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“Non ho mai composto una canzone, Gaza mi ha convinto a provarci con 2 canzoni fortemente legate al genocidio palestinese”: Moni Ovadia presenta “Yiddish Blues” con Giovanna Famulari e Michele Gazich
“Yiddish Blues”, anticipato dal brano “Il piccolo Alì“, è l’album e progetto degli artisti Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michele Gazich, in uscita il 3 aprile. “Io non ho mai composto una canzone. Gaza mi ha convinto a provarci. – ha detto Ovadia – Con l’aiuto di due prodigiosi musicisti, Giovanna Famulari e Michele Gazich, mi sono cimentato. Ho vinto la mia ritrosia e la mia paura. L’immane orrore che ha travolto quel lembo di terra palestinese, il martirio del genocidio di un popolo deve essere fermato con ogni tipo di iniziativa, ma deve essere anche cantato perché il maggior numero possibile di esseri umani ne venga a conoscenza. Così abbiamo scritto due canzoni fortemente legate al genocidio palestinese (Palestina, terra di dolore e Il piccolo Alì) e le abbiamo presentate al Premio Tenco 2025. Da lì tutto è cominciato”. Il disco si apre con “Il piccolo Alì”: “Fra le tante immagini che ho ricevuto dalla Palestina devastata, una mi si è conficcata nella mente: – ha detto Ovadia – la foto di un bambino di non più di dieci anni con entrambe le braccia amputate appena sotto le ascelle da qualche bomba. Da quell’istantanea percepivo che gli occhi di quella creatura mi guardavano con un’implicita accusa rivolta a tutto il protervo e complice Occidente. Lo sguardo di quel bimbo mi ha assillato per settimane, ho pensato che dovevo esprimere i miei sentimenti ed è uscita l’idea di una canzone, una piccola narrazione in musica e parole che può comunicare ciò che non sarebbe esprimibile altrimenti”. E poi c’è anche “Palestina terra di dolore” e Mani Ovadia ha commentato: “Questa canzone e le due che la incorniciano (Es brent e Dona, Dona) insieme costituiscono un trittico, un insieme coeso nel significato, che voglio dedicare al popolo palestinese. Oggi è, per antonomasia, il popolo martirizzato, assassinato, torturato, schiavizzato, espropriato; il popolo che è in esilio nella propria terra, il popolo più solo del mondo, il popolo che soffre senza che nessuno si protenda verso le sue sofferenze per recare un vero conforto”. L'articolo “Non ho mai composto una canzone, Gaza mi ha convinto a provarci con 2 canzoni fortemente legate al genocidio palestinese”: Moni Ovadia presenta “Yiddish Blues” con Giovanna Famulari e Michele Gazich proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Fifa sanziona Israele per finta: la ridicola multa alla Federazione per mettere a tacere le accuse della Palestina
“Il Comitato disciplinare della Fifa sanziona la Federcalcio israeliana”. A leggere il titolo del comunicato ufficiale pubblicato dalla massima organizzazione calcistica mondiale, sembra quasi che le istituzioni del pallone si siano svegliate e abbiano deciso di prendere finalmente posizione su quanto accaduto e continua ad accadere in Palestina. Niente di più sbagliato. La Fifa ha soltanto fatto finta di intervenire, perché non poteva ignorare oltre la questione, ma in realtà la punizione decisa è appena un buffetto: una piccola multa economica, uno striscione e qualche generica raccomandazione, prendendo in considerazione solo gli aspetti meno gravi dell’accusa e anzi riscrivendo in maniera filo-israeliana il diritto internazionale. NEL 2024 LA DENUNCIA DELLA PALESTINA Nessuna sorpresa: sul Fatto abbiamo già raccontato il doppiopesismo di Gianni Infantino, perché legato a doppio filo agli interessi politico-economici degli Stati Uniti e quindi anche di Israele. Lo conferma anche quest’ultimo provvedimento “farsa”, che nasce da una denuncia presentata dalla Palestina nel maggio 2024. Ci sono voluti dunque quasi due anni per partorire questa sentenza pilatesca, che dà un colpo al cerchio e due alla botte, pensando a salvare soprattutto le apparenze. La FederCalcio palestinese aveva accusato la corrispettiva israeliana di complicità nelle violazioni del diritto internazionale da parte del governo, con diversi capi d’accusa, tra cui il razzismo, le attività calcistiche organizzate illegalmente nei territori occupati della Cisgiordania e, ovviamente, l’uccisione di centinaia di calciatori nei bombardamenti a Gaza, che hanno avuto tra i tanti effetti collaterali anche quello di mettere in ginocchio il movimento. LE ACCUSE: RAZZISMO, CALCIATORI UCCISI E ATTIVITÀ ILLEGALI IN CISGIORDANIA Nel dispositivo prodotto dal Comitato disciplinare vengono annoverati diversi episodi in cui risultano riconosciute le responsabilità della Federazione israeliana. Ad esempio, i ripetuti comportamenti discriminatori de “La Familia”, tifoseria organizzata del Beitar Gerusalemme, la più “razzista” del Paese (per sua stessa ammissione, ama definirsi così). Oppure la condotta di alcuni tesserati, come il presidente della Lega Calcio, Nicolas Lev, che ha condiviso sui suoi profili social un articolo a sostegno delle operazioni a Gaza, oppure le dichiarazioni del giocatore della nazionale Shon Weissman (sempre a favore della distruzione di Gaza), non sanzionati dalla Federazione. Capitolo ancor più delicato quello sulla Cisgiordania, territorio con una popolazione di 3 milioni di palestinesi e 670mila coloni israeliani, che la Palestina considera parte dei suoi confini: l’IFA invece consente a diverse squadre di calcio (otto per la precisione) di partecipare alle proprie leghe, in violazione delle norme Fifa.  