A oltre dieci mesi dalla sua chiusura il valico di Rafah è stato riaperto per
l’ingresso e l’uscita dei residenti della Striscia di Gaza. Secondo i media
statali del Cairo attraverso il principale check point al confine tra l’enclave
palestinese e l’Egitto “cinquanta persone entreranno a Gaza dall’Egitto e
cinquanta persone arriveranno da Gaza, nei primi giorni di operatività del
valico”. “A partire da questo momento, e in seguito all’arrivo delle squadre
Eubam per conto dell’Unione Europea, il valico è aperto al movimento dei
residenti, sia in entrata che in uscita”, ha confermato un funzionario
israeliano, riferendosi alla missione europea di assistenza alle frontiere.
Il valico era stato chiuso nel marzo 2025, in seguito al fallimento del cessate
il fuoco concordato nel gennaio 2025. Ieri si era svolta una giornata di
controlli e test. Tutti i palestinesi di Gaza che vorranno entrare o uscire
dalla Striscia – spiega il Times of Israel – dovranno ottenere il nullaosta del
Cairo, che dovrà inviare i nomi al servizio di sicurezza interna israeliano Shin
Bet per l’autorizzazione. Israele supervisionerà a distanza l’uscita dei
cittadini di Gaza verso l’Egitto. Da una sala di controllo, gli ufficiali
israeliani, utilizzando un software di riconoscimento facciale, verificheranno
che coloro che lasciano la Striscia siano presenti nell’elenco dei nomi
approvati e apriranno un varco al valico per consentirne il passaggio.
L’ingresso a Gaza dall’Egitto inoltre includerà un controllo di sicurezza
israeliano. I palestinesi arriveranno a un posto di blocco dell’Idf dopo aver
attraversato il valico di Rafah e solo in seguito potranno proseguire verso la
Striscia.
Nella Striscia, intanto, le Israel Defense Forces continuano a uccidere. Un
bambino palestinese di tre anni è stato ucciso dalle truppe israeliane nella
zona di al-Mawasi, nel sud di Gaza, vicino alla città di Khan Younis. L’attacco
è avvenuto al di fuori delle aree di dispiegamento dell’esercito israeliano nel
sud di Gaza, secondo quanto riferito ad Al Jazeera da fonti del Nasser Medical
Complex.
Il bimbo si chiamava Iyad Ahmed Naeem al-Rabài, secondo quanto riportato
dall’agenzia di stampa Wafa. È stato ucciso quando le batterie israeliane hanno
bombardato alcune tende che ospitano gli sfollati. Situata lungo la costa di
Gaza, vicino alla città meridionale di Khan Younis, al-Mawasi ospita un vasto
campo profughi che ospita decine di migliaia di palestinesi che vivono in
condizioni di miseria, ricorda ancora Al-Jazeera. Nonostante i continui attacchi
mortali, prosegue la testata araba, Israele ha descritto l’area come una “zona
di sicurezza umanitaria”.
Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, il 10 ottobre 2025, Israele ha
ucciso più di 500 palestinesi a Gaza e ne ha feriti altri 1.400, secondo il
Ministero della Salute palestinese.
L'articolo Gaza, riaperto il valico di Rafah: “Ogni giorno passeranno 50 persone
da e verso l’Egitto”. Media: “Israele uccide un bimbo di 3 anni” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Gaza
Israele torna a bombardare Gaza: le forze militari di Tel Aviv dalla mattinata
di sabato 31 gennaio ha compiuto attacchi aerei in sette diverse località della
Striscia. Nei raid, riferisce l’agenzia di protezione civile di Gaza,
controllata da Hamas, sono morte almeno 28 persone. Un quarto delle vittime,
quindi almeno 7, sono bambini. Ma ci sono ancora persone disperse sotto le
macerie, come riporta il quotidiano israeliano Haaretz. Il ministero della
Salute di Hamas segnala altri 30 feriti, alcuni in condizioni critiche.
