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Gaza, riaperto il valico di Rafah: “Ogni giorno passeranno 50 persone da e verso l’Egitto”. Media: “Israele uccide un bimbo di 3 anni”
A oltre dieci mesi dalla sua chiusura il valico di Rafah è stato riaperto per l’ingresso e l’uscita dei residenti della Striscia di Gaza. Secondo i media statali del Cairo attraverso il principale check point al confine tra l’enclave palestinese e l’Egitto “cinquanta persone entreranno a Gaza dall’Egitto e cinquanta persone arriveranno da Gaza, nei primi giorni di operatività del valico”. “A partire da questo momento, e in seguito all’arrivo delle squadre Eubam per conto dell’Unione Europea, il valico è aperto al movimento dei residenti, sia in entrata che in uscita”, ha confermato un funzionario israeliano, riferendosi alla missione europea di assistenza alle frontiere. Il valico era stato chiuso nel marzo 2025, in seguito al fallimento del cessate il fuoco concordato nel gennaio 2025. Ieri si era svolta una giornata di controlli e test. Tutti i palestinesi di Gaza che vorranno entrare o uscire dalla Striscia – spiega il Times of Israel – dovranno ottenere il nullaosta del Cairo, che dovrà inviare i nomi al servizio di sicurezza interna israeliano Shin Bet per l’autorizzazione. Israele supervisionerà a distanza l’uscita dei cittadini di Gaza verso l’Egitto. Da una sala di controllo, gli ufficiali israeliani, utilizzando un software di riconoscimento facciale, verificheranno che coloro che lasciano la Striscia siano presenti nell’elenco dei nomi approvati e apriranno un varco al valico per consentirne il passaggio. L’ingresso a Gaza dall’Egitto inoltre includerà un controllo di sicurezza israeliano. I palestinesi arriveranno a un posto di blocco dell’Idf dopo aver attraversato il valico di Rafah e solo in seguito potranno proseguire verso la Striscia. Nella Striscia, intanto, le Israel Defense Forces continuano a uccidere. Un bambino palestinese di tre anni è stato ucciso dalle truppe israeliane nella zona di al-Mawasi, nel sud di Gaza, vicino alla città di Khan Younis. L’attacco è avvenuto al di fuori delle aree di dispiegamento dell’esercito israeliano nel sud di Gaza, secondo quanto riferito ad Al Jazeera da fonti del Nasser Medical Complex. Il bimbo si chiamava Iyad Ahmed Naeem al-Rabài, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Wafa. È stato ucciso quando le batterie israeliane hanno bombardato alcune tende che ospitano gli sfollati. Situata lungo la costa di Gaza, vicino alla città meridionale di Khan Younis, al-Mawasi ospita un vasto campo profughi che ospita decine di migliaia di palestinesi che vivono in condizioni di miseria, ricorda ancora Al-Jazeera. Nonostante i continui attacchi mortali, prosegue la testata araba, Israele ha descritto l’area come una “zona di sicurezza umanitaria”. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, il 10 ottobre 2025, Israele ha ucciso più di 500 palestinesi a Gaza e ne ha feriti altri 1.400, secondo il Ministero della Salute palestinese. L'articolo Gaza, riaperto il valico di Rafah: “Ogni giorno passeranno 50 persone da e verso l’Egitto”. Media: “Israele uccide un bimbo di 3 anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Raid di Israele a Gaza: “Almeno 28 morti, un quarto sono bambini”. È uno degli attacchi più gravi dal cessate il fuoco
Israele torna a bombardare Gaza: le forze militari di Tel Aviv dalla mattinata di sabato 31 gennaio ha compiuto attacchi aerei in sette diverse località della Striscia. Nei raid, riferisce l’agenzia di protezione civile di Gaza, controllata da Hamas, sono morte almeno 28 persone. Un quarto delle vittime, quindi almeno 7, sono bambini. Ma ci sono ancora persone disperse sotto le macerie, come riporta il quotidiano israeliano Haaretz. Il ministero della Salute di Hamas segnala altri 30 feriti, alcuni in condizioni critiche. L’esercito israeliano ha attaccato quattro membri di Hamas e della Jihad Islamica a Gaza in risposta alla violazione del cessate il fuoco, quando otto militanti sono usciti da un tunnel sotterraneo nella parte orientale di Rafah, ha dichiarato l’Idf su Telegram. Nella dichiarazione si legge che l’esercito ha preso di mira anche un deposito di armi di Hamas, un sito di produzione di armi e due siti di lancio nella Striscia di Gaza centrale. La protezione civile di Gaza ha confermato che quattro vittime sono agenti della polizia di Hamas: gli altri però sono bambini, donne e un uomo anziano. Hamas definisce i raid invece “una nuova flagrante violazione” e