Mentre per quanto riguarda il bilancio delle vittime, il report di FARE (Football Against Racism in Europe), network che collabora regolarmente con la Fifa, sulla base di dati pubblicati dalla Federazione palestinese ma confermati anche da fonti indipendenti come l’Associated Press, parla di oltre 382 calciatori uccisi dall’inizio del conflitto. La FederCalcio israeliana, da par suo, ha respinto tutte le accuse al mittente, bollandole come vaghe e prive di valore probatorio. Il procedimento viene sostanzialmente liquidato considerando non competente la Fifa: l’IFA non può essere considerata responsabile della condotta di uno Stato sovrano (Israele) impegnato in un conflitto armato. CONDANNA SEVERA SOLO A PAROLE Le conclusioni del Comitato disciplinare della Fifa in realtà sono molto severe, almeno a parole. La Federazione israeliana è stata ritenuta colpevole di “non aver rispettato i propri obblighi (…) consistenti nel non aver intrapreso azioni significative e trasparenti contro le condotte discriminatorie e nella sua tolleranza di messaggi politicizzati e militaristici in contesti calcistici”. “Ha omesso di promuovere i valori di pace, uguaglianza e dignità umana”. Si parla addirittura di grave “danno reputazionale causato al calcio, sia a livello nazionale che internazionale”. LA PENA: UNA MULTA E UNO STRISCIONE Questi giudizi però non si traducono in una sanzione altrettanto pesante. Non c’è nessuna squalifica o sospensione. Israele viene condannata per gli articoli 13 (comportamenti offensivi e violazioni dei principi del fair play) e 15 (discriminazione e abusi razzisti), mentre le accuse più gravi vengono dimenticate. Alla fine la pena consiste soltanto in una multa di 150.000 franchi svizzeri (165mila euro). Un terzo della cifra dovrà essere investito nell’attuazione di “un piano completo volto a garantire azioni contro la discriminazione e a prevenire il ripetersi di episodi simili”, su cui però non si hanno informazioni chiare. Si dice semplicemente che il piano dovrà essere approvato dalla Fifa e dovrà concentrarsi su “riforme, protocolli, monitoraggio e campagne educative”: formule generiche che lasciano il sospetto che non ci sia alcuna concreta prescrizione per impedire il reiterarsi delle condotte censurate. E poi, pur certificando l’esistenza di “un sistema strutturale di segregazione” a danno degli atleti palestinesi, il Comitato non si è pronunciato nel merito dell’illegalità delle attività calcistiche in Cisgiordania. Anzi, di fatto ha fornito una interpretazione filo-israeliana, definendo “irrisolto” lo stato giuridico della West Bank, quando invece nel diritto internazionale è considerata un territorio palestinese occupato da Israele dal 1967 e gli insediamenti coloniali sono stati giudicati illegali dalle Nazioni Unite e dalla Corte Internazionale di Giustizia. La chicca finale: l’obbligo di esporre un grande striscione con le parole “Il calcio unisce il mondo – No alla discriminazione” nelle prossime tre partite della nazionale. Adesso sì che la Fifa ha fatto giustizia… X: @lVendemiale L'articolo La Fifa sanziona Israele per finta: la ridicola multa alla Federazione per mettere a tacere le accuse della Palestina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Die Linke versinkt im Streit um Antisemitismus
Listen on * Spotify * Apple Music * Amazon Music In der Linkspartei tobt ein bitterer Kampf um die Deutung des Nahostkonflikts. Während die „alte Garde“ um Gregor Gysi den Schutz Israels als Staatsräson verteidigt , formiert sich an der Basis und in Landesverbänden wie Niedersachsen ein radikaler antizionistischer Flügel. Wie die Parteispitze versucht, das zu moderieren und dabei womöglich den moralischen Kompass verliert, analysiert Gordon Repinski. Janis Ehling, Bundesgeschäftsführer der Linken, stellt sich im 200-Sekunden-Interview der Frage, wie tief der Riss wirklich geht und wie man in der Partei eine klare Grenze zum Antisemitismus ziehen und gleichzeitig wieder zusammen finden kann. In Brüssel beginnt ein entscheidender EU-Gipfel unter extremem Zeitdruck. Kanzler Friedrich Merz und Frankreichs Präsident Emmanuel Macron müssen ihre Differenzen beiseite legen, um den „Dauer-Blockierer“ Viktor Orbán zur Freigabe der 90-Milliarden-Hilfen für die Ukraine zu bewegen. Hans von der Burchard berichtet aus Brüssel über den deutsch-französischen Motor, die Drohungen von Donald Trump und die europäische Antwort auf die eskalierende Lage im Iran. Unseren Podcasts ⁠„Inside AfD“ findet ihr hier⁠ und ⁠„Power & Policy“ hier⁠. Das Berlin Playbook als Podcast gibt es jeden Morgen ab 5 Uhr. Gordon Repinski und das POLITICO-Team liefern Politik zum Hören – kompakt, international, hintergründig. Für alle Hauptstadt-Profis: Der Berlin Playbook-Newsletter bietet jeden Morgen die wichtigsten Themen und Einordnungen. ⁠Jetzt kostenlos abonnieren.⁠ Mehr von Host und POLITICO Executive Editor Gordon Repinski: Instagram: ⁠@gordon.repinski⁠ | X: ⁠@GordonRepinski⁠. POLITICO Deutschland – ein Angebot der Axel Springer Deutschland GmbH Axel-Springer-Straße 65, 10888 Berlin Tel: +49 (30) 2591 0 ⁠information@axelspringer.de⁠ Sitz: Amtsgericht Berlin-Charlottenburg, HRB 196159 B USt-IdNr: DE 214 852 390 Geschäftsführer: Carolin Hulshoff Pol, Mathias Sanchez Luna
