“Yiddish Blues”, anticipato dal brano “Il piccolo Alì“, è l’album e progetto
degli artisti Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michele Gazich, in uscita il 3
aprile. “Io non ho mai composto una canzone. Gaza mi ha convinto a provarci. –
ha detto Ovadia – Con l’aiuto di due prodigiosi musicisti, Giovanna Famulari e
Michele Gazich, mi sono cimentato. Ho vinto la mia ritrosia e la mia paura.
L’immane orrore che ha travolto quel lembo di terra palestinese, il martirio del
genocidio di un popolo deve essere fermato con ogni tipo di iniziativa, ma deve
essere anche cantato perché il maggior numero possibile di esseri umani ne venga
a conoscenza. Così abbiamo scritto due canzoni fortemente legate al genocidio
palestinese (Palestina, terra di dolore e Il piccolo Alì) e le abbiamo
presentate al Premio Tenco 2025. Da lì tutto è cominciato”.
Il disco si apre con “Il piccolo Alì”: “Fra le tante immagini che ho ricevuto
dalla Palestina devastata, una mi si è conficcata nella mente: – ha detto Ovadia
– la foto di un bambino di non più di dieci anni con entrambe le braccia
amputate appena sotto le ascelle da qualche bomba. Da quell’istantanea percepivo
che gli occhi di quella creatura mi guardavano con un’implicita accusa rivolta a
tutto il protervo e complice Occidente. Lo sguardo di quel bimbo mi ha assillato
per settimane, ho pensato che dovevo esprimere i miei sentimenti ed è uscita
l’idea di una canzone, una piccola narrazione in musica e parole che può
comunicare ciò che non sarebbe esprimibile altrimenti”.
E poi c’è anche “Palestina terra di dolore” e Mani Ovadia ha commentato: “Questa
canzone e le due che la incorniciano (Es brent e Dona, Dona) insieme
costituiscono un trittico, un insieme coeso nel significato, che voglio dedicare
al popolo palestinese. Oggi è, per antonomasia, il popolo martirizzato,
assassinato, torturato, schiavizzato, espropriato; il popolo che è in esilio
nella propria terra, il popolo più solo del mondo, il popolo che soffre senza
che nessuno si protenda verso le sue sofferenze per recare un vero conforto”.
L'articolo “Non ho mai composto una canzone, Gaza mi ha convinto a provarci con
2 canzoni fortemente legate al genocidio palestinese”: Moni Ovadia presenta
“Yiddish Blues” con Giovanna Famulari e Michele Gazich proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Gaza
“Il Comitato disciplinare della Fifa sanziona la Federcalcio israeliana”. A
leggere il titolo del comunicato ufficiale pubblicato dalla massima
organizzazione calcistica mondiale, sembra quasi che le istituzioni del pallone
si siano svegliate e abbiano deciso di prendere finalmente posizione su quanto
accaduto e continua ad accadere in Palestina. Niente di più sbagliato. La Fifa
ha soltanto fatto finta di intervenire, perché non poteva ignorare oltre la
questione, ma in realtà la punizione decisa è appena un buffetto: una piccola
multa economica, uno striscione e qualche generica raccomandazione, prendendo in
considerazione solo gli aspetti meno gravi dell’accusa e anzi riscrivendo in
maniera filo-israeliana il diritto internazionale.
NEL 2024 LA DENUNCIA DELLA PALESTINA
Nessuna sorpresa: sul Fatto abbiamo già raccontato il doppiopesismo di Gianni
Infantino, perché legato a doppio filo agli interessi politico-economici degli
Stati Uniti e quindi anche di Israele. Lo conferma anche quest’ultimo
provvedimento “farsa”, che nasce da una denuncia presentata dalla Palestina nel
maggio 2024. Ci sono voluti dunque quasi due anni per partorire questa sentenza
pilatesca, che dà un colpo al cerchio e due alla botte, pensando a salvare
soprattutto le apparenze. La FederCalcio palestinese aveva accusato la
corrispettiva israeliana di complicità nelle violazioni del diritto
internazionale da parte del governo, con diversi capi d’accusa, tra cui il
razzismo, le attività calcistiche organizzate illegalmente nei territori
occupati della Cisgiordania e, ovviamente, l’uccisione di centinaia di
calciatori nei bombardamenti a Gaza, che hanno avuto tra i tanti effetti
collaterali anche quello di mettere in ginocchio il movimento.