L’esercito israeliano ha attaccato quattro membri di Hamas e della Jihad
Islamica a Gaza in risposta alla violazione del cessate il fuoco, quando otto
militanti sono usciti da un tunnel sotterraneo nella parte orientale di Rafah,
ha dichiarato l’Idf su Telegram. Nella dichiarazione si legge che l’esercito ha
preso di mira anche un deposito di armi di Hamas, un sito di produzione di armi
e due siti di lancio nella Striscia di Gaza centrale. La protezione civile di
Gaza ha confermato che quattro vittime sono agenti della polizia di Hamas: gli
altri però sono bambini, donne e un uomo anziano. Hamas definisce i raid invece
“una nuova flagrante violazione” e ha esortato gli Stati Uniti e gli altri Paesi
mediatori a spingere Israele a cessare gli attacchi.
L’attacco è sicuramente uno dei più gravi tra quelli condotti da Israele da
quando è entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso ottobre. Secondo quanto
dichiarato all’Afp dal direttore generale del ministero della Sanità di Gaza,
Munir al Barsh, gli attacchi aerei sono stati “condotti dall’occupazione contro
obiettivi civili in una tenda e un appartamento“. “Israele continua una serie di
violazioni dell’accordo di cessate il fuoco, nel mezzo di una grave carenza di
forniture ed equipaggiamento medico e medicinali“, ha aggiunto. Secondo le stime
della Sanità di Gaza sono 509 le persone uccise nelle Striscia da quando è
entrato in vigore il cessate il fuoco il 10 ottobre.
Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti è entrato nella sua seconda fase a
gennaio: questo passaggio dovrebbe includere il disarmo di Hamas, un graduale
ritiro israeliano e il dispiegamento di una forza internazionale di
stabilizzazione. Israele e Hamas si sono ripetutamente accusati a vicenda di
violare la tregua.
L'articolo Raid di Israele a Gaza: “Almeno 28 morti, un quarto sono bambini”. È
uno degli attacchi più gravi dal cessate il fuoco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A pochi giorni dal ritrovamento e rimpatrio della salma dell’ultimo ostaggio
rimasto nella Striscia, Israele ha annunciato che domenica sarà riaperto il
valico di frontiera di Rafah, al confine con l’Egitto. Sarà consentito però il
solo traffico pedonale in entrambe le direzioni. Il controllo sulle entrate e le
uscite rimarrà in capo a Tel Aviv, ha affermato il coordinatore delle attività
governative nei Territori del Ministero della Difesa israeliano. “L’uscita e
l’ingresso nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah saranno
consentiti in coordinamento con l’Egitto, previa autorizzazione di sicurezza
degli individui da parte di Israele e sotto la supervisione della missione
dell’Unione Europea, in modo simile al meccanismo implementato nel gennaio
2025″, ha spiegato il Cogat. Non è previsto l’utilizzo del valico di Rafah per
il trasporto di merci: Israele ha richiesto che tutti i camion passino
attraverso i propri posti di blocco.
Chi durante i due anni di bombardamenti ha cercato la salvezza in Egitto potrà
chiedere di tornare nella Striscia, ma la risposta dipenderà dalle autorità
israeliane. “Il ritorno dei residenti dall’Egitto alla Striscia di Gaza sarà
consentito, in coordinamento con l’Egitto, solo per i residenti che hanno
lasciato Gaza durante il corso della guerra e solo dopo aver ottenuto
l’autorizzazione di sicurezza da parte di Israele. Oltre all’identificazione e
allo screening iniziali al valico di Rafah da parte della missione dell’Unione
Europea, un ulteriore processo di screening e identificazione sarà condotto
presso un corridoio designato, gestito dall’istituzione della difesa in un’area
sotto il controllo delle Idf”. Secondo i media israeliani però si tratterà di
poche decine di persone e non sarà facile ottenere il via libera per rientrare.
