungo: un progetto europeo della
pallacanestro non può rinunciare alla città di Roma.
Sono trascorsi oltre cinque anni dal 9 dicembre 2020, in cui la Virtus si ritirò
dal campionato. Oggi il basket romano è la Luiss e la Virtus 1960 in serie B.
Anche affrontare la serie B comporta spese importanti. Anzi, nei campionati
minori, dove il giro degli introiti è davvero irrisorio, fare attività è una
vera impresa.
La svolta americana non sarà apprezzata dai cultori della romanità.
Il romanticismo di una squadra composta da romani appartiene ormai a un’altra
storia e a un’altra epoca. Il mondo è cambiato, bisogna essere realisti.
Guardare indietro non porta da nessuna parte. Io dico che si deve invece pensare
alla natura del progetto: è la sua consistenza l’aspetto più importante. Mi
auguro che non si ripetano, a proposito di passato, il mordi e fuggi
fallimentare di esperienze precedenti. Chiunque venga, animato da intenzioni
serie, è ben accetto.
Se arriverà la fumata bianca, la nuova Roma dovrebbe giocare inizialmente nel
Palasport del quartiere Eur, in attesa che si completi la copertura del centrale
di tennis al Foro Italico.
Il Palasport è stato il teatro delle grandi imprese del Banco. È il luogo della
memoria del basket romano.
L'articolo Torna il basket a Roma, Gilardi: “La Nba europea ha una sua logica.
Ben vengano questi americani, ma i progetti vanno sostenuti” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
È tutto pronto per il ritorno nel massimo campionato della Virtus Roma. Da una
parte c’è già la firma, nero su bianco, di un preaccordo per l’acquisto del
titolo sportivo della Vanoli Cremona. Dall’altra avanza una cordata a stelle e
strisce – sempre più definita – in cui compaiono tra gli altri la stella Nba,
Luka Doncic, e l’ex campione tedesco Dirk Nowitzki. L’obiettivo è l’iscrizione
alla prossima stagione, 2026/2027, per poi approdare nel tanto discusso progetto
della Nba Europe.
È almeno da metà novembre che tra i più informati – agenti dei giocatori
compresi – è iniziata a circolare la notizia secondo cui il presidente Aldo
Vanoli avrebbe ceduto il titolo. Direzione: Roma. Voci smentite, qualche
settimana dopo, dal general manager lombardo Andrea Conti. Va da sé che, con
campionato appena incominciato e salvezza ancora da raggiungere, lasciar correre
le indiscrezioni sarebbe stato piuttosto pericoloso. Ma ora con dieci punti di
margine sull’ultima in classifica, Treviso, ecco che è più facile parlarne. Lo
ha fatto stamattina in edicola La Gazzetta dello Sport, citando alcuni
significativi dettagli.
Tanto per cominciare, a capo dell’operazione c’è Donnie Nelson, all’anagrafe
Donn Charles Nelson, ex amministratore delegato dei Dallas Mavericks e figlio
della leggenda Don Nelson (secondo allenatore con più vittorie nella storia Nba,
dietro solo a Gregg Popovich). L’asse Mavericks-Roma però non finisce qui,
perché tra i soci del gruppo spunta il nome di Nowitzki, scelto proprio da
Nelson jr e che con la squadra di Dallas ha vinto un anello e per due volte il
titolo di Mvp (sia nella stagione regolare sia nelle finali). E ancora: accanto
a Wunder Dirk c’è anche il nome di Doncic, il fenomeno sloveno che ha debuttato
Oltreoceano proprio coi Mavericks. Tra i volti di “casa”, col ruolo di referente
italiano, c’è il mai dimenticato, specialmente dalle parti di Siena e Reggio
Emilia, Rimantas Kaukenas, che con la Mens Sana vinse un po’ tutto dal 2006 al
2011, cinque scudetti (uno poi revocato) compresi. L’ex guardia-ala lituana,
oggi 48 anni, è l’attuale presidente della squadra di Vilnius, i BC Wolves.
Come detto, l’orizzonte imminente è portare la Virtus Roma ai nastri di partenza
del prossimo campionato. Il che significa cominciare con l’iter per l’iscrizione
a partire, di fatto, da giugno. La casa della squadra, al momento, sarà il
PalaEur, dove tornò a giocare a sorpresa poco prima del ritiro dalla Serie A,
nel 2020, l’anno del Covid. Il sogno nel cassetto, in ottica Nba Europe, è
trasferirsi al Foro Italico, che potrà garantire più di 13mila posti a sedere.
