Si spacciavano per funzionari pubblici, ma i tecnici informatici non ci erano
cascati. La Procura e la Polizia postale di Bologna hanno aperto un’indagine su
due casi di truffa relativi al corso di Medicina, nello specifico sulle domande
degli esami obbligatori per superare il semestre filtro introdotto dal governo
Meloni. L’inchiesta è strutturata in due filoni ed è partita con le denunce di
Cineca, il consorzio interuniversitario che ha gestito le prove di Chimica,
Fisica e Biologia per conto del ministero dell’Istruzione.
Da Casalecchio di Reno il maggior centro di calcolo italiano ha curato la
logistica e la parte informatica per gli appelli del 20 novembre e del 10
dicembre degli esami previsti. Qualche giorno prima del secondo appello degli
hacker avevano adottato la tecnica del phishing con l’obiettivo di venire a
conoscenza delle domande per il test di Fisica. Questo genere di truffa
informatica, infatti, consiste nel fingersi un ente e tramite email, SMS o
messaggi indurre così le vittime a rivelare informazioni sensibili.
In questo caso, i malintenzionati dichiaravano di essere colleghi del Cineca o
dipendenti del Miur. Ma il personale del consorzio non aveva abboccato a questi
raggiri: prima avevano segnalato la questione ai vertici aziendali e poi
denunciato tutto all’autorità informatica. Sotto le indicazioni degli agenti,
gli addetti avevano teso una trappola ai truffatori, inviando loro dei link
utili a identificarli.
Il secondo filone dell’indagine riguarda alcuni studi legali che avevano diffuso
notizie false sulla regolarità delle prove per il semestre filtro. Il 9 dicembre
2025, il giorno prima del secondo appello, sui profili social di alcuni avvocati
erano stati pubblicati degli screenshot con le presunte domande d’esame. Una
mossa che, oltre a diffondere informazioni false, era una tattica per dimostrare
l’irregolarità dei test e indurre le persone a presentare ricorso, con tanto di
listino prezzi dei servizi offerti.
L'articolo Esami del semestre filtro di Medicina, tra phishing e fake news:
inchiesta su truffe informatiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Medicina
In Inghilterra l’allarme è ormai ufficiale: secondo la British Heart Foundation,
gli adulti consumano ogni giorno una quantità di sale pari a quella contenuta in
22 pacchetti di patatine. Un numero che fa notizia, ma che rischia di essere
liquidato come l’ennesima stranezza d’Oltremanica. In realtà, avverte il
professor Pierluigi Rossi, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università
di Siena, medico specialista in Igiene e medicina preventiva, il problema è
molto più vicino di quanto si pensi e riguarda anche l’Italia: “La vera
questione non è quanto sale aggiungiamo a tavola, ma quanto sodio ingeriamo
senza saperlo attraverso alimenti apparentemente innocui”.
Un problema europeo, non britannico
Trasferire automaticamente i dati inglesi all’Italia sarebbe scorretto, ma
ignorare il trend sarebbe ingenuo. Anche nel nostro Paese il consumo medio di
sale resta intorno ai 10 g al giorno, circa il doppio rispetto alle
raccomandazioni. Più della metà del sodio introdotto non viene dalla cucina
domestica, ma da pane, prodotti da forno, formaggi, salumi, piatti pronti e
ristorazione collettiva. Alimenti che fanno parte della quotidianità e che
raramente percepiamo come “salati”.
Il sodio come disturbatore sistemico
Ridurre il problema alla sola ipertensione significa perdere di vista il quadro
complessivo. “Il sodio in eccesso trattiene liquidi, aumenta il volume del
sangue e restringe i vasi, mettendo sotto stress cuore e reni – sottolinea Rossi
-. Ma agisce anche su altri fronti: rallenta lo svuotamento dello stomaco,
favorendo reflusso e disturbi digestivi; ostacola l’assorbimento del calcio, con
effetti progressivi su ossa e rischio di osteoporosi; altera l’equilibrio
elettrolitico, aumentando l’eliminazione di potassio e magnesio”.
EFFETTI SILENZIOSI E “SALE TRAVESTITO”
Effetti silenziosi su cervello e metabolismo
Nel tempo, questo squilibrio può tradursi in insonnia, stanchezza cronica,
ridotta tolleranza allo sforzo. Studi recenti suggeriscono anche un legame tra
consumo elevato di sodio e aumento del rischio di diabete e declino cognitivo.
“Il sodio – sottolinea il nostro esperto – entra nel sangue, nei tessuti,
perfino nel cervello, creando un disordine biochimico che spesso non avvertiamo
subito”.
Perché l’industria ama il sale
Il punto chiave resta l’industria alimentare. Il sodio è un potente stimolatore
dell’appetito: rende i cibi più desiderabili, riduce il senso di sazietà e
spinge a mangiare di più. È uno strumento commerciale formidabile. Non a caso è
onnipresente nei prodotti ultraprocessati. Un indicatore pratico? “Più
l’etichetta è lunga – osserva Rossi – più il cibo è artificiale. E il contenuto
di sale è spesso il primo segnale di junk food”.