È probabile, viste le intenzioni più volte espresse dal governo, che sarà
maggiore il flusso in uscita.
Il valico di Rafah era chiuso dal maggio del 2024 e la sua riapertura è attesa
con ansia da mesi da decine di migliaia di palestinesi. In particolare da chi è
gravemente malato o ferito e ha bisogno di cure salvavita all’estero, dal
momento che i raid israeliani hanno distrutto il sistema sanitario della
Striscia. A fine dicembre 2025, secondo l’Oms, erano quasi 17mila le persone in
attesa di un’evacuazione medica, il 25% composto da bambini. Sono pazienti con
patologie oncologiche o croniche, insufficienza renale oppure con gravi lesioni
provocate dalle esplosioni, amputazioni e ustioni.
Nei giorni scorsi il premier Benyamin Netanyahu aveva parlato della cosiddetta
fase due del piano di Trump escludendo, come già fatto in passato, la
possibilità della nascita di uno Stato palestinese. “Israele eserciterà il
controllo della sicurezza dal fiume Giordano al mare, e questo vale anche per la
Striscia di Gaza” ha dichiarato in un video. “Ho sentito dire che permetterò la
creazione di uno Stato palestinese a Gaza, ma questo non è successo e non
succederà. Credo che sappiate tutti che la persona che ha ripetutamente bloccato
la creazione di uno Stato palestinese sono io”. La ricostruzione della Striscia
avverrà “solo con la smilitarizzazione di Hamas e non ci saranno soldati turchi
o del Qatar” ha aggiunto.
L'articolo Gaza, Israele annucia la riapertura del valico di Rafah da domenica:
“Consentito solo il traffico pedonale in entrata e uscita” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Quando vedo quel bambino, negli ultimi due anni, nelle immagini sui social, in
televisione, che chiede dov’è sua mamma… sempre penso: che cosa sta pensando?
Penso che quei bambini li abbiamo abbandonati, da soli. Mi immagino che ci
dicano ‘dove siete? Aiutateci’. E ancora non lo abbiamo fatto“. È la parte
iniziale del discorso che l’allenatore Pep Guardiola ha dedicato a Gaza e ai
bambini palestinesi durante l’evento Act for Palestine, a Barcellona.
L'articolo Il discorso di Guardiola per Gaza: “Penso a quei bambini, li abbiamo
abbandonati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ministero della Difesa israeliano ha formalmente riconosciuto come parametro
di riferimento le statistiche fornite dal ministero della Salute di Gaza
(controllato da Hamas), indicando che circa 71.700 palestinesi sono stati uccisi
dalle operazioni militari dal 7 ottobre 2023. E’ quanto riporta il quotidiano
israeliano Haaretz. Un riconoscimento che rappresenta un drastico cambiamento di
rotta per le autorità di Israele, che per tutta la durata del conflitto hanno
descritto i dati provenienti dalla Striscia come mera propaganda di guerra,
nonostante le agenzie delle Nazioni Unite e numerosi esperti di salute pubblica
avessero dichiarato che i sistemi di registrazione dei dati a Gaza fossero
storicamente robusti e credibili, e che nel corso del conflitto i dati fossero
stati esaminati da governi, organizzazioni internazionali, media e ricercatori.
Secondo fonti militari, però, la cifra terrebbe conto delle sole vittime di
attacchi militari diretti, lasciando fuori i dispersi, molti probabilmente
ancora sotto le macerie, i morti per fame, freddo, malattie e per la distruzione
dell’intero sistema sanitario.
La linea tenuta dai funzionari israeliani per oltre due anni è stata quella
dello scetticismo verso qualsiasi cifra prodotta sotto il governo di Hamas.
