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Esami del semestre filtro di Medicina, tra phishing e fake news: inchiesta su truffe informatiche
Si spacciavano per funzionari pubblici, ma i tecnici informatici non ci erano cascati. La Procura e la Polizia postale di Bologna hanno aperto un’indagine su due casi di truffa relativi al corso di Medicina, nello specifico sulle domande degli esami obbligatori per superare il semestre filtro introdotto dal governo Meloni. L’inchiesta è strutturata in due filoni ed è partita con le denunce di Cineca, il consorzio interuniversitario che ha gestito le prove di Chimica, Fisica e Biologia per conto del ministero dell’Istruzione. Da Casalecchio di Reno il maggior centro di calcolo italiano ha curato la logistica e la parte informatica per gli appelli del 20 novembre e del 10 dicembre degli esami previsti. Qualche giorno prima del secondo appello degli hacker avevano adottato la tecnica del phishing con l’obiettivo di venire a conoscenza delle domande per il test di Fisica. Questo genere di truffa informatica, infatti, consiste nel fingersi un ente e tramite email, SMS o messaggi indurre così le vittime a rivelare informazioni sensibili. In questo caso, i malintenzionati dichiaravano di essere colleghi del Cineca o dipendenti del Miur. Ma il personale del consorzio non aveva abboccato a questi raggiri: prima avevano segnalato la questione ai vertici aziendali e poi denunciato tutto all’autorità informatica. Sotto le indicazioni degli agenti, gli addetti avevano teso una trappola ai truffatori, inviando loro dei link utili a identificarli. Il secondo filone dell’indagine riguarda alcuni studi legali che avevano diffuso notizie false sulla regolarità delle prove per il semestre filtro. Il 9 dicembre 2025, il giorno prima del secondo appello, sui profili social di alcuni avvocati erano stati pubblicati degli screenshot con le presunte domande d’esame. Una mossa che, oltre a diffondere informazioni false, era una tattica per dimostrare l’irregolarità dei test e indurre le persone a presentare ricorso, con tanto di listino prezzi dei servizi offerti. L'articolo Esami del semestre filtro di Medicina, tra phishing e fake news: inchiesta su truffe informatiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Attenzione agli effetti silenziosi del sale, soprattutto quello ‘travestito’: è come mangiare 22 pacchetti di patatine al giorno”: l’allarme della British Heart Foundation
In Inghilterra l’allarme è ormai ufficiale: secondo la British Heart Foundation, gli adulti consumano ogni giorno una quantità di sale pari a quella contenuta in 22 pacchetti di patatine. Un numero che fa notizia, ma che rischia di essere liquidato come l’ennesima stranezza d’Oltremanica. In realtà, avverte il professor Pierluigi Rossi, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università di Siena, medico specialista in Igiene e medicina preventiva, il problema è molto più vicino di quanto si pensi e riguarda anche l’Italia: “La vera questione non è quanto sale aggiungiamo a tavola, ma quanto sodio ingeriamo senza saperlo attraverso alimenti apparentemente innocui”. Un problema europeo, non britannico Trasferire automaticamente i dati inglesi all’Italia sarebbe scorretto, ma ignorare il trend sarebbe ingenuo. Anche nel nostro Paese il consumo medio di sale resta intorno ai 10 g al giorno, circa il doppio rispetto alle raccomandazioni. Più della metà del sodio introdotto non viene dalla cucina domestica, ma da pane, prodotti da forno, formaggi, salumi, piatti pronti e ristorazione collettiva. Alimenti che fanno parte della quotidianità e che raramente percepiamo come “salati”. Il sodio come disturbatore sistemico Ridurre il problema alla sola ipertensione significa perdere di vista il quadro complessivo. “Il sodio in eccesso trattiene liquidi, aumenta il volume del sangue e restringe i vasi, mettendo sotto stress cuore e reni – sottolinea Rossi -. Ma agisce anche su altri fronti: rallenta lo svuotamento dello stomaco, favorendo reflusso e disturbi digestivi; ostacola l’assorbimento del calcio, con effetti progressivi su ossa e rischio di osteoporosi; altera l’equilibrio elettrolitico, aumentando l’eliminazione di potassio e magnesio”. EFFETTI SILENZIOSI E “SALE TRAVESTITO” Effetti silenziosi su cervello e metabolismo Nel tempo, questo squilibrio può tradursi in insonnia, stanchezza cronica, ridotta tolleranza allo sforzo. Studi recenti suggeriscono anche un legame tra consumo elevato di sodio e aumento del rischio di diabete e declino cognitivo. “Il sodio – sottolinea il nostro esperto – entra nel sangue, nei tessuti, perfino nel cervello, creando un disordine biochimico che spesso non avvertiamo subito”. Perché l’industria ama il sale Il punto chiave resta l’industria alimentare. Il sodio