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Supporto psicologico per i pazienti oncologici, in Italia solo il 20% delle strutture ha personale formato. E le Regioni vanno in ordine sparso
Quando è nata, appena 50 anni fa, la psiconcologia si occupava principalmente di affrontare con il paziente la fine della vita. Di fronte al cancro, il “male” di cui non si poteva neanche pronunciare il nome, il lavoro dello psicologo specializzato nell’assistenza a chi è affetto da malattie oncologiche era strettamente correlato all’idea della morte. Negli ultimi decenni, però, la ricerca ha decisamente migliorato la prognosi di molti tumori. Ora lo psiconcologo affianca il paziente – ma anche i suoi cari e persino gli operatori sanitari che lo hanno in cura – in tutte le fasi. Dalla prevenzione alla diagnosi, passando per la fatica delle terapie o la preoccupazione di dover subire un intervento, fino alla cronicizzazione della malattia. Ma la coperta della sanità pubblica italiana, affetta da anni di sottofinanziamento, è corta, ed è difficile arrivare ovunque con questo tipo di assistenza psicologica. Nonostante alcuni passi avanti fatti in ordine sparso dalle Regioni, lo psiconcologo è considerato ancora una figura accessoria. Solo il 20% delle strutture – principalmente i grandi centri specialistici – dispone di professionisti formati per affrontare il disagio mentale determinato dal cancro. “Si stima che più del 50% dei pazienti oncologici manifesti livelli clinicamente significativi di distress emozionale. Ansia, depressione, insonnia e paura costante della recidiva hanno un impatto negativo sul sistema immunitario, sulla qualità di vita e sull’adesione ai trattamenti. E ciò incide direttamente sull’andamento della malattia”, spiega a ilfattoquotidiano.it Gabriella Pravettoni, direttrice della divisione di psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e professoressa di psicologia delle decisioni all’Università degli Studi di Milano. Ma la psiconcologia non riguarda più soltanto il rapporto tra paziente e malattia, investe l’intero sistema di relazioni che ruota attorno alla persona che ha avuto la diagnosi. “Il tumore non è la malattia di una persona sola, ma di una famiglia, di un sistema – sottolinea Pravettoni -. I professionisti specializzati lavorano con i familiari, con i caregiver, con le coppie che entrano in crisi durante il percorso di cura, con i genitori che devono trovare le parole giuste per spiegare la malattia ai figli”. Il miglioramento delle terapie ha aperto inoltre un fronte nuovo: quello della cronicità. In Italia sono centinaia di migliaia le persone che convivono a lungo con una diagnosi oncologica. Vivere di più, però, non significa automaticamente vivere meglio. “Nella cronicizzazione il bisogno di lavorare sulla psiche è ancora più forte”, spiega Pravettoni. Senza un supporto adeguato, il rischio è quello di restare intrappolati in una condizione di allarme permanente, “con la spada di Damocle sulla testa”, anche quando davanti ci sono molti anni di vita, anche di buona qualità. La psiconcologia lavora proprio su questo scarto: aiutare le persone non solo ad allungare la vita, ma ad “allargare l’esistenza”, a vivere pienamente il presente. “In generale, siamo sempre focalizzati su quanto tempo vivremo – osserva la dottoressa – mentre la domanda centrale dovrebbe essere come viviamo il tempo che abbiamo”. Accanto ai pazienti e alle famiglie, c’è poi un altro gruppo spesso dimenticato: gli operatori sanitari. Oncologi, palliativisti e infermieri affrontano quotidianamente il dolore degli altri, visita dopo visita, ogni venti o trenta minuti. “È un’esposizione che non può essere sottovalutata”, avverte Pravettoni. Il burnout colpisce una quota crescente di professionisti, con effetti che possono ricadere anche sulla qualità delle cure. La psiconcologia, in questo senso, svolge una funzione di prevenzione sistemica: sostenere un singolo medico o infermiere significa, indirettamente, migliorare l’assistenza per decine, centinaia di pazienti. Nonostante questo