Il sale che non riconosciamo
Il problema è aggravato dal cosiddetto “sale travestito”. Non compare solo come
cloruro di sodio, ma come glutammato monosodico, bicarbonato, fosfati, nitriti,
alginati, benzoati. Nomi tecnici che sfuggono al consumatore, ma che
contribuiscono in modo sostanziale al carico quotidiano di sodio. Saper leggere
le etichette diventa quindi una competenza di salute pubblica, non un dettaglio
da specialisti.
I BAMBINI E IL SALE: QUALE RISCHIO CORRONO?
Piccoli gesti, grandi effetti
Ridurre il sale, in ogni caso, non significa mangiare triste. Significa cambiare
abitudini. Togliere la saliera dalla tavola, non superare i 5 grammi di sale al
giorno, “usare erbe aromatiche, spezie, aceto o limone per insaporire. Il palato
si rieduca nel giro di poche settimane, anche se con l’età tende a richiedere
dosi maggiori per ottenere la stessa gratificazione. Proprio per questo
intervenire prima è decisivo”, sottolinea Rossi.
Educazione precoce e scelte collettive
Un capitolo a parte riguarda i bambini. “Il gusto per il salato non è innato: si
forma nei primi mesi di vita”, ci ricorda il professor Rossi. Abituare fin da
subito a sapori meno salati significa investire in salute futura. Ma la
responsabilità non può essere solo individuale. Etichette chiare, limiti al
contenuto di sale nei prodotti industriali e nella ristorazione collettiva
incidono sulla salute pubblica molto più delle singole scelte isolate”. In
definitiva, il sale non è un nemico da demonizzare. L’eccesso quotidiano sì. E
oggi il vero problema non è quello che aggiungiamo consapevolmente al piatto, ma
quello che ingeriamo ogni giorno senza accorgercene, convinti di mangiare
“normale”.
L'articolo “Attenzione agli effetti silenziosi del sale, soprattutto quello
‘travestito’: è come mangiare 22 pacchetti di patatine al giorno”: l’allarme
della British Heart Foundation proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima in Europa e seconda al mondo. È il primato che l’Azienda ospedaliera
universitaria di Verona ha appena conquistato per aver impiantato con successo
un nuovissimo dispositivo per la neurostimolazione midollare. Si tratta di un
trattamento innovativo del dolore cronico: la procedura consiste
nell’impiantazione di elettrodi nello spazio epidurale, collegati a un
generatore di impulsi inserito sottocute.
L’intervento è stato eseguito un uomo di 72 anni con una lesione traumatica del
nervo sciatico che gli provocava un dolore cronico non rispondente a nessuna
cura medica. Al termine dell’intervento di chirurgia ambulatoriale al
Policlinico di Borgo Roma, durato circa due ore, il paziente ha beneficiato
della procedura e dopo qualche giorno ha cautamente ripreso la sua vita
quotidiana.
A impiantare il dispositivo è stato il terapista del dolore Alvise Martini,
membro dell’équipe guidata da Vittorio Schweiger, specialista in anestesiologia
e rianimazione e direttore dell’Uoc terapia del dolore del Policlinico di Borgo
Roma. Il modello utilizzato è l’Intellis TM-pro, prodotto da Medtronic, leader
globale nel settore della tecnologia sanitaria. Il dispositivo, dotato della
batteria più sottile presente sul mercato, permette un trattamento mininvasivo
ma che garantisce comunque alte prestazioni terapeutiche.
“Con questo primo impianto l’Azienda ospedaliera universitaria integrata di
Verona si conferma tra i centri di riferimento a livello nazionale e
internazionale per il trattamento del dolore cronico. Il nostro obiettivo è di
migliorare in modo concreto la qualità di vita delle persone che convivono con
questa patologia” ha dichiarato Schweiger.
L'articolo A Verona primo trattamento in Europa per il dolore cronico con
elettrodi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non solo le polemiche e il caos per la sperimentazione del semestre filtro
nell’accesso a Medicina, per la ministra dell’Università Anna Maria Bernini si
apre anche il caso dell’istituto privato Nostra Signora del Buon Consiglio a
Tirana. Sono infatti 220 gli studenti entrati in graduatoria e assegnati alla
sede albanese dell’università Tor Vergata di Roma e che quindi dovranno pagare
una rata annuale di 9650 euro. Secondo l’ateneo, i costi erano specificati nel
momento in cui gli studenti hanno scelto l’opzione, ma non per la ministra che
ha scelto di convocare il rettore Nathan Levialdi Ghiron: “Un simile regime di
contribuzione risulta incompatibile con una piena ed effettiva attuazione del
diritto allo studio che deve essere garantito a tutte le studentesse e a tutti
gli studenti”, ha dichiarato, “indipendentemente dalla sede di frequenza”.
