“Il corpo femminile è mostruoso, dai quindici anni in poi ce lo chiarisce
qualunque parente e ce lo diciamo da sole quando pensiamo che nessuno ci senta”.
Questa è la frase di presentazione, che si legge nel retro del libro Utero con
vista, scritto da Domitilla Pirro e Benedetta Petroni e presentato alla Camera
dei Deputati con la giornalista del Fatto Quotidiano Silvia D’Onghia. Il testo,
che analizza l’intero organo femminile, ha come obiettivo quello di “gettare uno
sguardo empatico e intersezionale sulla salute riproduttiva delle donne,
destreggiandosi in mezzo agli stereotipi più radicati”. All’interno del volume
si trovano, come racconta Domitilla Pirro, coautrice del testo, testimonianze,
dati, fatti di cronaca, ma anche storie che le autrici hanno raccolto negli
ultimi anni, alcune delle quali hanno preso spunto da un loro lavoro precedente:
il podcast A Gambe Larghe. Gli argomenti sono molteplici, si va dalle
mestruazioni alla contraccezione, dalle inseminazioni all’interruzione
volontaria di gravidanza, fino alla menopausa e alla violenza ginecologica.
“Nella parte dedicata alle rappresentazioni – racconta Benedetta Petroni,
coautrice del testo – abbiamo analizzato film, serie tv, romanzi e anche
videogiochi. Nel capitolo sull’ovaio policistico, ci siamo rese conto che non
abbiamo trovato nessuna protagonista che soffrisse di questa problematica.
Questo vuol dire che nel momento in cui una persona riceve la diagnosi, potrebbe
proprio non sapere dell’esistenza dell’ovaio policistico.”
Durante la conferenza non sono mancati i richiami all’attualità, come la
necessità dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuola per scardinare alcuni
stereotipi ancora molto forti e presenti all’interno della nostra società.
“L’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa che non ha l’educazione sessuale nelle
scuole – dichiara Sara Ferrari, deputata del Partito democratico – e invece ne
abbiamo bisogno per costruire questa consapevolezza sulle tematiche di genere”.
“Consapevolezza necessaria per le stesse donne – le fa eco la collega Ilenia
Malavasi – che devono trovare la forza di parlare, denunciare, farsi ascoltare”.
L'articolo Dalle mestruazioni alla contraccezione, presentato il libro “Utero
con vista”: “Non si parla abbastanza dell’organo femminile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Medicina
Il camice bianco del futuro non ha fibre tessili, ma circuiti, e la sua voce è
il ronzio costante di un server. Se fino a ieri l’errore clinico era considerato
un’ineluttabile variabile statistica, oggi i 2 milioni e 600mila decessi annui
dovuti a diagnosi errate rappresentano una sfida che l’intelligenza artificiale
promette di vincere. Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerca
Farmacologica Mario Negri, sostiene infatti che l’AI sia ormai più brava dei
medici in carne ed ossa, prospettando un futuro in cui la tecnologia ridurrà
drasticamente queste tragiche statistiche.
A dare la reale dimensione numerica di questa superiorità sono strumenti come
l’orchestratore diagnostico di Microsoft basato su ChatGPT, in grado di
risolvere 8 casi clinici complessi su 10 laddove i professionisti umani si
fermano a soli 2 successi. Questa efficienza chirurgica ha anche già i suoi
avamposti fisici, come a Pechino dove è operativo dallo scorso anno il
gigantesco ospedale Cheng Show, con 42 medici virtuali e infermieri robotici
distribuiti su 21 reparti, in grado di processare 10mila diagnosi in una
manciata di giorni.
Tuttavia, questa accelerazione favorevole alla salute, non è priva di altri
problemi. Mentre l’India punta sugli small language model per democratizzare e
rendere più facile l’accesso alla sanità nel Paese più popoloso del mondo, i
padri dell’AI moderna, da Sam Altman a Demis Hassabis, avvertono che la velocità
dell’automazione ha superato le previsioni di sicurezza iniziali.
L’impatto di questa rivoluzione epocale si riverbera già sulle capacità
cognitive delle nuove generazioni. Studi come quelli del neuroscienziato Jared
Cooney Horvath evidenziano come la “Generazione Z”, quella dei nati tra il 1997
e il 2012, sia la prima nella storia dell’uomo a mostrare un quoziente
intellettivo inferiore a quello dei genitori. Un’involuzione cognitiva
attribuita non solo al consumo bulimico di contenuti digitali dai testi
brevissimi, ma anche all’abuso dell’AI per l’esecuzione dei compiti scolastici,
che starebbe atrofizzando capacità di approfondimento, memoria e pensiero
critico dei giovani.