quadro, l’accesso ai servizi resta diseguale. La presenza dello psiconcologo è prevista formalmente in molte strutture, ma nella pratica mancano figure stabilizzate e con una formazione specifica. Sono pochi i centri che hanno vere strutture di psiconcologia. E il ricorso a consulenze esterne o a contratti precari scoraggia anche i giovani professionisti dall’intraprendere questo percorso di specializzazione. “Se non ci sono sbocchi professionali, perché uno psicologo dovrebbe scegliere di formarsi in psiconcologia?”, denuncia Pravettoni. Negli ultimi anni, a macchia di leopardo alcune Regioni hanno provato a colmare questo vuoto. Nel Lazio, a fine 2025, è stato presentato il bonus psiconcologia: un sistema di voucher che consente a pazienti oncologici e familiari con Isee fino a 40mila euro di accedere a colloqui con professionisti qualificati, fino a 16 incontri, estendibili a 32. “È una risposta molto importante, positiva”, commenta Pravettoni, che vede in queste misure un primo riconoscimento istituzionale della centralità della salute mentale nel percorso oncologico. Anche la Puglia, nel 2024, si era mossa in tal senso, approvando una legge regionale sul sostegno psicologico in ambito oncologico. La norma è finita poi al centro di uno scontro politico con il governo, che l’ha impugnata, ma è stata salvata da una sentenza della Corte costituzionale dello scorso ottobre. In ogni caso, si tratta ancora di interventi frammentati, che rischiano di accentuare le disuguaglianze territoriali. Una cornice comune nazionale aiuterebbe non solo i pazienti e le famiglie, ma anche le strutture sanitarie, rendendo lo psiconcologo una figura strutturale del Servizio sanitario nazionale e non un lusso riservato a pochi grandi centri. “Speriamo che queste esperienze possano diventare una realtà nazionale – conclude Pravettoni -. La psiconcologia si è fatta largo lentamente anche a causa del pregiudizio culturale che soprattutto in passato avvolgeva il tema della salute mentale. Quando ho iniziato mi dicevano che dallo psicologo ci vanno i matti. Ora abbiamo fatto molti passi in avanti, ma ora dobbiamo fare un altro step”. Per dare a tutti i cittadini la possibilità di vivere meglio, e non solo più a lungo, con e dopo il cancro. L'articolo Supporto psicologico per i pazienti oncologici, in Italia solo il 20% delle strutture ha personale formato. E le Regioni vanno in ordine sparso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il crollo della ricerca indipendente dall’industria farmaceutica, l’allarme degli oncologi: ‘Studi calati del 57% in 15 anni’
In quindici anni, in Italia, gli studi clinici no profit, quindi quelli non sponsorizzati dall’industria farmaceutica, sono crollati del 57%. Nel 2009 rappresentavano il 40% del totale delle sperimentazioni, oggi appena il 17%. E il motivo è che i finanziamenti pubblici nel settore della ricerca sono gravemente sottodimensionati, rendendo il nostro Paese fanalino di coda in Europa. Il risultato è che gli studi indipendenti sui farmaci sono sempre meno e che la ricerca è completamente dipendente dai fondi e dagli interessi delle grandi aziende private. A lanciare l’allarme sono gli oncologi dell’Aiom. Nel corso del suo ultimo congresso nazionale, l’Associazione italiana di oncologia medica ha manifestato i suoi timori per il destino della ricerca indipendente. Uno strumento fondamentale non solo per migliorare la cura dei pazienti, ma per rendere più trasparente e sostenibile il Servizio sanitario nazionale. Senza che lo Stato sia costretto a farsi dettare le regole del gioco dalle case farmaceutiche. Per Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”, la crisi della ricerca indipendente è prima di tutto economica e politica. “Ci sono troppi pochi soldi. L’Italia spende in ricerca la metà di quanto facciano in media gli altri paesi europei”, spiega a ilfattoquotidiano.it, commentando i dati diffusi da Aiom. “Inoltre – prosegue – abbiamo un numero di ricercatori che per milione di abitanti è circa la metà di quello degli altri Paesi dell’Unione. Per