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A dieci anni dall’accordo Ue-Turchia, in migliaia continuano a vivere sulle isole greche in condizioni disumane
di Christina Psarra, direttrice generale di Msf Grecia Dieci anni di accordo tra Unione Europea e Turchia possono riassumersi in un resoconto brutale: depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico, disturbi del sonno e pensieri suicidi tra le persone migranti intrappolate sulle isole greche. Nei campi sovraffollati, le condizioni igienico-sanitarie inadeguate contribuiscono alla diffusione di infezioni cutanee, malattie respiratorie e disturbi gastrointestinali. Spesso le malattie croniche non vengono diagnosticate né curate, e le donne incinte, con complicazioni legate alle mutilazioni genitali femminili, così come le vittime di violenza sessuale, restano senza assistenza medica per settimane o mesi. A marzo 2016, in un momento in cui gli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo orientale erano in forte aumento, l’accordo tra l’Ue e Turchia è stato presentato come una soluzione pragmatica per ridurre la migrazione verso l’Europa, e salutato come un successo dalla Commissione europea. Ma in questi 10 anni l’accordo ha comportato un costo umano enorme, oltre ad aver radicalmente trasformato la politica migratoria dell’Ue introducendo un modello incentrato sulla deterrenza, il contenimento e l’esternalizzazione dell’asilo. Secondo quanto previsto dall’intesa, i richiedenti asilo che arrivano su isole come Lesbo, Samos, Chio, Kos e Leros devono rimanere lì mentre le loro domande vengono esaminate, a volte per mesi o anni. I team di Medici Senza Frontiere, che forniscono assistenza medica e psicologica ai richiedenti asilo sulle isole greche e che dal 2016 hanno effettuato 156.977 visite ambulatoriali, hanno ripetutamente documentato una situazione umanitaria catastrofica. Violenze alle frontiere, campi sovraffollati, servizi igienico-sanitari inadeguati, accesso limitato all’assistenza sanitaria e un grave deterioramento della salute mentale tra le persone intrappolate, molte delle quali hanno già subito violenze, conflitti o persecuzioni prima di intraprendere i pericolosi viaggi attraverso il Mar Egeo. L’incertezza prolungata, le restrizioni al movimento e le condizioni di vita precarie spesso aggravano i traumi già esistenti: i team di salute mentale di Msf hanno documentato livelli allarmanti di disagio psicologico. A Samos, ad esempio, tra aprile e agosto 2021 il 64% dei nuovi pazienti con disturbi mentali ha riferito di avere pensieri suicidi, mentre per il 14% è stato valutato un rischio effettivo di tentare il suicidio. A seguito della demolizione del campo di Moria sull’isola di Lesbo nel 2020, su diverse isole sono state istituite nuove strutture denominate Centri a Accesso Controllato Chiuso (CCAC). Sebbene presentati come strutture di accoglienza migliorate, questi campi sono situati in aree remote e operano sotto stretta sorveglianza e con rigidi controlli di accesso, rafforzando la logica del contenimento e dell’esclusione. Negli ultimi 10 anni, l’accordo Ue-Turchia è servito anche da modello per più ampie politiche di esternalizzazione della migrazione. L’Ue ha ampliato la cooperazione con paesi quali Libia, Tunisia, Senegal, Mauritania, Marocco, Niger, Egitto e diversi Stati dei Balcani occidentali per impedire alle persone di raggiungere l’Europa. Questi partenariati comportano spesso assistenza finanziaria o cooperazione nel rafforzamento dei controlli alle frontiere, trasferendo di fatto la responsabilità della protezione dei rifugiati a paesi in cui le tutele e i sistemi di asilo sono spesso limitati. Nonostante queste politiche sempre più restrittive, le persone continuano a tentare pericolose traversate via mare. I naufragi e le intercettazioni violente rimangono