In questo scenario di opacità tecnologica, appare la figura utopistica
dell’inventore Roberto Masini in quale una contromossa simbolica con il suo
dispositivo Teravac. Con questo computer fatto in casa solo utilizzando i relé,
Masini cerca di rendere visibili i passaggi logici delle macchine, trasformando
la “scatola nera” dell’algoritmo in un processo fisico, trasparente e
comprensibile all’occhio umano.
Nel frattempo, il confine tra biologico e sintetico diventa ancora più sottile
con robot umanoidi come Moya, prodotto dalla cinese Droidup e dotato non solo di
fattezze umane quasi perfette, ma addirittura di calore corporeo. Ma è nella
gestione della memoria che la tecnologia dell’AI tenta il sorpasso definitivo
sulla natura.
L’ultima frontiera non riguarda la cura dei vivi, ma l’automazione dell’assenza.
Il solito Mark Zuckerberg ha recentemente brevettato, tramite Meta, “cloni
digitali” dei defunti. Si tratta di simulacri addestrati su post, like e
commenti del caro estinto capaci di continuare a interagire online con la sua
rete di amici e conoscenti anche dopo la morte del titolare.
È la definitiva trasformazione dell’eredità umana in un algoritmo eterno e
ricorsivo, un brevetto che promette di rendere la nostra presenza sociale
immortale o, forse, semplicemente instancabile nella sua replica artificiale.
L'articolo Medici ‘artificiali’ e involuzioni cognitive: è nella gestione della
memoria che l’AI tenta il sorpasso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Oleggio è un paese del Piemonte di 13.000 abitanti situato alle soglie della
Lombardia. Da qui, un pomeriggio (qualche volta due) alla settimana, da sette
anni, il dottor Federico Canavesi, 63 anni, si mette in macchina e va a Milano.
Destinazione? Il Politruck sanitario di Emergency, una sorta di camion
attrezzato per le cure primarie che fa parte del “Programma Italia” della Ong.
Cure primarie che sono la sua specializzazione, visto che Federico è un medico
di medicina generale nel suo paese, una sentinella tra il paziente, il
territorio e le strutture specialistiche a cui indirizzare i pazienti. Federico
è passato attraverso il Covid – “Nella sfortuna noi siamo stati fortunati, la
nostra Asl è stata la prima che ha realizzato le unità di assistenza
territoriale per il Covid, quindi avevamo un grande supporto nel gestire a
domicilio i pazienti” –, ma al suo lavoro come medico “di base” ha sempre
aggiunto esperienze come volontario.
Ad esempio, in Albania, dove ogni anno va insieme a un gruppo di dentisti, una
pediatra, un cardiologo e dei fisioterapisti a visitare zone rurali per offrire
cure gratuite per chi ne ha bisogno. Oggi il progetto a cui si dedica è quello
di Emergency. “Non sono un chirurgo di guerra, ma in questo momento in cui la
tutela dei diritti e la solidarietà sembrano scemare ho pensato che su questo
fronte potevo essere assai utile”. Il progetto offre infatti assistenza
sanitaria alle persone che non hanno accesso al Sistema sanitario nazionale in
maniera strutturale. Migranti senza permesso o irregolari, persone che non sono
a conoscenza del diritto di avere le cure. Sono uomini ma anche donne, “ad
esempio molte donne che vengono dal Sud America a fare le badanti, poi magari il
loro permesso di soggiorno scade e restano in un limbo”.
Federico racconta: “Ci spostiamo con il nostro autobus nelle zone di Milano con
maggiore bisogno, la stazione centrale, la zona di San Siro e altre parti della
realtà milanese. I pazienti accedono alla nostra struttura mobile per esigenze
sanitarie ma anche amministrative, come ottenere il codice STP (Straniero
Temporaneamente Presente) che consente l’accesso agli esami e alle cure”. Che
tipo di pazienti transitano qui? “Inizialmente mi aspettavo soprattutto persone
senza dimora che dormivano all’aperto o magari qualcuno infortunato, in verità
la stragrande maggioranza delle utenze è costituita, una cosa che mi ha stupito,
da pazienti cronici. Persone che soffrono di diabete, hanno una cardiopatia, una
broncopneumopatia cronica ostruttiva, ma anche, addirittura, malattie
neoplastiche. Cerchiamo di trovare il modo, secondo le normative vigenti, perché
la loro necessità di cura sia rispettata, compilando le impegnative, richiedendo
gli accertamenti necessari alla gestione della loro situazione, fornendo alcuni
farmaci a disposizione (possiamo prescrivere esami ma non prescrivere ricette).