avvicinarci a quello che spende la Francia per la ricerca, ad esempio, dovremmo investire 22 miliardi di euro in più, ogni anno”. Una cifra superiore di circa quattro miliardi rispetto al valore totale della prossima legge di Bilancio. Ogni studio clinico, pensato per approvare un nuovo farmaco, costa almeno un milione di euro. Una somma troppo alta per gli esigui fondi pubblici dedicati. “Tant’è che – spiega Garattini – siamo anche il Paese che non porta a termine il maggior numero di trial“. La ricerca è ormai dipendente in modo quasi totale dall’industria farmaceutica. “Le aziende fanno quello che vogliono. La maggior parte degli studi che portano avanti su un nuovo prodotto è fatto confrontando il loro farmaco con un placebo. Non con un altro farmaco che ha la stessa indicazione. Questo fa sì che si moltiplichi il numero di farmaci disponibili. Neanche i medici sanno quale sia preferibile. Senza confronti indipendenti, ogni industria può dire che il suo è il migliore. Anche perché in Italia non ci sono neanche i soldi necessari a fare informazione indipendente. Di fatto – prosegue il professore – informa solo chi vende”. La ricerca indipendente, se adeguatamente sostenuta, può svolgere una triplice missione pubblica. Anzitutto, migliorare la pratica clinica, fornendo ai medici dati solidi per scegliere i trattamenti più efficaci, soprattutto dove mancano studi comparativi o linee guida consolidate. In secondo luogo, accrescere la conoscenza sui nuovi farmaci, valutandone efficacia e sicurezza anche dopo la loro immissione in commercio, al riparo dai condizionamenti che possono caratterizzare gli studi sponsorizzati dall’industria. Infine, può supportare le politiche di rimborsabilità, con dati indipendenti e comparativi, aiutando le autorità pubbliche, come Aifa, a decidere se e quando un farmaco debba essere rimborsato dal servizio sanitario nazionale. “La ricerca è considerata un costo, invece è un investimento. Avremmo molte meno spese per i farmaci se facessimo più ricerche indipendenti”, commenta Garattini, che conclude: “Il risultato della mancanza di studi indipendenti è che abbiamo un’enorme pletora di farmaci rimborsabili, senza sapere cosa serve e cosa no. Anche perché sono più di 30 anni che non si fa una reale revisione del prontuario terapeutico nazionale”, ovvero l’elenco ufficiale dei farmaci – oggi se ne contano oltre 10mila – che possono essere erogati e rimborsati dal Ssn. Oltre ai fondi e al riconoscimento istituzionale, manca il personale: coordinatori di ricerca clinica, infermieri di ricerca, biostatistici, esperti in revisione di budget e contratti. Figure professionali indispensabili che le strutture non possono permettersi di assumere e che quindi, sempre più spesso, emigrano all’estero o verso il privato. “La gestione dei trial sta diventando sempre più complessa e richiede competenze multidisciplinari. È fondamentale disporre di diverse figure professionali e devono essere esplorati nuovi modelli di pianificazione e gestione”, dichiara Francesco Perrone, ex presidente di Aiom. In particolare, spiega l’oncologo, è fondamentale il ruolo dei coordinatori di ricerca clinica, cioè i data manager. Professionisti deputati alla gestione delle informazioni durante le sperimentazioni. “Un vuoto normativo non permette di strutturarli all’interno dei team, limitando il loro impiego con contratti libero professionali, borse di studio e assegni di ricerca – denuncia Perrone -. E questo comporta la loro migrazione verso aziende farmaceutiche. Il potenziale della ricerca oncologica in Italia è significativo e i nostri studi sono in grado di cambiare la pratica clinica, ma servono più risorse e personale”, conclude Perrone, ribadendo un ritornello che ormai è tristemente noto a chi difende il diritto alla sanità pubblica in Italia. L'articolo Il crollo della ricerca indipendente dall’industria farmaceutica, l’allarme degli oncologi: ‘Studi calati del 57% in 15 anni’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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