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Gaza ancora senz’acqua: “Le famiglie sopravvivono con appena 3 litri al giorno. L’80% delle reti idriche è distrutto”
Dopo il 7 ottobre 2023, la popolazione di Gaza è stata costretta ad adattarsi a una routine fatta di taniche, vecchie bottiglie di plastica e secchi consumati. Tutti i giorni migliaia di palestinesi si mettono in fila per ore, uomini, donne e bambini, per raggiungere le autocisterne, riempire quel che si ha e recuperare così l’acqua da bere e per lavarsi. Ogni famiglia sa che dall’arrivo di quelle autobotti dipende la propria sopravvivenza. L’80% delle reti idriche della Striscia è distrutto e nel Nord gli abitanti hanno a disposizione meno di 3 litri d’acqua a testa al giorno. Ossia un quinto della quantità minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e molto meno di quanto consumiamo noi in pochi minuti di banali attività quotidiane. Oggi, a 5 mesi dalla tregua, a Gaza ci sono due milioni di sfollati. Più della metà vive in campi sovraffollati, dove basta qualche giorno di pioggia per far sprofondare le tende nel fango delle fogne. Due anni di raid israeliani hanno distrutto pozzi, serbatoi, impianti di trattamento dell’acqua e di depurazione. Ma la ricostruzione è rimasta una promessa sulla carta. A fine gennaio, l’Onu ha denunciato il blocco del 70% della produzione idrica di Gaza City, a causa del governo israeliano che impedisce l’ingresso di materiale per la riparazione dell’acquedotto di Mekorot. I numeri e le testimonianze degli operatori umanitari dipingono uno scenario ancora catastrofico, ben lontano da una normalità o da una stabilizzazione. Secondo una ricerca portata avanti da Oxfam a Khan Younis, nella zona centrale della Striscia, e a Gaza City, nel nord, quasi 9 persone su 10 dipendono completamente dal rifornimento di acqua tramite autocisterne. Inoltre l’87% della popolazione non ha accesso ad alcun servizio essenziale. La mancanza di acqua pulita e la diffusione di quella contaminata portano con sé anche una serie di rischi sanitari, epidemie e malattie infettive, di cui sono i bambini e le persone più fragili a pagare il prezzo più alto. Soprattutto in un contesto, come quello della Striscia di Gaza, dove il sistema sanitario è stato distrutto, gli ospedali funzionanti sono poco più di una trentina, e dove la regolare chiusura dei valichi interrompe l’afflusso di materiale e medicinali essenziali, come antibiotici e paracetamolo, nell’enclave palestinese. Sempre secondo lo studio, l’84% delle famiglie ha segnalato lo scoppio di nuovi focolai epidemici. “L’acqua sporca o insicura – scrive l’Oxfam – può essere più letale della guerra in contesti di crisi umanitarie prolungate”. Oggi per la prima volta dall’inizio dell’attacco a Teheran riaprirà il valico di Rafah, al confine con l’Egitto, per far passare una cinquantina di palestinesi dall’Egitto a Gaza e un gruppo da 25 a 50 persone nel senso opposto, feriti o malati destinati agli ospedali egiziani. La chiusura decisa da Israele all’inizio dell’offensiva in Iran e in Libano ha ulteriormente aggravato la situazione delle ultime settimane, provocando un’impennata dei prezzi dei generi alimentari e una riduzione drastica degli aiuti in entrata, compresi i prodotti petroliferi per il funzionamento di ospedali e infrastrutture essenziali. Anche questo ha influito sull’accesso all’acqua, dal momento che i viaggi delle autocisterne dipendono dalla disponibilità di carburante. LA CAMPAGNA – Da anni Oxfam lavora proprio per garantire acqua potabile alle popolazioni che vivono gravi crisi umanitarie. Per questo in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua, che ricorre il 22 marzo, Fondazione Il Fatto Quotidiano ha deciso di essere al fianco di Oxfam Italia lanciando la campagna “Acqua che salva la vita”, che dal 18 al 26 marzo sosterrà la risposta umanitaria portata avanti dall’organizzazione a Gaza, in Cisgiordania e in Libano (DONA ORA). In queste tre aree Oxfam infatti lavora da anni e sta intensificando i propri sforzi per garantire l’accesso all’acqua pulita e a servizi igienici adeguati a migliaia di persone, che nelle ultime settimane stanno vivendo l’impatto dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha aggravato ulteriormente una crisi già profondissima. L'articolo Gaza ancora senz’acqua: “Le famiglie sopravvivono con appena 3 litri al giorno. L’80% delle reti idriche è distrutto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, Pizzaballa: “Non se ne parla più ma la situazione è drammatica. Due milioni di sfollati e 80% della Striscia distrutto”