Un po’ le stesse cose che faccio con i miei pazienti, solo che queste persone
sono in condizione di fragilità maggiore perché la loro situazione abitativa,
logistica e sociale è ancora più pericolosa, quindi rischiano di avere
complicanze maggiori”.
Si tratta, ripete Federico, soprattutto di persone che non hanno il permesso di
soggiorno, persone che senza l’aiuto di Emergency finirebbero al Pronto soccorso
“ma solo nel momento in cui si verifica l’emergenza e qualcosa si rompe. Noi
cerchiamo di fare in qualche modo prevenzione e in questo senso facciamo
risparmiare il Sistema sanitario nazionale, riducendo gli accessi in pronto
soccorso, appunto”. Nell’autobus ci sono anche infermieri che lavorano sul
fronte dell’educazione alimentare, all’igiene all’attività fisica. Ci sono a
disposizioni anche vari depliant in diverse lingue, con informazioni e numeri
utili e soprattutto, fondamentali, ci sono mediatori culturali che accompagnano
traducono e supportano in ogni relazione con il sistema sanitario. “Senza di
loro non potremmo far niente”, precisa Federico.
Il fatto di essere una presenza costante sul territorio e stabile consente anche
alle persone di fare gli esami necessari e di riportarli agli stessi medici. A
volte i medici di Emergency riescono anche a regolarizzare la posizione delle
persone che a quel punto vengono messe in contatto con un medico di famiglia.
Mentre si cura, ovviamente, si ascoltano anche molte storie. “Sono storie che a
volte ci commuovono, a volte ci fanno rabbia, ogni persona si porta dietro un
viaggio dalle parti più lontane del mondo. C’è chi ha cercato di curarsi il
diabete con le erbe che gli erano state consigliate prima della partenza, c’è la
persona uscita dal carcere che non sa più dove andare, c’è la ragazza che arriva
da una delle tante rotte migratorie e ci chiede consulenza su come gestire
problemi di salute ginecologica”. Una persona che le è rimasta particolarmente
impressa? “Forse”, conclude Federico, “un signore che veniva dall’Egitto,
probabilmente perseguitato politico, era passato per i centri di permanenza
temporanea in Libia e gli avevano danneggiato malamente una spalla, forse a
bastonate o con il calcio di un fucile. Era disperato perché facendo il
falegname non poteva lavorare e non riusciva a lavorare per mandare i soldi ai
figli in Egitto. Ma ci sono anche momenti leggeri, in cui si sorride: ricordo ad
esempio un ragazzo che aveva fatto la rotta balcanica – venendo dall’Afghanistan
– e aveva i piedi tutti blu ed era disperato pensando di avere una malattia.
Invece i piedi erano blu semplicemente perché indossava da due mesi le stesse
scarpe da ginnastica di quel colore”.
L'articolo Federico Canavesi e i volontari del camion sanitario di Emergency a
Milano: “Curiamo molti pazienti cronici” proviene da Il Fatto Quotidiano.
I medici italiani contro la plastica. È un fronte massiccio e inedito quello che
si è formato a favore della “Campagna Nazionale per la Prevenzione dei Danni da
Plastica per la Salute”, promossa dall’Associazione Italiana Medici per
l’Ambiente (ISDE) e dalla Rete Italiana Medici Sentinella (RIMSA). Il gruppo di
lavoro è formato da 43 specialisti coordinati da Maria Grazie Petronio, medica
specialista in Igiene e Medicina preventiva, Epidemiologia e Sanità pubblica e
Nefrologia.
Le sigle che aderiscono sono talmente tante che è quasi impossibile elencarle
tutte. Tra queste, come collaboratori, la Federazione Italiana Medici di
Medicina Generale (FIMMG), l’Associazione Medici Endocrinologi (AME), la Società
Italiana di Pediatria (SIP), la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti
Ospedalieri Internisti (FADOI), mentre a dare il patrocinio, oltre al Ministero
dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), ci sono la Federazione
Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), la
Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane (FISM), il Sindacato
Medici Pediatri di Famiglia (SiMPeF). Hanno poi aderito anche 43 ordini
provinciali dei medici chirurghi e degli odontoiatri, altri ordini professionali
e numerose Federazioni, Società e Associazioni Scientifiche mediche e delle
professioni sanitarie, come la Società Italiana Riproduzione Umana – SIRU – e
poi i reumatologi, gli anestesisti pediatrici, gli epidemiologi, gli
allergologi, alcune aziende sanitarie, 500 tra medici, farmacisti, biologi,
docenti e una serie corposa di associazioni e comitati di cittadini.