è un potente stimolatore dell’appetito: rende i cibi più desiderabili, riduce il senso di sazietà e spinge a mangiare di più. È uno strumento commerciale formidabile. Non a caso è onnipresente nei prodotti ultraprocessati. Un indicatore pratico? “Più l’etichetta è lunga – osserva Rossi – più il cibo è artificiale. E il contenuto di sale è spesso il primo segnale di junk food”. Il sale che non riconosciamo Il problema è aggravato dal cosiddetto “sale travestito”. Non compare solo come cloruro di sodio, ma come glutammato monosodico, bicarbonato, fosfati, nitriti, alginati, benzoati. Nomi tecnici che sfuggono al consumatore, ma che contribuiscono in modo sostanziale al carico quotidiano di sodio. Saper leggere le etichette diventa quindi una competenza di salute pubblica, non un dettaglio da specialisti. I BAMBINI E IL SALE: QUALE RISCHIO CORRONO? Piccoli gesti, grandi effetti Ridurre il sale, in ogni caso, non significa mangiare triste. Significa cambiare abitudini. Togliere la saliera dalla tavola, non superare i 5 grammi di sale al giorno, “usare erbe aromatiche, spezie, aceto o limone per insaporire. Il palato si rieduca nel giro di poche settimane, anche se con l’età tende a richiedere dosi maggiori per ottenere la stessa gratificazione. Proprio per questo intervenire prima è decisivo”, sottolinea Rossi. Educazione precoce e scelte collettive Un capitolo a parte riguarda i bambini. “Il gusto per il salato non è innato: si forma nei primi mesi di vita”, ci ricorda il professor Rossi. Abituare fin da subito a sapori meno salati significa investire in salute futura. Ma la responsabilità non può essere solo individuale. Etichette chiare, limiti al contenuto di sale nei prodotti industriali e nella ristorazione collettiva incidono sulla salute pubblica molto più delle singole scelte isolate”. In definitiva, il sale non è un nemico da demonizzare. L’eccesso quotidiano sì. E oggi il vero problema non è quello che aggiungiamo consapevolmente al piatto, ma quello che ingeriamo ogni giorno senza accorgercene, convinti di mangiare “normale”. L'articolo “Attenzione agli effetti silenziosi del sale, soprattutto quello ‘travestito’: è come mangiare 22 pacchetti di patatine al giorno”: l’allarme della British Heart Foundation proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A Verona primo trattamento in Europa per il dolore cronico con elettrodi
Prima in Europa e seconda al mondo. È il primato che l’Azienda ospedaliera universitaria di Verona ha appena conquistato per aver impiantato con successo un nuovissimo dispositivo per la neurostimolazione midollare. Si tratta di un trattamento innovativo del dolore cronico: la procedura consiste nell’impiantazione di elettrodi nello spazio epidurale, collegati a un generatore di impulsi inserito sottocute. L’intervento è stato eseguito un uomo di 72 anni con una lesione traumatica del nervo sciatico che gli provocava un dolore cronico non rispondente a nessuna cura medica. Al termine dell’intervento di chirurgia ambulatoriale al Policlinico di Borgo Roma, durato circa due ore, il paziente ha beneficiato della procedura e dopo qualche giorno ha cautamente ripreso la sua vita quotidiana. A impiantare il dispositivo è stato il terapista del dolore Alvise Martini, membro dell’équipe guidata da Vittorio Schweiger, specialista in anestesiologia e rianimazione e direttore dell’Uoc terapia del dolore del Policlinico di Borgo Roma. Il modello utilizzato è l’Intellis TM-pro, prodotto da Medtronic, leader globale nel settore della tecnologia sanitaria. Il dispositivo, dotato della batteria più sottile presente sul mercato, permette un trattamento mininvasivo ma che garantisce comunque alte prestazioni terapeutiche. “Con questo primo impianto l’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona si conferma tra i centri di riferimento a livello nazionale e internazionale per il trattamento del dolore cronico. Il nostro obiettivo è di migliorare in modo concreto la qualità di vita delle persone che convivono con questa patologia” ha dichiarato Schweiger. L'articolo A Verona primo trattamento in Europa per il dolore cronico con elettrodi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Medicina, il caso degli studenti assegnati alla sede albanese con retta da 9mila euro. Interviene anche Bernini: “Incompatibile”
