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Libano, la guerra invisibile di Israele: “A gennaio 87 attacchi aerei, record dalla firma del cessate il fuoco nel 2024”
L’ultimo in ordine di tempo si chiamava Ali al-Hadi Mustafa al-Haqqani. “Ufficiale di alto rango delle unità di difesa aerea dell’organizzazione terroristica Hezbollah“, hanno annunciato le Israel Defense Forces su Telegram, “Haqqani era stato recentemente coinvolto negli sforzi per ricostituire l’infrastruttura militare” del Partito di Dio. Per questo le Idf lo hanno “eliminato” domenica nell’area di Harouf, nel sud del Libano. E’ la seconda vittima registrata a febbraio dalla guerra invisibile che Tel Aviv continua a condurre nel Paese dei cedri, dopo un gennaio da record. Secondo l’ultimo report di Alma Research, think tank israeliano che monitora il confine nord, nel mese appena concluso l’aeronautica dello Stato ebraico ha condotto 87 attacchi aerei in territorio libanese: il numero più alto da quando, il 27 novembre 2024, è entrato in vigore il cessate il fuoco. Il dato è più che raddoppiato rispetto a dicembre 2025, quando i raid erano stati 41, e porta la media mensile a circa 2,8 attacchi al giorno, il picco registrato dalla fine della guerra. Di questi, 43 raid (il 49,4% del totale), hanno colpito l’area a nord del fiume Litani, dove la presenza di Hezbollah è più radicata: 38 hanno preso di mira “infrastrutture terroristiche”, mentre 5 hanno portato a “eliminazioni mirate”, ovvero all’uccisione di membri dell’organizzazione sciita. Altri 31 attacchi (il 35,6% del totale) hanno riguardato l’area a sud del fiume, dove Israele ritiene sia ancora forte la presenza dei miliziani, e i restanti 13 (14,9%) sono stati effettuati nella valle della Beqaa, che “costituisce la retroguardia logistica e operativa del gruppo”. Ventuno i presunti “terroristi” eliminati: “20 di Hezbollah e uno di Hamas“, ucciso nel villaggio di Braikeh, a nord del Litani. Dall’inizio del cessate il fuoco, precisa il report, gli agenti del Partito di Dio uccisi sono stati 252. L’Unifil, la missione Onu creata nel 1978 per garantire il ritiro delle truppe israeliane e assistere il governo di Beirut nel ristabilire la sicurezza nel sud del paese, ha monitorato l’andamento del cessate il fuoco. Tra il 27 novembre 2024 e il 28 gennaio 2026, il contingente internazionale ha registrato circa 9.200 violazioni dello spazio aereo libanese costituite principalmente da sorvoli di velivoli o droni israeliani: oltre 1.100 le “traiettorie” (principalmente missili, razzi e bombe individuate dai radar) registrate da sud verso nord – ovvero da Israele verso il Libano -, mentre quelle in direzione contraria – dal Libano verso Israele – sono state appena 21. Gli attacchi aerei sono stati oltre 100, a indicare che solo una frazione delle incursioni si è tradotta in vere e proprie azioni cinetiche. Le “attività” delle Idf a nord della Linea Blu hanno superato quota 3.000, mentre Unifil ha scoperto e documentato oltre 400 depositi di armi di Hezbollah. La stessa missione Onu ha segnalato nelle scorse ore l’ultima anomalia. La mattina di domenica 1° febbraio “le Idf hanno comunicato a Unifil che avrebbero effettuato un’attività aerea sganciando quella che hanno definito una sostanza chimica non tossica sulle aree vicine alla Linea Blu”. “Questa attività era inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701 (adottato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’11 agosto 2006 per porre fine alla guerra dei 33 giorni, ndr). Le azioni delle Idf, ha denunciato ancora il contingente, “non solo limitavano la capacità delle forze di peacekeeping di svolgere le attività loro assegnate, ma mettevano anche potenzialmente a rischio la loro salute e quella dei civili. Destavano inoltre preoccupazione per gli effetti di questa sostanza chimica sconosciuta sui terreni agricoli locali e per le possibili ripercussioni a lungo termine sul ritorno dei civili alle loro case e ai loro mezzi di sussistenza”. L'articolo Libano, la guerra invisibile di Israele: “A gennaio 87 attacchi aerei, record dalla firma del cessate il fuoco nel 2024” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, riaperto il valico di Rafah: “Ogni giorno passeranno 50 persone da e verso l’Egitto”. Media: “Israele uccide un bimbo di 3 anni”
A oltre dieci mesi dalla sua chiusura il valico di Rafah è stato riaperto per l’ingresso e l’uscita dei residenti della Striscia di Gaza. Secondo i media statali del Cairo attraverso il principale check point al confine tra l’enclave palestinese e l’Egitto “cinquanta persone entreranno a Gaza dall’Egitto e cinquanta persone arriveranno da Gaza, nei primi giorni di operatività del valico”. “A partire da questo momento, e in seguito all’arrivo delle squadre Eubam per conto dell’Unione Europea, il valico è aperto al movimento dei residenti, sia in entrata che in uscita”, ha confermato un funzionario israeliano, riferendosi alla missione europea di assistenza alle frontiere. Il valico era stato chiuso nel marzo 2025, in seguito al fallimento del cessate il fuoco