LE ACCUSE: RAZZISMO, CALCIATORI UCCISI E ATTIVITÀ ILLEGALI IN CISGIORDANIA
Nel dispositivo prodotto dal Comitato disciplinare vengono annoverati diversi
episodi in cui risultano riconosciute le responsabilità della Federazione
israeliana. Ad esempio, i ripetuti comportamenti discriminatori de “La Familia”,
tifoseria organizzata del Beitar Gerusalemme, la più “razzista” del Paese (per
sua stessa ammissione, ama definirsi così). Oppure la condotta di alcuni
tesserati, come il presidente della Lega Calcio, Nicolas Lev, che ha condiviso
sui suoi profili social un articolo a sostegno delle operazioni a Gaza, oppure
le dichiarazioni del giocatore della nazionale Shon Weissman (sempre a favore
della distruzione di Gaza), non sanzionati dalla Federazione.
Capitolo ancor più delicato quello sulla Cisgiordania, territorio con una
popolazione di 3 milioni di palestinesi e 670mila coloni israeliani, che la
Palestina considera parte dei suoi confini: l’IFA invece consente a diverse
squadre di calcio (otto per la precisione) di partecipare alle proprie leghe, in
violazione delle norme Fifa. Mentre per quanto riguarda il bilancio delle
vittime, il report di FARE (Football Against Racism in Europe), network che
collabora regolarmente con la Fifa, sulla base di dati pubblicati dalla
Federazione palestinese ma confermati anche da fonti indipendenti come
l’Associated Press, parla di oltre 382 calciatori uccisi dall’inizio del
conflitto. La FederCalcio israeliana, da par suo, ha respinto tutte le accuse al
mittente, bollandole come vaghe e prive di valore probatorio. Il procedimento
viene sostanzialmente liquidato considerando non competente la Fifa: l’IFA non
può essere considerata responsabile della condotta di uno Stato sovrano
(Israele) impegnato in un conflitto armato.
CONDANNA SEVERA SOLO A PAROLE
Le conclusioni del Comitato disciplinare della Fifa in realtà sono molto severe,
almeno a parole. La Federazione israeliana è stata ritenuta colpevole di “non
aver rispettato i propri obblighi (…) consistenti nel non aver intrapreso azioni
significative e trasparenti contro le condotte discriminatorie e nella sua
tolleranza di messaggi politicizzati e militaristici in contesti calcistici”.
“Ha omesso di promuovere i valori di pace, uguaglianza e dignità umana”. Si
parla addirittura di grave “danno reputazionale causato al calcio, sia a livello
nazionale che internazionale”.
LA PENA: UNA MULTA E UNO STRISCIONE
Questi giudizi però non si traducono in una sanzione altrettanto pesante. Non
c’è nessuna squalifica o sospensione. Israele viene condannata per gli articoli
13 (comportamenti offensivi e violazioni dei principi del fair play) e 15
(discriminazione e abusi razzisti), mentre le accuse più gravi vengono
dimenticate. Alla fine la pena consiste soltanto in una multa di 150.000 franchi
svizzeri (165mila euro). Un terzo della cifra dovrà essere investito
nell’attuazione di “un piano completo volto a garantire azioni contro la
discriminazione e a prevenire il ripetersi di episodi simili”, su cui però non
si hanno informazioni chiare. Si dice semplicemente che il piano dovrà essere
approvato dalla Fifa e dovrà concentrarsi su “riforme, protocolli, monitoraggio
e campagne educative”: formule generiche che lasciano il sospetto che non ci sia
alcuna concreta prescrizione per impedire il reiterarsi delle condotte
censurate. E poi, pur certificando l’esistenza di “un sistema strutturale di
segregazione” a danno degli atleti palestinesi, il Comitato non si è pronunciato
nel merito dell’illegalità delle attività calcistiche in Cisgiordania. Anzi, di
fatto ha fornito una interpretazione filo-israeliana, definendo “irrisolto” lo
stato giuridico della West Bank, quando invece nel diritto internazionale è
considerata un territorio palestinese occupato da Israele dal 1967 e gli
insediamenti coloniali sono stati giudicati illegali dalle Nazioni Unite e dalla
Corte Internazionale di Giustizia. La chicca finale: l’obbligo di esporre un
grande striscione con le parole “Il calcio unisce il mondo – No alla
discriminazione” nelle prossime tre partite della nazionale. Adesso sì che la
Fifa ha fatto giustizia…
X: @lVendemiale
L'articolo La Fifa sanziona Israele per finta: la ridicola multa alla
Federazione per mettere a tacere le accuse della Palestina proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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In der Linkspartei tobt ein bitterer Kampf um die Deutung des Nahostkonflikts.