Non solo le polemiche e il caos per la sperimentazione del semestre filtro nell’accesso a Medicina, per la ministra dell’Università Anna Maria Bernini si apre anche il caso dell’istituto privato Nostra Signora del Buon Consiglio a Tirana. Sono infatti 220 gli studenti entrati in graduatoria e assegnati alla sede albanese dell’università Tor Vergata di Roma e che quindi dovranno pagare una rata annuale di 9650 euro. Secondo l’ateneo, i costi erano specificati nel momento in cui gli studenti hanno scelto l’opzione, ma non per la ministra che ha scelto di convocare il rettore Nathan Levialdi Ghiron: “Un simile regime di contribuzione risulta incompatibile con una piena ed effettiva attuazione del diritto allo studio che deve essere garantito a tutte le studentesse e a tutti gli studenti”, ha dichiarato, “indipendentemente dalla sede di frequenza”. Bernini ha inoltre fatto sapere di aver espresso “la necessità di un’immediata revisione” della retta da pagare. Una richiesta economica “sproporzionata rispetto ai principi che devono guidare il sistema universitario pubblico”. IL CORSO UNIVERSITARIO A TIRANA Da quest’anno, tra i 17.278 posti messi a bando dall’università, ci sono anche i 220 disponibili a Tirana. Un fatto noto da agosto: la nuova quota era inserita nel decreto del ministero dell’Università e della Ricerca, che elencava tutti i posti disponibili. Gli studenti spostati a Tirana frequenteranno un corso di laurea detto Joint Degree, organizzato Tor Vergata con l’’università di Nostra Signora del Buon Consiglio. In questo modo sono stati resi disponibili i 220 posti aggiuntivi per gli studenti in Medicina e Chirurgia. Dopo la pubblicazione della graduatoria l’8 gennaio, tuttavia, è esplosa la protesta di chi si è aggiudicato un posto in Albania. Non tanto per la sede, già prevista, bensì per la retta da oltre 9 mila euro: una somma fuori dai parametri di un’università statale italiana. IL COMUNICATO DI TOR VERGATA: “PASSAGGI AMMINISTRATIVI SALTATI DAGLI STUDENTI” In un comunicato, l’ateneo romano sottolinea la possibilità di dividere il pagamento della tassa universitaria in tre rate e allude a possibili sviste da parte dei ragazzi: “Nella polemica di questi giorni sembrerebbe essere saltata da parte degli studenti la valutazione di questi passaggi amministrativi aggiuntivi legati alla sede di Tirana. È di questi giorni l’ulteriore passaggio concordato tra i due atenei della rateizzazione in tre trance della retta annuale”. Per Tor Vergata, sul sito “sono evidenziati (addirittura in rosso per la sede di Tirana) i passaggi amministrativi successivi all’iscrizione in aggiunta a quelli già previsti dal MUR, per i candidati cittadini dei Paesi dell’Unione Europea, che hanno indicato tra le sedi scelte il Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia in joint degree con l’Università di Roma Tor Vergata presso la sede di Tirana – Università Cattolica Nsbc. il Joint degree prevede misure di accesso (i 3 esami del semestre filtro per questo anno accademico) proprie dell’ateneo romano, ma con le ulteriori formalità da espletare e soprattutto la retta da 9650 euro da pagare”. L'articolo Medicina, il caso degli studenti assegnati alla sede albanese con retta da 9mila euro. Interviene anche Bernini: “Incompatibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le quattro crepe del semestre aperto a Medicina: vogliamo più medici o solo un filtro diverso?
di Giuseppe Pignataro La graduatoria nazionale pubblicata l’8 gennaio, dopo il primo ‘semestre aperto’ per Medicina, è un test non solo per gli studenti: è un test per lo Stato. I numeri parlano senza retorica: 54.313 iscritti iniziali; 22.688 studenti risultati idonei; 17.278 posti disponibili. Tradotto: 5.410 idonei restano senza posto e 31.625 non risultano idonei. Chi pensava che il ‘numero chiuso’ fosse evaporato scopre che la programmazione non è un capriccio: è il nome burocratico di un vincolo materiale. In corsia non si entra in sovrannumero: servono reparti, tutor, tirocini e tempo di supervisione. L’idea del semestre aperto, sulla carta, aveva un’ambizione condivisibile: sostituire la lotteria di un test secco con un percorso di studio comune. Tre insegnamenti (Biologia, Chimica e propedeutica biochimica, Fisica), prove uniformi nazionali, due appelli. In teoria: meno ansia da quiz, più apprendimento. In pratica, l’esperimento ha mostrato fragilità strutturali che meritano un bilancio pubblico serio. Ma le istituzioni non si giudicano per le intenzioni: si giudicano per la qualità della loro ingegneria, per la coerenza delle regole e per l’equità delle condizioni iniziali. Qui le crepe sono almeno quattro. 1. La prima è didattica. Se l’esame è uguale per tutti, devono essere comparabili le condizioni di accesso alla didattica: aule, orari, docenza, esercitazioni. Invece il semestre ha vissuto di soluzioni emergenziali: in molte sedi modalità ibride, aule sature, streaming e turnazioni; altrove percorsi più ordinati. Quando la didattica è diseguale e la prova è uniforme, la diseguaglianza di contesto diventa diseguaglianza di esito. Non è un dettaglio: è giustizia procedurale. 