Bernini ha inoltre fatto sapere di aver espresso “la necessità di un’immediata
revisione” della retta da pagare. Una richiesta economica “sproporzionata
rispetto ai principi che devono guidare il sistema universitario pubblico”.
IL CORSO UNIVERSITARIO A TIRANA
Da quest’anno, tra i 17.278 posti messi a bando dall’università, ci sono anche i
220 disponibili a Tirana. Un fatto noto da agosto: la nuova quota era inserita
nel decreto del ministero dell’Università e della Ricerca, che elencava tutti i
posti disponibili. Gli studenti spostati a Tirana frequenteranno un corso di
laurea detto Joint Degree, organizzato Tor Vergata con l’’università di Nostra
Signora del Buon Consiglio. In questo modo sono stati resi disponibili i 220
posti aggiuntivi per gli studenti in Medicina e Chirurgia. Dopo la pubblicazione
della graduatoria l’8 gennaio, tuttavia, è esplosa la protesta di chi si è
aggiudicato un posto in Albania. Non tanto per la sede, già prevista, bensì per
la retta da oltre 9 mila euro: una somma fuori dai parametri di un’università
statale italiana.
IL COMUNICATO DI TOR VERGATA: “PASSAGGI AMMINISTRATIVI SALTATI DAGLI STUDENTI”
In un comunicato, l’ateneo romano sottolinea la possibilità di dividere il
pagamento della tassa universitaria in tre rate e allude a possibili sviste da
parte dei ragazzi: “Nella polemica di questi giorni sembrerebbe essere saltata
da parte degli studenti la valutazione di questi passaggi amministrativi
aggiuntivi legati alla sede di Tirana. È di questi giorni l’ulteriore passaggio
concordato tra i due atenei della rateizzazione in tre trance della retta
annuale”. Per Tor Vergata, sul sito “sono evidenziati (addirittura in rosso per
la sede di Tirana) i passaggi amministrativi successivi all’iscrizione in
aggiunta a quelli già previsti dal MUR, per i candidati cittadini dei Paesi
dell’Unione Europea, che hanno indicato tra le sedi scelte il Corso di Laurea
Magistrale a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia in joint degree con
l’Università di Roma Tor Vergata presso la sede di Tirana – Università Cattolica
Nsbc. il Joint degree prevede misure di accesso (i 3 esami del semestre filtro
per questo anno accademico) proprie dell’ateneo romano, ma con le ulteriori
formalità da espletare e soprattutto la retta da 9650 euro da pagare”.
L'articolo Medicina, il caso degli studenti assegnati alla sede albanese con
retta da 9mila euro. Interviene anche Bernini: “Incompatibile” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
di Giuseppe Pignataro
La graduatoria nazionale pubblicata l’8 gennaio, dopo il primo ‘semestre aperto’
per Medicina, è un test non solo per gli studenti: è un test per lo Stato. I
numeri parlano senza retorica: 54.313 iscritti iniziali; 22.688 studenti
risultati idonei; 17.278 posti disponibili. Tradotto: 5.410 idonei restano senza
posto e 31.625 non risultano idonei. Chi pensava che il ‘numero chiuso’ fosse
evaporato scopre che la programmazione non è un capriccio: è il nome burocratico
di un vincolo materiale. In corsia non si entra in sovrannumero: servono
reparti, tutor, tirocini e tempo di supervisione.
L’idea del semestre aperto, sulla carta, aveva un’ambizione condivisibile:
sostituire la lotteria di un test secco con un percorso di studio comune. Tre
insegnamenti (Biologia, Chimica e propedeutica biochimica, Fisica), prove
uniformi nazionali, due appelli. In teoria: meno ansia da quiz, più
apprendimento. In pratica, l’esperimento ha mostrato fragilità strutturali che
meritano un bilancio pubblico serio. Ma le istituzioni non si giudicano per le
intenzioni: si giudicano per la qualità della loro ingegneria, per la coerenza
delle regole e per l’equità delle condizioni iniziali. Qui le crepe sono almeno
quattro.
1. La prima è didattica. Se l’esame è uguale per tutti, devono essere
comparabili le condizioni di accesso alla didattica: aule, orari, docenza,
esercitazioni. Invece il semestre ha vissuto di soluzioni emergenziali: in molte
sedi modalità ibride, aule sature, streaming e turnazioni; altrove percorsi più
ordinati. Quando la didattica è diseguale e la prova è uniforme, la
diseguaglianza di contesto diventa diseguaglianza di esito. Non è un dettaglio:
è giustizia procedurale.
2. La seconda è normativa: regole in movimento. A percorso avviato sono arrivati
correttivi che hanno introdotto ‘sufficienze reintegrate’ e crediti da
recuperare, e il punteggio finale considera solo i voti almeno 18, mentre gli
insufficienti non contribuiscono. Si può difendere la scelta come tutela
(nessuno viene ‘affondato’ da un singolo inciampo), ma comunica anche che la
macchina non era stata stress-testata. Una selezione credibile non cambia
metrica mentre gli atleti stanno correndo.