Während die „alte Garde“ um Gregor Gysi den Schutz Israels als Staatsräson
verteidigt , formiert sich an der Basis und in Landesverbänden wie Niedersachsen
ein radikaler antizionistischer Flügel. Wie die Parteispitze versucht, das zu
moderieren und dabei womöglich den moralischen Kompass verliert, analysiert
Gordon Repinski.
Janis Ehling, Bundesgeschäftsführer der Linken, stellt sich im
200-Sekunden-Interview der Frage, wie tief der Riss wirklich geht und wie man in
der Partei eine klare Grenze zum Antisemitismus ziehen und gleichzeitig wieder
zusammen finden kann.
In Brüssel beginnt ein entscheidender EU-Gipfel unter extremem Zeitdruck.
Kanzler Friedrich Merz und Frankreichs Präsident Emmanuel Macron müssen ihre
Differenzen beiseite legen, um den „Dauer-Blockierer“ Viktor Orbán zur Freigabe
der 90-Milliarden-Hilfen für die Ukraine zu bewegen. Hans von der Burchard
berichtet aus Brüssel über den deutsch-französischen Motor, die Drohungen von
Donald Trump und die europäische Antwort auf die eskalierende Lage im Iran.
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Dopo il 7 ottobre 2023, la popolazione di Gaza è stata costretta ad adattarsi a
una routine fatta di taniche, vecchie bottiglie di plastica e secchi consumati.
Tutti i giorni migliaia di palestinesi si mettono in fila per ore, uomini, donne
e bambini, per raggiungere le autocisterne, riempire quel che si ha e recuperare
così l’acqua da bere e per lavarsi. Ogni famiglia sa che dall’arrivo di quelle
autobotti dipende la propria sopravvivenza.
L’80% delle reti idriche della Striscia è distrutto e nel Nord gli abitanti
hanno a disposizione meno di 3 litri d’acqua a testa al giorno. Ossia un quinto
della quantità minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e
molto meno di quanto consumiamo noi in pochi minuti di banali attività
quotidiane.
Oggi, a 5 mesi dalla tregua, a Gaza ci sono due milioni di sfollati. Più della
metà vive in campi sovraffollati, dove basta qualche giorno di pioggia per far
sprofondare le tende nel fango delle fogne. Due anni di raid israeliani hanno
distrutto pozzi, serbatoi, impianti di trattamento dell’acqua e di depurazione.
Ma la ricostruzione è rimasta una promessa sulla carta. A fine gennaio, l’Onu ha
denunciato il blocco del 70% della produzione idrica di Gaza City, a causa del
governo israeliano che impedisce l’ingresso di materiale per la riparazione
dell’acquedotto di Mekorot.
I numeri e le testimonianze degli operatori umanitari dipingono uno scenario
ancora catastrofico, ben lontano da una normalità o da una stabilizzazione.
Secondo una ricerca portata avanti da Oxfam a Khan Younis, nella zona centrale
della Striscia, e a Gaza City, nel nord, quasi 9 persone su 10 dipendono
completamente dal rifornimento di acqua tramite autocisterne. Inoltre l’87%
della popolazione non ha accesso ad alcun servizio essenziale.
La mancanza di acqua pulita e la diffusione di quella contaminata portano con sé
anche una serie di rischi sanitari, epidemie e malattie infettive, di cui sono i
bambini e le persone più fragili a pagare il prezzo più alto. Soprattutto in un
contesto, come quello della Striscia di Gaza, dove il sistema sanitario è stato
distrutto, gli ospedali funzionanti sono poco più di una trentina, e dove la
regolare chiusura dei valichi interrompe l’afflusso di materiale e medicinali
essenziali, come antibiotici e paracetamolo, nell’enclave palestinese. Sempre
secondo lo studio, l’84% delle famiglie ha segnalato lo scoppio di nuovi focolai
epidemici. “L’acqua sporca o insicura – scrive l’Oxfam – può essere più letale
della guerra in contesti di crisi umanitarie prolungate”.
Oggi per la prima volta dall’inizio dell’attacco a Teheran riaprirà il valico di
Rafah, al confine con l’Egitto, per far passare una cinquantina di palestinesi
dall’Egitto a Gaza e un gruppo da 25 a 50 persone nel senso opposto, feriti o
malati destinati agli ospedali egiziani. La chiusura decisa da Israele
all’inizio dell’offensiva in Iran e in Libano ha ulteriormente aggravato la
situazione delle ultime settimane, provocando un’impennata dei prezzi dei generi
alimentari e una riduzione drastica degli aiuti in entrata, compresi i prodotti
petroliferi per il funzionamento di ospedali e infrastrutture essenziali. Anche
questo ha influito sull’accesso all’acqua, dal momento che i viaggi delle
autocisterne dipendono dalla disponibilità di carburante.