2. La seconda è normativa: regole in movimento. A percorso avviato sono arrivati correttivi che hanno introdotto ‘sufficienze reintegrate’ e crediti da recuperare, e il punteggio finale considera solo i voti almeno 18, mentre gli insufficienti non contribuiscono. Si può difendere la scelta come tutela (nessuno viene ‘affondato’ da un singolo inciampo), ma comunica anche che la macchina non era stata stress-testata. Una selezione credibile non cambia metrica mentre gli atleti stanno correndo. 3. La terza è il tempo. Il semestre è un investimento ad alto rischio e, come ogni rischio, non pesa uguale su tutti. Non tutti possono permettersi mesi di studio intensivo senza un piano B; non tutti hanno spazi, dispositivi, serenità, supporto familiare. L’uguaglianza formale rischia di produrre disuguaglianza reale: chi ha meno risorse paga più caro lo stesso tentativo. 4. La quarta è il mercato che rinasce. Il filtro non elimina la domanda privata: la sposta. Non più solo ‘corsi per il test’, ma tutoraggi, recuperi, pacchetti di supporto per colmare i debiti. Se l’università pubblica non offre accompagnamento gratuito e robusto, il privato torna a essere scorciatoia per chi può pagare. Che fare allora? Prima scelta: chiamare le cose col loro nome. Il numero programmato va aggiornato e spiegato, non negato: potenziale formativo degli atenei e fabbisogni del Sistema Sanitario Nazionale devono guidare una programmazione pluriennale trasparente, altrimenti cambiamo solo il tipo di imbuto. E serve pubblicare dati completi (anonimi) su esiti, percorsi, recuperi e rinunce: senza evidenza, ogni riforma diventa tifoseria. Seconda scelta, più controversa ma coerente: tornare a una selezione ex ante in stile Tolc (migliorata) può costare meno, socialmente, del filtro ex post. Una prova ripetibile in più finestre, con banca dati pubblica, materiali gratuiti e tutoraggio pubblico riduce l’effetto ‘sei mesi persi’ e rende più chiaro il patto: entri se sei tra i migliori rispetto a posti realmente disponibili. Il primo semestre torna ad essere ciò che dovrebbe: università, non anticamera a rischio. In fondo, il punto non è ‘chi merita’, ma come lo Stato decide di distribuire una risorsa scarsa senza trasformare l’origine sociale in destino. Il merito, se non è accompagnato da condizioni, diventa una parola comoda. Per questo serve una valutazione indipendente dell’esperimento: non impressioni, ma evidenza. Infine, la domanda che resta: vogliamo più medici o solo un filtro diverso? Se la risposta è ‘più medici’, la partita è nella capacità formativa lungo tutta la filiera (tirocini, specialistica, strutture). Una politica che seleziona senza investire promette ciò che non può mantenere. La selezione è un patto di fiducia: quando le regole appaiono improvvisate, la fiducia si rompe. E senza fiducia, la vocazione diventa cinismo. L'articolo Le quattro crepe del semestre aperto a Medicina: vogliamo più medici o solo un filtro diverso? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli ospedali
di Angelo Bianco Sarà colpa della mia senilità precoce, che mi ha reso intollerante alla vacuità, ma io proprio non sopporto, ed uso un eufemismo educato, la passerella in ospedale dei politici – destra o sinistra non fa differenza perché per un selfie si ritrova unità parlamentare – che vanno a manifestare la personale gratitudine ai medici che hanno in cura i feriti di una strage che ha scosso l’opinione pubblica, quale è quella, ad esempio, di Crans-Montana. L’ultima in via di apparizione è stata l’onorevole Ronzulli, anche lei, come tanti altri suoi colleghi, pronta, mascherina e cappellino d’ordinanza scenica, ad unirsi al coro “grazie alla nostra sanità!” Se fossi stato io costretto a riceverne uno, chicchessia, gli avrei chiesto: “Scusi ma cosa significa la sua presenza solo oggi?” e, sempre più senilmente intollerante, difronte a tanta ipocrisia mediatica, “lei dove era, ieri, quando noi eravamo, sempre qui, a curare le vittime della strage del Ssn, di cui siete tutti responsabili?”. Avrei aggiunto polemicamente “questo è un ospedale pubblico, dove avete disinvestito a favore dei privati mentre questi, adesso, quali impegni hanno assunto per questi poveri ragazzi?” fino alla chiosa finale, che ce l’ho proprio qui, in punta di lingua, che non userò mai per leccare il culo al potente di turno: “Non so cosa farmene della sua gratitudine, oggi, ieri e domani, io sono un medico, io sono una persona seria, i pazienti sono tutti uguali anche se non sono illuminati dai riflettori perché noi siamo in guerra tutti gli altri 364 giorni.” La gratitudine è un sentimento nobile che non si usa per essere solidali ad una classe di lavoratori, da dirci tutti eroi solo quando il ritorno d’attenzione social è garantito tra un selfie e un post curato dal servizio d’immagine. Il nostro lavoro non cambia in tutti gli altri giorni dell’anno ma noi non sentiamo la vostra