concordato nel gennaio 2025. Ieri si era svolta una giornata di controlli e test. Tutti i palestinesi di Gaza che vorranno entrare o uscire dalla Striscia – spiega il Times of Israel – dovranno ottenere il nullaosta del Cairo, che dovrà inviare i nomi al servizio di sicurezza interna israeliano Shin Bet per l’autorizzazione. Israele supervisionerà a distanza l’uscita dei cittadini di Gaza verso l’Egitto. Da una sala di controllo, gli ufficiali israeliani, utilizzando un software di riconoscimento facciale, verificheranno che coloro che lasciano la Striscia siano presenti nell’elenco dei nomi approvati e apriranno un varco al valico per consentirne il passaggio. L’ingresso a Gaza dall’Egitto inoltre includerà un controllo di sicurezza israeliano. I palestinesi arriveranno a un posto di blocco dell’Idf dopo aver attraversato il valico di Rafah e solo in seguito potranno proseguire verso la Striscia. Nella Striscia, intanto, le Israel Defense Forces continuano a uccidere. Un bambino palestinese di tre anni è stato ucciso dalle truppe israeliane nella zona di al-Mawasi, nel sud di Gaza, vicino alla città di Khan Younis. L’attacco è avvenuto al di fuori delle aree di dispiegamento dell’esercito israeliano nel sud di Gaza, secondo quanto riferito ad Al Jazeera da fonti del Nasser Medical Complex. Il bimbo si chiamava Iyad Ahmed Naeem al-Rabài, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Wafa. È stato ucciso quando le batterie israeliane hanno bombardato alcune tende che ospitano gli sfollati. Situata lungo la costa di Gaza, vicino alla città meridionale di Khan Younis, al-Mawasi ospita un vasto campo profughi che ospita decine di migliaia di palestinesi che vivono in condizioni di miseria, ricorda ancora Al-Jazeera. Nonostante i continui attacchi mortali, prosegue la testata araba, Israele ha descritto l’area come una “zona di sicurezza umanitaria”. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, il 10 ottobre 2025, Israele ha ucciso più di 500 palestinesi a Gaza e ne ha feriti altri 1.400, secondo il Ministero della Salute palestinese. L'articolo Gaza, riaperto il valico di Rafah: “Ogni giorno passeranno 50 persone da e verso l’Egitto”. Media: “Israele uccide un bimbo di 3 anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Raid di Israele a Gaza: “Almeno 28 morti, un quarto sono bambini”. È uno degli attacchi più gravi dal cessate il fuoco
Israele torna a bombardare Gaza: le forze militari di Tel Aviv dalla mattinata di sabato 31 gennaio ha compiuto attacchi aerei in sette diverse località della Striscia. Nei raid, riferisce l’agenzia di protezione civile di Gaza, controllata da Hamas, sono morte almeno 28 persone. Un quarto delle vittime, quindi almeno 7, sono bambini. Ma ci sono ancora persone disperse sotto le macerie, come riporta il quotidiano israeliano Haaretz. Il ministero della Salute di Hamas segnala altri 30 feriti, alcuni in condizioni critiche. L’esercito israeliano ha attaccato quattro membri di Hamas e della Jihad Islamica a Gaza in risposta alla violazione del cessate il fuoco, quando otto militanti sono usciti da un tunnel sotterraneo nella parte orientale di Rafah, ha dichiarato l’Idf su Telegram. Nella dichiarazione si legge che l’esercito ha preso di mira anche un deposito di armi di Hamas, un sito di produzione di armi e due siti di lancio nella Striscia di Gaza centrale. La protezione civile di Gaza ha confermato che quattro vittime sono agenti della polizia di Hamas: gli altri però sono bambini, donne e un uomo anziano. Hamas definisce i raid invece “una nuova flagrante violazione” e ha esortato gli Stati Uniti e gli altri Paesi mediatori a spingere Israele a cessare gli attacchi. L’attacco è sicuramente uno dei più gravi tra quelli condotti da Israele da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso ottobre. Secondo quanto dichiarato all’Afp dal direttore generale del ministero della Sanità di Gaza, Munir al Barsh, gli attacchi aerei sono stati “condotti dall’occupazione contro obiettivi civili in una tenda e un appartamento“. “Israele continua una serie di violazioni dell’accordo di cessate il fuoco, nel mezzo di una grave carenza di forniture ed equipaggiamento medico e medicinali“, ha aggiunto. Secondo le stime della Sanità di Gaza sono 509 le persone uccise nelle Striscia da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco il 10 ottobre. Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti è entrato nella sua seconda fase a gennaio: questo passaggio dovrebbe includere il disarmo di Hamas, un graduale ritiro israeliano e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Israele e Hamas si sono ripetutamente accusati a vicenda di violare la tregua. L'articolo Raid di Israele a Gaza: “Almeno 28 morti, un quarto sono bambini”. È uno degli attacchi più gravi dal cessate il fuoco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il principio dell’Ue per cui “un terrorista va trattato da terrorista” non si applica a Israele