ha esortato gli Stati Uniti e gli altri Paesi mediatori a spingere Israele a cessare gli attacchi. L’attacco è sicuramente uno dei più gravi tra quelli condotti da Israele da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso ottobre. Secondo quanto dichiarato all’Afp dal direttore generale del ministero della Sanità di Gaza, Munir al Barsh, gli attacchi aerei sono stati “condotti dall’occupazione contro obiettivi civili in una tenda e un appartamento“. “Israele continua una serie di violazioni dell’accordo di cessate il fuoco, nel mezzo di una grave carenza di forniture ed equipaggiamento medico e medicinali“, ha aggiunto. Secondo le stime della Sanità di Gaza sono 509 le persone uccise nelle Striscia da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco il 10 ottobre. Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti è entrato nella sua seconda fase a gennaio: questo passaggio dovrebbe includere il disarmo di Hamas, un graduale ritiro israeliano e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione. Israele e Hamas si sono ripetutamente accusati a vicenda di violare la tregua. L'articolo Raid di Israele a Gaza: “Almeno 28 morti, un quarto sono bambini”. È uno degli attacchi più gravi dal cessate il fuoco proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, Israele annucia la riapertura del valico di Rafah da domenica: “Consentito solo il traffico pedonale in entrata e uscita”
A pochi giorni dal ritrovamento e rimpatrio della salma dell’ultimo ostaggio rimasto nella Striscia, Israele ha annunciato che domenica sarà riaperto il valico di frontiera di Rafah, al confine con l’Egitto. Sarà consentito però il solo traffico pedonale in entrambe le direzioni. Il controllo sulle entrate e le uscite rimarrà in capo a Tel Aviv, ha affermato il coordinatore delle attività governative nei Territori del Ministero della Difesa israeliano. “L’uscita e l’ingresso nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah saranno consentiti in coordinamento con l’Egitto, previa autorizzazione di sicurezza degli individui da parte di Israele e sotto la supervisione della missione dell’Unione Europea, in modo simile al meccanismo implementato nel gennaio 2025″, ha spiegato il Cogat. Non è previsto l’utilizzo del valico di Rafah per il trasporto di merci: Israele ha richiesto che tutti i camion passino attraverso i propri posti di blocco. Chi durante i due anni di bombardamenti ha cercato la salvezza in Egitto potrà chiedere di tornare nella Striscia, ma la risposta dipenderà dalle autorità israeliane. “Il ritorno dei residenti dall’Egitto alla Striscia di Gaza sarà consentito, in coordinamento con l’Egitto, solo per i residenti che hanno lasciato Gaza durante il corso della guerra e solo dopo aver ottenuto l’autorizzazione di sicurezza da parte di Israele. Oltre all’identificazione e allo screening iniziali al valico di Rafah da parte della missione dell’Unione Europea, un ulteriore processo di screening e identificazione sarà condotto presso un corridoio designato, gestito dall’istituzione della difesa in un’area sotto il controllo delle Idf”. Secondo i media israeliani però si tratterà di poche decine di persone e non sarà facile ottenere il via libera per rientrare. È probabile, viste le intenzioni più volte espresse dal governo, che sarà maggiore il flusso in uscita. Il valico di Rafah era chiuso dal maggio del 2024 e la sua riapertura è attesa con ansia da mesi da decine di migliaia di palestinesi. In particolare da chi è gravemente malato o ferito e ha bisogno di cure salvavita all’estero, dal momento che i raid israeliani hanno distrutto il sistema sanitario della Striscia. A fine dicembre 2025, secondo l’Oms, erano quasi 17mila le persone in attesa di un’evacuazione medica, il 25% composto da bambini. Sono pazienti con patologie oncologiche o croniche, insufficienza renale oppure con gravi lesioni provocate dalle esplosioni, amputazioni e ustioni. Nei giorni scorsi il premier Benyamin Netanyahu aveva parlato della cosiddetta fase due del piano di Trump escludendo, come già fatto in passato, la possibilità della nascita di uno Stato palestinese. “Israele eserciterà il controllo della sicurezza dal fiume Giordano al mare, e questo vale anche per la Striscia di Gaza” ha dichiarato in un video. “Ho sentito dire che permetterò la creazione di uno Stato palestinese a Gaza, ma questo non è successo e non succederà. Credo che sappiate tutti che la persona che ha ripetutamente bloccato la creazione di uno Stato palestinese sono io”. La ricostruzione della Striscia avverrà “solo con la smilitarizzazione di Hamas e non ci saranno soldati turchi o del Qatar” ha aggiunto. L'articolo Gaza, Israele annucia la riapertura del valico di Rafah da domenica: “Consentito solo il traffico pedonale in entrata e uscita” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il discorso di Guardiola per Gaza: “Penso a quei bambini, li abbiamo abbandonati”