LINEE GUIDA PERCHÉ LA “SPESA SBALLATA® DIVENTI REALTÀ”
La campagna prevede una serie di tappe e diversi gruppi di lavoro tematici. Uno
dei progetti più importanti della campagna è quello “Spesa Sballata® –
Dimensione Italia”, nato dall’incontro tra questo team e quello storico del
progetto Spesa Sballata® della Provincia di Varese. Dal progetto è nato un
documento che fornisce Linee di Indirizzo Igienico-Sanitarie per acquisti in
contenitori riutilizzabili, coerenti con il Decreto Clima, la Direttiva europea
SUP, fino al nuovo Regolamento UE 2024/1234 sugli imballaggi, che dal 2027
obbligherà gli esercizi ad accettare i contenitori portati dai clienti e dal
2028 a offrirne di riutilizzabili. Altri due progetti della campagna riguardano
la plastica nello sport e, ovviamente, le scuole (“Abbiamo incontrato 7.200
bambini da Sondrio alla Sicilia”, spiega Petronio), dove il tentativo è anche
quello di sensibilizzare le istituzioni scolastiche sui danni prodotti
dall’eccessivo consumo di acqua in bottigliette di plastiche e cibi
ultraprocessati e imballati in plastica erogati dai distributori automatici, “da
sostituire con punti di erogazione dell’acqua di rete in spazi comuni, per
ricaricare le borracce, invece di essere costretti a usare i bagni”, nota ancora
Petronio. Altro filone significativo quello della plastica nella sanità, cioè
soprattutto negli studi medici e negli ospedali. Ma i fronti tematici che la
campagna affronta sono tantissimi e vanno dai materiali a contatto con gli
alimenti (MOCa) all’esposizione alla plastica nei primi mille giorni di vita,
dal rapporto tra Suv e inquinamento da plastica a quello tra plastica e
abbigliamento, plastica e cosmetica. E poi: microplastiche e fertilità e
plastica in odontoiatria.
VOLANTINI NEGLI STUDI MEDICI E NEI CORSI PREPARTO
“Come primo momento, la campagna ha previsto la formazione dei medici, che
abbiamo fatto diffusamente sia on line, che con convegni in presenza, sulla
stampa ma anche inviando i materiali scaricabili da mettere negli studi (si
possono scaricare qui), spiega Maria Grazia Petronio. “Come seconda fase,
abbiamo iniziato a elaborare progetti per la cittadinanza, stilando dei
decaloghi, ad esempio quello per le donne in gravidanza, che abbiamo portato,
grazie ad un accordo con la Federazione Nazionale Ostetriche, nei corsi preparto
in gravidanza”.
I rischi da esposizione alla plastica sono noti da decenni e sottostimati, dal
momento che delle 16.000 sostanze chimiche utilizzate nel ciclo produttivo il
75% non è stato valutato per la salute umana, di quelle valutate oltre 4.200
sono valutate altamente pericolose, 1.500 cancerogene mutagene o tossiche per la
riproduzione e 47 interferenti endocrini. La rivista medico-scientifica “The
Lancet” ha istituito di recente uno strumento, il “The Lancet Countdown on
health and plastics” per monitorare gli effetti sulla salute da esposizione alla
plastica, definendo l’inquinamento da plastica un rischio grave, crescente e
poco riconosciuto per la salute planetaria. “L’impatto complessivo sulla
plastica è difficile da stimare, perché bisogna considerare l’intero ciclo di
vita”, spiega la coordinatrice del gruppo di lavoro della campagna. “Dalle fasi
di estrazione delle materie prime fossili alla fase della produzione
(responsabile del 5% delle emissioni industriali globali di gas serra), al
degrado nell’ambiente”.
Tra gli effetti riportati da “The Lancet”, e riferiti solo all’esposizione a
sostanze chimiche plastiche, troviamo: la compromissione del potenziale
riproduttivo, effetti perinatali, riduzione delle funzioni cognitive, resistenza
all’insulina, ipertensione e obesità nei bambini e diabete di tipo 2, malattie
cardiovascolari, ictus, obesità e cancro negli adulti. Aumentano inoltre i
rischi infettivi dovuti alla capacità acquisita dalle zanzare di deporre le uova
nei rifiuti di plastica. E aumenta anche il fenomeno dell’antibimicrobico
resistenza, grazie alla capacità dei batteri di colonizzare la plastica. Infine,
nota Petronio, “abbiamo la drammatica diffusione delle micro e nanoplastiche MNP
(particelle di plastica piccolissime) nell’ambiente e in tutti gli organi del
corpo umano”.