“Se ti comporti da terrorista, devi essere trattato da terrorista”, dice l’Alta Rappresentante per la politica estera Ue Kaja Kallas, argomentando la decisione dell’Ue di designare il Corpo della Guardie della rivoluzione iraniana come terroristi e di comminare sanzioni nei confronti di quindici persone e sei entità responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Iran. Del resto, l’Ue ha già adottato 19 pacchetti di sanzioni nei confronti della Russia in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina: “Se ti comporti da terrorista, devi essere trattato da terrorista”. Questa me la segno. Il primo ministro di Israele e il suo ex ministro della Difesa sono accusati di Crimini di Guerra e Crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale, alla quale aderiscono tutti e 27 i paesi dell’Ue. Il Governo di Israele è accusato dall’Onu – alla quale pure aderiscono tutti i paesi Ue – di genocidio: un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite è arrivata alla conclusione che nella Striscia di Gaza è in corso un “genocidio” dall’ottobre del 2023, accusa mossa anche dalle Ong israeliane B’Tselem e Medici per i diritti umani al termine di lunghe indagini. Al contempo, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani condanna l’apartheid messo in atto da Israele in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est: “L’annessione di nuovi territori in Cisgiordania e a Gerusalemme est rappresenta una violazione del divieto di acquisizione di territori con la forza”. Il rapporto Onu ricostruisce inoltre come, da decenni, ai palestinesi venga applicato un regime giuridico e militare distinto da quello dei coloni israeliani, limitando la libertà di movimento, di lavoro, di studio, di cura, l’accesso alla terra, all’acqua e ai servizi essenziali. Tecnicamente, Israele pratica la segregazione razziale. Infinite inchieste giornalistiche, anche israeliane, documentano le condotte terroristiche di Israele, del resto rivendicate da diversi ministri e esponenti della maggioranza (“Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza”, diceva il ministro israeliano della difesa Gallant annunciando l’assedio a Gaza). Israele prende deliberatamente di mira i civili (“Non ci sono civili innocenti a Gaza”, spiegava il presidente israeliano Herzog, mentre il vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi, proponeva di uccidere tutti i maschi adulti di Gaza). Israele utilizza la fame come arma di guerra per imporre una punizione collettiva a un popolo (“Non faremo entrare nemmeno un chicco di grano a Gaza”, spiegava il ministro Bezalel Smotrich). Allo scopo, Israele ha sottratto all’Onu la distribuzione degli aiuti per affidarla alla Ghf, una società privata ai cui punti di distribuzione del cibo centinaia di palestinesi disarmati, compresi bambini, sono stati uccisi. Nei mesi in cui ha funzionato la Ghf, l’Onu ha denunciato una media di 13 morti ammazzati al giorno ai punti di distribuzione per mano dei militari Israeliana o dei contractors. Israele ha abbordato in acque internazionali le imbarcazioni di civili cariche di aiuti che tentavano di forzare l’embargo illegale. Israele vieta a 37 tra le principali Ong – compresa la Caritas – di operare nella Striscia a soccorso di una popolazione stremata composta in maggioranza di donne e bambini: una persona su due, a Gaza, ha meno di 18 anni. Israele autorizza i militari a usare i bambini palestinesi come scudi umani, come confessato dai soldati che hanno prestato servizio a Gaza nel documentario Breaking Ranks: Inside the Israeli army di Benjamin Zand. Israele impedisce il libero accesso della stampa internazionale a Gaza, dove l’esercito israeliano ha ucciso più giornalisti che in tutte le guerre del secolo scorso messe insieme. A Gaza, l’esercito israeliano ha ucciso oltre 1800 medici e paramedici per impedire loro di prestare soccorso ai feriti. Il caso più celebre è quello denunciato dal film The voice of Hind Rajab, Leone d’argento a Venezia e candidato all’Oscar ma del quale Israele vieta la visione in Cisgiordania, ordinando ai soldati di fare irruzione nella sala dove viene proiettato. Israele ha colpito tutti e 36 gli ospedali della Striscia come tutte le chiese cattoliche e le moschee, ha raso al suolo la stragrande maggioranza degli edifici costringendo oltre il 90 per cento della popolazione a sfollare in tende esposte al freddo e alla pioggia. Tende nelle quali si continua a morire di freddo e di fame anche in questi di giorni, a più di tre mesi dalla “tregua” che l’esercito israeliano ha violato una media di tutti i giorni, continuando a bombardare, uccidere, demolire. Israele ricorre a programmi di riconoscimento facciale come il famigerato “Wher’s daddy?” per seguire gli spostamenti dei presunti terroristi – ricordando che, per la legge israeliana, è imputabile per terrorismo un bimbo di 12 anni che lancia una pietra a un tank – per poi ucciderli con i droni solo quando fanno rientro nelle loro abitazioni, così da uccidere l’intera famiglia. Oltre 2.700 famiglie palestinesi sono state cancellate a Gaza, senza lasciare superstiti. Altre 6.000 famiglie oggi si compongono di una sola persona, riporta il