3. La terza è il tempo. Il semestre è un investimento ad alto rischio e, come
ogni rischio, non pesa uguale su tutti. Non tutti possono permettersi mesi di
studio intensivo senza un piano B; non tutti hanno spazi, dispositivi, serenità,
supporto familiare. L’uguaglianza formale rischia di produrre disuguaglianza
reale: chi ha meno risorse paga più caro lo stesso tentativo.
4. La quarta è il mercato che rinasce. Il filtro non elimina la domanda privata:
la sposta. Non più solo ‘corsi per il test’, ma tutoraggi, recuperi, pacchetti
di supporto per colmare i debiti. Se l’università pubblica non offre
accompagnamento gratuito e robusto, il privato torna a essere scorciatoia per
chi può pagare.
Che fare allora? Prima scelta: chiamare le cose col loro nome. Il numero
programmato va aggiornato e spiegato, non negato: potenziale formativo degli
atenei e fabbisogni del Sistema Sanitario Nazionale devono guidare una
programmazione pluriennale trasparente, altrimenti cambiamo solo il tipo di
imbuto. E serve pubblicare dati completi (anonimi) su esiti, percorsi, recuperi
e rinunce: senza evidenza, ogni riforma diventa tifoseria.
Seconda scelta, più controversa ma coerente: tornare a una selezione ex ante in
stile Tolc (migliorata) può costare meno, socialmente, del filtro ex post. Una
prova ripetibile in più finestre, con banca dati pubblica, materiali gratuiti e
tutoraggio pubblico riduce l’effetto ‘sei mesi persi’ e rende più chiaro il
patto: entri se sei tra i migliori rispetto a posti realmente disponibili. Il
primo semestre torna ad essere ciò che dovrebbe: università, non anticamera a
rischio.
In fondo, il punto non è ‘chi merita’, ma come lo Stato decide di distribuire
una risorsa scarsa senza trasformare l’origine sociale in destino. Il merito, se
non è accompagnato da condizioni, diventa una parola comoda. Per questo serve
una valutazione indipendente dell’esperimento: non impressioni, ma evidenza.
Infine, la domanda che resta: vogliamo più medici o solo un filtro diverso? Se
la risposta è ‘più medici’, la partita è nella capacità formativa lungo tutta la
filiera (tirocini, specialistica, strutture). Una politica che seleziona senza
investire promette ciò che non può mantenere. La selezione è un patto di
fiducia: quando le regole appaiono improvvisate, la fiducia si rompe. E senza
fiducia, la vocazione diventa cinismo.
L'articolo Le quattro crepe del semestre aperto a Medicina: vogliamo più medici
o solo un filtro diverso? proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
Sarà colpa della mia senilità precoce, che mi ha reso intollerante alla vacuità,
ma io proprio non sopporto, ed uso un eufemismo educato, la passerella in
ospedale dei politici – destra o sinistra non fa differenza perché per un selfie
si ritrova unità parlamentare – che vanno a manifestare la personale gratitudine
ai medici che hanno in cura i feriti di una strage che ha scosso l’opinione
pubblica, quale è quella, ad esempio, di Crans-Montana.
L’ultima in via di apparizione è stata l’onorevole Ronzulli, anche lei, come
tanti altri suoi colleghi, pronta, mascherina e cappellino d’ordinanza scenica,
ad unirsi al coro “grazie alla nostra sanità!” Se fossi stato io costretto a
riceverne uno, chicchessia, gli avrei chiesto:
“Scusi ma cosa significa la sua presenza solo oggi?” e, sempre più senilmente
intollerante, difronte a tanta ipocrisia mediatica, “lei dove era, ieri, quando
noi eravamo, sempre qui, a curare le vittime della strage del Ssn, di cui siete
tutti responsabili?”.
Avrei aggiunto polemicamente “questo è un ospedale pubblico, dove avete
disinvestito a favore dei privati mentre questi, adesso, quali impegni hanno
assunto per questi poveri ragazzi?” fino alla chiosa finale, che ce l’ho proprio
qui, in punta di lingua, che non userò mai per leccare il culo al potente di
turno: “Non so cosa farmene della sua gratitudine, oggi, ieri e domani, io sono
un medico, io sono una persona seria, i pazienti sono tutti uguali anche se non
sono illuminati dai riflettori perché noi siamo in guerra tutti gli altri 364
giorni.”
La gratitudine è un sentimento nobile che non si usa per essere solidali ad una
classe di lavoratori, da dirci tutti eroi solo quando il ritorno d’attenzione
social è garantito tra un selfie e un post curato dal servizio d’immagine. Il
nostro lavoro non cambia in tutti gli altri giorni dell’anno ma noi non sentiamo
la vostra vicinanza, anzi. Avete nominato commissioni d’inchiesta sul Covid e
siete, così, tutti a dirci di essere “complottisti” o, comunque, avete prestate
il fianco elettorale a chi della protesta no-vax ne ha fatto, addirittura, un
movimento d’opinione.