LA CAMPAGNA – Da anni Oxfam lavora proprio per garantire acqua potabile alle
popolazioni che vivono gravi crisi umanitarie. Per questo in occasione della
Giornata Mondiale dell’acqua, che ricorre il 22 marzo, Fondazione Il Fatto
Quotidiano ha deciso di essere al fianco di Oxfam Italia lanciando la campagna
“Acqua che salva la vita”, che dal 18 al 26 marzo sosterrà la risposta
umanitaria portata avanti dall’organizzazione a Gaza, in Cisgiordania e in
Libano (DONA ORA). In queste tre aree Oxfam infatti lavora da anni e sta
intensificando i propri sforzi per garantire l’accesso all’acqua pulita e a
servizi igienici adeguati a migliaia di persone, che nelle ultime settimane
stanno vivendo l’impatto dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha
aggravato ulteriormente una crisi già profondissima.
L'articolo Gaza ancora senz’acqua: “Le famiglie sopravvivono con appena 3 litri
al giorno. L’80% delle reti idriche è distrutto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Di Gaza non sia parla più ma, dal punto di vista umanitario, la situazione è
drammatica“, “si tratta di due milioni di persone sfollate e private di tutto.
L’80% della Striscia è distrutto e non è ancora cominciata la ricostruzione”,
“mancano medicinali, anche gli antibiotici di base”. Lo ha detto il cardinale di
Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, in un videocollegamento con la fondazione
Oasis. “Le scuole sono quasi tutte distrutte e solo una parte dei bambini riesce
ad andare a scuola grazie ad iniziative dell’Unicef e di altre organizzazioni. È
una situazione che resta molto difficile con i confini praticamente chiusi”, ha
aggiunto nell’incontro di ieri sera concludendo: “Il Board of Peace non è
operativo, non sappiamo se lo diverrà. E non ho capito che cosa vuole fare”.
L'articolo Gaza, Pizzaballa: “Non se ne parla più ma la situazione è drammatica.
Due milioni di sfollati e 80% della Striscia distrutto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
‘ROOM FOR IMPROVEMENT’: EU SPORTS CZAR WARNS FIFA OVER LEADERSHIP BEFORE WORLD
CUP
Glenn Micallef tells POLITICO that Gianni Infantino has not provided safety
assurances for European fans heading to the U.S. this summer.
By ALI WALKER
in Brussels
Photo-Illustration by Natália Delgado/POLITICO
FIFA President Gianni Infantino needs to do a better job, European Commissioner
Glenn Micallef told POLITICO in a sharp rebuke of world football’s governing
body.
The EU’s sports commissioner jabbed Infantino over safety and security fears for
fans heading to the World Cup this summer while America wages war on Iran, and
criticized FIFA for its partnership with U.S. President Donald Trump’s Board of
Peace.
During an interview at his office in Brussels, Micallef also urged leaders not
to let Russia use sports as a propaganda tool and discussed his concerns
surrounding the NBA’s bid to create a European basketball league. But FIFA was
evidently preying on his mind.
Micallef met Infantino in Brussels last month and urged the world football chief
to help safeguard European fans traveling to North America for the 2026 World
Cup. The commissioner told POLITICO there had been no further communication from
FIFA, despite the EU reiterating concerns about the safety of supporters, as the
Trump-backed war in the Middle East escalates.
“This was my first proper and only exchange with President Infantino,” Micallef
said about their Brussels chat, which took place on the sidelines of a European
football summit. “I asked him to assure those traveling for the World Cup in
respect to their safety. There hasn’t been any kind of follow-up.
“And following the escalation of tensions that we’ve seen in the last few days,
we’ve asked again for renewed assurance for all those traveling to the World
Cup,” Micallef said. “Especially since one of the hosts of this biggest sporting
event in the world is party to a war, it’s only legitimate that assurances are
given from a public safety and public security point of view.”
BOARD OF PEACE CRITICISM
The U.S., Canada and Mexico will jointly host the 48-team tournament, which
begins on June 11 in Mexico City and will feature 16 European countries.
In addition to fears about security in the U.S. because of conflict in the
Middle East, there is also concern about the presence of Immigration and Customs
Enforcement (ICE) officers as part of World Cup security. Earlier this year,
ICE agents shot and killed two American citizens during an immigration crackdown
in Minneapolis.