Secondo la posizione ufficiale di Tel Aviv, i dati erano da considerarsi
manipolati e privi di valore oggettivo poiché a Gaza la Sanità risponde
direttamente all’organizzazione militante che controlla l’enclave dal 2007. Uno
dei punti cardine dell’argomentazione israeliana riguardava l’incapacità, o la
volontà politica, del ministero della Salute di non distinguere tra civili e
combattenti all’interno dei suoi registri ufficiali. Poiché i membri delle
milizie non indossano uniformi formali né portano documenti di identificazione
separati sul campo di battaglia, Israele ha a lungo sostenuto che i numeri
totali fossero sospetti e non potessero servire a valutare in modo imparziale
l’impatto reale sulla popolazione. In diverse occasioni, infatti l’esercito
(IDF) ha ribadito che Hamas operasse deliberatamente in zone popolose e
utilizzasse strutture protette come scuole e ospedali come scudi umani,
complicando ulteriormente l’accertamento indipendente delle vittime. L’arrivo
del riconoscimento comporta dunque una revisione della portata del conflitto.
Oltre le vittime di attacchi militari diretti, poi, resta da fare il bilancio di
tutta la devastazione seguita all’offensiva israeliana, comprese le morti legate
alla malnutrizione o al collasso totale delle infrastrutture civili.
Al momento le forze armate israeliane sono impegnate nell’analisi dei database
palestinesi, che identificano oltre il 90% delle vittime con nome e numero di
documento, nel tentativo di determinare quanti tra i caduti fossero
effettivamente combattenti. Analisi che si inserisce in un contesto legale
internazionale estremamente teso, con lo Stato di Israele che affronta accuse di
crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio presso le corti
internazionali e lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu sotto processo per
queste accuse. La proporzione di civili uccisi è un elemento decisivo per i
giudici: lo scorso settembre, il capo di stato maggiore Herzi Halevi ha
dichiarato trionfalmente che “oltre il 10% della popolazione di Gaza è stata
uccisa o ferita”, che significa 230.000 vittime. “Questa non è una guerra soft,
abbiamo tolto i guanti fin dal primo minuto”, disse in quell’occasione. Ma alla
luce della devastazione e della crisi umanitaria seguite all’offensiva
israeliana, studi indipendenti pubblicati su riviste scientifiche come The
Lancet e basati sul confronto con conflitti precedenti, rapporti verificati e
metodologia epidemiologica, hanno suggerito cifre più elevate, tra i 300 mila e
i 600 mila morti. I 71 mila riconosciuti ora da Israele sarebbero dunque la
stima più prudente di un sistema di rilevamento anch’esso disintegrato
dall’offensiva.
L'articolo Israele conferma i numeri di Hamas: 71.000 uccisi dai soli attacchi
diretti. Il bilancio reale può arrivare a 600 mila proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“La Santa Sede eviti di aderire alla proposta di entrare a far parte del
cosiddetto Board of Peace di Donald Trump”. A lanciare questo appello al
Vaticano con una lettera aperta al cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato
di Sua Santità, è la rete “Preti contro il genocidio”. La missiva nasce da un
discernimento pastorale e spirituale maturato nell’ascolto del dolore delle
vittime, nella prossimità alle comunità colpite e nella convinzione che la
parola “pace” debba restare inseparabile da verità, giustizia e dignità umana.
I sacerdoti firmatari richiamano l’importanza di non indebolire i luoghi
riconosciuti del diritto internazionale e di custodire la libertà profetica
della Chiesa, perché essa resti credibile agli occhi di chi soffre. Nessun tono
polemico ma un invito fermo e deciso che chiama in causa inevitabilmente anche
il Papa: “Sappiamo bene che la sua risposta, riportata dai media circa la
valutazione dell’invito di Trump ad entrare nel cosiddetto Board of Peace, sia
stata dettata da prudenza diplomatica, ma al tempo stesso – cita la lettera
rivolta al cardinale veneto – le facciamo presente che tra la gente comune,
questa ‘valutazione’ crea sgomento e rischia di lasciar intendere che la Santa
Sede possa davvero aderire a tale proposta. Con franchezza evangelica chiediamo
che la Sede Apostolica prenda posizione e rifiuti apertamente l’invito ad
entrare nel Board of Peace. E proprio alla luce di questa misura evangelica,
vediamo alcuni rischi che ci paiono gravi”.