La campagna pone infine l’accento sulla sicurezza delle plastiche riciclate (ci
sono prove crescenti che la plastica riciclata sia suscettibile di rilasciare un
maggior numero di sostanze chimiche, e il processo è molto inquinante). E su
quelle biodegradabili, alcune delle quali possono, come le altre, frammentarsi
in microplastiche e/o rilasciare sostanze chimiche potenzialmente tossiche. “Non
tutti i materiali plastici biobased sono biodegradabili e compostabili. I
materiali compostabili possono essere utilmente impiegati per la raccolta
differenziata dell’organico destinato ad un impianto industriale di
compostaggio, ma non possiamo pensare”, conclude Petronio, “che si possano
degradare rapidamente anche nell’ambiente”.
L'articolo Dalla salute riproduttiva a ictus e cancro, i medici italiani contro
i danni da plastica: parte una campagna per la prevenzione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Cuba sta vivendo giorni difficili. Le politiche ostili dell’amministrazione
Trump hanno messo l’isola in ginocchio. Per reagire all’embargo petrolifero
imposto dagli Usa, L’Avana ha dovuto adottare un drastico razionamento del
carburante, con gravi ripercussioni sull’economia locale e, soprattutto, sulla
vita delle persone, private di servizi fondamentali come trasporti e sanità.
Adesso, il governo ha lanciato un allarme sanitario denunciando che oltre 32mila
donne incinte si trovano attualmente in condizioni di rischio per la loro salute
a causa del blocco energetico: a renderlo noto è un comunicato del ministero
della Sanità, che sottolinea come la crisi stia colpendo in modo esteso non solo
le gestanti, ma anche altre categorie particolarmente vulnerabili.
Secondo quanto riferito dalle autorità cubane, l’emergenza riguarda “tutti i
servizi vitali per neonati, minori, diabetici, malati di cancro e per coloro che
necessitano di interventi chirurgici o cure d’urgenza”. Tra le conseguenze più
gravi, viene segnalata in particolare la difficoltà per le donne incinte di
accedere “alle ecografie ostetriche per il monitoraggio fetale e ai test
genetici per la diagnosi tempestiva di malformazioni”, si legge nel comunicato.
Il problema non si limita alla diagnostica.
Le autorità denunciano anche “limitazioni nella mobilitazione delle équipe”
mediche e “la disponibilità molto limitata di ambulanze per le emergenze e le
cure urgenti”, fattori che ostacolano la capacità del sistema sanitario di
rispondere tempestivamente alle situazioni critiche. L’attuale situazione
“finisce per ripercuotersi anche sulla funzionalità complessiva di ospedali,
reparti specializzati, sale operatorie e unità di terapia intensiva”, aggravando
ulteriormente un quadro già fragile. Nel comunicato, il governo castrista accusa
direttamente Washington, definendo il blocco un “atto criminale” che “mette in
pericolo la vita di milioni di persone”.
L'articolo “Donne incinte, neonati e malati a rischio per il blocco energetico
degli Usa”: a Cuba è crisi sanitaria proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Comitato per la sicurezza (Prac) dell’Agenzia europea del farmaco Ema ha
raccomandato il ritiro dal mercato Ue dei medicinali contenenti levamisolo,
principio attivo utilizzato per il trattamento delle infezioni da vermi
parassiti.
Gli esperti del Prac si sono espressi con un parere, stilato dopo una revisione
della sicurezza del farmaco a livello dell’Unione europea, in cui si sottolinea
che “i benefici di questi medicinali non superano più i rischi” e hanno
evidenziato “un raro, ma grave effetto collaterale“: la leucoencefalopatia, “che
colpisce la sostanza bianca del cervello“. Lo comunica l’agenzia regolatoria
europea dopo l’ultima riunione del Prac, dal 9 al 12 febbraio.
L’Ema ha dichiarato in una nota che le analisi hanno mostrato che i sintomi di
leucoencefalopatia possono manifestarsi dopo una singola dose di levamisolo e
possono svilupparsi da un giorno a diversi mesi dopo il trattamento. Non
esisterebbe, secondo la revisione, alcuna misura per ridurre il rischio o alcun
gruppo di persone che potrebbe essere a maggior rischio di sviluppare
leucoencefalopatia con l’uso di levamisolo.
Considerando che i medicinali a base di levamisolo sono utilizzati per trattare
lievi infezioni da vermi parassiti e che la leucoencefalopatia indotta da
levamisolo è una condizione grave con un esordio imprevedibile, il rapporto
beneficio-rischio di questi medicinali è stato considerato negativo. Per questa
ragione, i farmaci contenenti tale principio attivo non saranno più disponibili
in Ue.