frequenti, a dimostrazione dei rischi che le persone continuano ad affrontare in assenza di vie sicure per raggiungere la protezione. Medici Senza Frontiere chiede alle autorità europee e greche di ripensare radicalmente il loro approccio alla migrazione, sottolineando l’urgente necessità di porre fine alle inutili sofferenze di donne, bambini e famiglie intrappolati in condizioni spaventose. I governi devono garantire condizioni di accoglienza sicure e dignitose, l’accesso all’assistenza sanitaria e procedure di asilo eque ed efficienti, e porre fine alle politiche che trasferiscono le responsabilità di protezione dell’Europa al di fuori dei suoi confini. Photo credits: Evgenia Chorou / Msf L'articolo A dieci anni dall’accordo Ue-Turchia, in migliaia continuano a vivere sulle isole greche in condizioni disumane proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Raid sul Libano, l’allarme di Medici Senza Frontiere: “Oltre 700mila sfollati, nei rifugi un bagno ogni 100 persone” – Video
“Colpire infrastrutture civili e attività mediche è contro il diritto internazionale”. Così Emmanuel Massart, dottore di Medici Senza Frontiere di stanza in Libano, intervistato dall’ANSA, ha parlato della difficile situazione umanitaria in Libano, ormai martoriato dai bombardamenti. “Ci sono oltre 700mila sfollati – ha spiegato Massart – Di cui solo 122mila nei rifugi di accoglienza”. La maggior parte, racconta, vive in situazioni ancora più precarie, spesso in strada o in macchina. Nei rifugi la situazione non è comunque migliore: “Manca il cibo, mancano beni di prima necessità e per l’igiene personale. Due giorni fa ho visitato un rifugio con 800 persone, c’erano 8 bagni, quindi un bagno ogni 100 persone”. L'articolo Raid sul Libano, l’allarme di Medici Senza Frontiere: “Oltre 700mila sfollati, nei rifugi un bagno ogni 100 persone” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Sud Sudan più violenze e meno aiuti stanno avendo un impatto devastante: il mondo non può voltare lo sguardo
di Vittorio Oppizzi* Da anni la popolazione del Sud Sudan affronta bisogni medico-umanitari tra i più elevati al mondo. Nel 2025 diverse emergenze sovrapposte, violenze, sfollamenti, epidemie e inondazioni hanno peggiorato la situazione, mettendo a dura prova intere comunità. Gli aiuti umanitari continuano invece a diminuire a causa dei tagli, quando sarebbero più che mai necessari. L’impatto è sulla vita di persone come Biol, un bambino di 5 anni arrivato incosciente in un ospedale supportato da Medici Senza Frontiere, dopo un viaggio di 6 ore in moto taxi con la madre. Biol aveva contratto una forma grave di malaria, causando anche un’anemia acuta. La mamma mi ha raccontato di aver scelto il nostro ospedale perché la clinica vicino casa loro era rimasta senza farmaci. Parole simili a quelle di molti altri pazienti che lamentano la chiusura di presidi sanitari durante la stagione delle piogge, quando c’è il periodo di picco della trasmissione della malattia, per mancanza di medicinali e test rapidi, che si trovano nel settore privato ma a costi che in pochi possono permettersi. Così le persone affrontano anche lunghi viaggi per venire nelle nostre strutture, dove sanno che le cure sono gratuite. È inaccettabile vedere come una risposta inefficace e mal finanziata contribuisca a rendere la malaria, malattia prevedibile e curabile, la principale causa di morte in Sud Sudan. Anche le violenze stanno avendo un impatto devastante. Dall’inizio del 2025, gli scontri tra le forze governative e quelle dell’opposizione hanno costretto alla fuga 320mila persone e causato oltre duemila morti. Non si vedevano scontri simili dalla firma dell’ultimo accordo di pace del 2018. Oggi il conflitto compromette ulteriormente l’accesso alle cure, alimentando un clima di insicurezza che rende sempre più difficile la