“Quando vedo quel bambino, negli ultimi due anni, nelle immagini sui social, in televisione, che chiede dov’è sua mamma… sempre penso: che cosa sta pensando? Penso che quei bambini li abbiamo abbandonati, da soli. Mi immagino che ci dicano ‘dove siete? Aiutateci’. E ancora non lo abbiamo fatto“. È la parte iniziale del discorso che l’allenatore Pep Guardiola ha dedicato a Gaza e ai bambini palestinesi durante l’evento Act for Palestine, a Barcellona. L'articolo Il discorso di Guardiola per Gaza: “Penso a quei bambini, li abbiamo abbandonati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Israele conferma i numeri di Hamas: 71.000 uccisi dai soli attacchi diretti. Il bilancio reale può arrivare a 600 mila
Il ministero della Difesa israeliano ha formalmente riconosciuto come parametro di riferimento le statistiche fornite dal ministero della Salute di Gaza (controllato da Hamas), indicando che circa 71.700 palestinesi sono stati uccisi dalle operazioni militari dal 7 ottobre 2023. E’ quanto riporta il quotidiano israeliano Haaretz. Un riconoscimento che rappresenta un drastico cambiamento di rotta per le autorità di Israele, che per tutta la durata del conflitto hanno descritto i dati provenienti dalla Striscia come mera propaganda di guerra, nonostante le agenzie delle Nazioni Unite e numerosi esperti di salute pubblica avessero dichiarato che i sistemi di registrazione dei dati a Gaza fossero storicamente robusti e credibili, e che nel corso del conflitto i dati fossero stati esaminati da governi, organizzazioni internazionali, media e ricercatori. Secondo fonti militari, però, la cifra terrebbe conto delle sole vittime di attacchi militari diretti, lasciando fuori i dispersi, molti probabilmente ancora sotto le macerie, i morti per fame, freddo, malattie e per la distruzione dell’intero sistema sanitario. La linea tenuta dai funzionari israeliani per oltre due anni è stata quella dello scetticismo verso qualsiasi cifra prodotta sotto il governo di Hamas. Secondo la posizione ufficiale di Tel Aviv, i dati erano da considerarsi manipolati e privi di valore oggettivo poiché a Gaza la Sanità risponde direttamente all’organizzazione militante che controlla l’enclave dal 2007. Uno dei punti cardine dell’argomentazione israeliana riguardava l’incapacità, o la volontà politica, del ministero della Salute di non distinguere tra civili e combattenti all’interno dei suoi registri ufficiali. Poiché i membri delle milizie non indossano uniformi formali né portano documenti di identificazione separati sul campo di battaglia, Israele ha a lungo sostenuto che i numeri totali fossero sospetti e non potessero servire a valutare in modo imparziale l’impatto reale sulla popolazione. In diverse occasioni, infatti l’esercito (IDF) ha ribadito che Hamas operasse deliberatamente in zone popolose e utilizzasse strutture protette come scuole e ospedali come scudi umani, complicando ulteriormente l’accertamento indipendente delle vittime. L’arrivo del riconoscimento comporta dunque una revisione della portata del conflitto. Oltre le vittime di attacchi militari diretti, poi, resta da fare il bilancio di tutta la devastazione seguita all’offensiva israeliana, comprese le morti legate alla malnutrizione o al collasso totale delle infrastrutture civili. Al momento le forze armate israeliane sono impegnate nell’analisi dei database palestinesi, che identificano oltre il 90% delle vittime con nome e numero di documento, nel tentativo di determinare quanti tra i caduti fossero effettivamente combattenti. Analisi che si inserisce in un contesto legale internazionale estremamente teso, con lo Stato di Israele che affronta accuse di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio presso le corti internazionali e lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu sotto processo per queste accuse. La proporzione di civili uccisi è un elemento decisivo per i giudici: lo scorso settembre, il capo di stato maggiore Herzi Halevi ha dichiarato trionfalmente che “oltre il 10% della popolazione di Gaza è stata uccisa o ferita”, che significa 230.000 vittime. “Questa non è una guerra