Il Prac ha quindi approvato una comunicazione rivolta agli operatori sanitari
(Dhpc) per informarli della raccomandazione di ritirare i medicinali a base di
levamisolo dal mercato dell’Unione. I rischi sono troppo alti rispetto ai
benefici ottenuti dai farmaci contenenti tale principio attivo. Il Dhpc per i
medicinali contenenti levamisolo sarà diffuso ai professionisti sanitari
interessati dai titolari dell’autorizzazione all’immissione in commercio,
secondo un piano di comunicazione concordato, e pubblicato sulla pagina
Comunicazioni dirette ai professionisti sanitari e nei registri nazionali degli
Stati membri dell’Ue.
L'articolo Ema ritira i farmaci contenenti levamisolo: “Rischi di gravi effetti
collaterali” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nei trattamenti medici esiste una componente tecnica e una umana. La parte
tecnica si manifesta in protocolli di intervento, in esami standardizzati e in
tecniche chirurgiche o mediche ripetitive. La parte umana nella
personalizzazione della diagnosi, che il più delle volte è plurima soprattutto
negli anziani (comorbidità).
Occorre individuare assieme al paziente un percorso terapeutico che risponda al
meglio alla complessità della situazione e alle sue scelte e idee sulla vita. In
certi casi, tipo effettuare una radiografia, la tecnica predomina, anche se non
bisogna mai sottovalutare l’aspetto umano, mentre in altri come una visita ad un
anziano con tanti acciacchi da parte del suo medico di famiglia, al contrario,
la parte umana prevale.
Ho fatto questa premessa perché ritengo che il “rapporto medico-paziente” e la
“relazione empatica” siano prevalenti nella fase attuale della medicina in
moltissime situazioni cliniche. Parecchie esternazioni di valenti scienziati o
opinionisti negli ultimi tempi tendono, purtroppo, a minare questi fondamentali
elementi presenti nella vita sanitaria di ogni persona che si reca dal medico.
Persone autorevoli affermano, forse per sponsorizzare qualche libro, che i
medici non sanno gli effetti delle medicine che prescrivono, che l’intelligenza
artificiale è molto meglio del medico nel formulare le diagnosi, che le medicine
hanno tutte effetti collaterali di cui il medico pare non avere consapevolezza.
Sparare sulla classe medica è divenuto una sorta di sport nazionale. Sono in
tanti che si ergono a paladini di ideologie antimedicina. Naturalmente le
ricette si sprecano tipo vivere in modo naturale, usare sostanze naturali,
mangiare quello che dice il guru di turno, fare esercizi o pratiche che il
santone della porta accanto ritiene adeguate. Rammento che anche le medicine
derivano perlopiù da sostanze naturali e che anche la morte e la sofferenza sono
naturali.
I medici sanno benissimo che – se non necessarie – certe cure è meglio non
farle. Ben vengano le teorie su come vivere a lungo e in benessere ma, come
affermava un mio vecchio professore, “la prima cosa da fare sarebbe scegliersi i
genitori per avere un patrimonio genetico che ci permetta di vivere bene e in
salute”.
Questo post non vuole però confutare le teorie sulla salute che ogni individuo
ha il diritto di avere. Se una persona vuole fare questo o quello per stare bene
lo faccia, ma non criminalizzi chi deve prendere farmaci. Se un bambino nasce
con un problema che richiede un farmaco cosa facciamo? Per seguire la teoria
antimedicina dell’ultima moda non gliela diamo?
Immagino come si sentono i pazienti dopo aver letto le esternazioni in cui si
afferma che i medici non sanno gli effetti delle medicine. Smetteranno di
assumerle mettendo a rischio la loro vita? Con che spirito andranno dal loro
medico che secondo l’opinionista à la page “non ne sa nulla”? Non si rendono
conto questi valenti opinionisti che con le loro esternazioni, soprattutto se
sono persone autorevoli, minano il rapporto medico-paziente e l’empatia che
dovrebbe instaurarsi per poter curare efficacemente la persona sofferente?
Rimango sempre meravigliato per il silenzio dell’ordine dei medici. Credo che
qualcuno che rappresenti tutta la categoria dovrebbe difendere il povero medico
che ora funge da ”punching ball” per i politicanti, gli opinionisti in cerca di
like e i guru improvvisati.
Vorrei ribadire con forza che nessuno dei colleghi che conosco usa le medicine a
casaccio. Io personalmente conosco benissimo i pro e i contro dei farmaci che
utilizzo. Li somministro per il tempo necessario e in accordo col paziente in
base a una valutazione che coinvolge il suo punto di vista.