vicinanza, anzi. Avete nominato commissioni d’inchiesta sul Covid e siete, così, tutti a dirci di essere “complottisti” o, comunque, avete prestate il fianco elettorale a chi della protesta no-vax ne ha fatto, addirittura, un movimento d’opinione. Non avete promosso legge che ci assicuri dalle valanghe di denunce legali, così da farci dire, da tutti, che siamo “assassini”, una casta da esporre alla gogna, tanto che la vocazione medica, grazie a voi, è in una crisi senza fondo. Smettetela di violare la sacralità di un ospedale e di usare i riflettori di una tragedia per le vostre passerelle narcise e se ne avete, davvero, bisogno impulsivo, allora specchiatevi nella vostra coscienza e chiedete a lei se siete davvero degni di usare gratitudine nei nostri confronti e noi, magari, di dirvene grazie; ma, state sereni, almeno per quest’ultima sono io a darvene risposta, perché sarò anche vecchio ma non ho perso ancora la memoria: no, grazie. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli ospedali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Medicina, pubblicata la graduatoria: oltre 22mila idonei per 17mila posti
Sono 22.688 gli idonei a medicina e 17.278 i posti disponibili. Quindi, con la modifica introdotta dal ministero dell’università proprio per carenza di candidati che avevano superato tutte e tre le prove, ora non solo verranno coperti tutti i posti disponibili, ma ci sono anche più idonei dei posti a disposizione: circa 5mila dovranno adesso scegliere corsi affini. Agli ammessi a medicina vanno sommati i 1.535 per veterinaria e i 1.072 per odontoiatria. Sono quindi 25.387 gli studenti idonei all’iscrizione in graduatoria. Gli esami con voto superiore al 18 sono stati 19.089 per biologia, 21.763 per chimica, 10.011 per fisica. Al primo appello i promossi sono stati 16.401 a biologia, 12.713 a chimica, 5557 a fisica. Al secondo appello i promossi sono stati 4824 a biologia, 11.706 a chimica, 5.602 a fisica. Complessivamente hanno sostenuto le prove al primo appello 50.859 candidati, al secondo 45.789 studenti. Chi non ha raggiunto le tre sufficienze dovrà recuperare il debito formativo nell’ateneo che il 12 gennaio, giorno della pubblicazione della graduatoria nazionale, verrà assegnato. Sarà un decreto del ministero dell’Università e della Ricerca a definire tutti i dettagli. Coloro che non hanno conseguito crediti universitari durante il semestre potranno comunque iscriversi ad altri corsi – biotecnologie, scienze politiche, giurisprudenza e altro -, tramite finestre straordinarie, come previsto dalla legge che ha istituito il semestre aperto. MINISTRA BERNINI AI RETTORI: “50MILA NON PERDERANNO L’ANNO, UN TEMPO ESCLUSI 80MILA” In base ai dati emersi sul semestre aperto per l’accesso ai corsi di Medicina il nuovo modello sta consentendo l’immatricolazione in un corso di area medica o affine ad almeno 25mila studenti e offre ad altri 25mila la possibilità di orientarsi verso un percorso di studi alternativo, senza perdere l’anno accademico. È uno degli elementi illustrati dalla ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha avuto oggi un incontro con i rettori degli atenei italiani nella sede della Crui. Nel corso della riunione è stato inoltre richiamato il confronto con gli anni precedenti, quando l’accesso era regolato dal test d’ingresso e – a fronte di oltre 90mila domande e di circa 10mila posti disponibili – venivano di fatto esclusi ogni anno dall’ingresso a Medicina circa 80mila studenti. L'articolo Medicina, pubblicata la graduatoria: oltre 22mila idonei per 17mila posti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ridurre le porzioni non è nuovo, ma qui siamo davanti a qualcosa di diverso: il vero rischio è la sarcopenia”: l’allarme dell’esperta per il boom di “mini-menù” per chi assume farmaci dimagranti
Negli Stati Uniti – e ora timidamente anche in Europa – i ristoranti stanno adattando il menu a una nuova tipologia di cliente: chi assume farmaci agonisti del recettore GLP-1 (semaglutide e tirzepatide, noti per ridurre in modo significativo il senso di fame e commercializzati coi nomi rispettivamente di Ozempic e Mounjaro) e che fatica a sostenere un pasto completo. Nascono così i “mini-menu”: micro-porzioni pensate per appetiti ridotti, composte da piccoli assaggi ad alta densità di gusto ma basso volume. Si va da mini-burger da due bocconi a mezze porzioni di pasta, ciotoline monodose di cereali e verdure, dessert formato “mignon” e perfino cocktail alleggeriti per stomaci che si svuotano lentamente. Un’offerta accattivante per chi teme sprechi o si sazia in fretta, ma che può far passare l’idea che “mangiare meno” equivalga automaticamente a “mangiare meglio”. Dietro questa tendenza, però, possono nascondersi squilibri nutrizionali: proteine insufficienti, micronutrienti