“Di Gaza non sia parla più ma, dal punto di vista umanitario, la situazione è drammatica“, “si tratta di due milioni di persone sfollate e private di tutto. L’80% della Striscia è distrutto e non è ancora cominciata la ricostruzione”, “mancano medicinali, anche gli antibiotici di base”. Lo ha detto il cardinale di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, in un videocollegamento con la fondazione Oasis. “Le scuole sono quasi tutte distrutte e solo una parte dei bambini riesce ad andare a scuola grazie ad iniziative dell’Unicef e di altre organizzazioni. È una situazione che resta molto difficile con i confini praticamente chiusi”, ha aggiunto nell’incontro di ieri sera concludendo: “Il Board of Peace non è operativo, non sappiamo se lo diverrà. E non ho capito che cosa vuole fare”. L'articolo Gaza, Pizzaballa: “Non se ne parla più ma la situazione è drammatica. Due milioni di sfollati e 80% della Striscia distrutto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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‘Room for improvement’: EU sports czar warns FIFA over leadership before World Cup
‘ROOM FOR IMPROVEMENT’: EU SPORTS CZAR WARNS FIFA OVER LEADERSHIP BEFORE WORLD CUP Glenn Micallef tells POLITICO that Gianni Infantino has not provided safety assurances for European fans heading to the U.S. this summer. By ALI WALKER in Brussels Photo-Illustration by Natália Delgado/POLITICO FIFA President Gianni Infantino needs to do a better job, European Commissioner Glenn Micallef told POLITICO in a sharp rebuke of world football’s governing body. The EU’s sports commissioner jabbed Infantino over safety and security fears for fans heading to the World Cup this summer while America wages war on Iran, and criticized FIFA for its partnership with U.S. President Donald Trump’s Board of Peace.  During an interview at his office in Brussels, Micallef also urged leaders not to let Russia use sports as a propaganda tool and discussed his concerns surrounding the NBA’s bid to create a European basketball league. But FIFA was evidently preying on his mind.  Micallef met Infantino in Brussels last month and urged the world football chief to help safeguard European fans traveling to North America for the 2026 World Cup. The commissioner told POLITICO there had been no further communication from FIFA, despite the EU reiterating concerns about the safety of supporters, as the Trump-backed war in the Middle East escalates. “This was my first proper and only exchange with President Infantino,” Micallef said about their Brussels chat, which took place on the sidelines of a European football summit. “I asked him to assure those traveling for the World Cup in respect to their safety. There hasn’t been any kind of follow-up.  “And following the escalation of tensions that we’ve seen in the last few days, we’ve asked again for renewed assurance for all those traveling to the World Cup,” Micallef said. “Especially since one of the hosts of this biggest sporting event in the world is party to a war, it’s only legitimate that assurances are given from a public safety and public security point of view.”  BOARD OF PEACE CRITICISM The U.S., Canada and Mexico will jointly host the 48-team tournament, which begins on June 11 in Mexico City and will feature 16 European countries.  In addition to fears about security in the U.S. because of conflict in the Middle East, there is also concern about the presence of Immigration and Customs Enforcement (ICE) officers as part of World Cup security.  Earlier this year, ICE agents shot and killed two American citizens during an immigration crackdown in Minneapolis. Mexico has also been experiencing a wave of violence following the death of a cartel boss in Jalisco state. Guadalajara, the capital of Jalisco, is to host four World Cup games.  “From my point of view, hosts of big sporting events like the FIFA World Cup and those who are responsible for the organization of the tournament, including FIFA, have a responsibility to ensure that the teams participating and the fans who are attending from those teams are assured of their safety and their security,” Micallef said. In response, a FIFA spokesperson said safety and security is the governing body’s “top priority” and it “is confident that the efforts being made by the governments of Canada, Mexico and the United States will ensure a safe, secure, and welcoming environment for everyone involved.” Asked if he felt FIFA was falling short on safety and security provisions, Micallef replied: “Let’s say there’s room for more clarity,” before he moved on to a further bugbear with FIFA’s diplomatic positioning. The Trump-backed Board of Peace for Gaza has triggered fears around Europe that the White House is moving to systematically sideline the United Nations. FIFA, with Infantino in attendance at a summit last month — shortly before the U.S. and Israel began a barrage of missile strikes against Iran — pledged $75 million for football infrastructure in Gaza.  