Sfido questi opinionisti a usare intelligenze artificiali o teorie strampalate
per avere buoni risultati coi veri pazienti. L’intelligenza artificiale al
momento è un ottimo ausilio, ma non è in grado di fornire una cura adeguata al
paziente complesso che abbisogna di empatia.
L'articolo Certe ideologie o guru improvvisati minano il rapporto
medico-paziente: l’empatia invece è fondamentale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si spacciavano per funzionari pubblici, ma i tecnici informatici non ci erano
cascati. La Procura e la Polizia postale di Bologna hanno aperto un’indagine su
due casi di truffa relativi al corso di Medicina, nello specifico sulle domande
degli esami obbligatori per superare il semestre filtro introdotto dal governo
Meloni. L’inchiesta è strutturata in due filoni ed è partita con le denunce di
Cineca, il consorzio interuniversitario che ha gestito le prove di Chimica,
Fisica e Biologia per conto del ministero dell’Istruzione.
Da Casalecchio di Reno il maggior centro di calcolo italiano ha curato la
logistica e la parte informatica per gli appelli del 20 novembre e del 10
dicembre degli esami previsti. Qualche giorno prima del secondo appello degli
hacker avevano adottato la tecnica del phishing con l’obiettivo di venire a
conoscenza delle domande per il test di Fisica. Questo genere di truffa
informatica, infatti, consiste nel fingersi un ente e tramite email, SMS o
messaggi indurre così le vittime a rivelare informazioni sensibili.
In questo caso, i malintenzionati dichiaravano di essere colleghi del Cineca o
dipendenti del Miur. Ma il personale del consorzio non aveva abboccato a questi
raggiri: prima avevano segnalato la questione ai vertici aziendali e poi
denunciato tutto all’autorità informatica. Sotto le indicazioni degli agenti,
gli addetti avevano teso una trappola ai truffatori, inviando loro dei link
utili a identificarli.
Il secondo filone dell’indagine riguarda alcuni studi legali che avevano diffuso
notizie false sulla regolarità delle prove per il semestre filtro. Il 9 dicembre
2025, il giorno prima del secondo appello, sui profili social di alcuni avvocati
erano stati pubblicati degli screenshot con le presunte domande d’esame. Una
mossa che, oltre a diffondere informazioni false, era una tattica per dimostrare
l’irregolarità dei test e indurre le persone a presentare ricorso, con tanto di
listino prezzi dei servizi offerti.
L'articolo Esami del semestre filtro di Medicina, tra phishing e fake news:
inchiesta su truffe informatiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Inghilterra l’allarme è ormai ufficiale: secondo la British Heart Foundation,
gli adulti consumano ogni giorno una quantità di sale pari a quella contenuta in
22 pacchetti di patatine. Un numero che fa notizia, ma che rischia di essere
liquidato come l’ennesima stranezza d’Oltremanica. In realtà, avverte il
professor Pierluigi Rossi, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università
di Siena, medico specialista in Igiene e medicina preventiva, il problema è
molto più vicino di quanto si pensi e riguarda anche l’Italia: “La vera
questione non è quanto sale aggiungiamo a tavola, ma quanto sodio ingeriamo
senza saperlo attraverso alimenti apparentemente innocui”.
Un problema europeo, non britannico
Trasferire automaticamente i dati inglesi all’Italia sarebbe scorretto, ma
ignorare il trend sarebbe ingenuo. Anche nel nostro Paese il consumo medio di
sale resta intorno ai 10 g al giorno, circa il doppio rispetto alle
raccomandazioni. Più della metà del sodio introdotto non viene dalla cucina
domestica, ma da pane, prodotti da forno, formaggi, salumi, piatti pronti e
ristorazione collettiva. Alimenti che fanno parte della quotidianità e che
raramente percepiamo come “salati”.
Il sodio come disturbatore sistemico
Ridurre il problema alla sola ipertensione significa perdere di vista il quadro
complessivo. “Il sodio in eccesso trattiene liquidi, aumenta il volume del
sangue e restringe i vasi, mettendo sotto stress cuore e reni – sottolinea Rossi
-. Ma agisce anche su altri fronti: rallenta lo svuotamento dello stomaco,
favorendo reflusso e disturbi digestivi; ostacola l’assorbimento del calcio, con
effetti progressivi su ossa e rischio di osteoporosi; altera l’equilibrio
elettrolitico, aumentando l’eliminazione di potassio e magnesio”.
EFFETTI SILENZIOSI E “SALE TRAVESTITO”
Effetti silenziosi su cervello e metabolismo
Nel tempo, questo squilibrio può tradursi in insonnia, stanchezza cronica,
ridotta tolleranza allo sforzo. Studi recenti suggeriscono anche un legame tra
consumo elevato di sodio e aumento del rischio di diabete e declino cognitivo.