Mexico has also been experiencing a wave of violence following the death of a
cartel boss in Jalisco state. Guadalajara, the capital of Jalisco, is to host
four World Cup games.
“From my point of view, hosts of big sporting events like the FIFA World Cup and
those who are responsible for the organization of the tournament, including
FIFA, have a responsibility to ensure that the teams participating and the fans
who are attending from those teams are assured of their safety and their
security,” Micallef said.
In response, a FIFA spokesperson said safety and security is the governing
body’s “top priority” and it “is confident that the efforts being made by the
governments of Canada, Mexico and the United States will ensure a safe, secure,
and welcoming environment for everyone involved.”
Asked if he felt FIFA was falling short on safety and security provisions,
Micallef replied: “Let’s say there’s room for more clarity,” before he moved on
to a further bugbear with FIFA’s diplomatic positioning.
The Trump-backed Board of Peace for Gaza has triggered fears around Europe that
the White House is moving to systematically sideline the United Nations. FIFA,
with Infantino in attendance at a summit last month — shortly before the U.S.
and Israel began a barrage of missile strikes against Iran — pledged $75 million
for football infrastructure in Gaza.
The Donald Trump-backed Board of Peace for Gaza has triggered fears around
Europe that the White House is moving to systematically sideline the U.N. | Chip
Somodevilla/Getty Images
“FIFA has a lot to answer on this,” Micallef said. “Speaking as a European
commissioner responsible for sport, I would prefer to partner up with
multilateral organizations, organizations that respect the international
rules-based order, like UNESCO and UNICEF, when it comes to the implementation
of projects related to sport.”
The FIFA spokesperson dismissed the criticism and said the partnership “is fully
in line with [FIFA’s] mandate to develop football all around the world and
harness its social impact.”
In response to a question on whether Infantino, International Olympic Committee
President Kirsty Coventry and International Paralympic Committee President
Andrew Parsons were doing a good job — in light of criticism they have faced
about the World Cup, Trump and Russian participation in sporting events —
Micallef was blunt about all three senior officials.
“I certainly think that there’s room for improvement,” he said. In response, the
FIFA spokesperson highlighted a series of Infantino’s achievements in
development, tournaments and women’s football during his ten years in charge.
‘IT’S NOT IDEAL’
America’s behemoth National Basketball Association is pressing forward with
plans to launch a competition in Europe next year, but elements of its proposal
have sparked consternation from policymakers.
Promotion and relegation — central to the European model of sport — is fueling
the argument as the NBA’s proposal foresees some prospective clubs in major
markets, including key EU capitals, being permanent members. The debate is
particularly thorny as Europe already has a largely closed continental
basketball league — the Euroleague — where most teams hold long-term licenses
and new clubs rarely gain entry through sporting merit alone.
“The only thing worse than a closed league in European basketball is having two
closed leagues in European basketball,” Micallef said.
“I’ve been very, very clear in my statements, my messages, that closed league
models are not sustainable models for European sport — also in this case for
European basketball. I think the European sport model built on solidarity, on
openness of competitions, with sporting merit determining whether you qualify
for a European competition, or whether you are relegated or promoted, and the
pillars of the European sport model continue to apply,” he added.
NBA officials have insisted that their plan is not for an entirely closed
league, but one that allows space for some promotion and relegation, a
connection to domestic leagues, and will ultimately benefit European basketball
from top to bottom of the competitive pyramid.
Micallef criticized but ultimately did not slam the door on an NBA proposal that
would see a majority of teams being permanent members, with some slots reserved
for teams to qualify each season.
“My ideal scenario would be one where the parties come together and discuss ways
of resolving their differences away from the courts and away from competition
processes,” Glenn Micallef said. | Martin Bertrand/Hans Lucas/AFP via Getty
Images
“It’s not ideal. But we find ourselves in this situation because of decisions
that were taken years ago with the establishment of an already semi-closed
league in European basketball,” he said.
“My ideal scenario would be one where the parties come together and discuss ways
of resolving their differences away from the courts and away from competition
processes,” Micallef added, after years of sports litigation overshadowing the
European institutions.
NO RUSSIAN PROPAGANDA
The budding normalization of Russia in world sports also animates Micallef.
After years of ostracism following Moscow’s full-scale invasion of Ukraine,
Russian athletes competed with their flag and national anthem at the Paralympics
in northern Italy; while Olympics chief Coventry said in Brussels late last year
that, “This is the essence of Olympism: every eligible athlete, team and
official must be able to take part without discrimination or political
interference.”