Non avete promosso legge che ci assicuri dalle valanghe di denunce legali, così
da farci dire, da tutti, che siamo “assassini”, una casta da esporre alla gogna,
tanto che la vocazione medica, grazie a voi, è in una crisi senza fondo.
Smettetela di violare la sacralità di un ospedale e di usare i riflettori di una
tragedia per le vostre passerelle narcise e se ne avete, davvero, bisogno
impulsivo, allora specchiatevi nella vostra coscienza e chiedete a lei se siete
davvero degni di usare gratitudine nei nostri confronti e noi, magari, di
dirvene grazie; ma, state sereni, almeno per quest’ultima sono io a darvene
risposta, perché sarò anche vecchio ma non ho perso ancora la memoria: no,
grazie.
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L'articolo Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli
ospedali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono 22.688 gli idonei a medicina e 17.278 i posti disponibili. Quindi, con la
modifica introdotta dal ministero dell’università proprio per carenza di
candidati che avevano superato tutte e tre le prove, ora non solo verranno
coperti tutti i posti disponibili, ma ci sono anche più idonei dei posti a
disposizione: circa 5mila dovranno adesso scegliere corsi affini. Agli ammessi a
medicina vanno sommati i 1.535 per veterinaria e i 1.072 per odontoiatria.
Sono quindi 25.387 gli studenti idonei all’iscrizione in graduatoria. Gli esami
con voto superiore al 18 sono stati 19.089 per biologia, 21.763 per chimica,
10.011 per fisica. Al primo appello i promossi sono stati 16.401 a biologia,
12.713 a chimica, 5557 a fisica. Al secondo appello i promossi sono stati 4824 a
biologia, 11.706 a chimica, 5.602 a fisica. Complessivamente hanno sostenuto le
prove al primo appello 50.859 candidati, al secondo 45.789 studenti.
Chi non ha raggiunto le tre sufficienze dovrà recuperare il debito formativo
nell’ateneo che il 12 gennaio, giorno della pubblicazione della graduatoria
nazionale, verrà assegnato. Sarà un decreto del ministero dell’Università e
della Ricerca a definire tutti i dettagli. Coloro che non hanno conseguito
crediti universitari durante il semestre potranno comunque iscriversi ad altri
corsi – biotecnologie, scienze politiche, giurisprudenza e altro -, tramite
finestre straordinarie, come previsto dalla legge che ha istituito il semestre
aperto.
MINISTRA BERNINI AI RETTORI: “50MILA NON PERDERANNO L’ANNO, UN TEMPO ESCLUSI
80MILA”
In base ai dati emersi sul semestre aperto per l’accesso ai corsi di Medicina il
nuovo modello sta consentendo l’immatricolazione in un corso di area medica o
affine ad almeno 25mila studenti e offre ad altri 25mila la possibilità di
orientarsi verso un percorso di studi alternativo, senza perdere l’anno
accademico. È uno degli elementi illustrati dalla ministra dell’Università e
della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha avuto oggi un incontro con i rettori
degli atenei italiani nella sede della Crui.
Nel corso della riunione è stato inoltre richiamato il confronto con gli anni
precedenti, quando l’accesso era regolato dal test d’ingresso e – a fronte di
oltre 90mila domande e di circa 10mila posti disponibili – venivano di fatto
esclusi ogni anno dall’ingresso a Medicina circa 80mila studenti.
L'articolo Medicina, pubblicata la graduatoria: oltre 22mila idonei per 17mila
posti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Negli Stati Uniti – e ora timidamente anche in Europa – i ristoranti stanno
adattando il menu a una nuova tipologia di cliente: chi assume farmaci agonisti
del recettore GLP-1 (semaglutide e tirzepatide, noti per ridurre in modo
significativo il senso di fame e commercializzati coi nomi rispettivamente di
Ozempic e Mounjaro) e che fatica a sostenere un pasto completo. Nascono così i
“mini-menu”: micro-porzioni pensate per appetiti ridotti, composte da piccoli
assaggi ad alta densità di gusto ma basso volume. Si va da mini-burger da due
bocconi a mezze porzioni di pasta, ciotoline monodose di cereali e verdure,
dessert formato “mignon” e perfino cocktail alleggeriti per stomaci che si
svuotano lentamente.
Un’offerta accattivante per chi teme sprechi o si sazia in fretta, ma che può
far passare l’idea che “mangiare meno” equivalga automaticamente a “mangiare
meglio”. Dietro questa tendenza, però, possono nascondersi squilibri
nutrizionali: proteine insufficienti, micronutrienti che non raggiungono la
soglia minima, perdita di massa muscolare e un metabolismo che, invece di
migliorare, si indebolisce. Per capire quali rischi reali corre chi sostituisce
i pasti con mini-porzioni – soprattutto se assume agonisti recettoriali GLP-1 –
abbiamo intervistato la professoressa Annamaria Colao, già Presidente Sie
(Società italiana di endocrinologia) e professore ordinario di Endocrinologia e
malattie del metabolismo, cattedra Unesco di Educazione alla salute e allo
sviluppo sostenibile, università Federico II di Napoli.