permanenza del personale negli ospedali, fino a costringerlo spesso a fuggire. A questo si aggiunge l’aumento degli attacchi alle strutture sanitarie e agli operatori umanitari: dall’inizio del 2025, Medici Senza Frontiere ha subito almeno 10 attacchi mirati, tra cui il bombardamento dell’ospedale di Lankien e il saccheggio del centro sanitario di Pieri, entrambi avvenuti lo scorso 3 febbraio, causando la perdita delle risorse mediche fondamentali per garantire l’operatività delle strutture. Eventi di questa portata hanno determinato la chiusura di tre ospedali, mettendo a rischio l’accesso all’assistenza sanitaria primaria per circa 650mila persone. A rendere ancora più fragile la risposta alla crescente crisi è il blocco all’accesso umanitario imposto dal governo del Sud Sudan in alcune aree dello stato di Jonglei controllate dalle opposizioni. Queste misure, oltre ad impedire che farmaci e forniture essenziali raggiungano le cliniche, rappresentano una diretta violazione del diritto internazionale umanitario, che prevede invece garanzia dell’accesso agli aiuti umanitari per la popolazione civile. Le restrizioni riducono fortemente le capacità di Medici Senza Frontiere di fornire cure mediche salvavita alle comunità, con ripercussioni significative per bambini, donne in gravidanza e malati cronici o in pericolo di vita. In questo scenario, il Sud Sudan si trova in un momento cruciale. La realtà non fa sconti: i bisogni crescono più rapidamente della risposta umanitaria. I donatori internazionali devono mantenere i loro impegni e occorre impegnarsi per garantire che la risposta esistente abbia un impatto reale sulle comunità di tutto il paese. La vita delle persone dipende da un rinnovato impegno, dalla solidarietà e dalla garanzia che l’assistenza sanitaria rimanga un’ancora di salvezza, anche nelle zone dove è più difficile arrivare. Il mondo non può voltarsi dall’altra parte. *responsabile dei programmi di Medici Senza Frontiere in Sud Sudan In foto: Mayen Abun, regione di Twic, Sud Sudan – Adhar Luil, 25 anni, tiene in braccio suo figlio di 7 mesi, mentre riceve ossigeno nel reparto di osservazione dell’ospedale di Msf. © Niccolò Filippo Rosso – Medici Senza Frontiere L'articolo In Sud Sudan più violenze e meno aiuti stanno avendo un impatto devastante: il mondo non può voltare lo sguardo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Israele sospenderà dal 2026 le attività di diverse ong a Gaza: c’è anche Medici Senza Frontiere
Israele ha annunciato che a partire dal 1° gennaio 2026 sospenderà le attività di oltre due dozzine di organizzazioni umanitarie internazionali operative nella Striscia di Gaza, tra cui Medici Senza Frontiere (Msf). La decisione riguarda circa 25 organizzazioni, pari a circa il 15% delle Ong attive nell’enclave palestinese, e sarebbe motivata dal mancato rispetto delle nuove regole imposte dal governo israeliano per l’operatività delle Ong. Nel contesto di una grave crisi umanitaria nel territorio palestinese devastato dalla guerra, ancora privo di acqua corrente ed elettricità, la decisione rischia di rendere l’emergenza irrecuperabile per la già tormentata popolazione civile. Secondo quanto dichiarato dal ministero per gli Affari della Diaspora, le organizzazioni interessate non hanno ottenuto il rinnovo dei permessi perché non avrebbero soddisfatto i nuovi requisiti in materia di trasparenza relativi al personale, ai finanziamenti e alle modalità operative. In particolare, Israele accusa Medici Senza Frontiere, una delle principali organizzazioni sanitarie presenti a Gaza, di non aver chiarito il ruolo di alcuni membri dello staff che, secondo le autorità israeliane, avrebbero collaborato con Hamas e altri gruppi militanti. Un’accusa che Tel Aviv, in passato, ha rivolto ad altre organizzazioni. Medici Senza Frontiere non ha rilasciato