registro civile palestinese. Israele prosegue a Gaza come in Cisgiordania nella demolizione sistematica delle infrastrutture civili e delle case palestinesi, nello sfollamento forzato delle famiglie e pratica sistematicamente la tortura nelle carceri dove vengono detenuti, nel 50 per cento dei casi, persone senza alcun capo di imputazione, comprese donne e bambini. Si stima al momento siano circa 350 i bambini dai 12 anni detenuti delle carceri israeliane. Nel corso della sua vita, un palestinese su 4 è stato arrestato. Una percentuale che non ha pari in nessun regime del mondo e della storia. Israele attacca e bombarda una sfilza di stati sovrani anche colpendo i corpi internazionali delle missioni di pace e i colloqui di pace ma non ha senso proseguire l’elenco di condotte che sarebbero senza ombra di dubbio considerate “terroristiche” se fossero quelle degli Ayatollah o di Putin perché il principio adottato dall’Ue che “un terrorista deve essere trattato da terrorista” non si applica a Israele, nei confronti dei quali l’Ue non ha infatti adottato alcuna sanzione. E chissà come lo spiegano quelli con la bandierina dell’Ue nel profilo ai propri figli: chissà come pensano di convincerli a difenderle in armi questa Unione Europea invece che ad abbatterla o a fuggire via. L'articolo Il principio dell’Ue per cui “un terrorista va trattato da terrorista” non si applica a Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Board of Peace e il piano Kushner sono totalmente illegali: per Gaza si apre una nuova fase pericolosa
di Roberto Iannuzzi * L’inaugurazione del Consiglio di Pace e la presentazione di un piano di ricostruzione a Davos (Svizzera), in occasione dell’annuale riunione del World Economic Forum, aprono una nuova pericolosa fase per Gaza. Il Consiglio di Pace, presieduto dal presidente americano Donald Trump e composto da paesi subordinati agli Usa o ideologicamente allineati all’inquilino della Casa Bianca, ha la non troppo velata ambizione di proporsi come alternativa alle Nazioni Unite. Tale organismo si prefigge di mediare conflitti dal Venezuela all’Ucraina, scavalcando il mandato Onu (Risoluzione 2803) che limita a Gaza il suo raggio d’azione. All’interno del Consiglio, che ha una struttura essenzialmente illegale dal punto di vista del diritto internazionale, il potere è concentrato nelle mani di Trump, che lo presiede a vita, stabilisce quali paesi possono aderirvi e ne decide l’agenda. Il nuovo organismo è a sua volta composto da un consiglio direttivo che si occuperà della gestione di Gaza. A tale riguardo, un piano è stato presentato a Davos da Jared Kushner, membro del consiglio e genero di Trump. I palestinesi non sono in alcun modo rappresentati nel Consiglio di Pace. Il governo tecnocratico palestinese ad esso subordinato avrà un ruolo di mero esecutore delle sue direttive. La Striscia sarà il primo “laboratorio” dove testare il principio ispiratore del Consiglio, che prevede l’abbandono del multilateralismo come approccio per la risoluzione dei conflitti in favore di un modello basato sul capitale privato, guidato dagli investimenti e dalla ricerca del profitto. Azzerando le rivendicazioni politiche dei palestinesi, e ignorando i diritti di proprietà e l’eredità culturale di generazioni di gazawi, il piano Kushner prevede un progetto di ingegneria sociale e di sviluppo immobiliare che, partendo da una tabula rasa, intende ridisegnare completamente il volto di Gaza, previa demilitarizzazione e “deradicalizzazione” della Striscia. L’intera zona costiera sarà dedicata al turismo. Nell’immediato entroterra sorgeranno le aree residenziali per i palestinesi, intervallate da parchi e zone agricole. Complessi industriali e data center saranno dislocati in prossimità del perimetro interno, dipendenti da catene di fornitura e approvvigionamenti energetici israeliani. Attorno all’intero perimetro di confine sarà ricavata una zona cuscinetto controllata da Israele. Il processo di ricostruzione sarà subordinato a quello di demilitarizzazione, il più problematico. Teoricamente, il piano americano prevede, in cambio del disarmo, l’amnistia per gli uomini di Hamas, il loro “trasferimento sicuro” in altri paesi o, in alcuni casi selezionati, la loro integrazione nel governo tecnocratico palestinese. Perfino se Hamas dovesse accettare una simile soluzione, non è affatto scontato che lo faccia Israele. Elliott Abrams, noto esponente dei neocon americani e membro di spicco del Council on Foreign Relations, allude a un’alternativa più cruenta per liquidare Hamas. Egli ammette che nessun paese si è finora mostrato disposto a fornire truppe per disarmare il gruppo palestinese nel quadro della forza di stabilizzazione che, in base all’originario piano Trump per Gaza, avrebbe dovuto essere schierata nella Striscia. Abrams afferma che esiste però la possibilità di ricorrere a contractor privati per “bonificare” Gaza dai combattenti e dalle infrastrutture militari di Hamas. Per facilitare l’operazione, la popolazione civile verrebbe incoraggiata a trasferirsi nella zona della Striscia attualmente