“RIDURRE LE PORZIONI NON È NUOVO. MA QUI SIAMO DAVANTI A QUALCOSA DI DIVERSO”
L’uso dei farmaci GLP-1 riduce l’appetito e porta molti pazienti a consumare
mini-pasti o porzioni molto ridotte: quali sono i principali rischi nutrizionali
che osserva in chi mangia troppo poco, troppo spesso e in modo non bilanciato?
“La riduzione delle porzioni è una pratica vecchia. Qui però parliamo di una
modalità completamente nuova, legata a farmaci che riducono in modo molto
specifico il senso della fame. Non riguarda solo l’obesità, ma anche molte altre
situazioni cliniche. Senza una guida medica, il rischio è di sbilanciare
l’alimentazione. È fondamentale che il piano nutrizionale sia individuale: il
digiuno prolungato non è indicato, molto meglio mangiare più volte al giorno
cibi corretti dal punto di vista nutrizionale. Se parliamo di ‘mini-menu’ come
rielaborazione economica del mercato della ristorazione, non vedo un vero
rischio di sbilanciamento, purché questo tipo di cibo resti una scelta
occasionale e non sostituisca il consumo quotidiano di verdura, frutta, cereali
integrali e i cardini della dieta mediterranea”.
“IL VERO RISCHIO È LA PERDITA DI MASSA MUSCOLARE E LA SARCOPENIA”
Una dieta basata su porzioni minime può facilitare il dimagrimento, ma quanto
aumenta il rischio di perdere massa muscolare, proteine e micronutrienti
essenziali? Quali segnali dovrebbero far scattare un allarme clinico?
“Una restrizione calorica importante e prolungata, se il comparto proteico non è
adeguato, porta a ridurre la massa muscolare. E questo, alla lunga, significa
sarcopenia. La massa muscolare è fondamentale non solo per il metabolismo degli
zuccheri, ma anche per la salute delle ossa: meno muscolo significa più rischio
di fratture da fragilità.
Esistono vere e proprie patologie da carenza proteica, le vediamo per esempio
nei bambini di aree povere del mondo. Per evitarle, bisogna garantire almeno un
grammo di proteine per chilo di peso corporeo al giorno. Non parliamo di un
grammo di carne o legumi, ma di proteine effettive, per cui le porzioni
dovrebbero essere di circa 200-300 g di un piatto proteico. Chi affronta una
terapia con agonisti recettoriali GLP-1 deve essere seguito da un medico che
associ alla terapia un percorso nutrizionale e di esercizio fisico calibrato.
Così si evitano carenze”.
“GIOVANI, ANZIANI E DIABETICI: LE CATEGORIE PIÙ VULNERABILI”
Se l’assunzione di cibo scende sotto il fabbisogno reale per effetto del
farmaco, quali squilibri metabolici possono comparire nel medio periodo? Ci sono
categorie di persone per cui i mini-pasti sono particolarmente sconsigliati?
“A milioni di pazienti trattati non vediamo carenze quando il protocollo è
seguito da mani esperte. Il problema nasce con il fai-da-te: c’è chi può
rimanere quasi tutta la giornata senza mangiare.
Le categorie più vulnerabili sono i diabetici, che hanno già uno squilibrio
metabolico; i giovani, perché la loro macchina biologica è ancora in formazione;
gli anziani, più esposti alla perdita di massa muscolare; e naturalmente le
donne in gravidanza o allattamento, per le quali questi farmaci non sono
indicati.
In assenza di diagnosi e analisi individuali, non si può valutare il rischio
reale. È essenziale che la terapia non venga gestita in autonomia”.
“I MINI-MENU NON DEVONO SOSTITUIRE IL CIBO QUOTIDIANO”
Dal suo punto di vista, quanto è pericoloso normalizzare i ‘mini-menu’ nella
vita quotidiana?
“I mini-menu sono spesso cibi che non rappresentano il massimo dal punto di
vista salutare. Possono entrare nella vita quotidiana solo come cibo sociale,
non come fonte di energia per l’organismo. Se utilizziamo i farmaci agonisti
GLP-1 in un regime medico ben strutturato – terapia nutrizionale individuale,
esercizio fisico, controlli regolari – i rischi non ci sono. Nel fai-da-te,
invece, è impossibile escludere squilibri o eccessi di restrizione calorica.
Serve un medico che valuti profilo fisiologico, necessità nutrizionali e
metabolismo della persona”.
L'articolo “Ridurre le porzioni non è nuovo, ma qui siamo davanti a qualcosa di
diverso: il vero rischio è la sarcopenia”: l’allarme dell’esperta per il boom di
“mini-menù” per chi assume farmaci dimagranti proviene da Il Fatto Quotidiano.