commenti immediati in merito alle accuse. In passato, nel 2024, l’organizzazione aveva respinto contestazioni simili, affermando di non impiegare consapevolmente persone coinvolte in attività militari. Nei giorni scorsi l’ong però aveva pubblicato una nota sottolineando i potenziali effetti devastanti del provvedimento. “Le nuove misure introdotte da Israele per la registrazione delle organizzazioni non governative internazionali rischiano di privare centinaia di migliaia di persone a Gaza di cure mediche salvavita, avverte l’équipe della nostra organizzazione, una delle più grandi organizzazioni mediche attualmente operative nella Striscia. Le nuove disposizioni – spiegavano – potrebbero comportare la revoca della registrazione delle ONG internazionali a partire dal 1° gennaio 2026. Infatti, la mancata registrazione impedirebbe alle organizzazioni, tra cui la nostra, di fornire servizi essenziali alla popolazione di Gaza e della Cisgiordania”. Un rischio che è diventato realtà. “Il sistema sanitario di Gaza è ormai distrutto, e se le organizzazioni umanitarie indipendenti ed esperte perdessero la possibilità di operare, ne conseguirebbe un disastro per i palestinesi. Chiediamo alle autorità israeliane di garantire che le ONG internazionali possano continuare a operare in modo imparziale e indipendente a Gaza. La risposta umanitaria, già limitata, non può essere ulteriormente ridotta”. Solo nel 2025, con un budget di oltre 100 milioni di euro, Msf – come si legge sul sito dell’organizzazione – ha curato oltre 100.000 pazienti con trauma, gestito l’assistenza per oltre 400 posti letto ospedalieri, eseguito 22.700 interventi chirurgici su quasi 10.000 pazienti, effettuato quasi 800.000 visite ambulatoriali, somministrato 45.000 vaccinazioni, assistito più di 10.000 parti, fornito più di 40.000 sessioni individuali di salute mentale – e sessioni di gruppo per oltre 60.000 persone, hanno distribuito più di 700 milioni di litri d’acqua e prodotto quasi 100 milioni di litri di acqua. Medici Senza Frontiere, inoltre, gestisce attualmente circa un terzo dei 2.300 posti letto ospedalieri nella Striscia. Anche altre organizzazioni internazionali avevano criticato le nuove norme adottate da Israele, definendole arbitrarie e avvertendo che potrebbero mettere a rischio la sicurezza del personale umanitario. Israele sostiene di rispettare gli impegni previsti dall’ultimo cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre. Le Ong, tuttavia, contestano i dati forniti da Tel Aviv e affermano che nella Striscia, devastata dalla guerra, siano necessari molti più aiuti per far fronte ai bisogni della popolazione di oltre due milioni di persone. L'articolo Israele sospenderà dal 2026 le attività di diverse ong a Gaza: c’è anche Medici Senza Frontiere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Xavier Emmanuelli morto a Parigi: era stato tra i fondatori di Medici senza frontiere
Il medico Xavier Emmanuelli, fondatore e presidente onorario del servizio di assistenza sociale francese Samu Social, è morto a Parigi all’età di 87 anni, a seguito di un malore probabilmente di origine cardiaca, come comunicato dalla stessa organizzazione, che ha espresso profondo cordoglio per la sua scomparsa. Negli anni 70, Emmanuelli fu anche tra i fondatori di Medici Senza Frontiere, l’Ong insignita del Nobel per la Pace. Nel 1993, a Parigi, diede vita a Samu Social, un servizio di emergenza umanitaria oggi presente in diverse città francesi e internazionali, dedicato a fornire assistenza, supporto medico ambulatoriale e cure infermieristiche alle persone senza fissa dimora e in difficoltà sociale. L'articolo Xavier Emmanuelli morto a Parigi: era stato tra i fondatori di Medici senza frontiere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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