controllata da Israele. A Rafah, nel sud dell’enclave, dovrebbe sorgere la prima delle “comunità recintate” che accoglieranno i palestinesi a seguito di un meticoloso “processo di verifica” volto a escludere ogni possibile legame con Hamas. In questo scenario, il ruolo della forza internazionale di stabilizzazione e della polizia del governo tecnocratico palestinese alle dipendenze del Consiglio di Pace si limiterà al controllo di queste comunità e delle aree già “bonificate” dalla presenza di Hamas. Il fatto che Trump abbia posto alla guida della forza di stabilizzazione il generale americano Jasper Jeffers, già responsabile del Comando congiunto per le operazioni speciali (JSOC), lascia presagire che si possa propendere per questa soluzione. Jeffers è un veterano delle operazioni speciali in Iraq e Afghanistan, e insieme ad altri ufficiali del JSOC potrebbe pianificare l’impiego dei contractor e l’addestramento di commando composti da palestinesi reclutati fra le bande armate da Israele per combattere Hamas. Contractor privati, del resto, sono già stati utilizzati nella Striscia dalla famigerata Gaza Humanitarian Foundation (GHF), responsabile dell’uccisione indiscriminata di centinaia di palestinesi alla disperata ricerca di cibo presso i suoi centri di distribuzione. Uno degli ideatori della GHF, Aryeh Lightstone, è stato ora nominato da Trump consulente del Consiglio di Pace. Le incognite riguardanti il disarmo di Hamas e l’implementazione del piano Kushner restano in ogni caso numerose. In primo luogo, l’accettazione del piano da parte di Israele è tutt’altro che certa. Le forze armate israeliane hanno costruito decine di avamposti militari nella zona della Striscia sotto il proprio controllo, collegandoli al territorio israeliano con nuove strade. E stanno trasformando la linea gialla che separa tale zona da quella controllata da Hamas in un vero e proprio confine, con trincee e terrapieni. I vertici dell’esercito israeliano stanno inoltre pianificando una possibile offensiva militare su Gaza City a marzo, qualora il piano di disarmo previsto dagli Usa dovesse incontrare difficoltà. *Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024). X: @riannuzziGPC; https://robertoiannuzzi.substack.com/ L'articolo Il Board of Peace e il piano Kushner sono totalmente illegali: per Gaza si apre una nuova fase pericolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Israele conferma i numeri di Hamas: 71.000 uccisi dai soli attacchi diretti. Il bilancio reale può arrivare a 600 mila
Il ministero della Difesa israeliano ha formalmente riconosciuto come parametro di riferimento le statistiche fornite dal ministero della Salute di Gaza (controllato da Hamas), indicando che circa 71.700 palestinesi sono stati uccisi dalle operazioni militari dal 7 ottobre 2023. E’ quanto riporta il quotidiano israeliano Haaretz. Un riconoscimento che rappresenta un drastico cambiamento di rotta per le autorità di Israele, che per tutta la durata del conflitto hanno descritto i dati provenienti dalla Striscia come mera propaganda di guerra, nonostante le agenzie delle Nazioni Unite e numerosi esperti di salute pubblica avessero dichiarato che i sistemi di registrazione dei dati a Gaza fossero storicamente robusti e credibili, e che nel corso del conflitto i dati fossero stati esaminati da governi, organizzazioni internazionali, media e ricercatori. Secondo fonti militari, però, la cifra terrebbe conto delle sole vittime di attacchi militari diretti, lasciando fuori i dispersi, molti probabilmente ancora sotto le macerie, i morti per fame, freddo, malattie e per la distruzione dell’intero sistema sanitario. La linea tenuta dai funzionari israeliani per oltre due anni è stata quella dello scetticismo verso qualsiasi cifra prodotta sotto il governo di Hamas. Secondo la posizione ufficiale di Tel Aviv, i dati erano da considerarsi manipolati e privi di valore oggettivo poiché a Gaza la Sanità risponde direttamente all’organizzazione militante che controlla l’enclave dal 2007. Uno dei punti cardine dell’argomentazione israeliana riguardava l’incapacità, o la volontà politica, del ministero della Salute di non distinguere tra civili e combattenti all’interno dei suoi registri ufficiali. Poiché i membri delle milizie non indossano uniformi formali né portano documenti di identificazione separati sul campo di battaglia, Israele ha a lungo sostenuto che i numeri totali fossero sospetti e non potessero servire a valutare in modo imparziale l’impatto reale sulla popolazione. In diverse occasioni, infatti l’esercito (IDF) ha ribadito che Hamas operasse deliberatamente in zone popolose e utilizzasse strutture protette come scuole e ospedali come scudi umani, complicando ulteriormente l’accertamento indipendente delle vittime. L’arrivo del riconoscimento comporta dunque una revisione della portata del conflitto. Oltre le vittime di attacchi militari diretti, poi, resta da fare il bilancio di tutta la devastazione seguita all’offensiva israeliana, comprese le morti legate alla malnutrizione o al collasso totale delle