In una delle tante riforme del sistema universitario fu fatto valere un
principio ancora in vigore. Prima di quella riforma la “mortalità studentesca”
era molto alta. Molti abbandonavano gli studi universitari senza ottenere il
titolo, figurando nelle statistiche dei “morti”. Quando ho seguito i corsi di
scienze biologiche, nel triassico inferiore, in aula eravamo centinaia al primo
anno, ma i numeri si dimezzavano ad ogni anno di corso. Molti abbandonavano, e
molti non riuscivano a star dietro al ritmo e andavano fuori corso, mettendoci
anche dieci anni per laurearsi.
A un certo punto, il ministro/a dell’Università fece un ragionamento
aziendalistico: se una fabbrica lavora 100 pezzi e ne produce 20… allora
funziona male. Se 100 ne entrano, 100 ne devono uscire, e nel tempo richiesto.
In effetti la scuola pre-universitaria funzionava proprio così, e ancora lo fa.
Ai famosi “miei tempi” ancora si rimandava e si bocciava (io sono stato bocciato
due volte, al liceo) ma oggi si tende a non farlo più: tutti completano gli
studi nei tempi giusti. E così dovrebbe essere anche all’università, in teoria.
Se uno studente ha una vocazione, di solito è così. A me, ad esempio, piacevano
gli animali e il sistema scolastico non riuscì ad eradicare la biofilia che
caratterizza i giovani umani in età pre-scolare. Iscritto a scienze biologiche,
trovai finalmente soddisfazione. Con due scogli iniziali: matematica e fisica.
Intendiamoci, sono utili anche per i biologi (me ne accorsi molto tempo dopo) ma
venivano insegnate come si insegnerebbero ai matematici e ai fisici. Nessun
collegamento con le realtà biologiche a cui si applicano, e totale astrattezza,
con formulazioni verbali e equazionali molto astruse. Le dovevi imparare e
ripetere a memoria. Pensate a E=mc². L’energia equivale alla massa moltiplicata
per la velocità della luce elevata al quadrato. Se si chiede: come mai la
velocità della luce? E perché al quadrato? Si impara e si ripete, con
ammirazione per Einstein, ma sono pochi i non fisici in grado di spiegarne il
significato.
Conoscere questa equazione non mi ha aiutato nel mio percorso di formazione di
biologo. Come non mi hanno aiutato le dimostrazioni di teoremi che ho dovuto
memorizzare per accontentare i sadici che facevano gli esami agli aspiranti
biologi. Passato dall’altra parte della barricata, durante i consigli della
facoltà di scienze, mi divertivo a sfruculiare i fisici e i matematici, che si
lamentavano dell’ignoranza dei biologi. Scusa, ma tu sai che strada fa l’acqua
che bevi fino a diventare pipì? – una delle mie domande preferite. Per
rispondere si devono collegare l’apparato digerente con il circolatorio e il
respiratorio, passare al metabolismo cellulare, per poi andare all’apparato
escretore. Nessuno dei colleghi sapeva rispondere. Vedi? Tu non sai come
funziona il tuo corpo. Gli studenti che prendi in giro lo imparano, ne sanno più
di te. Tu ti fai forte di quel che sai, e ignori di essere un ignorante in
biologia. Porta rispetto!!!
Gli aspiranti medici hanno interessi ancora più focalizzati dei futuri biologi.
A loro interessa una sola specie (la nostra) e devono imparare tutto di lei,
delle sue magagne e dei modi per curarle. I teoremi e le equazioni non rientrano
nei loro interessi principali. Per eliminare l’assurdità dei test di ammissione
a Medicina, si è pensato di cambiare e di far seguire una serie di corsi agli
aspiranti medici, al termine dei quali le porte di Medicina si spalancano solo
agli studenti che superano gli esami di quei corsi. E che materia era coperta in
quei corsi? Ma è logico: la fisica. E, guarda caso, il novanta per cento è stato
bocciato.
Se si imposta un corso di fisica per universitari, e si hanno questi risultati,
i motivi non sono tanti. O l’istruzione pre-universitaria in fisica è un
fallimento quasi totale, o il corso non è stato calibrato per fornire competenze
adeguate per superare il test ad un numero significativo di studenti che
aspirano a diventare medici, non fisici. Quel dieci per cento che lo ha superato
potrebbe aver copiato, oppure potrebbe avere una magnifica inclinazione per la
fisica che, però, non è una garanzia di predisposizione per la medicina.
La ministra Bernini ha delle responsabilità in tutto questo, e capisco il suo
nervosismo di fronte a contestazioni del suo operato. Però anche i docenti di
fisica dovrebbero fare un po’ di autocritica. Ce li vedo a commentare,
sadicamente, le prove di quei ciucci che vorrebbero fare Medicina. Ciucci che si
sono divertiti a tormentare con supercazzole incomprensibili, se non ai fisici
come loro. Intendiamoci, non sono così scemo da ritenere che la fisica sia un
insieme di supercazzole. Sto parlando solo del modo di insegnarla.