Va detto che resta da capire se, nel caso, la città risponderà presente e
accorrerà a seguire la squadra. Attualmente, infatti, bisogna scendere in B
Nazionale per trovare due squadre romane, la stessa Virtus Roma e la Luiss Roma,
che fino a pochi anni fa militava in A2. Sia come sia, la città lombarda si
troverà senza la società più blasonata (16 presenze nella massima serie, una
storica Coppa Italia nel 2019) seppur dopo un periodo di indecisione: il
presidente Aldo Vanoli, coinvolto in prima persona dal Covid, aveva già espresso
la volontà di fare un passo indietro, salvo stringere i denti e continuare a
divertirsi (e far divertire) al PalaRadi. A Cremona resterà la storica squadra,
la Juvi (targata Ferraroni), oggi in A2. Roma, invece, si prepara per il
ritorno.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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vista Nba Europe: acquistato il titolo dalla Vanoli Cremona proviene da Il Fatto
Quotidiano.
ALPEREN SENGUN, STELLA DI PRIMA GRANDEZZA?
Attenzione, è un giocatore di altissimo livello. È solo legittimo chiedersi se
può davvero essere la stella di prima grandezza di una squadra che punta al
titolo. O comunque a fare strada nei playoff. In alcune partite, sembra
imprendibile. In altre, diventa impreciso, prende tiri da fuori a bassa
percentuale, sembra non avere il carisma giusto per trascinare la squadra. Nelle
ultime dieci gare, per esempio, dal campo sta tirando così e così (44%), per
18,3 punti in totale. Stanotte contro gli Charlotte Hornets dire che ha
“steccato” è volergli fare un complimento: appena 7 punti con 3 su 11 dal campo.
Ai liberi, poi, non ne parliamo nemmeno. Non raggiunge il 70%, non il massimo
per uno che gioca la sua mole di palloni. Tecnicamente, sembra un filmato
proveniente direttamente dagli anni ’90. Somiglia molto a Rony Seikaly (pivot
libanese che ha fatto il suo meglio con i Miami Heat).
Trattasi di centrone come li facevano una volta. Molto vintage. Un po’ lentino e
rigido, forse poco esplosivo, però con un uso del piede perno davvero notevole.
Prende posizione in post basso, sente con la schiena le intenzioni del
difensore, finta o si gira in base alla reazione chi lo sta marcando e trova
(quasi) sempre la via del canestro. Bel semigancio destro quando prende il
centro area dopo un arresto a un tempo, capace anche di attaccare in palleggio e
proteggere la palla con il corpo nelle entrate centrali. Molto bravo a servire i
tagli dei compagni. Per lui, in questa stagione, oltre i 20 punti di media e 9
rimbalzi. Forse un po’ poche le carambole, considerando l’alto numero di
possessi con cui si gioca oggi. Chi è Alperen Sengun? Solo il tempo ce lo dirà.
ANTHONY DAVIS, DOVE LO METTO?
Forse una parabola discendente un po’ troppo ingenerosa, per un giocatore che in
ogni caso ha vinto un anello con i Los Angeles Lakers da protagonista. Anthony
Davis è finito ai Wizards con D’Angelo “nessuno mi vuole” Russell, Hardy ed Exum
in cambio di Middleton, Johnson, Branham, Bagley e due prime scelte di futuri
draft. Si, in cambio di poca roba. Forse le scelte future, ma in sostanza, al
momento, poca roba. Dallas decide di ricostruire. Washington decide – una
costante da venti o trent’anni – di fare cose a caso, senza strategia, senza un
senso logico. Davis raggiunge Trae Young. Evviva, che felicità. Fatto sta che
per l’ex stella dei Pelicans, a 33 primavere, problemi fisici costanti e con un
picco di carriera ormai bello che andato, approdare in una franchigia in
confusione, poco sexy, poco gloriosa come i Wizards potrebbe segnare (sempre se
vi rimarrà) un fine carriera da incubo, tra poca considerazione, risultati
pessimi, essere ai margini della NBA. Dispiace.
KEVIN DURANT NON TRAMONTA MAI
Sapete perché può essere considerato nella top 5 degli attaccanti migliori di
sempre? Perché è un 2.11 in grado di arrestarsi a due tempi dal perimetro come
solo Larry Bird sapeva fare. Ma che poi, palla in mano, è in grado di cambiare
direzione in palleggio e penetrare fino in fondo come fosse una guardia. Perché
con quello specimen fisico, e delle braccia interminabili, muove i piedi in
uscita dai blocchi come e forse meglio di Reggie Miller. Perché 20 punti in una
gara di alto livello NBA li mette solo nel momento in cui dice alla propria
fidanzata “amore, mi faccio il borsone e vado al campo”. Perché nemmeno King
Kong potrebbe impedirgli di prendersi un tiro dalla media cadendo all’indietro.
Ma anche perché, a 37 anni, sta segnando ben 26 punti di media e tira dal
perimetro con il 40%. Ogni volta che rilascia la palla dopo un arresto e tiro,
da qualche parte negli States sboccia una rosa. American Beauty.
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
L'articolo NBA Freestyle | Durant è nella top 5 attaccanti migliori di sempre.
Anthony Davis, è finita? proviene da Il Fatto Quotidiano.