Micallef, while stressing that global governing bodies are autonomous, is
insistent that the Kremlin should not be able to use sports for propaganda
purposes while it continues to wage all-out war on Ukraine.
“For me, from a public policy point of view, and from a public safety point of
view, the participation of countries which are party to a war, irrespective of
who they are, raises legitimate public security and public safety concerns,”
Micallef said. “And this is something we should be able to have a discussion
with sporting associations, federations and bodies that regulate the sport. I
think that big sporting competitions, and sporting competitions in general,
should take place in a safe environment for athletes, for fans and for those who
are participating in the games.
“So for me the most important thing is that with the president of the IOC and
especially with the European Olympic Committees, there is willingness to have
exchanges on different topics — and I hope that the possibility, or the
openness, to have an exchange on this topic will also be one we could have,” he
said.
“I certainly don’t think that sport should be used as a platform for propaganda,
political propaganda by those who are responsible for wars of aggression,” he
added.
Una intensa tempesta di sabbia ha investito la Striscia di Gaza, avvolgendo
completamente il territorio in una densa nube di polvere color argilla. Le
immagini mostrano un paesaggio quasi monocromatico: cielo, edifici e strade
appaiono immersi in una luce arancione, mentre il vento solleva grandi quantità
di sabbia. Il fenomeno ha ridotto la visibilità in diverse zone inasprendo le
condizioni già drammatiche in cui vivono gli sfollati negli accampamenti della
zona.
A lanciare l’allarme sono stati anche gli operatori di Emergency: “Erano anni
che una tempesta così forte non si abbatteva sul Paese – raccontano – Anche la
nostra clinica di assistenza primaria è stata colpita, con una parte del tendone
della sala d’attesa divelto e sabbia che è entrata all’interno della struttura”.
Questo, specificano, “è l’ennesimo colpo a una popolazione già stremata,
costretta a vivere in tende costruite con mezzi di fortuna, con estrema
difficoltà nell’accesso ai servizi igienici e senza poter accedere ai beni di
prima necessità”.
L'articolo Tempesta di sabbia avvolge la Striscia di Gaza, Emergency: “Ennesimo
colpo a una popolazione già stremata” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una manifestazione nazionale per il prossimo 14 marzo per mandare un avviso di
sfratto al governo Meloni ma anche a quel pezzo dell’opposizione troppo tiepida
perchè incapace di cogliere il disagio che c’è nel Paese. Il Comitato No Sociale
si è riunito oggi di fronte a Montecitorio per lanciare la mobilitazione di
sabato prossimo “contro la guerra, contro la deriva autoritaria nelle
istituzioni e contro le politiche sociali che stanno colpendo lavoratori,
precari e fasce popolari”. Di cui la riforma Nordio è un tassello . “Riteniamo
che il referendum promosso dal governo rappresenti un passaggio molto delicato
per gli equilibri democratici del Paese, con il rischio di indebolire i
controlli sull’esecutivo e alterare il ruolo della magistratura, piegando
ulteriormente le istituzioni agli interessi del potere politico. Allo stesso
tempo, cresce la preoccupazione per la crescente subordinazione della politica
estera italiana alle logiche militari della Nato e degli Stati Uniti, e per il
coinvolgimento del nostro Paese nelle nuove escalation di guerra in Medio
Oriente. Riteniamo che una gran parte del nostro Paese sia contro la guerra, e
questo pezzo di Italia deve essere rappresentato”.
Del Comitato No Sociale fanno parte i collettivi studenteschi Osa e Cambiare
rotta che tuonano contro la leva militare che è già stata reintrodotta in molti
Paese europei: “Quando toccherà anche a noi? Questo governo non fa nulla per la
scuola e le università e ha impedito ai fuori sede di votare”. Ma anche il
sindacato Usb è deciso dopo quello per Gaza a essere ancora una volta motore di
una grande mobilitazione “contro la subordinazione dell’Italia alle logiche
belliche e per non consentire una nuova torsione autoritaria dello Stato.
Occorre trasformare questa mobilitazione in una grande vittoria del No il 22 e
23 marzo, per fermare la riforma e mandare un segnale chiaro al governo: no alle
controriforme istituzionali che stanno attaccando la vita politica e democratica
del paese; no allo stato di polizia voluto dal governo che vuole spazzare via le
libertà di manifestazione ed espressione e accanirsi ulteriormente contro gli
immigrati; no alla guerra sociale del governo contro i poveri, i salari dei
lavoratori, i senza casa, le esigenze popolari; no all’economia di guerra e al
militarismo, alla complicità con Israele sul quale il governo intende
trascinarci per nascondere disuguaglianze sociali ormai crescenti e
insopportabili”.