Tornando alle mie riunioni di facoltà, ho spesso proposto di tenere un corso
gratuito di biologia per matematici e fisici, visto che sono abilitati ad
insegnarla alle medie e che i loro corsi di laurea non la prevedono come materia
di insegnamento. E li sfidavo: scommettiamo che potrei farlo diventare lo
scoglio insormontabile dei vostri corsi di laurea? Non hanno mai accettato la
scommessa. Se ci fosse un esame per accedere a fisica e si chiedessero
competenze in medicina, probabilmente non sarebbero molti a sapere cosa siano il
philtrum, il trago, la glabella e la lunula, anche se li vedono ogni volta che
si guardano allo specchio. Scommettiamo che il 90% degli aspiranti fisici
sarebbe bocciato?
Un suggerimento: dare molto rilievo, nei corsi di laurea di matematica e fisica,
ai corsi di didattica della matematica e della fisica. I Settori Scientifico
Disciplinari in queste materie, infatti, sono in via di estinzione e questo
spiega, forse, i risultati dei test di medicina.
L'articolo Sugli esami del semestre filtro a Medicina dico: i docenti di fisica
dovrebbero fare un po’ di autocritica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il minoxidil, soluzione topica ampiamente utilizzata per stimolare la crescita
dei capelli, è finito sotto i riflettori social non per i suoi successi, ma per
un effetto collaterale inatteso e drammatico: una grave perdita di capelli dopo
l’interruzione del trattamento. A lanciare l’allarme è stata la conduttrice TV e
content creator Maria Cribbs (@mariacribbs), che ha condiviso il suo dramma con
oltre 378.000 spettatori su Tiktok. Puntando a una chiazza calva sul lato destro
del cuoio capelluto, Cribbs ha posto una domanda: “Com’è possibile che il
minoxidil, una volta che ho smesso di usarlo, mi abbia portato via più capelli
di quanti me ne avesse dati?” Tirando indietro i capelli, la conduttrice ha
mostrato un’attaccatura chiaramente arretrata e ha accusato i sostenitori del
prodotto di non aver avvertito: “Non avete detto che una volta interrotto il
prodotto, avrebbe fatto più danni di quelli che avevo inizialmente”.
“NON SO SE I CAPELLI RICRESCERANNO”
La frustrazione di Cribbs è palpabile. Sostiene che le sue “bordature” (quei
capelli sottili e corti che si trovano lungo l’attaccatura del cuoio capelluto)
siano peggiorate rispetto a prima di iniziare l’uso: “Non era così calvo, così
lucido. Tutto sommato, era solo diradato, non solo nella zona che stavo cercando
di far ricrescere”, racconta la donna, indicando il lato sinistro. “Ora è
calvo”, A causa di questo, Cribbs ha annunciato di dover tornare ai suoi rimedi
casalinghi “vecchia scuola” per tentare di recuperare la sua chioma.
L’esperienza ha persino modificato la sua prospettiva sulla perdita di capelli.
“Ho sempre considerato i capelli come ‘sono capelli, ricresceranno’ ma non so se
ricresceranno”, confessa. “State certi che sto piangendo”, aggiunge. Il suo
appello è chiaro: “Chiunque abbia usato il minoxidil per la crescita dei capelli
e abbia smesso, per favore fatemi sapere se avete avuto una reazione o un
effetto collaterale simile una volta interrotto e se i capelli sono
ricresciuti”.
ATTENZIONE AI SOCIAL
Nel video successivo, Cribbs ha fornito un dettaglio cruciale: aveva usato il
minoxidil “per uomini” (al 5%), su consiglio di un “dermatologo” su Tiktok, che
sosteneva che la differenza fosse minima e che la versione maschile fosse solo
“un po’ più forte”. Secondo il Charles Medical Group, l’utilizzo del minoxidil
al 5% nelle donne può effettivamente portare a una maggiore perdita di capelli e
a un aumento della peluria facciale a causa delle differenze ormonali tra i
sessi. Alle donne si consiglia l’utilizzo della versione al 2%.
Cribbs ha utilizzato il prodotto per tre mesi, notando inizialmente risultati,
come la scomparsa di una chiazza calva. Ha però sperimentato anche effetti
collaterali come un aumento della peluria corporea e un infoltimento
indesiderato. Con l’interruzione, questi effetti collaterali (incluso
l’indesiderato aumento della peluria facciale) stanno lentamente scomparendo, ma
a un prezzo elevato. L’episodio serve da monito: prima di iniziare o
interrompere qualsiasi trattamento per la crescita dei capelli, è fondamentale
consultare il proprio medico o dermatologo e non affidarsi unicamente a consigli
trovati sui social media.
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L'articolo “Ho sempre pensato che i capelli cadono e poi ricrescono, ma sono
disperata. Ho usato un farmaco anti-caduta e ora sono più calva di prima”: lo
sfogo in lacrime di Maria Cribbs proviene da Il Fatto Quotidiano.