soft, abbiamo tolto i guanti fin dal primo minuto”, disse in quell’occasione. Ma alla luce della devastazione e della crisi umanitaria seguite all’offensiva israeliana, studi indipendenti pubblicati su riviste scientifiche come The Lancet e basati sul confronto con conflitti precedenti, rapporti verificati e metodologia epidemiologica, hanno suggerito cifre più elevate, tra i 300 mila e i 600 mila morti. I 71 mila riconosciuti ora da Israele sarebbero dunque la stima più prudente di un sistema di rilevamento anch’esso disintegrato dall’offensiva. L'articolo Israele conferma i numeri di Hamas: 71.000 uccisi dai soli attacchi diretti. Il bilancio reale può arrivare a 600 mila proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La rete “Preti contro il genocidio” scrive a Parolin: “La Santa Sede eviti di aderire al Board of Peace per Gaza di Trump”
“La Santa Sede eviti di aderire alla proposta di entrare a far parte del cosiddetto Board of Peace di Donald Trump”. A lanciare questo appello al Vaticano con una lettera aperta al cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, è la rete “Preti contro il genocidio”. La missiva nasce da un discernimento pastorale e spirituale maturato nell’ascolto del dolore delle vittime, nella prossimità alle comunità colpite e nella convinzione che la parola “pace” debba restare inseparabile da verità, giustizia e dignità umana. I sacerdoti firmatari richiamano l’importanza di non indebolire i luoghi riconosciuti del diritto internazionale e di custodire la libertà profetica della Chiesa, perché essa resti credibile agli occhi di chi soffre. Nessun tono polemico ma un invito fermo e deciso che chiama in causa inevitabilmente anche il Papa: “Sappiamo bene che la sua risposta, riportata dai media circa la valutazione dell’invito di Trump ad entrare nel cosiddetto Board of Peace, sia stata dettata da prudenza diplomatica, ma al tempo stesso – cita la lettera rivolta al cardinale veneto – le facciamo presente che tra la gente comune, questa ‘valutazione’ crea sgomento e rischia di lasciar intendere che la Santa Sede possa davvero aderire a tale proposta. Con franchezza evangelica chiediamo che la Sede Apostolica prenda posizione e rifiuti apertamente l’invito ad entrare nel Board of Peace. E proprio alla luce di questa misura evangelica, vediamo alcuni rischi che ci paiono gravi”. Di seguito la Rete elenca questi pericoli. Il primo: “La pace non può essere decisa senza i diretti interessati. Ogni percorso che incida sul futuro di Gaza, senza un coinvolgimento pieno e determinante delle popolazioni palestinesi, rischia di diventare un progetto ‘su’ di loro, più che ‘con’ loro. Una pace non partecipata difficilmente genererà dignità e riconciliazione; rischierà invece di lasciare ferite più profonde”. Il secondo rischio: “La Santa Sede non dovrebbe avallare cornici che indeboliscono i luoghi riconosciuti del diritto internazionale. La tradizione diplomatica vaticana ha spesso richiamato il valore del multilateralismo e della tutela dei civili. Un organismo percepito come alternativo o sostitutivo dei meccanismi Onu potrebbe, anche involontariamente, trasmettere l’idea che la forza e gli interessi prevalgano sulle regole comuni e sulla protezione dei più fragili”. I preti portano all’attenzione un altro aspetto: “La ricostruzione non è un affare: è riparazione umana e morale. Qualsiasi piano che lasci spazio a logiche di profitto, speculazione o controllo tecnocratico, senza priorità chiare per la vita quotidiana della gente (case, scuole, ospedali, libertà, sicurezza, lavoro), contraddice la grammatica evangelica della compassione e della giustizia”. Da qui la richiesta di “sostenere canali trasparenti e inclusivi, in collaborazione con organismi umanitari affidabili e con le Chiese locali, senza che la Chiesa venga associata a logiche di potere o di interesse”. L'articolo La rete “Preti contro il genocidio” scrive a Parolin: “La Santa Sede eviti di aderire al Board of Peace per Gaza di Trump” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, recuperata e rimpatriata in Israele la salma dell’ultimo ostaggio Ran Gvili