Sulla stessa linea anche i rappresentanti della comunità palestinese (“Meloni
non ha detto una parola contro il genocidio a Gaza, un silenzio tombale), il
Global Movement to Gaza (che annuncia che una nave della Flottilla partirà il 29
da Civitavecchia) e il Movimento per il diritto all’abitare che denuncia la
disattezione del governo anche su questa emergenza. In piazza anche Potere al
Popolo che tuona contro il governo Meloni ma anche contro la segretaria del Pd
Elly Schlein: “Ha detto che non chiederà le dimissioni della presidente del
Consiglio se al referendum dovesse vincere il No. È una vergogna”
Insomma la piazza dopo la piazza: l’appuntamento è il 14 a piazza della
Repubblica a Roma, per dire No al governo di guerra e repressione. “Il Comitato
No sociale continuerà a stare nelle piazze anche dopo il 23 marzo perché Meloni
va cacciata: senza mobilitazioni coraggiose non se ne andranno mai”.
L'articolo Comitato No Sociale, una manifestazione a Roma contro il governo
Meloni: nel mirino anche Elly Schlein (Pd) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Scontro al calor bianco a Dimartedì (La7) tra il presidente del M5s, Giuseppe
Conte, e il giornalista Alessandro Sallusti sul governo Meloni e sul referendum
costituzionale sulla giustizia, in programma il 22 e il 23 marzo. L’ex direttore
di Libero difende strenuamente l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, stroncando
le taglienti critiche di Conte e riesumando Beppe Grillo: “Lei non ha rispetto.
Beppe Grillo non aveva visto male quando l’aveva definita il mago di Oz, perché
lei è uno che manipola le opinioni”.
“Ma lei ha qualcosa da dire in merito ai temi o deve offendere?”, ribatte Conte.
La polemica poi si sposta sul referendum sulla giustizia. L’ex premier spiega le
principali ragioni per votare No e ricorda: “Il governo Meloni, in realtà, ha un
disegno che ha esplicitato. La Meloni a fine ottobre ha affermato che la riforma
Nordio è ‘la misura adeguata per contrastare l’intollerabile invadenza della
magistratura’. Lo ha detto anche Nordio: la riforma servirà anche
all’opposizione quando andrà al governo. L’hanno detto più volte, vogliono
rivendicare un primato della politica. Ma il primato della politica – continua –
lo rivendichi quando non dai un salvacondotto a un criminale di guerra come
Almasri o quando condanni il genocidio a Gaza o quando stigmatizzi Trump che
attacca Iran e Venezuela violando il diritto internazionale senza concedere le
tue basi agli Usa. Questo è il primato della politica: non sottrarsi alle
inchieste della magistratura“.
Sallusti, portavoce e testimonial del comitato referendario “Sì Riforma”,
ribatte: “Non c’è nessun genocidio a Gaza e Trump ha fatto finire la guerra di
Gaza. Che è una guerra, appunto”.
“70mila palestinesi trucidati, di cui 20mila bambini, cosa sono?”, insorge
Conte.
“Non c’entra il numero – replica Sallusti – Diciamo che è una strage, una roba,
ma non è genocidio”.
“Quindi, uno sterminio sistematico di persone va bene?”, incalza il leader del
M5s.
La polemica poi si sposta sul caso Palamara. Conte sottolinea che l’ex
magistrato è stato radiato e altri quattro hanno abbandonato la magistratura. E
aggiunge: “Gli unici che si sono salvati sono stati i due politici coinvolti:
sono stati scudati dal Parlamento che non ha permesso di usare contro di loro le
intercettazioni. A me preoccupa di più la degenerazione dei partiti, altro che
le correnti della magistratura. E qui c’è tanta degenerazione della politica che
vuole mettere il tacco sulla magistratura e mettersi al riparo dalle inchieste“.
Sallusti rinfaccia a Conte che erano due politici del Pd, quindi suoi “alleati”.
In realtà, la vicenda Palamara, che coinvolse l’ex parlamentare renziano Luca
Lotti e Cosimo Ferri, (ex sottosegretario alla Giustizia, magistrato in
aspettativa, deputato prima Pd poi passato a Italia Viva, avvenne tra l’8 e il 9
maggio 2019, quando Giuseppe Conte era il titolare del governo Conte Uno, non
sostenuto dal Pd.