Di seguito la Rete elenca questi pericoli. Il primo: “La pace non può essere
decisa senza i diretti interessati. Ogni percorso che incida sul futuro di Gaza,
senza un coinvolgimento pieno e determinante delle popolazioni palestinesi,
rischia di diventare un progetto ‘su’ di loro, più che ‘con’ loro. Una pace non
partecipata difficilmente genererà dignità e riconciliazione; rischierà invece
di lasciare ferite più profonde”. Il secondo rischio: “La Santa Sede non
dovrebbe avallare cornici che indeboliscono i luoghi riconosciuti del diritto
internazionale. La tradizione diplomatica vaticana ha spesso richiamato il
valore del multilateralismo e della tutela dei civili. Un organismo percepito
come alternativo o sostitutivo dei meccanismi Onu potrebbe, anche
involontariamente, trasmettere l’idea che la forza e gli interessi prevalgano
sulle regole comuni e sulla protezione dei più fragili”.
I preti portano all’attenzione un altro aspetto: “La ricostruzione non è un
affare: è riparazione umana e morale. Qualsiasi piano che lasci spazio a logiche
di profitto, speculazione o controllo tecnocratico, senza priorità chiare per la
vita quotidiana della gente (case, scuole, ospedali, libertà, sicurezza,
lavoro), contraddice la grammatica evangelica della compassione e della
giustizia”. Da qui la richiesta di “sostenere canali trasparenti e inclusivi, in
collaborazione con organismi umanitari affidabili e con le Chiese locali, senza
che la Chiesa venga associata a logiche di potere o di interesse”.
L'articolo La rete “Preti contro il genocidio” scrive a Parolin: “La Santa Sede
eviti di aderire al Board of Peace per Gaza di Trump” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si trova già in Israele la salma di Ran Gvili, l’ultimo ostaggio che si trovava
nella Striscia di Gaza. L’esercito di Tel Aviv l’ha individuato e recuperato in
un’area sotto il controllo di Israele. Il ritrovamento è un passaggio chiave nel
percorso di pace nella Striscia iniziato con il cessate il fuoco di ottobre:
potrebbe essere il preludio all’inizio della fase due del piano di Trump e alla
riapertura del valico di Rafah, chiuso dal maggio del 2024, che il premier
israeliano Benjamin Netanyahu ha sempre vincolato al ritrovamento dei resti di
Gvili.
“Un risultato straordinario per il Paese” ha detto il primo ministro Benjamin
Netanyahu parlando con i media alla Knesset. “Abbiamo promesso, e io ho
promesso, di riportare tutti indietro, e abbiamo riportato tutti indietro fino
all’ultimo – ha aggiunto – Ran è un eroe di Israele. È entrato per primo, è
uscito per ultimo. È tornato”. Di “risultato straordinario” parla anche il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ne rivendica il merito. Mentre
secondo Hamas, il ritrovamento dell’ultimo ostaggio è una conferma del loro
“impegno a rispettare tutte le richieste dell’accordo per il cessate il fuoco
nella Striscia di Gaza”.
24 anni, agente dell’unità speciale Yasam della polizia israeliana, Ran Gvili
era stato rapito e ucciso il 7 ottobre nel kibbutz Alumim, durante l’attacco dei
miliziani di Hamas e del Jihad islamico. Il suo corpo era stato portato
all’interno della Striscia. Le informazioni di intelligence che hanno reso
possibile il ritrovamento nel cimitero nella parte orientale di Gaza City erano
note da tempo, ma una nuova raccolta di indizi e dati confermati da Hamas a
Israele tramite i mediatori hanno recentemente fornito nuove conferme. Oggi
quindi nessuno dei 251 ostaggi israeliani si trova a Gaza. Di quelli rapiti vivi
il 7 ottobre, 207 in tutto, ne sono sopravvissuti 166, 41 sono morti durante la
prigionia, inclusi tre uccisi per errore dall’esercito israeliano nel dicembre
2023.