The Donald Trump-backed Board of Peace for Gaza has triggered fears around Europe that the White House is moving to systematically sideline the U.N. | Chip Somodevilla/Getty Images “FIFA has a lot to answer on this,” Micallef said. “Speaking as a European commissioner responsible for sport, I would prefer to partner up with multilateral organizations, organizations that respect the international rules-based order, like UNESCO and UNICEF, when it comes to the implementation of projects related to sport.” The FIFA spokesperson dismissed the criticism and said the partnership “is fully in line with [FIFA’s] mandate to develop football all around the world and harness its social impact.” In response to a question on whether Infantino, International Olympic Committee President Kirsty Coventry and International Paralympic Committee President Andrew Parsons were doing a good job — in light of criticism they have faced about the World Cup, Trump and Russian participation in sporting events — Micallef was blunt about all three senior officials. “I certainly think that there’s room for improvement,” he said. In response, the FIFA spokesperson highlighted a series of Infantino’s achievements in development, tournaments and women’s football during his ten years in charge. ‘IT’S NOT IDEAL’ America’s behemoth National Basketball Association is pressing forward with plans to launch a competition in Europe next year, but elements of its proposal have sparked consternation from policymakers.  Promotion and relegation — central to the European model of sport — is fueling the argument as the NBA’s proposal foresees some prospective clubs in major markets, including key EU capitals, being permanent members. The debate is particularly thorny as Europe already has a largely closed continental basketball league — the Euroleague — where most teams hold long-term licenses and new clubs rarely gain entry through sporting merit alone. “The only thing worse than a closed league in European basketball is having two closed leagues in European basketball,” Micallef said.  “I’ve been very, very clear in my statements, my messages, that closed league models are not sustainable models for European sport — also in this case for European basketball. I think the European sport model built on solidarity, on openness of competitions, with sporting merit determining whether you qualify for a European competition, or whether you are relegated or promoted, and the pillars of the European sport model continue to apply,” he added.  NBA officials have insisted that their plan is not for an entirely closed league, but one that allows space for some promotion and relegation, a connection to domestic leagues, and will ultimately benefit European basketball from top to bottom of the competitive pyramid.  Micallef criticized but ultimately did not slam the door on an NBA proposal that would see a majority of teams being permanent members, with some slots reserved for teams to qualify each season.  “My ideal scenario would be one where the parties come together and discuss ways of resolving their differences away from the courts and away from competition processes,” Glenn Micallef said. | Martin Bertrand/Hans Lucas/AFP via Getty Images “It’s not ideal. But we find ourselves in this situation because of decisions that were taken years ago with the establishment of an already semi-closed league in European basketball,” he said.  “My ideal scenario would be one where the parties come together and discuss ways of resolving their differences away from the courts and away from competition processes,” Micallef added, after years of sports litigation overshadowing the European institutions. NO RUSSIAN PROPAGANDA The budding normalization of Russia in world sports also animates Micallef.  After years of ostracism following Moscow’s full-scale invasion of Ukraine, Russian athletes competed with their flag and national anthem at the Paralympics in northern Italy; while Olympics chief Coventry said in Brussels late last year that, “This is the essence of Olympism: every eligible athlete, team and official must be able to take part without discrimination or political interference.” Micallef, while stressing that global governing bodies are autonomous, is insistent that the Kremlin should not be able to use sports for propaganda purposes while it continues to wage all-out war on Ukraine.  “For me, from a public policy point of view, and from a public safety point of view, the participation of countries which are party to a war, irrespective of who they are, raises legitimate public security and public safety concerns,” Micallef said. “And this is something we should be able to have a discussion with sporting associations, federations and bodies that regulate the sport. I think that big sporting competitions, and sporting competitions in general, should take place in a safe environment for athletes, for fans and for those who are participating in the games. “So for me the most important thing is that with the president of the IOC and especially with the European Olympic Committees, there is willingness to have exchanges on different topics — and I hope that the possibility, or the openness, to have an exchange on this topic will also be one we could have,” he said. “I certainly don’t think that sport should be used as a platform for propaganda, political propaganda by those who are responsible for wars of aggression,” he added.