infrastrutture civili. Al momento le forze armate israeliane sono impegnate nell’analisi dei database palestinesi, che identificano oltre il 90% delle vittime con nome e numero di documento, nel tentativo di determinare quanti tra i caduti fossero effettivamente combattenti. Analisi che si inserisce in un contesto legale internazionale estremamente teso, con lo Stato di Israele che affronta accuse di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio presso le corti internazionali e lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu sotto processo per queste accuse. La proporzione di civili uccisi è un elemento decisivo per i giudici: lo scorso settembre, il capo di stato maggiore Herzi Halevi ha dichiarato trionfalmente che “oltre il 10% della popolazione di Gaza è stata uccisa o ferita”, che significa 230.000 vittime. “Questa non è una guerra soft, abbiamo tolto i guanti fin dal primo minuto”, disse in quell’occasione. Ma alla luce della devastazione e della crisi umanitaria seguite all’offensiva israeliana, studi indipendenti pubblicati su riviste scientifiche come The Lancet e basati sul confronto con conflitti precedenti, rapporti verificati e metodologia epidemiologica, hanno suggerito cifre più elevate, tra i 300 mila e i 600 mila morti. I 71 mila riconosciuti ora da Israele sarebbero dunque la stima più prudente di un sistema di rilevamento anch’esso disintegrato dall’offensiva. L'articolo Israele conferma i numeri di Hamas: 71.000 uccisi dai soli attacchi diretti. Il bilancio reale può arrivare a 600 mila proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carabinieri bloccati a Ramallah, l’Idf ammette: “A fermarli è stato un nostro soldato”. L’Italia: “Ancora più grave”. Il governo Netanyahu non conferma
Si complica la mezza crisi diplomatica aperta tra Italia e Israele dopo la dichiarazione dell’Idf che è stato “un soldato” e non un colono, civile per quanto armato, a fermare i due carabinieri domenica scorsa nelle vicinanze di Ramallah in Cisgiordania, costringendoli a inginocchiarsi sotto la minaccia di un fucile mitragliatore per poi rilasciarli, intimando loro di non ripresentarsi da quelle parti. Per Roma, che ha reagito convocando alla Farnesina l’ambasciatore Jonathan Peled, sarebbe “ancora più grave” se ad agire fosse stato un militare. Ma il governo di Tel Aviv per ora nega, rimane sulla promessa di accertamenti fatta lunedì da Peled. Ora però il nostro ministero degli Esteri sta interloquendo anche con l’addettanza militare dell’ambasciata israeliana a Roma. Il portavoce delle Israeli defense forces, a richiesta del Fatto, ha risposto: “Domenica un soldato ha individuato un veicolo che si dirigeva verso la comunità di Sde Ephraim lungo una strada chiusa al traffico civile in base alla valutazione della situazione operativa e designata come zona militare chiusa. Il soldato – prosegue il portavoce Idf – ha quindi classificato il veicolo come sospetto. Poiché al momento non è stata identificata la targa diplomatica, il soldato si è avvicinato al veicolo per fermarlo, puntando l’arma senza aprire il fuoco, e ha ordinato ai passeggeri di uscire dal veicolo e di identificarsi. Una volta che i passeggeri si sono identificati come diplomatici, il soldato li ha immediatamente rilasciati e ha segnalato l’incidente ai suoi comandanti. Da un’indagine preliminare – informa ancora l’Idf – risulta che il soldato ha agito in conformità con le procedure previste in caso di incontro con un veicolo sospetto. Tuttavia, non ha agito in conformità con le procedure applicabili ai veicoli diplomatici, poiché il veicolo non era stato identificato come tale. Il soldato è stato convocato per un colloquio chiarificatore e una revisione delle procedure, che saranno inoltre rafforzate per tutti i soldati nella zona della Giudea e della Samaria”. La stessa risposta è stata inviata alla Rai di Gerusalemme. L’episodio risale appunto a domenica 25. I due carabinieri, in servizio al Consolato italiano di Gerusalemme, erano andati a fare un sopralluogo con auto diplomatica blindata al Sharek Youth Village, la sede di una Ong palestinese a Kafr Ni’mah nel governatorato di Ramallah, a poco più di una decina di chilometri dalla capitale dell’Autorità nazionale palestinese. Un’attività ordinaria in vista della visita dei capi missione dell’Unione europea, programmata per giovedì 29. Lì però sono stati fermati da un uomo in abiti civili, con fucile mitragliatore e giubbotto antiproiettile. Li ha fatti scendere dall’auto sotto la minaccia dell’arma e costretti a inginocchiarsi. Parlava, secondo il racconto dei militari, un inglese incerto, tanto che ha poi chiamato un’altra persona tramite la quale è riuscito a identificare i militari. L'articolo Carabinieri bloccati a Ramallah, l’Idf ammette: “A fermarli è stato un nostro soldato”. L’Italia: “Ancora più grave”. Il governo Netanyahu non conferma proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Voli cancellati, Israele in “stato di allerta” e il risiko dell’esercito Usa: crescono i timori per l’opzione militare in Iran