“Il sodio – sottolinea il nostro esperto – entra nel sangue, nei tessuti,
perfino nel cervello, creando un disordine biochimico che spesso non avvertiamo
subito”.
Perché l’industria ama il sale
Il punto chiave resta l’industria alimentare. Il sodio è un potente stimolatore
dell’appetito: rende i cibi più desiderabili, riduce il senso di sazietà e
spinge a mangiare di più. È uno strumento commerciale formidabile. Non a caso è
onnipresente nei prodotti ultraprocessati. Un indicatore pratico? “Più
l’etichetta è lunga – osserva Rossi – più il cibo è artificiale. E il contenuto
di sale è spesso il primo segnale di junk food”.
Il sale che non riconosciamo
Il problema è aggravato dal cosiddetto “sale travestito”. Non compare solo come
cloruro di sodio, ma come glutammato monosodico, bicarbonato, fosfati, nitriti,
alginati, benzoati. Nomi tecnici che sfuggono al consumatore, ma che
contribuiscono in modo sostanziale al carico quotidiano di sodio. Saper leggere
le etichette diventa quindi una competenza di salute pubblica, non un dettaglio
da specialisti.
I BAMBINI E IL SALE: QUALE RISCHIO CORRONO?
Piccoli gesti, grandi effetti
Ridurre il sale, in ogni caso, non significa mangiare triste. Significa cambiare
abitudini. Togliere la saliera dalla tavola, non superare i 5 grammi di sale al
giorno, “usare erbe aromatiche, spezie, aceto o limone per insaporire. Il palato
si rieduca nel giro di poche settimane, anche se con l’età tende a richiedere
dosi maggiori per ottenere la stessa gratificazione. Proprio per questo
intervenire prima è decisivo”, sottolinea Rossi.
Educazione precoce e scelte collettive
Un capitolo a parte riguarda i bambini. “Il gusto per il salato non è innato: si
forma nei primi mesi di vita”, ci ricorda il professor Rossi. Abituare fin da
subito a sapori meno salati significa investire in salute futura. Ma la
responsabilità non può essere solo individuale. Etichette chiare, limiti al
contenuto di sale nei prodotti industriali e nella ristorazione collettiva
incidono sulla salute pubblica molto più delle singole scelte isolate”. In
definitiva, il sale non è un nemico da demonizzare. L’eccesso quotidiano sì. E
oggi il vero problema non è quello che aggiungiamo consapevolmente al piatto, ma
quello che ingeriamo ogni giorno senza accorgercene, convinti di mangiare
“normale”.
L'articolo “Attenzione agli effetti silenziosi del sale, soprattutto quello
‘travestito’: è come mangiare 22 pacchetti di patatine al giorno”: l’allarme
della British Heart Foundation proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima in Europa e seconda al mondo. È il primato che l’Azienda ospedaliera
universitaria di Verona ha appena conquistato per aver impiantato con successo
un nuovissimo dispositivo per la neurostimolazione midollare. Si tratta di un
trattamento innovativo del dolore cronico: la procedura consiste
nell’impiantazione di elettrodi nello spazio epidurale, collegati a un
generatore di impulsi inserito sottocute.
L’intervento è stato eseguito un uomo di 72 anni con una lesione traumatica del
nervo sciatico che gli provocava un dolore cronico non rispondente a nessuna
cura medica. Al termine dell’intervento di chirurgia ambulatoriale al
Policlinico di Borgo Roma, durato circa due ore, il paziente ha beneficiato
della procedura e dopo qualche giorno ha cautamente ripreso la sua vita
quotidiana.
A impiantare il dispositivo è stato il terapista del dolore Alvise Martini,
membro dell’équipe guidata da Vittorio Schweiger, specialista in anestesiologia
e rianimazione e direttore dell’Uoc terapia del dolore del Policlinico di Borgo
Roma. Il modello utilizzato è l’Intellis TM-pro, prodotto da Medtronic, leader
globale nel settore della tecnologia sanitaria. Il dispositivo, dotato della
batteria più sottile presente sul mercato, permette un trattamento mininvasivo
ma che garantisce comunque alte prestazioni terapeutiche.
“Con questo primo impianto l’Azienda ospedaliera universitaria integrata di
Verona si conferma tra i centri di riferimento a livello nazionale e
internazionale per il trattamento del dolore cronico. Il nostro obiettivo è di
migliorare in modo concreto la qualità di vita delle persone che convivono con
questa patologia” ha dichiarato Schweiger.
L'articolo A Verona primo trattamento in Europa per il dolore cronico con
elettrodi proviene da Il Fatto Quotidiano.