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Tempesta di sabbia avvolge la Striscia di Gaza, Emergency: “Ennesimo colpo a una popolazione già stremata” – Video
Una intensa tempesta di sabbia ha investito la Striscia di Gaza, avvolgendo completamente il territorio in una densa nube di polvere color argilla. Le immagini mostrano un paesaggio quasi monocromatico: cielo, edifici e strade appaiono immersi in una luce arancione, mentre il vento solleva grandi quantità di sabbia. Il fenomeno ha ridotto la visibilità in diverse zone inasprendo le condizioni già drammatiche in cui vivono gli sfollati negli accampamenti della zona. A lanciare l’allarme sono stati anche gli operatori di Emergency: “Erano anni che una tempesta così forte non si abbatteva sul Paese – raccontano – Anche la nostra clinica di assistenza primaria è stata colpita, con una parte del tendone della sala d’attesa divelto e sabbia che è entrata all’interno della struttura”. Questo, specificano, “è l’ennesimo colpo a una popolazione già stremata, costretta a vivere in tende costruite con mezzi di fortuna, con estrema difficoltà nell’accesso ai servizi igienici e senza poter accedere ai beni di prima necessità”. L'articolo Tempesta di sabbia avvolge la Striscia di Gaza, Emergency: “Ennesimo colpo a una popolazione già stremata” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Comitato No Sociale, una manifestazione a Roma contro il governo Meloni: nel mirino anche Elly Schlein (Pd)
Una manifestazione nazionale per il prossimo 14 marzo per mandare un avviso di sfratto al governo Meloni ma anche a quel pezzo dell’opposizione troppo tiepida perchè incapace di cogliere il disagio che c’è nel Paese. Il Comitato No Sociale si è riunito oggi di fronte a Montecitorio per lanciare la mobilitazione di sabato prossimo “contro la guerra, contro la deriva autoritaria nelle istituzioni e contro le politiche sociali che stanno colpendo lavoratori, precari e fasce popolari”. Di cui la riforma Nordio è un tassello . “Riteniamo che il referendum promosso dal governo rappresenti un passaggio molto delicato per gli equilibri democratici del Paese, con il rischio di indebolire i controlli sull’esecutivo e alterare il ruolo della magistratura, piegando ulteriormente le istituzioni agli interessi del potere politico. Allo stesso tempo, cresce la preoccupazione per la crescente subordinazione della politica estera italiana alle logiche militari della Nato e degli Stati Uniti, e per il coinvolgimento del nostro Paese nelle nuove escalation di guerra in Medio Oriente. Riteniamo che una gran parte del nostro Paese sia contro la guerra, e questo pezzo di Italia deve essere rappresentato”. Del Comitato No Sociale fanno parte i collettivi studenteschi Osa e Cambiare rotta che tuonano contro la leva militare che è già stata reintrodotta in molti Paese europei: “Quando toccherà anche a noi? Questo governo non fa nulla per la scuola e le università e ha impedito ai fuori sede di votare”. Ma anche il sindacato Usb è deciso dopo quello per Gaza a essere ancora una volta motore di una grande mobilitazione “contro la subordinazione dell’Italia alle logiche belliche e per non consentire una nuova torsione autoritaria dello Stato. Occorre trasformare questa mobilitazione in una grande vittoria del No il 22 e 23 marzo, per fermare la riforma e mandare un segnale chiaro al governo: no alle controriforme istituzionali che stanno attaccando la vita politica e democratica del paese; no allo stato di polizia voluto dal governo che vuole spazzare via le libertà di manifestazione ed espressione e accanirsi ulteriormente contro gli immigrati; no alla guerra sociale del governo contro i poveri, i salari dei lavoratori, i senza casa, le esigenze popolari; no all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con Israele sul quale il governo intende trascinarci per nascondere disuguaglianze sociali ormai crescenti e insopportabili”. Sulla stessa linea anche i rappresentanti della comunità palestinese (“Meloni non ha detto una parola contro il genocidio a Gaza, un silenzio tombale), il Global Movement to Gaza (che annuncia