che non raggiungono la soglia minima, perdita di massa muscolare e un metabolismo che, invece di migliorare, si indebolisce. Per capire quali rischi reali corre chi sostituisce i pasti con mini-porzioni – soprattutto se assume agonisti recettoriali GLP-1 – abbiamo intervistato la professoressa Annamaria Colao, già Presidente Sie (Società italiana di endocrinologia) e professore ordinario di Endocrinologia e malattie del metabolismo, cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo sviluppo sostenibile, università Federico II di Napoli. “RIDURRE LE PORZIONI NON È NUOVO. MA QUI SIAMO DAVANTI A QUALCOSA DI DIVERSO” L’uso dei farmaci GLP-1 riduce l’appetito e porta molti pazienti a consumare mini-pasti o porzioni molto ridotte: quali sono i principali rischi nutrizionali che osserva in chi mangia troppo poco, troppo spesso e in modo non bilanciato? “La riduzione delle porzioni è una pratica vecchia. Qui però parliamo di una modalità completamente nuova, legata a farmaci che riducono in modo molto specifico il senso della fame. Non riguarda solo l’obesità, ma anche molte altre situazioni cliniche. Senza una guida medica, il rischio è di sbilanciare l’alimentazione. È fondamentale che il piano nutrizionale sia individuale: il digiuno prolungato non è indicato, molto meglio mangiare più volte al giorno cibi corretti dal punto di vista nutrizionale. Se parliamo di ‘mini-menu’ come rielaborazione economica del mercato della ristorazione, non vedo un vero rischio di sbilanciamento, purché questo tipo di cibo resti una scelta occasionale e non sostituisca il consumo quotidiano di verdura, frutta, cereali integrali e i cardini della dieta mediterranea”. “IL VERO RISCHIO È LA PERDITA DI MASSA MUSCOLARE E LA SARCOPENIA” Una dieta basata su porzioni minime può facilitare il dimagrimento, ma quanto aumenta il rischio di perdere massa muscolare, proteine e micronutrienti essenziali? Quali segnali dovrebbero far scattare un allarme clinico? “Una restrizione calorica importante e prolungata, se il comparto proteico non è adeguato, porta a ridurre la massa muscolare. E questo, alla lunga, significa sarcopenia. La massa muscolare è fondamentale non solo per il metabolismo degli zuccheri, ma anche per la salute delle ossa: meno muscolo significa più rischio di fratture da fragilità. Esistono vere e proprie patologie da carenza proteica, le vediamo per esempio nei bambini di aree povere del mondo. Per evitarle, bisogna garantire almeno un grammo di proteine per chilo di peso corporeo al giorno. Non parliamo di un grammo di carne o legumi, ma di proteine effettive, per cui le porzioni dovrebbero essere di circa 200-300 g di un piatto proteico. Chi affronta una terapia con agonisti recettoriali GLP-1 deve essere seguito da un medico che associ alla terapia un percorso nutrizionale e di esercizio fisico calibrato. Così si evitano carenze”. “GIOVANI, ANZIANI E DIABETICI: LE CATEGORIE PIÙ VULNERABILI” Se l’assunzione di cibo scende sotto il fabbisogno reale per effetto del farmaco, quali squilibri metabolici possono comparire nel medio periodo? Ci sono categorie di persone per cui i mini-pasti sono particolarmente sconsigliati? “A milioni di pazienti trattati non vediamo carenze quando il protocollo è seguito da mani esperte. Il problema nasce con il fai-da-te: c’è chi può rimanere quasi tutta la giornata senza mangiare. Le categorie più vulnerabili sono i diabetici, che hanno già uno squilibrio metabolico; i giovani, perché la loro macchina biologica è ancora in formazione; gli anziani, più esposti alla perdita di massa muscolare; e naturalmente le donne in gravidanza o allattamento, per le quali questi farmaci non sono indicati. In assenza di diagnosi e analisi individuali, non si può valutare il rischio reale. È essenziale che la terapia non venga gestita in autonomia”. “I MINI-MENU NON DEVONO SOSTITUIRE IL CIBO QUOTIDIANO” Dal suo punto di vista, quanto è pericoloso normalizzare i ‘mini-menu’ nella vita quotidiana? “I mini-menu sono spesso cibi che non rappresentano il massimo dal punto di vista salutare. Possono entrare nella vita quotidiana solo come cibo sociale, non come fonte di energia per l’organismo. Se utilizziamo i farmaci agonisti GLP-1 in un regime medico ben strutturato – terapia nutrizionale individuale, esercizio fisico, controlli regolari – i rischi non ci sono. Nel fai-da-te, invece, è impossibile escludere squilibri o eccessi di restrizione calorica. Serve un medico che valuti profilo fisiologico, necessità nutrizionali e metabolismo della persona”. L'articolo “Ridurre le porzioni non è nuovo, ma qui siamo davanti a qualcosa di diverso: il vero rischio è la sarcopenia”: l’allarme dell’esperta per il boom di “mini-menù” per chi assume farmaci dimagranti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sugli esami del semestre filtro a Medicina dico: i docenti di fisica dovrebbero fare un po’ di autocritica