Resta ora da capire quando sarà ripristinato il passaggio dal valico di Rafah,
al confine tra la Striscia e l’Egitto, e in quali modalità. L’ufficio stampa del
primo ministro ha fatto sapere che sarà limitato esclusivamente al traffico
pedonale e sotto un meccanismo di controllo israeliano. La riapertura è stata
richiesta a più riprese dall’Onu e dalle organizzazioni umanitarie di tutto il
mondo. Sono state decine gli appelli perché venissero tolte le restrizioni
all’ingresso degli aiuti, così da poter portare assistenza alla popolazione
martoriata da bombardamenti, fame e freddo. Durante il suo intervento per la
firma del Board of peace, Ali Shaath, il capo del comitato tecnico nominato da
Trump, aveva promesso per questa settimana la riapertura del valico in entrata e
in uscita. Ma ancora non ci sono informazioni sulla data ufficiale.
L'articolo Gaza, recuperata e rimpatriata in Israele la salma dell’ultimo
ostaggio Ran Gvili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli Usa hanno chiesto all’Italia di aderire alla Forza Internazionale di
Stabilizzazione per Gaza come membro fondatore. La notizia al momento è
rilanciata da Bloomberg, che cita fonti informate. Secondo Bloomberg, l’offerta
è stata presentata a Giorgia Meloni e alla Farnesina questa settimana, ma la
premier non ha ancora dato l’assenso.
Non sarebbe previsto l’invio di truppe. L’iniziativa si allineerebbe con quanto
detto il 20 novembre scorso dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’Italia,
aveva ricordato Tajani, addestra già agenti di polizia palestinesi in
Cisgiordania occupata e potrebbe anche addestrare una futura forza di polizia
della Striscia di Gaza proveniente dai vicini Egitto o Giordania. La missione si
inquadrerebbe nell’ambito di UE EUPOL COPPS, la stessa attiva in Cisgiordania
Bloomberg riferisce che dall’esecutivo hanno rifiutato di commentare quanto
indicato dalle fonti e che il ministero degli Esteri non ha risposto alle
richieste di commento. Da parte sua la portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers
non ha specificato se gli Stati Uniti abbiano esteso un invito a Roma.
Un funzionario statunitense ha affermato che diversi Paesi sono interessati a
partecipare agli sforzi di pace di Trump a Gaza e che gli Stati Uniti sono in
trattative con diverse nazioni partner.