Le compagnie aeree che cancellano i voli verso il Medio Oriente, il comandante del Comando centrale degli Stati Uniti che vola in Israele e quella che Donald Trump ha definito una “armata” diretta verso l’Iran. Si fanno sempre più forti le speculazioni su un nuovo, possibile attacco Usa contro Teheran dopo la sanguinosa repressione delle proteste interne. Le mosse militari americane e le decisioni prese da alcune compagnie commerciali indicherebbero infatti che l’amministrazione statunitense sia sempre più vicina all’opzione militare per indebolire il regime. Venerdì sera l’ultimo indizio: Lufthansa, Air France, KLM e Swiss hanno cancellato i loro voli di sabato verso destinazioni in Medio Oriente, tra cui Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, secondo le informazioni sui voli pubblicate sui siti web degli aeroporti. United Airways e Air Canada hanno invece azzerato le tratte verso la sola Israele. IL RISIKO DELL’ESERCITO USA IN MEDIO ORIENTE E proprio da Tel Aviv – attraverso Channel 12, rete vicina al governo di Benjamin Netanyahu – è arrivata anche la notizia che i vertici della difesa israeliana temono uno scenario di miscalculation – cioè un errore di valutazione – e per questo motivo sono in stato di allerta elevato: in uno degli scenari possibili, l’Iran potrebbe temere che la decisione di Trump di lanciare un attacco sia già stata presa e decidere quindi di colpire Israele preventivamente. Del resto, le manovre dell’esercito statunitense sono imponenti: sta trasferendo verso Medio Oriente una portaerei, 6 navi da guerra, due sottomarini, oltre cento aerei da combattimento, decine di aerei di rifornimento e di intelligence, sistemi di intercettazione di missili balistici. Tutte queste forze disporranno di centinaia di missili da crociera. LA VISITA IN ISRAELE DEL COMANDANTE COOPER Proprio sabato, intanto, il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, l’ammiraglio Brad Cooper, dovrebbe arrivare in Israele per incontrare alti funzionari, ha riferito l’emittente pubblica Kan. Anche il consigliere della Casa Bianca Jared Kushner e l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff atterreranno in Israele per colloqui con il primo ministro Netanyahu che però dovrebbero essere incentrati principalmente sulla “fase 2” della tregua nella Striscia di Gaza. Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha dichiarato che il rafforzamento delle forze americane in Medio Oriente ha lo scopo di “garantire che se gli iraniani, Dio non voglia, facessero qualcosa di molto sciocco, noi avremmo le risorse per rispondere”. Vance, intervistato dal canale di informazione statunitense Newsmax e ripreso dalla testata israeliana YNet, ha aggiunto: “Abbiamo molte forze nella regione e persone che potrebbero essere in pericolo. Il presidente ha molte carte, ma non rivelerò come le giocherà”. TEHERAN: “RAID SARÀ UNA GUERRA TOTALE CONTRO DI NOI” Di fronte alla crescente pressione, Teheran ha annunciato che tratterà qualsiasi attacco “come una guerra totale contro di noi”, come riportato da Reuters. “Questo rafforzamento militare speriamo non sia finalizzato a un vero scontro, ma il nostro esercito è pronto per lo scenario peggiore. Ecco perché in Iran tutto è in stato di massima allerta”, ha affermato un alto funzionario iraniano. Le fibrillazioni hanno portato il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan a puntare il dito contro Israele, accusata da Ankara di cercare un’opportunità per attaccare l’Iran. La mossa – ha avvertito – potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione: “Spero – ha dichiarato in un’intervista televisiva – che trovino una strada diversa, ma la realtà è che Israele, in particolare, sta cercando un’opportunità per colpire l’Iran”. L'articolo Voli cancellati, Israele in “stato di allerta” e il risiko dell’esercito Usa: crescono i timori per l’opzione militare in Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Roger Waters in esclusiva al Fatto: “Con il mio ultimo respiro spero di suonare The Wall in Palestina” – Video
“Ho detto che suonerò The Wall in Palestina quando sarà libera. Quando lo stato di apartheid cadrà e ci saranno uguali diritti per tutti, dal Giordano al Mediterraneo, vorrei essere ancora vivo per suonare The Wall e celebrare la libertà del popolo palestinese. Sarebbe fantastico farlo con il mio ultimo respiro”. È solo uno dei passaggi dell’intervista a Roger Waters. Il musicista, ex membro dei Pink Floyd, convinto antimilitarista, si è espresso in un lungo colloquio con Il Fatto Quotidiano (qui l’intervista integrale), spiegando, tra le altre cose, anche i motivi della sua posizione sul conflitto tra Israele e Palestina definendolo, come già fatto più volte, “un genocidio”. L'articolo Roger Waters in esclusiva al Fatto: “Con il mio ultimo respiro spero di suonare The Wall in Palestina” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Marwan Barghouti, il leader palestinese in carcere da 23 anni, è la prova che Israele non perdona la resistenza morale