In una delle tante riforme del sistema universitario fu fatto valere un principio ancora in vigore. Prima di quella riforma la “mortalità studentesca” era molto alta. Molti abbandonavano gli studi universitari senza ottenere il titolo, figurando nelle statistiche dei “morti”. Quando ho seguito i corsi di scienze biologiche, nel triassico inferiore, in aula eravamo centinaia al primo anno, ma i numeri si dimezzavano ad ogni anno di corso. Molti abbandonavano, e molti non riuscivano a star dietro al ritmo e andavano fuori corso, mettendoci anche dieci anni per laurearsi. A un certo punto, il ministro/a dell’Università fece un ragionamento aziendalistico: se una fabbrica lavora 100 pezzi e ne produce 20… allora funziona male. Se 100 ne entrano, 100 ne devono uscire, e nel tempo richiesto. In effetti la scuola pre-universitaria funzionava proprio così, e ancora lo fa. Ai famosi “miei tempi” ancora si rimandava e si bocciava (io sono stato bocciato due volte, al liceo) ma oggi si tende a non farlo più: tutti completano gli studi nei tempi giusti. E così dovrebbe essere anche all’università, in teoria. Se uno studente ha una vocazione, di solito è così. A me, ad esempio, piacevano gli animali e il sistema scolastico non riuscì ad eradicare la biofilia che caratterizza i giovani umani in età pre-scolare. Iscritto a scienze biologiche, trovai finalmente soddisfazione. Con due scogli iniziali: matematica e fisica. Intendiamoci, sono utili anche per i biologi (me ne accorsi molto tempo dopo) ma venivano insegnate come si insegnerebbero ai matematici e ai fisici. Nessun collegamento con le realtà biologiche a cui si applicano, e totale astrattezza, con formulazioni verbali e equazionali molto astruse. Le dovevi imparare e ripetere a memoria. Pensate a E=mc². L’energia equivale alla massa moltiplicata per la velocità della luce elevata al quadrato. Se si chiede: come mai la velocità della luce? E perché al quadrato? Si impara e si ripete, con ammirazione per Einstein, ma sono pochi i non fisici in grado di spiegarne il significato. Conoscere questa equazione non mi ha aiutato nel mio percorso di formazione di biologo. Come non mi hanno aiutato le dimostrazioni di teoremi che ho dovuto memorizzare per accontentare i sadici che facevano gli esami agli aspiranti biologi. Passato dall’altra parte della barricata, durante i consigli della facoltà di scienze, mi divertivo a sfruculiare i fisici e i matematici, che si lamentavano dell’ignoranza dei biologi. Scusa, ma tu sai che strada fa l’acqua che bevi fino a diventare pipì? – una delle mie domande preferite. Per rispondere si devono collegare l’apparato digerente con il circolatorio e il respiratorio, passare al metabolismo cellulare, per poi andare all’apparato escretore. Nessuno dei colleghi sapeva rispondere. Vedi? Tu non sai come funziona il tuo corpo. Gli studenti che prendi in giro lo imparano, ne sanno più di te. Tu ti fai forte di quel che sai, e ignori di essere un ignorante in biologia. Porta rispetto!!! Gli aspiranti medici hanno interessi ancora più focalizzati dei futuri biologi. A loro interessa una sola specie (la nostra) e devono imparare tutto di lei, delle sue magagne e dei modi per curarle. I teoremi e le equazioni non rientrano nei loro interessi principali. Per eliminare l’assurdità dei test di ammissione a Medicina, si è pensato di cambiare e di far seguire una serie di corsi agli aspiranti medici, al termine dei quali le porte di Medicina si spalancano solo agli studenti che superano gli esami di quei corsi. E che materia era coperta in quei corsi? Ma è logico: la fisica. E, guarda caso, il novanta per cento è stato bocciato. Se si imposta un corso di fisica per universitari, e si hanno questi risultati, i motivi non sono tanti. O l’istruzione pre-universitaria in fisica è un fallimento quasi totale, o il corso non è stato calibrato per fornire competenze adeguate per superare il test ad un numero significativo di studenti che aspirano a diventare medici, non fisici. Quel dieci per cento che lo ha superato potrebbe aver copiato, oppure potrebbe avere una magnifica inclinazione per la fisica che, però, non è una garanzia di predisposizione per la medicina. La ministra Bernini ha delle responsabilità in tutto questo, e capisco il suo nervosismo di fronte a contestazioni del suo operato. Però anche i docenti di fisica dovrebbero fare un po’ di autocritica. Ce li vedo a commentare, sadicamente, le prove di quei ciucci che vorrebbero fare Medicina. Ciucci che si sono divertiti a tormentare con supercazzole incomprensibili, se non ai fisici come loro. Intendiamoci, non sono così scemo da ritenere che la fisica sia un insieme di supercazzole. Sto