Il botta e risposta prosegue con Conte che ricorda che il M5s non c’entra nulla
col caso Palamara e aggiunge: “Voi piuttosto pensate a Santanché e a Delmastro
che li tenete ancora al loro posto. Preoccupatevi di chi è al governo, che è
vergognoso“.
“Ma lei è un ex primo ministro – replica Sallusti – Fa il venditore di pentole“.
“Veramente ho fatto dimettere Siri perché c’era una inchiesta in corso – chiosa
Conte – Stia attento a come parla con me”.
L'articolo Scontro Sallusti-Conte: “Mago di Oz, venditore di pentole”. “Stia
attento a come parla con me”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Io ho contestato a Tajani il fatto che questo governo sta facendo il servo
sciocco degli Usa. E ho ricordato quel cappellino rosso con cui lui girava
all’inaugurazione del Board of Peace, dove Tajani era seduto in ultima fila e
l’Italia non doveva andarci, perché, dopo il genocidio a Gaza, quello è un
affare privato di Trump e un progetto vergognoso di speculazione immobiliare a
danno della popolazione palestinese“. Così, a Dimartedì (La7), il leader del M5s
Giuseppe Conte commenta le tensioni esplose col ministro degli Esteri Antonio
Tajani, durante la sua audizione congiunta col titolare della Difesa Guido
Crosetto sulla situazione in Iran.
Conte sottolinea che da quell’incontro nella sala Convegni di Palazzo Madama non
si è capito nulla della posizione del governo Meloni: “Vorrei ricordare che loro
hanno cambiato completamente la prospettiva la linea di politica estera rispetto
a quello che sostenevano prima, ma non è la prima volta. Qual è il vero tema
oggi? Che l’Italia conta ancora meno perché con gli alleati devi spiegare subito
qual è la tua posizione. Il governo Meloni – continua – avrebbe dovuto dire
subito agli Usa: ‘Avete fatto un attacco all’Iran che è in violazione del
diritto internazionale, come in Venezuela. Allora le basi italiane non ve le
concediamo, perché la nostra Costituzione non ce lo permette: io non posso
assecondare una rottura del diritto internazionale, non sono il vostro servo
sciocco”.
L’ex presidente del Consiglio avverte che con questa postura del governo Meloni
ci sono conseguenze carissime che paga l’Italia: “Noi ci rimettiamo perché il
prezzo del greggio e quello del gas sono già saliti alle stelle. E, attenzione,
siamo a rischio di terrorismo internazionale“.
Poi si sofferma sul caso del ministro Crosetto: “Lo dico anche in base alla mia
passata esperienza di presidente del Consiglio. Francamente io sono rimasto
turbato ieri dall’audizione del ministro Crosetto perché ha aggiunto ulteriori
particolari che sono davvero allarmanti. Questo suo viaggio è diventato un
mistero inesplicabile. Lì ci sono già da giorni due portaerei americane, la Ford
e la Lincoln. Le minacce di attacchi già ci sono da tempo: uno scenario di crisi
altamente preoccupante e allarmante. Il nostro ministro della Difesa si trova lì
come un turista inconsapevole e gli piovono sopra le bombe. L’unico ministro
della Difesa di un paese membro della Nato“.
E aggiunge: “Nell’audizione Crosetto ha rivelato una cosa ancora più grave. Ha
detto che sapeva che ci sarebbe stato un attacco Usa imminente, ma non in quel
fine settimana. Ma sono cose allucinanti! Abbiamo dovuto fare un’operazione di
esfiltrazione del nostro ministro: ‘Salvate il soldato Crosetto’. Tajani non ne
sapeva nulla, la Meloni in tv dice che stava lavorando. Ripeto, è allucinante”.
Conte conclude, ribadendo: “Se tu fai il servo sciocco, gli stessi alleati non
ti rispettano più, non ti informano, pretendono soltanto e nulla danno. È quello
che sta accadendo con noi. Perché Giorgia Meloni che cosa fa? Invoca in modo
ridicolo un premio Nobel per Trump, va a Washington, promette acquisto di armi e
gas americano a zero tassazione. Quando arrivano i dazi Usa, dice che è una
buona soluzione. Porta addirittura le spese per la Nato al 5% del Pil, che per
noi sono insostenibili. Insomma, sottoscrive tutto e prende solo schiaffi”.
L'articolo Iran, Conte a La7: “Governo Meloni servo sciocco degli Usa. Crosetto?
Turista inconsapevole a Dubai, sua audizione allucinante” proviene da Il Fatto
Quotidiano.