che una nave della Flottilla partirà il 29 da Civitavecchia) e il Movimento per il diritto all’abitare che denuncia la disattezione del governo anche su questa emergenza. In piazza anche Potere al Popolo che tuona contro il governo Meloni ma anche contro la segretaria del Pd Elly Schlein: “Ha detto che non chiederà le dimissioni della presidente del Consiglio se al referendum dovesse vincere il No. È una vergogna” Insomma la piazza dopo la piazza: l’appuntamento è il 14 a piazza della Repubblica a Roma, per dire No al governo di guerra e repressione. “Il Comitato No sociale continuerà a stare nelle piazze anche dopo il 23 marzo perché Meloni va cacciata: senza mobilitazioni coraggiose non se ne andranno mai”. L'articolo Comitato No Sociale, una manifestazione a Roma contro il governo Meloni: nel mirino anche Elly Schlein (Pd) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontro Sallusti-Conte: “Mago di Oz, venditore di pentole”. “Stia attento a come parla con me”. Su La7
Scontro al calor bianco a Dimartedì (La7) tra il presidente del M5s, Giuseppe Conte, e il giornalista Alessandro Sallusti sul governo Meloni e sul referendum costituzionale sulla giustizia, in programma il 22 e il 23 marzo. L’ex direttore di Libero difende strenuamente l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, stroncando le taglienti critiche di Conte e riesumando Beppe Grillo: “Lei non ha rispetto. Beppe Grillo non aveva visto male quando l’aveva definita il mago di Oz, perché lei è uno che manipola le opinioni”. “Ma lei ha qualcosa da dire in merito ai temi o deve offendere?”, ribatte Conte. La polemica poi si sposta sul referendum sulla giustizia. L’ex premier spiega le principali ragioni per votare No e ricorda: “Il governo Meloni, in realtà, ha un disegno che ha esplicitato. La Meloni a fine ottobre ha affermato che la riforma Nordio è ‘la misura adeguata per contrastare l’intollerabile invadenza della magistratura’. Lo ha detto anche Nordio: la riforma servirà anche all’opposizione quando andrà al governo. L’hanno detto più volte, vogliono rivendicare un primato della politica. Ma il primato della politica – continua – lo rivendichi quando non dai un salvacondotto a un criminale di guerra come Almasri o quando condanni il genocidio a Gaza o quando stigmatizzi Trump che attacca Iran e Venezuela violando il diritto internazionale senza concedere le tue basi agli Usa. Questo è il primato della politica: non sottrarsi alle inchieste della magistratura“. Sallusti, portavoce e testimonial del comitato referendario “Sì Riforma”, ribatte: “Non c’è nessun genocidio a Gaza e Trump ha fatto finire la guerra di Gaza. Che è una guerra, appunto”. “70mila palestinesi trucidati, di cui 20mila bambini, cosa sono?”, insorge Conte. “Non c’entra il numero – replica Sallusti – Diciamo che è una strage, una roba, ma non è genocidio”. “Quindi, uno sterminio sistematico di persone va bene?”, incalza il leader del M5s. La polemica poi si sposta sul caso Palamara. Conte sottolinea che l’ex magistrato è stato radiato e altri quattro hanno abbandonato la magistratura. E aggiunge: “Gli unici che si sono salvati sono stati i due politici coinvolti: sono stati scudati dal Parlamento che non ha permesso di usare contro di loro le intercettazioni. A me preoccupa di più la degenerazione dei partiti, altro che le correnti della magistratura. E qui c’è tanta degenerazione della politica che vuole mettere il tacco sulla magistratura e mettersi al riparo dalle inchieste“. Sallusti rinfaccia a Conte che erano due politici del Pd, quindi suoi “alleati”. In realtà, la vicenda Palamara, che coinvolse l’ex parlamentare renziano Luca Lotti e Cosimo Ferri, (ex sottosegretario alla Giustizia, magistrato in aspettativa, deputato prima Pd poi passato a Italia Viva, avvenne tra l’8 e il 9 maggio 2019, quando Giuseppe Conte era il titolare del governo Conte Uno, non sostenuto dal Pd. Il botta e risposta prosegue con Conte che ricorda che il M5s non c’entra nulla col caso Palamara e aggiunge: “Voi piuttosto pensate a Santanché e a Delmastro che li tenete ancora al loro posto. Preoccupatevi di chi è al governo, che è vergognoso“. “Ma lei è un ex primo ministro – replica Sallusti – Fa il venditore di pentole“. “Veramente ho fatto dimettere Siri perché c’era una inchiesta in corso – chiosa Conte – Stia attento a come parla con me”. L'articolo Scontro Sallusti-Conte: “Mago di Oz, venditore di pentole”. “Stia attento a come parla con me”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alessandro Sallusti