Aveva dieci anni e un cane. Il cane abbaiava e i soldati gli hanno sparato senza una ragione, come sparano agli esseri umani. Ha imparato così cosa vuol dire vivere sotto occupazione Marwan Barghouti, il più popolare leader politico palestinese. L’esercito occupante può sparare a chi vuole e farla franca. Può sbarrarti la strada a uno dei 600 check point e impedirti di andare a scuola. Può abbattere la tua casa e arrestarti senza prove. Un palestinese su quattro nel corso della sua vita è stato arrestato: caso unico al mondo. Incluse le donne e i bambini. Sono oltre 350 i minori tra i 12 e 18 anni attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Barghouti viene arrestato la prima volta a 18 anni con l’accusa di aver preso parte a una rivolta. Si rivoltava contro l’occupazione illegale del suo Paese. Cosa avremmo fatto noi? “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo?”, chiede agli studenti con un questionario il Garante per l’Infanzia. Zero! Si “entra in guerra” anche quando si sferra un attacco, dovremmo sentirci responsabili di un simile crimine? Se invece venissimo attaccati, invasi, perseguitati e uccisi come durante il Fascismo, la difesa della Patria è un dovere sacro e inderogabile per ogni cittadino, dice la Costituzione. Sfugge però la logica: qui vogliamo gli studenti pronti a difendere la patria in armi ma neghiamo il diritto alla resistenza armata ai palestinesi sotto occupazione? Quello che per noi è sacro dovere per loro è terrorismo? All’Aquila è stato condannato a 5 anni per sostegno ai gruppi armati in Palestina Anan Yaeesh. Aveva quindici anni, passeggiava con la sua ragazza, a Tulkarem. Un soldato dell’Idf ha sparato e l’ha uccisa senza una ragione. Anan ha dormito sulla tomba per giorni e poi si è unito ai combattenti di Al-Fatah. Non ha mai compiuto azioni contro civili. Da quindici anni è in Italia. Non essendoci logica, le prove per condannare chi si difende dall’occupazione illegale vengono fornite dalla potenza occupante: prove che l’occupante ha raccolto nel mentre che commetteva il genocidio dell’occupato, dice la commissione d’inchiesta dell’Onu. È un’etichetta, quella di terrorismo, che noi occidentali attacchiamo a piacimento e a piacimento stacchiamo, come in Siria con Al Jolani; prima terrorista poi liberatore dei siriani, tranne i curdi, che continua a massacrare. Dice Woody Allen: “La pornografia è l’erotismo delgi altri”. Così il terrorismo è la resistenza degli altri. Il giochetto funziona particolarmente bene in Italia dove mezzo governo fatica a riconoscere il valore dellla Resistenza, il fondatore di Fratelli d’Italia accusa di terrorismo i partigiani e sfoggia il busto di Mussolini. Marwan Barghouti è in carcere da 23 anni. Sconta 5 ergastoli per aver partecipato agli attacchi della Seconda Intifada. Respinge l’accusa di terrorismo: «La lotta armata dei popoli sotto occupazione è un diritto e mira a porre fine all’occupazione, non a colpire i civili». Per Israele resta un terrorista, in buona compagnia con l’Onu, Francesca Albanese, i giornalisti, le Ong, i bambini. Ma la cosa che Israele non perdona al leader di al-Fataḥ non è la resistenza armata: è la resistenza morale. Quel suo ostinato, sovversivo, restare umano a dispetto dell’ingiustizia subita. Barghouti non chiede la fine di Israele ma la fine dell’occupazione. La sua colpa, agli occhi di Israele, è quella di battersi per la convivenza dei due popoli in due Stati, come promesso dagli accordi di pace di Oslo e da tutti i leader che ancora si dicono a favore di due stati ma uno lo hanno riconosciuto 78 anni fa e l’altro mai. «L’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace», ripete Barghouti. Sua moglie Fadwa è arrivata martedì in Italia. Non vede il marito da tre anni, Israele tiene “Il Mandela Palestinese” in carcere perché sa che potrebbe vincere le elezioni. Molto meglio, piuttosto che liberare un leader laico che sogna la democrazia, lasciare i palestinesi nelle mani di fanatici religiosi, proprio come gli israeliani. Molto meglio, ha spiegato Netanyahu alla Knesset, rafforzare Hamas che è contraria ai due Stati proprio come lo è Israele. Molto meglio che a parlare siano le armi e non la diplomazia perché di armi Israele ne ha di più. Per questo Marwan viene picchiato, torturato, deriso in carcere dal ministro Ben Gvir, costretto a sedere per ore e ore su una sedia con lo schienale chiodato: Appena rilasci i muscoli ti lacera la carne. Fadwa racconta delle brevi visite concesse, dell’impossibilità di toccarsi perché c’è il vetro e di parlare perché il telefono non funziona e non lo aggiustano apposta e nessuna di queste angherie, dice Fadwa, fiaccherà il nostro spirito: «Nessuna oppressione piegherà la resistenza dei palestinesi». Cos’hanno che li sostiene? Quello che manca a Netanyahu, a Trump, ai complici di Israele che definiscono “pace” il suo contrario: la prosecuzione dell’occupazione. Hanno ragione. L'articolo Marwan Barghouti, il leader palestinese in carcere da 23 anni, è la prova che Israele non perdona la resistenza morale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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