Si trova già in Israele la salma di Ran Gvili, l’ultimo ostaggio che si trovava nella Striscia di Gaza. L’esercito di Tel Aviv l’ha individuato e recuperato in un’area sotto il controllo di Israele. Il ritrovamento è un passaggio chiave nel percorso di pace nella Striscia iniziato con il cessate il fuoco di ottobre: potrebbe essere il preludio all’inizio della fase due del piano di Trump e alla riapertura del valico di Rafah, chiuso dal maggio del 2024, che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha sempre vincolato al ritrovamento dei resti di Gvili. “Un risultato straordinario per il Paese” ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu parlando con i media alla Knesset. “Abbiamo promesso, e io ho promesso, di riportare tutti indietro, e abbiamo riportato tutti indietro fino all’ultimo – ha aggiunto – Ran è un eroe di Israele. È entrato per primo, è uscito per ultimo. È tornato”. Di “risultato straordinario” parla anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ne rivendica il merito. Mentre secondo Hamas, il ritrovamento dell’ultimo ostaggio è una conferma del loro “impegno a rispettare tutte le richieste dell’accordo per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza”. 24 anni, agente dell’unità speciale Yasam della polizia israeliana, Ran Gvili era stato rapito e ucciso il 7 ottobre nel kibbutz Alumim, durante l’attacco dei miliziani di Hamas e del Jihad islamico. Il suo corpo era stato portato all’interno della Striscia. Le informazioni di intelligence che hanno reso possibile il ritrovamento nel cimitero nella parte orientale di Gaza City erano note da tempo, ma una nuova raccolta di indizi e dati confermati da Hamas a Israele tramite i mediatori hanno recentemente fornito nuove conferme. Oggi quindi nessuno dei 251 ostaggi israeliani si trova a Gaza. Di quelli rapiti vivi il 7 ottobre, 207 in tutto, ne sono sopravvissuti 166, 41 sono morti durante la prigionia, inclusi tre uccisi per errore dall’esercito israeliano nel dicembre 2023. Resta ora da capire quando sarà ripristinato il passaggio dal valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l’Egitto, e in quali modalità. L’ufficio stampa del primo ministro ha fatto sapere che sarà limitato esclusivamente al traffico pedonale e sotto un meccanismo di controllo israeliano. La riapertura è stata richiesta a più riprese dall’Onu e dalle organizzazioni umanitarie di tutto il mondo. Sono state decine gli appelli perché venissero tolte le restrizioni all’ingresso degli aiuti, così da poter portare assistenza alla popolazione martoriata da bombardamenti, fame e freddo. Durante il suo intervento per la firma del Board of peace, Ali Shaath, il capo del comitato tecnico nominato da Trump, aveva promesso per questa settimana la riapertura del valico in entrata e in uscita. Ma ancora non ci sono informazioni sulla data ufficiale. L'articolo Gaza, recuperata e rimpatriata in Israele la salma dell’ultimo ostaggio Ran Gvili proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli Stati Uniti chiedono all’Italia di entrare da fondatore nella Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza
Gli Usa hanno chiesto all’Italia di aderire alla Forza Internazionale di Stabilizzazione per Gaza come membro fondatore. La notizia al momento è rilanciata da Bloomberg, che cita fonti informate. Secondo Bloomberg, l’offerta è stata presentata a Giorgia Meloni e alla Farnesina questa settimana, ma la premier non ha ancora dato l’assenso. Non sarebbe previsto l’invio di truppe. L’iniziativa si allineerebbe con quanto detto il 20 novembre scorso dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’Italia, aveva ricordato Tajani, addestra già agenti di polizia palestinesi in Cisgiordania occupata e potrebbe anche addestrare una futura forza di polizia della Striscia di Gaza proveniente dai vicini Egitto o Giordania. La missione si inquadrerebbe nell’ambito di UE EUPOL COPPS, la stessa attiva in Cisgiordania Bloomberg riferisce che dall’esecutivo hanno rifiutato di commentare quanto indicato dalle fonti e che il ministero degli Esteri non ha risposto alle richieste di commento. Da parte sua la portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers non ha specificato se gli Stati Uniti abbiano esteso un invito a Roma. Un funzionario statunitense ha affermato che diversi Paesi sono interessati a partecipare agli sforzi di pace di Trump a Gaza e che gli Stati Uniti sono in trattative con diverse nazioni partner. L'articolo Gli Stati Uniti chiedono all’Italia di entrare da fondatore nella Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gaza, l’infermiere di Emergency Sartori: “Esplosioni ed evacuazioni, qui il conflitto non è mai finito”