Iran, Conte a La7: “Governo Meloni servo sciocco degli Usa. Crosetto? Turista inconsapevole a Dubai, sua audizione allucinante”
“Io ho contestato a Tajani il fatto che questo governo sta facendo il servo sciocco degli Usa. E ho ricordato quel cappellino rosso con cui lui girava all’inaugurazione del Board of Peace, dove Tajani era seduto in ultima fila e l’Italia non doveva andarci, perché, dopo il genocidio a Gaza, quello è un affare privato di Trump e un progetto vergognoso di speculazione immobiliare a danno della popolazione palestinese“. Così, a Dimartedì (La7), il leader del M5s Giuseppe Conte commenta le tensioni esplose col ministro degli Esteri Antonio Tajani, durante la sua audizione congiunta col titolare della Difesa Guido Crosetto sulla situazione in Iran. Conte sottolinea che da quell’incontro nella sala Convegni di Palazzo Madama non si è capito nulla della posizione del governo Meloni: “Vorrei ricordare che loro hanno cambiato completamente la prospettiva la linea di politica estera rispetto a quello che sostenevano prima, ma non è la prima volta. Qual è il vero tema oggi? Che l’Italia conta ancora meno perché con gli alleati devi spiegare subito qual è la tua posizione. Il governo Meloni – continua – avrebbe dovuto dire subito agli Usa: ‘Avete fatto un attacco all’Iran che è in violazione del diritto internazionale, come in Venezuela. Allora le basi italiane non ve le concediamo, perché la nostra Costituzione non ce lo permette: io non posso assecondare una rottura del diritto internazionale, non sono il vostro servo sciocco”. L’ex presidente del Consiglio avverte che con questa postura del governo Meloni ci sono conseguenze carissime che paga l’Italia: “Noi ci rimettiamo perché il prezzo del greggio e quello del gas sono già saliti alle stelle. E, attenzione, siamo a rischio di terrorismo internazionale“. Poi si sofferma sul caso del ministro Crosetto: “Lo dico anche in base alla mia passata esperienza di presidente del Consiglio. Francamente io sono rimasto turbato ieri dall’audizione del ministro Crosetto perché ha aggiunto ulteriori particolari che sono davvero allarmanti. Questo suo viaggio è diventato un mistero inesplicabile. Lì ci sono già da giorni due portaerei americane, la Ford e la Lincoln. Le minacce di attacchi già ci sono da tempo: uno scenario di crisi altamente preoccupante e allarmante. Il nostro ministro della Difesa si trova lì come un turista inconsapevole e gli piovono sopra le bombe. L’unico ministro della Difesa di un paese membro della Nato“. E aggiunge: “Nell’audizione Crosetto ha rivelato una cosa ancora più grave. Ha detto che sapeva che ci sarebbe stato un attacco Usa imminente, ma non in quel fine settimana. Ma sono cose allucinanti! Abbiamo dovuto fare un’operazione di esfiltrazione del nostro ministro: ‘Salvate il soldato Crosetto’. Tajani non ne sapeva nulla, la Meloni in tv dice che stava lavorando. Ripeto, è allucinante”. Conte conclude, ribadendo: “Se tu fai il servo sciocco, gli stessi alleati non ti rispettano più, non ti informano, pretendono soltanto e nulla danno. È quello che sta accadendo con noi. Perché Giorgia Meloni che cosa fa? Invoca in modo ridicolo un premio Nobel per Trump, va a Washington, promette acquisto di armi e gas americano a zero tassazione. Quando arrivano i dazi Usa, dice che è una buona soluzione. Porta addirittura le spese per la Nato al 5% del Pil, che per noi sono insostenibili. Insomma, sottoscrive tutto e prende solo schiaffi”. L'articolo Iran, Conte a La7: “Governo Meloni servo sciocco degli Usa. Crosetto? Turista inconsapevole a Dubai, sua audizione allucinante” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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