parlando solo del modo di insegnarla. Tornando alle mie riunioni di facoltà, ho spesso proposto di tenere un corso gratuito di biologia per matematici e fisici, visto che sono abilitati ad insegnarla alle medie e che i loro corsi di laurea non la prevedono come materia di insegnamento. E li sfidavo: scommettiamo che potrei farlo diventare lo scoglio insormontabile dei vostri corsi di laurea? Non hanno mai accettato la scommessa. Se ci fosse un esame per accedere a fisica e si chiedessero competenze in medicina, probabilmente non sarebbero molti a sapere cosa siano il philtrum, il trago, la glabella e la lunula, anche se li vedono ogni volta che si guardano allo specchio. Scommettiamo che il 90% degli aspiranti fisici sarebbe bocciato? Un suggerimento: dare molto rilievo, nei corsi di laurea di matematica e fisica, ai corsi di didattica della matematica e della fisica. I Settori Scientifico Disciplinari in queste materie, infatti, sono in via di estinzione e questo spiega, forse, i risultati dei test di medicina. 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“Ho sempre pensato che i capelli cadono e poi ricrescono, ma sono disperata. Ho usato un farmaco anti-caduta e ora sono più calva di prima”: lo sfogo in lacrime di Maria Cribbs
Il minoxidil, soluzione topica ampiamente utilizzata per stimolare la crescita dei capelli, è finito sotto i riflettori social non per i suoi successi, ma per un effetto collaterale inatteso e drammatico: una grave perdita di capelli dopo l’interruzione del trattamento. A lanciare l’allarme è stata la conduttrice TV e content creator Maria Cribbs (@mariacribbs), che ha condiviso il suo dramma con oltre 378.000 spettatori su Tiktok. Puntando a una chiazza calva sul lato destro del cuoio capelluto, Cribbs ha posto una domanda: “Com’è possibile che il minoxidil, una volta che ho smesso di usarlo, mi abbia portato via più capelli di quanti me ne avesse dati?” Tirando indietro i capelli, la conduttrice ha mostrato un’attaccatura chiaramente arretrata e ha accusato i sostenitori del prodotto di non aver avvertito: “Non avete detto che una volta interrotto il prodotto, avrebbe fatto più danni di quelli che avevo inizialmente”. “NON SO SE I CAPELLI RICRESCERANNO” La frustrazione di Cribbs è palpabile. Sostiene che le sue “bordature” (quei capelli sottili e corti che si trovano lungo l’attaccatura del cuoio capelluto) siano peggiorate rispetto a prima di iniziare l’uso: “Non era così calvo, così lucido. Tutto sommato, era solo diradato, non solo nella zona che stavo cercando di far ricrescere”, racconta la donna, indicando il lato sinistro. “Ora è calvo”, A causa di questo, Cribbs ha annunciato di dover tornare ai suoi rimedi casalinghi “vecchia scuola” per tentare di recuperare la sua chioma. L’esperienza ha persino modificato la sua prospettiva sulla perdita di capelli. “Ho sempre considerato i capelli come ‘sono capelli, ricresceranno’ ma non so se ricresceranno”, confessa. “State certi che sto piangendo”, aggiunge. Il suo appello è chiaro: “Chiunque abbia usato il minoxidil per la crescita dei capelli e abbia smesso, per favore fatemi sapere se avete avuto una reazione o un effetto collaterale simile una volta interrotto e se i capelli sono ricresciuti”. ATTENZIONE AI SOCIAL Nel video successivo, Cribbs ha fornito un dettaglio cruciale: aveva usato il minoxidil “per uomini” (al 5%), su consiglio di un “dermatologo” su Tiktok, che sosteneva che la differenza fosse minima e che la versione maschile fosse solo “un po’ più forte”. Secondo il Charles Medical Group, l’utilizzo del minoxidil al 5% nelle donne può effettivamente portare a una maggiore perdita di capelli e a un aumento della peluria facciale a causa delle differenze ormonali tra i sessi. Alle donne si consiglia l’utilizzo della versione al 2%. Cribbs ha utilizzato il prodotto per tre mesi, notando inizialmente risultati, come la scomparsa di una chiazza calva. Ha però sperimentato anche effetti collaterali come un aumento della peluria corporea e un infoltimento indesiderato. Con l’interruzione, questi effetti collaterali (incluso l’indesiderato aumento della peluria facciale) stanno lentamente scomparendo, ma a un prezzo elevato. L’episodio serve da monito: prima di iniziare o interrompere qualsiasi trattamento per la crescita dei capelli, è fondamentale consultare il proprio medico o dermatologo e non affidarsi unicamente a consigli trovati sui social media. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Maria Cribbs (@mrsmariacribbs16) L'articolo “Ho sempre pensato che i capelli cadono e poi ricrescono, ma sono disperata. Ho usato un farmaco anti-caduta e ora sono più calva di prima”: lo sfogo in lacrime di Maria Cribbs proviene da Il Fatto Quotidiano.
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