Mentre Trump e il genero Kushner disegnano la mappa di una nuova Gaza futuristica con grattacieli e residenze per ricchi, nella Striscia la popolazione palestinese vive in tende senza nemmeno l’acqua potabile, al freddo e in mezzo a montagne di rifiuti. Una situazione catastrofica a più di tre mesi dal cessate il fuoco. “Qui a Gaza il conflitto si è ridotto ma non è finito” raccontare Riccardo Sartori, infermiere di Emergency in questo momento impegnato a Deir al-Balah. “Ci sono esplosioni quotidiane, e ordini di evacuazioni come quello al villaggio di Bani Suheila, a est di Khan Younis, arrivato due giorni fa, che aggravano la situazione sanitaria”. In un altro contributo video Alessandro Migliorati, capo progetto di Emergency a Gaza, spiega cosa comporta per le persone l’istituzione della linea gialla, il confine entro cui si è ritirato l’esercito israeliano. Oggi Tel Aviv occupa il oltre la metà del territorio della Striscia, continua ad ampliare la sua zona di controllo a ovest e uccide chi si avvicina a questa invisibile linea di demarcazione. “Per la popolazione palestinese e per tutti noi significa instabilità. Rappresenta una minaccia. Chiunque si avvicini o la oltrepassi, anche senza rendersene conto, viene spesso colpito” spiega Migliorati. Inoltre, “viene spesso spostata e la comunicazione di questi spostamenti non è tempestiva. Per questo bisogna sempre cercare alternative per spostarsi” L'articolo Gaza, l’infermiere di Emergency Sartori: “Esplosioni ed evacuazioni, qui il conflitto non è mai finito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lo scongelamento dei beni negli Usa in cambio di soldi per Gaza: così Putin tratta l’ingresso nel Board di Trump
A Davos, alla resa dei conti nella famiglia europea, l’unica firma è stata quella del premier ungherese Orban. Il magiaro entrerà nel Board of Peace, l’organismo alternativo alle Nazioni Unite creato e promosso da Trump per la gestione di Gaza, giudicato incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite dal presidente del Consiglio europeo Costa. In Svizzera, insieme ad Orban, hanno aderito oltre 20 Paesi, ma non Londra, che si è fermata per l’invito esteso dal repubblicano anche al presidente Putin. Trump vuole l’omologo russo al tavolo della ricostruzione della Striscia – una proposta che è ora al vaglio del ministero degli Esteri della Federazione. Ieri, mentre gli europei erano in Svizzera, Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, si trovava a Mosca, da Putin: “Siamo pronti a destinare un miliardo di dollari alla nuova struttura, soprattutto per sostenere il popolo palestinese” ha detto il leader del Cremlino, lasciando presagire che fondi russi potrebbero essere destinati alla ricostruzione della Striscia. La luce verde di Putin è arrivata poche ore prima del suo successivo incontro con l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, in procinto di volare dalla Svizzera verso la Federazione. Già a Davos gli statunitensi avevano detto che i colloqui di pace tra Russia e Ucraina si sono ormai “ridotti a un unico tema” – il nodo Donbas. E quella per il Board potrebbe essere letta come ennesima concessione russa: un passo di avvicinamento alle posizioni statunitensi, maturato in una logica di scambio strategico, funzionale a sbloccare la partita sul controllo del territorio conteso. Ma meno chiara è la condizione con cui Mosca agirà: il Cremlino ha detto che è disposto a contribuire finanziariamente, mettendo sul piatto un miliardo di dollari per entrare a far parte del Consiglio, ma solo a fronte dello scongelamento dei beni russi negli Stati Uniti. È un passaggio che, sembra, avverrà solo se do ut des, in una dinamica di reciproco scambio, dettata da esigenze di politica di potenza. Secondo le ultime stime disponibili, che risalgono a prima dell’avvio del conflitto, il Tesoro degli Stati Uniti detiene circa 5 miliardi di dollari di beni russi congelati. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha sottolineato che non è chiaro in che modo una simile operazione finanziaria “per scopi umanitari” possa essere formalizzata giuridicamente: “Questo, ovviamente, richiederà determinate azioni da parte degli Stati Uniti”. Comunque, questa apertura non vuol dire rinuncia al recupero dei fondi russi congelati in Occidente: il vero tesoro di Mosca rimane in Europa, dove, soprattutto nelle casse dell’Euroclear, sono congelati circa 280 miliardi del Cremlino dal 2022. Per riaverli, ha detto il portavoce, “continueremo la nostra lotta e difenderemo i nostri diritti”. L'articolo Lo scongelamento dei beni negli Usa in cambio di soldi per Gaza: così Putin tratta l’ingresso nel Board di Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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