L'articolo Gli Stati Uniti chiedono all’Italia di entrare da fondatore nella
Forza internazionale di stabilizzazione per Gaza proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mentre Trump e il genero Kushner disegnano la mappa di una nuova Gaza
futuristica con grattacieli e residenze per ricchi, nella Striscia la
popolazione palestinese vive in tende senza nemmeno l’acqua potabile, al freddo
e in mezzo a montagne di rifiuti. Una situazione catastrofica a più di tre mesi
dal cessate il fuoco. “Qui a Gaza il conflitto si è ridotto ma non è finito”
raccontare Riccardo Sartori, infermiere di Emergency in questo momento impegnato
a Deir al-Balah. “Ci sono esplosioni quotidiane, e ordini di evacuazioni come
quello al villaggio di Bani Suheila, a est di Khan Younis, arrivato due giorni
fa, che aggravano la situazione sanitaria”. In un altro contributo video
Alessandro Migliorati, capo progetto di Emergency a Gaza, spiega cosa comporta
per le persone l’istituzione della linea gialla, il confine entro cui si è
ritirato l’esercito israeliano. Oggi Tel Aviv occupa il oltre la metà del
territorio della Striscia, continua ad ampliare la sua zona di controllo a ovest
e uccide chi si avvicina a questa invisibile linea di demarcazione. “Per la
popolazione palestinese e per tutti noi significa instabilità. Rappresenta una
minaccia. Chiunque si avvicini o la oltrepassi, anche senza rendersene conto,
viene spesso colpito” spiega Migliorati. Inoltre, “viene spesso spostata e la
comunicazione di questi spostamenti non è tempestiva. Per questo bisogna sempre
cercare alternative per spostarsi”
L'articolo Gaza, l’infermiere di Emergency Sartori: “Esplosioni ed evacuazioni,
qui il conflitto non è mai finito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Davos, alla resa dei conti nella famiglia europea, l’unica firma è stata
quella del premier ungherese Orban. Il magiaro entrerà nel Board of Peace,
l’organismo alternativo alle Nazioni Unite creato e promosso da Trump per la
gestione di Gaza, giudicato incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite dal
presidente del Consiglio europeo Costa. In Svizzera, insieme ad Orban, hanno
aderito oltre 20 Paesi, ma non Londra, che si è fermata per l’invito esteso dal
repubblicano anche al presidente Putin. Trump vuole l’omologo russo al tavolo
della ricostruzione della Striscia – una proposta che è ora al vaglio del
ministero degli Esteri della Federazione.
Ieri, mentre gli europei erano in Svizzera, Mahmoud Abbas, il presidente
dell’Autorità nazionale palestinese, si trovava a Mosca, da Putin: “Siamo pronti
a destinare un miliardo di dollari alla nuova struttura, soprattutto per
sostenere il popolo palestinese” ha detto il leader del Cremlino, lasciando
presagire che fondi russi potrebbero essere destinati alla ricostruzione della
Striscia. La luce verde di Putin è arrivata poche ore prima del suo successivo
incontro con l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff e il genero di
Trump, Jared Kushner, in procinto di volare dalla Svizzera verso la Federazione.
Già a Davos gli statunitensi avevano detto che i colloqui di pace tra Russia e
Ucraina si sono ormai “ridotti a un unico tema” – il nodo Donbas. E quella per
il Board potrebbe essere letta come ennesima concessione russa: un passo di
avvicinamento alle posizioni statunitensi, maturato in una logica di scambio
strategico, funzionale a sbloccare la partita sul controllo del territorio
conteso.
Ma meno chiara è la condizione con cui Mosca agirà: il Cremlino ha detto che è
disposto a contribuire finanziariamente, mettendo sul piatto un miliardo di
dollari per entrare a far parte del Consiglio, ma solo a fronte dello
scongelamento dei beni russi negli Stati Uniti. È un passaggio che, sembra,
avverrà solo se do ut des, in una dinamica di reciproco scambio, dettata da
esigenze di politica di potenza.
Secondo le ultime stime disponibili, che risalgono a prima dell’avvio del
conflitto, il Tesoro degli Stati Uniti detiene circa 5 miliardi di dollari di
beni russi congelati. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha sottolineato
che non è chiaro in che modo una simile operazione finanziaria “per scopi
umanitari” possa essere formalizzata giuridicamente: “Questo, ovviamente,
richiederà determinate azioni da parte degli Stati Uniti”. Comunque, questa
apertura non vuol dire rinuncia al recupero dei fondi russi congelati in
Occidente: il vero tesoro di Mosca rimane in Europa, dove, soprattutto nelle
casse dell’Euroclear, sono congelati circa 280 miliardi del Cremlino dal 2022.
Per riaverli, ha detto il portavoce, “continueremo la nostra lotta e difenderemo
i nostri diritti”.
L'articolo Lo scongelamento dei beni negli Usa in cambio di soldi per Gaza: così
Putin tratta l’ingresso nel Board di Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.